martedì 3 settembre 2013

Kick-Ass

di Matthew Vaughn

con: Aaron Taylor Johnson, Nicolas Cage, Chloe Grace Moretz, Christopher Mintz-Plasse, Mark Strong, Lindsey Fonseca.

Grottesco/Supereroistico

Usa (2010)

















La rilettura del supereroe in chiave "realistica" è un vero e proprio sottogenere nel panorama del fumetto statunitense; basti pensare, uno per tutti, al mitico Watchmen di Moore, dove i protagonisti sono tutti persone normali divenuti semplici vigilantes privi di superpoteri o abilità particolari di sorta; senza contare come anche nel panorama del fumetto mainstream gli eroi privi di poteri occulti o tecnologie aliene non si contano; è però Mark Millar a dare l'interpretazione definitiva dell'eroe "normale" in uno dei suoi lavori più celebri, "Kick-Ass", firmato assieme a John Romita Jr. tra il 2008 e il 2010 per la Marvel.


Sulla scorta di quanto fatto da Moore nel suo capolavoro, anche Millar immagina un mondo in cui comuni esseri umani cominciano a vestirsi con tutine colorate e maschere copri-zigomi e a pattugliare le strade di New York in cerca di crimini; protagonista della vicenda è il sedicenne Dave Lizewski, giovane nerd che decide di dare una svolta alla sua vita mascherandosi da supereroe e ripulendo le strade dai delinquenti, divenendo ben presto conosciuto su youtube e sul resto della rete con il nome di battaglia "Kick-Ass"; assieme a lui spunta però un'altra accoppiata di stralunati eroi: Damon Mcready e sua figlia Mindy, alias Big Daddy e Hit Girl; lui è un ex-poliziotto ingiustamente cacciato via per una finta storia di corruzione ed ora in cerca di vendetta, lei la sua figlia dodicenne addestrata come un vera e propria macchina da guerra in miniatura.


A distinguere l'opera di Millar dalle altre è però un fattore determinate: un umorismo goliardico e grottesco, oltre che ad una dose insana di violenza grafica, atta a dare forma esplicita al sottotesto cupo presente in ogni storia di supereroi; Kick-Ass è, in fin dei conti, una parodia acida e corrosiva dell'universo degli eroi mainstrem, i cui personaggi più popolari, ossia l'Uomo Ragno e Batman, vengono riproposti in chiave iperbolica; Dave altri non è che il giovane imbranato Peter Parker: nerd sfigato e buono a nulla, innamorato perso di una ragazza oltre la sua portata, che tra l'altro lo crede dapprima pervertito e poi omosessuale; solo che nel mondo di Millar l'eroe non conquista tutto grazie alla sua maschera e alle sue mossette: l'attività di vigilantes lo porta ad essere pestato sempre più violentemente dalle gang locali e la ragazza, una volta scoperta la sua identità, lo picchia a sangue e lo bombarda con foto porno aventi ad oggetto le epiche dimensioni del pene del suo ragazzo. Big Daddy è invece la perfetta parodia dell'Uomo Pipistrello (del quale viene ripreso anche il design della tuta): un tutore della legge ossessionato dalla vendetta, che per dare sfogo alla sua mania coarta persino una ragazzina e la trasforma in un mostriciattolo assetato di sangue. Alla fine, a trionfare negli otto numeri della serie è la violenza esplicita, ma grottesca (e quindi mai di cattivo gusto), la cattiveria acida ed irriverente ed un gusto iconoclasta come davvero non se ne vedono nel panorama dei fumetti Marvel.


Nel 2010, di pari passo con la chiusura della prima serie a fumetti, arriva al cinema il film di Kick-Ass; produzione semi-indipendente affidata all'inglese Matthew Vaughn, al suo terzo lungometraggio; la trasposizione, nei primi minuti, è semplicemente elettrizzante: Dave (che qui ha il volto da sfigato di Aaron Johnson) è il classico nerd protagonista di infiniti film e telefilm americani; solo che qui la componente "maniacale" del personaggio viene subito esplicitata: si diverte a masturbarsi pensando alle procaci forme della sua insegnante milf e sogna di avere un rapporto amoroso con Katie, che però lo taccia di perversione; Dave decide così di diventare Kick-Ass e gli autori mettono subito le cose in chiaro: il pestaggio nel parcheggio è secco e crudo, le botte che il protagonista riceve fanno davvero male, la violenza, in sostanza, non viene edulcorata; violenza che risulta sgradevole anche quando virata al grottesco, come nella sequenza del forno a microonde, che da sola vale la visione dell'intera pellicola; ottima anche l'idea di fare interpretare lo psicopatico Big Daddy a Nicolas Cage: da sempre appassionato di fumetti, Cage si diverte come un matto nei panni della controparte psicotica di Batman, e firma quella che forse è la sua migliore performance recente (tanto che ci si dimentica degli osceni film sul Ghost Rider in cui è protagonista); la rivelazione è però la dodicenne Chloe Moretz, che da qui comincerà una fulgida carriera nello star-system hollywoodiano: piccola e letale, la Moretz è una Hit Girl che divora la scena ogni volta che appare.


Man mano che la pellicola procede, però, non tutto va per il verso giusto: l'umorismo va scemando, la carica grottesca si stempera, la violenza si fa sempre meno dolorosa e sempre più "fumettistica"; il film, in pratica, da parodia del filone supereroistico diviene un film supereroistico con tutti i crismi; le differenze con il materiale di partenza, in particolare, portano la pellicola a scadere ben presto nel convenzionale e nel prevedibile; su tutto, la storia tra Dave e Katie diviene una normalissima storia d'amore tra teen-agers, con tanto di lieto fine, alla faccia della corrosiva cattiveria mostrata da Millar.


La troppa serietà finisce per affossare il film, che diviene così uguale agli altri diecimila e rotti adattamenti di supereroi al cinema in circolazione; difetto che già affliggeva un altra pellicola che si riproponeva di scardinare i luoghi comuni del supereroe, quel "Hancock"(2008) che sembrava dovesse dare vita ad un filone di "supereroi buzzurri" anche al cinema, ma che invece si risolveva come una comunissima pellicola con un Superman di colore. In tutto questo la regia di Vaughn vacilla, tra flshback girati come finti piani sequenza in digitale ed un epilogo prevedibile e fin troppo compiaciuto.


