domenica 21 luglio 2013

Hellboy



di Guillermo del Toro


con: Ron Perlman, Selma Blair, Rupert Evans, Doug Jones, John Hurt, Karel Roden, Bridget Hodson, Corey Johnoson.


Supereroistico/Fantastico/Azione


Usa (2004)









Con l'exploit supereroistico dei primi anni 2000, tornano in auge anche le trasposizioni dei supereroi del fumetto underground; particolare fortuna ha avuto in particolare quella di Hellboy, diretta nientemeno che da Guillermo del Toro, all'epoca reduce da un altro adattamento fummettistico: il bel "Blade II" (2002).



Pubblicato per la prima volta dalla Dark Horse Comics (casa editrice "madre" del fumetto di nicchia statunitense), Hellboy vede la luce nel 1993, ad opera di Mike Mignola, già autore di punta della DC Comics, per la quale ha disegnato alcune delle più interessanti storie dell'universo di Batman dell'epoca, come "Gotham by Gaslight" e il nerdissimo "Batman vs. Predator"; protagonista di storie dall'impianto lovecraftiano e caratterizzate da uno stile grafico bidimensionale tipo collage di indubbio fascino, Hellboy altro non è che il classico anti-eroe made in Usa: un demone cresciuto da umani che collabora con un'agenzia governativa per la difesa contro il paranormale, il Bureau of Paranormal Research and Defense;le storie delle quali è protagonista sono caratterizzate da una fantasia sfrenata, imperniata su una mitologia orrorifica classica mista ad influenze del Vecchio Testamento e dei miti arcaici e lovecraftiani, da un umorismo cinico e a tratti sfrontato e da un'inconsueta brevità; ogni volume presenta infatti storie autoconclusive, gli story-arc più lunghi non superano i 2-3 volumi massimo, sganciando così la serie dalla serializzazione episodica mainstream.


Nel passaggio su pellicola, sfortunatamente molti degli elementi caratteristici del comic vanno persi; per comprendere meglio questo "processo di semplificazione", bisogna tenere conto del (atroce) contesto nel quale il film vede la luce. L'anno è il 2004: pubblico e critica sono estasiati dai polpettoni Marvel sui supereroi con superproblemi; la Starlite flms acquisisce i diritti per l'adattamento del personaggio di Mignola con un'unica, perfettamente apparente, intenzione: cavalcare il successo di "Spider-Man" e affini per ottenere un ottimo riscontro di critica e di pubblico; ecco dunque che la narrazione viene avviata, subito dopo l'incipit, dal punto della recluta Myers (sorta di nerd inetto che dovrebbe catturare le simpatie, al solito, dello spettatore medio americano) piuttosto che da quello del rosso demone in impermeabile; la trama portante, inoltre, viene inutilmente spezzettata per dar spazio ad un'improbabilissima storia d'amore "a 3" tra il demone, l'agente e la bella pirocinetica Liz, il cui esito è scontato fin dalle primissime battute; quel che è peggio, tuttavia, è la scialba caratterizzazione dell'eroe e degli antagonisti; nell'infelice tentativo di dare a Rasputin e compagna una qualche rilevanza drammatica, gli autori decidono di imbastire tra i due una love-story smielata, come se questi due stregoni immortali e dannati fossero in realtà due tee-ager innamorati (e lo scopo di tale velleità è talmente scontato che non occorre nemmeno sottolinearlo); sorte peggiore spetta al protagonista, il quale diviene una specie di "Peter Parker degli Inferi": insicuro e cialtrone, Hellboy viene dipinto come un adolescente in piena crisi ormonale e il suo memorabile umorismo nero viene relegato ad una serie di battutine sconce lanciate durante i duelli; il fondo viene raggiunto, manco a dirlo, nel finale, dove l'eroe acquista coscienza della sua natura grazie alle paroline dell'inutile gregario, in un tripudio di moralismo da seconda elementare.


