mercoledì 22 ottobre 2014

La Terra dei Morti Viventi

Land of the Dead

di George A.Romero

con: Simon Baker, Asia Argento, John Leguizamo, Dennis Hopper, Robert Joy, Eugene Clark.

Horror/Azione

Usa, Canada, Francia (2005)
















---SPOILERS INSIDE---

La Trilogia dei Morti Viventi si concluse ufficialmente nel 1985; intendiamoci: con "Dawn of the Dead" (1978) Romero aveva creato l'horror apocalittico definitivo, ideale coacervo di tutte le sue ossessioni e perfetta antologia di tutti quelli che sarebbero diventati i clichè del filone sui non-morti; con il successivo "Day of the Dead" si era spinto oltre, creando un'opera dalla potenza drammaturgica inusitata, massima espressione del suo pessimismo sociologico; e molto probabilmente non vi era, nel 1985, la volontà di proseguire il discorso sulla figura del redivivo cannibale e sulla spirale autodistruttiva della razza umana.
E di fatto, all'indomani dell'uscita nelle sale del terzo capitolo della sua saga, il regista di Pittsburgh si dedicò a ben altri progetti: l'adattamento per il Grande Schermo del mitico romanzo "L'Ombra dello Scorpione" dell'amico Stephen King, purtroppo mai concretizzatosi; la parentesi "psicologica" di "Monkey Shines" (1988); la trasposizione de "La Metà Oscura" (1993), sempre da un romanzo di King; poi, sette anni di oblio, durante i quali l'autore fu costretto ad accettare il ruolo di direttore di produzione pur di lavorare; ruolo che in realtà serviva a tenerlo lontano dalla macchina da presa in un periodo, gli anni '90, in cui la carica sovversiva e polemica delle sue opere spaventava i produttori ancora più che in passato. Il ritorno nelle sale si fa attendere e quando arriva, nel 2000 con "Bruiser", delude, presentandoci un autore stanco e privo di inventiva.
Giungono gli anni '00 e il cinema horror americano si arena definitivamente nel manierismo più puro e nel riciclaggio forzato dei vecchi stereotipi. Al di fuori delle sale cinematografiche, la figura del non-morto creata da Romero si mercifica, diventa icona pop, irrompe prepotentemente nell'immaginario videoludico grazie al successo della serie di videogames di "Resident Evil" della Capcom, fortemente debitori dello stile eccessivo e truculento dei primi due capitoli della trilogia "of the dead". Successivamente, i successi a sorpresa del britannico "28 Giorno Dopo" e del adattamento per il cinema di "Resident Evil" nel 2002 riaccendono l'interesse del pubblico e delle major verso la figura del non-morto e del contagio virale apocalittico anche su pellicola; e il segno del tempo si fa sentire.





Dopo decadi di parodie e omaggi, anche lo zombi cannibale di Romero cambia faccia e da simbolo di un orrore repellente ed irrefrenabile diviene anche al cinema icona pop, svestito di ogni significato non prettamente orrorifico e finanche della sua inscindibile carica splatter; con "28 Giorno Dopo", il tema del contagio virale viene deviato su una nuova via, che porta alla creazione di una nuova figura antropofaga ma non rediviva, che immancabilmente viene confusa dal pubblico con lo zombi romeriano; da qui in poi il morto vivente smette di decomporsi, di deambulare con il suo tipico incedere lento e inarrestabile e di smembrare le sue vittime, come avviene nel seguente, orripilante, remake di "Dawn of the Dead" di Snyder.
Con l'adattamento di "Resident Evil", d'altro canto, l'orrore palpabile e rivoltante proprio delle pellicole di Romero viene rielaborato in una forma più soft, svuotato di ogni riferimento gore ed ibridato, con risvolti esilaranti, al cinema di arti marziali; e sempre il remake di "Dawn of the Dead" di Snyder fa regredire i temi romeriani di apocalisse e autodistruzione umana a puri pretesti per imbastire storielle che con il cinema horror non hanno nulla a che vedere.
In sostanza, tutta l'eredità del grande artista viene vanificata dalla populizzazione della sua creatura più nota e tutte le innovazioni che aveva infuso al genere fin dal 1968 si perdono definitivamente.
Eppure, questo revival becero dei clichè del suo cinema degli anni '70, permette proprio a Romero di tornare sulla cresta dell'onda, rimettendo mani alla sua creatura per darle nuova linfa e riportare il cinema horror alle sue radici: la metafora spietata della società americana.


Ottenuto un budget consistente, la distribuzione internazionale da parte di una major, la Universal, ed aiutato dalla tecnologia digitale, Romero può così riprendere l'idea originale per "Day of the Dead" e darle finalmente vita.
Già dal titolo, il setting del film è chiaro: l'umanità ha perso, il pianeta ora appartiene agli zombi e i sopravvissuti sono arroccati in città-fortezze cinte da gigantesche mura presidiate da soldati; all'interno si ricrea la medesima società pre-apocalittica: i ricchi rinchiusi nel lussuoso grattacielo Fiddler's Green, governato dall'imbelle Kaufman (Dennis Hopper, che parodizza le sue stesse ideologie repubblicane plasmando il personaggio su Donald Rumsfeld, in quella che è purtroppo la sua ultima performance degna di nota), i lavoratori sono lasciati fuori dalla torre a sguazzare nei bassifondi.
Ma la mancanza di materie prime spinge Kaufman ad organizzare delle sortite nel mondo esterno, guidate dal bianco Riley (Simon Baker) e dal portoricano Cholo (John Leguizamo), aprendo così la strada ad una nuova catastrofe.


Fin dalla prima sequenza Romero reintroduce prepotentemente i temi politici nella cornice dell'horror splatter; gli zombi "vivono" in pace nelle loro vecchie cittadine; non più incarnazione delle paure inconsce dell'America-bene, non più personificazione del consumismo sfrenato, né dell'apocalisse catartica, i non-morti sono ora un popolo vero e proprio, dotato di un leader, il nero Big Daddy (Eugene Clark) e sovrani di una terra ricca di risorse; i vivi, d'altro canto, divengono dei parassiti, dei mostri delle caverne che escono di notte per uccidere e saccheggiare, in un'inversione totale dei ruoli; e nel violento raid contro una popolazione inerme, Romero (non) cela la catarsi verso la politica imperialista americana, pronta a distruggere ed uccidere pur di impadronirsi delle risorse per la sussistenza della sola classe agiata.
Il Fiddler's Green, la moderna torre d'avorio, d'altro canto non è che una gabbia dorata, come Romero sottolinea con una bella inquadratura: un rifugio nel quale le persone si rinchiudono per ignorare l'orrore del mondo e calarsi nell'illusione del benessere, così come la classe media americana si rifugia nelle sue case signorili ignorando i conflitti e le spaventose prevaricazioni che avvengono dall'altra parte delle imposte, nelle strade e per i bassifondi delle grandi città.


Gli stessi bassifondi in cui si muovono Riley e i suoi compagni altro non sono che una versione "popolare" del Fiddler, dove tagliagole, prostitute e barboni si abbandonano ai piaceri più bassi e violenti pur di ignorare l'orrore che striscia al di fuori delle mura di cinta; non vi è differenza effettiva di classe sociale da un punto di vista antropologico: l'intera America si ritrova così posta sullo stesso piano e ritratta come una terra di ipocriti edonisti.
I due manovalanti, Riley e Cholo, altro non sono che due facce del sogno americano: il primo accetta qualsiasi lavoro sporco ed è pronto ad ogni compromesso pur di ottenere un mezzo per fuggire dal rifugio-prigione in cui è costretto a vivere; il secondo tenta di ingraziarsi i potenti per ottenere i loro stessi privilegi; entrambi sono sfruttati e presto gettati via, proprio come nella realtà accade ai reduci di guerra, gli "eroi" da usare per la conquista, da vendere al pubblico per propaganda e poi congedare nella dimenticanza più assoluta. E nella reazione a questo sfruttamento da parte delle classi più povere, Romero sfoggia tutta la sua carica scettica e sovversiva.


