venerdì 13 settembre 2013

The Avengers

di Joss Whedon

con: Robert Downey Jr., Chris Evans, Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Samuel L.Jackson, Jeremy Renner, Scarlett Johansonn, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgard, Gwineth Paltrow, Cobie Smulders, Clark Gregg.

Supereroistico/Fantastico

Usa (2012)















Dopo cinque film in cinque anni, ecco giungere nell'estate del 2012 il tanto atteso ed anticipato cross-over tra supereroi Marvel; progetto colossale ed ambizioso, che riunisce in unica pellicola tutti i protagonisti dei film della Marvel Studios e con essi i loro interpreti, creando un cast stellare, a cui si aggiungono due new entries, l'Occhio di Falco Jeremy Renner (già apparso in un cameo in "Thor") e Cobie Smulders nei panni di un'agente dello S.H.I.E.L.D.; il risultato è davvero all'altezza delle aspettative?


Vista la grandezza e la complessità di un progetto del genere, Kevin Feige decide di affidarlo ad un autore d'eccezione, quel Joss Whedon che tanto aveva dato alla casa delle idee, esordendo come sceneggiatore proprio sulla testa dei Vendicatori per poi intraprendere un'ottima (anche se poco fortunata) carriera come autore televisivo e cinematografico (scrisse la sceneggiatura, candidata all'oscar, del primo "Toy Story"); si devono a lui infatti i cult "Firefly" e "Angel" e, prima ancora, quel "Buffy l'Ammazzavampiri" che a metà degli anni '90 riprendeva il meglio della narrazione seriale fumettistica e lo trasportava sul piccolo schermo, dimostrando come la continuità tra storie all'interno di un serial potesse generare narrazioni complesse e coinvolgenti e spianando la strada alla Golden Age dei serial tv che da lì a poco sarebbe fiorita.
Introdotto al progetto, Wedhon per prima cosa riscrive da capo la sceneggiatura, a suo dire molto debole, trasformando quello che su carta era una sorta di "Iron Man 3" con Hulk come antagonista (!!!) in un film corale vero e proprio, dove ogni personaggio ha il giusto peso nella storia e non si riduce mai a semplice comprimario; Whedon ha inoltre un'intuizione geniale: mettere in continuità in cross-over con uno dei suoi prequel, quello più visionario, ossia il Thor di Branagh, che già presentava i concetti di razze aliene e ponti spaziali, ottimi spunti di partenza per creare una storia all'altezza della statura iconica dei suoi interpreti; il villain diviene così Loki, sempre interpretato dall'ottimo Tom Hiddleston, ora intenzionato a distruggere la Terra con un esercito alieno; i Vendicatori, riuniti da Nick Fury, dovranno contrastarlo con ogni mezzo, fino a giungere ad una resa dei conti spettacolare, con una battaglia furiosa e catastrofica nel centro di New York che colpisce per complessità delle coreografie e per l'alto tasso distruttivo.


Nella migliore (o peggiore?) tradizione Marvel Studios, la storia è semplice e lineare; d'altro canto era inutile attendersi la complessità narrativa di pellicole quali "Il Cavaliere Oscuro" o anche e più semplicemente la varietà di situazioni di "Captain America- Il Primo Vendicatore"; tuttavia, Whedon riesce a non annoiare, imbastendo una sceneggiatura debole nella prima parte, ma convincente nella seconda; come se i cinque film precedenti non fossero mai esistiti, l'autore reintroduce ad uno ad uno ogni singolo personaggio, appesantendo la narrazione nel primo atto, che di fatto è solo un gigantesco prologo utile solo a conoscere l'antefatto e ad introdurre i volti vecchi e nuovi degli eroi; nel secondo atto, invece, Whedon intesse una storia di rivalità e doppi giochi tutto sommato riuscita: lo scontro tra i protagonisti diverte, per quanto bambinesco e inutile sia, visto che si sa fin dall'inizio che il gruppo sarà costretto a collaborare per disfarsi della minaccia asgardiana; più interessante è il twist a metà film, che riesce a svegliare l'attenzione e a donare un minimo di complessità psicologica in più al gruppo di eroi; quanto al terzo atto, nulla da dire: una mega.battaglia distruttiva ed autocompiaciuta, con personaggi spacconi e umorismo cameratesco, che diverte anche grazie alle ottime capacità di regista d'azione che Whdon sfoggia; la bravura dell'autore riesiede, tuttavia, sopratutto nella caratterizzazione dei personaggi e nella direzione degli attori: trattiene l'istrionismo di Robert Downey Jr., ora finalmente credibile nei panni del supereroe;fa sembrare Thor un eroe tragico nonostante l'ovvietà della sua storia; ricrea Bruce Banner/Hulk come un uomo in grado di controllare i propri poteri e sfruttarli a suo vantaggio; e sopratutto trasforma Scarlett Joahnsonn da gingillo per nerd infoiati a credibile femme fatele.


Non tutto però funziona a dovere; l'umorismo, da sempre marchio di fabbrica dei prodotti di Feige, viene ripensato e corretto rispetto alle battutacce da quarta elementare dei film precedenti; Whedon introduce una struttura comica mutuata dai suoi lavori televisivi (da Firefly in particolare) e totalmente basata sul botta & risposta nei dialoghi; trovata divertente, ma che alla lunga finisce per diventare fin troppo schematica e prevedibile; altro punto debole è, al solito, la storia, qui ridotta davvero a pretesto per riunire i personaggi, tant'è che le origini dei nuovi poteri di Loki vengono svelati solo nell'immancabile scena extra, la quale, lungi dal chiudere la narrazione, non fa altro che rinviare ulteriormente ad altri sequel, prequel, spin-off, e chi più ne ha più ne metta, alla faccia del rispetto per il pubblico pagante.