Messa da parte la storia (il solito racconto di origine e formazione con tutti i luoghi comuni del caso), è la regia di del Toro a porre una pietra tombale sulla pellicola: meccanica e poco ispirata, si fregia di scene d'azione ben congegnate ma del tutto prive di pathos e tensione; dulcis in prufundus: il design di creature e scenografie è perlopiù scialbo e incolore, lasciando basiti solo per la trovata nel nazista-zombie-ninja, alla faccia della visionarietà sfoggiata nel precedente "Il Labirinto del Fauno" (2002); se proprio vi è un lato positivo dato alla pellicola dall'autore messicano, esso risiede nella scelta del protagonista: Ron Perlman, stimato caratterista qui promosso per la prima volta a protagonista, che dona fisicità e carisma ad un personaggio altrimenti piatto e stereotipato.

venerdì 19 luglio 2013

Spider-Man 2

di Sam Raimi

con: Tobey Maguire, Kirsten Dunst, Alfred Molina, James Franco, Rosmary Harris, J.K. Simmons.

Supereroistico/Commedia

Usa (2004)
















Con un incasso di oltre 400 milioni di dollari, un sequel per il primo "Spider-Man" (2002) era inevitabile; ecco dunque che due anni dopo l'intero cast artistico e tecnico torna alla carica con questo "Spider-Man 2", pellicola che ripropone la medesima formula del suo predecessore elevandola al quadrato; ed il risultato, manco a dirlo, è lungi dal poter essere definito come "riuscito".




Concentrandosi ancora più marcatamente sul personaggio di Peter Parker, Raimi confeziona un film supereroistico dove, di fatto, di supereroistico c'è davvero poco: il 90% della durata è dedicata alle traversie del giovane Parker, al suo complesso rapporto con la bella Mary Jane e alle brutte sorprese che la vita gli riserva; decisione a dir poco inutile: a cosa serve spendere 200 milioni di dollari di budget in effetti speciali, se poi tutta l'enfasi finisce sulle disavventure di un comune fotoreporter? Ciò che è peggio è che la caratterizzazione del personaggio è totalmente sbagliata; forse per tentare un'immedesimazione più profonda tra il protagonista e lo spettatore medio, Parker viene descritto come un imbecille sfigato, una sorta di Fantozzi ventenne a cui davvero non ne va bene una; il ridicolo lo si tocca in una scena in particolare, ossia quando l'eroe decide di rinunciare ai suoi poteri e vivere una vita comune... muovendosi al ralenty sulle note di "Raindrops keep fallin' on my head"; scena che, a detto dello stesso regista, dovrebbe commuovere lo spettatore, ma che sembra uscita dritta dritta da una parodia dei trio Zucker-Abrhams-Zucker. 




Dal canto suo l'ex enfante prodige dirige tutto il film con il pilota automatico: dialoghi pretestuosi, fotografia dai colori talmente caldi che sembra uscita da Bollywood e azione a singhiozzo sono le caratteristiche principali di un film che non avvince né convince; lo stile di Raimi si ravvisa solo in due sequenze: il bello scontro tra il supereroe e il cattivo nella metropolitana, adrenalinico e drammatico come pochi e con un bel finale, e la nascita di Doc Ock, nel quale l'autore fa rivivere le sperimentazioni in soggettiva della trilogia di "Evil Dead", facendoci capire che sotto sotto qualcosa di buono sa ancora imbastirla, tant'è che si concede persino un cammeo assieme al collega e amico John Landis.




Non aiuta alla riuscita del film nemmeno la trama, divisa su due tronconi narrativi che si amalgamano malissimo: da un lato il confronto con il villian Dr. Octopus (interpretato da un Alfred Molina a dir poco sprecato), dall'altra, come accennato, le disavventure del nerd dietro la maschera rossa; e se la caratterizzazione del personaggio è bislacca, a dir poco improbabili sono le sue schermaglie romantiche con Mary Jane: per aggiungere un pò di pepe, i due intavolano una pretestuosa relazione con terzi, lei con il figlio di J.Jonah Jameson, che nei fumetti era ben altro personaggio, lui con l'anoressica figlia del padrone di casa, il Sig. Diktovic (!!!), finendo per tediare inutilmente i nervi dello spettatore, il quale ovviamente già conosce come la storia andrà a finire.




