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lunedì 31 luglio 2023

Shin Masked Rider

Shin Kamen Raidâ

di Hideaki Anno.

con: Sosuke Ikematsu, Minami Hamabe, Shinya Tsukamoto, Mirai Moriyama, Tatsuko Emoto, Toru Tezuka, Suzuki Matsuo, Toru Nakamura, Ken Yasuda.

Fantastico/Azione

Giappone 2023













Tra un film di "Evangelion" e l'altro, Hideaki Anno si è anche affermato come il filmmaker dei "rilanci" dei classici della cultura popolare nipponica. Già con il bel "Shin Godzilla" è riuscito a riportare in auge il Re dei Kaiju e con il successivo "Shin Ultraman" (da lui però solo scritto) ha modernizzato una delle icone pop più amate di sempre nel Sol Levante, creando le basi di quel "Shin Japan Heroes Universe" che sembra voler rivaleggiare con le produzioni cinematografiche in serie americane.
"Shin Kamen Raidâ" è così il classico "passo dovuto" che lo porta a confrontarsi con un'icona dalla portata incredibile: il figlio più famoso di quel Shotaro Ishinomori la cui importanza storica come mangaka è seconda solo al "dio" Osamu Tezuka, nonché l'iniziatore del fenomeno dei tokusatsu.



Un tokusatsu, quel "Kamen Rider" iniziato nel 1971 e che tra interruzioni, riprese, remake e rifacimenti vari è in corso tutt'oggi (è del 2022 l'ultima serie, "Kamen Rider: Black Sun"). E sebbene in Giappone goda di fama imperitura, non è mai riuscito ad affermarsi in Occidente; cosa strana, visto che Haim Saban, sulla scia del successo dei "Power Rangers", ne ha creato una versione ad hoc verso la metà degli anni '90, la quale non ha però riscosso il successo sperato e ha fermato ogni possibile affermazione del personaggio al di fuori del Sol Levante.
Kamen Rider è praticamente l'apripista dei "Super Sentai" vari, nonché l'archetipo del supereroe giapponese, che con il suo stile camp ed esagerato ha dato vita a praticamente tutti gli eroi in casco e tutina venuti dopo.
Anno, da regista di anime e filmmaker facente parte di quella prima generazione di otaku passati dietro la macchina da presa in entrambi i campi, opta per un lavoro del tutto antitetico rispetto a quanto fatto con "Shin Godzilla": laddove lì riprendeva il modello classico e lo modernizzava, con "Shin Kamen Raidâ" riporta alla pari il modello di riferimento, modernizzandolo il meno possibile.
Sia in fase di scrittura che di messa in scena, il tono sciocco e camp del serial originale ritorna prepotente.



In meno di 120 minuti di durata effettiva, Anno condensa quella che potrebbe essere la storia di un'intera stagione televisiva. Si parte con la genesi del "Cavaliere Mascherato" o "Cavalletta Aug", mutante ibrido uomo-insetto creato dall'associazione SHOCKER, società segreta che ha come fine la realizzazione della felicità umana, la quale non è ovviamente quella che potrebbe pensare.
Il Rider è qui una nuova incarnazione dell'originale Takeshi Hongo (Sosuke Ikematsu), il quale viene liberato dal giogo dell'organizzazione dal suo stesso creatore, lo scienziato Hiroshi Midorikawa (un simpatico cameo di Shinya Tsukaoto, qui nelle vesti di un fautore di reali forme di body-horror). Coadiuvato dalla di lei figlia Ruriko (Minami Hamabe), Hongo si unisce ad un organizzazione governativa per combattere SHOCKER, duellando di volta in volta con gli altri super-soldati del gruppo.




