mercoledì 1 maggio 2013

Dredd- La Legge sono Io

Judge Dredd

di Danny Cannon

con: Sylvester Stallone, Armand Assante, Diane Lane, Max Von Sydow, Rob Schneider, Jurgen Prochnow, Joan Chen.

Azione/Fantascienza

Usa (1995)














Vero e proprio pilastro del fumetto inglese, il personaggio di Judge Dredd appare per la prima volta nel 1977, sul numero 2 della mitica rivista antologica 2000 A.D., basato su di un'idea originale di Pat Mills, sviluppata però da John Wagner, poi autore anche di "A History of Violence"; affiancato ai disegni da Carlos Ezquerra, Wagner si allontana però inizialmente dal personaggio, a causa dello stile grafico: Wagner era insoddisfatto del design di Dredd, simile, parole sue, ad un pirata spagnolo. La primissima run delle avventure del giudice di strada di Mega City 1 è quindi orfana dei suoi fautori principali; Wagner torna dopo circa un anno a scrivere le avventure di Dredd, sempre affiancato ai disegni da Ezquerra, il cui stile viene aggiornato, nonchè coadiuvato ai testi da Alan Grant.


Dredd è un giudice di strada di una megalopoli post-apocalittica; dopo la Terza Guerra Mondiale, il mondo è stato annichilito, i sopravvissuti nel Nord America sono arroccati in tre gigantesche città-stato, la cui estensione rende impossibile mantenere l'ordine; le città sono governate dalla magistratura, divenuta tirannide che ha riunito in sè tutti i poteri statali; e per tenere a bada la popolazione vengono istituiti i giudici di strada, corpo di polizia formato da agenti in grado d giudicare seduta stante i crimini, irrogando immediatamente la pena, talvolta anche quella di morte. Il più temuto tra questi è Dredd, personaggio a dir poco sui generis.
Laconico, violento, integerrimo, Dredd è una sorta di robot in grado solo di giustiziare chi ha davanti, perennemente avvolto nella divisa da giudice, con il casco che gli copre sempre il volto (mai mostrato nei fumetti), simbolo di una giustizia cieca ed incontestabile. con il suo celebre "Io sono la legge!", Dredd è l'incarnazione del potere repressivo impazzito, in grado di distruggere tutto e tutti per applicare la legge. Un vero e proprio "poliziotto fascista", protagonista di storie dalla forte carica umoristica, satira di quel thatcherismo che tanti guai ha portato al Regno Unito.




La collaborazione tra Wagner e Grant è in proposito essenziale alla riuscita della testata: quella che era nata come una semplice striscia iperviolenta e divertita, diviene una metafora iperbolica delle contraddizioni della società inglese; con uno stile esagerato, ultraviolento oltre il limite del grottesco, praticamente punk sia nella scrittura semplice ma efficace che nel disegno aggressivo, Wagner, Grant, Ezquerra e, in un secondo momento, Brian Bolland danno vita a quello che sarà il fiore all'occhiello di 2000 A.D., l'unica pubblicazione nata da essa ad essere ancor'oggi data alle stampe, nonchè il personaggio del fumetto inglese più conosciuto ed amato al mondo, vero simbolo di una satira visionaria e sovversiva.




E quando Wagner decide di declinare in chiave seria tematiche e personaggi, il risultato ha inaspettatamente fatto scuola. Pubblicato tra il 1990 ed il 1990, "Judge Dredd- America" è una miniserie dai toni cupi, dove tutto l'umorismo viene bandito. Il personaggio di Dredd diviene secondario nella narrazione, al cui centro c'è la giovane America Jara, figlia di immigrati ispanici a Mega City 1, cresciuta nel mito dei valori americani, ma unitasi ad un gruppo di terroristi che vogliono sovvertire il governo autoritario dei giudici per instaurare una democrazia; ma per farlo, ricorrano alla violenza.
Dissezione lucida della follia terroristica e delle contraddizioni insite nei concetto di rivoluzione armata (similmente a quanto fatto da Alan Moore con "V per Vendetta"), "America" è uno story-arc affascinante, reso ancora più memorabile dagli splendidi disegni di Colin McNeil, che ad oggi risulta ancora più attuale di quanto fu scritta e che all'epoca della sua pubblicazione fu affiancato ai classici del fumetto occidentali quali "Watchmen" e "Il Ritorno del Cavaliere Oscuro".




Il successo immediato di strip e comic con protagonista l'inarrestabile giudice ha suscitato l'interesse di Hollywood sin dalla prima metà degli anni '80. Già in questo periodo, lo sceneggiatore Edward Neumeier ha cercato di acquisirne i diritti per un adattamento filmico, di concerto con il regista Danny Cannon. Fallito il tentativo di acquisizione, Neumeier si allontanerà dal progetto per creare un'altra celebre icona pop simile in tutto e per tutto a Dredd: "RoboCop".
Una decina d'anni dopo, Cannon si ritrova però al timone del primo adattamento di "Judge Dredd"; progetto partito come piccola produzione indipendente, ma che nel corso del tempo si è evoluto fino ad un kolossal hollywoodiano vero e proprio, con tutte le conseguenze del caso.
Massacrato dalla critica statunitense, ignorato dal grande pubblico e snobbato dai fan del fumetto originale, "Dredd- La Legge sono Io" rappresenta, al contempo, il perfetto esempio di blockbuster sottovalutato, cinecomic tutto sommato riuscito e film d'azione se non intelligente, quanto meno non offensivo verso il suo pubblico.




