lunedì 3 marzo 2014

Viva le Mardì Gras!





Matredì Grasso! Viva il Carnevale! Viva i costumi e i coriandoli! Abbasso la tristezza! Allegria!

E qual'è il miglior modo per onorare cinematograficamente la ricorrenza? Semplice: fare il punto sul "genere" che ha da sempre portato la risata sul nastro al nitrato d'argento: la commedia; in particolare la commedia all'italiana, che con il suo mix di umorismo dissacratorio e cattiveria acida è la perfetta rappresentazione dello spirito carnevalesco al cinema; tuttavia, ed è inutile negarlo, sulla commedia all'italiana sono stati scritti fior fiori di saggi e speciali, istituite retrospettive ed inaugurate mostre in lungo ed in largo; meglio allora concentrarsi sull' "erede" della commedia all'italiana... anch' essa nota come "commedia all'italiana", ossia il cinepanettone; nello specifico: i film del duo Boldi-De Sica jr., a prescindere dal fatto che siano usciti in inverno o in estate, quindi un pò tutte quelle commedia sguaiate che piacciono tanto al grande pubblico (e che per comodità da ora in poi indicheremo genericamente proprio con il termine "cinepanettone"); è vero, anche su questo strano ed osceno fenomeno sono stati scritti fior fiori di saggi, ma, si sa, è sempre meglio cercare di aggiungere qualcosa e specificare aspetti del fenomeno che magari non tutti hanno saputo cogliere.

Malauguratamente, come molti di voi avranno notato leggendo i miei post, non posseggo quel "sense of humor" necessario per trattare adeguatamente l'argomento; mi manca, in pratica, quella vis comica in grado di rendere un vero omaggio allo spirito del Carnevale; per la prima volta mi vedo dunque costretto a cedere la tastiera ad un secondo redattore (riservandomi però il "diritto di firma" sull'articolo), un mio carissimo amico, che ho conosciuto qualche anno fa mentre vagavo in preda ai fumi del peyote ai confini del Messico; uno "strano essere" che molti di voi ricorderanno come "maschera" nei classici horror di Rob Zombie: ecco a voi Capitan Spaulding!


Ciao bambini! 


Buongiorno a tutti; mi presento: mi chiamo Capitan Spaulding; no, non è un nome d'arte e nemmeno un soprannome; è che sono un trovatello, o come si dice da noi, a El Paso, un figlio bastardo (ma parecchio); fui ritrovato di fronte alla stazione di polizia dallo sceriffo Rooster Wayne e suo fratello Dude quando ero ancora neonato; dentro una sacca sportiva da cui presi il nome; lo so che la marca è scritta diversamente, ma papà Wayne, pace all'anima sua, era ignorante come una capra ritardata; il mio nome di battesimo invece mi è stato dato dallo zio: Capitan come Capitan America o Capitan Tutteame, come lo chiamavano da bambino.


Papà e Zio in un'istantanea d'epoca



Ho partecipato come protagonista a due film di Zombie perchè... così, mi andava. E perchè somiglio a Sid Haig ma costo meno; e sono più giovane: ho 23 anni.

Come dite? ne dimostro il quadruplo? Provateci voi a crescere nel buco del culo del Texas a suon di torillas piccanti e calci in culo e poi vediamo!

Ho conosciuto il vostro rettiliano preferito (che poi perchè usi un nickname quando firma tutti gli articoli con nome e cognome è un mistero che manco X-Files sotto acidi) durante una gita al confine con il Messico: l'ho trovato mentre predicava la parola di Dio ai coyotes in preda ad un delirio di onnipotenza; diceva di chiamarsi Muad' Dib e di venire dal pianeta Dune... secondo me era strafatto di peyote come un rinoceronte, ma vallo a sapè. 

Dulcis in fundo: scrivo in italiano perchè vivo in Italia da due anni; il crotalo mi ha adottato legalmente come suo cane figlio illegittimo schiavo aiutante, alla faccia della legge Bossi-Fini sull' immigrazione, toh!


Il capo dopo un'abbondante scorpacciata di nutella 


Mi trovo qui a parlare della commeddiaccia all'italiana degli anni '80 in giù perchè.... boh! Al capo serviva qualcuno con il senso dell'umorismo in grado di fare un resoconto del cinepanettone, io non avevo un tubo da fare. L'articolo lo firma lui perchè è uno sporco negriero sfruttatore e bastardo uno strenue sostenitore della politica degli autori; su richiesta dello stronzo del capo, strutturerò la mia disanima (si, sta strana parola me l'ha suggerita lui) come una serie di argomenti e situazioni che bene o male si trovano in tutti i cinepanettoni dal 1983 ad oggi; e se non si trovano proprio in tutti, pace, almeno c'ho provato.

Che dire: buona lettura... e se vi viene da vomitare, tranquilli: E' NORMALE.



Locandina d'epoca gentilmente concessa dal Museo d'Arte Moderna di Tromaville 




LA VOLGARITA' COME ESPRESSIONE DELLA VERAMENTE VERA SOCIETA' ITALIANA





No, non questo tipo di volgarità, ma quella verbale, sciocchini! 



COS'E'?

Si deve per forza partire da qui, ossia dal capire come e perché tutti i cinepanettoni (tranne forse gli ultimissimi) siano infestati da parolacce, bestemmie, imprecazioni ed incrostate dai peggiori dialetti che l'idioma italiano abbia partorito negli ottocento anni della sua esistenza. 

Chilometri di "cazzo", autostrade di "vaffanculo", foreste di "figa!" si intrecciano con le più sobrie esclamazione quali "libidine!" e "m'hai scassat' a' uallera!"; la lingua del cinepanettone è la lingua della strada, quella delle borgate romane, dei viali di Milàn! ma anche delle viuzze di Napule; il luogo di vacanza è una Babilonia cacofonetica in cui questi dialetti e parolacce si incontrano creando una Nuova Lingua, antesignana del linguaggio che Tarantino conierà circa dieci anni dopo il primo, storico "Vacanze di Natale" all'interno della lingua inglese; per la prima volta i personaggi parlano come il pubblico, che idealmente potrebbe controbattere ad ogni "Ma li mortacci tua!" con un "Ma vai a morire ammazzato!", in un ideale gioco di riflessi tra spettatore e spettacolo degni del miglior cinema di Brian De Palma.

Non bisogna poi sottovalutare l'immane portata sociale che la volgarità introduce all'interno del cinema; ricchi o poveri, belli o brutti, buoni o cattivi, nel cinepanettone alla fine imprecano tutti; la parolaccia è la livella sociale definitiva, che mette sullo stesso piano sia il ricco imprenditore lumbard che il povero vacanziero barese in git' con la femiglia.



NON VI CONVINCE?

Tranquilli, è perchè si tratta di volgarità pura e semplice.



"Uè, ma in che sfaccim' d'albergo della minchia c'hanno portato?" 







LO STALLONE ITALIANO CONQUERS THE WORLD!



"Aò, ma m'hai visto? Sò mejo de George Clooney!"
"Si, credici." 




COS'E'?

