martedì 19 marzo 2013

Superman- Il Film

Superman- The Motion Picture

di Richard Donner

con: Christopher Reeve, Marlon Brando, Gene Hackman, Margot Kidder, Glenn Ford, Jackie Cooper, Ned Beatty, Susannah York, Terence Stamp.

Fantastico/Supereroistico

Usa, Inghilterra, Svizzera (1978)














Quando, nel 1938, Jerry Siegel e Joe Shuster, ancora adolescenti, creano il personaggio di Superman, il mondo conosceva bel altri tipi di superuomini; il Terzo Reich e la follia della supremazia ariana avevano inquinato l'idea superomistica di Nietzsche per dar vita ad orrori impossibili da dimenticare; gli stessi autori avevano già creato un piccolo saggio su quella visione: nel 1933 Siegel scrive e Shuster illustra il racconto "Reign of the Superman", dove un folle telepate calvo cerca di sottomettere il mondo al suo volere. Visione di certo influenzata dagli avvenimenti storici: i due, all'epoca ragazzi, avevano entrambi origine ebraica ed erano fortemente spaventati dal feroce nazionalismo germanico che tanto sangue di lì a poco avrebbe reclamato.
Ma una volta chiamati a dar vita ad un personaggio benigno, i due decidono di rileggere la figura dell'ubermensch in chiave positiva, rifacendosi direttamente alla concezione emersoniana: il superuomo come "angelo custode", uomo che veglia sull'umanità e mette la sua superiorità fisica e mentale al servizio del bene comune. Il personaggio di Superman diviene così la perfetta incarnazione di quegli ideali di verità, giustizia e democrazia (è pur sempre figlio dei suoi tempi) ed il successo è immediato.




Nonostante l'antologico "Action Comics" si rivolgesse ad un pubblico prettamente infantile, la creatura di Siegel e Shuster riscuote incredibile successo anche presso gli adulti, tanto da divenire un'icona popolare sin dai primissimi anni '40. Al punto che la traduzione in altri media è immediata; già nel 1940 Superman è il protagonista di un serial radiofonico, importante anche perché introduce due personaggi essenziali del suo universo, ossia la bella giornalista ed interesse amoroso Lois Lane (ispirata alla Margo Lane dei fumetti di "The Shadow") ed il supercattivo Lex Luthor, arcinemico dell'Uomo del Domani che in questa prima incarnazione è uno scienziato pazzo reso calvo da un incidente che attribuisce alla sua nemesi.
Celebre è poi anche la serie di cortometraggi animati realizzati dai Fleischer Studios a partire dal 1941, le cui animazioni ricercate e fluide li rendono godibili ancor oggi; nonché il primo serial con attori in carne ed ossa, iniziato a partire dal 1951, con George Reeves nei panni dell'Uomo d'Acciaio, poi proseguito per qualche anno nel neonato mezzo televisivo; il primo episodio "Superman and the Mole-Man" presentava una storia all'avanguardia per l'epoca, dove i veri cattivi non erano gli Uomini Talpa del titolo, ma gli intolleranti abitanti di un paesino del Mid-West americano.






Ma un adattamento ad alto budget delle avventure di Superman non sarà mai prodotto negli anni di massimo successo del personaggio; la tecnica necessaria per dar vita a sequenze di volo credibili o a scontri spettacolari è ancora di là da venire ed Hollywood non basa ancora i suoi blockbuster sulle vignette pop. Bisognerà aspettare gli anni '70 per vedere concretizzarsi un progetto serio di adattamento delle avventure dell'Uomo d'Acciaio sul Grande Schermo. Ed ancora più singolare è il fatto che i fautori di tale progetto siano un gruppo di produttori europei: Alexander ed Ilya Salkind e Pierre Spengler, che fiutano la possibilità di creare un campione di incassi portando su schermo storie ricche di azione, romanticismo e spettacolarità, creando non un semplice B-Movie, ma una produzione importante, una sorta di "Via col Vento" che affonda le proprie radici nell'immaginario pop.
Il primo vero film su Superman entra così in produzione nel 1975, ossia anni prima del "Guerre Stellari" (1977) di Lucas. Il trio fa le cose in grande: ottenuta la distribuzione su scala mondiale per il tramite della Warner bros., incarica della regia Richard Donner, all'epoca fresco del successo "demoniaco" de "Il Presagio"; la prima bozza della sceneggiatura viene affidata a Mario Puzo, che scrive un'epica di circa 500 pagine sulle origini di Kal-El ed il suo scontro con alcuni rinnegati sopravvissuti all'esplosione di Krypton, da dividersi in due film che saranno girati in contemporanea. Nel cast figurano leggende di Hollywood come Glenn Ford, Gene Hackman e soprattutto Marlon Brando, che otterrà un guadagno di circa 18 milioni di dollari (poi totalmente investiti nella produzione della miniserie televisiva "Radici- Le Nuove Generazioni") per apparire in scena per soli 20 minuti nei panni di Jor-El; oltre loro, un intero cast di solidi attori come Susannah York, Terence Stamp (che nel primo film compare solo in un cameo per poi tornare nel sequel come villain principale), Ned Beatty, Jackie Cooper ed una giovane Margot Kidder.