Origini e caratterizzazione del personaggio sono, bene o male, le stesse che saranno conservate nel successivo "Dredd" di Travis, con una differenza fondamentale: qui c'è una storia degna di questo nome, che vede il giudice di strada di Mega City 1 condannato per un crimine che non ha commesso; vezzo narrativo che all'epoca suscitò le ire dei fan: era inammissibile il fatto che un personaggio noto per la sua inflessibilità fosse accusato di un crimine, se pur per meri motivi di racconto (ma si sa che tentare di ragionare con i fan è inutile e deleterio); ancora più oltraggiosa fu la scelta di far togliere l'iconico elmetto al personaggio e mostrare il volto di Stallone, allontanandosi dal simbolismo del comic originale; la verità è, forse, in fondo un'altra: è impossibile trasporre un fumetto nato come parodia violenta e sarcastica del thathcerismo e della repressione istituzionale senza tentare di dare una tridimensionalità al suo protagonista ed immergerlo in una storia con colpi di scena e rivelazioni inaspettate; pena sarebbe la noia o, peggio, il ridicolo, ossia ciò che avviene puntualmente nella pellicola del 2012, che, fiera della sua indipendenza produttiva, del basso budget e della piena aderenza all'opera originale, finiva per suicidarsi a pochissimi minuti dall'inizio.




L'origine umoristica del personaggio qui viene ripresa sopratutto nel primo atto: Dredd è un inflessibile giudice di strada, che si esprime a cannonate e sentenze (di morte), generando un'ironia nera tutto sommato godibile; la violenza del personaggio viene fortunatamente tenuta a bada, nel racconto, dal personaggio di Fargo (Von Sydow), suo mentore, che ricorda a lui (e allo spettatore) come la violenza non sia un metodo per far rispettare la legge; dopo decenni di film d'azione americani in cui il protagonista (sulla scorta dell'Ispettore Callahan e del Giustiziere della Notte) è un cane sciolto in cerca di giustizia, un personaggio che agisce violentemente per far rispettare un valore costituito di legge ed ordine appare, sempre all'interno del contesto del cinema americano, come una ventata d'aria fresca; come il suo celebre clone RoboCop, Dredd non è un semplice vigilante, ma il braccio violento della legge, che però non va mai contro di essa, ma si ostina asservirla fino all'ultimo (concetto più volte ribadito all'interno del film); se personaggi come l'Ispettore Callahan ed i suoi epigoni, che si divertono a scardinare a piacere l'ordine costituito ogni volta che questo risulti loro troppo stretto, sono talmente sovversivi da rappresentare una minaccia persino in un ordinamento di natura genuinamente fascista (tant'è che l'epiteto di fascista affibbiato al personaggio di Eastwood risulta persino riduttivo per descriverlo), Dredd è un fascista vero e proprio: la legge gli dà il potere di uccidere, lui esegue senza fare proteste e fa di tutto per portare ordine; il cattivo gusto viene per fortuna evitato dal contesto in cui il personaggio è immerso: un futuro distopico in preda al caos e a non meglio specificate guerre di quartiere, la cui origine, purtroppo ignorata dalla sceneggiatura, avrebbe potuto aggiungere una profondità inedita al film.




Il giudizio morale sul personaggio spetti, in ultima analisi, alla sensibilità del singolo spettatore: è più immorale celebrare un eroe individualista, che non si fa scrupolo ad uccidere chiunque non rispetti la sua privata idea di ordine e giustizia, o un eroe i cui poteri sono si controllati e regolati dal sistema in cui opera, ma che ha comunque libero giudizio su vita e morte di chiunque violi la legge?
Dilemma che fortunatamente non impedisce di godere della pellicola: "Dredd- La Legge sono Io" non è propaganda, ma puro intrattenimento hollywoodiano.



A differenza del film del 2012, quello del '95 è un kolossal mainstream prima maniera, con un cast stellare (oltre alla super-star Sylvester Stallone, ancora al top delle celebrità di Hollywood a metà degli anni'90, troviamo anche il leggendario Max Von Sydow, la bellissima Diane Lane e Armand Assante, lanciato proprio da Stallone nel suo esordio alla regia "Taverna Paradiso" del 1978) e, sopratutto, con valori produttivi tutt'ora invidiabili; scenografie ed effetti speciali sono al top: Mega City 1 è una metropoli viva, ricca di particolari e dallo stile distopico e cyberpunk fortemente debitore del lavoro di Syd Mead su "Blade Runner", ma ugualmente sbalorditiva per forme e colori; i costumi (ai quali ha lavorato anche Gianni Versace), gli oggetti di scena ed i veicoli denotano un gusto per l'estetica che, salvo sporadici casi, oggi si è del tutto perso nelle produzioni ad altissimo budget; in ultimo, perfino la musica di Alan Silvestri, con le sue note marziali del tema principale, riporta alla mente un modo di fare cinema di intrattenimento come non se ne fa più.