Cholo, il sudamericano che sin dal nome (nello slang yankee è un dispregiativo per i latini) altro non è se non uno schiavo, rivendica il suo diritto ad un'equa retribuzione togliendo alla classe dirigente il mezzo stesso del loro status quo: il Dead Reckoning, il carro armato super-attrezzato che permette le sortite in territorio ostile, ossia l'arma offensiva che permette agli Stati Uniti di imporre la sua supremazia militare. Riley accetta suo malgrado lo sporco incarico di riacciuffarlo, ma nel finale, ad apocalisse compiuta, abbandona il Fiddler's Green in cerca del suo sogno, realizzando, assieme allo spettatore, come di fatto sia impossibile creare una società dove il più forte non sottometta il più debole. E i morti, razziati e sottomessi dalla minoranza, si risvegliano dal loro torpore per punire quella classe di privilegiati convinta di poter ancora spadroneggiare su tutto il creato, incarnando lo spirito rivoluzionario del proletariato che per la prima volta in horror degli anni '00 trova una completa e fulgida rappresentazione.


Il punto di riferimento narrativo ed estetico questa volta sembra essere dato dai videogames, ossia da quel medium che più di ogni altro si è impadronito delle creature di Romero e del quale ora l'autore riprende stile e stilemi; ma la narrazione "naif" propria delle trame dei survival horror della Capcom mal si adatta alla complessità della narrazione metaforica e metareferenziale cinematografica, finendo per non convincere.
Se, infatti, la metafora politica è ben costruita e ancora più esplicita che in passato, altrettanto non si può dire della trama in sé per sè; la sceneggiatura di Romero barcolla nella costruzione dell'intreccio, talvolta fin troppo ovvio, e costruisce i personaggi secondari come stereotipi riempitivi; del tutto inutile è l'introduzione del personaggio di Charlie (Robert Joy), semplice spalla di Riley; così come del tutto superficiale e talvolta goffa è la caratterizzazione dei subalterni di Cholo e Riley, in particolare i tre "cacciatori" che gli si affiancano durante l'inseguimento del Dead Reckoning; più riuscito, invece, è il personaggio di Asia Argento (che riesce persino a risultare credibile nei panni della sexy soldatessa), emblema della donna sfruttata solo per la sua avvenenza.


E nella metà esatta del decennio che ha bandito il gore dal horror, Romero reintroduce la sua carica di violenza grafica in un ulteriore atto di sovversione delle convenzioni: decapitazioni e smembramenti la fanno da padrone per tutto il film, con la maggior parte degli effetti affidati agli SFX del duo Nicotero e Berger al posto della semplice CGI, comunque presente per ovvi motivi di budget; e se in "Dawn of the Dead" la violenza sconfinava nel grottesco per mimare il gusto pop della peggiore cultura fummettistica underground, qui Romero coglie la palla al balzo dei tempi e, di concerto con il forte ritmo che imprime alla narrazione, crea una violenza talmente grafica da sconfinare anch'essa nel videoludico, a voler ricreare anche da questo punto di vista le atmosfere di quei survival horror che tanto devono al suo cinema, riuscendo ad impressionare ancora una volta.



Il genere horror viene così finalmente riscattato dal buonismo ottuso nel quale era scivolato; lo splatter torna a violentare gli occhi dello spettatore; il non-morto riprende prepotentemente la sua carica emblematica e polemica; e Romero torna al cinema dopo anni di oblio, dimostrando come in fondo la sua visione sia ancora urgentemente attuale e il suo stile ancora perfettamente godibile.




EXTRA

L'edizione DVD della Universal distribuita a partire dal 2005 (e ora disponibile anche in Blu-Ray) non presenta la theatrical cut del film, bensì la sola director's cut; versione ancora più violenta e spettacolare, questa nuova edzione introduce anche un'importantissima scena inizialmente tagliata: il suicidio di un inquilino dei piani alti del Fiddler's Green scoperto da Cholo a metà del primo atto, che aumenta la caratterizzazione della fortezza come "prigione dorata" per ricchi.


I rimandi alla struttura videoludica, all'estetica e finanche ai controlli dei videogames non sono un caso, nè una trovata squisitamente polemica: nel 1998 Romero diresse una serie di spot pubblicitari per "Resident Evil 2" e nel 2000 avrebbe dovuto curare l'adattamento per il Grande Schermo del primo capitolo della saga; ma i dirigenti della Capcom giudicarono il suo script (facilmente reperibile in rete in versione integrale) come poco affine alla trama del primo gioco, quindi lo licenziarono; questo perchè il film del 2002 con Milla Jovovich che prende a calci volanti giusto un paio di zombi tra scenografie che sembrano uscite dai peggiori episodi di Star Trek è un perfetto adattamento delle atmosfere claustrofobiche e splatter del videogame...




A proposito di omaggi e parodie: fortemente colpito dal cultissimo "Shaun of the Dead" (2004), Romero decise di complimentarsi con i due protagonisti Simon Pegg e Nick Frost nel più cinematograficamente genuino dei modi: affidandogli un cameo nei panni di due zombi!


martedì 21 ottobre 2014

Black Rain- Pioggia Sporca

Black Rain

di Ridley Scott

con: Michael Douglas, Ken Takakura, Andy Garcia, Kate Capshaw, Yusaku Matsuda, Shigeru Koyama, John Spencer.

Poliziesco/Thriller/Noir

Usa (1989)














---SPOILERS INSIDE---


Una delle (tutto sommato poche) regole ferree del cinema è che l'esito di un film affidato ad un mestierante dipende necessariamente dallo script su cui si basa; e a Ridley Scott era andata malissimo con il precedente "Chi Protegge il Testimone" (1987), il suo film peggiore degli anni '80; ma due anni dopo, la sorte (o l'accortezza) porta l'ex autore britannico alla regia di una sceneggiatura scritta a quattro mani da Craig Bolotin e Warren Lewis, autori pressocchè sconosciuti che imbastiscono un poliziesco a tinte noir ambientato quasi interamente in Giappone, ma con protagonista un poliziotto newyorkese; e l'esito, questa volta, è decisamente più riuscito.


Nick Conklin (Michael Douglas) è un poliziotto di Manhattan messo sotto accusa per una storia di corruzione (che presto si rivelerà fondata); per caso assiste, assieme all'amico e collega Charlie Vincent (Andy Garcia), ad una sparatoria tra criminali della yakuza, nel quale il piccolo boss Sato (Yusaku Matsuda) uccide un rivale; arrestato Sato, saranno Conklin e Vincent ad estradarlo in Giappone. Ma una volta giunti nel paese del sol levante, i due se lo fanno sfuggire, scatenando le ire della polizia locale; con l'aiuto del solo ispettore Masahiro (Ken Takakura), i due sbirri americani ingaggiano una disperata caccia all'uomo che li porrà al centro di un furioso scontro tra clan della yakuza.


Torniamo indietro di cinque decadi; il Giappone si impone come seconda potenza economica mondiale in modo definitivo; il boom economico successivo al disastroso esito della II Guerra Mondiale dà i suoi frutti, il paese si riprende totalmente e, grazie ai forti investimenti nel campo dell'edilizia e della ricerca scientifica, cambia faccia, si modernizza in modo radicale e riesce ad imbastire un'industria tecnologica che non ha pari in tutto il globo; agli occhi degli occidentali, i paesaggi metropolitani nipponici fatti di infinite arterie di asfalto, ciclopiche torri di cemento e acciaio ed enormi insegne luminose sembrano provenire da un futuro fantascientifico, tanto da stuzzicare l'immaginazione di Andrei Tarkowsky per "Solaris" (1972) e dello stesso Scott per "Blade Runner" (1982).


