sabato 7 settembre 2013

Thor

di Kenneth Branagh

con: Chris Hemsworth, Tom Hiddleston, Anthony Hopkins, Natalie Portman, Stellan Skarsgaard, Kat Dennings, Rene Russo, Jaimie Alexander, Ray  Stevenson, Tadanobu Asano, Josh Dallas, Idris Elba, Clark Gregg, Colm Feore.

Supererostico/Fantastico/Commedia

Usa (2011)














Nell'infinita fucina di idee di casa Marvel (originali o derivate che siano), Thor è sicuramente il personaggio più bislacco, non tanto per la sua caratterizzazione o per il suo background, quanto per il fatto che esso venga puntualmente inserito in contesti fantascientifici o orrorifici con i quali la mitologia norrena non ha davvero nulla a che fare.



Creato da Stan Lee e Jack Kirby nel 1962, Thor rappresenta la componente "fantasy" della linea editoriale Marvel; il fumetto originale reinterpreta miti e leggende nordiche in chiave moderna, presentando il dio del tuono come un normalissimo super-eroe in costume, con tanto di alter-ego "civile" a celarne l'identità segreta; nella sua pubblicazione originaria, "The Mighty Thor", il biondo guerriero è protagonista di storie epiche e fantasy, nel quale deve affrontare orchi, elfi neri e la sua immancabile nemesi, il fratellastro Loki dio della notte; fumetto impreziosito da una curiosa particolarità: tutti i dialoghi sono scritti in un inglese arcaico e con una sintassi ai limiti del poetico, quasi come se si trattasse di saghe epiche in abiti moderni; trovata che permette all'albo di ritagliarsi una fetta di pubblico anche tra i lettori più esigenti.
I guai cominciano quando il personaggio viene successivamente inserito all'interno del gruppo dei "Vendicatori", nel quale è protagonista di storie che con la sua matrice mitologica non hanno nulla a che vedere: invasioni aliene, guerre segrete, complotti intergalattici portano il guerriero nordico in ambienti e scenari del tutto fantascientifici, e finisce così per perdere quell'aura di epica e di originalità che, almeno inizialmente, lo caratterizzavano.


Nella rincorsa al mega cross-over definitivo for fanatics only, Feige e soci decidono di dedicare un'intera pellicola al personaggio di Thor, e almeno inizialmente le intenzioni del produttore sembravano quanto meno interessanti; accantonati i nomi di Mel Gibson e Brad Pitt come regista e protagonista, Feige affida il progetto ad un autore d'eccezione: Kenneth Branagh, forse il massimo attore shakesperiano vivente; il coinvolgimento di Branagh non deve stupire: l'attore/regista si è sempre proclamato fan delle avventure fumettistiche del dio del tuono e visti i toni "aulici" che molte sue storie (sopratutto quelle più recenti) presentavano pareva la scelta più azzeccata a dirigirne l'adattamento su pellicola; e così sarebbe stato, se non fosse per l'ormai proverbiale ingerenza della Marvel Studios nella direzione del film.


Come già successo per l'Hulk del duo Laterrier/Norton, anche in questo caso il film entra in produzione con uno script, scritto dallo stesso regista, che poi verrà progressivamente distrutto durante le riprese; il progetto originale di Branagh era ambizioso ed originale: l'intero film doveva essere ambiento ad Asgard ed incentrarsi sull'amore/odio tra Thor e Loki; l'eroe sarebbe arrivato sulla Terra, per proteggerla, solo nel terzo atto; l'intera narrazione doveva essere epica ed aulica ed enfatizzare il lato drammatico ed avventuroso del personaggio; dell'idea originale, solo il palinsesto della storia è sopravvissuto.


La trama viene riscritta: l'intero film diviene così un romanzetto di formazione, con Thor (Hemsworth) esiliato sulla Terra da Odino (Hopkins) a causa di un sotterfugio di Loki (Hiddleston); la natura ultraterrena dei personaggi viene inoltre modificata: Asgard diviene un pianeta alieno e gli dei sono ora semplici alieni umanoidi, garantendo per lo meno un minimo di compattezza per il futuro cross-over. Come sempre l'intrattenimento viene basato su battutine da due soldi, umorismo scemo e scarne sequenze di azione; Branagh però riesce nell'impresa di non ridurre tutto ad un film usa e getta: le battute non scadono mai nel becero e l'azione è ben coreografata; sopratutto, l'autore riesce a caratterizzare a dovere il trio dei protagonisti e a dirigere in modo eccelso il cast; lo scontro tra Thor e Loki per l'affetto del padre riesce così ad avvincere e ad intrattenere per tutta la durata del film.



Molto meno riuscito è il resto; il cast presenta sempre una marea di nomi noti, messi lì come selling point; e spiace davvero vedere due attori del calibro di Tadanobu Asano e Ray Stevenson sprecati come comparse; ancora più controverso è invece il casting di Hopkins: Odino doveva essere inizialmente interpretato da Brian Blessed, attore feticcio di Branagh e dotato di una possenza fisica che lo rendeva perfetto per impersonare il re degli dei; ma Blessed non è una star e Feige impone al regista di chiamare il più blasonato Hopkins, per attirare più pubblico possibile; ancora più futile è la love-story tra Thor e il personaggio della Portman: ovvia e scontata, si mangia letteralmente tutto il secondo atto, annoiando per la sua futilità.