D'altro canto l'anno di produzione è il 1995: di lì a poco tra "Independence Day" e "Armageddon" (1998) il blockbuster hollywoodiano medio diverrà per sempre foriero di stupidità e patriottismi assortiti; in "Dredd", invece, si respira ancora l'aria del cinema action anni'80 e non a caso tra gli sceneggiatori troviamo il veterano Steven E. De Souza; il regista Danny Cannon, al suo terzo lungometraggio e poi apprezzato regista di serial tv, è invece un semplice mestierante, che non sempre valorizza le belle scenografie fisiche o le scene d'azione, ma che almeno sa imprimere ritmo al racconto, non eccede con la violenza, spesso lasciata fuori campo, nè insiste troppo sulla fisicità di Stallone (fortunatamente).




In un periodo in cuo vengono aprezzati filmacci quali "Transformers" (2007) e "Iron Man" (2008), viene davvero voglia di rivalutare in meglio un onesto kolossal come questo "Dredd", la cui ricchezza visiva stupisce oggi più che negli anni in cui fu prodotto.

Il Corvo- The Crow

The Crow

di Alex Proyas

con: Brandon Lee, Rochelle Davis, Ernie Hudson, Michael Wincott, David Patrick Kelly, Tony Todd.

Fantastico

Usa (1994)














Apparso per la prima volta tra il 1988 ed il 1989, "Il Corvo" di James O'Barr è tutt'oggi il fumetto indipendente ed underground più venduto di sempre, pubblicato per la prima volta dalla Mirage Studios di Kevin Eastman. Successo facile da spiegare se si tiene conto dei contenuti, dello stile e del periodo di pubblicazione.




Il Corvo, alias Eric è protagonista di una tragica storia di amore e morte: musicista rock di second'ordine, viene ferito a morte da un gruppo di teppisti di strada, che seviziano e uccidono anche la sua giovane fidanzata Shelly, proprio il giorno prima delle loro nozze; sopravvissuto miracolosamente alla brutale violenza dei suoi assalitori, Eric comincia una personale crociata in cerca di vendetta, accompagnato da uno strano corvo e dal suo gatto bianco Gabriel, nonchè guidato, in visioni oniriche, da un sinistro Cowboy non-morto, sorta di moderno Virgilio.




Nel fumetto non viene mai spiegata la causa della resurrezione di Eric: fortuna? Caso? Forza mistica? O'Barr preferisce non dare risposta, concentrandosi sulla descrizione del mondo sudicio e cupo e della psicologia disperata del protagonista; personaggio, quello di Eric, ispirato fisicamente al cantante Iggy Pop (che infatti comparirà nel sequel della pellicola del 1994, lo squallidissimo "Il Corvo 2" del 1996), mentre dal punto di vista della caratterizzazione l'autore pare essersi ispirato a Ian Curtis, front-man dei Joy Division, morto suicida a soli 23 anni, oltre che ad una serie di fatti di cronaca: l'uccisione di una giovane coppia di fidanzati a Detroit per la miserevole somma di 20 dollari, nonchè la morte della sua stessa fidanzata, avvenuta a sole due settimane dal loro matrimonio a causa di uno sventurato incidente d'auto.



Successo di pubblico che, si diceva, si spiega, anche al di là dell'effettiva qualità del comic in sè, se si tiene conto del periodo di pubblicazione; nella seconda lemtà degli anni '80, il post-punk comincia a mutare verso il Dark: gli abiti logori e sgargianti lasciano il posto ad un look più sobrio, caratterizzato dall'assenza di colore, ed alla contestazione fine a sè stessa di stampo nichilista, si sostituisce una sensibilità poetica, reminiscenza del romanticismo francese.
La generazione Dark diviene ossessionata dai concetti di amore e morte, connubio classico nel quale si rinvengono le emozioni primigenee dell'Uomo. Ossessione dovuta alla paura di un mondo che spesso non si comprende, sia in quanto adolescente che in quanto diversi per gusti non solo estetici dalla massa; da qui l'uso dell'assenza di colore per mascherarsi contro il dolore causato dal prossimo; e la ricerca spasmodica dell'amore come unica medicina a tale dolore.
Per quella generazione è stato facile identificarsi nella tragica storia di Eric, restare affascinati dal suo amore immortale per Shelly, dalla violenza delle sue azioni, pur sempre giustificate dall'orrore del quale è stato vittima; e facile è anche restare ammalianti dallo stile di disegno, semplice fino al crudo, eppure incredibilmente espressivo, ennesima dimostrazione di come una storia dalla trama semplice riesca a divenire memorabile se adeguatamente narrata ed illustrata.





