giovedì 19 settembre 2013

Super- Attento Crimine!!!

Super

di James Gunn

con: Rainn Wilson, Ellen Page, Kevin Bacon, Liv Tyler, Michael Rooker, Nathan Fillion, Linda Cardellini.

Grottesco

Usa (2010)















Quando un genere, una corrente o un filone artistico viene "parodizzato", vuol dire che esso ha raggiunto la maturità o, quanto meno, l'apice di interesse che può suscitare; il filone supereroistico al cinema è stato oggetto di parodia a partire dalla seconda metà degli anni '00, con "Superhero- Il Più dotato degli Eroi", rilettura comica di "Spider-Man" (2002) sulla falsariga degli spoof del trio ZAZ; tuttavia, più che la rilettura in chiave comica della figura del supereroe, è stata un'altro tipo di visione parodistica ad affermarsi nel corso degli anni, ossia quella tesa a rileggere in chiave "realista" le gesta di eroi e superuomini, svelandone i lati più cattivi ed oscuri, talvolta finanche imbarazzanti; i tentativi più conosciuti si devono a pellicole come "Hancock" (2008) e "Kick-Ass" (2010), senza contare il mitico "Zebraman" (2004), pellicole mainstream pensate per il grande pubblico, che finiscono fatalmente per somigliare all'oggetto del loro stesso attacco (fatta eccezione naturalmente per il cult di Miike); è così nel solo cinema indie americano che la parodia grottesca trova la sua fortuna, con due piccoli film, veri e propri gioielli del genere: "Defendor" (2009) e sopratutto "Super" (2010).




"Super" riprende la classica storia delle origini da supereroe e la rilegge in chiave verosimile: Frank Darbo (Rainn Wilson) è un cuoco di fast-food felicemente sposato con la bellissima Sarah (Liv Tyler); quest'ultima nasconde un vizio fatale: è una tossicodipendente irredenta; per soddisfare la sua dipendenza, Sarah abbandona Frank e scappa da Jacques (Kevin Bacon), grosso spacciatore locale; per Frank sarà il viatico della follia: dopo una serie di visioni deliranti, decide di mascherarsi come "Crimson Bolt" e pattugliare le strade della città per ripulirle dal crimine e per salvare sua moglie dalle grinfie del boss; ben presto a lui si unirà Libby (Ellen Page) adolescente affascinata dalle sue gesta.




Come in "Watchmen" (2009) e "Kick-Ass" (2010), il supereroe viene posto sotto una luce verosimile, ai limiti dell'ordinario: Frank è un uomo qualsiasi, la cui vocazione viene innescata da un atto malvagio che subisce e che ne sprona la sete di giustizia; tuttavia, Gunn non idealizza mai il suo personaggio: Frank non ha lati positivi e non risulta mai simpatetico; non è un eroe, nè un idealista: è solo uno psicopatico, un individuo che crede di poter aggiustare i mali e i torti con la violenza; di conseguenza il film non scade mai nel supereroistico puro e rimane compatto sulla via del grottesco per tutta la sua durata; grottesco che si sostanza, oltre nelle scene di pattuglia, sopratutto nelle visioni demenziali del protagonista, su tutte quella della "creazione", misto delirante di visioni religiose e reminiscenze tentacle rape.
Al pari di Frank, anche gli altri personaggi sono sporchi e scomodi: Libby, novella Robin, non è una macchina da guerra plasmata da un folle, ma una semplice adolescente annoiata ed irrequieta che sfoga i suoi istinti repressi mediante la violenza metropolitana; Sarah, lungi dall'essere la Mary Jane di turno, è solo una tossica persa, a cui ogni forma di redenzione viene negata; Jacques, infine, è un villain ordinario, un comune spacciatore, emblema di quella criminalità vera e disturbante di solito ignorata nelle storie di supereroi.




James Gunn, qui al suo secondo lungometraggio dopo la commedia horror "Slither" (2006), viene dritto dritto dalla factory della Troma e si vede: il suo stile è diretto e crudo, mostra la violenza senza filtri e in modo iperrealistico; il suo stile grottesco è crudele e il cattivo gusto non manca, ma viene subordinato alla narrazione, mai messo in mezzo per il solo piacere di disgustare; riesce persino nell'impresa di scioccare proprio grazie all'iperrealismo della violenza, che quindi non è mai davvero ludica, nonostante i toni apparentemente leggeri. Il risultato è una pellicola forte, che picchia duro alla testa e sopratutto allo stomaco, garantendo emozioni dall'inizio alla fine.
Da manuale è inoltre il suo gusto per il cast: il comico Rainn Wilson è semplicemente perfetto nei panni del giustiziere psicopatico, mentre Ellen Page sfoggia un'inedita versione sexy del suo solito personaggio, la nerd sottomessa.




Non tutto però fila per il verso giusto la critica verso le istituzioni religiose è scialba e non graffia come dovrebbe; così come il confronto tra l'eroe e il villain, che si risolve si n un vortice di violenza e cattiveria, ma che manca di una catarsi efficace per descrivere lo stato di psicopatologia di Frank, di fatto cattivo quanto il suo avversario. Nonostante questi difetti, "Super" rappresenta la parodia più efficace del filone supereroistico degli anni '00: crudo, cattivo ai limiti dello spietato e per questo dannatamente divertente.

venerdì 13 settembre 2013

Il Diritto del più Forte

Faustrecht der Freiheit

di Rainer Werner Fassbinder

con: Rainer Werner Fassbinder, Peter Chatel, Karlheinz Bohm, Adrian Hoven, Christiane Maybach, Harry Baer, Karl Scheydt, Kurt Raab, Ingrid Caven.

