domenica 19 gennaio 2014

Uccellacci e Uccellini

di Pier Paolo Pasolini

con: Totò, Ninetto Davoli, Femi Benussi, Alberto Bevilacqua, Renato Capogna, Alfredo Leggi.

Italia (1966)














Con "Uccellacci e Uccellini" Pasolini firma la sua opera più originale, nonchè una delle sue più complesse, al punto da risultare, a tratti, criptico; pellicola importante anche perchè segna l'inizio del sodalizio con Ninetto Davoli (che già era comparso ne "Il Vangelo secondo Matteo" due anni prima e che sarà presente nella maggior parte della produzione pasoliniana successiva) e sopratutto con Totò, nel quale il grande artista trova una perfetta maschera espressiva.


Totò e Ninetto, padre e figlio, vagano per la periferia romana, apparentemente senza meta; ad accompagnarli c'è un corvo parlante, che si introduce come intellettuale marxista; lo strambo trio è protagonista di una serie di episodi surreali e metaforici, tra i quali: i tre attraversano delle vie intitolate a gente comune e di umili origini, anzicchè ad eroi ed eventi storici importanti; mentre Ninetto fa le avances ad una giovane vestita da angelo, Totò assiste al ritrovamento di una vecchia coppia di coniugi suicidatasi poco prima; il corvo racconta ai due compagni la storia di due frati francescani (interpretati sempre da Totò e Ninetto Davoli) che cercano di portare la parola di Dio ai falchi e ai passerotti; Totò cerca di ottenere dei soldi da una famiglia di poveracci, per poi dover sottostare anch'egli alle angherie di un grosso borghese.


Abbandonato ogni riferimento al neorealismo (fatta salva la scelta degli attori, anche qui presi dalla strada), Pasolini crea una vera e propria fiaba moderna che, a suo stesso dire, cela innumerevoli significati nelle sue immagini; costruisce l'intera narrazione come una serie di episodi con i tre protagonisti come unico tràit d'union e con un unico scopo: fornire uno spaccato completo, irriverente e divertito, ma al contempo rassegnato dell'Italia del boom economico.
Per comprendere appieno ogni rimando ed ogni metafora bisogna tenere presente il contesto nel quale il film è stato girato; alla metà degli anni '60 l'economia in Italia comincia a crescere; la possibilità di passaggio da una classe sociale all'altra diviene più semplice e il proletario comincia quindi a sostituire il sogno rivoluzionario di stampo marxista con quello, più semplice ed immediato, di entrare a far parte della borghesia per goderne i medesimi privilegi; ad un contesto del genere va aggiunto un episodio specifico, che Pasolini rievoca esplicitamente nel corso del film: la morte di Palmiro Togliatti, il leader del PCI, che guidò fino a renderlo il partito comunista più forte e politicamente influente di tutto il Blocco Occidentale, oltre ad aver partecipato all'Assemblea Costituente; il venir meno del carismatico leader comporta un forte cambiamento nella percezione che il popolo ha del partito, che così perde ogni sua forza e credibilità dinanzi all'elettorato.
L'infrangersi del sogno marxista e i rapidi cambiamenti di costume portano il grande autore a formulare un interrogativo serio ed urgente, che apre il film: dove sta andando questa società? Risposta: Boh?! E di fatto, "Uccellacci e Uccellini", sotto lo strato di metafora e spaccato, altro non è che un road movie senza epilogo, un viaggio verso il nulla con protagonisti tre emblemi dell'Italia di allora ed ora: un ex proletario arricchitosi e ora smanioso di agire come un borghese, un giovane borghesuccio scanzonato e privo di ideali ed un intellettuale fallito, un "uccellaccio del malaugurio" che non sa più cosa predicare nè a chi, e che alla fine sarà sbranato dai suoi compagni, ossia da quella società che aveva cercato di istruire; il che è inquietante se si tiene conto di come esso altro non sia che la controparte di Pasolini stesso, il quale così facendo arriva a predire la sua stessa morte con nove anni di anticipo.


Ogni episodio, si diceva, è metafora pura, così come lo sono i gesti e le pose degli attori; l'episodio più celebre, che dà anche il titolo al film, è quello dei due frati francescani, raccontato dal corvo; in esso Pasolini rielabora la tesi già esposta ne "Il Vangelo secondo Matteo" (1964) per giungere ad una conclusione diversa e definitiva; la parola di Dio è il Verbo che deve unire le classi sociali dei borghesi (falchi) e dei proletari (i passeri); solo il Verbo è in grado di porre fine all'opposizione (violenta e non) tra le due categorie perchè in esso coesistono sia le aspirazioni paritarie proprie del marxismo che le radici della cultura borghese; il Verbo deve essere insegnato con le parole di ciascuna classe e ad insegnarlo ci si deve spogliare di ogni velleità , come accade quando il frate scaccia i saltimbanchi dal tempio (e Totò, in quanto "attore popolare" rappresenta sia il proletario medio, sia il "mito", l'icona che il popolo "venera"); tuttavia, anche una volta conosciuta la parola di Dio, i falchi continuano a divorare i passeri; Pasolini prende così coscienza del fallimento del sogno marxista, ma anche dell'impossibilità dell'unificazione di due fazione che per lo stessa natura si distruggono per sopravvivere. Non vi può essere pacificazione; pur tuttavia, a seguito del mutamento economico e della morte di Togliatti e degli ideali rivoluzionari primigenei (ossia purgati da quello spirito radicale/criminale che li incrosterà a partire dalle contestazioni sessantottine); il proletario comincia così a non essere più il reietto della società, bensì una parte integrante di esso: i suoi costumi sono gli stessi del borghese (Ninetto che balla all'inizio del film assieme ai ragazzi con la "r" moscia, Totò che spreme la famiglia di poveracci così come egli stesso viene spremuto da chi è più ricco di lui) i suoi sogni e i suoi bisogni anche; ecco dunque l'affacciarsi anche nel''estrema e povera periferia della donna oggetto, vista come sogno e desiderio (non per nulla il suo nome è "Luna"), ma anche come puttana da comprare, in netta antitesi alla donna ideale, vestita da angelo, che Ninetto non può avere.