Sospeso tra umorismo irriverente e serietà convenzionale, "Kick-Ass" resta tutto sommato una pellicola divertente, anche se decisamente non riuscita; la prima metà è da antologia del cinema adolescenziale e cinico, la seconda è solo il classico polpettone per adolescenti sfigati; si farà molto meglio con il recente sequel "Kick-Ass 2" (2013).

Iron Man 2

di Jon Favreau

con: Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Mickey Rourke, Don Cheadle, Scarlett Johansson, Samuel L. Jackson, Sam Rockwell, John Slattery.

Commedia/Supereroistico

Usa (2010)
















Con oltre 300 milioni di dollari di incasso in tutto il mondo, il primo, vergognoso, "Iron Man" (2008) doveva necessariamente avere un sequel, che Kevin Feige mette immediatamente in produzione assieme agli altri film sugli Avengers; "Iron Man 2" esce nel 2010, riproponendo la stessa identica formula del suo predecessore: trama striminzita, cast uber-stellare, azione risicata al minimo sindacale e tanta, troppa stupidità venduta come ironia.


Questa volta, perlomeno, i 4 (!!!) sceneggiatori provano ad intessere una sorta di storia e ad introdurre un personaggio credibile come antagonista; divenuto una celebrità mondiale dopo l'outing fatto alla fine del primo film, Tony Stark (Downey Jr.)deve ora vedersela con le mire espansionistiche del rivale Justin Hammer (Sam Rockewell) e sopratutto con il villain Ivan Vanko (Mickey Rourke), genio della cybernetica russo in cerca di vendetta per l'amara sorte toccata al padre, ex collega di Howard Stark (John Slattery), padre di Tony.


Storia che, si, questa volta c'è, ma che non viene sviluppata per nulla; nonostante la presenza di tracce narrative anche interessanti (Tony deve cercare di guarire dalla ferita al cuore prima che l'alimentatore che si è impiantato lo avveleni, deve inoltri fare i conti con la sua popolarità e con un'inaspettata rivalità con Rhodes, oltre che con Vanko), l'intero film si focalizza sull'istrionismo degli attori; Downey Jr. ,ormai innamoratosi del personaggio che gli ha ridato la fama, continua a gridare e fare faccette con indosso il costume da supereroe, la Paltrow e la new entry Scarlet Johansson si limitano a mostrare le loro (generose) grazie sculettando in faccia allo spettatore (che gradisce, ovviamente), Cheadle (che sostituisce Terrece Howard nei panni di Rhodes) pare messo lì a caso, Sam Rockwell fa a gara con il protagonista in una ideale sfida a mossette e faccettine idiote, mentre l'apparizione di John Slattery serve unicamente a far procedere il film verso l'ultimo atto e a far salire il numero delle facce famose presenti nella pellicola; cui si aggiunge anche Samuel L.Jackson, che torna nei panni di Nick Fury dopo il cameo nel primo film solo ed unicamente per avvicinare Tony Stark al misterioso "Progetto Vendicatori" (e che sarà mai?); in questo marasma di attori lasciati a briglia sciolta manco si fosse in un episodio del Saturday Night Live, appare una folgorante eccezione: Mickey Rourke; il redivivo ex pugile di Hollywood riesce a dar vita ad un villain viscerale e sgradevole, che buca lo schermo e divora il film ogni qual volta appare in scena; prova del talento e sopratutto della serietà di un attore talvolta troppo svogliatamente sottovalutato.


Per il resto nulla cambia rispetto al precedente film: comicità stupida e puerile, strizzatine d'occhio ai fans e azione risicata; l'introduzione di una traccia narrativa, blanda quanto si vuole, perlomeno rende il tutto un pelo più digeribile; ma, in fin dei conti, neanche troppo: due ore di cretinate assortite sono davvero troppe anche per lo spettatore più paziente; tolti, naturalmente, i fanboys Marvel, che apprezzano di nuovo l'operazione e corrono in massa al cinema, in attesa di rivedere il loro beniamino in azione.

sabato 31 agosto 2013

X-Men Le Origini: Wolverine

X-Men Origins: Wolverine

di Gavin Hood

con: Hugh Jackman, Liev Schriber, Danny Huston, Lynn Collins, Will I Am, Taylor Kitsch, Dominic Monaghan, Ryan Reynolds.

Supererostico/Azione/Fantastico

Usa (2009)













Esaurito il primo ciclo di film dedicati agli X-Men con il mediocre "Conflitto Finale" (2006), la Fox decide di continuare a sfruttare il brand dei mutanti di casa Marvel con una serie di spin-off, il primo dei quali viene dedicato al personaggio più famoso ed apprezzato del gruppo, l'artigliato canadese Wolverine, che già nel mondo dei comics era protagonista di una celebre testata in solo; film fortemente voluto dal suo protagonista Hugh Jackman, "X-Men le Origini: Wolverine" è l'ennesimo esempio di film-fumetto idiota, compiaciuto della propria pochezza e a tratti genuinamente brutto, in cui non c'è praticamente nulla da salvare.



Creato da Len Wein ed Herb Trimpe, Wolverine esordisce su carta nel 1974 come antagonista dell'incredibile Hulk, per poi essere promosso a comprimario nel gruppo degli X-Men giusto un anno dopo, su "X-Men Giant Size", ad opera di Chris Claremont; il forte successo di pubblico della testata, rinnovatasi anche grazie all'inclusione del personaggio, porta la Marvel a creare per lui una serie apposita, la quale esordisce nel 1988 con un intenso story-arc ambientato in Giappone al quale partecipa anche Frank Miller in veste di illustratore; la serie regolare trasforma Wolverine da semplice icona dei fumetti ad icona pop, simbolo di una bestialità ferina incontrollabile e carismatica; e di fatto l'intera caratterizzazione del personaggio ruota attorno alla sua natura bestiale: James Howlett detto "Logan", figlio illegittimo di un ricco proprietario terriero canadese del XIX secolo (nato da uno stupro perpetrato ai danni della moglie dal fattore Dog Logan), è un mutante i cui poteri consistono nella rigenerazione corporea, che lo rende di fatto immortale, e in una serie di affilati artigli retrattili sugli arti superiori che, assieme ai sensi ferini, lo rendono simile ad un ibrido uomo-bestia; il carattere forte ed indomabile di Logan lo porta spesso a scontrarsi con i suoi stessi compagni: la sua natura bestiale, acuita da anni di rancori e solitudine, lo rende un "diverso tra i diversi", un personaggio tragico perché schiavo della sua stessa natura animalesca; altra caratteristica di Wolverine è l'amnesia totale che lo ha colpito a seguito di esperimento genetico, che gli ha donato anche uno scheletro ricoperto di un'indistruttibile lega detta "adamantio"; escamotage narrativo vincente, che permette agli sceneggiatori di ambientare storie in più epoche storiche e di far riemergere dall'oscuro passato eroe fatti e personaggi inediti.