Drammatico

Germania (1975)










"Faustrecht der Freiheit", ossia "il pugno della libertà" (distribuito in Italia con il titolo "Il Diritto del più forte", tutto sommato più calzante dell'originale) rappresenta l'apice del melodramma sirkiano nella rielaborazione fassbinderiana; il grande regista costruisce di nuovo una vicenda di amore e soprusi, strutturandola come un crescendo nella tradizione dell'autore americano tanto amato, e riesce a creare un'opera incisiva e disperata, nonchè a raggiungere la maturità come interprete.


Nella Monaco della metà degli anni'70, Franz Bieberkopf (Fassbinder, che con il personaggio omaggia nuovamente Doblin e il suo "Berlin Alexanderplatz"), detto "Fox", è un giovane omosessuale sotto-proletario, spiantato e alla disperata ricerca di fortuna; perso l'ingaggio come fenomeno da baraccone nel teatro dell'amante Klaus (Karl Scheydt), Fox si imbatte in Max (Karlheinz Bohm), ricco mercante di antiquariato, al quale chiede un prestito di 10 marchi per giocare al lotto; giocata che si rivelerà fruttuosa: Fox vince infatti mezzo milione di marchi; la piccola fortuna trovata dal giovane gli permette di inserirsi nell'ambiente della borghesia tedesca, nel quale conosce Eugen Thiess (Peter Chatel), amico di Max e rampollo di una famiglia di grossi imprenditori; Fox e Eugen intraprendono una tormentata storia d'amore, che porterà il parveneu ad una progressiva ed implacabile disfatta emotiva e fisica.


"L'amore è un rapporto di forza: in una coppia c'è sempre un elemento dominante, che schiaccia e possiede, ed uno dominato, destinato ad essere schiacciato"; parole dello stesso Fassbinder, che concepisce l'amore e il rapporto di coppia non come un reciproco scambio di sentimenti, ma appunto come una forma di possessione del più forte sul più debole; teoria mutuata da Doblin e dal suo "Berlin Alexanderplatz", lettura che ossessiona Fassibinder fin dai suoi esordi e che qui unisce con una violenta e radicale riflessione sociale. il rapporto omosessuale tra Fox e Eugen (purgato anche qui da ogni possibile velleità sensazionalistica e ritratto come una qualsiasi storia di coppia) è la metafora dello sfruttamento, barbaro e totale, della borghesia sul proletariato; Fox è un proletario, senza un lavoro fisso, che per mangiare è costretto ai lavori più umilianti; Fassbinder lo introduce come fenomeno da baraccone in un circo da quattro soldi, attività che il ragazzo svolge per conto del suo amante, prova di come il rapporto di sfruttamento non sia da collocare in un'ambito del tutto eccezionale, ma ordinario: l'oppressione è propria del rapporto umano in sé stesso, non è da ricondurre meramente alla classe d'appartenenza o ai singoli caratteri (tema, quest'ultimo, già affrontato dall'autore nel precedente "Martha"); i soldi vinti da Fox sono una "manna dal cielo", un viatico di salvezza che però il ragazzo non sa sfruttare e che finisce per sperperare inutilmente.


Eugen, d'altro canto, è il prototipo della borghesia medio-alta dell'epoca: ricco e affabile, acculturato e dai modi gentili, nasconde una pochezza d'animo sconcertante, prima avvisaglia di un carattere privo di scrupoli e rimorsi; in quanto borghese si preoccupa unicamente del suo compiacimento e della stabilità della sua azienda; nel rapporto con Fox, egli pare inizialmente il lato debole della coppia: l'arrogante Fox si diverte ad insidiarlo e a deriderlo, ma il gioco ben presto si ribalta, Eugen prende in mano il coltello e Fox è costretto a strepitare pur di farsi notare, in una scena memorabile per concezione e per la forza espressiva dell'interpretazione di Fassbnider; Fox viene quindi sottomesso e sfruttato, mediante due diversi modi; da un lato si ha lo sfruttamento economico: la famiglia Thiess (no, l'assonanza con la "Thiessenkrup" non è casuale) gli estorce fino all'ultimo centesimo, ne sfrutta le doti fisiche con un lavoro inutile e lo incastra mediante un contratto inintelligibile; il latrocinio è però solo parte del processo di sottomissione; durante il loro rapporto, Eugen rinfaccia costantemente all'amante la sua superiorità culturale e ridicolizza l'ignoranza di Fox, che viene così emarginato anche all'interno del nucleo familiare; l'umiliazione delle origini sottoproletarie fa il passo con il tentativo, vano, di omologare il diverso agli standard borghesi; tentativo vano giacchè, nella logica pessimistica dell'autore, la natura di una persona non può essere cambiata, ma solo sottomessa.


La natura come elemento deterministico ed insopprimibile porta Fassbinder a narrare il tutto in modo crudo, semplice e diretto; l'autore non nasconde la sua omosessualità, ed anzi sfoga la sua passione per il corpo maschile mostrandolo (e mostrandosi) senza filtri nè censure; non c'è malizia nel mostrare i corpi nudi di giovani uomini, nè nel ritrarre una storia di omosessualità all'interno di un contesto borghese, da sempre ostile alla diversità; tanto meno ve ne è nel mostrare gli scambi affettivi dei personaggi e le loro inclinazioni; Fassbinder non cerca lo scandalo, mostra l'omosessualità come un elemento naturale all'interno dei rapporti umani; visione "interna" che svuota l'argomento di ogni tabù, rendendolo ancora più vivo ed accettabile persino per gli spettatori più ottusi.