Tuttavia, l'assimilazione alla classe borghese è possibile solo per coloro che possiedono i mezzi per "accedere" al boom; si ha così una frattura, una cesura netta tra il proletariato (ora nuova classe media) e il sottoproletariato (ora nuovo proletariato); quest'ultima classe è quella degli "ultimi tra gli ultimi", coloro ai quali la crescita sociale non ha portato benefici ma solo guai; ed ecco apparire un gruppo di attori scassati (in tutti i sensi), che recitano la caduta di Roma prima di abbandonare i propri figli, o, peggio, i poveri contadini rimasti senza soldi a causa dello strozzinaggio del personaggio di Totò, che non possono sfamare i propri figli, che giacciono addormentati per giorni, e che sono costretti a nutrirsi con un nido di rondine, ossia a cannibalizzare la propria stessa prole (proprio come riaffermato di recente da Virzì ne "Il Capitale Umano"); la nuova classe media, invece, pur con le sue prerogative e la sua arroganza cialtronesca, deve anch'essa sottostare alle angherie dei falchi, i padroni, che non si fanno remore ad aggredirli, in un gioco di specchi che pare infinito, proprio come il viaggio dei personaggi.


Viaggio senza meta per tutti, tranne che per uno: il corvo, l'intellettuale starnazzante i cui insegnamenti e le cui suppliche non vengono ascoltate; figura del quale Pasolini presagisce (purtroppo veritieramente) la scomparsa, per mano dapprima dell'intellettualismo borghese di stampo prettamente enciclopedico ed accademico (gli intellettuali a casa dell'ingegnere), ma sopratutto ad opera della classe media, che divora letteralmente colui venuto per salvarli; eppure Pasolini non canta un'elegia nostalgica o, peggio, polemica verso la fine degli ideali: il corvo afferma, testualmente, "Io non piango sulla fine delle mie idee, perchè verrà sicuramente qualcun'altro a prendere in mano la mia bandiera e a portarla avanti; è me stesso che piango!"; la sua tristezza è rivolta alla scomparsa di coloro che quelli ideali propugnavano e che con il loro carisma riuscivano a ridestare le coscienze sopite (Togliatti, San Francesco) ora scomparsi e di cui la società sente (allora come ora) il vuoto; la mancanza di figure di riferimento nel panorama politico ed intellettuale ha di fatto portato alla rovina del paese, alla scomparsa di quegli ideali che il grande autore propagandava (poichè era in errore: nessuno ha raccolto la sua bandiera) e all'imbarbarimento dei costumi (il '68, l'edonismo sfrenato, il berlusconismo, il qualunquismo, ossia l'avverarsi delle sue peggiori paure).
Eppure, in questo fallimento, in questo viaggio senza arrivo e senza ritorno, resta l'opera del grande autore emiliano, che oggi più che mai si dimostra attuale e feconda, che merita di essere riscoperta per comprendere come molti dei mali dell'attuale società fossero stati preconizzati, con acume e lungimiranza, già cinquant'anni fa.

EXTRA:



Un sodalizio perfetto quello tra Totò e Pasolini; il primo, maschera popolare per antonomasia, sapeva mettere il suo istrionismo al servizio delle idee e della simbologia del grande autore, fino a farlo scomparire del tutto, quando occorreva, in favore di uno stile recitativo  più sobrio; il secondo vedeva nel grande artista napoletano la perfetta maschera cui cucire addosso il ruolo di piccolo borghese, di uomo comune meschino ma non cattivo. La loro collaborazione fu, purtroppo, breve, ma anche feconda; oltre ad "Ucellacci e Uccellini", Pasolini diresse Totò in due episodi di due film corali; il primo, "La Terra vista dalla Luna" (nel lungometraggio "Le Streghe" del 1967) è, per stessa ammissione dell'autore, la sua opera più criptica, al punto di non avere (forse) alcun significato effettivo; il secondo è il mitico episodio "Che cosa sono le Nuvole" di "Capriccio all'Italiana" (1968), l'ultimo film completo di Totò, uscito postumo a quasi un anno dalla sua morte; il risultato? Una splendida metafora sull'imperscrutabilità della vita, nel quale appaiono, oltre al fido Ninetto Davoli, persino Domenico Modugno e Franco e Ciccio.


sabato 18 gennaio 2014

Il Capitale Umano

di Paolo Virzì

con: Fabrizio Bentivoglio, Valeria Bruni Tedeschi, Matilde Giolì, Valeria Golino, Fabrizio Giufini, Luigi Lo Cascio, Giovanni Ansaldo, Guglielmo Pinelli, Bebo Storti.