Ovunque vada, dovunque si fermi, a qualsiasi latitudine e a prescindere dalle condizioni climatiche e dall'età, il maschio italiano cinepanettonico tromba; sempre, almeno due gnocche esotiche indigene, possibilmente una lolita ed una milf; e questo a prescindere dal gado di attrattività che il maschio esercita sulle donne; Boldi, De Sica jr., Jerry Calà, Abatantuono, Ezio Greggio e company non sono di certo George Clooney, Ryan Gosling o Michael Fassbender, eppure riescono sempre a fare breccia tra le mutande della figacciona di turno; questo perchè loro hanno un "qualcosa in più" che i più grandi sex symbol della storia possono solo sognarsi: sono italiani ed arrapati; e si sa, le donne straniere sono tutte di facili costumi e pronte a cadere sul basso ventre tra le braccia dell'italiota medio ad un suo solo schiocco di dita.


Nell'atto della sottomissione della donna straniera, l'italiano riacquista quella dignità che solitamente gli viene negata; sfruttato dagli altri europei, deriso dagli americani, l'italiano si vendica nel migliore dei modi: con la sua soverchiante superiorità sessuale che infligge a tutte le donne, straniere e italiane che siano, a prescindere da etnia, lingua (eh!), stato coniugale, età (se minorenne o lo sembra è pure meglio) e religione.

Va infine notato un particolare inquietante: ovunque vada, l'italiano medio non ha bisogno di parlare la lingua del posto, perchè tutti i suoi abitanti comprendono e parlano correttamente la lingua italiana; che si siano preparati per la sua venuta? Che idolatrino lo stallone italico come una sorta di dio della feritlità? Mistero.....


NON VI CONVINCE?

E' normale: sono tutte stronzate.



"Ovvia, ma quali stronzate? Unn l'hai notato il mio accehante harisma?"





MISOGINIA, OVVERO: "NON SONO IO, DONNA, AD ESSERE STRONZA, SEI TU, UOMO, CHE SEI MASCHIO!"





"Leggi leggi, tanto non servi a un cazzo!" 



COS'E'?

Inutile girarci attorno o far finta di nulla: fin dalle sue origini con Vacanze di Natale nel 1983 il cinepanettone è ed è rimasto misogino. 

Che sia moglie, figlia, amante, amica, conoscente o passante, la donna del cinepanettone è sempre malvagia e ignobile.

Trama di nascosto per detronizzare l'uomo dal suo naturale e giustissimo status di capobranco instillando gelosie, resiste per un ora e mezza alle dichiarazioni d'amore, sincere e sentite, dell'uomo innamorato, usa le sue grazie ignobilmente per sedurre e poi abbandonare il malcapitato di turno, cerca di sabotare ogni ambizione del maschio-figlio o del maschio-marito. E da che mondo è mondo, la donna ha sempre cercato ingiustamente di limitare l'istinto di conquista dell'uomo, prima imprigionandolo nella monogamia, poi creando concetti astrusi e dannosi come il pacifismo ed il suffragio universale. 

Nella dimensione del cinepanettone, per fortuna, per quanto ci provi la donna alla fine perde sempre: l'uomo cornifica, distrugge, conquista tutto e tutti a discapito della sua moglie/compagna/amante/amica/sorella/madre/nonna/cugina/conoscente/edicolante; l'uomo deve scrollarsi di dosso le catene della vagina e riaffermare la propria superiorità di maschio con la forza del suo fallo!


NON VI CONVINCE?


Meno male: vuol dire che a differenza degli sceneggiatori dei cinepanettoni, non siete dei luridi misogini!



L'ALTRO LATO DELLA DONNA: TERRITORIO DI CONQUISTA!






21st Century Ilios 


COS'E'?

La donna, si sa, è stronza per natura, e nella sua infinita stronzaggine arriva perfino a negare i suoi lombi per la riproduzione.

Spetta quindi al maschio combattere per far persistere la supremazia della razza umana sul pianeta; è il maschio italiano, in particolare, che con la sua esuberanza provvede alle mancanze ormoniche femminili saltando addosso a qualsiasi esemplare entri nel suo raggio d'azione; va specificato che queste sono sempre bellissime, a prescindere dall'età o dall'etnia; e per quanto tentino di resistere all'innegabile fascino del maschio latino peninsualare cinepanettonico (tipo Boldi, vero e proprio Marlon Brando milanese), alla fine cedono, ma solo per lussuria, a differenza del maschio che vede nell'atto sessuale l'affermazione della sua superiorità e, sopratutto, la continuazione della propria stirpe.

NON CONVINCE?

Vuol dire che avete ancora una concezione civile della donna.




LO STRANIERO: MINACCIA DA DISTRUGGERE!



"STERMINARE!" 


COS'E'?

Orde di Negher e Mao Mao si infiltrano come scarafaggi nel nostro Paese minacciando la purezza della sua razza! 

E' obbligo dell'italiano distruggere ogni forma di stranierità, sia quando questa si trova sul suo territorio sia all'estero!

Gli stranieri in terra di Garibaldi devono essere perseguitati, umiliati ed uccisi; non sono come noi, sono più brutti e più stupidi; tranne quando sono americani: loro si che sono tutti belli, alti e dagli inconfondibili lineamenti ariani.

Quando invece è l'italiano a trovarsi in terra straniera, è suo dovere umiliare l'indigeno, far notare la barbarie dei costumi altrui e la loro intrinseca stupidità, facendo trionfare la propria indole tricolore!


NON VI CONVINCE?

Meno male: vuol dire che i vostri neuroni sono ancora funzionanti.




L'OMOSESSUALITA', OVVERO L'UNICA COSA PIU' PERICOLOSA DEI NEGHER



Manovra a tenaglia! 

COS'E'?

Perchè se Dio ha fatto piovere fuoco e zolfo su Sodoma un motivo c'è: i ricchioni. 

La ricchioneria nel cinepanettone è una malattia infettiva che attecchisce però solo su personaggi che già di per sé sono sgradevoli; l'antipatia genera l'omosessualità e l'omosessuale insidia il maschio italico chiamato a ripopolare la Terra con i suoi geni di purissima razza; il maschio, però, resiste usando l'unica arma veramente efficace contro i culattoni: lo sfotto.

Gli omosessuali, ridicolizzati, sono così privati del loro intrinseco e pericolo potere perturbante: non c'è bisogno di ucciderli, basta sputarli in faccia.

Quando poi il gene dell'omosessualità si mischia con quello del negher, nasce una strana e ancora più pericolosa creatura:



Ossia: Satana!

Naturalmente vi è una forma di omosessualità che può essere tollerata, ossia quella tra colleghi, come sublimazione di un'amicizia pluridecennale:


Da "Vacanze di Natale '95", un fulgido esempio di "bestia a due schiene" 





NON VI CONVINCE?


Per fortuna: l'omofobia è la vera vergogna.




IL SILICONE: GLORIA E VITA ALLA NUOVA CARNE!



Altro che Caterina Murino, questa è la vera bellezza italiana!


COS'E'?

Dagli esordi nel 1983 fino ai primi anni 2000, tutte le gnocche del cinepanottone, cinecocomero, cineuovodipasqua et similia erano bellezze en naturelle come Karina Huff, Megan Gale, Emanuela Folliero, Nancy Brilli, Isabella Ferrari in versione lolita o la santissima Ornella Muti (sempre sia lodata!).