Nel ritrarre una storia dalle tinte forti, Fassbinder riprende gli estetismi "fiammeggianti" di Sirk e li rielabora, accentua ulteriormente la profondità delle singole inquadrature, usa la scenografia come elemento chiave nella costruzione delle scene e crea una messa in scena spettacolare, ma non barocca, quasi minimale nella sua costante voglia di frustrare gli elementi più estetizzanti; focalizza l'intera narrazione sui piccoli gesti, le sconfitte piccole e grandi di Fox, personaggio nel quale l'autore si immedesima totalmente, e, come ne "Il Mercante delle Quattro Stagioni", crea un crescendo di sventure e cattiverie che finiscono davvero per commuovere; commozione che, trattenuta per tutto il film, scoppia irrimediabilmente nell'ultima, scioccante sequenza: il cadavere di Fox, gettato nel mezzo di una stazione deserta, viene derubato da due ragazzini ricchi, mentre Klaus e Max, due figure che per parte del film sembravano rappresentare la salvezza e la comprensione, assistono con distacco glaciale, simbolo di un abbandono totale del personaggio agli eventi, di una distruzione impostagli dagli altri, ma accettata spontaneamente, nell'illusione di un riscatto impossibile.


Graffiante, estremo e radicale fino al caustico, "Il Diritto del più Forte" è uno degli esiti migliori del grande autore bavarese, un coacervo di ossessioni personali, riflessioni sociali ed esistenzialiste che sciocca per la cattiveria cinica e convince per la totale mancanza di autocompiacimento.

Ghost World

di Terry Zwigoff

con: Thora Birch, Scarlett Johansonn, Steve Buscemi, Brad Renfro, Ilena Douglas, Bob Balaban.

Usa (2001)




















Durante gli anni '90 si è sviluppata, nel cinema americano indipendente, una corrente artistica del tutto particolare, che nel decennio successivo sarebbe stata ribattezzata con il generico nome "Indie"; fanno parte di tale categoria tutti quei film prodotti con un budget piccolo, quasi irrisorio per gli standard hollywoodiani, nel quale compaiono attori di richiamo e dal talento consolidato, oltre che a giovani esordienti, e nel quale le storie sono volutamente minimali, basate sulla descrizione di personaggi ordinari e disfunzionali, rappresentanti della middle-class tanto amata/odiata in quegli anni; corrente nella quale la messa in scena, al pari delle storie, è anch'essa minimale ed invisibile, al contrario di quanto accadeva nel cinema underground degli anni '70 e '80, in particolare nel cinema di Gus Van Sant, il quale costruiva storie di ordinaria follia con narrazioni complesse ed articolate; in questa categoria possono rientrare le commedie grottesche e acide di Todd Solondz o quelle più intime e garbate del primo Wes Anderson, senza contare i lavori provocatori ed autocompiaciuti di Larry Clark; sull'onda di tali influenze, nel 1997 il fumettista Daniel Clowes crea e disegna "Ghost World", serie di episodi nel quale l'autore disseziona l'ipocrisia della middle-class americana, ma anche la stupida superbia di chi vuole opporsi a quel modello di vita; e nel 2001, Terry Zwigoff, già autore di un bel documentario sul cartoonista Robert Crumb, traspone su schermo il mondo acido e sfatto di Clowes, creando un piccolo grande saggio di cinema intimista ed impegnato.


Al centro della vicenda ci sono Enid (Thora Birch) e la sua migliore amica Rebecca (Scarlett Johansonn), diciottenni neo-diplomate in cerca di una via da seguire nella vita; Enid è intelligente e cinica: odia profondamente la cittadina di provincia in cui è nata e cresciuta e sogna di andare via; Rebecca le da man forte e insieme decidono di partire per il college; durante l'estate, Enid è però costretta a lavorare e a frequentare un corso d'arte; attività che la porteranno a scontrarsi con i peggiori esponenti della provincia americana, ma anche a conoscere il timido quarantenne Seymour (Steve Buscemi), la cui arguzia e intelligenza la colpiranno profondamente.


Vero e proprio spaccato di vita, "Ghost World" mette in scena l'America della piccola provincia, quella più nascosta e retrograda, più stupida e futile e per questo più autentica; il mondo in cui Enid si muove è vuoto, i personaggi che lo popolano sono tutti genuinamente ignoranti e cafoni, tra maschi adolescenti buoni solo a bere e scopare, ragazzette appena maggiorenni pronte a tutti pur di farsi accettare, giovani aspiranti critici d'arte persi nelle loro astruse elucubrazioni intellettualoidi, adulti idioti o, peggio, totalmente ignoranti; su tutto vige una patina di ipocrisia, di autocompiacimento: a nessuno interessa davvero l'arte o la musica, tutti sono impegnati in rapporti freddi e senza via d'uscita; in un'analisi spietata e cinica, nemmeno il personaggio di Enid è davvero positivo; per quanto intelligente ed arrabbiata, la ragazza è schiava della sua prepotenza, della sua presunta superiorità, che riesce ad estrinsecare solo mediante critiche fredde e polemiche, che di fatto non la portano da nessuna parte; all'egoismo di Enid si contrappone il pragmatismo di Rebecca: anch'essa cosciente dei piccoli-grandi orrori che la circondano, non si limita a criticare tutto e tutti, ma si rimbocca le maniche e cerca davvero di uscire dallo stallo apatico che la ammorba; pragmatismo che la porta a scontrarsi persino con Enid, la quale vede nella voglia di stabilità dell'amica una forma di arrendevolezza agli eventi, anzicchè coglierne i lati positivi.