L'incipit dell'eroe e la mitologia alla base del tutto vengono gettati in faccia allo spettatore nei primissimi minuti, il tutto nel modo più didascalico possibile. La scrittura è volutamente scialba e diretta, con una costruzione della vicenda che riprende la formula del "mostro settimanale" e costruisce tutta la storia come una serie di incontri tra Kamen Rider e il cattivo di turno, eliminato in pochi minuti. Tutti i personaggi secondari hanno di conseguenza una caratterizzazione ai limiti dell'inesistente, salvo tre eccezioni, ossia Vespa-Aug (Nanase Nishino), ex amica di Ruriko, il villain principale Ichiro (Mirai Moriyama) e Hayato Ichimonji (Tasuko Emoto), il Kamen Rider numero 2, che da metà film affianca Hongo. E per pura coerenza stilistica, Anno inserisce anche uno spettacolare buco di trama quando fa sparire per praticamente tutto il film il villain iniziale, l'intelligenza artificiale I e il suo "corpo" androide K, che si riaffacciano solo nel finale.




Contro una costruzione naif della storia, il tono e le tematiche trattate sono del tutto seriose; si parte dal body-horror, con la trasformazione "henshin" che tramuta Hongo e gli altri Aug in mostruosità vere e proprie sotto i costumi sgargianti; si passa per il dramma della solitudine e la ricerca di un senso di giustizia in un mondo freddo e violento e si arriva alla lotta per la ricerca della felicità e il significato della medesima.
Lo scarto tra contenente e contenuto è poi acuito da una messa in scena che abbraccia pianamente il camp della tradizione, con montaggio velocissimo, eroi e cattivi in pose teatrali che combattono per le campagnie o sullo sfondo della periferia industriale, personaggi che entrano e escono dalle inquadrature senza soluzione di continuità e una CGI orgogliosamente vetusta, che sembra uscita da una produzione giapponese dei primi anni 2000 piuttosto che da una contemporanea. L'unico tocco di originalità viene dato dal ricorso agli inserti splatter, con il sangue che scorre copioso durante i combattimenti. Per il resto, sembra di assistere ad una sorta di "Kyashan- La Rinascita" meno esteticamente feroce, ma ugualmente dinamico e indaffarato nel restituire un'estetica e uno stile estranei ad una messa in scena filmica vera e propria.
Anno riesce lo stesso ad inserire una nota di regia del tutto personale e anti-nostalgica con l'uso della camera a mano; esempio supremo è il combattimento finale, dove la macchina da presa segue lo scontro con il villain Ichiro in maniera para-documentaristica, scartando definitivamente dall'omaggio alla tradizione.



Il risultato è volutamente scostante, una sorta di omaggio sentito al passato che va oltre la semplice nostalgia  per ridargli corpo in maniera diretta. Con la conseguenza più ovvia che lo spettatore meno avezzo a tale tipo di operazioni ben può trovare il tutto inutilmente ridicolo.
Oltre che al sottovalutato adattamento di Kyashan ad opera di Kazuaki Kiriya, la mente non può che correre ad un altro omaggio al tokusatsu, il bel "Zebraman" di Takashi Miike, verso il quale il lavoro di Anno si distingue per la volontà di non voler cambiare, di non voler dare un effettivo significato ulteriore al materiale di base, di non volerlo semplicemente omaggiare, bensì riportarlo in auge nel modo più diretto possibile.
"Shin Kamen Raidâ" è così pura pop-art cinematografica, un'operazione che parte dalla cultura popolare per farsi atto d'amore intellettuale da parte di un fan orgoglioso (al pari del quasi coevo "The Munsters" di Rob Zombie). Riuscito, ma decisamente elitario.

lunedì 16 agosto 2021

Evangelion: 3.0 + 1.01 Thrice Upon a Time

Shin Evangelion Gekijoban

di Hideaki Anno, Mahiro Maeda, Katsuichi Nakayama, Kazuya Tsurumaki.