Sciocco e inutile, "Thor" è il tipico film Marvel, che ha però il grande pregio di non irritare il suo pubblico e di lasciarsi guardare per tutta la sua durata (bene o male), nonostante la sua palese natura di "film-episodio".

martedì 3 settembre 2013

I Diabolici

Les Diaboliques

di Henri-George Clouzot

con: Vera Clouzot, Simone Signoret, Paul Meurisse, Charles Vanel, Jean Brochard, Therese Dony.

Thriller

Francia (1955)

















Ogni qual volta che un critico, sia esso riverito o meno, stila un'ideale lista dei cineasti più influenti del secolo scorso, chissà per quale astruso ed imperscrutabile motivo dimentica sempre il nome di Henri-George Clouzot; eppure, guardando anche solo una minima frazione della filmografia del grande regista francese, ci si può stupire di quanto i suoi stilemi narrativi abbiano dato vita ad una serie infinita di cloni ed epigoni, sopratutto negli ultimi 10-15 anni; "Les Diabolique" (malamente tradotto in italiano come "I Diabolici", quasi a voler mutare il sesso delle due protagoniste) è la pellicola più influente del grande autore, saccheggiata in lungo e in largo in più di cinquant'anni dalla sua uscita: un esempio magistrale di thriller che fa della suspanse e del colpo di scena i suoi punti di forza.



Ambientato in un collegio nel mezzo della campagna francese, il film segue un vicenda di sangue ambigua ed originale; Nicole (Simone Signoret) e Christina (Vera Clouzot), rispettivamente insegnante e direttrice dell'istituto, sono due giovani donne accomunate da una tormentata relazione con il preside Michel (Paul Meurisse), del quale sono rispettivamente amante e moglie; la relazione extra-coniugale dell'uomo non è però un segreto, al punto che entrambe le donne si conoscono e sono in uno strano rapporto di complice amicizia a causa del pessimo carattere dell'uomo, che si diverte a dominarle; in particolare, Michel si diverte a sottomettere la moglie, a causa della salute cagionevole della donna. Dopo l'ennesimo sopruso, le due decidono, di comune accordo, di uccidere Michel e farne sparire il cadavere; eseguito il misfatto, dovranno però avere a che fare con una serie di strani eventi, quali la sparizione del cadavere e le testimonianze degli alunni che affermano di vedere il defunto preside.




Clouzot costruisce l'intera prima parte della vicenda come un normalissimo thriller di stampo hitchcockiano: seguiamo le vicende delle due protagoniste nell'organizzazione dell'omicidio tramite il loro duplice punto di vista; la tensione viene creata grazie agli elementi casuali che arrivano ad ostacolare il loro operato: i vicini impiccioni, un soldato ubriaco, il cesto per il trasporto del cadavere che si rompe, ecc....; l'autore però predilige la descrizione della psicologia dei due personaggi all'intreccio vero e proprio: valorizza dialoghi e situazioni volte a dar corpo ai caratteri, opposti e complementari, di Nicole e Christina; la prima, cinica e risoluta, è però incapace di uccidere, mentre la seconda, fragile e timorata di Dio, è l'unica ad avere la forza d'animo necessaria per eseguire l'omicidio.




Una volta morto Michel, il film prende una nuova piega: da thriller classico diventa un mistery nel quale la sparizione del cadavere e l'apparente "resurrezione" di Michel divengono il centro della narrazione; la tensione viene ora creata sia dalla paranoia delle protagoniste, impaurite per un'eventuale scoperta del corpo da parte delle autorità, incarnate dal personaggio del commissario Fichet, grazie al mistero della scomparsa del cadavere, che fa presumere una pista sovrannaturale; magistrale, in questa parte, la scena della piscina, nella quale Clouzot crea una tensione insostenibile mediante un semplicissimo montaggio di campo/controcampo.




E' però nel terzo atto, in particolare con il climax, che il film deflagra in tutta la sua originalità; con un colpo di scena da manuale, Clouzot mette in discussione tutto ciò che lo spettatore ha visto (o creduto di aver visto) nei due atti precedenti: ribalta totalmente la storia, i personaggi e il loro ruolo nella vicenda; ed in un epilogo da antologia, mette in discussione persino il colpo di scena appena mostrato, in un gioco di specchi spiazzante ed evocativo.




Prima ancora di De Palma o di Nolan, è Clouzot a riflettere sul meccanismo del colpo di scena come ribaltamento totale della narrazione; il "twist" diviene così mezzo per distruggere la presunta onniscenza dello spettatore e per enfatizzare la relatività del punto di vista all'interno della narrazione; il narratore, il regista in questo caso, diviene così un vero e proprio illusionista (o "prestigiatore" come sottolineerà Nolan in "The Prestige", nel 2006, pellicola in cui l'influenza della lezione del maestro francese è immensa), che distrae l'attenzione del pubblico durante il secondo atto per poterlo stupire, spiazzare e sconvolgere con rivelazioni shock, le quali celano una verità mille volte più semplice di quanto egli abbia voluto far credere.