Kolossal estivo perfetto, pop-corn movie con tutti i pregi e i difetti del caso, "The Avengers" è il perfetto film commerciale: vale la pena vederlo per divertirsi per due ore, ma non lascia davvero nulla addosso allo spettatore, non un'emozione vera, non una sensazione di coinvolgimento, né di appagamento; i fans applaudiscono i loro eroi finalmente tutti assieme ed agguerriti, tutti gli altri farebbero bene a non attendersi troppo, pena la noia e il fastidio.

mercoledì 11 settembre 2013

Captain America- Il Primo Vendicatore

Captain America- The First Avenger

di Joe Johnston

con: Chris Evans, Hugo Weaving, Hayley Hatwell, Tommy Lee Jones, Dominic Cooper, Stanely Tucci, Sebastian Stan, Toby Jones, Richard Armitage.

Supereroistico/Azione/Fantastico

Usa (2011)















Ultimo capitolo del “prologo” a “The Avengers”, “Capitain America- Il Primo Vendicatore” è  la trasposizione di uno dei primi (se non il primo in toto) supereroe creato da Stan Lee; apparso per la prima volta nel 1941, Cap era inizialmente parte di un progetto di propaganda bellica durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale; nato per incarnare tutte le virtù americane (pace, libertà, democrazia, ecc..), Capitan America era un Superman a stelle e strisce le cui avventure enfatizzavano la correttezza e la solidità dell’American Way of Life contrapposto ai totalitarismi europei, incarnati dalla nemesi del capitano, il gerarca nazista Teschio Rosso, capo dell’Hydra, sezione speciale delle SS.



A guerra finita, il personaggio finisce nel dimenticatoio assieme agli opuscoli e a tutto il resto del materiale propagandistico, finché nel 1961 Lee non lo va a ripescare, lo reinventa aggiornando le sue storie ai tempi della Guerra Fredda (con in Teschio Rosso passato guarda caso dalla parte dei Sovietici) e lo inserisce nel neonato gruppo dei Vendicatori; Cap torna così ad incarnare le virtù americane contrapposte alla minaccia comunista, ma le sue avventure si fanno più semplici, meno “politiche”, più votate al puro intrattenimento.
Già nel 1990, la Marvel tentò una trasposizione al cinema del celebre personaggio, con il pessimo “Capitan America”, ridicolo film supereroistico diretto da Albert Pyun (uno dei peggiori registi mai esistiti) nel quale il Capitano è chiamato a sventare la minaccia di un immortale Teschio Rosso (e di sua figlia Francesca Neri) pronto a bombardare gli Usa dalla sua base segreta sulla costa amalfitana (!), che il Capitano raggiunge abbordo di una scassatissima 500 (!!!); inutile sottolineare come questo tragico (o trucido a seconda dei gusti) adattamento si sia subito piazzato nella top100 dei peggiori film mai prodotti.


Essendo un vero e proprio pilastro della vita editoriale della Marvel (nonché membro dei Vendicatori, il cui film necessita di altre cinque pellicole per essere introdotto…. ), il Capitano meritava davvero una trasposizione “speciale” sul Grande Schermo; ecco dunque che Kevin Feige compie il miracolo: affida il progetto al mestierante Joe Johnston e agli sceneggiatori Markus e McFeely, specialisti in kolossal fantasy per ragazzi e da loro carta bianca (pur sempre nei limiti del "film-episodio", si intende); il risultato è davvero miracoloso: un personaggio nato 70 anni prima come strumento di propaganda finisce per risultare simpatico e la storia di cui è protagonista risulta persino coinvolgente.


Merito di una caratterizzazione azzeccata e di un cast al solito stellare; Steve Rogers diviene così una giovane recluta ansiosa di servire il suo paese, ed anche quando si trasforma nel Capitano il suo carattere non muta: resta sempre quello di un umile ragazzetto alle prese con situazioni più grandi di lui, garantendo una forte empatia verso il personaggio, nonostante la contraddizione di fondo che, fatalmente, lo caratterizza: Cap è il paladino della libertà durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, ma di fatto è un super-soldato, ossia l'incarnazione definitiva del mito dell' "ubermensch" nazista con tanto di capello biondo e mandibola squadrata; contraddizione "storica", che il personaggio si porta dietro fin dalle sue origini nel '41, ma che per fortuna non distrugge la sospensione dell'incredulità; non è da meno la caratterizzazione del resto del cast, che pur basica, riesce a funzionare, con un Tommy Lee Jones nei panni del mentore, la bella Hayley Hatwell in quelli della donna soldato agguerrita ed innamorata, un Hugo Weaving istrionico nei panni del Teschio Rosso (e di nuovo in un ruolo totalmente èn tavestì dopo il cult “V per Vendetta”) ed un Dominic Cooper che trasforma Howard Stark nella perfetta sintesi tra Howard Hughes ed Orson Welles.