Grottesco/Drammatico

Italia/Francia (2014)











---SPOILERS INSIDE---

Nel post su "La Mafia uccide solo d'Estate" si ricordava come la Commedia all'Italiana sia un "genere" oramai morto e sepolto a causa della mancanza di autori capaci di riprendere a dovere l'eredità del passato; forse a causa della fretta o accecati dalla rabbia, ci si dimenticava dell'unico vero regista in grado di far rivivere i fasti del filone in opere moderne, quel Paolo Virzì che, da livornese doc, riesce a dipingere con estrema efficacia i mali dell'Italia odierna in commedie acide e graffianti; basti pensare a pellicole quali "Caterina va in Città" (2003), nel quale l'autore smaschera lo squallore celato dietro il manicheismo politico e sociale, o a "Tutta la Vita Davanti" (2008) nel quale distrugge i miti del lavoro e della formazione; Virzì è tutt'ora l'unico vero autore italiano capace di ritrarre il buco nero nel quale il paese è precipitato da trent'anni a questa parte mediante un registro ironico, ma amaro, nella più pura tradizione del cinema del (mai troppo) compianto Monicelli.
Con "Il Capitale Umano", il regista toscano tenta un'operazione quasi impossibile: ritrarre l'apocalisse della crisi economica e lo sciacallaggio della grossa borghesia mediante un dramma grottesco, unendo caratterizzazioni iperboliche ad una narrazione fredda, lasciando i toni ironici circoscritti alla sola descrizione dei personaggi; esperimento ardito, che però riesce bene, anche se solo in parte.


Tra l'estate e l'inverno del 2010 si intrecciano le storie di due famiglie dell'interland milanese, gli Ossola, piccoli borghesi, e i Bernaschi, ricchi speculatori finanziari, unite dal fidanzamento dei due figli Massimiliano (Guglielmo Pinelli) e Serena (la rivelazione Matilde Giolì); Dario (Fabrizio Bentivoglio), patriarca degli Ossola e piccolo imprenditore edile, approfitta dell'amicizia con Giovanni Bernaschi (Fabrizio Giufini) per effettuare un'operazione speculativa nella quale coinvolge anche la figlia Serena; Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi) tenta di far riaprire un vecchio teatro, accollandosene la gestione; nel frattempo Serena si allontana da Massimiliano ed intreccia un'appassionata storia d'amore con Luca (Giovanni Ansaldo), giovane povero e disfunzionale, con un turbolento passato alle spalle; le cose si complicano ulteriormente quando le due famiglie restano invischiate nella morte di un cameriere...


Basato in parte sull'omonimo libro di Stephen Amidon, "Il Capitale Umano" è la descrizione di una società sull'orlo dell'apocalisse popolata da veri e propri "freaks"; l'interland milanese sostituisce l'abituale provincia toscana come metafora di un intero paese nel quale ciò che conta è il denaro e nel quale alla lotta di classe si va pian piano sostituendo la cannibalizzazione delle nuove generazioni.
Nel primo capitolo, "Dario", Virzì ritrae la viscerale voglia ricchezza della classe media: volontà smodata e priva di freni che porta il protagonista a mettere in ballo la sicurezza della propria figlia pur di avere un guadagno; nel ritratto, non vi è di fatto alcuna differenza tra il piccolo piranha Ossola e il grande squalo Bernaschi: entrambi vivono solo per il guadagno, entrambi giocano ad un gioco più grande di loro incuranti delle potenziali vittime, tutto per un benessere edonista e smaccatamente distruttivo.
Nel secondo capitolo, "Carla", l'autore descrive la genuina idiozia degli esponenti dell'alta borghesia mediante il ritratto di una donna viziata e stupida, che con la cultura cerca di colmare i suoi fallimenti e il vuoto interiore; perchè di fatto Carla è un fallimento su tutta la linea: genitrice che non riesce a tenere a bada il proprio figlio, moglie ignorata dal marito, fedigrafa cacciata dall'amante ed amministratrice incapace di rilanciare le sorti del proprio teatro; e proprio la sottotrama sul teatro permette a Virzì di arrecare una stoccata forte e vibrante alla classe intellettuale: composta da critici radical chic buoni a nulla, politici ignoranti e vecchi bacucchi, essa rappresenta la più odiosa delle incrostazioni sociali che affliggono il nostro paese, incapace di affermare quanto di buono esista nel panorama culturale odierno, né di rilanciare la gloriosa tradizione del passato; da antologia, in merito, la battuta del deputato leghista, il quale afferma che anzicchè Pirandello o il teatro sperimentale bisognerebbe dar spazio ai più profondi ed intellettualmente appaganti "cori padani".


Dario e Carla rappresentano i due poli opposti e complementari delle brutture che insozzano l'Italia; il primo è un piazzista sgradevole ed arraffone, privo di qualsiasi qualità effettiva, si insinua (mal voluto) nella vita del patron Bernaschi solo per opportunità, per entrare a far parte della cerchia di "quelli che contano", ossia per affermarsi in un mondo fatto solo di soldi e sfarzo; un mondo edonista, si diceva, che distrugge qualsiasi cosa pur di sopravvivere; e non a caso, Dario arriva a sacrificare sua figlia e Luca pur di riavere i suoi soldi: come un moderno Saturno, il padre divora i più giovani, ne azzoppa sogni e speranze per il proprio benessere; Carla, d'altro canto, è la "madre inutile": una donna priva di ogni pregio capace solo di spendere i soldi ed assistere impotente agli eventi; un'ingenua, o meglio una vera e propria "cretina" che, lasciatasi alle spalle una promettente carriera d'attrice, sposa un ricco speculatore solo per l'amor del benessere. E nel descrivere personaggi, Virzì riversa tutto il suo disprezzo: i due sono caratterizzati in modo grottesco, accentuato dalle performance perennemente sopra le righe di Bentivoglio e della Bruni Tedeschi; Dario e Carla divengono così due maschere orrorifiche, deformate e deformati, ma che riescono perfettamente a rappresentare i difetti delle categorie di riferimento.