Più difficile è il casting per Superman in persona: i Salkind pensano dapprima di affidare il ruolo ad un volto conosciuto, contattano (con il beneplacito della DC Comics) spersino Muhammed Alì, il quale però rifiuta la parte per concentrarsi sulla sua carriera sportiva; altri attori in lizza sono Robert Redford, Paul Newman e persino Clint Eastwood; finché la produzione non opta per una decisione, all'epoca, decisamente spiazzante: affidare il ruolo da protagonista ad uno sconosciuto, in modo tale che il pubblico lo possa identificarlo totalmente con il personaggio. E la scelta ricadde su di un allora ventiquattrenne Christopher Reeve, il quale costruisce i personaggio con metodo teatrale ed una immedesimazione tale che gli fu impossibile scrollarselo di dosso negli anni a venire.
Reeve è stato, nel bene e nel male, il volto di Superman per antonomasia e la sua storia personale, tragica eppure piena di speranza, testimonia come anche nella vita fosse un superuomo, benché dotato di superpoteri diversi. Su schermo, il suo fisico statuario e lo sguardo angelico lo rendono perfetto per questa incarnazione del personaggio: un angelo custode, ironico ma forte, pronto letteralmente a farsi in quattro per il prossimo; un uomo di altri tempi, gentile ma mai rude; un "supereroe" tout court, in sostanza.




La produzione è imponente e difficile, tanto che alla fine del 1977 e dopo l'uscita dell'exploit di Lucas, i tre produttori, rincuorati dal successo di questa pellicola che dimostrava come la cultura pop potesse generare incassi stratosferici, decidono di mettere in pausa le riprese per ultimare il primo film. Uscito nel dicembre del 1978 in America e nei primi mesi dei '79 in Europa, "Superman- Il Film" si rivela come il principale campione di incassi dell'anno: solo in America incassò ben 134 milioni dell'epoca a fronte di un budget di 55.
Lo sforzo produttivo è tutt'oggi incredibile: molti degli effetti speciali ottici e di compositing furono creati appositamente per dar vita alle sequenze di volo e di distruzione; alcune soluzioni sono certamente invecchiate male, ma molti effetti sono ancora spettacolari e, in generale, il film è ancora godibile sia per la spettacolarità che per lo stile.






Piuttosto che rifarsi alle storie a fumetti, Donner e soci reinventano Superman restando fedeli ai canoni più essenziali del personaggio e, al contempo, ne rinvigoriscono la mitologia. Kal-El è sempre l'Ultimo Figlio di Krypton, cresciuto nel Kansas da due amorevoli genitori terrestri e tutore della pace e dell'ordine a Metropolis, in lotta contro il cattivo Lex Luthor; è la visione di insieme a farsi più spettacolare: Krypton è un pianeta alieno fatto di cristallo, con una tecnologia quasi magica, dove la famosa "S" è il simbolo della casata di El (stilema poi adottato anche nei fumetti, dove rappresenta l'ideogramma della speranza), mentre Lex Luthor è ora un semplice "genio criminale", non più uno scienziato folle (caratterizzazione anch'essa poi tradotta su carta, dove a partire da "L'Uomo d'Acciaio" di John Byrne, del 1986, diviene un miliardario ossessionato dalla volontà di distruggere Superman).





Sul piano stilistico, Donner divide il film in tre parti distinte per toni e tonalità; quello di Krypton è quasi un dramma epico, nel quale la distruzione finale è lenta ed inesorabile; nel Kansas le inquadrature si fanno ampie, magistralmente sottolineate dallo score di un John Williams mai così ispirato, per incorniciare i personaggi in ambienti infiniti; mentre Metropolis, ricostruita in parte in location newyorkesi, prende vita in inquadrature più secche, dove la ricerca di una verosimiglianza effettiva rende le immagini in parte simili a quelle di un poliziesco dell'epoca, ma con due sostanziali differenze: la fotografia è volutamente patinata, a sottolineare l'immaginificità della storia e le azioni supereroistiche del protagonista sono sempre fantastiche, mai confinate nei limiti del realismo; le immagini dei voli acquisiscono di conseguenza una spettacolarità ancora maggiore ed irresistibile. A fare da chiusa, una spruzzata di sano romanticismo, con la love-story tra Supes e l'eterna fidanzata Lois che funziona davvero, anche grazie all'alchimia perfetta tra Reeve e la Kidder.





Se sul piano prettamente spettacolare, "Superman- Il Film" funzionava all'epoca e funziona tutt'ora, decisamente meno riuscito è sul piano della storia. Tralasciando l'inutile sottolineatura riguardo alla piattezza del protagonista, d'obbligo vista la sua caratterizzazione di eroe senza macchia e senza paura, non si può invece che stupirsi dinanzi alla blandezza del villain; nonostante la simpatia di Hackman, il suo Luthor è una macchietta comica che non riesce davvero mai ad incutere vero timore e neanche a rappresentare un pericolo concreto, nonostante la "genialità" del suo piano.
Ancora peggio, è la catarsi del film; o meglio la "non-catarsi", dove l'eroe è chiamato a confrontarsi con la decisione di infrangere il giuramento di non interferire con la storia umana, dalla quale però non consegue praticamente nulla.
Il limite è chiaro: agli autori interessava creare una pellicola spettacolare, non un film di caratteri e personaggi; ingenuità che gli impedisce di essere un racconto riuscito, anche se non un blockbuster davvero memorabile.