Quel che resta della narrazione si concentra sullo scontro tra Spidey e Doc Ock, oltre che su una sottotrama riguardante la vendetta di Harry Osborn; quest'ultima, in particolare, è poco più di un riempitivo e serve solo a concedere un piccolo climax a metà film e ad aggiungere un finale parzialmente aperto; lo scontro con il villain è invece a dir poco spiazzante; se il duello tra i due è, al solito, meccanico e scontato (con tanto di fanciulla in pericolo da salvare alla fine del terzo atto, come da tradizione), è la caratterizzazione del personaggio a lasciare basiti; nella peggiore tradizione del blockbuster buonista, Octopus non è più lo scienziato megalomane del fumetto, ma la vittima di un suo esperimento finito male, schiavo dei suoi stessi tentacoli e del rimorso per la perdita della sua bella moglie; la sua non è cattiveria, ma mancanza di libero arbitrio: paradossalmente, il vero eroe è lui poiché agisce sotto una forma di condizionamento che, nell'economia della sceneggiatura lo rende inutilmente buono, ma che grazie al carisma di Molina e alla pessima caratterizzazione dell'arrampicamuri, lo promuove a vera e propria figura drammatica; nel finale si assiste così ad un corto-circuito empatico senza pari: non si può non tifare per la vittoria del villain sull'odioso eroe e si resta purtroppo delusi quando è il primo a soccombere e ad essere successivamente dimenticato.





Lungo, noioso e malriuscito, "Spider-Man 2" rappresenta il perfetto esempio di comic-movie della prima metà del XXI secolo: costoso e inutile, sciatto e privo di sostanza alcuna, in cui le emozioni sono limitate ai titoli di testa e alla bella sequenza della metropolitana.



EXTRA:

Più emozioni in 3 minuti di titoli che in 2 film interi!


Hulk

The Hulk

di Ang Lee

con: Eric Bana, Nick Nolte, Jennifer Connelly, Sam Elliott, Josh Lucas.

Supereroistico/Drammatico

Usa (2003)
















Tra la miriade di personaggi creati da Stan Lee, l'incredibile Hulk merita sicuramente un posto d'onore per la fama che ha acquisito nel corso degli anni; nato nel 1962, il gigante di giada si caratterizza inizialmente come semplice "omone che spacca tutto", alter ego del pacato scienziato Bruce Banner che, in un eccesso di pretestuosità senza eguali, dovrebbe simboleggiarne una sorta di "lato oscuro", ma che di fatto si attesta come semplice controparte cartacea dei mostroni nipponici che tanto furoreggiavano all'epoca negli Usa; il personaggio acquista un'effettiva dignità drammatica solo nel 1977, grazie alla splendida serie Tv, nella quale viene per la prima volta enfatizzato il lato drammatico del personaggio di Banner: costretto ad una fuga perenne e ad una vita ai margini della società civile, lo scienziato combatte con tutto sé stesso per reprimere il suo lato "verde", finché non impara a dominarlo e a sfruttarlo per fare del bene; incarnazione talmente ben riuscita che Stan Lee deciderà di trapiantarla di peso nel fumetto, ove il gigante comincerà, dopo 15 anni di distruzione gratuita, ad avere una caratterizzazione effettiva.


Sull'onda del trabordante successo di "Spider-Man" (2002), la Universal decide, un anno dopo, di trasporre sul Grande Schermo le avventure del gigante verde, puntando al rilancio; se infatti nella pellicola dedicata al tessiragnatele la regia era stata affidata dalla Sony a Raimi, per Hulk non si bada a compromessi e viene chiamato in cabina di regia un autore d'essai vero e proprio: Ang Lee; cosa abbia a che fare l'autore di capolavori quali "Il Banchetto di Nozze" (1993) e "I Segreti di Brokeback Mountain" (2005) con un personaggio a fumetti è un enigma tutt'oggi senza risposta; fatto sta che, forte di un budget stratosferico, il regista hongkonghese si diverte fin dalle prime inquadrature a costruire l'intero film come un gigantesco albo a fumetti semovente: movimenti di camera laterali, colori saturi, split-screen e montaggio analogico mimano perfettamente l'effetto comic su schermo, avvicinando questa trasposizione ad un cinecomic vero e proprio.


Lo stile iperbolico di Lee rappresenta però al contempo uno dei principali difetti della pellicola, poiché cozza irrimediabilmente con una trama talmente seria da sfiorare il ridicolo; la sceneggiatura scritta a sei mani da John Turman, Michael France e James Schamus predilige infatti il lato umano del personaggio all'azione pura e semplice: Bruce Banner (Bana) viene tratteggiato come uno scienziato mite, dominato dalla tirannica figura paterna (Nolte, magnifico come sempre), la cui trasformazione in Hulk lo porta a confrontarsi con il suo lato oscuro; peccato che nel riscrivere le origini del personaggio gli autori ne tradiscano lo spirito; Banner diviene il mostro, infatti, non a causa di una serie di radiazioni che danno vita alla sua rabbia, ma a causa degli esperimenti a cui il padre lo sottoponeva in tenera età; ne consegue che Hulk non è un'incarnazione della rabbia repressa, bensì una sorta di semplice abominio da controllare; l'intera narrazione si focalizza così sullo scontro tra padre e figlio, con il primo che assume, verso la fine, l'improbabile forma di villain mutante, senza però riuscire ad appassionare come si deve, vista l'ovvietà della caratterizzazione che viene data ai due.