Nel terzo capitolo, "Serena", Virzì riprende il punto della nuova generazione mediante il personaggio della figlia di Ossola, splendidamente interpretato da Matilde Giolì; nel dipingere la sua storia con il giovane Luca, l'autore abbandona il registro grottesco per uno smaccatamente drammatico; i giovani, il "futuro del Paese", sono le vittime sacrificali dei vecchi; Serena deve continuare a frequentare il lascivo e stupido Massimiliano solo per far contento il padre, mentre deve tenere segreta la sua relazione con il più sensibile Luca perchè appartenente ad una classe sociale più bassa; proprio Luca, nell'economia della storia, è La vittima: manipolato dallo zio (figura paterna surrogata), schifato dai coetanei per i suoi problemi, è lui a dovere essere distrutto affinchè lo status quo persista; nell'egoismo più puro, il "parveneu" lo sacrificherà per i suoi interessi senza remore o rispetto per chi gli è affianco; Luca è la nuova generazione: spaesato perchè privo di qualsiasi punto di riferimento, sfruttato dai più anziani e ignorato dai più benestanti, può solo sopravvivere, persistere nella sua condizione di non-vita o autodistruggersi.


Se nei primi tre capitoli Virzì ben riesce a bilanciare l'atmosfera cupa con la caratterizzazione volgare dei personaggi più anziani e il dramma dei più giovani, nell'ultimo capitolo non riesce a tirare completamente le fila del discorso; la catarsi nel teatro ben rappresenta l'epilogo per la storia di Dario e Carla, ma il lieto di fine che regala a quella di Serena e Luca mal si adatta ai toni del resto della narrazione, anche se giustificabile per l'amore che l'autore prova verso la loro gategoria; sopratutto, la "festa finale" di casa Bernaschi non riesce davvero a rendere l'idea di una classe sociale di cannibali che si ingozzano a scapito degli altri, nè dell'ipocrisia che questi si rivolgono a vicenda.
Epilogo a parte, "Il Capitale Umano" riesce bene nel rappresentare la volgarità e la stupidità di un paese sull'orlo (o già dentro?) il baratro e la drammaticità di coloro costretti e subirne le conseguenze.

martedì 14 gennaio 2014

Capitan Harlock

Space Pirate Capitain Harlock

di Shinji Aramaki

Animazione/Fantascienza

Giappone (2013)


















Parlare di Capitan Harlock significa confrontarsi con un vero e proprio pilastro dell'animazione nipponica, nonchè con un'icona pop in grado di influenzare (sopratutto qui in Italia) milioni di fans, sia tra i giovani che tra gli adulti; creato nel 1976 da Leiji Matsumoto, il manga originale aveva alla base un soggetto al contempo archetipico e profetico: nel 21° secolo, l'umanità si è ridotta ad un'accozzaglia di larve umane, dedite all'edonismo e infiacchite da un benessere ai limiti dell'oppressivo; l'esplorazione spaziale, dopo aver fornito risorse sufficienti, viene abbandonata e solo in pochi solcano i cieli a bordo di astronavi in cerca di nuove mete; tra questi vi è il misterioso Capitan Harlock, pirata fuorilegge che con la sua nave "Arcadia" abborda e deruba le navi governative senza alcuno scopo apparente; in uno scenario del genere, una razza aliena, le Mazoniane, umanoidi dalle fattezze femminili, cominciano una silenziosa invasione del pianeta Terra; di fronte all'indifferenza delle autorità, sarà Harlock a sventare la minaccia, coadiuvato dal giovane Tadashi Daiba, figlio di uno scienziato che ha tentato invano di spronare il governo mondiale ad intervenire, dal pacioso ufficiale di rotta Yattaran, dalla bella Yuki Kei e dalla misteriosa aliena Mime.


I primi capitoli del manga riscuotono un grosso successo, tant'è che nel 1978 ne viene tratta una serie televisiva, alla quale lavora lo stesso Matsumoto in veste di sceneggiatore (e che lo costringe ad abbandonare la stesura del fumetto per dedicarsi totalmente alla versione televisiva, lasciandolo tutt'ora incompiuto); anime che arricchisce la storia originale di dettagli e personaggi e che, grazie all'evocativa regia di Rin Taro, ammanta le vicende in un'atmosfera epica e romantica, tutt'oggi apprezzabilissima, che lo rende, assieme all'ottima storia, un prodotto di tutto rispetto; merito anche della splendida caratterizzazione dei personaggi: Tadashi diviene il giovane eroe che viene formato dall'esperienza bellica, Kei e gli altri membri dell'equipaggio vengono forniti di un background credibile e tragico, foriero di un'empatia immediata, il personaggio di Tochiro, amico fraterno di Harlock, diviene il misterioso "membro fantasma" della nave Arcadia; e naturalmente su tutti svetta la figura del Capitano: visto dapprima attraverso gli occhi di Tadashi e le testimonianze dei nemici, Harlock diviene dopo una manciata di episodi il protagonista assoluto della serie; dotato di un carisma fuori misura e plasmato sull'archetipo dell'eroe byroniano, Harlock è all'apparenza un anti-eroe nichilista e spregevole, ma si rivela presto come un uomo dai forti ideali e dal ferreo codice d'onore, il cui carattere taciturno e schietto è dovuto ad una forte disillusione verso i terrestri, che decide di proteggere solo per la salvezza del loro pianeta.


Approdata in Italia nel 1979, la serie riscuote subito un enorme successo; i temi trattati (l'ecologia, il rispetto per il diverso, la distopia politica e, sopratutto, la libertà e gli ideali come sola ragione di vita) la rendono un cult immediato sopratutto tra gli spettatori adulti, che per la prima volta scoprono come un cartone animato possa essere foriero di storie mature e non esclusivamente votate al mero intrattenimento.
Nel corso degli anni Matsumoto avrebbe poi creato altre storie con protagonista il pirata dello spazio, nessuna delle quali è però legata narrativamente al capostipite: ogni incarnazione del personaggio presenta temi, personaggi e ambientazioni simili, ma storie e caratterizzazioni diverse (fatta salva quella del protagonista), senza però mai raggiungere le vette qualitative della prima storica serie televisiva; per l'adattamento cinematografico si è così scelto di creare una storia ad hoc, che riprendesse temi e personaggi dell'universo di Matsumoto e li declinasse in modo originale; operazione riuscita solo in parte.