Il che è un vero peccato, perché al di là della pochezza di scrittura, questo primo vero comic-movie moderno resta tra le operazioni più riuscite del filone. L'approccio produttivo ambizioso risulta vincente, prova di come spesso l'ambizione porti risultati migliori della reverenza religiosa verso le fonti ispirazione.



EXTRA

"Superman" è un film "maledetto"? A giudicare dalla scia di tragedie e fatalità che hanno colpito gli attori, si direbbe di si. Ma il film di Donner non è l'unico colpito da questa strana maledizione; un vecchio documentario ne esplora i particolari:



La Zona Morta

The Dead Zone

di David Cronenberg.

con: Christopher Walken, Brooke Adams, Martin Sheen, Herbert Lom, Tom Skerrit, Anthony Zerbe, Nicholas Campbell, Colleen Dewhurst.

Thriller/Drammatico

Usa (1983)















All'inizio degli '80, Cronenberg vanta al suo attivo una serie di film di successo e il riconoscimento della critica, oltre che dei patiti del cinema horror. Il passo successivo è l'arrivo a Hollywood e la collaborazione con qualche grosso produttore che permetta di fare il "salto di qualità" alla sua carriera.
Occasione che si concretizza grazie a Dino De Laurentiis: sull'onda del successo di "Carrie" e "Le Notti di Salem", il grande produttore italiano, ormai stabilitosi in Usa, cerca di mungere la vacca delle opere di Stephen King e mette in cantiere un adattamento del suo romanzo del 1979 "La Zona Morta". Ottenuto uno script da parte di Jeffrey Boam (all'epoca reduce dal piccolo cult "Vigilato Speciale" e che poi si specializzerà in sequel di lusso come "Indiana Jones e l'Ultima Crociata" e "Arma Letale 3"), De Laurentiis cerca in primis di coinvolgere Andrzej Zulawski, ma i negoziati non vanno a buon fine. Ottenuta la collaborazione di Cronenberg, la pellicola entra ufficialmente in produzione sotto la supervisione di Debra Hill, a sua volta reduce da "1997: Fuga da New York". Cronenberg, dal canto suo, riesce a portare sul set Mark Irwin nelle vesti di direttore della fotografia, ma deve rinunciare alla collaborazione di Howard Shore per le musiche, sostituito comunque da un ispirato Michael Kamen.
Il risultato è un thriller dalle tinte soprannaturali coinvolgente, dove il grande artista canadese decide di concentrarsi sul protagonista e la sua umanità piuttosto che sui risvolti orrorifici della vicenda, confezionando uno dei suoi film più toccanti. 



Johnny Smith (Walken) è un insegnate di lettere il quale, alla vigilia del suo matrimonio con la bella Sarah (Brooke Adams), resta coinvolto in un rovinoso incidente stradale. Risvegliatosi dopo cinque anni di coma, deve affrontare una realtà diversa e ostile e, soprattutto, fare i conti con un lascito inatteso: l'incidente gli ha in qualche modo concesso la capacità di prevedere il futuro delle persone che tocca.



La mutazione, questa volta, non è in atto del tutto. Johnny soffre di emicranie già prima dell'incidente e, dopo di questo, le fitte si trasformano in visioni. Il coma e prima ancora lo shock sono la causa scatenante dell'evoluzione mentale, che lo trasforma in una sorta di scanner particolare. Laddove i personaggi del film dell'81 potevano entrare nella mente altrui, Johnny riesce a fare qualcosa di più, ad inserirsi nel loro destino, a prefigurarne gli eventi e ad alterarli; la cosiddetta "zona morta" del titolo è quel tassello mancante dato dall'incognita, dalla capacità di trasformare la visione di un futuro certo in una pura eventualità (nel romanzo, invece, il titolo si riferiva alla parte non usata del cervello, quel 90% dell'organo che secondo la leggenda metropolitana se attivato garantisce abilità sovraumane). A differenza degli scanner, Johnny deve però toccare il prossimo, stabilire un contatto fisico attraverso il quale quello psichico possa realizzarsi.




E' lo stesso Johnny a citare due dei modelli di ispirazione del suo personaggio, ossia Edgar Allan Poe, in particolar modo il suo alter ego nel poema "Il Corvo", nonché l'Ichabod Crane di Washington Irving. Tutti e tre sono piccoli uomini comuni, letterati e insegnanti (come lo stesso Stephen King) che si ritrovano loro malgrado a confrontarsi con l'ignoto, risucchiati di punto in bianco nel paranormale. Ma a differenza dei modelli, entrambi vittime di forze loro più grandi, Johnny ha una forma di controllo e sceglie volontariamente il suo destino. Da cui la duplice valenza dei suoi poteri, catalogabili sia come benedizione che maledizione: è sua madre a definire la preveggenza come dono divino, ma è un'altra madre, quella del serial killer che aiuta a catturare, ad apostrofarlo come entità demoniaca.




La fluidità tra bene e male trova una risoluzione solo nel finale, mentre tutto il film viene lasciata in essere. D'altronde, proprio come gli scanner, anche Johnny soffre fisicamente ogni qual volta usa il suo potere, guadagna la possibilità di cambiare le sorti della gente perdendo una parte di sé stesso, dovendo scegliere, alla fine, il minore tra i due mali. La scelta di Christopher Walker, in tal caso, è azzeccatissima e il grande attore riesce a dare perfettamente volto e corpo ad un uomo sofferente, dilaniato dai sensi di colpa oltre che dal dolore fisico.