Il poco divertimento che la pellicola concede risiede, neanche a dirlo, nelle scarne sequenze d'azione: tre in 2 ore e 20 di durata, di cui la prima è inguardabile a causa degli avversari scelti: un gruppetto di cani mutanti, tra cui spicca un improbabile barboncino mannaro; il risultato finale è quanto meno spiazzante: troppo serio per divertire, troppo ridicolo per appassionare, questo "Hulk" è un ibrido poco riuscito di aspirazioni psicoanalitiche basiche ed estetica fumettistica fuori controllo; poco male: l'incasso non esorbitante porterà la Marvel Studios, nel 2007, a ricreare da capo il personaggio su schermo, con un reboot firmato dal duo Louis Laterrier/Edward Norton molto meno ambizioso e, per questo, più riuscito.

giovedì 18 luglio 2013

La Promessa dell'Assassino

Eastern Promises

di David Cronenberg

con: Naomi Watts, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Armin Mueller-Stahl, Jerzy Skolimowski, Mina E. Mina, Sarah-Jeanne Labrosse.

Noir

Canada, Usa, Inghilterra (2007)
















---SPOILERS INSIDE---

Nel 2007, con quasi quarant'anni di onorata carriera alle spalle, David Cronenberg si confronta per la prima (e finora unica) volta con un genere a lui insolito: il noir; il risultato è un triplice trionfo: l'ennesima pellicola (dopo "La Zona Morta" e "Spider" ) apparentemente lontana dai suoi temi, ma che in realtà gli permette di continuare il suo personale discorso sulla mutazione e sull'identità, la sua prova di regia più secca e rigorosa ed un noir dalla costruzione semplicemente geniale.



La notte del 20 dicembre, a Londra, la prostituta 14nne Tatiana (Sarah-Jeanne Labrosse), di origini russe, dà alla luce una bambina, che viene subito presa in custodia dall'infermiera levatrice Anna (Naomi Watts), anch'essa di origini russe; incuriosita dalla tragica sorte della ragazza, Anna decide di tenere il di lei diario per ricostruirne l'oscuro passato: sarà questo il primo passo che la porterà ad avvicinarsi al mondo della mafia russa in Inghilterra, rappresentato dal boss Semyon (Armin Mueller-Stahl), suo figlio Kirill (Vincent Cassel) e il loro braccio destro, il laconico autista Nikolai (Viggo Mortensen).


Il mondo della mafia russa viene dissezionato dall'occhio di Cronenberg e dalla penna di Steven Knight in modo chirurgicamente preciso; usi e costumi prendono vita grazie alla caratterizzazione dei personaggi e alle loro idiosincrasie, come l'avversione per l'omosessualità e il rapporto ambivalente verso la pedofilia: il vizio di Soyka viene infatti punito violentemente all'inizio del film, mentre nulla viene rimproverato al boss Semyon, reo di aver stuprato la piccola Tatiana; perno dell'organizzazione mafiosa è il "Vory v Zakone", il codice dei ladri, vero e proprio verbo della condotta che i criminali russi seguono come un libro sacro; Cronenberg, dal canto suo, esalta la componente fisica della tradizione criminale dell'est Europa: il corpo diviene foriero di simboli e marchi atti ad identificare ogni singolo soggetto, a raccontarne la storia e le attitudini; di fatto, la scena dell'incisione delle stelle sul corpo di Nikolai è costruita come una sacra cerimonia, un battesimo che dà la vita mediante il riconoscimento di un nuovo status sociale, che dona una nuova identità per il personaggio tramite l'incisione di una serie di tatuaggi; e il corpo di Nikolai diviene esso stesso feticcio filmico nella ormai celebre sequenza della sauna, in cui viene percosso, martoriato, squarciato e penetrato sotto l'occhio gelido e ieratico dell'autore, che qui si abbandona alla fisicità più genuina; il corpo è qui totem identitario definitivo, non per nulla i due criminali aggrediscono il personaggio di Mortensen scambiandolo per il figlio del boss a causa dei marchi impressi sul suo corpo.