Animazione/Fantascienza/Drammatico

Giappone 2021
















Si può pensare quel che si vuole sulla riuscita o meno del "Rebuild of Evangelion", ma va comunque dato merito a Hideaki Anno di essere riuscito a resuscitare una storia già finita per declinarla in un modo comunque nuovo, riuscendo a far splendere di nuova luce personaggi che sembravano aver detto tutto già negli anni '90.
In tal senso, quest'ultimo "3.0+1.01", che Anno ha già specificato possa non essere l'ultima incarnazione di "Evangelion", si pone come il capitolo più riuscito della tetralogia cinematografica, che fonde perfettamente l'analisi socio-psicologica dei personaggi con la spettacolarità delle battaglie e dei rituali divini divenuti marchio di fabbrica della serie, concludendo, per ora, un'opera monumentale.


Anno divide il film in due parti separate, una prima più riflessiva, una seconda più spettacolare.
E' nel primo atto che assistiamo alla maturazione di alcuni dei personaggi, primo fra tutti quello di Shinji. Ridotto (nuovamente) ad uno stato larvale a seguito dello sconvolgente finale di "You Can (Not) Redo", è totalmente chiuso in sé stesso, nella muta contemplazione del proprio dolore, per la prima volta nella saga cinematografica totalmente distaccato dal mondo che lo circonda. Ma è grazie all'ingresso di vecchie conoscenze quali Toji e Kensuke, oltre che all'insistenza della sempre pestifera Asuka, che Shinji ritrova, pian piano, una forma di connessione con l'esterno. L'affacciarsi nel Villaggio 3, il confronto con la vita felice di un gruppo di persone che ha fatto dell'interdipendenza la propria forza, porta Shinji a superare la paura dell'altro, della perdita, dell'esporsi sentimentalmente al prossimo, sino alla maturazione adulta che gli permetterà di confrontarsi con suo padre, qui perfetta nemesi, uomo che ha sempre vissuto da solo e ha trovato nella perdita dell'amore una causa scatenante la propria follia.


Allo stesso modo, la nuova Rei, che nel capitolo precedente era vuota, essere umano privo di emozioni, sviluppa una propria anima grazie al contatto con il prossimo, divenendo umana, acquisendo quella coscienza di sé che nelle precedenti vesti di essere sintetico (volendo anche ideale critica delle "waifu" degli anime) non aveva. D'altro Asuka, compie quasi un percorso inverso, trovando nella solitudine un rifugio dal dolore, mitigato solo dalla compassione per Shinji e dal rapporto, volutamente ambiguo, con Kensuke.


Nella seconda parte, l'anima spettacolare prende il sopravvento: il Fourth Impact e le sue catastrofiche conseguenze, nonché i rituali ad esso collegati, prendono forma dinanzi allo spettatore, in una serie di geometrie astratte che si infrangono grazie ad una regia ipercinetica, che distrugge ogni geometricità e con essa ogni forma di immobilismo. Il movimento vorticoso e roboante è il vero protagonista, appaiato ad un confronto umano, fino a creare un epilogo magistrale sia per il "Rebuild" che per l'intera serie.
Non tutto funziona, molte delle informazioni necessarie per comprendere gli eventi vengono vomitate in faccia allo spettatore senza contesto, lasciando che sia quest'ultimo a doversi orientare: quello che nella serie originale era un ermetismo perfettamente voluto, qui sembra più una soluzione usata per ovviare alla mancanza di tempo per dar spazio alla mitologia.
Allo stesso modo, le rivelazioni circa le identità di Asuka, Kaworu e di Mari lasciano perplessi, causa la velocità con cui vengono a galla, prive di un contesto anche solo vago che nega, a volte, ogni possibilità di comprensione, cosa che, ancora, nella serie originale non avveniva.