E' proprio sul dolore e sul rimpianto che Cronenberg decide di soffermarsi. Così come farà ne "La Mosca", anche qui decide di enfatizzare il lato umano della vicenda, di dare spazio al modo in cui il protagonista reagisce al dramma piuttosto che al dramma in sé stesso. Quella de "La Zona Morta" è anche una love-story spezzata dagli eventi, che si riverbera nell'impossibilità per il suo protagonista di vivere una vita normale, o quanto meno normale dei limiti di quanto gli sia possibile. Da cui la sua volontà reclusiva, la sua impossibilità di relazionarsi con coloro ai quali serve aiuto e la decisione finale di mettere in gioco la propria vita a fin di bene.




Cronenberg questa volta non usa effetti speciali, né come abbellimenti tecnici, tantomeno a fini narrativi. Con la conseguenza che "La Zona Morta" è anche uno dei suoi film più rigorosi, stretto nelle maglie di una messa in scena dalla perfetta e calzante semplicità.
In tal modo, la vicenda riesce a trasparire perfettamente dal racconto e a farsi comunque potente e intrigante, coinvolgendo fin nel profondo.

lunedì 18 marzo 2013

Tre Passi nel Delirio

Histories Extraordinaires

di Roger Vadim, Louis Malle, Federico Fellini.

con: Jane Fonda, Peter Fonda, Alain Delon, Salvo Randone, Brigitte Bardot, Terence Stamp.

Episodi/Horror/Gotico

Italia/Francia (1968)











Negli anni '60, il film ad episodi rappresentava un filone di grandissimo successo nel cinema europeo: tre o più registi si cimentavano, sulla base di un argomento comune o, talvolta, direttamente "a contenuto libero", con il cortometraggio per creare una serie di episodi da incastonare in un unica pellicola; basta pensare a film come "Ro.Go.Pa.G.", "Capriccio all'Italiana" o "Le Streghe" per comprendere come il cortometraggio possa avere una forza espressiva e narrativa pari (se non talvolta addirittura superiore) a quella del lungometraggio (e di fatto Pier Paolo Pasolini, nei primi due film citati, ha diretto due opere imprescindibili della sua filmografia: "La Ricotta" e "Che Cosa sono le Nuvole?"); pratica, quella dell'eipisodico, che nel corso del tempo è purtroppo caduta in disuso: la differenza stilistica degli autori portava spesso a risultati fortemente stridenti, dove a corti eccellenti se ne affiancavano altri genuinamente mediocri, tant'è che il filone è stato ripreso molti anni dopo solo dal cinema horror americano (basti pensare a "Creepshow", del duo George A.Romero/Stephen King del 1982 o alla recente antologia V/H/S del 2012) o in quello orientale ("Three... Extremes") con risultati altalenanti.


"Tre Passi nel Delirio" può essere visto come il perfetto esempio del cinema ad episodi, foriero com'è di tutti i suoi pregi e difetti; tre grandi registi, Roger Vadim (autore di "Relazioni Pericolose" e del cult osè "Barbarella"), Luois Malle (regista dell'imprescendibile "Ascensore per il Patibolo") e Federico Fellini (servono presentazioni?) si cimentano con l'adattamento di tre racconti di Edgar Allan Poe, il cui orrore macabro e gotico all'epoca rappresentava ancora il sostrato fondamentale per ogni storia di brividi; nascono così tre episodi differenti per stile e contenuti, che formano un trittico non del tutto riuscito.

METZENGERSTEIN


Primo segmento, diretto da Vadim; la protagonista è la giovane contessa Frederique de Metzengerstein (Jane Fonda, bella più che mai), grossa proprietaria terriera che passa le sue giornate alternando orge promiscue, sadomaso e relazioni saffiche a lunghe cavalcate nei boschi; durante una di queste conosce un suo cugino, il bello e tenebroso Wilhelm Berlifitzing (Peter Fonda, nella realtà fratello di Jane), del quale si innamora perdutamente: sarà l'inizio della sua rovina.
Inutile negarlo: questo primo episodio è genuinamente brutto; Vadim costruisce l'intera narrazione basandosi quasi esclusivamente sul montaggio delle immagini, ma così facendo vanifica ogni enfasi e, pertanto, ogni forma di tensione; non aiuta di certo la trama, una storiella foriera di tutti i luoghi comuni dell'horror gotico, che non stupisce nè appassiona, riuscendo ad annoiare fin dai primissimi minuti; unico lato positivo: Jane Fonda; la bella attrice americana all'epoca era ancora una sex symbol e si concede in abitini striminziti che mettono in risalto le sue grazie; i fans apprezzeranno, ma per tutti gli altri vi sarà solo noia.