Basato su due degli story-arc più celebri di Wolverine, "Origins" (del 2003) e "Weapon X" (del 1991), "X-Men le Origini: Wolverine" tenta di spiegare il passato del personaggio e di colmare i vuoti narrativi lasciati nelle precedenti pellicole, verso le quali si pone come vero e proprio prequel; connessione narrativa che però si realizza a stento: le incongruenze con i flashback visti nel primo film sono palesi e pongono questo antefatto in totale contraddizione; senza contare il fatto che nel secondo film si specificava come i famigerati artigli dell'eroe fossero frutto di un esperimento governativo, mentre in questo prequel viene mostrato come Logan di fatto li possedesse già molto prima che l'esperimento avesse luogo; l'amnesia del personaggio viene giustificata, nell'epilogo, con un escomatage narrativo totalmente ridicolo: una sorta di pistola "cancella memoria" con il quale l'eroe viene colpito da Stryker per cercare di fermarlo.




Se le contraddizioni con i precedenti film sono vistose, ancora più marcate sono quelle interne alla trama; della famosa bestialità del personaggio nulla viene mostrato: Wolverine viene caratterizzato come un semplice soldato che, di punto in bianco, decide di abbandonare il suo corpo di appartenenza (formato esclusivamente da mutanti) perchè stanco di sottostare agli ordini del volitivo Stryker, in una scena a dir poco ridicola; quando questi, anni dopo, rincontra il suo vecchio capo e afferma che "lo ha trasformato in una bestia" le risate sono assicurate; risate che davvero si trattengono a stento durante la visione: il ridicolo involontario fa capolino fin dal prologo, in cui vengono spiegate le origini secolari del protagonista e mostrato il suo primo omicidio in modo esilarante; ridicolo che si palesa, prepotente ed inevitabile, anche in scene d'azione tirate su alla bene e meglio da un Gavin Hood, vistosamente a disagio: tutte costruite sulla fisicità di Jackman, queste sono palesemente finte, ricreate in studio con un green-screen sul quale i fondali sembrano appiccicati con lo scotch e che si fondono malissimo con le riprese in esterni; colpa, oltre che di una regia svogliata e poco ispirata, di effetti speciali da due soldi, palesemente finti, che mandano all'aria ogni forma di sospensione dell'incredulità.




Inutile cercare di appassionarsi alla storia, che di fatto si conclude nel solo prologo; per il resto ogni azione, ogni traccia narrativa ed ogni relazione è puramente pretestuosa, atta unicamente a portare in scena un numero esorbitante di personaggi, tutti privi di carisma e della anche più basica forma di caratterizzazione, che sembrano apparire su schermo unicamente per far gioire i fan; tra i tanti, l'apparizione più attesa dagli appassionati era quella del mutante Gambit (malamente impersonato dalla star di "Lost" Taylor Kitsch): assente storico nei film precedenti, il mutante-biscazziere è protagonista indiscusso del terzo atto, dove arriva perfino a voltarsi verso il pubblico e ad esclamare "Ti sono mancato?", rivelando la natura strettamente "for fanatics only" dell'intera operazione.




Tutto il resto è una serie di gag stupide, azione malriuscita e sequenze prive di mordente, che trascinano stancamente il film verso un finale ovviamente aperto, in cui ogni traccia narrativa viene malamente conclusa dalle famose "scene extra" in puro Marvel style. Persino la scena dell'esperimento, che sulla carta avrebbe dovuto essere cupa e drammatica, viene risolta senza la minima enfasi e con un epilogo ridicolo, nel quale Jackman sfoggia prepotentemente la sua scultorea fisicità correndo a chiappe nude per i boschi; e nonostante l'intera pellicola si concentri su di lui e sul suo alter ego, alla fine l'unico personaggio a bucare davvero lo schermo è Sabretooth, fratello "malvagio" dell'eroe che, grazie al carisma di Liev Schriber, divora letteralmente ogni scena in cui appare.
Colpa, al solito, di una sceneggiatura scialba e stupida e di una regia dal fiato cortissimo; fatto sta che i fan sembrano apprezzare il lavoro di Jackman e soci: il film è stato un successo e ha spianato la strada ai successivi "X-Men: L'Inizio" e "Wolverine l'Immortale" (2013), entrambi più riusciti di questo primo spin-off dedicato ai mutanti reietti.

giovedì 29 agosto 2013

Nightmare Detective 2


Akumu Tantei 2

di Shinya Tsukamoto

con: Ryuhei Matsuda, Yui Miura, Hanae Kan, Miwako Ichikawa, Ken Mitsuishi, Hatsune Matsushima.

Horror

Giappone (2008)















Se il primo "Nightmare Detective" (2006) era un thriller in parte convenzionale, in cui l'autore riversava temi ed ossessioni personali per creare un intrattenimento di genere riuscito e visionario, con "Nightmare Detective 2" Tsukamoto torna a sperimentare soluzioni visive e narrative; abbandonato il tema della mutazione del corpo e del rapporto tra l'essere umano e la metropoli, oltre che lo stratagemma narrativo del "trio", il grande regista dirige un j-horror dotato di tutti i crismi del genere, nel quale però fa confluire un'interessante riflessione esistenzialista: gli effetti della paura di vivere.