La storia, pur essendo concepita come la classica “narrazione delle origini”, risulta più articolata degli altri film della Marvel Studios: con un prologo in America e il resto del film ambientato nello scenario bellico, una serie di missioni che vede Cap agire come un comune soldato piuttosto che come un supereroe, un omaggio alle origini “propagandiste” del personaggio che però non si risolve nella semplice strizzatina d’occhio e scene d’azione tutto sommato ben congegnate, davvero non ci si può lamentare del lavoro degli autori; soprattutto, l’intera narrazione non viene mai liquidata come una “prima parte” di una storia da completare con sequel, prequel o spin-off di varia natura: a differenza di filmacci quali “Iron Man” o “L’Incredibile Hulk”, gli sceneggiatori creano una narrazione classica e compatta, composta da inizio, svolgimento e fine, ossia una novità assoluta in un prodotto Marvel Studios; dulcis in fundo: l’ambientazione bellica d’antan aggiunge un pizzico di carisma in più al film e lo allontana dagli altri millemila adattamenti di superuomini su schermo.


Sfortunatamente non tutto funziona sempre a dovere: la regia talvolta è ingessata e non valorizza le sequenze d’azione o, peggio, quelle drammatiche; gli effetti speciali, inoltre, sono palesemente falsi e, quindi, ridicoli, togliendo punti al fattore “sospensione dell’incredulità”, che talvolta va definitivamente a farsi friggere; e tutti i personaggi secondari (i soldati del gruppo di Cap, Bucky e il Dr.Zola) sono semplici stereotipi messi in mezzo giusto per fare numero; difetti gravi, ma fortunatamente non fatali, che finiscono per inificiare il valore della pellicola senza però azzerarlo.


Se tutti i film Marvel fossero come questo “Primo Vendicatore”, non ci si potrebbe lamentare dell’invasione di supereroi al cinema: divertente e coinvolgente, l’esordio di Cap nel cinema di serie A convince, pur non raggiungendo i fasti delle migliori produzioni tratte da fumetti mainstream; almeno per una volta vale la pena passare due ore in compagnia di un eroe in calzamaglia targato Marvel Studios.

martedì 10 settembre 2013

Kotoko



di Shinya Tsukamoto

con: Cocco, Shinya Tsukamoto, Yuko Nakamura, Rika Nakamura, Emiko Wagatsuma, Eichi Takahashi.

Giappone (2011)

















Vincitore del gran premio nella sezione “Orizzonti” al Festival di Venezia 2011, “Kotoko” rappresenta la rinascita del cinema di Tsukamoto, le cui ossessioni, definitivamente distrutte con il precedente “Tetsuo- The Bullet Man” (2009), vengono ora subordinate totalmente alla caratterizzazione psicologica dei personaggi. Pellicola nata dall’incontro tra il grande regista e la celebre popstar Cocco, “Kotoko” è la sintesi perfetta delle visioni di entrambi gli artisti; Cocco, cantautrice osannata in patria ma sconosciuta all’estero, è un personaggio sui generis: un artista di successo la cui vita è però funestata da una forte depressione, che l’ha portata, nel corso degli anni, a forme di autolesionismo estreme; Tsukamoto si ispirò a lei per il personaggio di Ryoko in “Vital” (2004) e con questa sua ultima fatica traspone su schermo il mondo immaginifico creato dalla cantante, incesellandolo all’interno di una sua personale riflessione sul concetto di maternità e sui rapporti ambivalenti con la persona amata.


Kotoko (Cocco) è una giovane ragazza-madre che soffre di una singolare patologia: una “doppia visone” che le consente di avvertire il lato più nascosto delle persone (come la telecinesi di Kyoichi nella serie “Nightmare Detective”), senza però riuscire a comprendere quale delle due visioni sia reale e quale frutto della sua immaginazione; stressata dalla difficile convivenza con il pargolo neonato, la donna cade presto in una spirale depressiva auto ed etero distruttiva.


L’intera pellicola è lo spaccato di una mente deviata dalla schizofrenia; la "doppia visione" altro non è che la perfetta metafora dei sentimenti ambivalenti che dilaniano la mente della protagonista: da un lato l'amore per il figlioletto, dall'altro l'odio viscerale verso lo stesso e verso la vita di sacrifici e stenti che comporta; ambivalenza che il personaggio vive anche nei confronti del sesso maschile: disperatamente sola ed in cerca di amore, Kotoko si diverte però a ferire fisicamente chiunque le si avvicini.


Tsukamoto, camera a mano d’ordinanza, riprende totalmente il punto di vista della protagonista e ne mette in scena i drammi quotidiani;  la narrazione avviene mediante i suoi sensi, la sua visuale “doppia”, e la messa in scena dà vita alle sue sensazioni e alle allucinazioni di cui è vittima.
Tema centrale è l’ambivalenza, la dualità propria della natura di ogni persona; Kotoko è una madre amorevole, ma al contempo una donna stressata dalla maternità; ama visceralmente suo figlio, ma al contempo non riesce a sopportarlo; la maternità viene mostrata in entrambe le sue facce: la gioia istintiva generata dall'amore verso il proprio pargolo e lo stress dovuto all’impossibilità di ottenere tempo per sé stessi.