Ed è proprio nel confronto tra gli esiti di questo "Rebuild" e la prima incarnazione data della serie televisiva e dal primo film "The End of Evangelion" che risalta maggiormente la maturazione umana di Anno.
In passato, tutta l'opera era come basata su di un cinismo di fondo, su una radicata coscienza che gli essere umani sono condannati alla sofferenza e che il contatto umano, unico balsamo, è anch'esso portatore di un innato e inevitabile dolore. Da qui la metafora del Progetto del Perfezionamento dell'Uomo, della creazione di un solo essere privo delle barriere del corpo e dello spirito, risultato incontrovertibile per giungere ad una vera comprensione tra uomini. E del quale il perdono e l'accettazione sono le uniche alternative, pur nella loro fallacia.
Nel mondo del "Rebuild", d'altro canto, Shinji in primis sembra cosciente della possibilità di evitare il dolore aprendosi alle persone già nei primi capitoli, nei quali risulta più "attivo". Allo stesso modo Asuka, non combattendo la sua attrazione verso il collega/coinquilino, sembra consapevole della necessità dell'accettazione altrui. Tant'è che il finale di "Thrice Upon a Time" rappresenta una semplice battaglia tra la disperazione ed una speranza già fatta propria, non la comprensione dell'esistenza di tale speranza (che avveniva, di fatto, in "The End"); con la conseguenza che anche i toni sono meno cupi, meno opprimenti.


Il "Rebuild" finisce così per essere una continuazione più positiva delle tematiche originale e in tale evoluzione tematica, oltre che nelle spettacolari immagini, finisce per trovare una completa giustificazione e ad imporsi come un'operazione riuscita e ai limiti del necessario.

mercoledì 12 aprile 2017

Godzilla Resurgence

Shin Gojira

di Hideaki Anno, Shinji Higuchi.

con: Hiroki Hasegawa, Yutaka Takenouchi, Satomi Ishihara, Ren Osugi, Akira Emoto, Jun Kunimura, Pierre Taki, Kengo Kora, Mikako Ichikawa.

Catastrofico

Giappone 2016













Quando Hollywood tenta di assimilare un brand straniero, è normale per una casa di produzione andare nel panico; ed è così che deve essere avvenuta la genesi produttiva di "Shin Gojira", 32mo film con protagonista l'immortale sauro figlio dell'atomo nipponico. Non è infatti un mistero il successo globale che il "Godzilla" di Gareth Edwards ha riscosso tre anni fa, riuscendo in un'impresa che un ventennio prima era fallita: creare un disaster movie americano con al centro Godzilla che convincesse sia lo spettatore casuale che i fans. E pur con i suoi difetti, quello strambo esempio di kolossal distruttivo c'è riuscito. Alla Toho devono aver tremato pensando alle future sorti del Re dei Kaiju.
Ecco dunque entrare in cantiere in gran segreto un nuovo progetto, del tutto autoprodotto e ben più ambizioso dei pur costosi ultimi exploit "Godzilla: Final Wars" (2004) e "Godzilla- S.O.S. Tokyo" (2003). Un progetto che sia in grado di ridare linfa vitale al franchise e riportarlo in patria. E l'ambizione non manca di certo a "Shin Gojira" sin dal titolo, dal plurivalente significato che va da "Nuovo Godzilla" a "Godzilla Divino"; esagerazione? Forse, ma bisogna tenere a mente, oltre alle priorità produttive, anche la paternità artistica del film.





In cabina di regia troviamo un duo quasi inedito: da un lato Shinji Higuchi, già regista dell'anime e dell'adattamento dal vivo de "L'Attacco dei Giganti" e sopratutto addetto agli effetti speciali dei film di Gamera negli anni '90, che ha persino esordito nel campo niente meno che in un altro revival del brand: "Il Ritorno di Godzilla" nel 1985; una personalità che sia su carta che dal vivo sa come far muovere kaiju su schermo e che per la prima volta si trova al comando di un film sul Re dei Mostri; dall'altro lato un esordiente nel campo del live-action, ossia quel Hideaki Anno storico ideatore di "Neon Genesis Evangelion", nonché kohài di Hayao Miazaki e collaboratore di lunga data dello stesso Higuchi. In pratica, due personalità forti e dotate chiamate per un lavoro ai limiti del disperato: obliare dalla memoria collettiva il successo del film di Edwards.
Missione riuscita: il successo stratosferico in patria ha ripagato totalmente i grossi valori produttivi, riportando saldamente la visione del brand nelle mani di chi la deteneva. E a conti fatti, "Shin Gojira" è anche un film di molto superiore al malriuscito exploit che ha eclissato.