Cult plurigenerazionale degli anni '90, punto di riferimento estetico per quella sottocultura Dark che già aveva amato il fumetto e film maledetto per antonomasia, "Il Corvo" è davvero una pellicola sulla quale è stato scritto e detto tutto ed il contrario di tutto; da chi lo osanna come un capolavoro assoluto a chi lo distrugge senza mezzi termini, tutti gli atteggiamenti verso di essa sembrano confermare una spiacevole tendenza della critica e della mentalità dei fanboys: davvero pochissimo è stato scritto sul film in sè piuttosto che sul fenomeno di costume che ha generato, o sulla prematura scomparsa del suo interprete principale, il compianto Brandon Lee.




Rispetto a quella del fumetto, la sceneggiatura del film mette subito in chiaro le origini sovrannaturali del personaggio: Eric (che ora fa di cognome "Draven", ossia "The Raven", sottile riferimento a Poe) è morto; dopo un anno un corvo (simbolo del rito di passaggio tra la vita e la morte in moltissime culture, non ultima quella della religione cristiana delle origini) lo riporta in vita per fare giustizia dei suoi assalitori; molto più spazio viene poi dati ai personaggi di Sarah (Rochelle Davis), ragazzina cresciuta da Eric e dalla sua defunta fidanzata perchè vittima di una madre prostituta ed eroinomane, del poliziotto, qui ribattezzato Albrecht (Ernie Hudson) e promosso a comprimario, nonchè a Top Dollar (Michael Wincott), ora vero e proprio villain a capo di una grossa organizzazione criminale dedita al vandalismo e alla violenza fine a sè stessa, fautore di quella "Notte del Diavolo" nella quale Eric e Shelly hanno perso la vita, fatto, tra l'altro, ispirato a veri eventi che si sono susseguiti a Detroit nel corso degli anni '70.




La forza del film non è da ricercare nella trama, un semplice racconto di vendetta del tutto lineare, praticamente uno slasher dove l'assassino è il protagonista (che pur con le dovute differenze è a grandi linee la stessa ideata da O'Barr,) quanto nell'atmosfera, nella regia e nel cast.
Nella messa in scena, Proyas si rifà a classici quali "Blade Runner" (1982) e "Batman" (1989), evitando però ogni forma di effettiva derivatività: il suo è un gotico urbano, cupo e plumbeo come non se ne erano mai visti prima al cinema, che nulla ha che fare con le fonti di riferimento e in cui la matrice religiosa viene enfatizzata per creare un'atmosfera sovrannaturale ed autunnale più marcata; atmosfera si violenta e cruda, ma non che non scade mai nel nichilismo fine a sè stesso: per tutto il film, alle crudeltà mostrate viene opposta sempre una forza benigna(sublimata nella celebre battuta "Non può piovere per sempre"), sia essa data dal commento della voce-off della piccola Sarah, dai gesti altruistici del protagonista (come nella splendida scena della redenzione della prostituta, dagli echi evangelici un pò forzati, ma tutto sommato coerenti con i temi del film) o dal finale, in cui dopo la violenza e la vendetta giunge infine la redenzione; mancanza di cattiveria fine a sè stessa che, nel decennio dell'autodistruttivismo compiaciuto di "Fight Club" (1999), appare come il migliore dei pregi, piuttosto che come una mancanza di coraggio da parte dei realizzatori.




Proyas, dimostra una forza visiva inusitata per una pellicola volutamente mainstream: il montaggio spezzato, la fotografia contrastata, con tagli di luce espressionisti, reminiscenze di "Batman Il ritorno" che però trovano sempre una propria identità estetica; e sopratutto le splendide soggettive del volo del corvo rendono il film un esperienza pressocchè unica per l'epoca in cui fu prodotto, nonchè tutt'oggi magnifica da vedere ed ascoltare; anche perchè, a differenza dei suoi coevi videoclippari, il regista riesce sempre a tenere sotto controllo la messa in scena e a non farla scadere mai ai livelli di un video musicale gonfiato a lungometraggio. Ed è un vero peccato il fatto che, dopo "Dark City", Proyas non si eguaglierà mai più tali livelli estetico-stilistici.




Se Brandon Lee buca letteralmente lo schermo in quella che, purtroppo, è la sua ultima e più brillante performance, non da meno è il resto del cast, con un Michael Wincott semplicemente perfetto nei panni di un criminale che è l'incarnazione stessa della cattiveria urbana, del cinismo e del male fine a se medesimo, il sempre-verde caratterista Ernie Hudson nei panni di Albrecht, spalla umana e compassionevole, la cui visione del dolore del protagonista lo aiuterà nella sua vendicativa missione ed un David Patrick Kelly (già indimenticato teppista ne "I Guerrieri della Notte" di Walter Hill del 1979, altro grande cult sulla violenza notturna urbana) viscido e sopra le righe nei panni di T-Bird.




Vicino alla controparte cartacea per i temi trattati, ma da essa lontano anni luce per lo stile gotico e visionario, "Il Corvo- The Crow" è un perfetto esempio di ottima estetica e di racconto basico e coinvolgente, il cui status di cult risulta essere davvero ben meritato.


EXTRA

Il misterioso personaggio di Skull Cowboy, il Virgilio onirico che guida Eric nella sua vendetta nel comic originale, appare in realtà anche nella trasposizione filmica.
Interpretato dal mitico caratterista Michael Berryman, Skull Cowboy guidava anche Eric Draven nel suo percorso, ma le sue scene sono state tutte tagliate in sede di montaggio perchè giudicate troppo distanti dal tono generale del resto della narrazione.