Ritrovatosi nuovamente solo, l'investigatore onirico Kyoichi Kagenuma (Ryuhei Matsuda) è ossessionato da un sogno ricorrente nel quale rivive la morte della madre; la sua vita viene inoltre nuovamente sconvolta da un nuovo caso nel quale si ritrova invischiato: una giovane studentessa, Yukie (Yui Miura), chiede il suo aiuto per liberarsi da un incubo ricorrente; il brutto sogno altro non è che la conseguenza di uno scherzo giocato ai danni di un'altra ragazza, Yuko Kikukawa (Hanae Kan), giovane disfunzionale perennemente in stato di fobia; le cose si complicano quando le compagne di Yukie cominciano a morire dopo aver sognato Kikukawa, e sopratutto quando Kyoichi scopre che la fobia patologica che affligge Kikukawa è la medesima che affliggeva sua madre.


Il tema della paura diviene centrale, in un'evoluzione tematica diretta rispetto al film precedente; la paura che affligge Kikukawa, e che un tempo affliggeva la madre di Kyoichi, è la fobia di vivere, la paura del dolore inflitto dagli altri ai propri danni; paura generata dalla capacità di avvertire i pensieri altrui, che Kyoichi ha ereditato dalla figura materna; l'empatia totale, lungi dal portare ad una forma di comprensione, squarcia, letteralmente, il velo di ipocrisia e rivela la parte più nascosta delle persone: un lato spaventoso perché privo di empatia, che ferisce direttamente la mente e l'anima di colui che lo osserva; la paura è generata, qui, non da fenomeni soprannaturali, ma dal lato peggiore dell'essere umano, la sua parte più egoista e recondita; egoismo che porta le persone a chiudersi in sè stesse e ad odiare chiunque le circondi: lo scherzo fatto ai danni di Kikukawa si rivelerà essere stato un atto di bullismo vero e proprio, posto in essere da Yukie come forma di sfogo per le frustrazioni dovute al cattivo ambiente familiare in cui è costretta a vivere; egoismo che non risparmia nemmeno il protagonista, che per tutta la prima parte rimane chiuso in sé stesso e si rifiuta di aiutare la giovane ragazza perchè troppo impegnato con i suoi problemi personali.


Nel ritrarre il malessere esistenziale che attanaglia i personaggi, Tsukamoto non manca di dare una soluzione al loro stato: la via d'uscita dalla paura non è la violenza o la distruzione (auto o eteroimposta), che Kyoichi e Kikukawa inizialmente cercano di perpetrare, bensì l'appoggio reciproco, che si estrinseca non tanto nella comprensione delle disgrazie, quanto nell'aiuto e nella sopportazione del malessere altrui; la comprensione, intesa come accettazione del malessere altero, non viene raggiunta dai personaggi nemmeno grazie alla loro capacità esper; l'autore sembra suggerirci come l'unico vero rimedio sia dunque l'empatia verso il prossimo: empatia che non si sostanzia tanto nella conoscenza totale dello stato dell'altro, quanto nella sua accettazione disinteressata.


Tsukamoto costruisce l'intero film come un j-horror anomalo; i momenti di tensione pura, di fatti, non mancano e sono tutti costruiti su sussurri, piccoli gesti e pericoli più suggeriti che mostrati, nella miglior tradizione dell'horror giapponese; tuttavia, la narrazione si basa non tanto su di essi, quanto sull'analisi dei personaggi, in particolare del protagonista Kyoichi, promosso a centro totale della trama; l'autore ne eviscera la complessa psicologia e ne esplora il passato, mostrando l'origine atavica dei suoi poteri; Kyoichi viene dipinto come un uomo schiavo delle sue paure infantili, che non ha mai superato; la paura delle visioni oltremondane, in particolare, lo perseguita ancora nei sogni; è la paura del fantasma della madre, tuttavia, ad essere il principale polo narrativo: l'ossessione dovuta all'incomprensione della figura materna porta il detective a mettere in discussione sè stesso e le sue capacità; il superamento della paura si ha, però, non grazie alle abilità sovrannaturali, ma al confronto tra l'uomo e la sua fobia, che Kyoichi è chiamato ad affrontare come un bambino; la catarsi giunge nel momento in cui egli affronta a viso aperto ciò che lo affligge, e una volta superatolo, si ritrova di nuovo bambino, a piangere sconsolato perchè privato totalmente della vicinanza materna, sia essa anche solo un'ombra del passato.


L'intera narrazione viene poi strutturata dall'autore come una serie di visioni oniriche; il passaggio dalla realtà materiale al sogno si fa in questo seguito ancora più fluida; le visioni sono ora ancora più cariche di elementi simbolici, ma non altrettanto affascinanti; l'atmosfera cupa ed opprimente del predecessore lascia spazio ad un'atmosfera horror più convenzionale e meno visionaria; Tuskamoto riesce tuttavia a creare almeno due sequenze da antologia: lo scontro "allo specchio" tra Kyoichi e Kikukawa e il loro successivo riappacificamento, nel quale i personaggi sono immersi in una natura selvaggia, simbolo della forma primigenia umana perduta nel mondo moderno.


Sequel solo nominale, "Nightmare Detective 2" è una vera e propria evoluzione tematica del suo predecessore; meno convenzionale del primo capitolo, più pregno di simbolismi e profondità tematica, ma anche meno spettacolare, è un ulteriore prova della versatilità dell'autore e della sua verve, ancora in pieno fermento nonostante una carriera di durata quasi ventennale.

Watchmen


di Zack Snyder

con: Patrick Wilson, Jackie Earl Haley, Jeffrey Dean Morgan, Billy Crudup, Matthew Goode, Malin Ackerman, Carla Gugino.