Ed il gusto estetico dell'autore in questa sua celebre prova si fa ancora più radicale: il contrasto tra luce ed ombra è ancora più netto che in passato, con sfondi talvolta totalmente neri e luci stroboscopiche puntate sui centri d'interesse, come lo sguardo del morto o le reazioni di Chistina; le sue inquadrature si fanno ancora più raffinate ed espressive, come nel finale; e l'intero film viene immerso in un silenzio assoluto, privo di musica o di rumori ambientali, a rimarcarne l'atmosfera sinistra.




Capolavoro assoluto del thriller e pietra miliare del cinema tout court, "Les Diaboliques" è una pellicola che DEVE essere riscoperta ed apprezzata, sopratutto dal pubblico più giovane, quello che esalta J.J. Abrams e soci per i loro improbabili colpi di scena, al fine di capire quanto moderno ed avanguardista fosse il cinema europeo del secolo scorso.

Tetsuo: The Bullet Man


di Shinya Tsukamoto

con: Eric Bossick, Shinya Tsukamoto, Akiko Mono, Stephen Sarrazin, Yuko Nakamura.

Cyberpunk

Giappone (2009)

















---SPOILERS INSIDE---

Il fantasma di Tetsuo è divenuto un vero e proprio incubo per Shinya Tsukamoto; ossessionato dal successo della sua creatura, l'autore cerca, nel corso degli anni, di togliersi di dosso il fardello che l'universale apprezzamento del film gli ha cucito addosso; ma invano: non si contano infatti i numerosi inviti ricevuti da Tsukamoto a creare un nuovo film con protagonista il cyborg mutante di ferro, magari in Usa e sotto la supervisione di Tarantino; richieste puntualmente cassate, almeno fino al 2009, quando l'autore decide definitivamente di disfarsi della sua creatura dirigendo un terzo film ad essa dedicato: "Tetsuo-The Bullet Man".


Come il precedente "Body Hammer" (1992), anche questo "The Bullet Man" riprende i temi portanti del primo film e li declina con una storia del tutto autonoma; protagonista è ora l'attore nippo-americano Erick Bossick, che sostituisce Tomorowo Taguchi nei panni del mutante; Bossick interpreta Anthony, comune impiegato di origini occidentali nella odierna Tokyo, la cui vita tranquilla viene sconvolta dall'uccisione del figlioletto da parte di un misterioso estraneo (Tsukamoto); il lutto darà il via ad una trasformazione, che lo muterà in una sorta di arma semovente e lo porterà a scoprire un abominevole segreto nel suo passato.


Più che un nuovo capitolo, "The Bullet Man" è un coagulo di tutti i topoi delle due precedenti pellicole; sin dall'introduzione, Tsukamoto ripropone le immagini tetre e spettacolari che lo resero famoso nel 1989; la storia di fondo è ripresa pari pari da "Body Hammer", sopratutto nell'incipit e nella scena della corsa in bici, mentre l'escamotage dell'incidente stradale e l'ambientazione casalinga tornano da "The Iron Man" (1989); in sostanza, l'autore rifà sé stesso: riesuma i suoi vecchi stilemi narrativi ed estetici che sembrava aver superato con il recente dittico di "Nightmare Detective"; in particolare, i suoi personaggi tornano ad essere bidimensionali, a perdere ogni valenza caratteriale che non sia strettamente necessaria alla narrazione; si può parlare, dunque, di una vera e propria involuzione del cinema dell'autore, il quale si limita ad introdurre pochissime novità a livello narrativo; novità che finiscono tra l'altro per appiattire ancora di più il film.


A differenza delle sue precedenti incarnazioni, il cyborg di "The Bullet Man" non è un simbolo metaforico delle ossessioni dell'autore; Anthony, di fatto, non è l'emblema dell'uomo moderno schiacciato dal delirio post-industriale, ma un semplice uomo mite e posato, di cui il cyborg rappresenta il "lato oscuro", una sorta di Mr.Hyde pronto a prendere il sopravvento ogni qual volta egli perda la calma; il personaggio perde così ogni sua valenza iconoclasta e provocatoria, adagiandosi su di uno stereotipo vecchio di secoli che edulcora pesantemente la metafora portante del cinema di Tsukamoto: il risveglio della carne mediante la sua totale distruzione e ricomposizione; appiattimento contenutistico che trova la giustificazione se si tiene conto del fatto che l'intero film è recitato in inglese e con un protagonista occidentale: Tsukamoto ha praticamente creato il Tetsuo per americani, o per meglio dire, per il pubblico medio americano, il quale mal digerisce storie forti e provocatorie; "The Bullet Man" è la personificazione dell'incubo di Tsukamoto: una pellicola che riprende stile e stilemi del suo cinema degli esordi e li appiattisce per renderli appetibili al grande pubblico.


Opera di appiattimento "pro-Yankee" che si sostanzia anche nello stile visivo: i virtuosismi di montaggio dell'autore sono ora più serrati che mai, in ossequio allo stile videoclipparo della Hollywood post-'90s; le sue inquadrature, sempre spettacolari, perdono magistralmente di profondità di campo, proprio come in un qualsiasi film di Michael Bay o di Simon West; e persino la narrazione si adegua agli standard del cinema americano: didascalica come non mai, sopratutto nei dialoghi, si sostanzia di un secondo atto in cui la sceneggiatura spiega per filo e per segno l'antefatto e le origini dei poteri di Anthony; senza contare il finale, nel quale l'apocalisse di metallo dei precedenti film viene sostituita con un lieto fine tutto rosa e fiori.