Se le due ragazze rappresentano i due lati, opposti e complementari, della reazione dell'intelligenza al conformismo piccolo-borghese, il personaggio di Seymour rappresenta un'altra forma di emancipazione, più sottile ed emotiva; timido e represso, Seymour è l'individuo che a causa della sua sensibilità non riesce a trovare un posto nella società, la quale lo accetta come lavoratore, ma non come essere umano; sensibilità che lo porta a non conformarsi e a sviluppare gusti che risultano "strani" o addirittura "folli" ai più; e Steve Buscemi si dimostra perfetto nell'incarnare la fragilità del personaggio senza ridurlo ad una macchietta.
In un mondo in cui ogni forma di maturità è evanescente (come un fantasma, appunto), Seymour appare l'unica persona interessante agli occhi di Enid, la quale si aggrappa ad egli in tutti i modi, dapprima cercando di correggere le anomalie della sua vita, poi cercando di usarlo come appiglio per non precipitare nel baratro della perdizione: perso ogni punto di riferimento ed ogni speranza di riscatto a causa del suo stesso carattere, Enid vede nel timido ed introverso quarantenne l'unico compagno possibile; ma la loro relazione non può durare, non a causa della cattiveria del mondo in cui i due si muovono, bensì della loro stessa incapacità di comprendersi e rispettarsi. La fine di ogni certezza e l'accettazione dei propri limiti divengono l'unica vera via per superare la bruttezza di una società vuota; tuttavia, non è la sola coscienza degli stessi a permettere il superamento: il pragmatismo, inteso come accettazione di una forma di compromesso, sembra essere l'unica via da percorrere; sempre a patto di voler davvero ritrovarsi in un mondo con delle certezze, affettive ed effettive che siano.


Il caos adolescenziale viene portato in scena da Zwigoff con uno stile minimale, ma non banale; tutte le scene sono costruite con pochissime inquadrature, quasi tutte senza controcampi per enfatizzare il lavoro degli attori; i quali, dal canto loro, riescono davvero a bucare lo schermo: oltre alla già citata ottima performance di Buscemi, sono da lodare anche le due protagoniste; Thora Birch (che giusto l'anno prima era stata la figlia problematica di Kevin Spacey in "American Beauty", altro ritratto di una società alla deriva, ma molto meno riuscito) è semplicemente perfetta nei panni della cinica e petulante protagonista, della quale riesce a anche ad enfatizzare il lato più umano e fragile; Scarlett Johansonn, d'altro canto, non brilla certo per le sue doti recitative, ma riesce comunque a rendere credibile un personaggio non troppo complesso, ma di sicuro non facile.


Piccolo gioiello del cinema indipendente americano, "Ghost World" è una pellicola acida, ma mai autocompiaciuta, che ritrae l'implosione di un gruppo di personaggi in modo attento e garbato, senza mai scadere nel sensazionalismo fine a sé stesso; ed è un merito enorme all'interno di una filmografia (quella americana) che troppo spesso distrugge storie potenzialmente interessanti a causa della superficialità dello sguardo con cui vengono narrate.

The Avengers

di Joss Whedon

con: Robert Downey Jr., Chris Evans, Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Samuel L.Jackson, Jeremy Renner, Scarlett Johansonn, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgard, Gwineth Paltrow, Cobie Smulders, Clark Gregg.

Supereroistico/Fantastico

Usa (2012)















Dopo cinque film in cinque anni, ecco giungere nell'estate del 2012 il tanto atteso ed anticipato cross-over tra supereroi Marvel; progetto colossale ed ambizioso, che riunisce in unica pellicola tutti i protagonisti dei film della Marvel Studios e con essi i loro interpreti, creando un cast stellare, a cui si aggiungono due new entries, l'Occhio di Falco Jeremy Renner (già apparso in un cameo in "Thor") e Cobie Smulders nei panni di un'agente dello S.H.I.E.L.D.; il risultato è davvero all'altezza delle aspettative?


Vista la grandezza e la complessità di un progetto del genere, Kevin Feige decide di affidarlo ad un autore d'eccezione, quel Joss Whedon che tanto aveva dato alla casa delle idee, esordendo come sceneggiatore proprio sulla testa dei Vendicatori per poi intraprendere un'ottima (anche se poco fortunata) carriera come autore televisivo e cinematografico (scrisse la sceneggiatura, candidata all'oscar, del primo "Toy Story"); si devono a lui infatti i cult "Firefly" e "Angel" e, prima ancora, quel "Buffy l'Ammazzavampiri" che a metà degli anni '90 riprendeva il meglio della narrazione seriale fumettistica e lo trasportava sul piccolo schermo, dimostrando come la continuità tra storie all'interno di un serial potesse generare narrazioni complesse e coinvolgenti e spianando la strada alla Golden Age dei serial tv che da lì a poco sarebbe fiorita.
Introdotto al progetto, Wedhon per prima cosa riscrive da capo la sceneggiatura, a suo dire molto debole, trasformando quello che su carta era una sorta di "Iron Man 3" con Hulk come antagonista (!!!) in un film corale vero e proprio, dove ogni personaggio ha il giusto peso nella storia e non si riduce mai a semplice comprimario; Whedon ha inoltre un'intuizione geniale: mettere in continuità in cross-over con uno dei suoi prequel, quello più visionario, ossia il Thor di Branagh, che già presentava i concetti di razze aliene e ponti spaziali, ottimi spunti di partenza per creare una storia all'altezza della statura iconica dei suoi interpreti; il villain diviene così Loki, sempre interpretato dall'ottimo Tom Hiddleston, ora intenzionato a distruggere la Terra con un esercito alieno; i Vendicatori, riuniti da Nick Fury, dovranno contrastarlo con ogni mezzo, fino a giungere ad una resa dei conti spettacolare, con una battaglia furiosa e catastrofica nel centro di New York che colpisce per complessità delle coreografie e per l'alto tasso distruttivo.