WILLIAM WILSON



Secondo episodio, diretto dal grande Loius Malle, questo "William Wilson" è la storia di un giovane ufficiale asburgico (Alain Delon, nelle inediti vesti di cattivo) sadico e beffardo, che viene perseguitato da un suo misterioso gemello che ne sabota le cattive azioni, umiliandolo di fronte al suo pubblico; il tema del doppio viene qui declinato nella classica dicotomia bene/male; nulla di nuovo, quindi, anche per quel che riguarda la poetica di Poe, dove in racconti quali "Il Gatto Nero" si assisteva alla distruzione di un tale minicheismo; Malle, tuttavia, riesce a trasformare un racconto non esaltate in un film godibile: inizia la narrazione in medias res per incuriosire il pubblico, non eccede in brividi, ma lascia tutta l'enfasi sulla caratterizzazione del giovane protagonista; al resto pensano gli attori: un Delon convincente e mefistofelico e una Brigitte Bardot bruna e bellissima; "William Wilson" risolleva le sorti del film, quindi, pur non essendo nulla di memorabile.

TOBY DAMMIT



Di tutt'altra pasta il terzo episodio, diretto dal grande Maestro riminese; "Toby Dammit" è la storia di un attore inglese (il mitico Terence Stamp) in trasferta capitolina, chiamato a girare uno spaghetti western dietro il compenso di una Ferrari ultimo modello; Fellini crea un'opera di grandissimo fascino: la sua visionarità sfrenata mette in scena le allucinazioni e le perversioni del protagonista, un attoruncolo sfatto e perennemente ubriaco; le visioni oniriche e deliranti copliscono per la messa in scena fastosa, barocca e genuinamente ammaliante: il delirio di Dammit diviene, nelle mani dell'autore, un girone infernale popolato da freaks unti, attrici formose e volgari, festival in pozze di fango e telecamere-fucili; la discesa agli inferi del protagonista è segnata fin dal titolo, quel Dammit che sembra stare per "damn it", dannato appunto, e viene costruita non come una narrazione lineare, ma episodica (quella propria di tutto il cinema di Fellini), per dare risalto allo straniamento del personaggio; in neanche un'ora di film, il grande regista crea alcune delle visioni più significative del suo cinema e tre icone: il protagonista, poi prototipo per tutti i divi strafatti apparsi sul grande schermo come stereotipo della decadenza moderna, la figura salvifica della donna ingioiellata, felice ribaltamento della modestia della salvazione, e sopratutto la bambina bionda vestita di bianco, incarnazione del diavolo e della dannazione, ripresa infinite volte da decine di altri film horror e citata persino da Tim Burton in "Frankeweenie"; da antologia anche il finale, dove con uno splendido anticlimax Fellini riesce davvero ad inquietare.

"Tre Passi nel Delirio" è quindi una pellicola non del tutto riuscita, ma affascinante, che, come detto, fa da perfetto esempio di un modo di fare cinema che, purtroppo, oggi è perssocchè scomparso.

sabato 16 marzo 2013

Biancaneve nella Foresta Nera

Snow White: a tale of terror

di Michael Cohn

con: Monica Keena, Sigourney Weaver, Sam Neill, David Conrad.

Fantastico/Horror

Usa (1997)















Si sa che le fiabe classiche hanno un sostrato orrorifico neanche troppo velato; nonostante l'operazione di edulcorazione attuata prima da fratelli Grimm e poi da decenni di film Disney, la base cupa e sensuale di fiabe quali Biancaneve o Cappuccetto Rosso è avvertibile perfino dallo spettatore meno smaliziato; nel corso degli anni non sono mancate riletture horror dei classici, basti pensare al magnifico "In Compagnia dei Lupi" di Neil Jordan, che nel 1984 rileggeva la favola di Cappuccetto Rosso in chiave adolescenziale e splatter; in tempi recenti non sono mancati tentativi del genere, tutti andati a vuoto: pellicole come "Beastly" o "Cappuccetto Rosso Sangue", nate sulla falsariga del successo di "Twilight", non sono riuscite a rinverdire i fasti di un filone purtroppo poco frequentato dal cinema, rivelandosi come filmetti genuinamente trash.
Guardandosi indietro appare strano vedere come nel 1997 un'operazione simile a quella di Jordan fosse stata tentata da Hollywood già prima che le riletture di miti e leggende generassero fanchise milionari: "Biancaneve nella Foresta Nera" è infatti il primo tentativo operato da un major (la Polygram, che all'epoca non era ancora caduta in disgrazia) di trasformare una fiaba conosciuta da milioni di persone in un horror adolescenziale vero e proprio.


 

La storia è sempre quella: Biancaneve, alias Lily Hoffman (Monica Keena, all'epoca davvero adolescente e prima di gonfiarsi il seno per "Freddy vs. Jason") è un'orfana che vive con il ricco padre (Sam Neill); la sua vita cambia all'arrivo della matrigna Claudia (una splendia Sigourney Weaver) che, invidiosa della bellezza della ragazza, cerca in tutti i modi di ucciderla.
La fiaba diviene romanzo di formazione: la protagonista, scampata alla morte, anzicchè imbattersi nei sette paffuti nani minatori, viene sequestrata da sette tagliagole sfregiati e si invaghisce di uno di loro; Lily, nelle intenzioni degli autori, dovrebbe essere l'incarnazione dell'adolescenza, sospesa tra l'amore per il genitore maschio, la rivalità edipica per la matrigna, l'attrazione per il bel principe (qui un medico a lei promesso sposo) e l'oscuro e vissuto bandito e la scoperta della parte più feroce e cupa della vita, simboleggiata dalla foresta nera in cui si perde. Peccato che non tutto funzioni: la sceneggiatura non enfatizza abbastanza tali temi, che vengono relegati talvolta a mere linee di dialogo, come quello in cui Lily scopre il perchè i 7 siano dei reietti; ogni approfondimento di temi e situazioni viene, così, categoricamente negato: chi è davvero Claudia? Da dove derivano i suoi poteri magici? Nulla viene spiegato o lasciato intuire.





