di Tim Burton
con: Johnny Depp, Martin Landau, Bill Murray, Patricia Arquette, Jeffrey Jones, Vincent D'Onofrio.
Biografico
Usa (1994)
Prima che Uwe Boll facesse il suo sciagurato ingresso nel mondo del Cinema, il primato di peggior regista della Storia apparteneva a Ed Wood, all'anagrafe Edward D.Wood Jr.; attivo a partire dai primi anni '50, Wood è il fautore di alcune tra le pellicole più trash di sempre, citate e ricordate per gli errori di messa in scena (scenografie che vanno in pezzi), l'assurdità delle storie (alieni che riportano in vita i morti per impedire ai terrestri l'olocausto nucleare!) e la pessima recitazione; ma anche per la presenza di Bela Lugosi, mitico interprete del Dracula di Todd Browning (1931), che con Wood chiuse in bruttezza la sua altrimenti decorosa carriera.
Nel 1994 Tim Burton decide di omaggiare la figura di Wood con un biopic appassionato ed intimista, che mostra senza filtri la personalità del regista; interpretato da un Johnny Depp perfettamente in parte, Wood viene ritratto da Burton come un autore si privo di talento, ma dotato di una passione per il cinema semplicemente infinita; come un novello Orson Welles, suo eroe personale, Wood tenta in tutti i modi di creare pellicole decorose, senza mai riuscirci; Burton ripercorre i primi anni della carriera del regista: la produzione del suo esordio "Glen or Glenda" (1953), i problemi produttivi avuti con "Bride of the Monster" (1955) e sopratutto la genesi del suo film più conosciuto, "Plan 9 from Outer Space" (1959); Burton si sofferma sulla personalità intima di Wood e sulle sue relazioni: l'entusiasmo sfrenato, l'ambiguità sessuale, la forte amicizia con Lugosi, ecc.....; da ogni singolo fotogramma del film emerge l'amore dell'autore verso il personaggio e, sopratutto, la pietà nei i suoi confronti: una pietà mai patetica, ma sempre comprensiva; per Burton, Wood era un uomo del tutto privo di talento, ma il cui coraggio e la voglia di creare vanno rispettati ed ammirati; e con un gioco di sovrapposizione tra finzione e realtà, Burton fa incontrare davvero Wood con il suo idolo Welles (interpretato da un Vincent D'Onofrio straordinariamente somigliante), il quale insegna allo stralunato regista la più grande lezione che un artista possa imparare: non permettere mai a nessuno di mettere le mani sulla propria opera.
Memore dei B-Movies degli anni'50, Burton gira la pellicola in uno straordinario bianco e nero, dai contrasti forti e marcati; costruisce le inquadrature con poca profondità, a mimare lo stile bidimensionale delle pellicole dell'epoca, e crea così un biopic unico: il ritratto di un autore visto, in pratica, con i suoi stessi occhi; la messa in scena diviene, stilisticamente, espressione della visione artistica del protagonista, in una visionarietà espressionista a dir poco affascinante. Tutti gli attori, inoltre, recitano magnificamente sopra le righe, come a riprendere la recitazione scalcinata dei caratteristi dei film di second'ordine; ogni personaggio è semplicemente identico alla sua controparte reale, fra tutti, però, il più impressionante è il Lugosi di Martin Landau, che si muove e parla proprio come il compianto attore ungherese, ruolo per cui Landau vinse giustamente l'Oscar.
Commovente e divertente, "Ed Wood" è una delle pellicole meno conosciute di Tim Burton, ma anche una delle più riuscite; d'altro canto, sono questi gli anni d'oro del suo cinema: fino a "Il Mistero di Sleepy Hollow" si può dire che l'autore non abbia sbagliato nemmeno un film.
domenica 5 maggio 2013
mercoledì 1 maggio 2013
Il Corvo
Le Corbeaudi Henri-Georges Clouzot
con: Pierre Fresnay, Ginette Leclerc, Pierre Larquey, Héléna Manson, Micheline Francey, Liliane Maigné.
Francia (1943)
Mentre in America Alfred Hitchcock terrorizzava le platee con i suoi thriller dalla tensione crescente, nella vecchia Europa, nella Francia occupata dai nazisti, un giovane cineasta, al suo secondo film, creava il più incisivo saggio sulla paranoia e l'ipocrisia che mente umana possa ricordare: "Il Corvo" di Henri-Georges Clouzot.
In un paesino della provincia francese, uno scrittore anonimo, che si identifica con lo pseudonimo de "il corvo", comincia ad inviare lettere minatorie agli abitanti, nelle quali rivela tutti i loro segreti più incoffessabili; obiettivo principale del corvo è il medico Remy Germain (Pierre Fresnay), del quale rende pubblica la relazione extraconiugale e, sopratutto, le sue pratiche abortiste.
Anche se strutturato come un giallo (il colpevole viene rivelato solo nell'ultima scena, mentre per tutta la pellicola i sospetti vengono via via gettati su ogni singolo personaggio), "Il Corvo" non è e non vuole essere una semplice pellicola di genere, quanto uno spaccato dell'ipocrisia della piccola società dell'epoca; in un racconto d'ansamble vero e proprio (i punti di vista sono molteplici, anche se quello prevalente resta quello del dr.Germain), Clouzot smaschera i vizi e le idiosincrasie dei personaggi: la libidine di Denise, le pratiche abortiste del dottore, la dipendenza da droga del dr. Vorzet, i furti della piccola Rolande, ecc....; il racconto diviene ben presto un girotondo di sospetti e calunnie, che culmina dapprima nella caccia spietata al presunto colpevole (l'inseguimento dell'infermiera, magistrale per esecuzione e potenza visiva), poi nella confessione del dr.Germain.
L'intento effettivo di Clouzot viene esemplificato, però, in un'altra (magnifica) sequenza, verso la fine del II atto: dimostrare come il bene e il male assoluti non esistano, come nel mondo nulla sia davvero bianco o nero, come ognuno abbia dei segreti nascosti che ne minano la credibilità; lo smascheramento del segreto, per Clouzot, non è una mera pratica iconoclasta fine a sè stessa, quanto una rivendicazione di veridicità; l'intento del corvo non è quello di distruggere la credibilità delle sue vittime, ma quello di "ripulire" la società dall'ipocrisia regnante, costi quello che costi; e di fatto la forza della veridicità dei suoi scritti causerà un suicidio: quello di un malato terminale che, però, sappiamo spacciato fin dall'inizio, ennesiama riprova della fluidità dei concetti di Bene e Male nel mondo.