Nel raccontare il difficile rapporto tra Kotoko e il mondo che la circonda, Tsukamoto divide l’intera narrazione in tre parti; nella prima esamina il rapporto madre-figlio in ogni sua sfaccettatura, descrivendo la donna come una madre amorevole, ma anche la sua impossibilitata di vivere una vita ordinaria e scissa tra l’amore per il figlio e un odio viscerale dovuto allo stress di accudirlo; nella seconda si concentra totalmente su personaggio principale, ne eviscera la psicologia, le paure, ma anche la speranza per una vita "normale", incarnata dal rapporto con lo scrittore Tanaka (interpretato dallo stesso regista); è in questa seconda parte che risiede il cuore dell'opera: uno spaccato psicologico completo e totale di una mente stressata, la messa in scena delle ossessioni di una donna comune alle prese con la drammaticità quotidiana e con la depressione conseguente; e per mettere in scena i drammi della protagonista, Tsukamoto mischia le carte: passa repentinamente da un registro serio ad uno più leggero, costruisce la tensione come in un thriller sovrannaturale e mostra l'autolesionismo della protagonista senza veli; autolesionismo che, come nel precedente "Tokyo Fist" (1995) è il viatico non per l'autodistruzione, ma per raggiungere la coscienza di sé stessi.


Nella terza ed ultima parte, Tsukamoto descrive la deflagrazione totale del personaggio, la perdita di ogni aggancio con la realtà dovuto al deteriorarsi del suo stato mentale; Kotoko prende definitivamente la strada per la follia, e dal punto di vista narrativo sensazioni, allucinazioni e squarci di realtà cominciano a rincorrersi e a sovrapporsi senza soluzione di continuità, ad esprimere la deviazione totale e definitiva del punto di vista del personaggio; escalation che sfocia nella danza tribale, perfetto controaltare di quella mostrata in "Vital": la danza selvaggia della protagonista in stato di trance simboleggia il suo abbandono agli eventi, al caos dovuto alla distruzione della sua esistenza che si è autoimposta; o forse no, forse c'è ancora qualcosa di buono nella vita della giovane donna, come l'autore ci suggerisce nello splendido e spiazzante epilogo.


Solido e visionario, "Kotoko" è la nuova genesi del cinema di Tsukamoto, un autore che al pari della sua creatura più celebre, muta costantemente nei temi e nella forma, cresce, sperimenta, distrugge e si autodistrugge per rinascere, di volta in volta, sempre diverso eppure sempre uguale.

Zebraman

di Takashi Miike


con: Shò Aikawa, Kyòka Suzuki, Atsuro Watabe, Yui Ichikawa, Koen Kondo, Naoki Yasukochi, Makiko Watanabe.


Fantastico/Grottesco/Supereroistico


Giappone (2004)














---SPOILERS INSIDE---


Prima degli adattamenti di "Watchmen" (2009) e "Kick-Ass" (2010) e dei semi-parodistici "Defendor" (2009) e "Super" (2010), è stato il geniale regista giapponese Takashi Miike a portare su schermo la figura del super-eroe "ordinario" ed inserito in un contesto quotidiano, con "Zebraman", finto adattamento di una vecchia serie televisiva del Sol Levante ed omaggio alla figura supereroistica Made in Japan.




Shin'Ichi Ichikawa (Shò Aikawa) è un maestro delle lementari timido e sottomesso; vive in un rapporto di amore/odio con la famiglia, che non lo comprende e non ne apprezza gli sforzi, e non trova soddisfazione nel lavoro; per sfuggire alle delusioni quotidiane, Shin'Ichi si rifugia nella fantasia: chiuso in uno stanzino, rievoca con la mente (e con un costumino da carnevale cucitosi da sé) i fasti di Zebraman, supereroe in calzamaglia protagonista di una serie televisiva degli anni'70 che da ragazzino adorava; quello che Shin'Ichi non sa è che la serie è basata su fatti realmente accaduti: i temibili alieni che l'eroe combatte nel serial esistono davvero e sono tornati sulla Terra per invaderla; toccherà quindi al timido maestrino, armato della sua sola fantasia e coadiuvato da un gruppo di improbabili militari, difendere gli abitanti del pianeta.


Nell'approcciarsi a "Zebraman" una premessa è d'obbligo: in Giappone i supereroi sono amati per la loro connotazione ridicola; il pubblico nipponico, di fronte ad un suepr-uomo vestito con una calzamaglia aderente colorata per mimare i colori di un animale, si sfracella dalle risate; il supereroe non è visto come incarnazione di valori come "Giustizia", "Pace", "Libertà" et similia, ma come un semplice demente che picchia nemici ancora più improbabili; i serial super-eroistici giapponesi enfatizzano tale concetto: con costumini improbabili, mosse enfatiche e combattimenti coreografati come balletti, i supereroi non sono altro che dei buffoni in calzamaglia, buoni ad intrattenere gli spettatori più piccoli con storielle ingenue e talvolta edificanti; non deve stupire, quindi, la patina demenziale che il film di Miike usa per colpire l'occhio dello spettatore; patina che altro non è se non un omaggio ad un modo di intendere l'eroe oramai sorpassato, a causa dei blockbusteroni americani che hanno importato anche nel Sol Levante la figura del "super-eroe complessato" Marvel style.




E la nostalgia per i vecchi serial nipponici sui supereroi, in "Zebraman" è sentita e vibrante; Miike omaggia la cultura pop con passione e reverenza, divertendosi a filmare finti spezzoni del telefilm di Zebraman come se l'eroe fosse davvero stato protagonista dei palinsesti televisivi negli anni d'oro del genere; l'illusione è perfetta: sembra davvero di assistere all'adattamento di un personaggio già esistente; sembra, perchè in realtà Zebraman è un personaggio nuovo di zecca, con cui Miike svecchia in parte il mito dell'eroe, gli dona una nuova connotazione "fantastica" e, al contempo, continua a declinare i temi a lui cari; sotto la patina di pellicola grottesca, "Zebraman" ha il cuore delle migliori opere dell'eclettico autore nipponico: personaggi splendidamente caratterizzati, situazioni grottesche e divertenti, nonchè la disanima dei temi della famiglia e del suo rapporto con l'individuo, da sempre al centro dell'opera dell'autore.