In un remoto futuro (o forse in un passato ancora più remoto) l'umanità si è espansa nell'Universo creando nuove colonie; tuttavia su nessun pianeta si è riusciti a ricreare l'ecosistema terrestre; cresciuta fino all'esorbitante numero di 500 miliardi, la popolazione decide di ritornare sul suo pianeta natio; tuttavia, l'incapacità di ospitare tutti gli abitanti porta ad un guerra, definita "Guerra di Come Home", che si chiude con la "Gaia Sanction": un ordine politico para-ecclesiastico sancisce il divieto per ogni umano di scendere sulla Terra; cento anni dopo, il pirata dello spazio Capitan Harlock, che la leggenda vuole immortale ed ultra-centenario, solca i cieli con la nave Arcadia portando avanti una guerra personale contro la flotta del governo; il giovane Yama, fratello di Ezra, capo dell'esercito, si infiltra sulla nave del pirata per scoprirne i piani.


Tutti i topoi dell'opera di Matsumoto vengono ripresi anche in questa prima incarnazione cinematografica: la distopia politica, qui incarnata dalla Gaia Fleet, sorta di Chiesa futuribile che venera il pianeta Terra come una divinità laica e che governa l'umanità con il pugno di ferro; l'ecologismo visto come sola speranza di sopravvivenza per la razza umana; il giovane che scopre un ideale per vivere come Tadashi nella serie originale; l'Arcadia come ultimo vessillo di libertà e Harlock come eroe romantico e tormentato; tuttavia la sceneggiatura reinventa anche le figure principali ed evita ogni manicheismo; al centro della vicenda, più che Harlock, vi è il rapporto tra Yama e suo fratello Ezra: rapporto turbolento e stratificato; inoltre lo stesso capitano non viene descritto come un eroe infallibile, ma come un personaggio ambiguo, in parte angelo custode ed in parte demone distruttore, aumentandone il fascino ed il carisma. Ai temi cari a Matsumoto ne viene aggiunto un altro, più complesso: il fatalismo inteso come incapacità di cancellare i propri errori, che si traduce in lotta disperata per il futuro; fatalismo che introduce nel mondo di Harlock concetti quali l'eterno ripetersi degli eventi e, su un piano strettamente narrativo, la riscrittura del piano temporale. Temi e concetti interessanti, ma che non sempre trovano un giusto svolgimento.


La sceneggiatura, alla quale purtroppo l'autore non ha preso parte, non riesce mai a comunicare davvero il senso di ineluttabilità che affligge Harlock: sebbene la sua figura sia ben delineata nella sua ambivalenza morale e nella sua fallacia, il senso di pericolo apocalittico che dovrebbe accompagnare la narrazione non trova mai vero compimento; fatalmente, anche il romanticismo e l'epicità proprie delle vecchie incarnazioni del personaggio qui scompaiono, facendo perdere alla vicenda parte del suo potenziale carisma; se si esclude il finale, nel quale il sense of wonder matsumotiano viene recuperato in extremis, generando però solo tanta confusione a causa di un vero e proprio buco di sceneggiatura. Persino i personaggi soffrono di una caratterizzazione piatta: eslcuisi i tre protagonisti (Harlock, Yama ed Ezra), tutti i comprimari presentano caratteri bidimensionali, talvolta sfacciatamente stereotipati, come nel caso di Kei, qui ridotta a mera "bionda fatale".


Laddove la sceneggiatura arranca, fortunatamente i grossi valori produttivi salvano la visione; con un budget di 30 milioni di dollari, "Capitan Harlock" si attesta come la produzione nipponica più espansiva della storia (superando persino il record di oltre 20 milioni di "Space Battleship Yamato" del 2010, anch'esso tratto da un'opera di Leiji Matsumoto) e i risultati si vedono; le animazioni in CGI, sopratutto quelle dei personaggi principali, sono stupefacenti; la qualità delle texture tocca vette di fotorealismo inusitate e l'espressività dei volti è talvolta perfetta. La regia di Aramaki, va detto, talvolta inciampa: gli scontri a fuoco e all'arma bianca mancano di coreografie adeguate, laddove nel precedente "Appleseed- Ex Machina" (2007) l'autore aveva dimostrato un gusto maggiore per le coreografie; fortunatamente, riesce a creare delle sequenze di guerra a dir poco visionarie: gli scontri tra l'Arcadia e la Gaia Fleet sono spettacolari e pirotecnici, bucano lo schermo per la forza immaginifica e la qualità grafica; dulcis in fundo: character design e mecha design sono da antologia; fortemente influenzati dalla corrente steampunk, armi e armature sono una perfetta fusione tra visioni futuribili e reminiscenze del 19° secolo, che rendono perfettamente giustizia all'immaginario sfrenato del mondo di Matsumoto; su tutto, ovviamente, svetta il design dell'Arcadia, mai così gotica e minacciosa, semplicemente stupenda da vedersi.



Spettacolare, ma imperfetto, colmo di carisma ma talvolta troppo ingenuo, "Capitan Harlock" è un kolossal visionario, ma traballante, uno spettacolo per gli occhi che purtroppo soffre di una sceneggiatura piatta e talvolta poco ispirata; un vero peccato visto la grandezza e la freschezza dell'opera d'origine.

martedì 24 dicembre 2013

Buon Natale

Tre consigli per un Natale cinematograficamente cinematografico

1) "Babbo Bastardo" di Terry Zwigoff (2003)


Perchè talvolta una risata nera e dal sapore di Jack Danel's stantio è molto più umana di qualsiasi zuccheroso abbraccio.