Nella migliore (o peggiore?) tradizione Marvel Studios, la storia è semplice e lineare; d'altro canto era inutile attendersi la complessità narrativa di pellicole quali "Il Cavaliere Oscuro" o anche e più semplicemente la varietà di situazioni di "Captain America- Il Primo Vendicatore"; tuttavia, Whedon riesce a non annoiare, imbastendo una sceneggiatura debole nella prima parte, ma convincente nella seconda; come se i cinque film precedenti non fossero mai esistiti, l'autore reintroduce ad uno ad uno ogni singolo personaggio, appesantendo la narrazione nel primo atto, che di fatto è solo un gigantesco prologo utile solo a conoscere l'antefatto e ad introdurre i volti vecchi e nuovi degli eroi; nel secondo atto, invece, Whedon intesse una storia di rivalità e doppi giochi tutto sommato riuscita: lo scontro tra i protagonisti diverte, per quanto bambinesco e inutile sia, visto che si sa fin dall'inizio che il gruppo sarà costretto a collaborare per disfarsi della minaccia asgardiana; più interessante è il twist a metà film, che riesce a svegliare l'attenzione e a donare un minimo di complessità psicologica in più al gruppo di eroi; quanto al terzo atto, nulla da dire: una mega.battaglia distruttiva ed autocompiaciuta, con personaggi spacconi e umorismo cameratesco, che diverte anche grazie alle ottime capacità di regista d'azione che Whdon sfoggia; la bravura dell'autore riesiede, tuttavia, sopratutto nella caratterizzazione dei personaggi e nella direzione degli attori: trattiene l'istrionismo di Robert Downey Jr., ora finalmente credibile nei panni del supereroe;fa sembrare Thor un eroe tragico nonostante l'ovvietà della sua storia; ricrea Bruce Banner/Hulk come un uomo in grado di controllare i propri poteri e sfruttarli a suo vantaggio; e sopratutto trasforma Scarlett Joahnsonn da gingillo per nerd infoiati a credibile femme fatele.


Non tutto però funziona a dovere; l'umorismo, da sempre marchio di fabbrica dei prodotti di Feige, viene ripensato e corretto rispetto alle battutacce da quarta elementare dei film precedenti; Whedon introduce una struttura comica mutuata dai suoi lavori televisivi (da Firefly in particolare) e totalmente basata sul botta & risposta nei dialoghi; trovata divertente, ma che alla lunga finisce per diventare fin troppo schematica e prevedibile; altro punto debole è, al solito, la storia, qui ridotta davvero a pretesto per riunire i personaggi, tant'è che le origini dei nuovi poteri di Loki vengono svelati solo nell'immancabile scena extra, la quale, lungi dal chiudere la narrazione, non fa altro che rinviare ulteriormente ad altri sequel, prequel, spin-off, e chi più ne ha più ne metta, alla faccia del rispetto per il pubblico pagante.


Kolossal estivo perfetto, pop-corn movie con tutti i pregi e i difetti del caso, "The Avengers" è il perfetto film commerciale: vale la pena vederlo per divertirsi per due ore, ma non lascia davvero nulla addosso allo spettatore, non un'emozione vera, non una sensazione di coinvolgimento, né di appagamento; i fans applaudiscono i loro eroi finalmente tutti assieme ed agguerriti, tutti gli altri farebbero bene a non attendersi troppo, pena la noia e il fastidio.

mercoledì 11 settembre 2013

Captain America- Il Primo Vendicatore

Captain America- The First Avenger

di Joe Johnston

con: Chris Evans, Hugo Weaving, Hayley Hatwell, Tommy Lee Jones, Dominic Cooper, Stanely Tucci, Sebastian Stan, Toby Jones, Richard Armitage.

Supereroistico/Azione/Fantastico

Usa (2011)















Ultimo capitolo del “prologo” a “The Avengers”, “Capitain America- Il Primo Vendicatore” è  la trasposizione di uno dei primi (se non il primo in toto) supereroe creato da Stan Lee; apparso per la prima volta nel 1941, Cap era inizialmente parte di un progetto di propaganda bellica durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale; nato per incarnare tutte le virtù americane (pace, libertà, democrazia, ecc..), Capitan America era un Superman a stelle e strisce le cui avventure enfatizzavano la correttezza e la solidità dell’American Way of Life contrapposto ai totalitarismi europei, incarnati dalla nemesi del capitano, il gerarca nazista Teschio Rosso, capo dell’Hydra, sezione speciale delle SS.



A guerra finita, il personaggio finisce nel dimenticatoio assieme agli opuscoli e a tutto il resto del materiale propagandistico, finché nel 1961 Lee non lo va a ripescare, lo reinventa aggiornando le sue storie ai tempi della Guerra Fredda (con in Teschio Rosso passato guarda caso dalla parte dei Sovietici) e lo inserisce nel neonato gruppo dei Vendicatori; Cap torna così ad incarnare le virtù americane contrapposte alla minaccia comunista, ma le sue avventure si fanno più semplici, meno “politiche”, più votate al puro intrattenimento.
Già nel 1990, la Marvel tentò una trasposizione al cinema del celebre personaggio, con il pessimo “Capitan America”, ridicolo film supereroistico diretto da Albert Pyun (uno dei peggiori registi mai esistiti) nel quale il Capitano è chiamato a sventare la minaccia di un immortale Teschio Rosso (e di sua figlia Francesca Neri) pronto a bombardare gli Usa dalla sua base segreta sulla costa amalfitana (!), che il Capitano raggiunge abbordo di una scassatissima 500 (!!!); inutile sottolineare come questo tragico (o trucido a seconda dei gusti) adattamento si sia subito piazzato nella top100 dei peggiori film mai prodotti.