Si può in definitiva etichettare questo terzo Tetsuo come una pellicola inutile? Qui sta il bello: assolutamente no; "The Bullet Man" rappresenta un rito di passaggio, una sorta di cerimonia di purificazione con cui Tsukamoto abbandona definitivamente il tema della mutazione della carne e della sua distruzione; l'intero film è una gigantesca catarsi con cui il regista decide di affrontare il lascito della sua stessa opera; non per nulla, nel film il suo personaggio non ha né nome né caratterizzazione: è un tutt'uno con l'autore, un uomo che provoca la mutazione nel protagonista e poi chiede di essere ucciso, sapendo che così facendo il mostro avrà vita eterna; e infatti, nel climax, la catastrofe viene evitata: Tsukamoto viene risucchiato dalla sua creatura, diviene tutt'uno con il suo corpo, che ora può distruggere e ricreare a suo piacimento, liberandosi definitivamente della sua ombra.
"The Bullet Man" trova la sua dignità anche nella genuina spettacolarità delle immagini, che sebbene lontane dai fasti di "Body Hammer", colpiscono l'occhio ed il cervello per la loro composizione, per il ritmo indiavolato e per lo spettacolare design del mostro, tra le creature più inquietanti e visionarie del cinema moderno.


Vera e propria "ossessione d'autore", questa terza pellicola dedicata all'uomo di ferro nipponico è un'operazione intellettuale e un pò velleitaria, che però convince grazie allo spirito del suo autore, il quale riesce davvero a dare un corpo credibile al suo incubo più oscuro: rimanere preda della sua stessa creazione.

Kick-Ass

di Matthew Vaughn

con: Aaron Taylor Johnson, Nicolas Cage, Chloe Grace Moretz, Christopher Mintz-Plasse, Mark Strong, Lindsey Fonseca.

Grottesco/Supereroistico

Usa (2010)

















La rilettura del supereroe in chiave "realistica" è un vero e proprio sottogenere nel panorama del fumetto statunitense; basti pensare, uno per tutti, al mitico Watchmen di Moore, dove i protagonisti sono tutti persone normali divenuti semplici vigilantes privi di superpoteri o abilità particolari di sorta; senza contare come anche nel panorama del fumetto mainstream gli eroi privi di poteri occulti o tecnologie aliene non si contano; è però Mark Millar a dare l'interpretazione definitiva dell'eroe "normale" in uno dei suoi lavori più celebri, "Kick-Ass", firmato assieme a John Romita Jr. tra il 2008 e il 2010 per la Marvel.


Sulla scorta di quanto fatto da Moore nel suo capolavoro, anche Millar immagina un mondo in cui comuni esseri umani cominciano a vestirsi con tutine colorate e maschere copri-zigomi e a pattugliare le strade di New York in cerca di crimini; protagonista della vicenda è il sedicenne Dave Lizewski, giovane nerd che decide di dare una svolta alla sua vita mascherandosi da supereroe e ripulendo le strade dai delinquenti, divenendo ben presto conosciuto su youtube e sul resto della rete con il nome di battaglia "Kick-Ass"; assieme a lui spunta però un'altra accoppiata di stralunati eroi: Damon Mcready e sua figlia Mindy, alias Big Daddy e Hit Girl; lui è un ex-poliziotto ingiustamente cacciato via per una finta storia di corruzione ed ora in cerca di vendetta, lei la sua figlia dodicenne addestrata come un vera e propria macchina da guerra in miniatura.


A distinguere l'opera di Millar dalle altre è però un fattore determinate: un umorismo goliardico e grottesco, oltre che ad una dose insana di violenza grafica, atta a dare forma esplicita al sottotesto cupo presente in ogni storia di supereroi; Kick-Ass è, in fin dei conti, una parodia acida e corrosiva dell'universo degli eroi mainstrem, i cui personaggi più popolari, ossia l'Uomo Ragno e Batman, vengono riproposti in chiave iperbolica; Dave altri non è che il giovane imbranato Peter Parker: nerd sfigato e buono a nulla, innamorato perso di una ragazza oltre la sua portata, che tra l'altro lo crede dapprima pervertito e poi omosessuale; solo che nel mondo di Millar l'eroe non conquista tutto grazie alla sua maschera e alle sue mossette: l'attività di vigilantes lo porta ad essere pestato sempre più violentemente dalle gang locali e la ragazza, una volta scoperta la sua identità, lo picchia a sangue e lo bombarda con foto porno aventi ad oggetto le epiche dimensioni del pene del suo ragazzo. Big Daddy è invece la perfetta parodia dell'Uomo Pipistrello (del quale viene ripreso anche il design della tuta): un tutore della legge ossessionato dalla vendetta, che per dare sfogo alla sua mania coarta persino una ragazzina e la trasforma in un mostriciattolo assetato di sangue. Alla fine, a trionfare negli otto numeri della serie è la violenza esplicita, ma grottesca (e quindi mai di cattivo gusto), la cattiveria acida ed irriverente ed un gusto iconoclasta come davvero non se ne vedono nel panorama dei fumetti Marvel.