All'epoca della sua uscita, "Il Corvo" generò un vero e proprio scandalo in patria: Clouzot produsse il film grazie ai proventi della Continental, casa di produzione fondata dai nazisti in Francia; il ritratto impietoso della società francese, inoltre, costò al grande regista un'accusa di collaborazionismo con le forze occupanti, avvallata, disgraziatamente, dal favore che il film riscosse presso Goebbles e il suo enturagè; solo dopo la guerra, e grazie all difesa a spada tratta di grandi cineasti quali Marcel Carnè, Clouzot riuscì a scrollarsi di dosso l'onta subita; vergogna dovuta, però, anche alla miopia della critica dell'epoca: impossibile non leggere nella figura della madre vendicativa una metafora della resistenza contro l'invasore che mette i francesi gli uni contro gli altri, o nella figura del medico, libero pensatore distrutto dall forza manipolatrice del corvo, una metafora dell'intellettuale costretto ad abiurare le proprie posizioni in favore della posizione della classe dominante.
Ancora oggi incisivo e visivamente affascinatne (la tonalità grigia dominante che si scontra con le forti e contrastate ombre sugli sfondi, come se si fosse in un film espressionista), "Il Corvo" è il primo capolavoro di un grandissimo cineasta, oggi purtroppo poco conosciuto dai più, ma che ha saputo influenzare pesantemente anche gli autori contemporanei, sopratutto con i successivi "Vite Vendute" (1953) e, sopratutto, con "I Diabolici" (1955), tant'è che Tarantino lo omeggierà nel suo splendido "Bastardi senza Gloria" (2009).
Dredd- La Legge sono Io
Judge Dredd
di Danny Cannon
con: Sylvester Stallone, Armand Assante, Diane Lane, Max Von Sydow, Rob Schneider, Jurgen Prochnow, Joan Chen.
Azione/Fantascienza
Usa (1995)
Vero e proprio pilastro del fumetto inglese, il personaggio di Judge Dredd appare per la prima volta nel 1977, sul numero 2 della mitica rivista antologica 2000 A.D., basato su di un'idea originale di Pat Mills, sviluppata però da John Wagner, poi autore anche di "A History of Violence"; affiancato ai disegni da Carlos Ezquerra, Wagner si allontana però inizialmente dal personaggio, a causa dello stile grafico: Wagner era insoddisfatto del design di Dredd, simile, parole sue, ad un pirata spagnolo. La primissima run delle avventure del giudice di strada di Mega City 1 è quindi orfana dei suoi fautori principali; Wagner torna dopo circa un anno a scrivere le avventure di Dredd, sempre affiancato ai disegni da Ezquerra, il cui stile viene aggiornato, nonchè coadiuvato ai testi da Alan Grant.
Dredd è un giudice di strada di una megalopoli post-apocalittica; dopo la Terza Guerra Mondiale, il mondo è stato annichilito, i sopravvissuti nel Nord America sono arroccati in tre gigantesche città-stato, la cui estensione rende impossibile mantenere l'ordine; le città sono governate dalla magistratura, divenuta tirannide che ha riunito in sè tutti i poteri statali; e per tenere a bada la popolazione vengono istituiti i giudici di strada, corpo di polizia formato da agenti in grado d giudicare seduta stante i crimini, irrogando immediatamente la pena, talvolta anche quella di morte. Il più temuto tra questi è Dredd, personaggio a dir poco sui generis.
Laconico, violento, integerrimo, Dredd è una sorta di robot in grado solo di giustiziare chi ha davanti, perennemente avvolto nella divisa da giudice, con il casco che gli copre sempre il volto (mai mostrato nei fumetti), simbolo di una giustizia cieca ed incontestabile. con il suo celebre "Io sono la legge!", Dredd è l'incarnazione del potere repressivo impazzito, in grado di distruggere tutto e tutti per applicare la legge. Un vero e proprio "poliziotto fascista", protagonista di storie dalla forte carica umoristica, satira di quel thatcherismo che tanti guai ha portato al Regno Unito.
La collaborazione tra Wagner e Grant è in proposito essenziale alla riuscita della testata: quella che era nata come una semplice striscia iperviolenta e divertita, diviene una metafora iperbolica delle contraddizioni della società inglese; con uno stile esagerato, ultraviolento oltre il limite del grottesco, praticamente punk sia nella scrittura semplice ma efficace che nel disegno aggressivo, Wagner, Grant, Ezquerra e, in un secondo momento, Brian Bolland danno vita a quello che sarà il fiore all'occhiello di 2000 A.D., l'unica pubblicazione nata da essa ad essere ancor'oggi data alle stampe, nonchè il personaggio del fumetto inglese più conosciuto ed amato al mondo, vero simbolo di una satira visionaria e sovversiva.
E quando Wagner decide di declinare in chiave seria tematiche e personaggi, il risultato ha inaspettatamente fatto scuola. Pubblicato tra il 1990 ed il 1990, "Judge Dredd- America" è una miniserie dai toni cupi, dove tutto l'umorismo viene bandito. Il personaggio di Dredd diviene secondario nella narrazione, al cui centro c'è la giovane America Jara, figlia di immigrati ispanici a Mega City 1, cresciuta nel mito dei valori americani, ma unitasi ad un gruppo di terroristi che vogliono sovvertire il governo autoritario dei giudici per instaurare una democrazia; ma per farlo, ricorrano alla violenza.
Dissezione lucida della follia terroristica e delle contraddizioni insite nei concetto di rivoluzione armata (similmente a quanto fatto da Alan Moore con "V per Vendetta"), "America" è uno story-arc affascinante, reso ancora più memorabile dagli splendidi disegni di Colin McNeil, che ad oggi risulta ancora più attuale di quanto fu scritta e che all'epoca della sua pubblicazione fu affiancato ai classici del fumetto occidentali quali "Watchmen" e "Il Ritorno del Cavaliere Oscuro".
Il successo immediato di strip e comic con protagonista l'inarrestabile giudice ha suscitato l'interesse di Hollywood sin dalla prima metà degli anni '80. Già in questo periodo, lo sceneggiatore Edward Neumeier ha cercato di acquisirne i diritti per un adattamento filmico, di concerto con il regista Danny Cannon. Fallito il tentativo di acquisizione, Neumeier si allontanerà dal progetto per creare un'altra celebre icona pop simile in tutto e per tutto a Dredd: "RoboCop".
Una decina d'anni dopo, Cannon si ritrova però al timone del primo adattamento di "Judge Dredd"; progetto partito come piccola produzione indipendente, ma che nel corso del tempo si è evoluto fino ad un kolossal hollywoodiano vero e proprio, con tutte le conseguenze del caso.
Massacrato dalla critica statunitense, ignorato dal grande pubblico e snobbato dai fan del fumetto originale, "Dredd- La Legge sono Io" rappresenta, al contempo, il perfetto esempio di blockbuster sottovalutato, cinecomic tutto sommato riuscito e film d'azione se non intelligente, quanto meno non offensivo verso il suo pubblico.