Essendo un vero e proprio pilastro della vita editoriale della Marvel (nonché membro dei Vendicatori, il cui film necessita di altre cinque pellicole per essere introdotto…. ), il Capitano meritava davvero una trasposizione “speciale” sul Grande Schermo; ecco dunque che Kevin Feige compie il miracolo: affida il progetto al mestierante Joe Johnston e agli sceneggiatori Markus e McFeely, specialisti in kolossal fantasy per ragazzi e da loro carta bianca (pur sempre nei limiti del "film-episodio", si intende); il risultato è davvero miracoloso: un personaggio nato 70 anni prima come strumento di propaganda finisce per risultare simpatico e la storia di cui è protagonista risulta persino coinvolgente.


Merito di una caratterizzazione azzeccata e di un cast al solito stellare; Steve Rogers diviene così una giovane recluta ansiosa di servire il suo paese, ed anche quando si trasforma nel Capitano il suo carattere non muta: resta sempre quello di un umile ragazzetto alle prese con situazioni più grandi di lui, garantendo una forte empatia verso il personaggio, nonostante la contraddizione di fondo che, fatalmente, lo caratterizza: Cap è il paladino della libertà durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, ma di fatto è un super-soldato, ossia l'incarnazione definitiva del mito dell' "ubermensch" nazista con tanto di capello biondo e mandibola squadrata; contraddizione "storica", che il personaggio si porta dietro fin dalle sue origini nel '41, ma che per fortuna non distrugge la sospensione dell'incredulità; non è da meno la caratterizzazione del resto del cast, che pur basica, riesce a funzionare, con un Tommy Lee Jones nei panni del mentore, la bella Hayley Hatwell in quelli della donna soldato agguerrita ed innamorata, un Hugo Weaving istrionico nei panni del Teschio Rosso (e di nuovo in un ruolo totalmente èn tavestì dopo il cult “V per Vendetta”) ed un Dominic Cooper che trasforma Howard Stark nella perfetta sintesi tra Howard Hughes ed Orson Welles.


La storia, pur essendo concepita come la classica “narrazione delle origini”, risulta più articolata degli altri film della Marvel Studios: con un prologo in America e il resto del film ambientato nello scenario bellico, una serie di missioni che vede Cap agire come un comune soldato piuttosto che come un supereroe, un omaggio alle origini “propagandiste” del personaggio che però non si risolve nella semplice strizzatina d’occhio e scene d’azione tutto sommato ben congegnate, davvero non ci si può lamentare del lavoro degli autori; soprattutto, l’intera narrazione non viene mai liquidata come una “prima parte” di una storia da completare con sequel, prequel o spin-off di varia natura: a differenza di filmacci quali “Iron Man” o “L’Incredibile Hulk”, gli sceneggiatori creano una narrazione classica e compatta, composta da inizio, svolgimento e fine, ossia una novità assoluta in un prodotto Marvel Studios; dulcis in fundo: l’ambientazione bellica d’antan aggiunge un pizzico di carisma in più al film e lo allontana dagli altri millemila adattamenti di superuomini su schermo.


Sfortunatamente non tutto funziona sempre a dovere: la regia talvolta è ingessata e non valorizza le sequenze d’azione o, peggio, quelle drammatiche; gli effetti speciali, inoltre, sono palesemente falsi e, quindi, ridicoli, togliendo punti al fattore “sospensione dell’incredulità”, che talvolta va definitivamente a farsi friggere; e tutti i personaggi secondari (i soldati del gruppo di Cap, Bucky e il Dr.Zola) sono semplici stereotipi messi in mezzo giusto per fare numero; difetti gravi, ma fortunatamente non fatali, che finiscono per inificiare il valore della pellicola senza però azzerarlo.


Se tutti i film Marvel fossero come questo “Primo Vendicatore”, non ci si potrebbe lamentare dell’invasione di supereroi al cinema: divertente e coinvolgente, l’esordio di Cap nel cinema di serie A convince, pur non raggiungendo i fasti delle migliori produzioni tratte da fumetti mainstream; almeno per una volta vale la pena passare due ore in compagnia di un eroe in calzamaglia targato Marvel Studios.

martedì 10 settembre 2013

Kotoko



di Shinya Tsukamoto

con: Cocco, Shinya Tsukamoto, Yuko Nakamura, Rika Nakamura, Emiko Wagatsuma, Eichi Takahashi.

Giappone (2011)

















Vincitore del gran premio nella sezione “Orizzonti” al Festival di Venezia 2011, “Kotoko” rappresenta la rinascita del cinema di Tsukamoto, le cui ossessioni, definitivamente distrutte con il precedente “Tetsuo- The Bullet Man” (2009), vengono ora subordinate totalmente alla caratterizzazione psicologica dei personaggi. Pellicola nata dall’incontro tra il grande regista e la celebre popstar Cocco, “Kotoko” è la sintesi perfetta delle visioni di entrambi gli artisti; Cocco, cantautrice osannata in patria ma sconosciuta all’estero, è un personaggio sui generis: un artista di successo la cui vita è però funestata da una forte depressione, che l’ha portata, nel corso degli anni, a forme di autolesionismo estreme; Tsukamoto si ispirò a lei per il personaggio di Ryoko in “Vital” (2004) e con questa sua ultima fatica traspone su schermo il mondo immaginifico creato dalla cantante, incesellandolo all’interno di una sua personale riflessione sul concetto di maternità e sui rapporti ambivalenti con la persona amata.


Kotoko (Cocco) è una giovane ragazza-madre che soffre di una singolare patologia: una “doppia visone” che le consente di avvertire il lato più nascosto delle persone (come la telecinesi di Kyoichi nella serie “Nightmare Detective”), senza però riuscire a comprendere quale delle due visioni sia reale e quale frutto della sua immaginazione; stressata dalla difficile convivenza con il pargolo neonato, la donna cade presto in una spirale depressiva auto ed etero distruttiva.