Flash-Forward: venti anni dopo, anni '80; le corporazioni giapponesi, le "zaibatsu" raggiungono un potere economico immenso e decidono di investire i loro capitali in occidente, in particolare in America, cominciando a comprare parti importanti del mercato tecnico ed informatico; l'impatto culturale è immane: la società americana, fortemente arroccata nei suoi valori fondativi e ancora fortemente segnata da una xenofobia atavica, comincia a temere una nipponizzazione coatta dei costumi; paura per la "furia gialla" che gli spettatori assimilano grazie a pellicole quali "Ritorno al Futuro- Parte II" (1989), "Gung Ho" (1986), "Mr Baseball" (1992) e sopratutto "Sol Levante" (1993), adattamento del più polemico tra i romanzi di Michael Chricton, nel quale la società giapponese viene ritratta in modo gretto ed apertamente razzista. Fortunatamente, non tutte le pellicole prodotte tra la metà degli anni '80 e i primi anni '90 (periodo nel quale la forte crisi economica interna al mercato nipponico pose fine definitivamente all'espansione estera) ritraggono i "gialli" come dei barbari senza cuore; già "Gung Ho" e "Mr.Baseball" davano una lettura positiva della cultura nipponica, mediante il registro leggero della commedia; con "Black Rain", invece, il poliziesco divene ideale terreno di scontro tra le due culture, dove è clamorosamente quella americana a soccombere in virtù dell'accettazione del diverso; ed è proprio questo uno degli aspetti migliori del film di Scott.


L'intreccio poliziesco intessuto dai due sceneggiatori semi-esordienti è claudicante: l'incipit, basato sulla casualità dell'incontro tra i due detectives e la yakuza, è poco credibile, così come sono debolissimi i punti di svolta dell'indagine dati sempre da casi fortuiti e, peggio ancora, la resa dei conti finale, virata verso l'action più pura con tanto di buchi di sceneggiatura assortiti (come fa Masahiro a sapere dove si svolge il meeting?). A conti fatti, tutta la trama altro non è se non un pretesto per far scontrare due personaggi totalmente antitetici; da un lato lo sbirro americano Conklin: rude, violento, totalmente compiaciuto dei suoi difetti, corrotto ed orgoglioso di esserlo; privo di qualsivoglia forma di rigore, è l'incarnazione stessa dell'americano medio degli anni '80, volitivo ed individualista fin nel midollo (mentre lo spirito edonista viene incarnato dal collega Vincent, perennemente abbigliato in abiti griffati); non per caso Conklin ha il volto di Michael Douglas, ossia l'ex Gordon Gekko, lo yuppie per antonomasia, che come al solita dà un interpretazione solida e credibile di un personaggio inizialmente viscido e scomodo.
Dall'altro lato (del Pacifico), Masahiro, perfetta incarnazione della tradizione nipponica: ligio al dovere, fortemente legato al suo senso dell'onore, al cameratismo con i colleghi e alle regole, ha il volto inflessibile e carismatico del grande Ken Takakura, super-star nipponica nota all'epoca anche in occidente per le sue partecipazioni a capolavori del calibro di "Non è più tempo di eroi" (1969) di Aldrich e sopratutto "Yakuza" (1974) di Pollack.


E l'incontro/scontro tra le due mentalità è costruito in modo esemplare: si parte con l'incomunicabilità ed il senso di smarrimento proprio dell'americano perso in un paese che non conosce e non comprende; Conklin odia Masahiro per il suo rigore, Masahiro non riesce a concepire la disonestà e lo spirito distruttivo di Conklin; lo scontro si sposta, idealmente, su un piano culturale, con il Giappone che rimprovera all'America di non riuscire a produrre più nulla di rilevante e, viceversa, con l'America che sottolinea la mancanza di inventiva del Giappone, in una serie di dialoghi serrati ed ottimamente portati in scena dai due protagonisti.
E' con la morte di Vincent che i due personaggi cominciano ad avvicinarsi, spinti da due sentimenti complementari: da un lato, il lutto amicale di Conklin, che perde un amico e compagno d'avventura; dall'altro lo spirito di cameratismo di Masahiro, che perde un collega conosciuto da poco, ma con il quale è riuscito a legare grazie alla sua mentalità più aperta nei confronti della tradizione nipponica. Il confronto tra i due si fa così più fluido, simile a quanto avveniva con i protagonisti dello splendido "Merry Christmas, Mr.Lawrence" (1982) di Nagisa: entrambi cominciano a comprendere il punto di vista dell'altro, a conoscersi anche e sopratutto sul piano umano e a collaborare.


Ma a differenza della pellicola di Nagisa e della stragrande maggioranza dei film di genere americani, questa volta è l'occidentale a dover ripiegare le sue posizioni, a doversi ricredere e ad abbandonare l'individualismo yankee, che si traduce anche, su di un piano della costruzione della storia, nell'abbandono della figura del poliziotto violento, lasciando che nel finale Conkiln agisca nei limiti del legale per sottolineare il suo ravvedimento; anche se l'epilogo è quantomai ambiguo: lo sbirro consegna le matrici al collega in segno di vero ravvedimento o per garantirgli un guadagno sottobanco? Non è dato saperlo, a riprova della debolezza della scrittura.
Debolezza che si fa sentire anche nella costruzione dei personaggi secondari; tolto Vincent, sorta di elemento complementare di Conklin caratterizzato in modo bidimensionale forse volutamente, è il personaggio di Joyce ad avere una rilevanza totalmente ancillare nella storia: la semplice bella e fatale che sembra introdotta solo per dare un vago interesse amoroso al protagonista; tant'è che se ci si ricorda di lei è solo per le belle forme e per la fredda permormance di una Kate Capshaw mai più così in forma.
Fortunatamente, nella costruzione dei de antagonisti, lo script ritrova ispirazione: il vecchio oyabun Oahshi è l'esponente della tradizione nipponica più pura, un patriarca dei tempi andati che rammenta allo yankee come l'ondata di violenza e i non-valori del giovane Sato siano di fatto un prodotto della sotto-cultura americana importata in Giappone che ne ha distrutto il volto più puro, come la pioggia sporca del titolo, la pioggia nera dell'olocausto nucleare che ha segnato indelebilmente la sua generazione.


Dal canto suo Scott immerge tutto il film in un'amtosfera notturna dal sicuro fascino; si affida totalmente alla fotografia di Jan De Bont (futuro regista di "Speed") per creare immagini spettacolari, che richiamano alla mente, immancabilmente, gli scorci della Los Angeles futuristica di "Blade Runner", ma che ora sono girate direttamente nelle locations di Osaka; immagini che, benchè prive della ricercatezza per l'inquadratura e della profondità del periodo migliore del cinema del regista britannico, riescono a colpire per la loro bellezza, del tutto inusitata finanche nelle produzioni più recenti; e, a discapito dell'anno di produzione, Scott dirige il tutto con un montaggio serrato ed un tasso di violenza iperrealista che avvicina "Black Rain" più al cinema poliziesco crudo degli anni '70 che al machismo superomista delle produzioni hollywoodiane degli '80, a riprova di come, sotto sotto, all'epoca sapesse ancora il fatto suo.


EXTRA

Come al solito con Scott, il montaggio del film subì dei rimaneggiamenti prima della distribuzione in sala; la theatrical cut, di 120 minuti, pur approvata dal regista non è la versione integrale, più lunga di circa 40 minuti e mai pubblicata neanche per il mercato home-video; pare inoltre che Scott abbia girato anche un finale alternativo, nel quale Conklin uccide Sato anzicchè consegnarlo alla polizia, anch'esso tutt'oggi inedito.