La relazione tra soggetto e identità è di nuovo al centro della riflessione cronenberghiana; come il Tom Stall di "A History of Violence", anche Nikolai è un uomo stretto tra due ruoli differenti e antitetici: è un poliziotto sotto copertura, costretto così a seguire un codice morale che non riconosce come suo (il Vory v Zakone) e a comportarsi in maniera del tutto opposta alla sua vera natura; quest'ultima, di fatto, prende il sopravvento solo in due sequenze: il bellissimo finale, dove, ormai divenuto boss incontrastato dell'organizzazione, siede in solitudine, pregando in silenzio e con una palese espressione di tristezza sul viso, a rimarcare la sua repulsione per il ruolo che è costretto a ricoprire; e la scena del postribolo, dove dopo aver violentato una giovane prostituta la incita a resistere regalandone un santino: unica sequenza nell'intera filmografia di Cronenberg in cui il grande autore sembra, per un attimo, voler mettere da parte la sua proverbiale stoicità in favore di un'empatia genuina verso i personaggi, riuscendo davvero a commuovere senza scadere nel ricattatorio; la confusione identitaria del personaggio viene marcata dall'autore anche con uno stratagemma sottile e geniale: il look di Nikolai ricorda molto quello di Ed Harris in "A History of Violence", come a suggerire allo spettatore l'ideale continuità tra le due pellicole.


Il personaggio di Anna, d'altro canto, è il classico esempio di "essere umano privo di radici": deplora le sue origini russe e per tutto il film cerca di rimanerne a distanza; solo nel finale accetta il suo passato atavico, proferendo poche semplici parole nella sua lingua madre; e lo fa per custodire la piccola Christine, figlia di Tatiana: in pratica accetta il doppio ruolo di donna dell'est e madre. Gli unici personaggi dotati di una personalità rigida sono i due gangster, ossia Kirill e suo padre Semyon; il primo rappresenta la parte più volgare della mafia russa: perennemente sfatto e sopra le righe, soffre anche di un complesso di inferiorità verso il più dotato Nikolai (rimarcato nella scena della cantina, dove quest'ultimo viene inquadrato, dal punto di vista di Kirill, con inquadrature dal basso verso l'alto, ad enfatizzarne l'alta statura morale e materiale), nonché verso il padre, che cerca sempre di compiacere senza mai riuscirci davvero. Il personaggio di Semyon è invece il perfetto esempio del mafioso in terra straniera: dai modi eleganti e flemmatici, si insinua dolcemente nella vita di Anna, rivelando a poco a poco e inesorabilmente la sua natura genuinamente maligna.


Se lo stile di Cronenberg, come detto, raggiunge qui il vertice del rigore senza mai scadere nello sciatto, non meno lodevole è il lavoro di sceneggiatura operato da Knight, il quale ribalta, in parte, la classica costruzione del noir; di fatto, la storia si consuma tutta nei primi minuti del film, con l'uccisione di Soyka e la morte di Tatiana; per i restanti 90 minuti assistiamo alle conseguenze di azioni effettuate nel passato: la narrazione è quasi esclusivamente descrittiva, concentrandosi sui personaggi e le loro relazioni, nonché sulla scoperta del passato di Tatiana, tradita dalle fallaci "promesse dell Est" ("Eastern Promises" appunto), che l'hanno portata ad emigrare in Occidente solo per trovare la sventura; la proverbiale fatalità finale dell'Hard Boiled viene qui evitata in favore di un clomax solo apparentemente risolutivo, che Cronenberg costruisce in modo secco e volutamente artefatto, con un semplicissimo piano a due per il bacio tra Nikolai ed Anna; e a coronare del tutto il film come capolavoro ci pensano le strepitose interpretazioni degli attori: dalla laconicità carismatica di Mortensen (giustamente nominato all'oscar e ad un'altra dozzina di premi internazionali) alla dolcezza materna della Watts, passando per un Armin Mueller-Stahl paterno e terribile ed uno strabiliante Vincent Cassel volgare, perennemente sopra le righe e (perciò) semplicemente perfetto.