Origini e caratterizzazione del personaggio sono, bene o male, le stesse che saranno conservate nel successivo "Dredd" di Travis, con una differenza fondamentale: qui c'è una storia degna di questo nome, che vede il giudice di strada di Mega City 1 condannato per un crimine che non ha commesso; vezzo narrativo che all'epoca suscitò le ire dei fan: era inammissibile il fatto che un personaggio noto per la sua inflessibilità fosse accusato di un crimine, se pur per meri motivi di racconto (ma si sa che tentare di ragionare con i fan è inutile e deleterio); ancora più oltraggiosa fu la scelta di far togliere l'iconico elmetto al personaggio e mostrare il volto di Stallone, allontanandosi dal simbolismo del comic originale; la verità è, forse, in fondo un'altra: è impossibile trasporre un fumetto nato come parodia violenta e sarcastica del thathcerismo e della repressione istituzionale senza tentare di dare una tridimensionalità al suo protagonista ed immergerlo in una storia con colpi di scena e rivelazioni inaspettate; pena sarebbe la noia o, peggio, il ridicolo, ossia ciò che avviene puntualmente nella pellicola del 2012, che, fiera della sua indipendenza produttiva, del basso budget e della piena aderenza all'opera originale, finiva per suicidarsi a pochissimi minuti dall'inizio.
L'origine umoristica del personaggio qui viene ripresa sopratutto nel primo atto: Dredd è un inflessibile giudice di strada, che si esprime a cannonate e sentenze (di morte), generando un'ironia nera tutto sommato godibile; la violenza del personaggio viene fortunatamente tenuta a bada, nel racconto, dal personaggio di Fargo (Von Sydow), suo mentore, che ricorda a lui (e allo spettatore) come la violenza non sia un metodo per far rispettare la legge; dopo decenni di film d'azione americani in cui il protagonista (sulla scorta dell'Ispettore Callahan e del Giustiziere della Notte) è un cane sciolto in cerca di giustizia, un personaggio che agisce violentemente per far rispettare un valore costituito di legge ed ordine appare, sempre all'interno del contesto del cinema americano, come una ventata d'aria fresca; come il suo celebre clone RoboCop, Dredd non è un semplice vigilante, ma il braccio violento della legge, che però non va mai contro di essa, ma si ostina asservirla fino all'ultimo (concetto più volte ribadito all'interno del film); se personaggi come l'Ispettore Callahan ed i suoi epigoni, che si divertono a scardinare a piacere l'ordine costituito ogni volta che questo risulti loro troppo stretto, sono talmente sovversivi da rappresentare una minaccia persino in un ordinamento di natura genuinamente fascista (tant'è che l'epiteto di fascista affibbiato al personaggio di Eastwood risulta persino riduttivo per descriverlo), Dredd è un fascista vero e proprio: la legge gli dà il potere di uccidere, lui esegue senza fare proteste e fa di tutto per portare ordine; il cattivo gusto viene per fortuna evitato dal contesto in cui il personaggio è immerso: un futuro distopico in preda al caos e a non meglio specificate guerre di quartiere, la cui origine, purtroppo ignorata dalla sceneggiatura, avrebbe potuto aggiungere una profondità inedita al film.
Il giudizio morale sul personaggio spetti, in ultima analisi, alla sensibilità del singolo spettatore: è più immorale celebrare un eroe individualista, che non si fa scrupolo ad uccidere chiunque non rispetti la sua privata idea di ordine e giustizia, o un eroe i cui poteri sono si controllati e regolati dal sistema in cui opera, ma che ha comunque libero giudizio su vita e morte di chiunque violi la legge?
Dilemma che fortunatamente non impedisce di godere della pellicola: "Dredd- La Legge sono Io" non è propaganda, ma puro intrattenimento hollywoodiano.
A differenza del film del 2012, quello del '95 è un kolossal mainstream prima maniera, con un cast stellare (oltre alla super-star Sylvester Stallone, ancora al top delle celebrità di Hollywood a metà degli anni'90, troviamo anche il leggendario Max Von Sydow, la bellissima Diane Lane e Armand Assante, lanciato proprio da Stallone nel suo esordio alla regia "Taverna Paradiso" del 1978) e, sopratutto, con valori produttivi tutt'ora invidiabili; scenografie ed effetti speciali sono al top: Mega City 1 è una metropoli viva, ricca di particolari e dallo stile distopico e cyberpunk fortemente debitore del lavoro di Syd Mead su "Blade Runner", ma ugualmente sbalorditiva per forme e colori; i costumi (ai quali ha lavorato anche Gianni Versace), gli oggetti di scena ed i veicoli denotano un gusto per l'estetica che, salvo sporadici casi, oggi si è del tutto perso nelle produzioni ad altissimo budget; in ultimo, perfino la musica di Alan Silvestri, con le sue note marziali del tema principale, riporta alla mente un modo di fare cinema di intrattenimento come non se ne fa più.
D'altro canto l'anno di produzione è il 1995: di lì a poco tra "Independence Day" e "Armageddon" (1998) il blockbuster hollywoodiano medio diverrà per sempre foriero di stupidità e patriottismi assortiti; in "Dredd", invece, si respira ancora l'aria del cinema action anni'80 e non a caso tra gli sceneggiatori troviamo il veterano Steven E. De Souza; il regista Danny Cannon, al suo terzo lungometraggio e poi apprezzato regista di serial tv, è invece un semplice mestierante, che non sempre valorizza le belle scenografie fisiche o le scene d'azione, ma che almeno sa imprimere ritmo al racconto, non eccede con la violenza, spesso lasciata fuori campo, nè insiste troppo sulla fisicità di Stallone (fortunatamente).
In un periodo in cuo vengono aprezzati filmacci quali "Transformers" (2007) e "Iron Man" (2008), viene davvero voglia di rivalutare in meglio un onesto kolossal come questo "Dredd", la cui ricchezza visiva stupisce oggi più che negli anni in cui fu prodotto.
di Danny Cannon
con: Sylvester Stallone, Armand Assante, Diane Lane, Max Von Sydow, Rob Schneider, Jurgen Prochnow, Joan Chen.
Azione/Fantascienza
Usa (1995)
Vero e proprio pilastro del fumetto inglese, il personaggio di Judge Dredd appare per la prima volta nel 1977, sul numero 2 della mitica rivista antologica 2000 A.D., basato su di un'idea originale di Pat Mills, sviluppata però da John Wagner, poi autore anche di "A History of Violence"; affiancato ai disegni da Carlos Ezquerra, Wagner si allontana però inizialmente dal personaggio, a causa dello stile grafico: Wagner era insoddisfatto del design di Dredd, simile, parole sue, ad un pirata spagnolo. La primissima run delle avventure del giudice di strada di Mega City 1 è quindi orfana dei suoi fautori principali; Wagner torna dopo circa un anno a scrivere le avventure di Dredd, sempre affiancato ai disegni da Ezquerra, il cui stile viene aggiornato, nonchè coadiuvato ai testi da Alan Grant.
Dredd è un giudice di strada di una megalopoli post-apocalittica; dopo la Terza Guerra Mondiale, il mondo è stato annichilito, i sopravvissuti nel Nord America sono arroccati in tre gigantesche città-stato, la cui estensione rende impossibile mantenere l'ordine; le città sono governate dalla magistratura, divenuta tirannide che ha riunito in sè tutti i poteri statali; e per tenere a bada la popolazione vengono istituiti i giudici di strada, corpo di polizia formato da agenti in grado d giudicare seduta stante i crimini, irrogando immediatamente la pena, talvolta anche quella di morte. Il più temuto tra questi è Dredd, personaggio a dir poco sui generis.