Shin'Ichi, all'inizio, è il classico protagonista miikiano: un reietto, un uomo che ha fallito nella sua vita e che si auto-esilia in un mondo "altro" (in questo caso la nostalgia per un programma televisivo); ignorato dai suoi cari, Shin'Ichi tenderà a ricostruirsi una nuova famiglia, partendo dalla figura filiale, uno studente paraplegico che lo rispetta; il super-eroe finisce così per incarnare tutte le virtù che l'uomo nasconde: il coraggio, la forza, l'astuzia e l'intelligenza; e man mano che Shin'Ichi si cala nei panni zebrati del paladino della Terra, questi poteri aumentano; è la fantasia, per Miike, la chiave per il successo: nel mondo tutto è possibile ("Anything Goes", come appare nella primissima inquadratura), dunque la forza del sogno permette all'uomo di superare tutte le difficoltà e finanche i suoi limiti; non è però tanto il sogno in sé a garantire il successo, quanto la fede nella forza intrinseca del sogno stesso: solo credendo pienamente in essa Zebraman riesce a volare e a sconfiggere l'alieno gigante alla fine. Tuttavia, nel suo percorso di apprendistato, Zebraman non è mai davvero un eroe, ma solo un pover'uomo chiamato ad affrontare una minaccia più grande di lui (e i temi di destino e predeterminazione, pur se relegati sullo sfondo, vengono ben incarnati dalle "sceneggiature" che gli eroi leggono per prevenire le mosse degli avversari) e continua ad essere descritto in chiave grottesca e demenziale; per tutta la pellicola l'eroe viene smitizzato e deposto sotto una luce ordinaria, con risvolti divertenti (le "prove di volo"), ma anche molto umani, come nel rapporto tra il protagonista e la sua "famiglia allargata"; è solo nello splendido finale che l'eroe si disvela come tale: arrestato dall'esercito (eh si: in Giappone un uomo che si pone al di sopra di tutto e tutti è pur sempre visto come un criminale), ma acclamato dalla folla, Shin'Ichi si abbandona definitivamente al sogno e si trasmuta totalmente in Zebraman, in un epilogo da applausi.


Ma "Zebraman", nella miglior tradizione delle pellicole supereroistiche, è innanzitutto divertimento; spazio quindi ad un'atmosfera grottesca e goliardica condita da alieni dalle forme talmente improbabili da divertire fino alle risate (gli uomini granchio, finiti arrosto!), a combattimenti folli e divertiti, situazioni da commedia degli equivoci (i due agenti in incognito scambiati dai vicini per due gay in fuga) e gag slapstick (la prima prova costume, con Zebraman rimasto in mutande dopo appena un colpo di karate); in tutto questo marasma di generi, influenze e stili, Miike ogni tanto si perde, annaspa allungando troppo il brodo con situazioni superflue che fanno inciampare il racconto e non sempre riesce ad imprimere il ritmo adatto (come nella parte centrale); per fortuna, Shò Aikawa (che per Miike ha recitato in circa altri 5 film) si dimostra carismatico e versatile, riuscendo a tenere ottimamente la scena anche nei momenti di stanca della regia.



Sotto la patina ingenua di commedia demenziale, "Zebraman" possiede uno spirito da romanzo di formazione; divertente e coinvolgente, l'Uomo Zebra di Miike è, senza ombra di dubbio, una delle migliori declinazioni del mito dell'eroe in calzamaglia che si siano visti su schermo, pur non essendo un film riuscito al 100%; i fans degli esangui film Marvel dovrebbero recuperarlo per capire quanto di buono la figura del super-uomo possa dare al cinema anche nelle sue declinazioni più smaccatamente demenzali (e non involontariamente ridicole), mentre gli spettatori occasionali dovrebbero guardarlo per comprendere quanto diversa sia la concezione del super-eroe che hanno in Oriente.



Accolto caldamente dalla critica ed osannato dal pubblico (in patria), "Zebraman" ha avuto persino un seguito, diretto sempre da Miike, "Zembraman 2: Attack on Zebra City", una pellicola mediocre, sprovvista, purtroppo, della forza visionaria e dell'acume del capostipite.

sabato 7 settembre 2013

Thor

di Kenneth Branagh

con: Chris Hemsworth, Tom Hiddleston, Anthony Hopkins, Natalie Portman, Stellan Skarsgaard, Kat Dennings, Rene Russo, Jaimie Alexander, Ray  Stevenson, Tadanobu Asano, Josh Dallas, Idris Elba, Clark Gregg, Colm Feore.

Supererostico/Fantastico/Commedia

Usa (2011)














Nell'infinita fucina di idee di casa Marvel (originali o derivate che siano), Thor è sicuramente il personaggio più bislacco, non tanto per la sua caratterizzazione o per il suo background, quanto per il fatto che esso venga puntualmente inserito in contesti fantascientifici o orrorifici con i quali la mitologia norrena non ha davvero nulla a che fare.