Sempre nel 1989 uscì un'altra pellicola dal titolo internazionale "Black Rain" ed ambientata in Giappone: "Kuroi Ame", in Italia "Pioggia Nera", capolavoro del grande Shoei Imamura ritratto del Giappone post-atomico degli anni '40.


lunedì 20 ottobre 2014

Il Giorno degli Zombi

Day of the Dead

di George A.Romero

con: Lori Cardille, Joe Pilato, Terry Alexander, Jarlath Conroy, Anthony Dileo Jr., Richard Liberty, Sherman Howard.

Usa (1985)
















Il ciclo dei Morti Viventi attraversa tre decadi diverse; inizia nei '60, con un impeto dirompente che scompagina definitivamente l'horror per rigenerarlo a nuova forma; continua nei '70, dove raggiunge la sua forma definitiva e innalza lo splatter ad un livello ancora più elevato per sfociare nel pop più puro; negli anni '80 si conclude la prima trilogia con "Day of the Dead", il capitolo meno famoso dell'intero ciclo, che all'epoca della sua uscita non raccolse il consenso unanime del pubblico, ma che nel corso del tempo si è comunque imposto (giustamente) come pellicola di culto.
Il progetto iniziale di Romero per questa (momentanea) conclusione era a dir poco monumentale: l'intero film doveva essere ambientato in una città-fortezza assediata dagli zombi, ora sovrani della Terra; all'interno i sopravvissuti si dividevano in due classi: scienziati e militari, perennemente in conflitto tra loro. Soggetto enorme, che per l'epoca richiedeva un budget da kolossal che, sfortunatamente, il grande autore non riuscì a trovare.
Intenzionato lo stesso a dare una conclusione apocalittica alla sua storia, Romero ripiegò su un progetto più piccolo, ambientato come da tradizione in unico ambiente ed interpretato da un pugno di personaggi; il set è ora un bunker governativo sotterraneo e resta la contrapposizione tra classi sociali; e messa da parte ogni spettacolarizzazione, Romero crea il suo film più rigoroso, un capolavoro che travalica il semplice genere per diventare riflessione feconda sulla stupidità umana nelle vesti di un kammerspiel a tinte gore.


Un passo oltre "Dawn of the Dead": "Day of the Dead" è un vero e proprio film post-apocalittico; i morti dominano il mondo, un pugno di superstiti è di nuovo chiuso tra quattro mura; ma questa volta non si tratta solo di civili, ma anche di scienziati e militari occupati in una serie di ricerche volte a scongiurare la fine della razza umana.
Il bunker diviene ideale microcosmo sociale, con tre fazioni che si fronteggiano idealmente e materialmente; gli scienziati, con le loro idee ed ideologie totalmente avulse dalla realtà; i soldati, più pragmatici ma anche rudi e ottusi; i civili, separatisi anche fisicamente dalla base e rintanatisi in un finto Eden. E poi loro, i non-morti, ora padroni di ciò che resta della civiltà e sovrani assoluti della superficie.


E bene continuare a sottolinearlo: "Day of the Dead" non è un horror, quantomeno in senso stretto; il fanatico delle pellicole splatter o della tensione orrorifica canonica resterà sicuramente deluso dalla visione, essendo il gore limitato agli ultimi minuti, il ritmo molto lento e la tensione basata sui rapporti tra i personaggi piuttosto che sugli spaventi. "Day of the Dead" è una vera e propria opera drammatica nella quale Romero fa confluire tutto il suo pessimismo sociologico e lo fa deflagrare all'interno del classico canovaccio da film d'assedio.
Per la prima volta gli zombi non rappresentano un pericolo effettivo per i personaggi: isolati al di fuori delle mura blindate del bunker, i non-morti vengono tutt'al più adoperati come cavie da laboratorio dai tre scienziati. Il pericolo, questa volta, è totalmente umano, dato dall'incapacità dei tre gruppi di trovare una soluzione alla piaga ormai vicina alla vittoria o anche e più semplicemente di convivere.


I tre scienziati rappresentano la parte più razionale del genere umano; da un lato la protagonista assoluta e punto di vista di questo capitolo, Sarah (Lori Cardille), che tenta di capire le origini del "contagio" e di porvi fine; ricerca, come viene definita dallo stesso autore, ai limiti dell'esoterico e per questo del tutto impraticabile sul campo; Sarah è il modello dello scienziato indomito, che non conosce limiti per il suo sapere e che vuole penetrare il segreto stesso della vita oramai per il solo gusto di farlo, piuttosto che per trovare un rimedio efficace alla piaga dei morti viventi.
Un passo più avanti a lei è il dr.Logan (Richard Liberty), detto "Frankestein"; vero e proprio moderno Prometeo, è uno scienziato oramai del tutto folle perchè completamente avulso dalla realtà e dal concetto stesso di umanità: pur di comprendere il segreto della non-vita arriva ad usare i soldati morti come cavie, scatenando la crisi che porterà alla distruzione del bunker. Il fine di Logan è l'arginamento della piaga tramite l'addestramento dei non-morti, ossia il ricondurli ad una forma di civiltà; piuttosto che distruggere il problema, lo si vuole imbrigliare, ammansire, "socializzare" per esorcizzarne la portata più distruttiva; piano ambizioso, ma impraticabile visti i numeri esorbitanti di zombi e le numerose ore necessarie all'addestramento.


Dall'altro lato dell'ideale barricata, i soldati, comandati dallo spietato Rhodes (Joe Pilato), che Romero modella come un giovane Patton interessato solo al bene della propria truppa; rudi, sporchi, volgari, i soldati rappresentano anche qui, come accadeva in "The Crazies" (1973), il lato più pragmatico della razza umana, ma anche il più distruttivo, dedito solo a deridere e distruggere tutto ciò che non comprende; una distruzione gratuita, quella di Rhodes, oramai finanche inutile, come sottolineato da Logan, a causa della scarsità di munizioni; il problema dei morti viventi sarebbe potuto essere debellato mediante la soppressione solo in un primo periodo, quanto i numeri lo permettevano; ma non secondo i soldati, dediti tutt'ora alla violenza più semplice e genuina.


Nel mezzo ai due gruppi, isolati in una roulotte a parte persa nelle caverne, i due "operai" John (Terri Alexander) e McDermott (Jarlath Conroy), esponenti della working class che si aliena dalle questioni politiche per isolarsi in un'ideale isola felice (ribattezzata ironicamente "il Ritz") e persa nella propria autocommiserazione o nella rabbia fine a sé stessa.


E se i quattro personaggi sono il simbolo di altrettante facce dell'umanità, Romero questa volta rende il conflitto tra i vari punti di vista ancora più fluido e sfaccettato. La follia del dr.Logan è pura e deleteria, ma le sue ricerche sono comunque valide, come dimostra l'ammaestramento dello zombi Bub (Sherman Howard); la stupidità dei militari viene controbilanciata dal loro forte pragmatismo, tant'è che la distruzione della piaga appare spesso come la soluzione più praticabile; e i due "uomini comuni" per quanto codardi e altezzosi, sono anche i più saggi: sarà proprio John a sottolineare l'inutile ambizione di Sarah e a dipingere l'invasione dei non-morti come un castigo divino, una punizione per la stupidità umana, piuttosto che come un normale accidente; e sempre John prospetta sin dalle prime battute l'unica possibile soluzione alla loro situazione: la fuga, la ricostruzione della società da zero al fine di evitare gli errori del passato.


Il conflitto vine generato dall'incapacità dei personaggi (delle persone) di raggiungere un punto in comune, di comprendere quali sono i punti di forza della propria visione e quali i punti deboli; lo scontro si infiamma a causa dell'impossibilità di riconoscere una forma di ragione nell' "altro", o quantomeno una forma di razionalità nelle tesi che esso pone; ogni gruppo rimane trincerato sulle proprie posizioni, obnubilando quella forma di raziocinio che porterebbe alla collaborazione e quindi alla sopravvivenza; e non per nulla, il massacro finale questa volta viene innescato dal personaggio più debole, che abbandonatosi alla totale irrazionalità decide di distruggere tutto e tutti indiscriminatamente.