Tutte le sequenze sono però state reintegrate nella versione estesa del film, disponibile in DVD e Blu-Ray sui soli mercati esteri.



Visto l'ottimo successo, sia di critica che di pubblico, O'Barr ha continuato la mitologia de "Il Corvo", ma anzicchè creare un seguito ufficiale (tutt'oggi mai scritto), ha scritto una serie di spin-off con protagonisti altri redivivi in cerca di vendetta.
Tra questi, meritano una lettura almeno "Flesh and Blood" (1996) ed il successivo "The Crow/Razor: Kill the Pain" (1998).


L'Armata delle Tenebre

Army of Darkness

con: Bruce Campbell, Embeth Davidtz, Marcus Gilbert, Ian Abercrombie, Richard Grove, Bridget Fonda.

Fantastico

Usa (1992)

















Agli inizi degli anni '90, il nome di Sam Raimi è famoso sia ad Hollywood sia presso i moviegoers di tutto il mondo; è sinonimo di affidabilità, oltre che di stile: quei suoi piccoli film, girati a suon di intravision e stop-motion, costano poco e vendono benissimo. E riunitosi con Dino De Laurentiis, nel 1992, Raimi riesce a coronare quello che forse era il sogno di una vita, ossia un film d'avventura medioevale come continuazione dei suoi horror sul Necronomicon. Nasce così "L'Armata delle Tenebre", ad oggi la sua opera magna.



Una pellicola che può tranquillamente essere definita "lucasiana": così come Lucas è riuscito a rielaborare i vecchi serial di avventura e fantascienza nelle sue creature più famose, anche Raimi si rifà al cinema del passato per creare uno spettacolo moderno. Il punto di riferimento è dato dai film d'avventura degli anni '50 e '60, i cosiddetti "Sandaloni" della Hollywood sul Tevere, così come i vari "Robin Hood" e "Captain Blood"; in particolare, è alle opere del mitico Ray Harryhausen che Raimi pone omaggio, con gli scheletri de "Gli Argonauti" e "Scontro di Titani" che riprendono vita nell'armata del titolo.



Il cinema cappa e spada d'antan viene mischiato con lo splatter, anche se la quantità di sangue versata stavolta è decisamente minore rispetto ai capitoli precedenti.
Ash, dal canto suo, diventa una perfetta via di mezzo tra Errol Flynn e l'americani idiot: ha un quoziente intellettivo basso, fa discorsi da zotico americano standard, ma è sempre pronto all'azione, riuscendo a cavarsela in ogni situazione; anche se tutto il caos, questa volta, è colpa della sua stessa deficenza. Ash diviene, mai come ora, l'anti-eroe per eccellenza, ossia un uomo comune chiamato a porre rimedio ad un problema più grande di lui; diventa così il motore di tutta la vicenda, sia quando combatte, sia quando è semplice protagonista delle selvagge gag, quasi delle torture che subisce per il divertimento del pubblico.


Se nel precedente capitolo l'umorismo era fisico, basato sulle movenze fluide del corpo di Bruce Campbell, ora diviene distruttivo e talmente sopra le righe da finire subito nel grottesco. Stilisticamente, "L'Armata delle Tenebre" vive così di eccessi, di esplosioni di humor incontrollato, così come di sequenze action dove nessuna comparsa viene risparmiata. Raimi non solo cuce insieme registri eterogenei, ma riesce anche ad elevarli all'ennesima potenza in nome di uno spettacolo divertente e divertito.



Spettacolo che rivive su schermo in modo artigianale: al bando i moderni SFX, Raimi predilige l'uso del compositing con modellini, stop-motion e comparse in tuta di lattice. Il tutto riesce a donare un'aura di carisma a questa stramba avventura medioevale. La cui riuscita è totale: tra azione frenetica, umorismo slapstick, battute fulminanti e qualche brivido, Raimi muove il tutto con mano sicura.




L'esito è definitivo: un perfetto meccanismo di divertimento "d'autore", dove il passato rivive in modo glorioso in uno spettacolo ai limiti del postmoderno. Un'avventura scatenata che prova la versatilità di Raimi e di Bruce Campbell, mai più così bravi e ispirati come qui.

lunedì 29 aprile 2013

Le Streghe di Salem

The Lords of Salem

di Rob Zombie

con: Sheri Moon Zombie, Bruce Davison, Jeffrey Daniel Phillips, Ken Foree, Meg Foster, Dee Wallace.