Con l'incedere del nuovo millennio, però, cambiano i gusti e le gnocche divengono tutte rifatte, ritoccate, ripompate e riverniciate; è vero che tra le altre c'è stata stata anche la naturalissima Vanessa Hessler, ma non si può negare che il vero termine di paragone della bellezza degli ultimi anni sia la gommatissima Belen. 

La venerazione della donna rifatta cela in realtà una verità più profonda; nell'unirsi con un essere perfezionato, l'italiano apre la via ad una nuova era di esseri migliori, più belli e sani della "vecchia umanità"; l'uso del bisturi per limare i difetti della natura è affermazione della superierità dell'essere umano, che si compie mediante la sua più grande invenzione: la chirurgia estetica, lo strumento con cui l'uomo corregge gli errori commessi da Dio.


NON VI CONVINCE?

Tranquilli: vuol dire che non siete ancora diventati degli stupidi post-umani ed avete ancora un ottimo senso estetico.




"Ecchè? Non si può più nemmeno invertire la forza di gravità in santa pace?" 






CULO CAPUT MUNDI!



Centro d'interesse


COS'E'?

Abbiamo appurato che il maschio italiano cinepanettonico è sessualmente incontrollabile; ma qual'è la parte fisica della donna che più stuzzica il suo apparato riproduttivo? 

Semplice: il culo! 

Il maschio dei cinepanettoni non è un mollaccione che si fa incantare dallo sguardo della donna o che si sofferma sulla grazia dei suoi lineamenti.

E non è neanche un altezzoso aristocratico che venera che curve pettorali degli esemplari femminili che gli si avvicinano. 

Salvo quando questi non siano stati impiantati ad hoc, s'intende. 

Il maschio preferisce il fondoschiena e lo venera come una divinità; la donna è nel suo lato B, unico vero strumento di piacere per il maschio. 

L'ossessione per il sedere propria del maschio cinepanettonico ha anche una valenza freudiana ben precisa: l'uomo è rimasto fermo alla "fase anale", non si è evoluto oltre; ma questo non è male: egli ha così conservato la purezza delle origini e non si è lasciato insozzare da un'evoluzione che lo avrebbe privato della sua anima.


L'Alba dell'Uomo 



NON VI CONVINCE?

De gustibus, anche se ridurre una donna ad un culo che parla è degradante; e io personalmente preferisco le poppe.





LIBRI AL ROGO, THE DAY AFTER



Altro che Andy Wharol! 



COS'E'?

Nell'universo del cinepanettone, la cultura è una vergogna. 

Cioè è una vergogna ancora più vergognosa di quanto lo sia nel mondo reale; chè da questa parte dello schermo se dici di aver letto Bakunin o aver ascoltato Mozart ti mandano a fanculo, ma almeno sanno di chi stai parlando... il più delle volte. 

Dall'altra parte, invece, non c'è traccia di cultura: monumenti a parte, ogni riferimento al passato o alle tradizioni del Paese in cui i nostri "eroi" si recano di volta in volta viene cancellato (quando non viene ridicolizzato, ovviamente).

Nel cinepanettone non esistono l'arte, la musica e nemmeno il cinema; l'uomo del cinepanettone conosce solo il calcio e la figa e anzicchè citare qualche autore, per fare il colto si esibisce in gare di rutti e scorregge.

E se per caso qualcuno dei personaggi secondari dimostra una qualche forma di preparazione nel campo del sapere, esso viene umiliato, distrutto nello spirito prima ancora che nel fisico... perchè dopo viene puntualmente picchiato.

Ma questo non è un male: privato delle sovrastrutture create ad hoc da una società polverosa e ampollosa, l'uomo è così libero di essere sé stesso, senza sentirsi in dovere di omaggiare tradizioni stantie, antiche, pesanti, barbose e inutili. 

Come direbbe Nietzsche: l'uomo è più uomo quando vomita e si arrapa, piuttosto che quando ammira un quadro o compone una sinfonia.

NON VI CONVINCE?

Nulla contro Nietzsche, contro il calcio, contro la cultura pop o contro i piaceri frivoli della vita, ma se per voi il massimo dell'esistenza è scorreggiare e guardare il culo di una bella figliola, allora fate un piace all'umanità: suicidatevi.





LA POLITICA, QUESTA SCONOSCIUTA


The Italian Peter Dinklage.
Ok non c'entra un cazzo, ma ci sta sempre bene.




COS'E'?

Nei cinepanettoni la politica non esiste: nessuno parla della situazione del paese, dell'economia, dell'organizzazione amministrativa. 

Ma i politici esistono; questo cosa vuol dire? 

Semplice: la politica in sé è sbagliata. 

O meglio parlare di politica è sbagliato, bisogna lasciare queste cose fuori dalla commedia, non sporcarla con questioni seriose e ridere solo del costume.

Il politco- personaggio è invece il vostro amico: lui è buono, è nel giusto anche quando sbaglia ed è un esempio da seguire anche negli eccessi, come testimonia la comparsa di un certo personaggio in un famoso cinecocomero (ricordiamolo: versione estiva del cinepanettone, che uno all'anno era poco). 

Il politico è sempre nel giusto e lavora per voi, cittadini! 

Quando l'onorevole Paolo Bonolis trapana Elena Santarelli, prostituta a sua insaputa, lo fa nell'interesse del Paese!


"E' tutto un equivoco, era lei che trombava me!" 


A macchiare d'infamia la politica non sono gli atteggiamenti lascivi di senatori e ministri, ma la cattiveria della magistratura invidiosa delo loro successo con le donne; ecco perchè il pubblico deve riscoprire la santità dei gesti dei suoi rappresentati mediante l'apologia.


Come Gesù in "Ben Hur", ma con il 999.999.999.999,999% di carisma in meno 


NON VI CONVINCE?


DEO GRATIAS! 

Trent'anni e passa di manipolazioni dell'informazione non sono riusciti a farvi il lavaggio del cervello!






FUORI I VECCHI!



"Aò, che n'o diciamo che lo abbiamo fatto solo per soldi?"
"Zitto, fa finta di niente!"




COS'E'?

Una pratica non molto usata, ma che in passato funzionava. 

Prendete un volto noto del cienema italiano, quello vero, quello che ha fatto la storia della Settima Arte, meglio ancora se è un'icona popolare. 

Piantatelo nel bel mezzo del film et vòilat! 

Ecco apparire Alberto Sordi e Ornella Muti "Vacanze di Natale '91", oppure Danny DeVito in "Christmas in Love" (2004) (che anche se italiano al 100% non è, resta sempre un pezzo d'attore).

L'uso di attori della "vecchia guarda" ha uno scopo ben preciso: distruggere le vecchie glorie, infrangere il ricordo del passato che incrosta le menti dello spettatore per far rinasce la sua fantasia in modo più pulito.

Operazione che negli ultimi anni si è avuta anche con i rifacimenti dei classici del passato, come "Amici Miei- Come tutto ebbe inizio" (2011): ricreare le glorie del passato in uno spettacolo moderno, per consentire allo spettatore di forgiare una nuova fantasia e non restare attaccato al vecchio.


"Mi raccomando: fate come se fosse antani per davvero!" 




NON VI CONVINCE?

E' normale: è solo una questione di soldi.