Romero assimila così il genere al dramma da camera in modo totale; il senso di claustrofobia e la tensione questa volta vengono ingenerati non tanto dalla minaccia esterna, che come detto resta per quasi tutto il film confinata in superficie, quanto dall'aggressività dei personaggi, sottolineata dagli strettissimi primi piani con cui l'autore costruisce quasi tutto il film; la tensione, a tratti spasmodica ed incontrollata, per la prima volta nella Saga dei Morti Viventi viene data dai vivi, i veri mostri del film, mentre il momento più toccante ha per protagonista il non-morto simbolo della pellicola: Bub, che riscopre la sua umanità latente ed arriva finanche a piangere; ed è proprio lui il personaggio più umano nel senso migliore, l'unico a provare sentimenti d'affezione per un soggetto altro, per quello stesso scienziato che lo ha trasformato in cavia, ma che lo ha anche trattato come un uomo, non come un semplice pezzo di carne.


Abbandonate le atmosfere pop e colorate di "Dawn of the Dead", Romero immerge i suoi personaggi in un'atmosfera irreale, a tratti rarefatta, splendidamente sottolineata dallo score elettronico di John Harrison e magnificamente introdotta dalla sequenza iniziale, una delle opening più belle che il cinema tutto ricordi; il bunker governativo divine così ideale subcosciente dell'umanità tutta, nel quale si agitano gli animi più disparati, pronti a creare, a dominare e a distruggere. Eppure, per questa momentanea conclusione della sua saga, il grande autore di Pittsburgh decide di evitare la tragedia finale: in un continuum con i due capitoli precedenti, il finale si fa da tragico ad indeterminato per sfociare nella speranza più pura e genuina; speranza data, non per nulla, dalla collaborazione dei personaggi, dall'appianamento delle divergenze e delle ambizioni più basse in favore del futuro dell'umanità tutta.



EXTRA


Immancabile, come al solito, il remake targato anni '00; e siccome di avarizia si muore, meglio farne due nell'arco di tre anni:


"Day of the Dead 2: Contagium" del 2005, nato come remake-omaggio all'originale di Romero e trasformato in una sorta di sequel al momento della distribuzione; ambientato in un ospedale psichiatrico, non ha un briciolo del carisma della pellicola originale, figuriamoci della sua intelligenza.


"Day of the Dead" del 2008, diretto da Steve Miner, vecchia conoscenza degli amanti degli slasher anni '80; ambientato per metà in una cittadina del Colorado e solo per pochi minuti in un laboratorio, riprende alla buona il canovaccio dell'originale per appiattirlo sui canoni dell'horror splatter più stupido e convenzionale; e anche qui, della critica sociale propria del cinema di Romero non c'è traccia (e figurarsi); in compenso nel cast ritroviamo Ving Rhames, che già aveva preso parte all'inguardabile remake di "Dawn of the Dead" nel 2004; e gli zombi centometristi... che ora si sanno pure arrampicare sui muri.

Un mese dopo l'uscita nelle sale di "Day of the Dead", esordiva nei cinema americani "Return of the Living Dead", divertente commedia horror scritta e diretta dal compianto Dan O'Bannon che si pone come sequel, remake, omaggio e parodia del capostipite della Saga dei Morti Viventi di Romero; successo globale, ha avuto finanche due seguiti ufficiali e due apocrifi, girati guarda caso anch'essi nei mitici anni '00.


giovedì 16 ottobre 2014

The Abyss

di James Cameron

con: Ed Harris, Mary Elizabeth Mastantonio, Michael Biehn, Todd Graff, Kimberly Scott.

Fantascienza/Thriller

Usa (1989)



















---SPOILERS INSIDE---

Se fino ad "Aliens" (1986) James Cameron era famoso per riuscire a dirigere ottime pellicole action-sci fi con budget tutto sommato modesti, è con "The Abyss" che il regista comincia a legare il suo nome al concetto di record; record che con questo primo film raggiunge per i costi esorbitanti: 70 milioni di dollari, praticamente la produzione più costosa fino ad allora; record per la magnificenza visiva ed estetica, inusitata per l'epoca; record per l'uso di effetti speciali; ma anche record negativi, come il gigantesco flop che la pellicola generò ai botteghini americani, per l'odio che riuscì ad insinuare nel cast, costretto a restare sott'acqua quasi fino all'annegamento, e per l'immenso sforzo logistico che costò all'epoca; e tra effetti speciali sbalorditivi e momenti ottimamente riusciti, Cameron fallisce comunque nel tentativo di dirigere una pellicola davvero memorabile.


Due sono i fenomeni "eccezionali" che hanno condotto alla produzione di "The Abyss"; da una parte la visone di "2001: Odissea nella Spazio" (1968), il capolavoro immortale di Kubrick che sconvolse la vita di un James Cameron ancora adolescente convincendolo ad intraprendere una carriera nel mondo del cinema; l'altra è il ritrovamento del relitto del Titanic: nel 1985, dopo più di 70 anni dal naufragio, le prime immagini del transatlantico più famoso della Storia fanno il giro del mondo, stuzzicando la fantasia di un Cameron oramai adulto e già fortemente affascinato dalle visoni dei fondali marini.
Le due intuizioni si fondono e nasce così la storia di "The Abyss": un gruppo di trivellatori chiamati a recuperare il relitto di un sommergibile militare che si ritrova faccia a faccia con l'ignoto. Ma parlare di semplice ispirazione è riduttivo: la pellicola di Cameron è per certi versi un vero e proprio remake del film di Kubrick, con il fondale oceanico al posto del mare di stelle infinito.


Avvenieristiche attrezzature da immersione al posto delle tute spaziali e delle navicelle, un capitano dei marines folle (interpretato da un Michael Biehn al top della forma, che Cameron avrebbe voluto premiato con l'oscar) al posto di un computer impazzito e l'abisso al posto dell'arcano monolite, ma il grosso della trama è pressocchè identico, salvo che Cameron non è Kubrick, non ha un briciolo della visionarietà filosofica del grande regista di New York e di conseguenza la sua "odissea negli abissi" è un semplice film di intrattenimento che vorrebbe avere una morale pacifista, ma che fallisce totalmente nell'intento di renderla credibile.
Poco sviluppato è il plot sui visitatori alieni ammarati nel fondale dell'Atlantico, che sembra messo in piedi giusto per dare il via alla storia e farla virare verso il fantastico. Le visioni extraterrestri di Cameron sono oroginali ed affascinanti: alieni di luce dalla tecnologia simile alle creature marine che riescono a manipolare l'acqua e che costringono Stati Uniti e Unione Sovietica ad una pace forzata, degni eredi della tradizione fantascientifica americana degli anni '50, in particolare del cul "Ultimatum alla Terra".
Ma la tensione ideologica e politica viene puntualmente lasciata fuori schermo: per tutta la durata del film non si avverte mai davvero la tensione critica tra le due superpotenze, né si riesce a dipingere uno scenario fantapolitico credibile; la tensione, in tal senso, latita e l'unica forma di coinvolgimento viene data dai singoli accidenti che colpiscono il gruppo di personaggi intrappolati nella stazione subacquea.