Tantomeno vengono risaltati gli aspetti più genuinamente orrorifici, come la necrofilia e le morti nel castello, se non nell'ultimo atto, dove però vengono usati come mero pretesto per creare tensione; la regia, dal canto suo, non è d'aiuto: scolastica ed imprecisa, non riesce a creare tensione nè a dare risalto alla spettacolarità di scenografie e paesaggi; solo a tratti riesce a creare immagini evocative, come nella scena dell'altare nel bosco o in alcuni passaggi del finale, dove si rifà ai classici della Hammer degli anni'60; questo perchè il regista, Michael Cohn, è un semplice mestierante, che di lì a poco scomparirà dalle scene e che non ha nulla della visionarità onirica di Neil Jordan, della forza fantasmagorica di Terry Gilliam o del gusto del macabro di Tim Burton.
Questo Biancaneve è, in definitiva, un film sterile, che riesce ad intrattenere, ma non a coinvolgere; ed è un peccato: nelle mani di autori più capaci sarebbe potuto benissimo diventare una pellicola di culto.

Tabù - Gohatto

Gohatto

di Nagisa Oshima

con: Takeshi Kitano, Ryûhei Matsuda, Tadanobu Asano, Shinji Takeda, Yôichi Sai, Jiro Sakagami.

Drammatico

Giappone, Francia, Inghilterra (1999)









Nel 1999 Takeshi Kitano, ormai divenuto una star internazionale grazie ai successi come regista (aveva appena vinto il Leone d'Oro a Venezia con "Hana-Bi") obbliga il maestro Nagisa ad uscire dal ritiro che si era autoimposto per dirigere un ultimo lavoro: nasce "Tabù-Gohatto", ultima opera del grande autore e suo vero e proprio testamento filmico. Tema centrale, come al solito nella filmografia dell'autore, è lo scontro tra le pulsioni personali e l'etichetta imposta dalla società.



Nel Giappone del XIX secolo, la Shin-Sengumì è l'accademia militare più rinomata; il suo codice di condotta, il "gohatto", è ferreo e chiunque lo violi viene giustiziato mediante decapitazione; a turbare l'ordine della scuola ci pensa la giovane recluta Kano (Ryûhei Matsuda, poi protagonista dello splendido "Big Bang Love- Juvenile A" di Takashi Miike nel 2006), abilissimo spadaccino che con la sua bellezza efebica e sfacciata fa innamorare dapprima l'allievo Tashiro (Tadanobu Asano, qui al suo primo ruolo importante e che nel 2001, sempre con Miike, sara protagonista del cultissimo "Ichi the Killer") e poi il resto dei samurai; l'ufficiale Hijikata (Takeshi Kitano), unico a non restare affascinato dalla bellezza del ragazzo, cerca una soluzione.



Nagisa declina ancora il tema a lui caro dello scontro tra due forze opposte, come si diceva; da una parte il codice di condotta del gohatto che, sebbene non escluda l'omosessualità giacchè basato sugli antichi codici dei samurai, prescrive la forza e la fermezza massima per ogni allievo; dall'altra Kano, simbolo della bellezza, forza selvaggia e irrefrenabile; eppure lo scontro qui si fa più ambiguo: chi sia davvero Kano e perchè seduca gli ufficiali resta un mistero; è davvero giusto portare lo scompiglio all'interno dell'istituzione? Nagisa, oramai vecchio e saggio, non risponde al quesito e lascia la soluzione allo spettatore; Kano diviene così, al pari del Querelle di Fassbinder, un personaggio-incognita: angelo, demone tentatore, iconoclasta, distruttore, ogni interpretazione appare possibile e non esclude il suo contrario; si può, però, tollerare che lo scompiglio prenda il sopravvento sulla condotta? Nagisa non ha, neanche qui come in "Furyo" alcun dubbio: no, l'elemento di disturbo va sradicato, poichè, a prescindere dalla sua volontà effettiva, esso rappresenta il male per la società; il distacco dell'autore verso il tema resta però costante durante tutto il film e viene sottolineato, a tratti, dalle scritte che incorniciano i singoli episodi e che fanno da contrappunto ironico e sardonico alle vicende mostrate.


La maestria stilistica del grande autore giapponese qui raggiunge l'apice: i duelli nel dojo sono ripresi da lunghe sequenze in steady che incorniciano i personaggi e le loro azioni in immagini pittoriche, tanta è la raffinatezza delle inquadrature e dei movimenti; l'atmosfera del film, come in "Furyo", è rarefatta e nella parte finale si fa smaccatamente onirica, anche grazie alla splendida colonna sonora di Ryuichi Sakamoto, fino a culminare nella splendida immagine finale, perfetta chiusura del cinema di un grande autore.
"Tabù-Gohatto" è il punto d'arrivo, estetico e filosofico, di Nagisa: dopo la sua uscita, egli tornerà al suo ritiro a vita privata, dal quale non uscirà più, fino a spegnersi, purtroppo, il 15 Gennaio 2013, lasciando un vuoto incolmabile nella cinematografia nipponica e mondiale.