Il paragone con il lavoro di Edwards è illuminate; nel film americano, al centro della scena ci sono personaggi stereotipati: lo scienziato finto-pazzo, il saggio che la sa lunga, il generale di ferro e sopratutto il soldato irreprensibile ed indistruttibile affiancato ad una eterna fidanzata. In "Shin Gojira", come nella tradizione più seria del filone, il punto di vista umano è quello di persone comuni: scienziati e sopratutto politici alle prese con qualcosa al di fuori dell'ordinario. Sempre nel film di Ewards, Godzilla aveva una valenza ambigua e al contempo netta: era un mostro la cui distruzione serviva a riequilibrare le sorti della natura; qui invece, Godzilla incarna un ruolo del tutto neutrale: è egli stesso la natura, che l'inquinamento pluritrentennale della baia di Tokyo ha trasformato in un gigantesco reattore nucleare semovente. Un essere che causa distruzione solo per perorare il suo ciclo vitale; tant'è che nel primo atto, appare in forma quasi pupale, per poi evolversi nella sua nuova e definitiva veste.
Un design, il suo, meno aggressivo del solito, ma più imponente, che lo rende un colosso non solo inarrestabile, ma anche imperscrutabile, quasi un'ammasso di scaglie che sputa fuoco. Non per nulla, viene accostato ad una divinità folle, valenza azzeccata data la sua totale estraneità ad ogni contesto. La valenza simbolica è però più vicino al dramma reale, quello del disastro di Fukushima; non per nulla, nel film la distruzione comincia a realizzarsi un pò alla volta, causata da un essere che è appunto un gigantesco reattore a fissione.




Ancora più colossale del kaiju è la macchina burocratica che si mette in moto per contrastarlo. Anno e Higuchi costruiscono l'intera vicenda dal punto di vista dei politici e dei burocrati chiamati in causa; il punto di vista viene frammentato tra le decine di personaggi che ricoprono i ruoli di comando e sottoposti, mantenendo l'attenzione sopratutto sul primo ministro (Ren Osugi), su di un giovane membro del ministero degli interni (Rando Yaguchi) ed una giovanissima agente di collegamento con il governo americano ((Satomi Ishihara). La macchina burocratica, con le interminabili riunioni, i confronti con gli spiazzati biologi, le corse nei corridoi, i cambi di comando e gli infiniti iter decisionali, è il vero cuore del film.
Il meccanismo decisionale, con le sue arzigogolate linee amministrative, non viene messo alla berlina, quanto denudato da ogni forma di giudizio e mostrato per quello che è: uno juggerrnaut di volti e voci che si sovrappongono ogni qual volta ci sia da eseguire anche la più semplice delle azioni. Non c'è condanna, quanto la presa di coscienza di un suo funzionamento che deve essere necessariamente preciso al millimetro. Se Godzilla è un reattore nucleare i cui isotopi sono pronti ad eruttare, la burocrazia è invece un alveare di api la cui coordinazione è essenziale; laddove Godzilla rischia di esplodere, i "buoni" rischiano di collassare su sé stessi. Da qui il confronto con la linea decisionale americana, più netta e diretta, dove le decisioni vengono prese all'istante da pochi uomini e sono, al solito, annichilenti.




Anno, dal canto suo, dona alla narrazione un tono frenetico: confinato tra le stanze dei bottoni, usa un montaggio spezzato e veloce, adoperando spesso punti di vista oggettivi ed inumani, decostruendo le scene con un montaggio spezzato per renderle più veloci e meno ovvie; tant'è che pur essendo composte per il 90% di puro dialogo, non annoiano mai. Il suo stile è del tutto simile a quanto visto nelle sequenze dialogiche di "Neon Genesis Evangelion": le reazioni dei "controllori", il modo in cui vengono inquadrate e persino il commento musicale ricalcano quelle dell'anime, tanto da sembrare una trasposizione live-action.