In questo senso, Cameron riesce perfettamente a stupire, creando situazioni sempre originali e tese nel quale "immergere" i personaggi: dagli incidenti in superficie che si ripercuotono sul fondale alla pazzia del capitano, la tensione interna alla storia non manca mai e per tutta la (lunga) durata si è sempre presi dalle disavventure del gruppo di improvvisati esploratori dell'ignoto. Questo nonostante la scrittura vacilli nella caratterizzazione dei personaggi: tolti i tre personaggi principali Bud (Ed Harris), Lindsey (Mary Elizabeth Mastrantonio) e il capitano Coffy (Biehn), tutti gli altri personaggi sono semplici riempitivi, utili solo a far procedere la storia e privi di qualunque spessore, a differenza di quanto avveniva con i marines dello spazio di "Aliens"; e non fosse per il carisma e la bravura del trio di protagonisti, anche i loro personaggi sono tutto sommato monodimensionali: il cattivo, la bella ciarlona e l'eroe rude e indomito; tutto qui, null'altro che figurine da usare per muoversi nello spazio filmico e nulla più, che, fortunatamente, riescono tutto sommato a catturare l'attenzione dello spettatore.
E quando Cameron si confronta con i temi più scottanti, come si diceva, la pellicola precipita in tutti i sensi.


Il terzo atto, con la discesa di Bud nell'abisso, è il più debole, talmente superficiale da indurre quasi al riso; il confronto con l'ignoto non viene messo in scena a dovere da Cameron: la sua regia manca di rigore e costruisce la discesa con una serie di primi piani dei personaggi che spezzano costantemente la tensione attraverso i dialoghi; l'arrivo sul fondo e la scoperta della base aliena sono così scontati e privi di vera tensione drammatica nella loro estrema linearità.


E lo"scontro" con i pacifici visitatori è semplicemente ridicolo; la paura di una guerra nucleare, dell'annichilimento totale viene esorcizzato da Cameron nel modo più scontato che ci sia: la forza dell'amore, non dell'amore tra popoli, non dell'amore tra esseri umani, ma tra marito e moglie, ossia la riconduzione della situazione umana al solo sistema di valori americano; e la presunta "morale" viene così annacquata e depotenziata totalmente da un romanticismo di riporto a dir poco stucchevole.
Ancora peggio, il confronto con gli alieni altro non è se non l'ennesima rievocazione del capolavoro di Kubrick, con l'avvicinamento di Bud alla stazione che ricalca quasi fotogramma per fotogramma l'archetipica scena del viaggio nelle stelle; e nonostante la magnificenza degli effetti speciali e la qualità del design, questo nuovo "contatto" non può vantare la stessa carica visionaria dell'originale del 1968, tantomeno la sua forza metaforica e filosofica.


Del tutto deleterio risulta, quindi, inquadrare "The Abyss" in una prospettiva "autoriale"; da questo punto di vista, le pellicole precedenti di Cameron, pur nate come meri exploit commerciali, risultavano molto più riusciti; "The Abyss", paradossalmente, è una pellicola totalmente al servizio dello spettacolo più puro e, al contempo, un delirio d'autore: un film nato come "arte"(o forse anche come semplice omaggio all'Arte, quella vera) ma che serve al suo creatore unicamente come fonte di divertimento, di sperimentazione tecnica e visiva; e su quest'ultimo piano appare perfettamente riuscita: il budget stratosferico si fa apprezzare nelle magnifiche sequenze subacquee, nelle scenografie ciclopiche e nei possenti effetti speciali, tra i quali spicca una delle prime e più riuscite animazioni in CGI della storia del Cinema (ma il record di prima animazione computerizzata su pellicola in assoluto, è bene ricordarlo, risale a "Westworld" del 1973).
Come pellicola di puro intrattenimento, "The Abyss" si può dire riuscita; ciò in cui Cameron fallisce è nel coinvolgere lo spettatore nella sua visone, nell'offrirgli qualcosa a cui affezionarsi davvero, nel far scaturire sentimenti di meraviglia che vadano al di là della semplice fascinazione; obiettivi che centrerà successivamente con lo splendido "Terminator 2- Il Giorno del Giudizio", ma che qui manca completamente.

lunedì 13 ottobre 2014

Zombi

Dawn of the Dead

di George A.Romero

con: Ken Foree, David Emge, Gaylen Ross, Scott H.Reiniger, Tom Savini.

Horror/Splatter

Usa, Italia (1978)
















---SPOILERS INSIDE---

1978, ovvero 10 anni dopo lo spartiacque de "La Notte dei Morti Viventi"; il cinema americano non è più lo stesso: la New Wave di autori formatosi sulla falsariga della Nouvelle Vague francese ha invaso Hollywood e ne ha rigenerato stili e stilemi; l'horror americano vive una sua seconda giovinezza grazie ad artisti del calibro di John Carpenter, Tobe Hooper e Wes Craven, che riprendono i topoi del cinema d'autore europeo e lo innestano nel clima di disillusione che permea l'intera società americana.
George Romero ritorna nel suo mondo fatto di morti viventi per proseguire il discorso iniziato nel decennio precedente, con una nuova e inedita consapevolezza; e grazie all'aiuto di Dario Argento, del produttore Alfredo Cuomo e degli effetti speciali di Tom Savini crea la sua opera più vivida ed amata, un seguito non solo ideale del suo precedente capolavoro, bensì la sua perfetta evoluzione.


"Zombi" comincia letteralmente "dal lato opposto" de "La Notte dei Morti Viventi", nella stazione televisiva che i personaggi in bianco e nero guardavano voracemente in cerca di informazioni; dall'altro lato, dieci anni dopo, troviamo un'umanità allo sbando, immersa nei colori vivi e pulsanti degli anni '70 che sottolineano magistralmente la loro natura sanguigna. La notte non è ancora finita: mentre alla stazione televisiva gli addetti stampa e gli ospiti si scontrano sul come arginare l'apocalisse incombente, nelle strade l'umanità più che cercare di sopravvivere, si autodistrugge: guerriglia urbana nelle forme di assedi di polizia, scontri tra tutori dell'ordine e portoricani divengono l'iperbole di quella violenza razziale urbana che, sopita nel decennio precedente, esplode nel corso dei '70 con un fragore mai visto prima; e la prevaricazione totale dei tutori dell'ordine razzisti e beceri diventa fin dalla prima sequenza una presenza molto più pericolosa ed incontenibile dei non-morti


La razza umana, messa alle strette dalla soverchiante minaccia infernale, mostra il suo lato peggiore, la sua totale idiozia fatta di arroganza e superstizione; la società comincia a collassare su sè stessa e persino gli scienziati, mostrati nel corso del film a più riprese tramite gli inserti televisivi, si dimostrano ben presto non migliori della gente comune, come arroccati nelle loro stesse ossessioni ed incapaci di comunicare con il resto della società. Il morto vivente torna così ad incarnare la paura totale e definitiva che striscia fuori dalla notte per distruggere e divorare tutto e tutti; ma questa volta il gruppo di protagonisti decide di fuggire, di non resistere passivamente all'orrore e di cercare una via di scampo dalla notte; i quattro protagonisti Stephen (David Emge), Peter (Ken Foree), Francine (Gaylen Ross) e Roger (Scott H.Reineger) fuggono dalla città, ora bastione di morte, in cerca di salvezza; e sulla loro strada faranno un incontro spiazzante: i miliziani del primo film, che ora Romero ritrae con distacco ed ironia come un gruppo di amici impegnati in una scampagnata domenicale; una categoria di persone, cioè, talmente assuefatta alla violenza da vedere la caccia all'orrore come un passatempo allegro, da concepire l'uccisione di figure umanoidi alla stregua di uno sport.
Ed è con l'arrivo al centro commerciale che l'autore disvela la sua nuova visione, pessimistica e tragica, in tutta la sua potenza.