IO SONO CIO' CHE POSSEGGO!



"Crisi? Che crisi?" 


COS'E'?


Semplice: l'edonismo.

Fin dai suoi albori, il cinepanettone ha sempre avuto come protagonisti i ricchi, siano essi esponenti dell'alta borghesia settentrionale o i parveneu nel centro-sud. 

La classe media della commediaccia è sempre immersa nel lusso, o quanto meno nel benessere; le mete turistiche sono sempre luoghi che il vero italiano medio può solo sognare: si parte nel '83 da Cortina d'Ampezzo e vi si ritorna nel 2011, ma nel frattempo si va anche a Miami, in Sud Africa, a Sharm, alle Bahamas, l'Havana e chi più ne ha più ne metta. 

I personaggi non risentono del "tempo reale": a prescindere dall'epoca o dalle loro origini, hanno sempre i soldi per fare tutto; e il denaro, oltre che la fica, è il centro del loro mondo; tutto ruota intorno a patrimoni e ricchezze ostentate.

Ma il turbinio di gioielli, automobili, yachtes e abiti di lusso non è una mostra sfacciata della richezza, quanto un modo per spronare lo spettatore ad essere anche lui parte di quel jet-set; il cinepanettone lotta per l'eguaglianza sociale: tutti devono poter andare in vacanza all'estero almeno una volta l'anno!

Inoltre, la risata libera lo spettatore da ogni male: chiudendosi in un cinema per 90 minuti, lo spettatore si dimentica delle sue sventure perdendosi nel mare di abbondanza di personaggi che di sventure non ne conoscono.



NON VI CONVINCE?


E' perchè avete ragione voi: i personaggi del cinepanettone vivono in un mondo immaginario, un mondo idealizzato, ma il cui ideale è rivoltante perchè basato sulla pura apparenza e sull'ostentazione del lusso. 

Perfetto immaginario degli anni '80 pompato da tre decenni di televisione berlusconiana; e se vi riconoscete in quei personaggi che fanno di tutto pur di apparire, allora siete davvero stati plagiati. 

E se credete davvero che basti ignorare i problemi perchè spariscano e che l'intrattenimento non debba far riflettere, mi dispiace davvero per voi.



"Dai, ridi dai! Niente nella vita è così brutto! (per noi)" 





E per il momento è tutto. 

Ora potete alzarvi, aprire la finestra e fare un bel respiro, almeno fino a quando il vostro rettiloide non mi richiamerà in servizio per tartassarvi di nuovo. 

Questa immersione nella commedia ha provato anche me. 

Lo so, è difficile credere che tutti questi orrori siano presenti in così tanti film e che la cultura popolare italiana ne sia pregna come una spugna per pulire il sudicio; ma tranquilli, non è ancora troppo tardi: possiamo sempre smettere di guardare.

Provateci.... se ci riuscite sarete dei veri eroi, gli autentici salvatori della patria.




E se questa "disanima" vi ha per caso offesi o fatto sentire stupidi, mi raccomando ricordate:

 A CARNEVALE OGNI SCHERZO VALE 

parola di clown!









CAPITAN SPAULDING! 



Beginners

di Mike Mills.

con: Ewan McGregor, Christopher Plummer, Mélanie Laurent, Goran Visnjic, Kai Lennox, Mary Page Keller, Keegan Boos.

Drammatico

Usa (2010)

















E' sempre difficile cercare di descrivere efficacemente stati d'animo complessi e sfaccettati come la tristezza senza scadere nel patetico o nel pretenzioso; da almeno quindici anni a questa parte, il cinema americano è però riuscito a creare uno stile sottrattivo in grado di dare perfetta forma ai sentimenti, basndo la messa in scena esclusivamente sugli attori; stile che sarebbe poi sfociato, più di recente, nel "mumblecore", al contempo croce e delizia di ogni autore americano di stampo o derivazione indipendente; quello che però manca alle pellicole mumblecore è proprio la fermezza della regia, la quale si dissolve del tutto sui primi piani degli interpreti, lasciati quasi sempre in balia dell'improvvisazione; nel 2010, nel bel mezzo dell'exploitation del mumblecore, Mike Mills, al suo secondo e per ora ultimo lungometraggio, porta in scena la parabola di un personaggio perso nei suoi sentimenti rinunciando apertamente alle istanze del filone e rifacendosi al cinema "moderno" europeo degli anni '60 e '70 (in particolare ai lavori di Rainer Werner Fassbinder); risultato: "Beginners" è una delle pellicole più riuscite ed interessanti del "piccolo cinema" a stelle e strisce del decennio scorso.


2003; sullo sfondo della presidenza Bush e della conseguente crisi di ideali che attraversa l'America, la vita del 38nne Oliver (Ewan McGregor) viene sconvolta da una serie di tragici eventi: il padre 76nne Hal (Christopher Plummer) dichiara apertamente la sua omossessualità, intraprende una nuova vita sentimentale con il giovane Andy (Goran Visnjic) solo per scoprire, subito dopo, di essere affetto da un cancro in fase terminale, che lo porta in breve tempo alla morte. Straziato dagli eventi, Oliver scivola in un'acuta depressione, dalla quale sembra salvarsi solo grazie alla relazione con Anna (Mélanie Laurent), giovane attrice di origine francese anch'essa affetta da gravi disturbi affettivi.


La scoperta dell'omosessualità come paradigma della crisi identitaria, si sa, è una metafora trita; ma l'abilità di Mills (anche sceneggiatore) sta nel non far mai scadere la pellicola nel pretenzioso o, peggio, nella retorica più bieca; la storia di Hal diviene così perfetta rappresentazione di un'intera generazione di uomini costretti a vivere mentendo, sia come persone che come padri; e la sua regia riesce abilmente nel ritrarre l'ipocrisia della società americana perbenista con espedienti da video-art ben implementati nella narrazione: fotografie, filmati di repertorio e quadri d'epoca spezzano la narrazione, già frammentata in flashback e flashforwrd, donando un respiro inedito a quello che a prima vista potrebbe sembrare un semplice ritratto intimista; e Christopher Plummer riesce a donare al suo personaggio una carica vitale inusitata, pur restando sempre, magistralmente tra le righe, in una performance giustamente premiata con tutti i premi possibili ed immaginabili, oscar incluso.


Perno della narrazione resta però Oliver, vero e proprio figlio della crisi identitaria che colpisce il suo Paese; la scoperta dell'omossessualità del padre diviene per lui il pretesto per mettere in discussione tutta la sua vita, i suoi fallimenti affettivi e sopratutto i suoi difetti caratteriali di natura strettamente atavica; Oliver è depresso, chiuso in una spirale di tristezza dovuta all'abbandono degli affetti, non solo quello recente dell'amato padre, ma anche quello, più cocente, delle sue donne, ossia di tutte quelle relazione che non ha saputo controllare; solitudine dovuta ad una paura inconscia, quella dell'abbandono stesso, che lo porta a sabotare ogni relazione affettiva prima del suo evolversi, ivi compresa quella con il suo stesso genitore; paura, si diceva, di natura strettamente atavica, ereditata come geneticamente dai due genitori: non solo dal padre, finto eterosessuale e marito, ma anche dalla madre, costretta a nascondere le sue origini ebraiche nella società bigotta e conservatrice in cui è cresciuta. La crisi d'identità diviene disfunzione emotiva vera e propria poichè priva di una catarsi, di uno sfogo esteriore ("l'urlo" che sua madre gli insegna da bambino ma che lui non mette mai in pratica), a differenza di quanto accade con Hal, il quale, una volta esaurito il suo ruolo di padre e marito, può abbracciare la sua natura in modo sereno, anche a causa della maggiore tolleranza sociale.