Come nella migliore tradizione del noir francese e del romanzo popolare russo, "Eastern Promises" è un film in apparenza freddo, la cui patina rigorosa e distaccata cela un turbine di passioni irrefrenabile ed irresistibile; Cronenberg, dal canto, porta a compimento la sua disanima sulla relazione tra corpo ed identità: nei successivi "A Dangerous Method" (2011) e "Cosmopolis" (2012) la sua ricerca filosofica si concentrerà dapprima sulla storia della psicologia e, nel secondo, sulla dissezione del post-umanesimo imperante nel 21mo secolo.

lunedì 15 luglio 2013

Pacific Rim

di Guillermo del Toro

con: Charlie Hunnam, Idris Elba, Rinko Kikuchi, Charlie Day, Burn Gorman, Clifton Collins Jr., Ron Perlman.

Azione/Fantascienza/Catastrofico

Usa (2013)
















Nella sterminata fucina di idee che è la cultura pop giapponese, sono due i filoni che hanno maggiormente colpito l'immaginario occidentale: il Kaiju-Eiga, ovvero il "film dei mostroni" tipo Godzilla e simili, e le serie robotiche; il primo filone risale agli anni'50, quando Ishiro Honda plasmò l'incubo post-nucleare nipponico con le fattezze di un dinosauro mutante portatore di distruzione gratuita con il suo "Godzilla the King of the Monsters" (1954); il secondo, invece, affonda le sue radici nei manga di Go Nagai: basti pensare ai super-robot stile Mazinger e Grendizer (noto in Italia come "Goldrake"), le quali trasposizioni animate hanno reso celebre il concept di "Mech vs. Monster" in tutto il globo; l'appropriazione dei due filoni da parte del cinema americano è stata più volte tentata, nel corso degli anni, senza alcun successo, come nei casi del mediocre "Robot Jox" (1989) di Stuart Gordon o, peggio, del kolossal-trash "Godzilla" (1998) di Roland Hemmerich; "Pacific Rim", ultima opera del visionario Guillermo del Toro, è l'unico tentativo serio e conscio di trasporre i due universi sul Grande Schermo senza tradirne l'anima spettacolare e naif: tentativo tutto sommato ben riuscito.


Innumerevoli sono le fonti di ispirazioni di questo kolossal "d'autore"; si parte, ovviamente, dal concept naganiano per antonomasia: la Terra viene attaccata da un nemico alieno dalle fattezze mostruose (proveniente, però, dagli abissi marini anziché dallo spazio profondo), battezzato "Kaiju" appunto, per sconfiggere il quale viene sviluppata una nuova arma, lo Jaeger, un robot antropomorfo dalla stazza colossale; per pilotare ogni singolo robot servono due piloti in interconnessione neurale, chiaro riferimento alla sincronia uomo-macchina vista in "Neon Genesis Evangelion" e in alcuni episodi di "Z Gundam"; la caratterizzazione del robot come mera arma da guerra, inoltre, allontana "Pacific Rim" dalla matrice naganiana per avvicinarlo a Yoshiuki Tomino e al suo celebre "Mobile Suit Gundam", dal quale viene ripresa anche la volontà di dare una psicologia forte e verosimile ai piloti, mentre il mondo nel quale si scontrano Jaeger e Kaiju ha le fattezze post-apocalittiche, ancora, della Neo-Tokyo 3 di "Evangelion", mista al solito connubio post-modernista ripreso dall'immortale "Blade Runner" (1982); paradossalmente, benchè le fonti di ispirazioni siano palesi, del Toro riesce a mascherarle bene: il design degli Jaeger è tutto sommato originale, così come il campionario di armi e mosse a loro disposizione, tra le quali spunta un omaggio gradito alla tradizione: la spada come arma definitiva; stesso discorso vale per quello dei Kaiju, nonostante le loro fattezze ricordino parecchio quello dei mostri meno celebri del filone catastrofico nipponico.


Il grosso budget a disposizione per gli effetti digitali e la bella fotografia del fido Guillermo Navarro permetto al regista messicano di creare uno spettacolo visivo come non se ne erano mai visti sul Grande Schermo: scontri spettacolari tra mostri di acciaio e carne, combattimenti con botte da orbi ben orchestrati, coreografati e, finalmente, ripresi con inquadrature larghe e stabili e montati in modo lineare e non confusionario; l'atmosfera viene garantita dalle splendide giustapposizioni cromatiche: dal blu/ambra dell'interno del Gipsy Danger, al rosso vivo dello Stryker, passando per gli splendidi cromatismi fluorescenti dei Kaiju e del loro mondo; senza contare che il design dei robot, lontano anni luce dall'accozzaglia di ferro e lamiere visto nella serie di "Transfromers", è verosimile e al contempo spettacolare; "Pacific Rim" è, in sostanza, un'orgia visiva: uno spettacolo per gli occhi capace di regalare momenti adrenalinici e catastrofici, anche grazie ad una bella colonna sonora, che per una volta recupera la tradizione hollywoodiana del tema principale elevandolo a tormentone.