Nel 2010, di pari passo con la chiusura della prima serie a fumetti, arriva al cinema il film di Kick-Ass; produzione semi-indipendente affidata all'inglese Matthew Vaughn, al suo terzo lungometraggio; la trasposizione, nei primi minuti, è semplicemente elettrizzante: Dave (che qui ha il volto da sfigato di Aaron Johnson) è il classico nerd protagonista di infiniti film e telefilm americani; solo che qui la componente "maniacale" del personaggio viene subito esplicitata: si diverte a masturbarsi pensando alle procaci forme della sua insegnante milf e sogna di avere un rapporto amoroso con Katie, che però lo taccia di perversione; Dave decide così di diventare Kick-Ass e gli autori mettono subito le cose in chiaro: il pestaggio nel parcheggio è secco e crudo, le botte che il protagonista riceve fanno davvero male, la violenza, in sostanza, non viene edulcorata; violenza che risulta sgradevole anche quando virata al grottesco, come nella sequenza del forno a microonde, che da sola vale la visione dell'intera pellicola; ottima anche l'idea di fare interpretare lo psicopatico Big Daddy a Nicolas Cage: da sempre appassionato di fumetti, Cage si diverte come un matto nei panni della controparte psicotica di Batman, e firma quella che forse è la sua migliore performance recente (tanto che ci si dimentica degli osceni film sul Ghost Rider in cui è protagonista); la rivelazione è però la dodicenne Chloe Moretz, che da qui comincerà una fulgida carriera nello star-system hollywoodiano: piccola e letale, la Moretz è una Hit Girl che divora la scena ogni volta che appare.


Man mano che la pellicola procede, però, non tutto va per il verso giusto: l'umorismo va scemando, la carica grottesca si stempera, la violenza si fa sempre meno dolorosa e sempre più "fumettistica"; il film, in pratica, da parodia del filone supereroistico diviene un film supereroistico con tutti i crismi; le differenze con il materiale di partenza, in particolare, portano la pellicola a scadere ben presto nel convenzionale e nel prevedibile; su tutto, la storia tra Dave e Katie diviene una normalissima storia d'amore tra teen-agers, con tanto di lieto fine, alla faccia della corrosiva cattiveria mostrata da Millar.


La troppa serietà finisce per affossare il film, che diviene così uguale agli altri diecimila e rotti adattamenti di supereroi al cinema in circolazione; difetto che già affliggeva un altra pellicola che si riproponeva di scardinare i luoghi comuni del supereroe, quel "Hancock"(2008) che sembrava dovesse dare vita ad un filone di "supereroi buzzurri" anche al cinema, ma che invece si risolveva come una comunissima pellicola con un Superman di colore. In tutto questo la regia di Vaughn vacilla, tra flshback girati come finti piani sequenza in digitale ed un epilogo prevedibile e fin troppo compiaciuto.


Sospeso tra umorismo irriverente e serietà convenzionale, "Kick-Ass" resta tutto sommato una pellicola divertente, anche se decisamente non riuscita; la prima metà è da antologia del cinema adolescenziale e cinico, la seconda è solo il classico polpettone per adolescenti sfigati; si farà molto meglio con il recente sequel "Kick-Ass 2" (2013).

Iron Man 2

di Jon Favreau

con: Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Mickey Rourke, Don Cheadle, Scarlett Johansson, Samuel L. Jackson, Sam Rockwell, John Slattery.

Commedia/Supereroistico

Usa (2010)
















Con oltre 300 milioni di dollari di incasso in tutto il mondo, il primo, vergognoso, "Iron Man" (2008) doveva necessariamente avere un sequel, che Kevin Feige mette immediatamente in produzione assieme agli altri film sugli Avengers; "Iron Man 2" esce nel 2010, riproponendo la stessa identica formula del suo predecessore: trama striminzita, cast uber-stellare, azione risicata al minimo sindacale e tanta, troppa stupidità venduta come ironia.


Questa volta, perlomeno, i 4 (!!!) sceneggiatori provano ad intessere una sorta di storia e ad introdurre un personaggio credibile come antagonista; divenuto una celebrità mondiale dopo l'outing fatto alla fine del primo film, Tony Stark (Downey Jr.)deve ora vedersela con le mire espansionistiche del rivale Justin Hammer (Sam Rockewell) e sopratutto con il villain Ivan Vanko (Mickey Rourke), genio della cybernetica russo in cerca di vendetta per l'amara sorte toccata al padre, ex collega di Howard Stark (John Slattery), padre di Tony.