Il Mall (all'epoca delle riprese era il più grandi di tutti gli Stati Uniti) diviene il punto di salvezza per i quattro protagonisti; un ideale nuovo eden nato dall'implosione della società dei consumi nel quale possono vivere senza lavorare o faticare, avendo a portata di mano (letteralmente, come suggerisce Roger) tutto ciò di cui necessitano; una El Dorado moderna che va conquistata dai suoi indigeni, i non-morti che lo hanno invaso e che ora rappresentano una nuova visione dell'autore. Lo zombi antropofago non è più l'emblema della paura nascosta della società borghese, ma la società borghese stessa; o per meglio dire, la società del consumo, che continua a divorare qualsiasi cosa gli capiti a tiro anche dopo la morte, in un rito eterno nel quale la fame non è più necessità effettiva, ma azione inconscia incontrollabile; i morti viventi sono i consumatori, attratti dalle luci e dai suoni del Mall come un canto di sirene, che vi si aggirano con sguardi vacui e mani pronte ad afferrare qualsiasi cosa pur di soddisfare sé stessi. Il centro commerciale diviene così ancora di salvezza e tempio di un moderno Moloch al quale gli esseri viventi e non si sacrificano, i primi in cerca di salvezza, i secondi per assuefazione totale.


I quattro protagonisti, questa volta, sono una sorta di "unicum", un personaggio unitario dato da quattro personalità distinte; Fran, la donna e primo personaggio ad essere introdotto, è il lato più debole della compagnia nei primi minuti, del tuto incapace di reagire all'orrore che si consuma innanzi ai suoi occhi; ma a partire dal secondo atto anche lei diventerà avezza al combattimento per sopravvivere sino alla fine; Stephen, il pilota, e Peter, il primo poliziotto, ereditano il ruolo di maschi alfa che nel primo capitolo apparteneva a mr.Cooper e a Ben; ma questa volta lo scontro tra i due è solo momentaneo, superato dopo la prima sortita ai piani bassi del centro: le diseguaglianze e le perplessità vengono superate definitivamente dalla collaborazione per arrivare ad un rispetto reciproco fino ad una vera e propria amicizia; Roger, infine, è il più emotivo del gruppo: all'apparenza ed inizialmente infaticabile, cederà presto all'orrore dal quale verrà divorato. Tutti e quattro rappresentano quattro facce dell'umanità: il cinismo, l'attitudine alla sopravvivenza, l'avventatezza e la disillusione; e collaborando riescono a sconfiggere lo spirito peggiore dell'uomo, quel consumismo onnipresente e strisciante per conquistare il paradiso in Terra. 
Ma poi?


Appurata l'impossibilità di una fine all'epidemia di zombi (Peter citerà un vecchio adagio vodoo, divenuto celebre, per cui "quando non ci sarà più posto all'Inferno, i morti cammineranno sulla Terra", spiegazione anch'essa pretestuosa che sostituisce la tesi fantascientifica del primo film e che ricongiunge parzialmente il morto vivente di Romero con quello della tradizione), arginata la minaccia dei redivivi antropofagi, il gruppo si ritrova a vivere come una moderna famiglia dell'alta borghesia: immersa fin nel midollo nel lusso e attanagliata dalla noia; l'istinto di sopravvivenza si è spento, al suo posto è cresciuta l'accidia più pura, nutrita dalle ricchezze del Mall; e i personaggi divengono così, volutamente, le ombre di sè stessi, soffocati nel lusso e più simili agli zombi che combattevano che ai guerrieri che furono. Per Romero quello del consumismo è un ciclo incorruttibile: non vi è differenza effettiva tra strati sociali, chiunque si trovi in una situazioni di agio è portato per sua stessa natura a divenire un imbelle, a retrocedere ad una forma larvesca dedita all'ozio più completo.


E se i quattro signori del Mall rappresentano quella parte di umanità che ha conservato la sua indole civile anche dopo l'apocalisse, i bikers che invadono il loro "regno" sono invece la perfetta personificazione del lato peggiore della razza umana. Laddove i protagonisti hanno "conquistato" i loro averi con la forza e la sagacia, i bikers invadono senza ritegno, saccheggiano, razziano e distruggono per il puro gusto di farlo. Lo scontro tra i due gruppi è inevitabile: l'uomo non riesce a rinunciare a ciò che ha "costruito" nemmeno quando sa di non poter competere con i suoi nemici, ben più pericolosi dei lenti redivivi; scoppia così la catastrofe definitiva.


Il terzo atto di "Dawn of the Dead" è anarchia allo stato puro, forse la più efficace rappresentazione dello "stato di natura" che sia mai apparso su schermo; la lotta per il dominio tra i bikers, i sopravvissuti e gli zombi si trasforma presto in un massacro totale, dove Romero e Tom Savini inventano la scena di morte più atroce e visivamente agghiacciante che si possa immaginare: uno sventramento a mani nude con conseguente divorazione delle viscere; ed è proprio la violenza grafica a farla da padrone: arti staccati, teste mozzate, nuche che esplodono e amenità assortite che rendono Romero il re indiscusso dello splatter; un "gore", il suo, che viene sempre tenuto al di sopra del limite dell'iperealismo per sfociare nel grottesco più puro, anche grazie alla ricercatezza visiva (soprattutto nei colori brillanti) e nel commento musicale ironico, che avvicinano il film alle atmosfere dei fumetti pop più truci, piuttosto che al neorealismo del suo predecessore.


E se la guerra per il dominio della "res" si chiude con una sconfitta schiacciante per i vivi, Romero questa volta decide di non concludere il film con una vera tragedia: con un colpo di scena di classe, lascia fuggire i sopravvissuti verso una meta indefinita, senza far intendere se vivranno o moriranno, dirigendosi alla cieca verso l'alba di un nuovo giorno.


Gli effetti speciali artigianali e ameni e la lettura politica e scettica dell'umanità garantiscono a questo secondo capitolo del Ciclo degli Zombi dell'autore di Pittsburgh una freschezza che ben pochi altri splatter degli anni'70 possono vantare; "Dawn of the Dead" è probabilmente il punto d'arrivo di tutta la "poetica" sul morto vivente a cui l'horror nudo e puro può aspirare; e di fatto, tutte le pellicole sui morti viventi successive si sono in qualche misura ispirate (talvolta anche solo graficamente) ad essa; lo stesso Romero con i successivi capitoli declinerà temi e personaggi in modo diverso, abbandonando momentaneamente il genere vero e proprio con il successivo "Il Giorno degli Zombi" (1985), terzo capolavoro dell'autore e capitolo più politico e disperato dell'intera serie.




EXTRA


Sono ben tre le versioni esistenti del film, tutte incluse nel cofanetto DVD edito dalla Alan Young Home Video-CVC ancora facilmente reperibile.
La versione europea, curata da Dario Argento, manca di circa 15 minuti di film, tagliati per aumentarne il ritmo e non, come si potrebbe intuire, per motivi di censura; sempre in questa versione sono presenti diverse tracce sonore aggiuntive della splendida OST composta dai Goblin, assenti nelle altre versioni.
La versione americana è la director's cut approvata da Romero, che aggiunge scene che meglio sottolineano la trasformazione dei protagonisti da sopravvissuti a edonisti. Esiste poi una versione estesa, che aggiunge alcune sequenze inizialmente eliminate dal montaggio della director's cut per motivi di durata.
In nessuna versione del film, né edizione home-video vi è però traccia del misterioso finale alternativo, nel quale i sopravvissuti al terzo atto si sarebbero dovuti suicidare; a detta di Romero, tale finale è stato girato, ma il materiale non è mai stato pubblicato in alcun modo.


Nel 1979, sull'onda del successo globale del film, Lucio Fulci diresse "Zombi 2", sequel apocrifo che gli valse persino una condanna per plagio; cult plurigenerazionale, "Zombi 2" (o semplicemente "Zombies" come è conosciuto nel resto del mondo) è un piccolo gioiello di horror splatter nostrano: teso, sanguinoso e cattivo, con un finale da antologia ed una iconografia del morto vivente ancora più terrificante di quella romeriana, che si avvicina ulteriormente alla tradizione haitiana; per chi non lo avesse ancora visto, è un must.