Dove il film non convince è nella sceneggiatura: il lavoro di del Toro e dello scrittore Travis Beacham è pallido ed incolore; se la narrazione, totalmente lineare, viene ben ritmata in sede di regia, non convincono le sottotrame lasciate in sospeso e la scialba caratterizzazione dei personaggi; viene da chiedersi quale sia l'insano motivo che porti il Governo Mondiale a sospendere il progetto Jaeger a inizio film e a non rifinanziarlo una volta scoperta la fallacia delle mura di contenimento alla fine del primo atto; l'aver ripreso il topos naganiano del nemico alieno, inoltre, appiattisce ogni drammaticità, riducendo lo "scontro tra titani" a meri incontri di lotta tra mostroni, quando invece nel campo dell'animazione giapponese post-Tomino, l'abbandono del manicheismo buono/cattivo ha da decenni trasformato il filone dei robot in qualcosa di più che un semplice spettacolo di intrattenimento (e in proposito andrebbe recuperato il primo, storico, "Mobile Suit Gundam"); il racconto si arena del tutto nella descrizione dei personaggi: tutti rigorosamente stereotipati; si parte dal protagonista, il solito belloccio americano infallibile e dannato, la sua co-pilota, la bella di turno innamorata del super-eroe a stelle e strisce, il rivale buono a nulla, il capo/figura paterna, ecc...; ma il fondo lo si tocca quando entrano in scena i piloti stranieri: i trigemini cinesi e i fratelli russi sono trattati da mere comparse riempi-schermo, ai limiti del razzismo.



"Pacific Rim", dunque, è una pellicola di intrattenimento onesta e senza pretese: lo spettatore occasionale ne apprezzerà la cura per la componente spettacolare e per l'estetica; quello più smaliziato è avvertito: non siamo davanti al Gundam del Grande schermo, ma ad un semplice revival della tradizione Kaiju-Eiga mista la super robot classico.

EXTRA:

Assonanze e consonanze.








domenica 14 luglio 2013

X-Men 2

"X2- X-Men United"

di Bryan Singer

con: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Brian Cox, Anna Paquin, Famke Janssen, Halle Berry, Alan Cummings.

Supereroistico/Azione

Usa (2003)
















Tre anni dopo il primo "X-Men" (2000) , l'intero cast artistico e tecnico ritorna per proseguire al cinema le avventure dei mutanti reietti di casa Marvel e questa volta, grazie ad uno script più articolato, il risultato convince di più che in precedenza.


Abbandonata ogni (inutile) velleità metaforica, Singer dirige un action-movie veloce e a tratti squisitamente adrenalinico; la sceneggiatura è totalmente asservita all'azione: la storia si sviluppa in modo lineare, con una fuga precipitosa alla fine del primo atto ed uno svolgimento senza divgazioni o inutili colpi di scena, in modo da favorire gli scontri (fisici e non) tra personaggi, gli inseguimenti e la scarna componente umoristica.


Bella anche l'idea di arricchire il cast di mutanti con la new entry Nightcrawler; interpretato da bravo Alan Cumming, il mutante teleporta diviene una sorta di coscienza spirituale del gruppo, una specie di chierico che infonde l'elemento della fede senza mai scadere nel patetico.


Il coinvolgimento viene dato anche dallo sviluppo della sottotrama sul passato di Wolverine: sebbene lasciato in sospeso alla fine del film, il racconto delle sue origini e del suo passato riesce comunque ad incuriosire; e Jackman, al solito, è perfetto nel ruolo del canadese artigliato.


Infine, il discorso sulla paranoia per il diverso, ora purgato degli argomenti pretenziosi alla base del film precedente, qui si fa più convincente: l'attentato del prologo e la bella scena del reincontro tra Iceman e la sua famiglia riescono bene nell'impresa di creare un'atmosfera xenofobica riuscita, anche se non opprimente.