Storia che, si, questa volta c'è, ma che non viene sviluppata per nulla; nonostante la presenza di tracce narrative anche interessanti (Tony deve cercare di guarire dalla ferita al cuore prima che l'alimentatore che si è impiantato lo avveleni, deve inoltri fare i conti con la sua popolarità e con un'inaspettata rivalità con Rhodes, oltre che con Vanko), l'intero film si focalizza sull'istrionismo degli attori; Downey Jr. ,ormai innamoratosi del personaggio che gli ha ridato la fama, continua a gridare e fare faccette con indosso il costume da supereroe, la Paltrow e la new entry Scarlet Johansson si limitano a mostrare le loro (generose) grazie sculettando in faccia allo spettatore (che gradisce, ovviamente), Cheadle (che sostituisce Terrece Howard nei panni di Rhodes) pare messo lì a caso, Sam Rockwell fa a gara con il protagonista in una ideale sfida a mossette e faccettine idiote, mentre l'apparizione di John Slattery serve unicamente a far procedere il film verso l'ultimo atto e a far salire il numero delle facce famose presenti nella pellicola; cui si aggiunge anche Samuel L.Jackson, che torna nei panni di Nick Fury dopo il cameo nel primo film solo ed unicamente per avvicinare Tony Stark al misterioso "Progetto Vendicatori" (e che sarà mai?); in questo marasma di attori lasciati a briglia sciolta manco si fosse in un episodio del Saturday Night Live, appare una folgorante eccezione: Mickey Rourke; il redivivo ex pugile di Hollywood riesce a dar vita ad un villain viscerale e sgradevole, che buca lo schermo e divora il film ogni qual volta appare in scena; prova del talento e sopratutto della serietà di un attore talvolta troppo svogliatamente sottovalutato.


Per il resto nulla cambia rispetto al precedente film: comicità stupida e puerile, strizzatine d'occhio ai fans e azione risicata; l'introduzione di una traccia narrativa, blanda quanto si vuole, perlomeno rende il tutto un pelo più digeribile; ma, in fin dei conti, neanche troppo: due ore di cretinate assortite sono davvero troppe anche per lo spettatore più paziente; tolti, naturalmente, i fanboys Marvel, che apprezzano di nuovo l'operazione e corrono in massa al cinema, in attesa di rivedere il loro beniamino in azione.

sabato 31 agosto 2013

X-Men Le Origini: Wolverine

X-Men Origins: Wolverine

di Gavin Hood

con: Hugh Jackman, Liev Schriber, Danny Huston, Lynn Collins, Will I Am, Taylor Kitsch, Dominic Monaghan, Ryan Reynolds.

Supererostico/Azione/Fantastico

Usa (2009)













Esaurito il primo ciclo di film dedicati agli X-Men con il mediocre "Conflitto Finale" (2006), la Fox decide di continuare a sfruttare il brand dei mutanti di casa Marvel con una serie di spin-off, il primo dei quali viene dedicato al personaggio più famoso ed apprezzato del gruppo, l'artigliato canadese Wolverine, che già nel mondo dei comics era protagonista di una celebre testata in solo; film fortemente voluto dal suo protagonista Hugh Jackman, "X-Men le Origini: Wolverine" è l'ennesimo esempio di film-fumetto idiota, compiaciuto della propria pochezza e a tratti genuinamente brutto, in cui non c'è praticamente nulla da salvare.



Creato da Len Wein ed Herb Trimpe, Wolverine esordisce su carta nel 1974 come antagonista dell'incredibile Hulk, per poi essere promosso a comprimario nel gruppo degli X-Men giusto un anno dopo, su "X-Men Giant Size", ad opera di Chris Claremont; il forte successo di pubblico della testata, rinnovatasi anche grazie all'inclusione del personaggio, porta la Marvel a creare per lui una serie apposita, la quale esordisce nel 1988 con un intenso story-arc ambientato in Giappone al quale partecipa anche Frank Miller in veste di illustratore; la serie regolare trasforma Wolverine da semplice icona dei fumetti ad icona pop, simbolo di una bestialità ferina incontrollabile e carismatica; e di fatto l'intera caratterizzazione del personaggio ruota attorno alla sua natura bestiale: James Howlett detto "Logan", figlio illegittimo di un ricco proprietario terriero canadese del XIX secolo (nato da uno stupro perpetrato ai danni della moglie dal fattore Dog Logan), è un mutante i cui poteri consistono nella rigenerazione corporea, che lo rende di fatto immortale, e in una serie di affilati artigli retrattili sugli arti superiori che, assieme ai sensi ferini, lo rendono simile ad un ibrido uomo-bestia; il carattere forte ed indomabile di Logan lo porta spesso a scontrarsi con i suoi stessi compagni: la sua natura bestiale, acuita da anni di rancori e solitudine, lo rende un "diverso tra i diversi", un personaggio tragico perché schiavo della sua stessa natura animalesca; altra caratteristica di Wolverine è l'amnesia totale che lo ha colpito a seguito di esperimento genetico, che gli ha donato anche uno scheletro ricoperto di un'indistruttibile lega detta "adamantio"; escamotage narrativo vincente, che permette agli sceneggiatori di ambientare storie in più epoche storiche e di far riemergere dall'oscuro passato eroe fatti e personaggi inediti.