Laconico, violento, integerrimo, Dredd è una sorta di robot in grado solo di giustiziare chi ha davanti, perennemente avvolto nella divisa da giudice, con il casco che gli copre sempre il volto (mai mostrato nei fumetti), simbolo di una giustizia cieca ed incontestabile. con il suo celebre "Io sono la legge!", Dredd è l'incarnazione del potere repressivo impazzito, in grado di distruggere tutto e tutti per applicare la legge. Un vero e proprio "poliziotto fascista", protagonista di storie dalla forte carica umoristica, satira di quel thatcherismo che tanti guai ha portato al Regno Unito.
La collaborazione tra Wagner e Grant è in proposito essenziale alla riuscita della testata: quella che era nata come una semplice striscia iperviolenta e divertita, diviene una metafora iperbolica delle contraddizioni della società inglese; con uno stile esagerato, ultraviolento oltre il limite del grottesco, praticamente punk sia nella scrittura semplice ma efficace che nel disegno aggressivo, Wagner, Grant, Ezquerra e, in un secondo momento, Brian Bolland danno vita a quello che sarà il fiore all'occhiello di 2000 A.D., l'unica pubblicazione nata da essa ad essere ancor'oggi data alle stampe, nonchè il personaggio del fumetto inglese più conosciuto ed amato al mondo, vero simbolo di una satira visionaria e sovversiva.
E quando Wagner decide di declinare in chiave seria tematiche e personaggi, il risultato ha inaspettatamente fatto scuola. Pubblicato tra il 1990 ed il 1990, "Judge Dredd- America" è una miniserie dai toni cupi, dove tutto l'umorismo viene bandito. Il personaggio di Dredd diviene secondario nella narrazione, al cui centro c'è la giovane America Jara, figlia di immigrati ispanici a Mega City 1, cresciuta nel mito dei valori americani, ma unitasi ad un gruppo di terroristi che vogliono sovvertire il governo autoritario dei giudici per instaurare una democrazia; ma per farlo, ricorrano alla violenza.
Dissezione lucida della follia terroristica e delle contraddizioni insite nei concetto di rivoluzione armata (similmente a quanto fatto da Alan Moore con "V per Vendetta"), "America" è uno story-arc affascinante, reso ancora più memorabile dagli splendidi disegni di Colin McNeil, che ad oggi risulta ancora più attuale di quanto fu scritta e che all'epoca della sua pubblicazione fu affiancato ai classici del fumetto occidentali quali "Watchmen" e "Il Ritorno del Cavaliere Oscuro".
Il successo immediato di strip e comic con protagonista l'inarrestabile giudice ha suscitato l'interesse di Hollywood sin dalla prima metà degli anni '80. Già in questo periodo, lo sceneggiatore Edward Neumeier ha cercato di acquisirne i diritti per un adattamento filmico, di concerto con il regista Danny Cannon. Fallito il tentativo di acquisizione, Neumeier si allontanerà dal progetto per creare un'altra celebre icona pop simile in tutto e per tutto a Dredd: "RoboCop".
Una decina d'anni dopo, Cannon si ritrova però al timone del primo adattamento di "Judge Dredd"; progetto partito come piccola produzione indipendente, ma che nel corso del tempo si è evoluto fino ad un kolossal hollywoodiano vero e proprio, con tutte le conseguenze del caso.
Massacrato dalla critica statunitense, ignorato dal grande pubblico e snobbato dai fan del fumetto originale, "Dredd- La Legge sono Io" rappresenta, al contempo, il perfetto esempio di blockbuster sottovalutato, cinecomic tutto sommato riuscito e film d'azione se non intelligente, quanto meno non offensivo verso il suo pubblico.
Origini e caratterizzazione del personaggio sono, bene o male, le stesse che saranno conservate nel successivo "Dredd" di Travis, con una differenza fondamentale: qui c'è una storia degna di questo nome, che vede il giudice di strada di Mega City 1 condannato per un crimine che non ha commesso; vezzo narrativo che all'epoca suscitò le ire dei fan: era inammissibile il fatto che un personaggio noto per la sua inflessibilità fosse accusato di un crimine, se pur per meri motivi di racconto (ma si sa che tentare di ragionare con i fan è inutile e deleterio); ancora più oltraggiosa fu la scelta di far togliere l'iconico elmetto al personaggio e mostrare il volto di Stallone, allontanandosi dal simbolismo del comic originale; la verità è, forse, in fondo un'altra: è impossibile trasporre un fumetto nato come parodia violenta e sarcastica del thathcerismo e della repressione istituzionale senza tentare di dare una tridimensionalità al suo protagonista ed immergerlo in una storia con colpi di scena e rivelazioni inaspettate; pena sarebbe la noia o, peggio, il ridicolo, ossia ciò che avviene puntualmente nella pellicola del 2012, che, fiera della sua indipendenza produttiva, del basso budget e della piena aderenza all'opera originale, finiva per suicidarsi a pochissimi minuti dall'inizio.
L'origine umoristica del personaggio qui viene ripresa sopratutto nel primo atto: Dredd è un inflessibile giudice di strada, che si esprime a cannonate e sentenze (di morte), generando un'ironia nera tutto sommato godibile; la violenza del personaggio viene fortunatamente tenuta a bada, nel racconto, dal personaggio di Fargo (Von Sydow), suo mentore, che ricorda a lui (e allo spettatore) come la violenza non sia un metodo per far rispettare la legge; dopo decenni di film d'azione americani in cui il protagonista (sulla scorta dell'Ispettore Callahan e del Giustiziere della Notte) è un cane sciolto in cerca di giustizia, un personaggio che agisce violentemente per far rispettare un valore costituito di legge ed ordine appare, sempre all'interno del contesto del cinema americano, come una ventata d'aria fresca; come il suo celebre clone RoboCop, Dredd non è un semplice vigilante, ma il braccio violento della legge, che però non va mai contro di essa, ma si ostina asservirla fino all'ultimo (concetto più volte ribadito all'interno del film); se personaggi come l'Ispettore Callahan ed i suoi epigoni, che si divertono a scardinare a piacere l'ordine costituito ogni volta che questo risulti loro troppo stretto, sono talmente sovversivi da rappresentare una minaccia persino in un ordinamento di natura genuinamente fascista (tant'è che l'epiteto di fascista affibbiato al personaggio di Eastwood risulta persino riduttivo per descriverlo), Dredd è un fascista vero e proprio: la legge gli dà il potere di uccidere, lui esegue senza fare proteste e fa di tutto per portare ordine; il cattivo gusto viene per fortuna evitato dal contesto in cui il personaggio è immerso: un futuro distopico in preda al caos e a non meglio specificate guerre di quartiere, la cui origine, purtroppo ignorata dalla sceneggiatura, avrebbe potuto aggiungere una profondità inedita al film.