Cinecomic/Fantastico/Distopico

Usa (2009)














--SPOILERS INSIDE---

La grandezza di un autore del calibro di Alan Moore può essere intesa appieno anche semplicemente sfogliando le pagine di uno dei suoi massimi capolavori, quel "Watchmen" che negli anni '80 sconvolse critica e pubblico grazie alla profondità dei temi trattati e alla splendida caratterizzazione dei protagonisti, tanto che il Time finì per inserirlo nella classifica dei 100 migliori romanzi in lingua inglese del '900; serializzato tra il 1986 e il 1987 (di pari passo con un altro grande capolavoro del fumetto occidentale, quel "Il Ritorno del Cavaliere Oscuro" di Miller che ridefinì storia ed identità di Batman e, con esso, quello del fumetto mainstream), "Watchmen" è un'opera complessa ed affascinante, un'ucronia distopica basata su due presupposti apparentemente inconciliabili: l'omaggio alla tradizione del fumetto supereroistico a stelle e strisce e la sua totale disintegrazione mediante la creazione di personaggi complessi e dalla psicologia sfaccettata, che si muovono in mondo che rispecchia i problemi e le contraddizioni della società occidentale dell'epoca.


In 12 volumi, strutturati come un intenso countdown verso un finale apocalittico e spiazzante, Moore intesse una trama contorta, ricca di colpi di scena e rivelazioni inaspettate, basata per la maggior parte sulla descrizione dei personaggi e del loro ruolo di supereroi in un mondo squarciato dalla Guerra Fredda; l'universo di "Watchmen" si basa infatti su di un assunto quantomeno intrigante: negli anni '30, a seguito del successo delle prime testate supereroistiche, normali cittadini cominciano a vestirsi con costumi sgargianti e a pattugliare le strade; la moda dei vigilantes comincia a dilagare e questi divengono subito delle celebrità; superato l'entusiasmo degli inizi, gli eroi divengono ben presto obsoleti a causa della mancanza di nemici pittoreschi da sconfiggere, e decidono di continuare a servire il paese ognuno a modo loro: chi come agente del governo (il Comico), chi come supereroe privato al servizio della cittadinanza (Capitan Metropolis), chi ancora come semplice celebrità (Silk Spectre); mentre la Guerra Fredda e il Pericolo Rosso si affacciano prepotentemente alla ribalta, accade l'impensabile: nasce un vero super-uomo dotato di poteri quasi divini, il Dr. Manhattan, subito usato dal governo statunitense come deterrente anti-nucleare; anni dopo, nel 1985, una nuova generazione di vigilantes, attivi fino alla fine degli anni'60 e poi costretta al ritiro al seguito dell'emanazione di una legge anti-eroi, deve fare i conti con il lascito del proprio passato: Nite Owl, geniale uomo di scienza rampollo di una ricca famiglia, passa le sue giornate nella nostalgia dei giorni di gloria; Ozymandias, divenuto un ricchissimo imprenditore sfruttando la sua immagine di eroe mascherato, lavora con il governo per la salvaguardia del pianeta e per il progresso tecnologico; il Dr.Manhattan continua la sua opera di deterrenza, aiutando al contempo gli scienziati nello sviluppo di nuove tecnologie; la nuova Silk Spectre, figlia della precedente, deve fare i conti con il suo rapporto disfunzionale con Manhattan e con il burrascoso passato della genitrice; infine il misterioso Rorschach, la cui identità è ignota persino ai suoi ex compagni, continua a ripulire le strade con il pugno di ferro; l'esistenza di questo gruppo di ex eroi viene sconvolta dall'assassinio de Il Comico, vigliante mascherato della prima generazione poi passato tra le fila dei servizi segreti, ucciso in circostanze misteriose; l'indagine sulla morte del Comico, però, è solo il preludio ad una serie di eventi catastrofici che sconvolgerà l'intero pianeta.


Moore traccia uno perfetto spaccato di un gruppo di personaggi disfunzionali, incarnazione degli archetipi classici del supereroe: il Dr. Manhattan altri non è che Superman, un uomo i cui poteri illimitati hanno reso simile ad un dio e che, di fatto, ora possiede ben poca umanità; Ozymandias è l'essere umano che, grazie alla disciplina marziale e alla meditazione stoica, riesce a superare molti dei limiti derivanti dalla sua natura, fino a sfiorare lo status del divino; Nite Owl è una sorta di Batman invecchiato, la cui vita totalmente dedita alla repressione dei crimini ha portato ad una sorta di dipendenza dalla propria identità alternativa, ora repressa sotto la quotidiana mediocrità, ma pronta a sgusciare fuori con prepotenza; Rorscharch, infine, è il lato oscuro di ogni eroe: un uomo ossessionato dal concetto stesso di giustizia al punto da distruggere qualsiasi cosa si contrapponga ad esso.
Evitando ogni idealizzazione, Moore mostra il lato può nascosto e problematico di ogni personaggio, costruisce ciascuna psicologia con una cura unica, creando figure vive e credibili; personaggi, si diceva, che anzicchè combattere improbabili criminali in costume, devono misurarsi con i problemi più vivi ed urgenti della società del secondo dopoguerra: le rivolte studentesche, la guerra del Vietnam e sopratutto la minaccia nucleare, vista come pericolo incombente; il tutto in una società cambiata grazie alla presenza del super-uomo e al progresso che esso ha portato, un'ucronia dickiana nel quale gli Usa hanno vinto la guerra in Vietnam, Nixon è presidente da quasi vent'anni e la società è pregna di una tecnologia avvenieristica.
Per omaggiare la golden age del fumetto superoistico, Moore, di concerto con il disegnatore Dave Gibbons, da ai personaggi la classica fisionomia da super eroe, con mascelle squadrate e muscoli pompati; immerge poi l'intera storia in colori vivi e pulsanti, con disegni sgargianti perfetti eredi dello stile pop degli anni'60, contrapposti alla cupezza noir della storia; nel racconto, Moore ibrida la narrazione per immagini con la narrativa canonica, concludendo ogni volume con estratti delle memorie dei personaggi, come la biografia del primo Nite Owl nei primi numeri; infine, omaggia la forza evocativa del media fumettistico con una narrazione metareferenziale: un "fumetto nel fumetto" letto da uno dei personaggi secondari e usato come metafora della deriva psicologica e morale dei personaggi principali.