Creato da Stan Lee e Jack Kirby nel 1962, Thor rappresenta la componente "fantasy" della linea editoriale Marvel; il fumetto originale reinterpreta miti e leggende nordiche in chiave moderna, presentando il dio del tuono come un normalissimo super-eroe in costume, con tanto di alter-ego "civile" a celarne l'identità segreta; nella sua pubblicazione originaria, "The Mighty Thor", il biondo guerriero è protagonista di storie epiche e fantasy, nel quale deve affrontare orchi, elfi neri e la sua immancabile nemesi, il fratellastro Loki dio della notte; fumetto impreziosito da una curiosa particolarità: tutti i dialoghi sono scritti in un inglese arcaico e con una sintassi ai limiti del poetico, quasi come se si trattasse di saghe epiche in abiti moderni; trovata che permette all'albo di ritagliarsi una fetta di pubblico anche tra i lettori più esigenti.
I guai cominciano quando il personaggio viene successivamente inserito all'interno del gruppo dei "Vendicatori", nel quale è protagonista di storie che con la sua matrice mitologica non hanno nulla a che vedere: invasioni aliene, guerre segrete, complotti intergalattici portano il guerriero nordico in ambienti e scenari del tutto fantascientifici, e finisce così per perdere quell'aura di epica e di originalità che, almeno inizialmente, lo caratterizzavano.


Nella rincorsa al mega cross-over definitivo for fanatics only, Feige e soci decidono di dedicare un'intera pellicola al personaggio di Thor, e almeno inizialmente le intenzioni del produttore sembravano quanto meno interessanti; accantonati i nomi di Mel Gibson e Brad Pitt come regista e protagonista, Feige affida il progetto ad un autore d'eccezione: Kenneth Branagh, forse il massimo attore shakesperiano vivente; il coinvolgimento di Branagh non deve stupire: l'attore/regista si è sempre proclamato fan delle avventure fumettistiche del dio del tuono e visti i toni "aulici" che molte sue storie (sopratutto quelle più recenti) presentavano pareva la scelta più azzeccata a dirigirne l'adattamento su pellicola; e così sarebbe stato, se non fosse per l'ormai proverbiale ingerenza della Marvel Studios nella direzione del film.


Come già successo per l'Hulk del duo Laterrier/Norton, anche in questo caso il film entra in produzione con uno script, scritto dallo stesso regista, che poi verrà progressivamente distrutto durante le riprese; il progetto originale di Branagh era ambizioso ed originale: l'intero film doveva essere ambiento ad Asgard ed incentrarsi sull'amore/odio tra Thor e Loki; l'eroe sarebbe arrivato sulla Terra, per proteggerla, solo nel terzo atto; l'intera narrazione doveva essere epica ed aulica ed enfatizzare il lato drammatico ed avventuroso del personaggio; dell'idea originale, solo il palinsesto della storia è sopravvissuto.


La trama viene riscritta: l'intero film diviene così un romanzetto di formazione, con Thor (Hemsworth) esiliato sulla Terra da Odino (Hopkins) a causa di un sotterfugio di Loki (Hiddleston); la natura ultraterrena dei personaggi viene inoltre modificata: Asgard diviene un pianeta alieno e gli dei sono ora semplici alieni umanoidi, garantendo per lo meno un minimo di compattezza per il futuro cross-over. Come sempre l'intrattenimento viene basato su battutine da due soldi, umorismo scemo e scarne sequenze di azione; Branagh però riesce nell'impresa di non ridurre tutto ad un film usa e getta: le battute non scadono mai nel becero e l'azione è ben coreografata; sopratutto, l'autore riesce a caratterizzare a dovere il trio dei protagonisti e a dirigere in modo eccelso il cast; lo scontro tra Thor e Loki per l'affetto del padre riesce così ad avvincere e ad intrattenere per tutta la durata del film.



Molto meno riuscito è il resto; il cast presenta sempre una marea di nomi noti, messi lì come selling point; e spiace davvero vedere due attori del calibro di Tadanobu Asano e Ray Stevenson sprecati come comparse; ancora più controverso è invece il casting di Hopkins: Odino doveva essere inizialmente interpretato da Brian Blessed, attore feticcio di Branagh e dotato di una possenza fisica che lo rendeva perfetto per impersonare il re degli dei; ma Blessed non è una star e Feige impone al regista di chiamare il più blasonato Hopkins, per attirare più pubblico possibile; ancora più futile è la love-story tra Thor e il personaggio della Portman: ovvia e scontata, si mangia letteralmente tutto il secondo atto, annoiando per la sua futilità.



Sciocco e inutile, "Thor" è il tipico film Marvel, che ha però il grande pregio di non irritare il suo pubblico e di lasciarsi guardare per tutta la sua durata (bene o male), nonostante la sua palese natura di "film-episodio".

martedì 3 settembre 2013

I Diabolici

Les Diaboliques

di Henri-George Clouzot

con: Vera Clouzot, Simone Signoret, Paul Meurisse, Charles Vanel, Jean Brochard, Therese Dony.

Thriller

Francia (1955)

















Ogni qual volta che un critico, sia esso riverito o meno, stila un'ideale lista dei cineasti più influenti del secolo scorso, chissà per quale astruso ed imperscrutabile motivo dimentica sempre il nome di Henri-George Clouzot; eppure, guardando anche solo una minima frazione della filmografia del grande regista francese, ci si può stupire di quanto i suoi stilemi narrativi abbiano dato vita ad una serie infinita di cloni ed epigoni, sopratutto negli ultimi 10-15 anni; "Les Diabolique" (malamente tradotto in italiano come "I Diabolici", quasi a voler mutare il sesso delle due protagoniste) è la pellicola più influente del grande autore, saccheggiata in lungo e in largo in più di cinquant'anni dalla sua uscita: un esempio magistrale di thriller che fa della suspanse e del colpo di scena i suoi punti di forza.