Horror

Usa, Inghilterra, Canada (2012)















Horror americano, ovvero: Slasher Movie e Torture Porn, due filoni triti, ritriti e forieri di pellicole noiose o, peggio, spocchiose (si, "Hostel"), di visioni vecchie di trent'anni e di brividi che latitano; il genere sovversivo per antonomasia, in pratica, si è fossilizzato, negli States, divenendo emblema della massificazione e del conformismo estetico; almeno da venti anni a questa parte: negli anni'70, l'horror americano, che all'epoca viveva la sua "Golden Age", era duro, coraggioso ed impietoso verso il suo pubblico, poichè visto dagli autori dell'epoca come mezzo per la sperimentazione tecnica e per la critica politica (basti vedere capolavori quali "La Notte dei Morti Viventi" del 1968 o "Non Aprite quella Porta" per accorgersene), non come mero espediente per raggranellare soldi facili.
Nel decennio scorso un solo regista è riuscito a riprendere la tradizione estetico-contenutistica della "Golden Age" e a creare pellicole di certo non originali, ma interessanti: Rob Zombie, ex rocker (dapprima come front-man dei White Zombie, poi come solista) passato al cinema, in realtà sua passione primigenea; Zombie è un cultore dell'horror anni'70, in particolare della pellicola di Hooper: il suo esordio, "La Casa dei 1000 Corpi" (2003) ne è in tutto e per tutto un remake gonfiato ed immerso in una interessante atmosfera visionaria (altro che quella schifezza, ad esso coeva, diretta dal videoclipparo Marcus Niespel).
Al suo sesto lungometraggio Rob Zombie conferma le sue doti di visionario dell'horror e dimostra di aver quasi acquisito la padronanza piena del mezzo filmico: "Le Streghe di Salem", pur non essendo una pellicola riuscitissima, è un vero e proprio manifesto artistico dell'autore.


Già a partire dalla trama, Zombie riprende un topos dell'horror gotico e lo reinterpreta in chiave moderna: un disco industrial rock che richiama forze demoniache nella città di Salem (citazione di "Murderrock" del 1984, diretto da Lucio Fulci, oltre che famosa leggenda metropolitana americana), famosa per la caccia alle streghe nel XVII secolo; ascoltato il pezzo, la dj locale Heidi LaRoc (Sheri Moon Zombie, moglie dell'autore) comincia a precipitare in un incubo ad occhi aperti che la porterà a scoprire la verità sulle forze malefiche che ancora infestano il luogo.


Se nei lavori precedenti Zombie si rifaceva al cinema di Hooper, Carpenter e di Tim Burton (le visioni gotiche di "Halloween II" del 2009) e Sam Peckinpah (dal quale riprende il tono crepuscolare ed elegiaco nello splendido "La Casa del Diavolo" del 2005), questa volta pesca a piene mani da altri tre grandissimi autori: Stanley Kubrick, Roman Polanski e, sopratutto, Lucio Fulci.
Impossibile non notare le somiglianze tra le mitiche steady all'interno dell'Overlook Hotel di "Shining" (1980) e il modo in cui Zombi inquadra l'appartamento n°5, i corpi nudi e grinzosi delle steghe e, soprattutto, il cerimoniale nella parte finale, la cui geometricità delle inquadrature e le cui scenografie sembrano uscite dritte dritte dal capolavoro di Kubrick; il tema dell'avvento dell'Anticristo concepito da una donna manipolata da una combricola di satanisti viene invece da un altro pilastro dell'horror moderno, "Rosemary's Baby" (1968) di Polanski, dal quale Zombie riprende anche il finale disperato e non consolotario; ma l'influenza maggiore, si diceva, è quella di Lucio Fulci, in particolare del cult "...E tu vivrai nel Terrore! L'Aldilà" (1981): Zombie si rifà apertamente al prologo del film del regista romano per la fotografia delle visioni del sabbath, anche qui virata al seppia, in una splendida monocromia che fa davvvero sembrare il film come un prodotto vecchia scuola, uscito nei mitici '70.


Zombie imbastisce una mitologia satanica classica: tutti i simboli del male vengono ripresi certosinamente e riportati su schermo; nelle visioni apocalittiche, in particolare nello scioccante finale, il regista dà il meglio di sè: barocco, eccessivo disturbante, ma mai autocompiaciuto, Zombie riesce davvero ad infastidire con sabbath malefici, parti osceni e rinascite maligne come forse non se ne sono mai viste in un film di serie A; l'universo del film è malato e decadente: Zombie non celebra il satanismo, ma lo mostra per quello che è, ossia la sovversione completa e totale della cosmogonia cattolica, riuscendo davvero a spiazzare anche lo spettatore meno credente; da antologia, in particlare, i costumi del cerimoniale della nascita, dove i personaggi non hanno volto e venerano il caprone, simbolo del male assoluto.


Riducendo l'uso del montaggio quasi a zero (tant'è che per la maggior parte del film si può parlare di mero assemblaggio delle inquadrature), l'autore si concentra sulle singole inquadrature sia per le scene visionarie, che per quelle di pura tensione naturalistica; Zombie dimostra così una padronanza maggiore della grammatica filmica rispetto al passato, riuscendo a costruire le singole scene con poche inquadrature e dando loro il giusto ritmo. Più acerba è, invece, la narrazione generale: troppo lenta la prima parte, quasi noiosa, come se l'autore aveese paura di mostrare subito le sue carte migliori; arrivare al terzo atto è davvero un'impresa, tra personaggi inutili e scene puramente didascaliche (la spiegazione della maledizione) che nulla aggiungono alla narrazione e che anzi la ingolfano inutilmente.