Mentre la parte più spettacolare, affidata alla regia di Higuchi, vive anch'essa della scomposizione del punto di vista: si passa da quello, sporadico, della gente comune, a quello dell'esercito. In entrambi i casi il risultato è spettacolare: il caos del nuovo Godzilla prende quasi la forma di un servizio televisivo per la composizione delle immagini, risultando realistico e spettacolare.
Toho può quindi restare tranquilla: pur con un seguito del film dle 2014 attualmente in produzione, la paternità americana del loro Godzilla è stata smentita. Questo reboot riesce in pieno a ridare lustro al Re dei Mostri e si impone come una delle sue incarnazioni più curiose e riuscite, merito sopratutto di Anno, che è riuscito ad imprimere il suo stile secco e al contempo visionario al franchise.

giovedì 26 settembre 2013

Evangelion 3.0- You Can (Not) Redo

 Evangerion Shin Gekijoban: Kyu

di Hideaki Anno

Animazione/Fantascienza/Apocalittico

Giappone (2012)



















---SPOILERS INSIDE---



"Neon Genesis Evangelion", ossia: la serie anime più influente degli ultimi 20 anni; fin dalla sua prima apparizione, nel 1995, la serie tv sconvolse gli spettatori giapponesi proponendo un inedito mix di tradizione ed innovazione; il suo autore, Hideaki Anno, co-scenneggiatore e regista principale, si ispira, per sua stessa ammissione, a due capolavori di Yoshiuki Tomino, anch'essi fortemente innovativi nell'ambito del genere robotico: "Space Runaways Ideon" (1981) e "Z Gundam" (1985); sulla scorta del solco tracciato da Tomino, Anno e soci imbastiscono una storia che si rifà totalmente alla tradizione del super-robot: 15 anni dopo una catastrofe, denominata "Second Impact" e che ha cambiato per sempre la morfologia del pianeta, la Terra viene minacciata da delle gigantesche creature dette Angeli, che attaccano senza apparente ragione la città di Neo.Tokyo 3; per fronteggiarle, la società para-governativa Nerv crea una macchina umanoide da combattimento, l'Evangelion, alla guida del quale viene messo il figlio del presidente Gendo Ikari, il quattordicenne Shinji, affetto da un forte disturbo della personalità; l'intera serie si focalizza non tanto sugli scontri tra robot e mostri, quanto sui misteri che circondano la Nerv e il suo passato, e sopratutto sulla psicologia dei singoli personaggi: dal giovane Shinji, perno principale dell'intera narrazione e figura ideale di adolescente alle prese con un mondo ostile che non comprende, a Misato Katsuragi, capo operativo della Nerv, surrogato di figura materna alle prese con una vita priva di affetti, passando per i piloti Asuka, giovane ragazza preda delle sue stesse manie egocentristiche, alla misteriosa Rei Ayanami; l'innovazione rispetto al passato sta nella forte componente introspettiva, esplicitata da una regia e da una sceneggiatura che fanno dell'ermetismo una vera e propria componente stilistica: non solo i risvolti delle psicologie sono talvolta più suggeriti che mostrati, ma l'intero antefatto alla storia non viene mai esplicitato, lasciando che sia lo spettatore ad evincerlo dalle immagini e dagli scarni dialoghi; retroscena basato su visioni bibliche, punizioni divine e catarsi apocalittiche che, assieme ad una narrazione cruda e talvolta cinica, completa il quadro di un anime unico, coinvolgente e sconvolgente.