Ambientato in un collegio nel mezzo della campagna francese, il film segue un vicenda di sangue ambigua ed originale; Nicole (Simone Signoret) e Christina (Vera Clouzot), rispettivamente insegnante e direttrice dell'istituto, sono due giovani donne accomunate da una tormentata relazione con il preside Michel (Paul Meurisse), del quale sono rispettivamente amante e moglie; la relazione extra-coniugale dell'uomo non è però un segreto, al punto che entrambe le donne si conoscono e sono in uno strano rapporto di complice amicizia a causa del pessimo carattere dell'uomo, che si diverte a dominarle; in particolare, Michel si diverte a sottomettere la moglie, a causa della salute cagionevole della donna. Dopo l'ennesimo sopruso, le due decidono, di comune accordo, di uccidere Michel e farne sparire il cadavere; eseguito il misfatto, dovranno però avere a che fare con una serie di strani eventi, quali la sparizione del cadavere e le testimonianze degli alunni che affermano di vedere il defunto preside.




Clouzot costruisce l'intera prima parte della vicenda come un normalissimo thriller di stampo hitchcockiano: seguiamo le vicende delle due protagoniste nell'organizzazione dell'omicidio tramite il loro duplice punto di vista; la tensione viene creata grazie agli elementi casuali che arrivano ad ostacolare il loro operato: i vicini impiccioni, un soldato ubriaco, il cesto per il trasporto del cadavere che si rompe, ecc....; l'autore però predilige la descrizione della psicologia dei due personaggi all'intreccio vero e proprio: valorizza dialoghi e situazioni volte a dar corpo ai caratteri, opposti e complementari, di Nicole e Christina; la prima, cinica e risoluta, è però incapace di uccidere, mentre la seconda, fragile e timorata di Dio, è l'unica ad avere la forza d'animo necessaria per eseguire l'omicidio.




Una volta morto Michel, il film prende una nuova piega: da thriller classico diventa un mistery nel quale la sparizione del cadavere e l'apparente "resurrezione" di Michel divengono il centro della narrazione; la tensione viene ora creata sia dalla paranoia delle protagoniste, impaurite per un'eventuale scoperta del corpo da parte delle autorità, incarnate dal personaggio del commissario Fichet, grazie al mistero della scomparsa del cadavere, che fa presumere una pista sovrannaturale; magistrale, in questa parte, la scena della piscina, nella quale Clouzot crea una tensione insostenibile mediante un semplicissimo montaggio di campo/controcampo.




E' però nel terzo atto, in particolare con il climax, che il film deflagra in tutta la sua originalità; con un colpo di scena da manuale, Clouzot mette in discussione tutto ciò che lo spettatore ha visto (o creduto di aver visto) nei due atti precedenti: ribalta totalmente la storia, i personaggi e il loro ruolo nella vicenda; ed in un epilogo da antologia, mette in discussione persino il colpo di scena appena mostrato, in un gioco di specchi spiazzante ed evocativo.




Prima ancora di De Palma o di Nolan, è Clouzot a riflettere sul meccanismo del colpo di scena come ribaltamento totale della narrazione; il "twist" diviene così mezzo per distruggere la presunta onniscenza dello spettatore e per enfatizzare la relatività del punto di vista all'interno della narrazione; il narratore, il regista in questo caso, diviene così un vero e proprio illusionista (o "prestigiatore" come sottolineerà Nolan in "The Prestige", nel 2006, pellicola in cui l'influenza della lezione del maestro francese è immensa), che distrae l'attenzione del pubblico durante il secondo atto per poterlo stupire, spiazzare e sconvolgere con rivelazioni shock, le quali celano una verità mille volte più semplice di quanto egli abbia voluto far credere.




Ed il gusto estetico dell'autore in questa sua celebre prova si fa ancora più radicale: il contrasto tra luce ed ombra è ancora più netto che in passato, con sfondi talvolta totalmente neri e luci stroboscopiche puntate sui centri d'interesse, come lo sguardo del morto o le reazioni di Chistina; le sue inquadrature si fanno ancora più raffinate ed espressive, come nel finale; e l'intero film viene immerso in un silenzio assoluto, privo di musica o di rumori ambientali, a rimarcarne l'atmosfera sinistra.




Capolavoro assoluto del thriller e pietra miliare del cinema tout court, "Les Diaboliques" è una pellicola che DEVE essere riscoperta ed apprezzata, sopratutto dal pubblico più giovane, quello che esalta J.J. Abrams e soci per i loro improbabili colpi di scena, al fine di capire quanto moderno ed avanguardista fosse il cinema europeo del secolo scorso.

Tetsuo: The Bullet Man


di Shinya Tsukamoto

con: Eric Bossick, Shinya Tsukamoto, Akiko Mono, Stephen Sarrazin, Yuko Nakamura.

Cyberpunk

Giappone (2009)

















---SPOILERS INSIDE---

Il fantasma di Tetsuo è divenuto un vero e proprio incubo per Shinya Tsukamoto; ossessionato dal successo della sua creatura, l'autore cerca, nel corso degli anni, di togliersi di dosso il fardello che l'universale apprezzamento del film gli ha cucito addosso; ma invano: non si contano infatti i numerosi inviti ricevuti da Tsukamoto a creare un nuovo film con protagonista il cyborg mutante di ferro, magari in Usa e sotto la supervisione di Tarantino; richieste puntualmente cassate, almeno fino al 2009, quando l'autore decide definitivamente di disfarsi della sua creatura dirigendo un terzo film ad essa dedicato: "Tetsuo-The Bullet Man".