Pur nella sua lentezza, "Le Streghe di Salem" è una pellicola affascinante e sconvolgente, il punto d'arrivo imperfetto ma visionario di un autore che dimostra un talento inusuale in un panorama desolante quale quello del cinema horror made in U.S.A..

giovedì 25 aprile 2013

Reds

di Warren Beatty

con: Warren Beatty, Diane Keaton, Jack Nicholson, Edward Herrmam, Paul Sorvino, Maureen Stapleton, Gene Hackman.

Biografico/Storico

Usa (1981)
















1981: George Lucas e Steven Spielberg hanno affossato pressocchè definitivamente le istanze autoriali e politiche della New Hollywood degli anni'70; tutto il potere produttivo torna in mano agli studios e gli autori faticano, nuovamente, a trovare i finanziamenti per le loro nuove opere; in un clima del genere, Warren Beatty co-sceneggia e dirige "Reds", biografia del grande reporter americano Jack Reed, fondatore del Partito Comunista d'America e membro dell'Internazionale Comunista nei primi anni dell'Uonione Sovietica, nonchè unico cittadino americano ad essere stato seppellito al Kremlino.



"Reds" non è una semplice biografia di Jack Reed, quanto uno spaccato del movimento radicale americano negli anni che vanno dal 1915 al 1919, visto attraverso gli occhi di Reed e di sua moglie, la scrittrice e giornalista Louise Bryant (interpretata da una magnifica Diane Keaton); gli ideali di libertà e libera espressione, le contraddizioni, le aspirazioni, l'aspra lotta politica e la definitva delusione sono narrate da Beatty mediante due registri opposti e complementari; da un lato vi è la narrazione classica: il regista ricostruisce la vita del personaggio mediante una messa in scena iperrealista, ispirata in parte ai lavori del grande David Lean; con un grosso sforzo produttivo, Beatty ricrea perfettamente l'America degli inizi del '900: il Greenewich Village con i suoi intellettuali liberal, le loro istanze di libero amore e libero pensiero puntualmente contraddette dai loro comportamenti, le lotte sindacali, il distacco tra questi e i lavoratori e la storia d'amore, tormentata e appasionata, tra Reed e la Bryant; Beatty fonde il dramma storico al melodramma persoale, la ricostruzione storica al triangolo amoroso (la passione tra la Bryant e lo scrittore Eugene O'Neill) con esiti brillanti ed appassionanti; per la prima volta, inoltre, una troupe americana riesce a girare in Unione Sovietica: la Rivoluzione Bolscevica viene così ricostruita nei luoghi in cui ha davvero avuto luogo; fatto all'epoca rivoluzionario, se si conta che la Guerra Fredda nei primi anni'80 fosse tutto fuorchè finita.


Lo stile visivo di Beatty è qui asciutto e originale: nonstante la grandezza di set e location, non esagera con i carrelli, predilige le inquadrature singole e gli stacchi classici; le scene sono veloci, rapidissime (talvolta anche meno di un minuto di durata) ma enfatiche, come pennellate forti e vive su tela; e le immagini sono a dir poco magnifiche: la composizione dei quadri è ai limiti del pittorico per la disposizione delle forme, le quali bucano letteralmente lo schermo, anche grazie alla splendida fotografia del mai troppo lodato Vittorio Storaro, che, come da tradizione, anche qui giustappone tonalità calde sull'arancio per le scene in diurna, ad un blu freddo e pieno per le scene in notturna, creando un effetto ammaliante.
Straordinarie, inoltre, le prove degli attori: Beatty e la Keaton sono perfetti nei ruoili dei coniugi Reed, ma la scena viene puntualmente divorata da un immenso Jack Nicholson, il quale da vita ad un Eugene O'Neill carismatico, senza andare mai spora le righe; il suo stile è qui trattenuto e sottile, come non lo si vedeva dai tempi de "La Sparatoria" (1966) di Monte Hellman, uno dei suoi primi ruoli importanti.



Il Beatty scrittore, invece, talvolta arranca: il suo stile classico mette al centro della narrazione i due protagonisti per praticamente tutta la pellicola, ma non riesce a dar loro spessore nei dialoghi, i quali sono spesso convenzionali e prevedibili; scrittura che, però, si fa più forte nella narrazione effettiva: Beatty tratteggia con amore i suoi personaggi e mette in scena senza mezzi termini e mezze misure i loro pregi e i loro difetti; la passione politca di Reed diviene, nelle mani dell'autore americano, perfetto esempio della lotta per l'ideale; l'idealizzazione è però lontanta: le contraddizioni del reporter e della moglie, le loro paure e, talvolta, la loro vigliaccheria, vengono riportate con dovizia di particolari e senza celarne anche gli aspetti più scandalosi, come il favore di Reed per la piega totalitaria che la Rivoluzione Sovietica prese a seguito della vittoria dei Bolscevichi o la gelosia della Bryant per le amanti di Reed, nonostante il suo favore ufficale per l'amore libero.