Freddy vs. Jason

di Ronnie Yu

con: Robert Englund, Ken Kirzinger, Monica Keena, Jason Ritter.

Commedia/Horror

Usa (2003)



















L'horror americano è un genere quantomeno curioso: nato negli anni '30, per mano della Universal con l'intento di spaventare le platee di ogni estrazione sociale con leggende e mostri di origini europee e dalla solida impostazione teatrale, si è ben presto trasformato in una fucina di veri e propri franchise amati dal pubblico di ogni età; l'incarnazione più singolare che si è avuta già in questo primo periodo è sicuramente quella del "Monster Mash": prendere le icone orrorifiche più amate (Dracula, l'uomo lupo, il mostro di Frankenstein) e farle scontrare l'uno contro l'altro in battaglie all'ultimo sangue; l'intento di spaventare lo spettatore cede così il passo alla pura spettacolarità e all'intrattenimento; appare dunque normale che tale pratica sia caduta in disuso a partire dagli anni '70 e dalla "rigenerazione" liberal che il genere ha subito a seguito del mitico "La Notte dei Morti Viventi" (1968); e di fatto le icone del nuovo horror come Leatherface, Jason, Michael Myers et similia non si sono mai scontrate sul grande schermo, ma solo nel mondo dei comics; questo finchè nel 2003, dopo dieci anni di gestazione, arriva sullo schermo questo "Freddy vs. Jason", dove i due pesi massimi dello slasher anni '80 si confrontano in un duello all'ultimo smembramento.


La trama di tutta l'operazione poggia su di una premessa alquanto originale: gli abitanti di Springwood, dopo due decenni di massacri di teen-agers, sono finalmente riusciti a sconfiggere il demone dei sogni Freddy Krueger (interpretato al solito dall'ormai mitico Robert Englund) cancellandone la memoria; il povero Freddy è così costretto a reclutare Jason (Ken Kirzinger, che qui sostituisce il veterano stunt Kane Hodder) per massacrare a suo nome gli adolescenti nella realtà fisica; ben presto il piano gli sfugge di mano e Jason comincia a massacrare vittime a suo puro piacimento.
Ammettiamolo: Freddy Krueger riusciva a spaventare davvero solo nel primo "Nightmare-Dal Profondo della Notte" (1984), dove era descritto come l'uomo nero per eccellenza, un pedofilo redivivo che uccideva le proprie vittime nei sogni; nel corso degli anni si è tramutato in un vero e proprio saltimbanco dello splatter, che deve la sua iconicità più allo humor nero con cuoi uccide che alla paura generata dalle pellicole di cui era protagonista; quanto a Jason è sempre stato poco più di un clone del Michael Myers di "Halloween- La Notte delle Streghe" (1978), da cui eredita la prestanza fisica, la mancanza di parola e l'invincibilità; riguardo lo slasher horror va detto che dopo due decadi di cloni ed epigoni di "Non Aprite Quella Porta" e "Black Christmas" e la trilogia parodistica di "Scream" il filone ha esaurito totalmente le idee. Come dare, dunque, dignità ad una pellicola che già sulla carta si presentava come una sterile operazione commerciale per i soli fans? Semplice: ironia a palate; già nello script, più volte rimaneggiato nel corso degli anni, si avverte la voglia di intrattenere facendosi beffe dei personaggi umani.


Questi, infatti, sono gli stereotipi dello slasher gonfiati a dismisura: la final girl vergine e complessata, il macho bello ed incompreso, il verginello, il buffone, ecc... tutti ruoli visti più e più volte in 7 film di "Nightmare" e in 10 di "Venerdì 13" e che qui vengono presentati per quel che sono: pura carne da macello; ogni uccisione diviene un'iperbole: il regista Ronny Yu (già autore del simpatico "La Sposa di Chucky" e che l'hanno dopo, tornato ad Hong Kong, avrebbe diretto lo splendido "Fearless" con Jet Li) ci fa capire già dalle prime scene che il suo solo intento è quello di intrattenere lo spettatore con il sangue e l'umorismo; largo allora a nasi volanti, colli arrotolati, corpi spezzati in due e vittime scaraventate contro alberi manco si fosse in un cartoon di Willy il Coyote, il tutto condito dalle battute sardoniche di un Freddy Krueger qui elevato a mattatore e dalla presenza fisica di un Jason che diviene essa stessa arma di distruzione (la morte del poliziotto è da antologia); quando i due titani si scontrano, poi, il divertimento è assicurato: i duelli sono coreografati alla perfezione, con botte da orbi ed arti staccati; da rotolarsi, in particolare, la scena del sogno in cui Freddy trasforma Jason in una pallina da flipper: gli estimatori di Carpenter e Bava rideranno due volte e di pura pancia nel vedere il gigante yankee sballotato come un pupazzetto.