L'incontro con la bella Anna diviene così occasione di rilancio per la sventurata vita del protagonista, ma anche viatico per la presa di coscienza dei suoi difetti; e di fatto, la stessa Anna altro non è se non un doppio dello stesso Oliver: oppressa da un genitore autodistruttivo, vive la propria vita fuggendo da un lugo a l'altro per rafforzare la sua solitudine; solitudine "errabonda" contrapposta a quella "statica" di Oliver. E la storia con Anna diviene, nel corso della narrazione, paradigma di ogni storia che il protagonista ha vissuto: dalla felicità iniziale, allo sfacelo non evitato; salvo per il finale, nel quale Mills vuole dare uno spiraglio di speranza ai personaggi, lascinandoli assieme, in attesa di un futuro che ora sono pronti ad affrontare per la prima volta (come degli esordienti, dei "beginners").


E se Mills non riesce ad eleminare completamente alcuni dei peggiori difetti del cinema intimista americano (la lunghezza, l'uso di troppe metafore e sottotrame per rafforzare la descrizione dei personaggi), ha tuttavia il merito di tornare a sperimentare soluzioni visive e narrative solitamente schivate dai cineasti del cinema indipendente; oltre ai flashback e agli inserti d'archivio, l'autore torna ad introdurre forti moviemnti di macchina su steady anzicchè a mano, donando alla pellicola un look più preciso e meno ruvido rispetto al solito, nonostante l'uso dei colori desaturati per la fotografia; sopratutto, Mills si rivela un ottimo direttore di attori: al di là della splendida prova di Christopher Plummer, sono i due protagonisti Ewan McGegor e Mélanie Laurent a stupire; il primo torna a dare carattere ad un personaggio complesso e sfaccettato dopo anni di oblio in grosse produzioni, regalando un'interpretazione sentita ma mai intrionica; mentre la bellissima attrice francese stupisce per espressività e versatilità, recitando muta nella prima, bellissima, sequenza in cui appare.

domenica 2 marzo 2014

R.I.P. Alain Resnais




1922-2014

Si è spento ieri, a 91 anni, Alain Resnais, vero e proprio genio del cinema europeo; precursore della Nouvelle Vague francese, della quale anticipò la carica iconoclastica e sperimentale nel suo capolavoro "Hiroshima Mon Amour" (1959), il grande autore ha percorso una carriera artistica durata più di un cinquantennio, nel quale ha sempre cercato nuove vie stilistiche e narrative, passando dallo sperimentalismo puro ad approcci più "ortodossi"; Leone d'Oro a Venezia nel '61 per "L'Anno Scorso a Marinebad" ed iniziatore della riflessione sugli orrori della Seconda Guerra Mondiale con il capolavoro "Notte e Nebbia" (1955), Resnais era ancora attivo nonostante l'età avanzata: il suo film, "Aimer, Boier et Chanter" è di quest'anno, prova di come il vero genio non sfumi con l'età

venerdì 28 febbraio 2014

Snowpiercer

di Bong Joon-Ho.

con: Chris Evans, Kang-Ho Song, John Hurt, Tilda Swinton, Ah-Sung Ko, Jamie Bell, Ed Harris, Ewen Bremmer, Allison Pil, Octavia Spencer, Clark Middleton.

Fantascienza/Distopia

Corea del Sud, Usa, Francia, Repubblica Ceca (2013)














---SPOILERS INSIDE---

Quello di Bong Joon-Ho è un cinema di "ibridazione"; esponente di quella "nouvelle vague coreana" che, con Park Chan-Wook, Kim Jee-Woon e Kim Ki-Duk, ha estasiato, nel decennio passato, le platee di tutto il mondo; il grande autore di Daegu ha sempre sperimentato l'uso del registro "di genere" per creare perfetti ritratti della società coreana (e non); basti pensare a "Memories of Murder" (2003), dove il thriller poliziesco diveniva mezzo per descrivere la società dittatoriale coreana degli anni '70, o allo splendido "The Host" (2006), dove il monster-movie diveniva la perfetta cornice per descrivere l'indissolubilità dei legami familiari; la fantascienza distopica, con il suo mix di visionarietà ed aspirazioni politiche, era dunque una tappa quasi obbligata nella sua carriera; è di fatto "Snowpiercer" non è solo un magnifico esempio di distopia futuristica perfettamente riuscita, ma anche l'ideale "vetta" del cinema di Bong.



Nel 2014 viene sperimentato un gas chimico in grado di evitare il surriscaldamento globale; l'esperimento, però, sfugge di mano e causa una glaciazione mondiale che porta l'umanità sull'orlo dell'estinzione; 17 anni dopo, i pochi superstiti si trovano tutti a bordo dell' "Arca Sferragliante", un gigantesco treno che viaggia perennemente per i continenti; all'interno dei vagoni la società è ordinata secondo una gerarchia ferrea: davanti vi sono i viaggiatori di prima classe, che vivono nell'abbondanza e nell'opulenza; in coda i viaggiatori di terza classe, che affogano negli stenti e nella vessazione da parte delle forze di sicurezza, e riescono a sopravvivere solo grazie alla carità del capo del treno, Mr. Wilford (Ed Harris); per sovvertire l'ordine ingiusto e riassaporare la libertà, un gruppo di ribelli capitanati dal vecchio Gilliam (John Hurt) fa scoppiare una rivolta; guidati dal giovane Curtis (Chris Evans) ed aiutati dall'ingegnere reietto e tossicodipendente Namgoong Minsu (Kang-Ho Song), i rivoltosi intraprendono un disperato e violento viaggio verso la locomotiva.




Pur basato sulla graphic novel "Le Transpeceinge" di Jacques Lob, Benjamin Legrand e Jean-Marc Rochette, "Snowpiercer" non è assimilabile ai filoni del comic movies o del cinecomic, ponendosi come semplice trasposizione del materiale d'origine senza riprenderne lo stile grafico; Bong Joon-Ho si pone verso lo stesso come fosse un romanzo vero e proprio, relegandone lo stile grafico alla mera ispirazione per i design di costumi e scenografie.




Quella di "Snowpiercer" è una metafora politica semplice e cristallina: il mondo esterno è invivibile, regredito ad una preistoria ostile ed assassina; il treno è la società, nel quale le masse annegano nella povertà mentre i pochi vivono nel lusso, protetti da una polizia oppressiva. L'avanzata verso la locomotiva è quindi ideale scalata sociale verso il vertice (ribaltato orizzontalmente) sotto forma di rivolta; ogni vagone rappresenta non solo la presa di potere da parte della massa, ma anche la presa di coscienza della stessa, mediante il personaggio di Curtis, del mondo che fino a poco tempo prima potevano solo sognare; un mondo colorato ed opulento, che lo spettatore guarda mediante gli occhi del protagonista, innescando così una catarsi potente e violenta; e Chris Evans, smessi i panni di Capitan America, dimostra qualità recitative fin ora impensate: il suo Curtis vive essenzialmente nel suo sguardo profondo, attraverso il quale Evans riesce a donargli un numero incredibile di sfaccettature e a generare un'empatia immediata con lo spettatore; sobria e graffiante anche la performance di Kang-Ho Song, che alla sua terza collaborazione con Bong dimostra quella versatilità che solo i grandi interpreti sanno offrire.