L'innovazione stilistica e la distruzione di parte della tradizione inizialmente non pagarono: a causa dei bassi indici d'ascolto la serie viene cancellata dopo soli 26 episodi, costringendo gli autori a concludere la narrazione in fretta e furia con due episodi conclusivi che, mettendo da parte l'intreccio cospirazionistico ed apocalittico, si concentrano esclusivamente sulla psicologia di Shinji; finale "improvvisato" e costruito con un budget striminzito ed animazioni riciclate, ma che paradossalmente funziona e conclude degnamente l'analisi psicologica di un personaggio complesso, nonchè parte della narrazione di una serie, è il caso di dirlo, "bigger than Tv"; tuttavia, come già successo alla creatura prediletta di Tomino, quel "Mobile Suit Gundam" che nel 1979 per primo svecchiò i canoni dell'anime robotico nonostante la fredda accoglienza, anche Evnagelion viene riscoperto grazie alle repliche notturne sui canali giapponesi e, sopratutto, a seguito della sua circolazione all'estero, dove (Italia compresa) viene subito accolto come un capolavoro dell'animazione orientale e non solo; successo tardivo che permette ad Anno e soci di creare un finale adatto all'opera: nel 1997 viene realizzato il lungometraggio "The End of Evangelion", che si riconnette all'episodio 24 (ignorando i successivi) e crea un nuovo finale, visionario, crudo ed apocalittico, in cui la narrazione giunge ad un termine definitivo.








Termine che però impedisce agli sceneggiatori di spiegare (o quantomeno far intendere) molti degli elementi narrativi più importanti della serie: chi sono davvero gli Angeli? Qual'è il loro vero scopo? Chi ha creato la fantomatica "Lancia di Longinus" e a cosa serve davvero? Misteri privi di risposta, a causa della soppressione della serie, media ideale per un racconto così complesso e sfaccettato.
Tuttavia, circa dieci anni dopo l'uscita di "The End", Anno decide di rimettere mano alla sua creatura più famosa; tramite il neonato studio Khara, l'autore inaugura "Rebuild of Evangelion", una serie di quattro film che reinventano la saga apocalittico/robotica; il primo film, "You Are (Not) Alone" (2007) mette in chiaro le intenzioni dell'autore: rinarrare da capo sotto forma di lungometraggio cinematografico la storia dell'anime, fin dalle primissime sequenze del primo episodio; tuttavia, proprio dai primi fotogrammi di YANA, ci si accorge di come il "Rebuild" non sia una semplice opera di remake, ma un vero e proprio seguito dell'apocalittico finale di "The End"; rifancendosi alla teoria dell'Eterno Ritorno, già riportata in auge con successo in quegli anni dal serial tv americano "Battlestar Galactica", Anno immagina come, a seguito della distruzione totale della vita sulla Terra, il mondo sia ricominciato da capo: gli stessi personaggi ripercorrono gli stessi eventi, con variazioni minime ma significative; variazioni che aumento esponenzialmente nel secondo film, "You Can (Not) Advance", fino ad un epilogo nuovamente apocalittico, che anticipa il Third Impact dalla fine degli eventi alla metà esatta degli stessi; su questa nuova linea temporale, del tutto inedita rispetto al passato, si pone "You Can (Not) Redo", terzo capitolo della tetralogia.








Come nei due film precedenti, la componente grafica è a dir poco sbalorditiva: animazioni 2d di una fluidità sconvolgente si fondono perfettamente con mech e sfondi animati in 3d cel-shading; l'uso accorto dei colori e degli effetti di luce crea una visione mozzafiato, che nelle moviementate sequenze d'azione (su tutte lo splendido ed adrenalinico prologo) divengono un vero e proprio saggio di estetica filmica, perfettamente valorizzata dalla visione su grande schermo; non da meno il comparto audio, con effetti sonori realistici ed un commento musicale altisonante, che mischia sonorità rock a musica classica, creando un effetto elegante ed ammaliante; a convincere è anche la regia di Anno: perfettamente sospesa tra rigore e spettacolo, si compone di moviemnti di macchina fluidi ed eleganti nelle sequenze d'azione e inquadrature fisse in quelle di dialogo, caratterizzate da una ricerca estetica quasi maniacale nella composizione del quadro; ma Evangelion non è solo stile: è sopratutto contenuto, introspezione e narrazione cruda e mozzafiato; sfortunatamente, è proprio da questo punto di vista che "You Can (Not) Redo" mostra dei limiti a tratti imbarazzanti.