Successo commerciale a livello globale, "Watchmen" attirò fin da subito le attenzioni dei produttori di Hollywood, i quali acquisirono i diritti di sfruttamento dell'opera già alla fine degli anni'80; un primo adattamento su grande schermo venne affidato niente meno che a Terry Gilliam che, innamoratosi del fumetto, accettò l'incarico con entusiasmo, salvo poi dover abbandonare il progetto a causa della sua intrinseca difficoltà: la storia di base è stata scritta e concepita per essere narrata mediante il media fumettistico e mal si prestava ad essere riadattata per quello cinematografico; insoddisfatto della sceneggiatura, che a suo dire sacrificava troppo degli splendidi personaggi in favore della narrazione, Gilliam rifiutò di girare il film anche come omaggio a Moore, con il quale nel frattempo aveva stretto una forte amicizia. Il progetto di adattamento restò quindi congelato per quasi vent'anni; con l'avvento della "febbre dei supereroi" al cinema, la Fox riprese l'iniziativa di adattamento del capolavoro di Moore nel 2005, per la regia di Paul Greengras e su sceneggiatura degli sciagurati Orci e Kurtzman, che nell'adattare il comic originale sconvolsero totalmente trama e personaggi arrivando finanche a cambiare l'iconico finale; progetto che fortunatamente non vide mai il buio della sala: persi i diritti di sfruttamento, il progetto passò così in mano alla Warner, che affidò la regia a Zack Snyder, fresco fresco del successo (di pubblico) ottenuto con il suo "300"; se sulla carta il regista sembrava la scelta peggiore per adattare un'opera complessa e raffinata come "Watchmen", il risultato finale è, fortunatamente, molto meglio di quanto si potesse sperare: una trasposizione letterale del fumetto originale che ben ripropone storia e personaggi, pur con le dovute differenze.


Il merito della riuscita è da attribuirsi proprio alla regia di Snyder che, paradossalmente visti i suoi lavori precedenti, riesce a creare sequenze potenti ed esteticamente appaganti; con una sceneggiatura che è un semplice copia-incolla del fumetto, Snyder ripropone tutti gli aspetti più riusciti dell'opera di origine: dalla paura per il nucleare alle idiosincrasie dei personaggi, il film ripropone passo passo ogni singolo evento mostrato nel fumetto, con le inquadrature basate talvolta sulle singole tavole; il gusto estetico di Snyder si fa sentire e dona una sua personalità al film che lo allontana dalla matrice cartacea; abbandonati i colori sgargianti e saturi, il regista immerge la storia in una luce cupa, fatta di forti contrasti cromatici, con la tonalità blu scuro a farla da padrone nelle scene in notturna; il 1985 alternativo viene rappresentato non più come un "futuro alternativo", ma come un passato ucronico, nel quale le scenografie avvenieristiche del comic lasciano spazio ad architetture retrò e verosimili; nella costruzione delle scene Snyder non abusa dei ralenty (miracolo!), comunque presenti, e coreografa le poche sequenze d'azione con un gusto per la plasticità unico; talvolta, però, il regista si lascia prendere la mano e finisce per non controllare il film, come nel lungo combattimento iniziale, dalla tempistica talmente dilatata da sembrare eterno, o come nella scena di sesso tra Nite Owl e Silk Spectre che, costruita sulle note dell' "Allelujah" di Leonard Cohen  finisce per essere ridicolmente fuori luogo.


Ed è proprio l'uso della colonna sonora uno degli aspetti più interessanti del film: con pezzi del calibro di "All along the Watchtower" di Jimi Hendrix e "The times they are A-changing" di Bob Dylan, Snyder riesce a costruire sequenze forti ed evocative, come la splendida opening o, ancora meglio, la lunga sequenza del funerale; la trasposizione di un'opera monumentale e complessa, in apparenza inconciliabile con le tempistiche cinematografiche, diviene così un cinecomic riuscito e che rispetta il materiale di partenza con una venerazione quasi religiosa; anche se con una vistosa differenza: il finale totalmente riscritto.
Il piano apocalittico di Ozymandias viene ripensato e l'intero ultimo atto viene riscritto quasi completamente; se nel fumetto l'ex super-eroe creava una sorta di alieno transdimensionale e lo scatenava su New York per creare un nemico comune utile a rinsaldare i popoli della Terra ed evitare la catastrofe nucleare, nel film l'alieno viene rimpiazzato dal Dr.Manhattan, che Ozymandias fa credere ostile alle nazioni; i motivi di questo cambiamento sono ufficialmente ignoti e sono dovuti al trattamento effettuato da Orci e Kurtzman nel 2006; una delle cause del cambiamento può forse essere ricercata nella natura strettamente fumettistica dell'opera originale: su schermo, il polipone alieno forse non avrebbe reso a dovere, finendo per divenire ridicolo anzicchè spaventoso; fatto sta che il terzo atto, riscritto dal Alex Tzé e David Hayter, tutto sommato funziona, sopratutto nel dipingere Ozymandias come un finto villain, un uomo che decide di superare la differenza tra bene e male per un fine più grande e che per questo rimane solo, abbandonato anche da coloro che dovrebbero ringraziarlo; unico neo: lo splendido dialogo finale tra lui e il Dr.Manhattan viene eliminato e ripreso solo successivamente, in una sequenza tra Nite Owl e Silk Spectre; la riflessione sulla mancanza di una "fine", intesa come epilogo alle azioni umane e sulla conseguente futilità di ogni azione, messa in bocca a due personaggi ordinari non rende a dovere, vanificando l'inquietitudine che dovrebbe comunicare.


Il lavoro svolto sui singoli personaggi è tuttavia encomiabile, merito sia della sceneggiatura "letterale", ma anche di un gruppo di attori di indubbio talento; chiamati ad interpretare personaggi non facili, gli attori, tutti pressocché sconosciuti al grande pubblico, svolgono un buon lavoro sia dal punto di vista della fisicità che del carisma; su tutti svettano Patrick Wilson e Jackie Earl Haley (che già avevano collaborato in precedenza in "Little Children" nel 2006): il primo è un Nite Owl sfatto ed ingrassato, ma ancora credibile come super-eroe, il secondo un Rorscharch folle, ma controllato, mai istrionico o sopra le righe; buona anche la resa del personaggio del Dr.Manhattan, la cui voce non viene modificata elettronicamente, a rimarcare una componente umana sopita ma presente; l'unico attore fuori parte è Matthew Goode, il quale purtroppo non riesce ad essere credibile nei panni del machiavellico Ozymandias a causa della mancanza del fisico necessario.