Nel descrivere la rivolta e la disperazione, il grande regista non cela la violenza, né la radicalizza: gli scontri con e forze dell'ordine sono crudi, messi in scena in modo diretto, ma senza sconfinare nel pretenzioso; violenza che aumenta con l'avanzare dei rivoltosi fino ad un climax catastrofico ed apocalittico.




E di fatto, la metafora politica del film non può prescindere dallo spaventoso terzo atto che chiude la narrazione, l'arrivo alla locomotiva che è catarsi totale e che rovescia di punto in bianco tutte le certezze di Curtis e dello spettatore; il confronto con il demiurgo Wilford (che Ed Harris caratterizza in modo totalmente opposto ad uno dei suoi ruoli più celebri e ad esso non dissimile, il regista di "The Truman Show") diviene presa di coscienza di quella realtà celata dietro l'apparenza della percezione; percezione "parziale" del mondo dovuta agli ideali precostituiti del protagonista; il demiurgo, deus ex-machina, passa così dall'essere "Grande Fratello" oppressivo a male necessario di una società che, lasciata a sé stessa, finisce con il divorarsi; l'ordine prestabilito ed immutabile della gerarchia del treno diviene così uno baluardo contro il caos, dovuto a quel male presente in ogni uomo ed insopprimibile; come nello Stato di Natura di stampo hobbesiano, l'ordine è una catena asfissiante ma necessaria, e la rivolta, come nel "1984" di Orwell, altro non che è un pretesto per rinsaldare la gerarchia stessa. Eppure, Bong decide di non condannare direttamente né l'ordine oppressivo, né le vane speranze di libertà: con un finale aperto, lascia che sia lo spettatore a decidere sul futuro dei superstiti, ideali progenitori di una nuova razza umana o, forse, ultimi sopravvissuti della stessa.




Nel descrivere l'apocalittico futuro del treno, Bong si rifà, almeno inizialmente, alla distopia grottesca del capolavoro di Terry Gilliam "Brazil" (1985), omaggiato anche nel nome del personaggio di John Hurt; lo scenario desolato e disperato viene "colorato" da personaggi grotteschi e sopra le righe, incarnazioni di un potere fuori controllo e ai limiti della demenza; su tutti, è il personaggio di Mason (un'irriconoscibile Tilda Swinton) a meglio rappresentare il tracollo morale delle istituzioni, ponendosi come una versione femminile e ancora più caricaturale del Mr. Kurtzmann del capolavoro di Gilliam. Ma con l'incedere della rivolta, Bong comincia a sottrarre i risvolti grotteschi in favore di un'atmosfera sempre più cupa e opprimente, perfettamente racchiusa negli spazi stretti ed asfissianti delle lamiere dei vagoni, che il grande autore riprende con grandangoli stroboscopici per mutare ed esasperare le proporzioni dei minuscoli spazi. E se Bong cita apertamente l'amico e collega Park Chan-Wook (qui in veste di produttore) con i carrelli laterali e i ralenty durante le scene di combattimento, le sue inquadrature, durante i dialoghi e le scene di "esplorazione" si fanno ancora più sicure e plastiche, regalando immagini forti, in grado di imprimersi a fuoco nella mente dello spettatore; su tutte è la cruda scena della sauna a sconvolgere per la perfetta tempistica e la tensione costante, perfetto esempio della maestria dell'autore.




Piccolo grande gioiello di stile e contenuti, "Snowpiercer" può essere considerato già da ora un classico della distopia: duro, crudo, disperato e sfacciatamente veritiero.

mercoledì 26 febbraio 2014

Porcile

di Pier Paolo Pasolini.

con: Jean-Pierre Léaud, Pierre Clementi, Ugo Tognazzi, Alberto Lionello, Marco Ferreri, Anne Wiazemsky, Margarita Lozano, Sergio Citti, Ninetto Davoli.

Italia, Francia (1969)


















Terzo capitolo del "Ciclo del Mito" e stretto tra il capolavoro "Teorema" (1968) e il coevo "Medea" (1969), "Porcile" è la pellicola meno conosciuta e, per certi versi, meno amata dal pubblico di Pasolini; ed a torto: foriera di scandali a non finire al momento dell'uscita e forte di una duplice metafora scioccante e sublime, è la pellicola più radicale di tutta la filmografia del grande autore, escluso naturalmente l'ultimo e provocatorio "Salò o le 120 giornate di Sodoma" (1975); impreziosita, inoltre, dalla presenza di altri due mostri sacri del cinema italiano: il geniale regista Marco Ferreri ed un sublime Ugo Tognazzi.


Germania, 1969; il giovane Julian Klotz (Jean-Pierre Léaud), rampollo di una ricca famiglia di industriali ex nazisti, passa le sue giornate nell'ozio più compiaciuto, schivando le proposte amorose della bella Ida (Anne Wiazemsky); nel frattempo, suo padre (Alberto Lionello) deve fronteggiare la ricomparsa di un suo ex compagno di partito, Herdhitze (Ugo Tognazzi), divenuto imprenditore suo rivale, il quale minaccia di rivelare un segreto scottante: l'attrazione sessuale che, fin da piccolo, Julian prova verso i maiali.
Spagna, XIV secolo ca.; in un deserto, un giovane patricida (Pierre Clementi) fugge ai suoi inseguitori e, coadiuvato da un altro reietto (Sergio Citti), fonda una comunità dedita al cannibalismo e al culto del vulcano alle cui pendici sorgono le loro case.


Nel narrare la duplice storia, la narrazione si fa volutamente criptica, oscura, con due significanti, opposti e complementari, che stritolano, letteralmente, il significato in una serie di splendidi dialoghi e monologhi (la parte "moderna") e in lunghi silenzi ed immagini spettacolari (la parte "mitica"); il senso di questa strana storia sembra sempre sul punto di disvelarsi, salvo poi richiudersi a riccio in sé stessa; occorre quindi procedere in una duplice direzione: tentare di dare un'interpretazione oggettiva del loro significato, basato anche sui resoconti e sulle interviste che Pasolini rilasciò all'epoca dell'uscita del film, e al contempo cercare di trovare autonomamente significati ulteriori in quella che è, di fatto, una vera e propria parabola moderna.