Il giudizio morale sul personaggio spetti, in ultima analisi, alla sensibilità del singolo spettatore: è più immorale celebrare un eroe individualista, che non si fa scrupolo ad uccidere chiunque non rispetti la sua privata idea di ordine e giustizia, o un eroe i cui poteri sono si controllati e regolati dal sistema in cui opera, ma che ha comunque libero giudizio su vita e morte di chiunque violi la legge?
Dilemma che fortunatamente non impedisce di godere della pellicola: "Dredd- La Legge sono Io" non è propaganda, ma puro intrattenimento hollywoodiano.
A differenza del film del 2012, quello del '95 è un kolossal mainstream prima maniera, con un cast stellare (oltre alla super-star Sylvester Stallone, ancora al top delle celebrità di Hollywood a metà degli anni'90, troviamo anche il leggendario Max Von Sydow, la bellissima Diane Lane e Armand Assante, lanciato proprio da Stallone nel suo esordio alla regia "Taverna Paradiso" del 1978) e, sopratutto, con valori produttivi tutt'ora invidiabili; scenografie ed effetti speciali sono al top: Mega City 1 è una metropoli viva, ricca di particolari e dallo stile distopico e cyberpunk fortemente debitore del lavoro di Syd Mead su "Blade Runner", ma ugualmente sbalorditiva per forme e colori; i costumi (ai quali ha lavorato anche Gianni Versace), gli oggetti di scena ed i veicoli denotano un gusto per l'estetica che, salvo sporadici casi, oggi si è del tutto perso nelle produzioni ad altissimo budget; in ultimo, perfino la musica di Alan Silvestri, con le sue note marziali del tema principale, riporta alla mente un modo di fare cinema di intrattenimento come non se ne fa più.
D'altro canto l'anno di produzione è il 1995: di lì a poco tra "Independence Day" e "Armageddon" (1998) il blockbuster hollywoodiano medio diverrà per sempre foriero di stupidità e patriottismi assortiti; in "Dredd", invece, si respira ancora l'aria del cinema action anni'80 e non a caso tra gli sceneggiatori troviamo il veterano Steven E. De Souza; il regista Danny Cannon, al suo terzo lungometraggio e poi apprezzato regista di serial tv, è invece un semplice mestierante, che non sempre valorizza le belle scenografie fisiche o le scene d'azione, ma che almeno sa imprimere ritmo al racconto, non eccede con la violenza, spesso lasciata fuori campo, nè insiste troppo sulla fisicità di Stallone (fortunatamente).
In un periodo in cuo vengono aprezzati filmacci quali "Transformers" (2007) e "Iron Man" (2008), viene davvero voglia di rivalutare in meglio un onesto kolossal come questo "Dredd", la cui ricchezza visiva stupisce oggi più che negli anni in cui fu prodotto.
Il Corvo- The Crow
The Crowdi Alex Proyas
con: Brandon Lee, Rochelle Davis, Ernie Hudson, Michael Wincott, David Patrick Kelly, Tony Todd.
Fantastico
Usa (1994)
Apparso per la prima volta tra il 1988 ed il 1989, "Il Corvo" di James O'Barr è tutt'oggi il fumetto indipendente ed underground più venduto di sempre, pubblicato per la prima volta dalla Mirage Studios di Kevin Eastman. Successo facile da spiegare se si tiene conto dei contenuti, dello stile e del periodo di pubblicazione.
Il Corvo, alias Eric è protagonista di una tragica storia di amore e morte: musicista rock di second'ordine, viene ferito a morte da un gruppo di teppisti di strada, che seviziano e uccidono anche la sua giovane fidanzata Shelly, proprio il giorno prima delle loro nozze; sopravvissuto miracolosamente alla brutale violenza dei suoi assalitori, Eric comincia una personale crociata in cerca di vendetta, accompagnato da uno strano corvo e dal suo gatto bianco Gabriel, nonchè guidato, in visioni oniriche, da un sinistro Cowboy non-morto, sorta di moderno Virgilio.
Nel fumetto non viene mai spiegata la causa della resurrezione di Eric: fortuna? Caso? Forza mistica? O'Barr preferisce non dare risposta, concentrandosi sulla descrizione del mondo sudicio e cupo e della psicologia disperata del protagonista; personaggio, quello di Eric, ispirato fisicamente al cantante Iggy Pop (che infatti comparirà nel sequel della pellicola del 1994, lo squallidissimo "Il Corvo 2" del 1996), mentre dal punto di vista della caratterizzazione l'autore pare essersi ispirato a Ian Curtis, front-man dei Joy Division, morto suicida a soli 23 anni, oltre che ad una serie di fatti di cronaca: l'uccisione di una giovane coppia di fidanzati a Detroit per la miserevole somma di 20 dollari, nonchè la morte della sua stessa fidanzata, avvenuta a sole due settimane dal loro matrimonio a causa di uno sventurato incidente d'auto.
Successo di pubblico che, si diceva, si spiega, anche al di là dell'effettiva qualità del comic in sè, se si tiene conto del periodo di pubblicazione; nella seconda lemtà degli anni '80, il post-punk comincia a mutare verso il Dark: gli abiti logori e sgargianti lasciano il posto ad un look più sobrio, caratterizzato dall'assenza di colore, ed alla contestazione fine a sè stessa di stampo nichilista, si sostituisce una sensibilità poetica, reminiscenza del romanticismo francese.
La generazione Dark diviene ossessionata dai concetti di amore e morte, connubio classico nel quale si rinvengono le emozioni primigenee dell'Uomo. Ossessione dovuta alla paura di un mondo che spesso non si comprende, sia in quanto adolescente che in quanto diversi per gusti non solo estetici dalla massa; da qui l'uso dell'assenza di colore per mascherarsi contro il dolore causato dal prossimo; e la ricerca spasmodica dell'amore come unica medicina a tale dolore.
Per quella generazione è stato facile identificarsi nella tragica storia di Eric, restare affascinati dal suo amore immortale per Shelly, dalla violenza delle sue azioni, pur sempre giustificate dall'orrore del quale è stato vittima; e facile è anche restare ammalianti dallo stile di disegno, semplice fino al crudo, eppure incredibilmente espressivo, ennesima dimostrazione di come una storia dalla trama semplice riesca a divenire memorabile se adeguatamente narrata ed illustrata.
Cult plurigenerazionale degli anni '90, punto di riferimento estetico per quella sottocultura Dark che già aveva amato il fumetto e film maledetto per antonomasia, "Il Corvo" è davvero una pellicola sulla quale è stato scritto e detto tutto ed il contrario di tutto; da chi lo osanna come un capolavoro assoluto a chi lo distrugge senza mezzi termini, tutti gli atteggiamenti verso di essa sembrano confermare una spiacevole tendenza della critica e della mentalità dei fanboys: davvero pochissimo è stato scritto sul film in sè piuttosto che sul fenomeno di costume che ha generato, o sulla prematura scomparsa del suo interprete principale, il compianto Brandon Lee.