Con la sola pretesa di intrattenere adeguatamente un pubblico di adolescenti, "X-Men 2" convince in pieno: non annoia, non tedia e, sopratutto, non sembra per nulla un pellicola indirizzata ad un pubblico privo di aspettative; come si suol dire: "non sarà un capolavoro, ma avercene".

mercoledì 10 luglio 2013

A History of Violence


di David Cronenberg

con: Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt.

Usa, Germania (2005)






















---SPOILERS INSIDE---


"A History of Violence" ovvero "Una Storia di Violenza", la violenza dell'individuo, radicata affondo nel suo essere e del tutto connaturata alla sua identità; portando sullo schermo una bella graphic novel di John Wagner e Vince Locke, Cronenberg riflette su di un interrogativo affascinante ed inquietante: può l'essere umano disfarsi totalmente della sua natura violenta?


In una tranquilla cittadina della provincia americana vive Tom Stall (Viggo Mortensen), proprietario di un piccolo ristorante, marito affettuoso e buon padre di famiglia; di punto in bianco la vita di Stall viene sconvolta: dopo aver sventato una rapina al suo locale ed ucciso i due rapinatori, egli diviene un vero e proprio eroe nazionale; la notorietà farà però riaffiorare i fantasmi del suo passato, personificati nell'inquietante figura del gangster Carl Fogarty (Ed Harris).


"A History of Violence" rappresenta un ulteriore punto d'arrivo nella carriera di Cronenberg: per la prima volta la mutazione è avvenuta ed è definitiva, ancora più che nei profeti del Nuovo Ordine di "Scanners"; di fatto, Tom Stall è un mutante vero e proprio: ha ucciso il suo vecchio Io, Joey Cusack, ed ha ricostruito la sua identità in maniera del tutto antitetica a quella precedente; da criminale sadico e volitivo, egli è divenuto un uomo comune, per il quale la violenza non è la risposta ai soprusi, così come insegna al figlio vittima di un bullo.



La mutazione identitaria del personaggio è totale, ma non definitiva: Stall aggredisce con violenza meccanica i suoi aguzzini, reagendo in modo istantaneo ed istintivo, rivelando innanzi a tutti la sua natura atavica; ecco, dunque, che nel cinema cronenberghiano i corpi tornano ad esplodere, a disfarsi e ad andare in pezzi in maniera esplicita: la violenza viene mostrata senza filtri, con un iperrealismo che ne accentua i caratteri rivoltanti per rivelare l'interno (ossia "le interiora") del protagonista; ed è tale rivelazione a creare il disastro: le due nature dell'uomo non possono co-esistere; il menage familiare di Stall va subito in frantumi; il figlio ne questiona l'autorità ed arriva perfino a compiere un atto di genuina violenza; il rapporto con la moglie si arena: incapace di riconoscere l'uomo che ha di fronte, Edie (una magnifica Maria Bello) ne è terrorizzata; il loro allontanamento giungerà con una catarsi fisica: un atto sessuale ai limiti dello stupro, emblema della violenza esplicitatosi nel protagonista e perfetto controaltare della scena d'amore, tenera e adolescenziale, del primo atto.



Tuttavia, a differenza del Renè Gallimard di "M.Butterfly", Stall non accetta la sua identità: nel terzo atto intraprende un cammino di purificazione, travestito da ritorno alle origini, che lo porta a confrontarsi con sé stesso ed il suo passato, a distruggerlo proprio mediante la violenza, che qui diviene catarsi vera e propria; catarsi, però, definitiva solo in apparenza: nel magnifico epilogo, Stall si risiede a tavola con i suoi congiunti e, nella comunione del convivio, Cronenberg lascia allo spettatore un dubbio deflagrante, ossia se sia possibile accettare nuovamente una persona la cui identità effettiva resta un mistero anche per essa stessa.


Nel filtrare gli avvenimenti narrati, lo sguardo di Cronenberg si fa ancora più freddo e distaccato: il rigore della messa in scena, che qui si arricchisce di splendidi movimenti di macchina dall'alto, è totale e non scade nemmeno nelle scene di violenza; grandiosa, al solito, la direzione degli attori, tutti in parte e tra i quali svetta Viggo Mortensen, al primo ruolo da protagonista assoluto in una pellicola d'autore.


Gelido e disturbante, "A History of Violence" è l'ennesimo capolavoro del grande autore canadese, nonché la dimostrazione definitiva di come sia possibile trarre grande cinema dai comics senza scadere nel futile esercizio di stile.