Basato su due degli story-arc più celebri di Wolverine, "Origins" (del 2003) e "Weapon X" (del 1991), "X-Men le Origini: Wolverine" tenta di spiegare il passato del personaggio e di colmare i vuoti narrativi lasciati nelle precedenti pellicole, verso le quali si pone come vero e proprio prequel; connessione narrativa che però si realizza a stento: le incongruenze con i flashback visti nel primo film sono palesi e pongono questo antefatto in totale contraddizione; senza contare il fatto che nel secondo film si specificava come i famigerati artigli dell'eroe fossero frutto di un esperimento governativo, mentre in questo prequel viene mostrato come Logan di fatto li possedesse già molto prima che l'esperimento avesse luogo; l'amnesia del personaggio viene giustificata, nell'epilogo, con un escomatage narrativo totalmente ridicolo: una sorta di pistola "cancella memoria" con il quale l'eroe viene colpito da Stryker per cercare di fermarlo.




Se le contraddizioni con i precedenti film sono vistose, ancora più marcate sono quelle interne alla trama; della famosa bestialità del personaggio nulla viene mostrato: Wolverine viene caratterizzato come un semplice soldato che, di punto in bianco, decide di abbandonare il suo corpo di appartenenza (formato esclusivamente da mutanti) perchè stanco di sottostare agli ordini del volitivo Stryker, in una scena a dir poco ridicola; quando questi, anni dopo, rincontra il suo vecchio capo e afferma che "lo ha trasformato in una bestia" le risate sono assicurate; risate che davvero si trattengono a stento durante la visione: il ridicolo involontario fa capolino fin dal prologo, in cui vengono spiegate le origini secolari del protagonista e mostrato il suo primo omicidio in modo esilarante; ridicolo che si palesa, prepotente ed inevitabile, anche in scene d'azione tirate su alla bene e meglio da un Gavin Hood, vistosamente a disagio: tutte costruite sulla fisicità di Jackman, queste sono palesemente finte, ricreate in studio con un green-screen sul quale i fondali sembrano appiccicati con lo scotch e che si fondono malissimo con le riprese in esterni; colpa, oltre che di una regia svogliata e poco ispirata, di effetti speciali da due soldi, palesemente finti, che mandano all'aria ogni forma di sospensione dell'incredulità.




Inutile cercare di appassionarsi alla storia, che di fatto si conclude nel solo prologo; per il resto ogni azione, ogni traccia narrativa ed ogni relazione è puramente pretestuosa, atta unicamente a portare in scena un numero esorbitante di personaggi, tutti privi di carisma e della anche più basica forma di caratterizzazione, che sembrano apparire su schermo unicamente per far gioire i fan; tra i tanti, l'apparizione più attesa dagli appassionati era quella del mutante Gambit (malamente impersonato dalla star di "Lost" Taylor Kitsch): assente storico nei film precedenti, il mutante-biscazziere è protagonista indiscusso del terzo atto, dove arriva perfino a voltarsi verso il pubblico e ad esclamare "Ti sono mancato?", rivelando la natura strettamente "for fanatics only" dell'intera operazione.




Tutto il resto è una serie di gag stupide, azione malriuscita e sequenze prive di mordente, che trascinano stancamente il film verso un finale ovviamente aperto, in cui ogni traccia narrativa viene malamente conclusa dalle famose "scene extra" in puro Marvel style. Persino la scena dell'esperimento, che sulla carta avrebbe dovuto essere cupa e drammatica, viene risolta senza la minima enfasi e con un epilogo ridicolo, nel quale Jackman sfoggia prepotentemente la sua scultorea fisicità correndo a chiappe nude per i boschi; e nonostante l'intera pellicola si concentri su di lui e sul suo alter ego, alla fine l'unico personaggio a bucare davvero lo schermo è Sabretooth, fratello "malvagio" dell'eroe che, grazie al carisma di Liev Schriber, divora letteralmente ogni scena in cui appare.
Colpa, al solito, di una sceneggiatura scialba e stupida e di una regia dal fiato cortissimo; fatto sta che i fan sembrano apprezzare il lavoro di Jackman e soci: il film è stato un successo e ha spianato la strada ai successivi "X-Men: L'Inizio" e "Wolverine l'Immortale" (2013), entrambi più riusciti di questo primo spin-off dedicato ai mutanti reietti.

giovedì 29 agosto 2013

Nightmare Detective 2


Akumu Tantei 2

di Shinya Tsukamoto

con: Ryuhei Matsuda, Yui Miura, Hanae Kan, Miwako Ichikawa, Ken Mitsuishi, Hatsune Matsushima.

Horror

Giappone (2008)















Se il primo "Nightmare Detective" (2006) era un thriller in parte convenzionale, in cui l'autore riversava temi ed ossessioni personali per creare un intrattenimento di genere riuscito e visionario, con "Nightmare Detective 2" Tsukamoto torna a sperimentare soluzioni visive e narrative; abbandonato il tema della mutazione del corpo e del rapporto tra l'essere umano e la metropoli, oltre che lo stratagemma narrativo del "trio", il grande regista dirige un j-horror dotato di tutti i crismi del genere, nel quale però fa confluire un'interessante riflessione esistenzialista: gli effetti della paura di vivere.