Rispetto a quella del fumetto, la sceneggiatura del film mette subito in chiaro le origini sovrannaturali del personaggio: Eric (che ora fa di cognome "Draven", ossia "The Raven", sottile riferimento a Poe) è morto; dopo un anno un corvo (simbolo del rito di passaggio tra la vita e la morte in moltissime culture, non ultima quella della religione cristiana delle origini) lo riporta in vita per fare giustizia dei suoi assalitori; molto più spazio viene poi dati ai personaggi di Sarah (Rochelle Davis), ragazzina cresciuta da Eric e dalla sua defunta fidanzata perchè vittima di una madre prostituta ed eroinomane, del poliziotto, qui ribattezzato Albrecht (Ernie Hudson) e promosso a comprimario, nonchè a Top Dollar (Michael Wincott), ora vero e proprio villain a capo di una grossa organizzazione criminale dedita al vandalismo e alla violenza fine a sè stessa, fautore di quella "Notte del Diavolo" nella quale Eric e Shelly hanno perso la vita, fatto, tra l'altro, ispirato a veri eventi che si sono susseguiti a Detroit nel corso degli anni '70.
La forza del film non è da ricercare nella trama, un semplice racconto di vendetta del tutto lineare, praticamente uno slasher dove l'assassino è il protagonista (che pur con le dovute differenze è a grandi linee la stessa ideata da O'Barr,) quanto nell'atmosfera, nella regia e nel cast.
Nella messa in scena, Proyas si rifà a classici quali "Blade Runner" (1982) e "Batman" (1989), evitando però ogni forma di effettiva derivatività: il suo è un gotico urbano, cupo e plumbeo come non se ne erano mai visti prima al cinema, che nulla ha che fare con le fonti di riferimento e in cui la matrice religiosa viene enfatizzata per creare un'atmosfera sovrannaturale ed autunnale più marcata; atmosfera si violenta e cruda, ma non che non scade mai nel nichilismo fine a sè stesso: per tutto il film, alle crudeltà mostrate viene opposta sempre una forza benigna(sublimata nella celebre battuta "Non può piovere per sempre"), sia essa data dal commento della voce-off della piccola Sarah, dai gesti altruistici del protagonista (come nella splendida scena della redenzione della prostituta, dagli echi evangelici un pò forzati, ma tutto sommato coerenti con i temi del film) o dal finale, in cui dopo la violenza e la vendetta giunge infine la redenzione; mancanza di cattiveria fine a sè stessa che, nel decennio dell'autodistruttivismo compiaciuto di "Fight Club" (1999), appare come il migliore dei pregi, piuttosto che come una mancanza di coraggio da parte dei realizzatori.
Proyas, dimostra una forza visiva inusitata per una pellicola volutamente mainstream: il montaggio spezzato, la fotografia contrastata, con tagli di luce espressionisti, reminiscenze di "Batman Il ritorno" che però trovano sempre una propria identità estetica; e sopratutto le splendide soggettive del volo del corvo rendono il film un esperienza pressocchè unica per l'epoca in cui fu prodotto, nonchè tutt'oggi magnifica da vedere ed ascoltare; anche perchè, a differenza dei suoi coevi videoclippari, il regista riesce sempre a tenere sotto controllo la messa in scena e a non farla scadere mai ai livelli di un video musicale gonfiato a lungometraggio. Ed è un vero peccato il fatto che, dopo "Dark City", Proyas non si eguaglierà mai più tali livelli estetico-stilistici.
Se Brandon Lee buca letteralmente lo schermo in quella che, purtroppo, è la sua ultima e più brillante performance, non da meno è il resto del cast, con un Michael Wincott semplicemente perfetto nei panni di un criminale che è l'incarnazione stessa della cattiveria urbana, del cinismo e del male fine a se medesimo, il sempre-verde caratterista Ernie Hudson nei panni di Albrecht, spalla umana e compassionevole, la cui visione del dolore del protagonista lo aiuterà nella sua vendicativa missione ed un David Patrick Kelly (già indimenticato teppista ne "I Guerrieri della Notte" di Walter Hill del 1979, altro grande cult sulla violenza notturna urbana) viscido e sopra le righe nei panni di T-Bird.
Vicino alla controparte cartacea per i temi trattati, ma da essa lontano anni luce per lo stile gotico e visionario, "Il Corvo- The Crow" è un perfetto esempio di ottima estetica e di racconto basico e coinvolgente, il cui status di cult risulta essere davvero ben meritato.
EXTRA
Il misterioso personaggio di Skull Cowboy, il Virgilio onirico che guida Eric nella sua vendetta nel comic originale, appare in realtà anche nella trasposizione filmica.
Interpretato dal mitico caratterista Michael Berryman, Skull Cowboy guidava anche Eric Draven nel suo percorso, ma le sue scene sono state tutte tagliate in sede di montaggio perchè giudicate troppo distanti dal tono generale del resto della narrazione.
Tutte le sequenze sono però state reintegrate nella versione estesa del film, disponibile in DVD e Blu-Ray sui soli mercati esteri.
Visto l'ottimo successo, sia di critica che di pubblico, O'Barr ha continuato la mitologia de "Il Corvo", ma anzicchè creare un seguito ufficiale (tutt'oggi mai scritto), ha scritto una serie di spin-off con protagonisti altri redivivi in cerca di vendetta.
Tra questi, meritano una lettura almeno "Flesh and Blood" (1996) ed il successivo "The Crow/Razor: Kill the Pain" (1998).
L'Armata delle Tenebre
Army of Darknesscon: Bruce Campbell, Embeth Davidtz, Marcus Gilbert, Ian Abercrombie, Richard Grove, Bridget Fonda.
Fantastico
Usa (1992)
Agli inizi degli anni '90, il nome di Sam Raimi è famoso sia ad Hollywood sia presso i moviegoers di tutto il mondo; è sinonimo di affidabilità, oltre che di stile: quei suoi piccoli film, girati a suon di intravision e stop-motion, costano poco e vendono benissimo. E riunitosi con Dino De Laurentiis, nel 1992, Raimi riesce a coronare quello che forse era il sogno di una vita, ossia un film d'avventura medioevale come continuazione dei suoi horror sul Necronomicon. Nasce così "L'Armata delle Tenebre", ad oggi la sua opera magna.

Una pellicola che può tranquillamente essere definita "lucasiana": così come Lucas è riuscito a rielaborare i vecchi serial di avventura e fantascienza nelle sue creature più famose, anche Raimi si rifà al cinema del passato per creare uno spettacolo moderno. Il punto di riferimento è dato dai film d'avventura degli anni '50 e '60, i cosiddetti "Sandaloni" della Hollywood sul Tevere, così come i vari "Robin Hood" e "Captain Blood"; in particolare, è alle opere del mitico Ray Harryhausen che Raimi pone omaggio, con gli scheletri de "Gli Argonauti" e "Scontro di Titani" che riprendono vita nell'armata del titolo.

Il cinema cappa e spada d'antan viene mischiato con lo splatter, anche se la quantità di sangue versata stavolta è decisamente minore rispetto ai capitoli precedenti.