Stando a quanto affermato dal suo autore, il senso del film sta nella disanima di una società che "divora" letteralmente i suoi figli, sia qualora questi siano disobbedienti, sia quando questi non sono né obbedienti né ribelli; e di fatto, Julian e il cannibale rappresentano i prototipi ideali di questi due "figli"; il primo è un vile ed accidioso: non ha idee né ideali, non partecipa alle marce di protesta neanche su invito della sua amica Ida, non ha interessi politici né amorosi, vive una vita di agi e spensieratezze fino a sprofondare in una catalessi fisica, ideale controparte del suo silenzio "interiore"; il padre, mr.Klotz, dice di lui che non può né odiarlo perchè non gli disobbedisce, né amarlo perchè non si piega ai suoi voleri; Julian è un pupazzo senza fili, un uomo che non può essere catalogato in quanto privo di qualsivoglia elemento caratterizzante; un ragazzo vuoto perfetta espressione di quella vacuità intellettuale, morale e culturale che affligge i figli dell'alta borghesia; e di lui alla fine non resta nulla, divorato voracemente da quei maiali suo unico interesse nella vita. D'altro canto, il cannibale è reietto e ribelle; si rifiuta (fuori scena) di sottostare all'autorità del padre, che uccide, fugge alla legge (i soldati) e si perde in un deserto emblema del suo vuoto morale, visto più come a-moralità che come immoralità; ancora peggio, il giovane ragazzo si dedica al brigantaggio, al cannibalismo e all'idolatria pagana, distruggendo tutti i simboli della società in cui viveva ed edificandone una nuova, sua perfetta ed ideale negazione; anche il cannibale morirà, giustiziato dall'autorità ecclesiastica, senza però pentirsi delle sue azioni: fino alla morte ripete le uniche parole presenti nella sua storia:"Ho ucciso mio padre, ho mangiato carne umana e tremo di felicità", ossia l'accettazione dei suoi crimini e peccati e della sua regressione a "selvaggio", nonchè accettazione totale del suo status di ribelle.


Se il cannibale è un anarchico, foriero dello spirito iconoclasta ed irredento che dovrebbe spingere ogni vero rivoluzionario, Julian è il "borghesuccio", un ragazzo privo di idee e passioni, che si crogiola in una crisi identitaria autocompiaciuta ed irredenta e che sfoga la sua frustrazione di essere privo di vita mediante la devianza sessuale; entrambi i personaggi sono "scomodi", scandalosi per la società in cui vivono; nella società cattolica del cannibale (volutamente trasfigurata verso un mondo primordiale e, per questo, universale), la negazione dell'ordine costituito viene punita con l'esecuzione di tutti coloro che vi hanno preso parte, anche di chi si è pentito; ma nel mondo moderno, lo scandalo viene usato per fini personali (l'ascesa al potere del volitivo Herdhitze, che culmina in una fusione societaria) e non punito, ma taciuto: quello "Ssssshhhhh!" rivolto da Tognazzi ai braccianti (e indirettamente al pubblico) è l'esternazione dell'ipocrisia di una società in grado di tollerare le peggiori aberrazioni quando queste sono utili al proprio tornaconto, salvo poi disconoscerle ed occultarle; e se nella società del cannibale vi è perlomeno una forma di "giustizia" nella condanna del ribelle, quella di Julian è una parabola di perdizione totale, nel quale la sua accidia e la sua devianza non trovano né retribuzione, né catarsi; retribuzione che viene offerta al cannibale, ma che egli rifiuta per coerenza, che a Julian manca totalmente, poichè anche la società che lo condanna è a sua volta marcia, frutto di un peccato originale (il nazismo) mai espiato.


Quindi, se i figli sono ribelli o inerti, la società che gli ha creati è essa stessa frutto del peccato; nel mondo para-primordiale del cannibale la classe dirigente è quella intollerante del Cristianesimo di stampo cattolico-puritano, chiusa ad ogni forma di contraddizione e per questo di innovazione, la quale non viene tanto condannata dall'autore, quanto ritratta come violenta ed ottusa quanto coloro che vi si oppongono; più caustica è invece la disanima che Pasolini fa della società occidentale del Secondo Dopoguerra, incarnata dalla classe alto-borghese ed industriale tedesca; mr.Klotz è un industriale che si è adattato alla fine della guerra, passando con disinvoltura dal fabbricare cannoni al produrre bottoni, ossia un nazista arricchitosi con il nazismo il quale, a guerra finita, ha semplicemente cambiato pelle per sopravvivere, che si è "adattato" come la Maria Braun che Fassbinder porterà su schermo una decina d'anni dopo; Klotz è un nazista irredento, paragona perennemente gli Ebrei ai porci, rimpiange la vittoria mancata per poter godere delle conquiste che avrebbe portato; e il suo look, neanche a dirlo, è quello dello stesso Hilter, ossia del padre di quella società che aveva portato il mondo sull'orlo dell'apocalisse. Ideale contraltare di Klotz è Herdhitze, il tedesco "rifatto", che ha cambiato faccia, ora di un italiano, pronto a rivaleggiare con il vecchio; Herdhitze è l'emblema di una classe dirigente ancora più vorace, priva del benchè minimo aspetto basilare dell'essere umano: il volto non è il suo, non ha una famiglia, agisce solo per il profitto e non ha una cultura umanista; Herdhitze è un tecnocrate e per questo privo dei rimorsi propri dell'essere umano; di fatto, non fa una piega di fronte all'annichilimento di Julian e si preoccupa solo di occultarne la memoria per celarne lo scandalo; e il suo status di "tedesco travestito da italiano" non è solo una reminiscenza dell'infame alleanza dell'Asse Roma-Berlino, quanto un'ulteriore trasfigurazione verso l'universale della vicenda.


La duplicità dell'ambientazione si riflette nella messa in scena; nella parte "moderna", Pasolini usa inquadrature a misura di personaggio, incorniciandoli con il suo classico occhio "pittorico", che questa volta si vota ad una geometria totale, unendo personaggi e scenografia per creare forme speculari e fredde, accompagnati da dialoghi pregnanti e magmatici, infiniti e pieni di metafore morali e sociali (su tutti quella dei maiali, gli Ebrei), spesso forieri di un umorismo caustico e nerissimo; nella storia "antica", invece, l'autore predilige inquadrature ampie, facendo perdere i personaggi nello sfondo (le pendici dell'Etna), ricreando un'atmosfera primordiale e violenta, idealmente contrapposta alla linearità del moderno ed immersa nel silenzio dei personaggi, interrotto unicamente dal frusciare del vento e dal rigurgito del vulcano.


La metafora sullo "scandalo", sull'abominazione come devianza di una mente vuota appare ancora oggi più forte che mai, vista la carenza sistemica di ideali; e, drammaticamente, il tema dei figli mandati al macero, distrutti perchè incatalogabili o, peggio, ribelli, assume in questo secondo decennio del XXI secolo un significato ulteriore e, purtroppo, ancora più drammatico; e se la devianza è rivolta verso i porci, e i porci sono al contempo vittime e carnefici dei figli, allora il porcile del titolo non può che essere la stessa società che ha dato i natali a padri folli e figli dementi; un porcile oggi forse ancora più sudicio che nel 1969.

lunedì 24 febbraio 2014

La Grande Bellezza

di Paolo Sorrentino

con: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Iaia Forte, Galatea Ranzi, Isabella Ferrari, Massimo De Francovich, Roberto Herlitzka, Serena Grandi, Carlo Buccirosso, Giorgio Pasotti, Vernon Dobtcheff.