Ritrovatosi nuovamente solo, l'investigatore onirico Kyoichi Kagenuma (Ryuhei Matsuda) è ossessionato da un sogno ricorrente nel quale rivive la morte della madre; la sua vita viene inoltre nuovamente sconvolta da un nuovo caso nel quale si ritrova invischiato: una giovane studentessa, Yukie (Yui Miura), chiede il suo aiuto per liberarsi da un incubo ricorrente; il brutto sogno altro non è che la conseguenza di uno scherzo giocato ai danni di un'altra ragazza, Yuko Kikukawa (Hanae Kan), giovane disfunzionale perennemente in stato di fobia; le cose si complicano quando le compagne di Yukie cominciano a morire dopo aver sognato Kikukawa, e sopratutto quando Kyoichi scopre che la fobia patologica che affligge Kikukawa è la medesima che affliggeva sua madre.


Il tema della paura diviene centrale, in un'evoluzione tematica diretta rispetto al film precedente; la paura che affligge Kikukawa, e che un tempo affliggeva la madre di Kyoichi, è la fobia di vivere, la paura del dolore inflitto dagli altri ai propri danni; paura generata dalla capacità di avvertire i pensieri altrui, che Kyoichi ha ereditato dalla figura materna; l'empatia totale, lungi dal portare ad una forma di comprensione, squarcia, letteralmente, il velo di ipocrisia e rivela la parte più nascosta delle persone: un lato spaventoso perché privo di empatia, che ferisce direttamente la mente e l'anima di colui che lo osserva; la paura è generata, qui, non da fenomeni soprannaturali, ma dal lato peggiore dell'essere umano, la sua parte più egoista e recondita; egoismo che porta le persone a chiudersi in sè stesse e ad odiare chiunque le circondi: lo scherzo fatto ai danni di Kikukawa si rivelerà essere stato un atto di bullismo vero e proprio, posto in essere da Yukie come forma di sfogo per le frustrazioni dovute al cattivo ambiente familiare in cui è costretta a vivere; egoismo che non risparmia nemmeno il protagonista, che per tutta la prima parte rimane chiuso in sé stesso e si rifiuta di aiutare la giovane ragazza perchè troppo impegnato con i suoi problemi personali.


Nel ritrarre il malessere esistenziale che attanaglia i personaggi, Tsukamoto non manca di dare una soluzione al loro stato: la via d'uscita dalla paura non è la violenza o la distruzione (auto o eteroimposta), che Kyoichi e Kikukawa inizialmente cercano di perpetrare, bensì l'appoggio reciproco, che si estrinseca non tanto nella comprensione delle disgrazie, quanto nell'aiuto e nella sopportazione del malessere altrui; la comprensione, intesa come accettazione del malessere altero, non viene raggiunta dai personaggi nemmeno grazie alla loro capacità esper; l'autore sembra suggerirci come l'unico vero rimedio sia dunque l'empatia verso il prossimo: empatia che non si sostanzia tanto nella conoscenza totale dello stato dell'altro, quanto nella sua accettazione disinteressata.


Tsukamoto costruisce l'intero film come un j-horror anomalo; i momenti di tensione pura, di fatti, non mancano e sono tutti costruiti su sussurri, piccoli gesti e pericoli più suggeriti che mostrati, nella miglior tradizione dell'horror giapponese; tuttavia, la narrazione si basa non tanto su di essi, quanto sull'analisi dei personaggi, in particolare del protagonista Kyoichi, promosso a centro totale della trama; l'autore ne eviscera la complessa psicologia e ne esplora il passato, mostrando l'origine atavica dei suoi poteri; Kyoichi viene dipinto come un uomo schiavo delle sue paure infantili, che non ha mai superato; la paura delle visioni oltremondane, in particolare, lo perseguita ancora nei sogni; è la paura del fantasma della madre, tuttavia, ad essere il principale polo narrativo: l'ossessione dovuta all'incomprensione della figura materna porta il detective a mettere in discussione sè stesso e le sue capacità; il superamento della paura si ha, però, non grazie alle abilità sovrannaturali, ma al confronto tra l'uomo e la sua fobia, che Kyoichi è chiamato ad affrontare come un bambino; la catarsi giunge nel momento in cui egli affronta a viso aperto ciò che lo affligge, e una volta superatolo, si ritrova di nuovo bambino, a piangere sconsolato perchè privato totalmente della vicinanza materna, sia essa anche solo un'ombra del passato.


L'intera narrazione viene poi strutturata dall'autore come una serie di visioni oniriche; il passaggio dalla realtà materiale al sogno si fa in questo seguito ancora più fluida; le visioni sono ora ancora più cariche di elementi simbolici, ma non altrettanto affascinanti; l'atmosfera cupa ed opprimente del predecessore lascia spazio ad un'atmosfera horror più convenzionale e meno visionaria; Tuskamoto riesce tuttavia a creare almeno due sequenze da antologia: lo scontro "allo specchio" tra Kyoichi e Kikukawa e il loro successivo riappacificamento, nel quale i personaggi sono immersi in una natura selvaggia, simbolo della forma primigenia umana perduta nel mondo moderno.


Sequel solo nominale, "Nightmare Detective 2" è una vera e propria evoluzione tematica del suo predecessore; meno convenzionale del primo capitolo, più pregno di simbolismi e profondità tematica, ma anche meno spettacolare, è un ulteriore prova della versatilità dell'autore e della sua verve, ancora in pieno fermento nonostante una carriera di durata quasi ventennale.