Ash, dal canto suo, diventa una perfetta via di mezzo tra Errol Flynn e l'americani idiot: ha un quoziente intellettivo basso, fa discorsi da zotico americano standard, ma è sempre pronto all'azione, riuscendo a cavarsela in ogni situazione; anche se tutto il caos, questa volta, è colpa della sua stessa deficenza. Ash diviene, mai come ora, l'anti-eroe per eccellenza, ossia un uomo comune chiamato a porre rimedio ad un problema più grande di lui; diventa così il motore di tutta la vicenda, sia quando combatte, sia quando è semplice protagonista delle selvagge gag, quasi delle torture che subisce per il divertimento del pubblico.

Se nel precedente capitolo l'umorismo era fisico, basato sulle movenze fluide del corpo di Bruce Campbell, ora diviene distruttivo e talmente sopra le righe da finire subito nel grottesco. Stilisticamente, "L'Armata delle Tenebre" vive così di eccessi, di esplosioni di humor incontrollato, così come di sequenze action dove nessuna comparsa viene risparmiata. Raimi non solo cuce insieme registri eterogenei, ma riesce anche ad elevarli all'ennesima potenza in nome di uno spettacolo divertente e divertito.

Spettacolo che rivive su schermo in modo artigianale: al bando i moderni SFX, Raimi predilige l'uso del compositing con modellini, stop-motion e comparse in tuta di lattice. Il tutto riesce a donare un'aura di carisma a questa stramba avventura medioevale. La cui riuscita è totale: tra azione frenetica, umorismo slapstick, battute fulminanti e qualche brivido, Raimi muove il tutto con mano sicura.

L'esito è definitivo: un perfetto meccanismo di divertimento "d'autore", dove il passato rivive in modo glorioso in uno spettacolo ai limiti del postmoderno. Un'avventura scatenata che prova la versatilità di Raimi e di Bruce Campbell, mai più così bravi e ispirati come qui.
lunedì 29 aprile 2013
Le Streghe di Salem
The Lords of Salem
di Rob Zombie
con: Sheri Moon Zombie, Bruce Davison, Jeffrey Daniel Phillips, Ken Foree, Meg Foster, Dee Wallace.
Horror
Usa, Inghilterra, Canada (2012)
Horror americano, ovvero: Slasher Movie e Torture Porn, due filoni triti, ritriti e forieri di pellicole noiose o, peggio, spocchiose (si, "Hostel"), di visioni vecchie di trent'anni e di brividi che latitano; il genere sovversivo per antonomasia, in pratica, si è fossilizzato, negli States, divenendo emblema della massificazione e del conformismo estetico; almeno da venti anni a questa parte: negli anni'70, l'horror americano, che all'epoca viveva la sua "Golden Age", era duro, coraggioso ed impietoso verso il suo pubblico, poichè visto dagli autori dell'epoca come mezzo per la sperimentazione tecnica e per la critica politica (basti vedere capolavori quali "La Notte dei Morti Viventi" del 1968 o "Non Aprite quella Porta" per accorgersene), non come mero espediente per raggranellare soldi facili.
Nel decennio scorso un solo regista è riuscito a riprendere la tradizione estetico-contenutistica della "Golden Age" e a creare pellicole di certo non originali, ma interessanti: Rob Zombie, ex rocker (dapprima come front-man dei White Zombie, poi come solista) passato al cinema, in realtà sua passione primigenea; Zombie è un cultore dell'horror anni'70, in particolare della pellicola di Hooper: il suo esordio, "La Casa dei 1000 Corpi" (2003) ne è in tutto e per tutto un remake gonfiato ed immerso in una interessante atmosfera visionaria (altro che quella schifezza, ad esso coeva, diretta dal videoclipparo Marcus Niespel).
Al suo sesto lungometraggio Rob Zombie conferma le sue doti di visionario dell'horror e dimostra di aver quasi acquisito la padronanza piena del mezzo filmico: "Le Streghe di Salem", pur non essendo una pellicola riuscitissima, è un vero e proprio manifesto artistico dell'autore.
Già a partire dalla trama, Zombie riprende un topos dell'horror gotico e lo reinterpreta in chiave moderna: un disco industrial rock che richiama forze demoniache nella città di Salem (citazione di "Murderrock" del 1984, diretto da Lucio Fulci, oltre che famosa leggenda metropolitana americana), famosa per la caccia alle streghe nel XVII secolo; ascoltato il pezzo, la dj locale Heidi LaRoc (Sheri Moon Zombie, moglie dell'autore) comincia a precipitare in un incubo ad occhi aperti che la porterà a scoprire la verità sulle forze malefiche che ancora infestano il luogo.
Se nei lavori precedenti Zombie si rifaceva al cinema di Hooper, Carpenter e di Tim Burton (le visioni gotiche di "Halloween II" del 2009) e Sam Peckinpah (dal quale riprende il tono crepuscolare ed elegiaco nello splendido "La Casa del Diavolo" del 2005), questa volta pesca a piene mani da altri tre grandissimi autori: Stanley Kubrick, Roman Polanski e, sopratutto, Lucio Fulci.
Impossibile non notare le somiglianze tra le mitiche steady all'interno dell'Overlook Hotel di "Shining" (1980) e il modo in cui Zombi inquadra l'appartamento n°5, i corpi nudi e grinzosi delle steghe e, soprattutto, il cerimoniale nella parte finale, la cui geometricità delle inquadrature e le cui scenografie sembrano uscite dritte dritte dal capolavoro di Kubrick; il tema dell'avvento dell'Anticristo concepito da una donna manipolata da una combricola di satanisti viene invece da un altro pilastro dell'horror moderno, "Rosemary's Baby" (1968) di Polanski, dal quale Zombie riprende anche il finale disperato e non consolotario; ma l'influenza maggiore, si diceva, è quella di Lucio Fulci, in particolare del cult "...E tu vivrai nel Terrore! L'Aldilà" (1981): Zombie si rifà apertamente al prologo del film del regista romano per la fotografia delle visioni del sabbath, anche qui virata al seppia, in una splendida monocromia che fa davvvero sembrare il film come un prodotto vecchia scuola, uscito nei mitici '70.
Zombie imbastisce una mitologia satanica classica: tutti i simboli del male vengono ripresi certosinamente e riportati su schermo; nelle visioni apocalittiche, in particolare nello scioccante finale, il regista dà il meglio di sè: barocco, eccessivo disturbante, ma mai autocompiaciuto, Zombie riesce davvero ad infastidire con sabbath malefici, parti osceni e rinascite maligne come forse non se ne sono mai viste in un film di serie A; l'universo del film è malato e decadente: Zombie non celebra il satanismo, ma lo mostra per quello che è, ossia la sovversione completa e totale della cosmogonia cattolica, riuscendo davvero a spiazzare anche lo spettatore meno credente; da antologia, in particlare, i costumi del cerimoniale della nascita, dove i personaggi non hanno volto e venerano il caprone, simbolo del male assoluto.