Italia, Francia (2013)











Difficile giudicare un film come "La Grande Bellezza"; difficile dare un peso ad un'opera volutamente vuota, pretenziosa e "molesta"; d'altro canto, il limite intrinseco del cinema di Paolo Sorrentino è sempre lo stesso: una forma sgargiante, energica e pulsante che però, a tratti, rischia di divorare la sostanza, intesa sia come semplice "contenuto" che come racconto vero e proprio.


In una Roma decadente e sfatta si muove il giornalista e scrittore Gep Gambardella (un Toni Servillo al solito sublime); tra una festa e l'altra, Gep rimugina sul suo passato, sulle occasioni mancate, si innamora della bella spogliarellista Ramona (Sabrina Ferilli) e cerca di dare un senso ad una vita fatta solo di eccessi.


Inutile cercare paragoni con il cinema di Fellini, in particolare con "La Dolce Vita" (1960) e "Roma" (1972); Sorrentino non volge uno sguardo "morale" alla movida romana, né si limita ad omaggiare la Città Eterna; la sua è una visione disincantata e delusa di un mondo in cui l'eccesso e l'autocompiacimento sono diventati l'unica vera ragione di vita degli esseri umani; Gep, e con lui tutti i personaggi, sono "uomini vuoti", persone prive di idee, ideali e volontà, se non quella di muoversi, di ballare, di apparire per il solo gusto di farlo; la forza dell'immagine virtuale divine così unico valore ricercato ed ostentato fino all'iperbole; e di fatto ogni personaggio è una caricatura di sé stesso, un coacervo di difetti fisici emblemi della propria vacuità intellettuale, somigliando a zombi sfatti che si muovono ritmicamente sullo sfondo di una notte eterna. La disanima del "berlusconismo", inteso come cultura edonista fine a sé stessa, diviene così il perfetto specchio di una società sull'orlo del baratro, poichè incapace di creare (il "blocco dello scrittore" che affligge il protagonista da quasi quarant'anni è perfetta metafora della fine della cultura in Italia) e, sopratutto, dimentica del proprio passato.


E proprio il ricorso al "ritorno al passato" come forza salvifica è l'aspetto meno riuscito del paradigma di Sorrentino; ciò per due motivi innegabili: la vacuità intellettuale ed intellettiva ritratta come vizio della "dolce vita" capitolina oramai è stata sdoganata ad ogni latitudine del Paese; inutile continuare a vedere, nel 2013, il piccolo paese di provincia come "oasi felice" scevra dalla corruzione morale quando questa è ormai parte integrante dell'intero sistema-Paese e non più relegata alla sola metropoli; e, in secondo luogo, ciò è ancora peggio se si tiene conto di come lo stesso edonismo berlusconiano è esso stesso un'incrostazione di un passato ormai remoto, che perdura da più di due decenni e che, quindi, ha reso il passato del nostro paese una vera e propria "culla di mostri", piuttosto che un paradiso perduto.


L'estetica sorrentiniana è però perfetta per ritrarre lo squallore delle "feste" notturne; come Virzì nel coevo "Il Capitale Umano", anche Sorrentino descrive i personaggi che popolano il suo mondo come dei freaks sfatti, iperboli di un mondo vuoto; e se i festaioli non sono che dei mostri che giocano alla bella vita, la sferzata più feroce Sorrentino la infligge alla classe intellettuale, vera responsabile del tracollo dell'Italia; tutti i cosidetti "eruditi" vengono passati in rassegna e distrutti di volta in volta; a partire dal protagonista, Gep, uno scrittore graziato da un unico successo editoriale che campa di rendita da oltre quarant'anni, riducendosi a fare l'intervistatore a tempo perso; il personaggio di Romano (un Carlo Verdone finalmente privato delle sue caratteristiche "maschere", che dona un'ottima performance) è l'emblema del drammaturgo finto-impegnato, la cui ottusa militanza intellettualoide non lo ha portato da nessuna parte, se non a rinchiudersi in un guscio di illusioni (la messa in scena dello spettacolo su D'Annunzio) e allo sfruttamento da parte delle sue "ragazzette"; il personaggio di Stefania è quello su cui l'autore riversa la critica più polemica: intellettuale di sinistra altezzosa e finto-impegnata, viene letteralmente fatta a pezzi su tutte le sue convinzioni, svelando il meccanismo di "borghesizzazione" che ha distrutto la classe intellettuale dall'interno; su tutti è però il personaggio dell'artista radical-chic a stupire: vero e proprio stereotipo della stupidità che infesta il mondo dell'arte moderna, esso viene letteralmente distrutto da Sorrentino mediante la semplice messa in scena della sua genuina cretinagine e ritratta come un coacervo di tutta la ruffianeria compiaciuta propria della classe intellettuale.


Eppure, anche nella critica alla società intellettuale, la disanima di Sorrentino diviene a tratti incerta; il vuoto pneumatico che avvolge i personaggi viene ben rappresentato, ma quando si tratta creare una controparte portatrice di valori, l'autore incespica; nel descrivere il personaggio de "La Santa", Sorrentino vorrebbe creare un ideale contraltare alla vacuità propria degli intellettuali, ma delineandola come una vecchia semirimbambita si contraddice da solo; se è vero che la società ecclesiastica formata dai sacerdoti e cardinali è vacua come gli edonisti, allora perchè descrivere un personaggio vero portatore di ideale positivi come una mummia pluricentenaria per poi cercare di darle dignità, in extremis, nel climax della scala? Forse nella visione di Sorrentino anche il redentore porta con sé i germi di coloro che deve redimere? Non è dato saperlo. Dubbi di caratterizzazione che affliggono anche l'altro personaggio "positivo" della pellicola, quella Ramona che a tratti sembrerebbe figura salvifica, ma che Sorrentino fa impersonare a Sabrina Ferilli, la quale dona certamente una carica di sensualità materna al personaggio, ma il cui viso sfregiato dal lifting la pone, idealmente, sullo stesso piano degli altri personaggi del film.


Il difetto veniale del cinema di Sorrentino è sempre stato quello dell'estrema ed ossessiva ricercatezza estetica; se nei suoi precedenti lavori, fino al capolavoro "Il Divo" (2008), la sperimentazione stilistica era ben controbilanciata dal contenuto, a partire dal precedente "This Must be the Place" (2011) la forma diviene sostanza, annacquando ogni il racconto, il quale viene inevitabilmente sottomesso ai movimenti di macchina; difetto che non sfugge neanche ne "La Grande Bellezza": la ricerca di un effetto estetico sbalorditivo ed elegante è avvertibile in ogni singolo fotogramma; l'uso del montaggio, qui più frammentario che mai, spezza letteralmente ogni singola scena in una serie indefinita di immagini perfettamente concepite e splendidamente fotografate; eppure, la ricercatezza estrema finisce talvolta per divorare il racconto, che incespica tra sottotrame solo abbozzate (la pazzia del ragazzo, l'epilogo della storia di Ramona) ed occasioni sprecate (il giro notturno tra i palazzi antichi); forma e sostanza, così, si inseguono in una caccia forsennata dove è la prima, inevitabilmente a vincere; sorge però spontaneo un dubbio, purtroppo privo di risposta: in una pellicola che ritrae il vuoto esistenziale di società sull'orlo del collasso perchè dedita ad un edonismo autodistruttivo e compiaciuto, la cannibalizzazione del racconto da parte della messa in scena è davvero un difetto?