Come nella serie televisiva, il punto di vista adottato è quasi esclusivamente quello di Shinji; il film si apre con un gap di 14 anni rispetto a "You Can (Not) Advance": Shinji ha dormito all'interno dell'Eva per tutto questo tempo e non è invecchiato a causa di un effetto definito "maledizione degli Eva"; tuttavia, nulla viene detto sul perchè anche gli altri personaggi non siano invecchiati; lo straniamento del protagonista, che ora ha a che fare con una realtà post-apocalittica di cui egli stesso è responsabile, è ben congegnata proprio grazie al mistero che ruota attorno al gap temporale; tuttavia, man mano che la narrazione procede ci si accorge come l'ermetismo di fondo copra in realtà la più totale mancanza di idee; il nuovo mondo, le connessioni con "The End" e l'effettiva volontà che spinge i spinge i singoli personaggi sono tutti argomenti che non vengono nemmeno accennati; come nella serie, si predilige enfatizzare la psicologia del protagonista, che tuttavia qui risulta basica e sciapita: Shinji soffre per l'errore commesso in passato (l'innesco dell'Apocalisse), ma questa sua colpa viene elaborata solo mediante qualche blanda linea di dialogo; il grosso della narrazione si fonda sul suo straniamento, ben congegnato, ma che alla lunga porta alla noia; persino il rapporto con Kaworu, l'angelo caduto, viene semplificato fino al ridicolo: i due si frequentano come amici, ma l'attrazione di Shinji verso il compagno viene resa troppo esplicita, facendo scadere il tutto nel ridicolo involontario; con il procedere dello scarno minutaggio, ci si accorge come gli eventi narrati siano tutto sommato pochi e lineari: Shinji è invischiato in un piano più grande di lui, ma nonostante le spiegazioni talvolta esplicite si fatica a comprendere quale sia il nesso tra il piano di suo padre, i piani della Seele, gli obiettivi della neonata Wille e sopratutto come tutto ciò si riconnette con l'apocalisse mostrata nel precedente "The End", di cui questo terzo film rappresenta una sorta di riscrittura.








Nonostante l'ambientazione spoglia e spartana, l'atmosfera non è mai davvero cupa o opprimente; il mondo post-apocalittico in cui Shinji si muove non fa davvero paura, ma si limita a straniare lo spettatore così come il suo protagonista; straniamento dovuto non solo all'incapacità di comprendere, o anche solo percepire, storia, antefatto e psicologie effettive dei personaggi (su tutti Gendo Ikari, davvero ridotto alla caricatura di sè stesso), ma sopratutto alla totale vacuità con cui il film si presenta: non c'è mai la volontà di stupire, di coinvolgere o di scioccare lo spettatore, cosa che invece avveniva con successo in tutte le altre pellicole; la "nuova piega" intrapresa dalla narrazione risulta essere così solo un presto per intessere una storiucola spettacolare e fine a sé stessa; nulla di quanto visto nel precedente YC(N)A torna utile ai fini della comprensione: non l'intervento del Mark VI, non il mistero dietro la vera identità di Kaworu e nemmeno il risveglio dell'Eva; "You Can (Not) Redo"si pone semmai come una sorta di "punto e a capo", la prima parte di un epilogo che si sostanzierà nell'ultimo film della saga, ma che preso in sè non dà nulla allo spettatore, non un'emozione, non una storia degna di questo nome e nemmeno personaggi sfaccettati o carismatici, solo una serie infinita di situazioni insulse e combattimenti spettacolari, ma inerti.