2) "Festa in Casa Muppet" di Brian Henson (1992)


Il "più classico dei classici" di Dickens riletto con amore e brio dai folli pupazzi di Jim Henson; con in più uno straordinario Michael Caine nei panni del mitico Scrooge.

3) "Merry Christmas Mr.Lawrence" di Oshima Nagisa (1983)


Se il Natale è la festa dell'Amore (quello vero e puro), forse non c'è modo migliore di celebrarlo che con una pellicola che dimostra come ogni sorta di differenza possa essere superata proprio con il rispetto e l'amicizia reciproca.




mercoledì 18 dicembre 2013

Maniac

di Franck Khalfoun

con: Elijah Wood, Nora Arnezeder, Genevieve Alexandra, America Olivo, Megan Duffy.

Thriller/Horror

Francia, Usa (2012)











Si è dibattuto a lungo sulla genuina inutilità dei remake dei classici dell'horror americano; rifare pellicole nate in un decennio scosso da sconvolgimenti politici e sociali che hanno reso la filmografia nazionale feconda ed irripetibile (il periodo che va dal 1968 al 1980) e rileggerle in chiave moderna porta quasi spempre alla totale snaturazione dell'opera d'origine; e, di fatto, pellicole quali "Non Aprite quella Porta" di Marcus Niespel (2003) o "L'Ultima Casa a Sinistra" di Dennis Iliadis (2009) altro non sono che delle brutte copie, esangui e stupide, di classici dell'orrore a stelle e strisce che, di fatto, altro non erano se non la trasposizione di un orrore vero e palpabile, che strisciava sotto la superficie di una società che per la prima volta prendeva coscienza di sé stessa. Il rischio di vedere un piccolo gioiello del cinema slasher underground come il "Maniac" di Lustig (1980) trasformato in un videoclip senza anima e corpo era forte, sopratutto a causa del coinvolgimento di Alexandre Aja, "enfant prodije" dell' horror francese che ci ha regalato "perle" quali "Piranha 3D" (2010) e (tanto per cambiare) l'insipido remake de "Le Colline hanno gli Occhi" (2006); rischio che fortunatamente viene evitato: il remake, in questo caso, è valido quanto il film originale (e forse anche più).


In una Los Angeles notturna ed umida si aggira Frank Zito (Elijah Wood), giovane psicotico sconvolto dagli atteggiamenti lascivi della defunta madre; Frank uccide giovani donne e ne colleziona gli scalpi, che cuce addosso a dei vecchi manichini che ripara nel negozio di famiglia; la situazione si complica quando nella sua vita irrompe la bella fotografa Anna (Nora Arnezeder).


Il "Maniac" di Lustig era un perfetto esempio di slasher horror anni '70: sudicio, violento e decadente, sconvolse gli spettatori dell'epoca, divenendo subito un piccolo film di culto, non solo per l'efferratezza delle scene d'omicidio (su tutte l'uccisione di Tom Savini con una potente deflagrazione cerebrale), ma sopratutto per la descrizione del killer; Frank Zito non è un semplice assassino seriale o un "mostro immortale" come i vari Michael Myers o Jason Voorhees, bensì uno psicopatico dalla caratterizzazione complessa e sfaccettata; costruito sulla fisicità ingombrante e sul viso sfatto e dolente del compianto Joe Spinell (grande caratterista qui promosso nel suo unico ruolo di protagonista), Zito è un assassino sofferente, la cui efferratezza è dovuta agli abusi subiti dalla madre, prostituta che non si vergognava nel far assistere il figlio ai suoi amplessi; Zito uccide giovani coppiette e colleziona gli scalpi delle ragazze come un rituale per ricongiungersi con la genitrice, in un mix di amore e odio distruttivo ed autodistruttivo, instaurando con lo spettatore un rapporto morboso ed ambiguo: di certo non si patteggia per il killer, visto il fatto che le sue vittime sono sempre innocenti, ma non lo si riesce nemmeno ad odiare proprio a causa della natura patologica della sua devianza, accentuata dalla regia di Lustig, che riprende il punto di vista distorto del protagonista in quasi tutte le scene in modo da aumentare l'empatia con lo spettatore.


Nel confezionare il remake, Alexandre Aja (qui solo sceneggiatore) ed il regista Franck Khalfoun (già autore dei trascurabili "-2 il livello del terrore" e "Riflessi di Paura") accentuano i punti di forza della pellicola originale: l'intero film è girato in prima persona, dal punto di vista di Frank, e nei panni del protagonista troviamo Elijah Wood, il quale, pur mostrato solo tramite superfici riflesse e mediante la sua voce pensiero, riesce a dar vita ad un personaggio credibile e ad incarnarne perfettamente la sofferenza patologica e fuori controllo. Il film diviene così un viaggio nella mente di Frank, nelle sue paure e nella sua devianza e, al contempo, una riflessione efficace sull'ossessione moderna per il corpo e la sessualità; il manichino diviene il simulacro del corpo umano: un corpo idealizzato e freddo, che Frank uccide solo quando rispecchia la bellezza ideale della plastica su cui lavora; Frank uccide solo donne, non più coppiette, e nell'uccisione sublima il misto di attrazione e ripulsa che ha per la sessualità; l'omicidio diviene così rituale catartico sia per il personaggio che per lo spettatore, forzato a vedere l'uccisione in prima persona e, così facendo, a guardare il rituale con gli occhi dell'esecutore, a partecipare attivamente all'esecuzione; l'omicidio perde così ogni valenza ludica e di intrattenimento e, anche grazie alla forte componente gore, raggiunge vette di disturbo inusitate.