Riducendo l'uso del montaggio quasi a zero (tant'è che per la maggior parte del film si può parlare di mero assemblaggio delle inquadrature), l'autore si concentra sulle singole inquadrature sia per le scene visionarie, che per quelle di pura tensione naturalistica; Zombie dimostra così una padronanza maggiore della grammatica filmica rispetto al passato, riuscendo a costruire le singole scene con poche inquadrature e dando loro il giusto ritmo. Più acerba è, invece, la narrazione generale: troppo lenta la prima parte, quasi noiosa, come se l'autore aveese paura di mostrare subito le sue carte migliori; arrivare al terzo atto è davvero un'impresa, tra personaggi inutili e scene puramente didascaliche (la spiegazione della maledizione) che nulla aggiungono alla narrazione e che anzi la ingolfano inutilmente.
Pur nella sua lentezza, "Le Streghe di Salem" è una pellicola affascinante e sconvolgente, il punto d'arrivo imperfetto ma visionario di un autore che dimostra un talento inusuale in un panorama desolante quale quello del cinema horror made in U.S.A..
di Rob Zombie
con: Sheri Moon Zombie, Bruce Davison, Jeffrey Daniel Phillips, Ken Foree, Meg Foster, Dee Wallace.
Horror
Usa, Inghilterra, Canada (2012)
Horror americano, ovvero: Slasher Movie e Torture Porn, due filoni triti, ritriti e forieri di pellicole noiose o, peggio, spocchiose (si, "Hostel"), di visioni vecchie di trent'anni e di brividi che latitano; il genere sovversivo per antonomasia, in pratica, si è fossilizzato, negli States, divenendo emblema della massificazione e del conformismo estetico; almeno da venti anni a questa parte: negli anni'70, l'horror americano, che all'epoca viveva la sua "Golden Age", era duro, coraggioso ed impietoso verso il suo pubblico, poichè visto dagli autori dell'epoca come mezzo per la sperimentazione tecnica e per la critica politica (basti vedere capolavori quali "La Notte dei Morti Viventi" del 1968 o "Non Aprite quella Porta" per accorgersene), non come mero espediente per raggranellare soldi facili.
Nel decennio scorso un solo regista è riuscito a riprendere la tradizione estetico-contenutistica della "Golden Age" e a creare pellicole di certo non originali, ma interessanti: Rob Zombie, ex rocker (dapprima come front-man dei White Zombie, poi come solista) passato al cinema, in realtà sua passione primigenea; Zombie è un cultore dell'horror anni'70, in particolare della pellicola di Hooper: il suo esordio, "La Casa dei 1000 Corpi" (2003) ne è in tutto e per tutto un remake gonfiato ed immerso in una interessante atmosfera visionaria (altro che quella schifezza, ad esso coeva, diretta dal videoclipparo Marcus Niespel).
Al suo sesto lungometraggio Rob Zombie conferma le sue doti di visionario dell'horror e dimostra di aver quasi acquisito la padronanza piena del mezzo filmico: "Le Streghe di Salem", pur non essendo una pellicola riuscitissima, è un vero e proprio manifesto artistico dell'autore.
Già a partire dalla trama, Zombie riprende un topos dell'horror gotico e lo reinterpreta in chiave moderna: un disco industrial rock che richiama forze demoniache nella città di Salem (citazione di "Murderrock" del 1984, diretto da Lucio Fulci, oltre che famosa leggenda metropolitana americana), famosa per la caccia alle streghe nel XVII secolo; ascoltato il pezzo, la dj locale Heidi LaRoc (Sheri Moon Zombie, moglie dell'autore) comincia a precipitare in un incubo ad occhi aperti che la porterà a scoprire la verità sulle forze malefiche che ancora infestano il luogo.
Se nei lavori precedenti Zombie si rifaceva al cinema di Hooper, Carpenter e di Tim Burton (le visioni gotiche di "Halloween II" del 2009) e Sam Peckinpah (dal quale riprende il tono crepuscolare ed elegiaco nello splendido "La Casa del Diavolo" del 2005), questa volta pesca a piene mani da altri tre grandissimi autori: Stanley Kubrick, Roman Polanski e, sopratutto, Lucio Fulci.
Impossibile non notare le somiglianze tra le mitiche steady all'interno dell'Overlook Hotel di "Shining" (1980) e il modo in cui Zombi inquadra l'appartamento n°5, i corpi nudi e grinzosi delle steghe e, soprattutto, il cerimoniale nella parte finale, la cui geometricità delle inquadrature e le cui scenografie sembrano uscite dritte dritte dal capolavoro di Kubrick; il tema dell'avvento dell'Anticristo concepito da una donna manipolata da una combricola di satanisti viene invece da un altro pilastro dell'horror moderno, "Rosemary's Baby" (1968) di Polanski, dal quale Zombie riprende anche il finale disperato e non consolotario; ma l'influenza maggiore, si diceva, è quella di Lucio Fulci, in particolare del cult "...E tu vivrai nel Terrore! L'Aldilà" (1981): Zombie si rifà apertamente al prologo del film del regista romano per la fotografia delle visioni del sabbath, anche qui virata al seppia, in una splendida monocromia che fa davvvero sembrare il film come un prodotto vecchia scuola, uscito nei mitici '70.
Zombie imbastisce una mitologia satanica classica: tutti i simboli del male vengono ripresi certosinamente e riportati su schermo; nelle visioni apocalittiche, in particolare nello scioccante finale, il regista dà il meglio di sè: barocco, eccessivo disturbante, ma mai autocompiaciuto, Zombie riesce davvero ad infastidire con sabbath malefici, parti osceni e rinascite maligne come forse non se ne sono mai viste in un film di serie A; l'universo del film è malato e decadente: Zombie non celebra il satanismo, ma lo mostra per quello che è, ossia la sovversione completa e totale della cosmogonia cattolica, riuscendo davvero a spiazzare anche lo spettatore meno credente; da antologia, in particlare, i costumi del cerimoniale della nascita, dove i personaggi non hanno volto e venerano il caprone, simbolo del male assoluto.
Riducendo l'uso del montaggio quasi a zero (tant'è che per la maggior parte del film si può parlare di mero assemblaggio delle inquadrature), l'autore si concentra sulle singole inquadrature sia per le scene visionarie, che per quelle di pura tensione naturalistica; Zombie dimostra così una padronanza maggiore della grammatica filmica rispetto al passato, riuscendo a costruire le singole scene con poche inquadrature e dando loro il giusto ritmo. Più acerba è, invece, la narrazione generale: troppo lenta la prima parte, quasi noiosa, come se l'autore aveese paura di mostrare subito le sue carte migliori; arrivare al terzo atto è davvero un'impresa, tra personaggi inutili e scene puramente didascaliche (la spiegazione della maledizione) che nulla aggiungono alla narrazione e che anzi la ingolfano inutilmente.
Pur nella sua lentezza, "Le Streghe di Salem" è una pellicola affascinante e sconvolgente, il punto d'arrivo imperfetto ma visionario di un autore che dimostra un talento inusuale in un panorama desolante quale quello del cinema horror made in U.S.A..
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