Nel 2004, l'immancabile remake "L'Alba dei Morti Viventi", esordio alla regia dell'odiato Zack Snyder, che, manco a dirlo, snatura completamente il capolavoro di Romero, appiattisce i personaggi su stereotipi fumettistici (nel senso peggiore del termine), elimina quasi ogni traccia dello splatter grottesco e disturbante che fecero la fortuna dell'originale e fa correre gli zombi come centometristi olimpionici, plaginado il cult di due anni prima "28 Giorni Dopo"; classico esempio remake inutile e deleterio.


lunedì 6 ottobre 2014

Sin City- Una Donna per cui Uccidere

Sin City: A Dame to Kill For

di Robert Rodriguez e Frank Miller

con: Josh Brolin, Eva Green, Mickey Rourke, Joseph Gordon-Levitt, Jessica Alba, Rosario Dawson, Ray Liotta, Powers Boothe, Dennis Haysbert, Christopher Lloyd, Jamie Chung, Christopher Meloni, Juno Temple, Stacy Keach, Lady Gaga.

Cinecomic/Noir

Usa (2014)











9 anni di gap con il primo film ed è subito flop; un caso più unico che raro, tenendo conto del fatto che il primo "Sin City" (2005) è ancora un cult amatissimo dal grande pubblico; ma la sua influenza su tutto il cinema di intrattenimento è stata immensa, facendogli perdere subito la sua carica di originalità stilistica ed estetica; perchè, pur riprendendo di peso il lavoro fatto da Warren Beatty e soci quindici anni prima con "Dick Tracy", Rodriguez e Miller riuscirono davvero a creare qualcosa di nuovo ed affascinante con quel primo adattamento degli anti-eroi e delle storie estreme di "Sin City".
Nel frattempo ci sono stati i fallimenti di "The Spirit" (2008) e la derivatività ottusa  di pellicole come "Ultraviolet" (2008) e "Number 23" (2007) a togliere carisma al chroma ray; e il tanto annunciato sequel di "Sin City" arriva con un decennio di troppo sul groppone, dopo innumerevoli chiacchere, rimandi, ritardi, progetti abortiti del calibro di "Predators" (2009) e il reboot di Conan, che Rodriguez ha di volta in volta schivato per dedicarsi alla serie di Machete e agli annunci sul sequel del suo film più amato; che di volta in volta avrebbe dovuto essere una serie televisiva, poi un adattamento del mitico "Hell and Back- A Sin City Love Story", per poi concretizzarsi, finalmente, in "A Dame to Kill For"; e alla fine, è valsa la pena aspettare?


Non paga di certo la scelta di aver voluto usare il secondo volume della serie, "A Dame to Kill For" appunto, come storia principale; non tanto per la qualità della scrittura del soggetto originale in sé, quanto per la sua estrema archetipicità;  basata sul palinsesto de "Il Postino suona sempre due volte" di Robert Cain, romanzo risalente al 1934 e punto di partenza di centinaia di adattamenti (tra i quali anche il magnifico "Ossessione" di Visconti), la vicenda di amore, morte e vendetta di Dwight (che qui ha il volto di Josh Brolin) e Ava (Eva Green) non colpisce certo per originalità; e persino i colpi di scena meno ovvi vengono neutralizzati dal fatto che il seguito del volume originale, "The Big Fat Kill", era stato trasposto nella pellicola precedente, lasciando intuire già dall'inizio quale sarà l'epilogo della storia. Dal canto loro, Rodriguez e Miller dimostrano un divertimento unico nel trasporre le pagine del fumetto su pellicola: più violenza, più azione e più erotismo che mai, che sprizzano da ogni singolo fotogramma riuscendo a non annoiare; e la regia di Rodriguez, ancora afflitta da una lentezza cronica, questa volta meglio si adatta ad una narrazione hard boiled, riuscendo davvero a creare la giusta atmosfera. A salvare definitivamente il segmento dalla noia ci pensa, al solito, l'affiatato cast, capitanato da un Brolin intenso ed ispirato e sopratutto dalla magnifica Eva Green: sensualissima in ogni singola inquadratura in cui appare, ammalia ed eccita nonostante una performance a tratti troppo meccanica.


Introduce il film il segmento "Just another Saturday Night", simpatica digressione squisitamente action con un Mickey Rourke che recupera momentaneamente il ruolo di protagonista per poi scivolare nei ranghi di comprimario per il resto della pellicola; un episodio breve, basato su un racconto apparso nell'antologia "Alcool, Pupe e Pallottole" diretto in modo convenzionale e privo di guizzi, ma che ben introduce lo spettatore alle nuove meraviglie del chroma ray, con movimenti di macchina incredibili ed effetti di luce abbaglianti, ponendo ottimamente le basi per la pellicola vera e propria.


Più interessante il primo episodio inedito del film, "The Long Bad Night", basato su di un volume mai pubblicato. Un Jospeh Gordon-Levitt ispiratissimo (come al solito) veste i panni di un misterioso giocatore d'azzardo dalla fortuna sfacciata che arriva a Basin City per sfidare niente meno che il senatore Roark (Powers Boothe). Gioco d'azzardo e violenza sopra le righe per quello che è l'episodio più interessante del trittico, nel quale il confronto al tavolo verde tra i due antagonisti viene ben sottolineato dalla regia basilare del duo di autori, regalando un'ottima atmosfera d'antan; e soprattuto riuscendo a spiazzare doppiamente lo spettatore: primo facendo apparire su schermo un Christopher Lloyd redivivo e ancora in forma, che pur confinato in un ruolo/cameo buca lo schermo; secondo, regalando un finale spietato e indimenticabile.


Ultimo episodio, il meno riuscito del trittico, è il sequel di "That Yellow Bastard", con protagonista una disperata Nancy assetata di vendetta e spinta ai limiti della pazzia. Segmento totalmente inedito, scritto da Miller appositamente per la pellicola, presenta tutti i topoi del revenge-movie: una donna sola e disperata aiutata dall'energumeno Marv, un cattivo impossibile da uccidere, di nuovo il sensatore Roark, ora promosso a vero e proprio villain, ed un piano ai limiti della follia; lineare fino allo sfinimento, questo "rape & revenge" in salsa hard-boiled si fa ricordare solo per l'estrema sensualità di Jessica Alba, dimagrita ma ancora sexy, e per un finale monco, totalmente spiazzante per la sua rapidità, tanto da far pensare ad una versione non finita del montaggio.


Al netto delle ovvietà di scrittura, non si possono poi muovere tante critiche a questo nuovo exploit del capolavoro di Miller; tutti i pregi del primo film ritornano potenziati dall'avanzamento tecnologico che si è avuto nell'ultimo decennio, ed anzi questa volta le sperimentazioni cromatiche sono meno sfacciate e meglio contestualizzate. Le tre storie scorrono via bene, senza lentezze inutili e qusta volta riescono ad amalgamarsi meglio, in una narrazione generale coesa e mai davvero frammentaria; e Rodriguez non cerca di strafare, di attirare in tutti i modi l'attenzione del pubblico, riuscendo questa volta a non infastidire lo spettaotre come accadeva nel precedente "Machete Kills". Il risultato è quindi un pò freddo, ma comunque riuscito, se si esclude il finale frettoloso, quasi inutile nella sua ovvietà e fin troppo aperto.


O meglio: inutilmente aperto; visto che a causa del grosso (e tutto sommato immeritato) flop ai botteghini, sarà difficile vedere le mitiche sagome di Miller in una terza pellicola; e purtroppo, lo splendido "Hell and Back" a quanto pare non troverà mai una sua versione tridimensionale.