La regia di Khalfoun è barocca ed affascinante: i piani sequenza vengono spezzati con attacchi sull'asse per dare vita a scene più movimentate; la soggettiva, perenne, talvolta si sfalda in ripresa oggettiva per enfatizzare meglio l'azione, mostrando il killer in terza persona in unica scena; la malattia di Frank viene mimata tramite la perdita del fuoco ed effetti blur che ben rendono la sua devianza; costruendo tutte le scene d'omicidio dal punto di vista dell'assassino,  Khalfoun si diverte anche ad infrangere i clichè dell'horror moderno, come i finti spaventi o i colpi di scena sulle "morti apparenti" dei personaggi; l'apice però lo si raggiunge grazie alla fotografia dai colori freddi e notturni accompagnati dalle note elettroniche della splendida colonna sonora, che fanno somigliare questo remake ad una versione da incubo di "Drive" (2011); paragone calzante, visto l'iperrealismo ricercato e barocco che si fa onirismo nelle bellissime scene delle allucinazioni.


L'esasperazione della componente psicologica, la messa in scena elegante ma mai autocompiaciuta e la bella performance di Wood rendono questo nuovo "Maniac" un esperimento interessante:: un thriller psicologico dalla forte e disturbante venatura horror, un esercizio di stile che riesce ad incuriosire ed inquietare e, al contempo, una bella riflessione sulle ossessioni dell'estetica moderna.

La Mafia Uccide solo d'Estate

di Pierfanceso Diliberto (Pif)

con: Cristiana Capotondi, Pif, Alex Bisconti, Ninni Bruschetta, Ginevra Antona, Claudio Gioè, Barbara Tabita.

Commedia

Italia (2013)

















La commedia all'italiana, sarà pure inutile ricordarlo, è morta e sepolta; tramutatasi nel grottesco metaforico di "Fantozzi" (1975), ultimo exploit di un genere in grado di dissacrare i mali della società nostrana in modo acido, irriverente e fatalmente veritiero, essa si è poi autodistrutta grazie al lavoro di registi del calibro di Carlo Vanzina, Neri Parenti, Enrico Oldoini e di attori quali Boldi, De Sica e, più di recente, Checco Zalone, che, purgandola di ogni riferimento effettivo alla realtà e di ogni valenza metaforica, hanno trasformato uno dei filoni d'eccellenza del cinema nazionale in una vergognosa macchina dello squallore; a quasi quarant'anni dal canto del cigno della commedia all'italiana, fa piacere vedere come un autore esordiente, proveniente dal videomaking televisivo e messo per la prima volta dietro ad una macchina da presa, riesca a risollevare le sorti di un genere ormai straziato e martoriato.


La vita di Arturo (Pif) si intreccia e si scontra, fin dal suo concepimento, con gli eventi catastrofici che affliggono la città di Palermo; concepito durante un regolamento di conti tra boss della mala, da piccolo cresce nel mito di Giulio Andreotti; la sua formazione viene influenzata dall'omertà di chi lo circonda, ma la sua forte curiosità lo porta ad interrogarsi sugli eventi che sconvolgono l'Italia degli anni di piombo: che cos'è davvero la mafia? Fino a che punto la si può ignorare?


Nell'intrecciare la vita di Arturo, suo alter ego, con gli eventi della Mattanza e degli Anni di Piombo, Pif adotta uno stile non troppo dissimile da quello dei suoi documentari video; prologo ed epilogo sono girati con la sua handycam d'ordinanza, come una sorta di docufiction che incornicia il film vero e proprio; la voce narrante dell'autore/attore accompagna la visione come trait d'union tra i vari punti di vista, unificando gli eventi della vita di Arturo con quelli dei vari boss mafiosi, trai quali Totò Riina, vero e proprio comprimario.
L'effetto è ironico e tragico: il punto di vista del piccolo Arturo è quello, universale, di qualsiasi giovane cresciuto in quegli anni: una persona che assiste inerme alle stragi e alle uccisioni, la cui coscienza viene risvegliata dalla crudeltà degli eventi a scapito dell'indifferenza degli "adulti"; l'ironia pungente ed acida di Pif si sostanzia nella caratterizzazione dei personaggi: dal piccolo e ingenuo Arturo, che vede in Andreotti una figura paterna putativa, ai genitori ignoranti, passando per i boss trucidi e zotici.


La commistione tra la tragicità degli eventi e la leggerezza dello stile riesce miracolosamente a restare in equilibrio per tutta la narrazione; le stragi di mafia, l'omicidio del giudice Chinnici (descritto come "angelo custode") e le stragi del '92 coesistono perfettamente con l'ironia secca e brutale con cui Pif descrive l'omertà dei palermitani; un'omertà stupida e codarda, che l'autore mette in scena e condanna senza appello, disegnando i suoi personaggi come dei fantocci vuoti e idioti (il presentatore televisivo) o ignoranti (i genitori di Arturo), perfette incarnazioni dell'italiano medio dell'epoca (e non solo), che si chiudeva in sè stesso (e nelle illusioni televisive) per sfuggire alla cruda realtà. E all'idiozia becera di mafiosi e conniventi, l'autore contrappone la purezza eroica dei magistrati e delle forze di polizia, ai quali il film è dedicato, gli unici ad dimostrare un vero senso civico in quegli anni; senso civico che si tramuta in senso del dovere nel bellissimo finale, ove l'autore invita a non commettere gli errori del passato e a non dimenticare il sacrificio di chi si è battuto contro una piaga sociale non solo meridionale.