L’intera pellicola è lo spaccato di una mente deviata dalla schizofrenia; la "doppia visione" altro non è che la perfetta metafora dei sentimenti ambivalenti che dilaniano la mente della protagonista: da un lato l'amore per il figlioletto, dall'altro l'odio viscerale verso lo stesso e verso la vita di sacrifici e stenti che comporta; ambivalenza che il personaggio vive anche nei confronti del sesso maschile: disperatamente sola ed in cerca di amore, Kotoko si diverte però a ferire fisicamente chiunque le si avvicini.


Tsukamoto, camera a mano d’ordinanza, riprende totalmente il punto di vista della protagonista e ne mette in scena i drammi quotidiani;  la narrazione avviene mediante i suoi sensi, la sua visuale “doppia”, e la messa in scena dà vita alle sue sensazioni e alle allucinazioni di cui è vittima.
Tema centrale è l’ambivalenza, la dualità propria della natura di ogni persona; Kotoko è una madre amorevole, ma al contempo una donna stressata dalla maternità; ama visceralmente suo figlio, ma al contempo non riesce a sopportarlo; la maternità viene mostrata in entrambe le sue facce: la gioia istintiva generata dall'amore verso il proprio pargolo e lo stress dovuto all’impossibilità di ottenere tempo per sé stessi.


Nel raccontare il difficile rapporto tra Kotoko e il mondo che la circonda, Tsukamoto divide l’intera narrazione in tre parti; nella prima esamina il rapporto madre-figlio in ogni sua sfaccettatura, descrivendo la donna come una madre amorevole, ma anche la sua impossibilitata di vivere una vita ordinaria e scissa tra l’amore per il figlio e un odio viscerale dovuto allo stress di accudirlo; nella seconda si concentra totalmente su personaggio principale, ne eviscera la psicologia, le paure, ma anche la speranza per una vita "normale", incarnata dal rapporto con lo scrittore Tanaka (interpretato dallo stesso regista); è in questa seconda parte che risiede il cuore dell'opera: uno spaccato psicologico completo e totale di una mente stressata, la messa in scena delle ossessioni di una donna comune alle prese con la drammaticità quotidiana e con la depressione conseguente; e per mettere in scena i drammi della protagonista, Tsukamoto mischia le carte: passa repentinamente da un registro serio ad uno più leggero, costruisce la tensione come in un thriller sovrannaturale e mostra l'autolesionismo della protagonista senza veli; autolesionismo che, come nel precedente "Tokyo Fist" (1995) è il viatico non per l'autodistruzione, ma per raggiungere la coscienza di sé stessi.


Nella terza ed ultima parte, Tsukamoto descrive la deflagrazione totale del personaggio, la perdita di ogni aggancio con la realtà dovuto al deteriorarsi del suo stato mentale; Kotoko prende definitivamente la strada per la follia, e dal punto di vista narrativo sensazioni, allucinazioni e squarci di realtà cominciano a rincorrersi e a sovrapporsi senza soluzione di continuità, ad esprimere la deviazione totale e definitiva del punto di vista del personaggio; escalation che sfocia nella danza tribale, perfetto controaltare di quella mostrata in "Vital": la danza selvaggia della protagonista in stato di trance simboleggia il suo abbandono agli eventi, al caos dovuto alla distruzione della sua esistenza che si è autoimposta; o forse no, forse c'è ancora qualcosa di buono nella vita della giovane donna, come l'autore ci suggerisce nello splendido e spiazzante epilogo.


Solido e visionario, "Kotoko" è la nuova genesi del cinema di Tsukamoto, un autore che al pari della sua creatura più celebre, muta costantemente nei temi e nella forma, cresce, sperimenta, distrugge e si autodistrugge per rinascere, di volta in volta, sempre diverso eppure sempre uguale.

Zebraman

di Takashi Miike


con: Shò Aikawa, Kyòka Suzuki, Atsuro Watabe, Yui Ichikawa, Koen Kondo, Naoki Yasukochi, Makiko Watanabe.


Fantastico/Grottesco/Supereroistico


Giappone (2004)














---SPOILERS INSIDE---


Prima degli adattamenti di "Watchmen" (2009) e "Kick-Ass" (2010) e dei semi-parodistici "Defendor" (2009) e "Super" (2010), è stato il geniale regista giapponese Takashi Miike a portare su schermo la figura del super-eroe "ordinario" ed inserito in un contesto quotidiano, con "Zebraman", finto adattamento di una vecchia serie televisiva del Sol Levante ed omaggio alla figura supereroistica Made in Japan.




Shin'Ichi Ichikawa (Shò Aikawa) è un maestro delle lementari timido e sottomesso; vive in un rapporto di amore/odio con la famiglia, che non lo comprende e non ne apprezza gli sforzi, e non trova soddisfazione nel lavoro; per sfuggire alle delusioni quotidiane, Shin'Ichi si rifugia nella fantasia: chiuso in uno stanzino, rievoca con la mente (e con un costumino da carnevale cucitosi da sé) i fasti di Zebraman, supereroe in calzamaglia protagonista di una serie televisiva degli anni'70 che da ragazzino adorava; quello che Shin'Ichi non sa è che la serie è basata su fatti realmente accaduti: i temibili alieni che l'eroe combatte nel serial esistono davvero e sono tornati sulla Terra per invaderla; toccherà quindi al timido maestrino, armato della sua sola fantasia e coadiuvato da un gruppo di improbabili militari, difendere gli abitanti del pianeta.