L'altro binario narrativo è invece dato dalle interviste ad amici e conoscenti dei due protagonisti: come in un film d'inchiesta (ma senza raggiungere i vertici del cinema di Francesco Rosi), Beatty inframezza la narrazione classica con quella di stampo documentaristico; l'intento dell'autore è chiaro: capire con certezza o qauntomeno con completezza chi fossero Jack Reed e Louise Bryant, compito "bigger than cinema" che può essere raggiunto solo superando il limite intrinseco della Settima Arte, ossia l'impossibilità di riprendere il reale; il quadro di riferimento appare così più vivido e completo: anneddoti di vita, giudizi e pregiudizi completano la ricostruione di un personaggio inedito nella cultura americana e, purtroppo, oggi pressocchè dinemticato.


"Reds" è un piccolo capolavoro del cinema americano: appasionato, interessante sia dal punto di vista stilistico che contenutivo, rappresenta l'ultimo rantolo di quella New Hollywood che sarebbe presto stata soppiantata dal cinema dei blockbuster e dei filmacci d'azione; e non è forse un caso il fatto che l'Accademy Award all'epoca lo nominò a ben 12 oscar, di cui ne vinse solo 3; naturalmente non quello per il miglior film, che, paradossalmente, non andò neanche allo splendido "I Predatori dell'Arca Perduta" di Spielberg, ma allo scialbo e furbo "Momenti di Gloria", perfetto esempio dell'ipocrisia di un'istituzione che, molto spesso, con l'arte non ha nulla a che vedere.

Pusher 3- L'Angelo della Morte

Pusher 3

di Nicolas Winding Refn

con: Zlatko Buric, Marinela Dekic, Slavko Labovic, Ramadan Huseini.

Danimarca (2005) 














---SPOILERS INSIDE---

Terzo capitolo della saga di "Pusher", girato subito dopo lo splendido "Pusher II- Sanuge sulle Mie Mani", "L'Angelo della Morte" rappresenta la chiusura perfetta della trilogia che, come un cerchio, si ricollega magistralmente ai temi del primo capitolo del '96.


Usciti di scena Franck e Tonny, è ora il boss di origine albanese Milo (Zlatko Buric) ad essere il nuovo centro della narrazione; in 24 ore assistiamo alla sua discesa agli inferi, simboleggiata dalla perdita del potere che un tempo deteneva.



Se il Primo Pusher è la descrizione di un Purgatorio perenne e il secondo è la canzone disperata di un reietto, il terzo Pusher è l'implosione dell'esistenza di un padre al crepuscolo; in 24 ore assistiamo alla sconfitta totale di Milo, il quale cerca in ogni modo di essere un buon padre, un cuoco, un boss rispettato e di disintossicarsi; tuttavia, una serie di eventi lo porterà da tutt'altra parte, verso una sconfitta annichilente che lo ridurrà, come Frank, ad una non-esistenza, questa volta dovuta alla negazione di ogni istanza di affermazione.



In un crescendo più crudo che mai, Milo il cuoco fallirà pedissequamente nel servire le proprie pietanze, il padre non riuscirà mai ad avere un rapporto paritario con la volitiva figlia, che lo tratta, di volta in volta, come un vero e proprio oggetto e il boss si vedrà mettere i piedi in testa dai suoi soci più giovani; il tutto causerà il crollo mentale del personaggio, che, grazie al ritorno di Kurt, qui vero e proprio angelo del Male (non per nulla entra in scena sfoggiando una maglia con su scritto "Enemy of the State" e 666), lo porterà di nuovo nel circolo vizioso dell'eroina; mentalmente a pezzi, tenterà di riprendersi la dignità difendendo una giovane schiava bianca dai suoi sfruttatori e punendo il socio che lo ha tradito, ma riuscirà solo a peggiorare le cose: la sua rivendicazione di superiorità diviene distruzione dell'avversario, la quale però non porta a nulla, se non alla perdita di ogni punto di riferimento; Milo, alla fine, sarà sconfitto: perduto il suo ruolo centrale nella malavita organizzatta, perduto il suo ruolo di padre e, sopratutto, perduta ogni dignità, si ritrova faccia a faccia con il Nulla, il vuoto disperato che ha fagocitato Franck e che ora rischia di inglobare anche lui.


Lo stile di Refn qui si fà ancora più crudo: la violenza, sopratutto nell'ultima alluciante parte, viene mostrata direttamente; la distruzione di Milo viene infatti simboleggiata dalla distruzione materiale del corpo dello sfruttatore polacco, maciullato come in un mattatoio; una morte truce e del tutto fine a sè stessa, pefetto emblema dell'inutilità della battaglia di un protagonista già sconfitto in partenza; il ritmo si fa più lento e riflessivo, per permettere allo spettatore di entrare al meglio nella psiche di un personaggio complesso e sfaccettato.
"Pusher 3" è la conclusione magistrale di una trilogia slendida: un canto di disperazione di tre reietti al limite della dignità umana, magnificamente dipinti dallo stile iperbolico ed iperrealisti di un reagista che, tempo qualche anno, verrà giustamente riconosciuto come un grande autore.


EXTRA:

Mash-Up con le opening dell'intera trilogia.