"Freddy vs. Jason" è questo: una pellicola di poche pretese, che riesce ad intrattenere alla perfezione rinverdendo i fasti del Monter Mash; ed è un peccato che non abbia avuto seguiti: un "Michael Myers vs. Jason vs. Pinehead vs. Freddy vs. Chucky" sarebbe stato molto più divertente da vedere rispetto agli scialbi "Aliens vs. Predator" e all'orda di torture porn che a partire da "Hostel" (2004) ha invaso le sale.

venerdì 15 marzo 2013

Furyo

Merry Christmas Mr.Lawrence

di Nagisa Oshima

con: Tom Conti, David Bowie, Ryuichi Sakamoto, Takeshi Kitano, Jack Thompson, Alistair Browning, Johnny Okhura.

Drammatico/Guerra

Giappone, Usa (1983)














Divenuto celebre presso il pubblico internazionale, anche al di fuori del circuito dei festival, grazie all’eco suscitata da “L’Impero dei Sensi”, Nagisa Oshima incontra il mitico produttore Jeremy Thomas; nel 1983, tale incontro si rivela fecondo e gli permette di produrre un adattamento dell’amato romanzo “The Seed and the Seeder” di Sir Laurens Van Der Post, da lui scritto e diretto. Nasce così “Merry Christmas Mr. Lawrence”, suo ennesimo capolavoro, nonché cult plurigenerazionale.



Durante la II Guerra Mondiale, a Java, in un campo di prigionia giapponese, l’ufficiale Lawrence (Tom Conti) cerca di sopravvivere agli eventi insieme agli altri internati, riuscendo tuttavia a stringere un rapporto quasi amicale con l’ufficiale Hara (Takeshi Kitano, in uno dei suoi primi ruoli da protagonista). La relativa quiete viene interrotta dall’arrivo di altre due figure: il colonnello Yonoi (Ryuichi Sakamoto), nuovo comandante dal ferreo senso dell’onore e della disciplina, e lo scapestrato ufficiale delle Forze Alleate “Raffica” Jack Celliers (David Bowie), del quale Yonoi subisce una fortissima fascinazione.




La critica alla rigida etichetta della società conservatrice nipponica assume, qui, una nuova veste, quella dello scontro tra civiltà. Yonoi e Celliers divengono due opposti inconciliabili: un giovane dalla rigidissima educazione marziale e un uomo, di poco più grande, che ha deciso di disfarsi di ogni coordinata morale per divenire anarchia; un’anarchia la quale non ha alla sua base il semplice disprezzo delle regole, quanto una forma d’odio ingenerata dalla delusione conseguente all’aver sempre seguito i codici che la società impone; Celliers non è, di fatto, un folle, ma un uomo distrutto dal senso di colpa ingenerato dal voler conformarsi alle regole di un’istituzione per lui all’epoca sacra; un uomo a cui la società ha tolto tanto e che risponde disprezzando le regole che vengono imposte, a prescindere da chi le impone.



Lo scontro con Yonoi è inevitabile e incontenibile: ogni occasione diviene buona per sfidare l’autorità. La quale, a sua volta, non può che cadere vittima dello spirito indomito di chi la sfida. E se Yonoi e Celliers esistono agli antipodi l’uno dell’altro, Lawrence e Hara sono invece altre due facce della medesima medaglia: anche loro nemici, i quali riescono tuttavia ad avvicinarsi, sul piano umano, durante lo scontro. Due uomini che potrebbero essere amici, se non militassero in schieramenti opposti. Due veri e propri compagni divisi dalle regole della società. 
La rabbia e l’orgoglio si scontrano così a più riprese, mentre l’amore, inteso in senso universale, viene relegato sottopelle, pronto sempre a esplodere eppure sempre contenuto.




Molteplici sono le sequenze genuinamente belle che Nagisa Oshima riesce a creare. A cominciare dalla più famosa, quella del bacio tra Celliers e Yonoi; sequenza nella quale l’artista fa letteralmente esplodere i sentimenti dei personaggi: rabbia e sfida si confondono con la comprensione e il perdono, tramutandosi in una sensazione talmente forte da fare a pezzi la volontà di chi vi si oppone; sarà da qui che l’amore troverà la sua sottomissione, pur continuando a pulsare.
E non si può, al contempo, non citare la bellissima sequenza di “papà Natale”, che in pratica dà il titolo all’opera; durante la notte di Natale, Hara mette da parte l’orgoglio in favore dell’amore fraterno che lo lega a Lawrence, salandogli la vita. Scena che trova nel commovente epilogo il suo doppio, dove è impossibile non muoversi a compassione per l’accettazione del destino da parte del personaggio di Hara.





Nel raccontare questa storia di fraternità e guerra, Oshima crea un’atmosfera rarefatta e onirica; immerge ogni immagine nelle splendide e ammalianti note di Ryuichi Sakamoto, dalle sonorità moderne, arrivando ad una forma di post-modernismo poetico. L’emozione viene costantemente smossa sia dalla storia che dall’unione di immagini e musica, in un vortice emotivo unico e irresistibile.



Su di un piano strettamente visivo, d’altro canto, si diverte a distruggere la geometricità ozuiana di tanto cinema nipponico usando movimenti di macchina e stacchi che, alternativamente, seguono con parsimonia i personaggi, quasi a prendere per mano lo spettatore per condurlo al cuore della vicenda, senza mai scadere nel barocco o nel pretenzioso, in un equilibrio tra forma e contenuti semplicemente perfetto.



Il risultato è un piccolo-grande capolavoro di estetica e contenutistica, un inno all’amore universale che rapisce e scuote sin nel profondo, come solo la grande arte sa fare.