Nell'approcciarsi a "Zebraman" una premessa è d'obbligo: in Giappone i supereroi sono amati per la loro connotazione ridicola; il pubblico nipponico, di fronte ad un suepr-uomo vestito con una calzamaglia aderente colorata per mimare i colori di un animale, si sfracella dalle risate; il supereroe non è visto come incarnazione di valori come "Giustizia", "Pace", "Libertà" et similia, ma come un semplice demente che picchia nemici ancora più improbabili; i serial super-eroistici giapponesi enfatizzano tale concetto: con costumini improbabili, mosse enfatiche e combattimenti coreografati come balletti, i supereroi non sono altro che dei buffoni in calzamaglia, buoni ad intrattenere gli spettatori più piccoli con storielle ingenue e talvolta edificanti; non deve stupire, quindi, la patina demenziale che il film di Miike usa per colpire l'occhio dello spettatore; patina che altro non è se non un omaggio ad un modo di intendere l'eroe oramai sorpassato, a causa dei blockbusteroni americani che hanno importato anche nel Sol Levante la figura del "super-eroe complessato" Marvel style.




E la nostalgia per i vecchi serial nipponici sui supereroi, in "Zebraman" è sentita e vibrante; Miike omaggia la cultura pop con passione e reverenza, divertendosi a filmare finti spezzoni del telefilm di Zebraman come se l'eroe fosse davvero stato protagonista dei palinsesti televisivi negli anni d'oro del genere; l'illusione è perfetta: sembra davvero di assistere all'adattamento di un personaggio già esistente; sembra, perchè in realtà Zebraman è un personaggio nuovo di zecca, con cui Miike svecchia in parte il mito dell'eroe, gli dona una nuova connotazione "fantastica" e, al contempo, continua a declinare i temi a lui cari; sotto la patina di pellicola grottesca, "Zebraman" ha il cuore delle migliori opere dell'eclettico autore nipponico: personaggi splendidamente caratterizzati, situazioni grottesche e divertenti, nonchè la disanima dei temi della famiglia e del suo rapporto con l'individuo, da sempre al centro dell'opera dell'autore.



Shin'Ichi, all'inizio, è il classico protagonista miikiano: un reietto, un uomo che ha fallito nella sua vita e che si auto-esilia in un mondo "altro" (in questo caso la nostalgia per un programma televisivo); ignorato dai suoi cari, Shin'Ichi tenderà a ricostruirsi una nuova famiglia, partendo dalla figura filiale, uno studente paraplegico che lo rispetta; il super-eroe finisce così per incarnare tutte le virtù che l'uomo nasconde: il coraggio, la forza, l'astuzia e l'intelligenza; e man mano che Shin'Ichi si cala nei panni zebrati del paladino della Terra, questi poteri aumentano; è la fantasia, per Miike, la chiave per il successo: nel mondo tutto è possibile ("Anything Goes", come appare nella primissima inquadratura), dunque la forza del sogno permette all'uomo di superare tutte le difficoltà e finanche i suoi limiti; non è però tanto il sogno in sé a garantire il successo, quanto la fede nella forza intrinseca del sogno stesso: solo credendo pienamente in essa Zebraman riesce a volare e a sconfiggere l'alieno gigante alla fine. Tuttavia, nel suo percorso di apprendistato, Zebraman non è mai davvero un eroe, ma solo un pover'uomo chiamato ad affrontare una minaccia più grande di lui (e i temi di destino e predeterminazione, pur se relegati sullo sfondo, vengono ben incarnati dalle "sceneggiature" che gli eroi leggono per prevenire le mosse degli avversari) e continua ad essere descritto in chiave grottesca e demenziale; per tutta la pellicola l'eroe viene smitizzato e deposto sotto una luce ordinaria, con risvolti divertenti (le "prove di volo"), ma anche molto umani, come nel rapporto tra il protagonista e la sua "famiglia allargata"; è solo nello splendido finale che l'eroe si disvela come tale: arrestato dall'esercito (eh si: in Giappone un uomo che si pone al di sopra di tutto e tutti è pur sempre visto come un criminale), ma acclamato dalla folla, Shin'Ichi si abbandona definitivamente al sogno e si trasmuta totalmente in Zebraman, in un epilogo da applausi.


Ma "Zebraman", nella miglior tradizione delle pellicole supereroistiche, è innanzitutto divertimento; spazio quindi ad un'atmosfera grottesca e goliardica condita da alieni dalle forme talmente improbabili da divertire fino alle risate (gli uomini granchio, finiti arrosto!), a combattimenti folli e divertiti, situazioni da commedia degli equivoci (i due agenti in incognito scambiati dai vicini per due gay in fuga) e gag slapstick (la prima prova costume, con Zebraman rimasto in mutande dopo appena un colpo di karate); in tutto questo marasma di generi, influenze e stili, Miike ogni tanto si perde, annaspa allungando troppo il brodo con situazioni superflue che fanno inciampare il racconto e non sempre riesce ad imprimere il ritmo adatto (come nella parte centrale); per fortuna, Shò Aikawa (che per Miike ha recitato in circa altri 5 film) si dimostra carismatico e versatile, riuscendo a tenere ottimamente la scena anche nei momenti di stanca della regia.



Sotto la patina ingenua di commedia demenziale, "Zebraman" possiede uno spirito da romanzo di formazione; divertente e coinvolgente, l'Uomo Zebra di Miike è, senza ombra di dubbio, una delle migliori declinazioni del mito dell'eroe in calzamaglia che si siano visti su schermo, pur non essendo un film riuscito al 100%; i fans degli esangui film Marvel dovrebbero recuperarlo per capire quanto di buono la figura del super-uomo possa dare al cinema anche nelle sue declinazioni più smaccatamente demenzali (e non involontariamente ridicole), mentre gli spettatori occasionali dovrebbero guardarlo per comprendere quanto diversa sia la concezione del super-eroe che hanno in Oriente.



Accolto caldamente dalla critica ed osannato dal pubblico (in patria), "Zebraman" ha avuto persino un seguito, diretto sempre da Miike, "Zembraman 2: Attack on Zebra City", una pellicola mediocre, sprovvista, purtroppo, della forza visionaria e dell'acume del capostipite.