Nonostante sia al suo esordio nel lungometraggio, Pif (alias Pierfrancesco Diliberto) dimostra delle eccellenti doti di regista: il ritmo del film è veloce, la costruzione delle scene non si ingolfa mai, nè risulta forzata; alcune soluzioni visive sono a dir poco geniali, come la messa in scena delle stragi, mostrate dal punto di vista dei personaggi secondari; qualche incertezza, invece, sorge sul piano della scrittura; a trovate geniali come l'adorazione per Andreotti e il suo ruolo di padre vile e fasullo di un intera generazione, si affianca una storia d'amore un pò pretestuosa e forzata e una caratterizzazione dei personaggi talvolta superficiale, come nel caso del giornalista amico del piccolo Arturo; difetti che, fortunatamente, passano in secondo piano grazie all'entusiasmo della messa in scena e, sopratutto, al rigore civile e morale che Pif dimostra per tutta la durata della pellicola: un rigore unico, che non si vergogna di declinare con le armi dell'ironia e della dissacrazione e proprio per questo infinitamente efficace e graffiante, fino al commovente.

lunedì 16 dicembre 2013

Lo Hobbit- La Desolazione di Smaug

The Hobbit- The Desolation of Smaug

di Peter Jackson

con: Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, Ken Scott, Orlando Bloom, Evangeline Lilly, Aidan Turner, Lee Pace, Luke Evans, Stephen Fry, Sylvester McCoy, Benedict Cumberbatch.

Fantasy/Avventura

Usa, Nuova Zelanda (2013)







Ad un anno esatto dall'uscita del primo "Lo Hobbit. Un Viaggio Inaspettato" (2012), Jackosn e soci tornano per la prosecuzione delle avventure di Bilbo, Gandalf e company con la seconda parte della trilogia-prequel de "Il Signore degli Anelli": "La Desolazione di Smaug"; un secondo capitolo più breve e rutilante, ma anche molto meno riuscito del precedente.


Superate le insidie degli orchi di Uzog, Bilbo (Martin Freeman), Thorin (Richard Armitage) e la compagnia dei nani proseguono il loro cammino verso la Montagna Solitaria; nel frattempo Gandalf (Ian McKellen) decide di separarsi momentaneamente dal gruppo per investigare sul male che si raduna a Bosco Atro, il regno elfico di re Thranduil (Lee Pace) e suo figlio Legolas (Orlando Bloom).


Accantonato definitivamente ogni rimando al testo di origine, Jackson intesse un avventura a tutto tondo; il viaggio dello Hobbit e dei nani diviene una quest più simile ad un road movie che ad un racconto fantasy; i luoghi visitati, le avventure e le insidie si moltiplicano a dismisura, tanto che spesso si fa fatica a seguire il fluire magmatico delle vicende; la narrazione diviene così estremamente frammentata e, malauguratamente, anche frammentaria; dopo un primo atto in cui la trama si concentra esclusivamente sul viaggio del gruppo, i punti di vista si moltiplicano e si accavallano; si hanno così ben 5 trame che si intersecano: Bilbo alla ricerca dell'Archengemma, Thorin che cerca di sconfiggere il drago Smaug, Gandalf alle prese con il mistero di Dor Guldur, Bard in cerca della redenzione per gli errori commessi dai suoi avi e, dulcis in fundo, una love story "interspecie" tra il nano Kili e la bella elfa Tauriel. Cinque storie che si intrecciano spesso malamente, finendo per spezzare reciprocamente la tensione delle rispettive narrazioni, sopratutto quella che vede il minuscolo Bilbo affrontare da solo e disarmato il gigantesco drago; Jackson, di fatto, non sempre riesce a dosare gli eventi, i rimandi e le singole azioni, finendo talvolta per tediare l'attenzione; fortunatamente, il picco nero di piattezza narrativa ed emotiva de "Le Due Torri" (2002) viene evitato, sopratutto grazie alle massicce dosi di azione frenetica e ben orchestrata.


Ad un secondo tempo fin troppo caotico e frammentato, si giustappone una prima parte dove l'azione e la narrazione sono ben miscelate e in cui Jackson dimostra nuovamente di aver assimilato perfettamente l'estetica e la grammatica del cinema d'avventura; anche grazie ad un buon utilizzo del 3d e delle riprese a 48 fps, l'autore neozelandese confeziona una delle sequenze più divertenti e adrenaliniche di sempre: la fuga nei barili nel fiume; divertente, veloce, infarcita di un'ironia ai limiti del goliardico, è la perfetta erede di un cinema d'avventura d'antan eppure modernissimo (non solo per l'uso della tecnologia digitale, ma sopratutto per il montaggio veloce e gli splendidi inserti in soggettiva), che richiama alla mente le migliori peripezie di un'altra mitica serie d'avventure made in Usa, l'insuperata saga di Indiana Jones.


Eppure, tra un fuga rocambolesca e l'altra, Jackson commette un errore madornale, un "peccato originale" che rende questa "Desolazione di Smaug" tutto fuorchè memorabile: la mancanza di empatia verso storia e personaggi; per le quasi tre ore di durata della pellicola non ci si riesce mai ad appassionare davvero alle disavventure di Bilbo e soci; le immagini scorrono fredde, i pericoli non spaventano, le vittorie non esaltano; tutta la narrazione risulta glaciale e inerte, non riuscendo mai a coinvolgere; colpa anche della natura "transitiva" di questo secondo capitolo: privo di un prologo vero e proprio, atto a far entrare in sintonia lo spettatore con i personaggi, ma anche fatalmente di un epilogo in grado di soddisfare le aspettative; il tutto scorre sullo schermo senza guizzi di sorta, lasciando interdetti quando, a proiezione finita, ci si accorge, sventuratamente, della natura di film-episodio che gli autori hanno voluto conferire alla pellicola, mero viatico per il gran finale in uscita tra un anno, alla faccia del rispetto per il pubblico pagante.