Adattamento letterale ma divertente, il film di "Watchmen", pur non rendendo in toto giustizia al capolavoro di Moore, rappresenta un bel esempio di cinecomic: esteticamente affascinante ed intrigante nei contenuti, è l'ennesima prova di quanto il media fumettistico possa dare di buono al cinema, quando usato per veicolare opere forti e non solo per il misero intrattenimento di un pubblico di bambocci.

mercoledì 28 agosto 2013

Il Mercante delle Quattro Stagioni


Händler der vier Jahreszeiten

di Rainer Werner Fassbinder

con: Hans Hirschmüller, Irm Hermann, Hanna Schygulla, Ingrid Caven, Andrea Schober, Gusti Kreissl.

Drammatico

Germania (1971)








Nella vasta ed eterogenea filmografia di Rainer Werner Fassbinder il melodramma classico può essere usato come denominatore comune di molte opere; da sempre innamorato dei lavori di Douglas Sirk, in particolare del suo capolavoro "Come Foglie al Vento" (1956), Fassbinder ha cercato di replicarne la dirompente forza drammatica ed estetica; "Il Mercante delle Quattro Stagioni", pur non rientrando tra le migliori opere del grande regista, può essere visto come un perfetto paradigma di questa sua personale propensione.


Protagonista del film è Hans Epp (Hans Hirschmüller), fruttivendolo ambulante un tempo arruolatosi nella legione straniera; Hans è vittima dei suoi rapporti disfunzionali con la propria famiglia, in particolare con la tirannica madre (Gusti Kreissl), è incastrato in un matrimonio privo d'amore con l'ipocrita Irmgard (Irm Hermann) e schiavo della bottiglia, unico rimedio al malessere che lo affligge; la sola luce nella sua vita è data dal rapporto con la sorella Hanna (Hanna Schygulla) e dagli incontri occasionali con una giovane donna (Ingrid Caven), suo vero ed unico amore.


La costruzione melodrammatica usata da Fassbinder si rifà in tutto e per tutto a quella di Sirk; l'intera narrazione è basata sull'accumulazione di tragedie e misfatti di cui Hans è vittima; in particolare, l'occhio dell'autore è puntato contro il nucleo familiare, visto come coacervo di un'ipocrisia totale, perfettamente incarnata dalle figure femminili di madre e moglie; la prima, come accennato, è un vero e proprio tiranno, in grado solo di umiliare il figlio, come nella scena d'apertura con il ritorno dalla legione straniera, e di frustrarne le ambizioni, senza tenere conto delle sue effettive aspirazioni; il personaggio di Irmgard è, d'altro canto, ancora più ipocrita: preoccupata di un eventuale tradimento, non si fa però remore a prostituirsi in assenza del marito e a manipolare il suo amante una volta che questi si insinua, con successo, nel menagè familiare come assistente di Hans.


A queste due donne "distruttrici", Fassbinder contrappone due figure salvifiche, interpretate da due delle sue muse: Hanna Schygulla ed Ingrid Caven; la prima è la sorella di Hans, l'unica in grado di comprenderne le ansie e le frustrazioni, nonché l'incarnazione della sua rabbia: è la sola a scagliarsi contro la cattiveria degli altri parenti, che taccia apertamente di ipocrisia in più occasioni; la seconda, invece, viene indicata semplicemente come "il solo ed unico amore": una donna che in passato ha rifiutato le attenzioni di Hans non per cattiveria, ma per questioni di semplice etichetta, e che ora gli si concede sporadicamente, donandogli il solo affetto genuino che l'uomo conosce.


Dal canto suo, Hans è il classico esempio di personaggio da dramma psicologico: codardo ed insicuro, subisce passivamente gli eventi e la cattiveria degli altri senza riuscire a contrastarla; come il Franz Walsh di "Dèi della Peste" (1969) incarnava l'archetipo del protagonista del noir classico, Hans è l'incarnazione del protagonista del melodramma, condannato anch'esso alla disfatta fin dalle premesse; il suo unico sfogo è l'autodistruzione, incarnata dall'alcolismo ricercato ossessivamente fino alla morte.Per tutta la prima parte del film assistiamo alle sventure che gli ricadono in testa e a cui non sa porre rimedio: dalla perdita del lavoro come poliziotto alla crisi matrimoniale, dalla cattiveria dei parenti alla ignavia degli amici, Hans subisce passivamente ogni evento per precipitare, nella seconda parte, in uno stato depressivo che ne anticipa la definitiva autodistruzione, simbolo del fatalismo proprio del melodramma.


Memore della lezione di Sirk, Fassbinder esaspera i colori, ad imitare la mitica fotografia fiammeggiante dell'autore americano: ogni contrasto visivo è bandito in favore di colori vivi e luci nitide; la messa in scena, però, appare così spoglia e povera; ogni inquadratura viene costruita dall'autore cercando la massima profondità di campo possibile, con le scenografie usate come punti di fuga e i soggetti messi il più lontano possibile dalla mdp; il risultato non sempre paga, anche se la maestria dell'autore si rivela in almeno due sequenze: la scena della distruzione del disco, emblema della caduta del protagonista, e il confronto finale in famiglia, girato con una serie di splendidi carrelli laterali.


Il punto debole dell'opera risiede però nella sua freddezza; il dramma di Hans viene imbastito da Fassbinder con poca enfasi, l'intera drammaticità, che pur esplode in più momenti, viene sottolineata unicamente dalle interpretazioni dei protagonisti, che recitano in stato semi-catatonico come per mimare lo stato di alterazione dei loro personaggi; non ci si appassiona davvero mai alle disavventure di Hans e l'intera pellicola finisce così per essere un mero saggio sul melodramma classico, riuscito ma inerte; ed è un peccato, visto l'immenso talento che l'autore dimostrerà più avanti, in altri melodrammi anch'essi fortemente influenzati da Sirk ma decisamente più riusciti, quali "Il Diritto del Più Forte" (1975) ed il capolavoro "Un Anno con 13 Lune" (1978).