Come il precedente "Body Hammer" (1992), anche questo "The Bullet Man" riprende i temi portanti del primo film e li declina con una storia del tutto autonoma; protagonista è ora l'attore nippo-americano Erick Bossick, che sostituisce Tomorowo Taguchi nei panni del mutante; Bossick interpreta Anthony, comune impiegato di origini occidentali nella odierna Tokyo, la cui vita tranquilla viene sconvolta dall'uccisione del figlioletto da parte di un misterioso estraneo (Tsukamoto); il lutto darà il via ad una trasformazione, che lo muterà in una sorta di arma semovente e lo porterà a scoprire un abominevole segreto nel suo passato.


Più che un nuovo capitolo, "The Bullet Man" è un coagulo di tutti i topoi delle due precedenti pellicole; sin dall'introduzione, Tsukamoto ripropone le immagini tetre e spettacolari che lo resero famoso nel 1989; la storia di fondo è ripresa pari pari da "Body Hammer", sopratutto nell'incipit e nella scena della corsa in bici, mentre l'escamotage dell'incidente stradale e l'ambientazione casalinga tornano da "The Iron Man" (1989); in sostanza, l'autore rifà sé stesso: riesuma i suoi vecchi stilemi narrativi ed estetici che sembrava aver superato con il recente dittico di "Nightmare Detective"; in particolare, i suoi personaggi tornano ad essere bidimensionali, a perdere ogni valenza caratteriale che non sia strettamente necessaria alla narrazione; si può parlare, dunque, di una vera e propria involuzione del cinema dell'autore, il quale si limita ad introdurre pochissime novità a livello narrativo; novità che finiscono tra l'altro per appiattire ancora di più il film.


A differenza delle sue precedenti incarnazioni, il cyborg di "The Bullet Man" non è un simbolo metaforico delle ossessioni dell'autore; Anthony, di fatto, non è l'emblema dell'uomo moderno schiacciato dal delirio post-industriale, ma un semplice uomo mite e posato, di cui il cyborg rappresenta il "lato oscuro", una sorta di Mr.Hyde pronto a prendere il sopravvento ogni qual volta egli perda la calma; il personaggio perde così ogni sua valenza iconoclasta e provocatoria, adagiandosi su di uno stereotipo vecchio di secoli che edulcora pesantemente la metafora portante del cinema di Tsukamoto: il risveglio della carne mediante la sua totale distruzione e ricomposizione; appiattimento contenutistico che trova la giustificazione se si tiene conto del fatto che l'intero film è recitato in inglese e con un protagonista occidentale: Tsukamoto ha praticamente creato il Tetsuo per americani, o per meglio dire, per il pubblico medio americano, il quale mal digerisce storie forti e provocatorie; "The Bullet Man" è la personificazione dell'incubo di Tsukamoto: una pellicola che riprende stile e stilemi del suo cinema degli esordi e li appiattisce per renderli appetibili al grande pubblico.


Opera di appiattimento "pro-Yankee" che si sostanzia anche nello stile visivo: i virtuosismi di montaggio dell'autore sono ora più serrati che mai, in ossequio allo stile videoclipparo della Hollywood post-'90s; le sue inquadrature, sempre spettacolari, perdono magistralmente di profondità di campo, proprio come in un qualsiasi film di Michael Bay o di Simon West; e persino la narrazione si adegua agli standard del cinema americano: didascalica come non mai, sopratutto nei dialoghi, si sostanzia di un secondo atto in cui la sceneggiatura spiega per filo e per segno l'antefatto e le origini dei poteri di Anthony; senza contare il finale, nel quale l'apocalisse di metallo dei precedenti film viene sostituita con un lieto fine tutto rosa e fiori.


Si può in definitiva etichettare questo terzo Tetsuo come una pellicola inutile? Qui sta il bello: assolutamente no; "The Bullet Man" rappresenta un rito di passaggio, una sorta di cerimonia di purificazione con cui Tsukamoto abbandona definitivamente il tema della mutazione della carne e della sua distruzione; l'intero film è una gigantesca catarsi con cui il regista decide di affrontare il lascito della sua stessa opera; non per nulla, nel film il suo personaggio non ha né nome né caratterizzazione: è un tutt'uno con l'autore, un uomo che provoca la mutazione nel protagonista e poi chiede di essere ucciso, sapendo che così facendo il mostro avrà vita eterna; e infatti, nel climax, la catastrofe viene evitata: Tsukamoto viene risucchiato dalla sua creatura, diviene tutt'uno con il suo corpo, che ora può distruggere e ricreare a suo piacimento, liberandosi definitivamente della sua ombra.
"The Bullet Man" trova la sua dignità anche nella genuina spettacolarità delle immagini, che sebbene lontane dai fasti di "Body Hammer", colpiscono l'occhio ed il cervello per la loro composizione, per il ritmo indiavolato e per lo spettacolare design del mostro, tra le creature più inquietanti e visionarie del cinema moderno.


Vera e propria "ossessione d'autore", questa terza pellicola dedicata all'uomo di ferro nipponico è un'operazione intellettuale e un pò velleitaria, che però convince grazie allo spirito del suo autore, il quale riesce davvero a dare un corpo credibile al suo incubo più oscuro: rimanere preda della sua stessa creazione.