Nightmare Detective

Akumu Tantei

di Shinya Tsukamoto

con: Ryuhei Matsuda, Hitomi, Shinya Tsukamoto, Masanobu Ando, Ren Oshugi, Yahio Harada.

Thriller/Horror

Giappone (2006)















---SPOILERS INSIDE---

Dopo i trionfi di critica ottenuti con "A Snake of June" (2002) e "Vital" (2004), Tsukamoto decide di imprimere un nuovo corso alla sua carriera; "Nightmare Detective", progetto nato in realtà subito dopo "Tetsuo" (1989), è il primo tassello del nuovo corso intrapreso dall'autore, in cui la riflessione filosofica viene totalmente  subordinata alla narrazione di genere, ancora più che nel precedente "Tetsuo II: Body Hammer" (1992).


In una Tokyo notturna ed opprimente cominciano a verificarsi degli strani decessi; le vittime sono accomunate da uno strano legame: tutte sembrano apparenti e suicidi e prima di morire hanno contattato un numero di cellulare semplicemente composto dalla cifra "0"; il detective Keiko Kirishima (Hitomi) viene incaricato dal capo della polizia di seguire un'apparentemente improbabile pista sovrannaturale, che la conduce a collaborare con Kyoichi (Ryuhei Matsuda , già protagonista dello splendido "Tabù-Gohatto"), ragazzo in grado di penetrare nei sogni altrui.


Fin dalle prime battute, la narrazione si concentra sui personaggi; nel prologo, in cui viene presentato il personaggio di Kyoichi, il "detective degli incubi" del titolo, Tsukamoto ritrae il dolore del ragazzo, dovuto alla sua capacità di medium; il poter ascoltare i pensieri altrui ferisce la mente e l'anima del ragazzo, il quale viene letteralmente inglobato dalla cattiveria di chi lo circonda; il potere diviene così maledizione, come ne "La Zona Morta" (1982) di Cronenberg, ma in modo ancora più iperbolico; Kyoichi non sopporta la sua vita, non riesce a trovare una ragione per vivere e dunque anela la morte, vista come liberazione dal dolore.


Il suicidio, nel racconto, è ritratto come liberazione totale e definitiva dal male della vita; le vittime di 0 sono tutte aspiranti suicidi che il killer aiuta nell'atto della morte: penetrando nei loro sogni, 0 le manipola e le costringe ad autodistruggersi; 0 è il simbolo dell'essere umano distrutto dalla società moderna, che vede nella fuga dalla vita l'unica soluzione accettabile; ed lo stesso Tsukamoto a dargli volto e corpo: come in "A Snake of June" l'autore è anche qui motore principale della vicenda; a differenza di Kyoichi, 0 scopre un nuovo piacere nell'infliggere la morte agli altri; la distruzione del prossimo viene intesa non nel senso puramente fisico, ma anche spirituale, come si evince dalla scena della morte di Wakamya; 0 trae linfa vitale dalla distruzione eteroinflitta, che si palesa innanzitutto nella sottrazione della voglia di vita che infligge alle vittime: Wakamya non ha intenzioni suicide, ma una volta  ritrovatosi nel mondo di 0 viene manipolato fino a chiedere la morte.


Lo scontro tra Kyoichi e 0 è totale: entrambi anelano la fine della vita, ma Kyoichi riesce a distruggere il suo avversario grazie all'empatia provata verso il personaggio di Keiko, la quale nel finale lo sprona a vivere e a continuare a leggere la mente altrui per trovarvi qualcosa di buono; Keiko rappresenta il polo positivo nella narrazione; personaggio tsukamotiano doc, la giovane detective indaga sulle morti violente perché esausta del lavoro d'ufficio: il tema del risveglio dell'essere umano mediante il dolore e la morte torna, ma viene subordinato alla sola caratterizzazione del personaggio; Keiko non prova istinti suicidi nemmeno di fronte a 0: nei flashback assistiamo alla sua infanzia felice, contrapposta ai traumi infantili subiti da 0 e Kyoichi; se questi ultimi rappresentano il desiderio di morte auto ed eteroinflitto, Keiko rappresenta la forza vitale che persiste a prescindere dall'ambiente che la circonda.


Il tema della città come coagulo della morte torna anch'esso nel film, ma viene lasciato sullo sfondo; "Nightmare Detective" è prima di tutto una pellicola di genere, un thriller/horror perfettamente riuscito, sebbene non originale; i richiami alla serie di "Nightmare on Elm Street" e "Paprika" (2006) di Satroshi Kon sono molteplici: il killer che si insinua nei sogni delle vittime, la detective donna, la capacità di attraversare gli strati onirici per giungere nella mente, ecc...; la grandezza di Tsukamoto sta nel saper costruire sapientemente la tensione nelle scene d'omicidio e nel saper strutturare la narrazione; questa viene infatti spezzata in due parti distinte: nella prima il film si sviluppa come un normale thriller, nella seconda, la più interessante, l'autore dà sfogo alla sua vena visionaria concentrandosi sullo scontro tra i tre personaggi; il racconto diviene così viaggio allucinato nella mente di 0 e Kyoichi, nelle loro paure, nei traumi subiti e nei loro desideri repressi; la messa in scena è semplicemente stupefacente: 0 diviene un ammasso di carne, una sorta di tumore impazzito che attanaglia la città e distrugge tutto quello che trova, gli ambienti si fanno cupi, spogli e terrorizzanti; i concetti di spazio e tempo vengono disintegrati: la mente è così il luogo filmico definitivo nel quale l'autore sperimenta, sorprende, stupisce e terrorizza.


Con un grosso budget dalla sua, Tsukamoto sperimenta anche nuove soluzioni estetiche: la fotografia si fa qui ancora più contrastata che in passato, creando una splendida atmosfera notturna; le coreografie degli omicidi sono ben congegnate, tra riprese in prima persona e sprazzi violenza inaudita; e le visioni dell'autore ancora più complesse, come nella rappresentazione di 0, la cui forma mutante è il perfetto aggiornamento dei cyborg mutaforma di "Tetsuo".


Opera tsukamotiana al 100%, "Nightmare Detective" è un thriller sorprendente e visionario, il perfetto coagulo di tutte le ossessioni del grande autore messe al servizio di una narrazione potente ed evocativa.