L'unione perfetta tra il Free Cinema londinese e la New Wave americana, Mike Nichols è stato uno degli autori più apprezzati del cinema degli anni '60 e '70.
Rivelatosi all'attenzione di tutti grazie al cult "Il Laureato" nel 1967 (premiato con l'Oscar alla regia), Nichols aveva in realtà già creato uno splendido esempio di commedia nera e acida: "Chi ha paura di Virginia Woolf?", il più celebre gioco al massacro tra coniugi in un interno della storia del cinema. La provocazione era la su prerogativa, che avrebbe esercitato anche con il successivo "Conoscenza Carnale" (1971), nel quale fa incontrare Jack Nicholson e una bellissima Ann-Marget in un gioco al gatto e al topo a dir poco bollente. Provocazione volta a scardinare ogni convenzione, sia stilistica che tematica, tanto da inserirsi nel solco tracciato da Altman per creare un'altra memorabile satira del militarismo con "Comma 22" (1970).
Intelligente, mai compiaciuto dalle storie scandalose che portava in scena, dotato di un senso del ritmo unico, il grande autore ci abbandona a 83 anni, lasciando come testamento spirituale della sua opera due film che, dopo anni di oblio, lo hanno rilanciato nell'olimpo dei grandi registi: lo splendido "Closer" (2004) e l'irriverente "La Guerra di Charlie Wilson" (2007).
con: Arnold Schwarzenegger, Jamie Lee Curtis, Tom Arnold, Tia Carrere, Bill Paxton, Eliza Dushku, Charlton Heston.
Azione/Commedia
Usa (1994)
E' il 1994: Schwarzenegger è la più grande stella di Hollywood; nulla gli è negato dopo i successi stratosferici di "Terminator 2" (1991) e "Atto di Forza" (1990); strapagato dagli studios, ultra-amato dal pubblico e ancora dotato di un senso dell'umorismo autoironico in grado di conquistare critica e pubblico, lo scultoreo golem dallo sguardo infantile viene coinvolto dalla Fox in un progetto che, sulla carta, sembra lontanissimo dalle sue corde: un remake di "La Totale!", commedia spionistica francese campione di incassi in patria nel 1991, ossia un progetto totalmente antitetico a quelli cui di solito è protagonista.
Schwarzy aveva già preso parte a commedie di successo quali "I Gemelli" (1988) e "Un Poliziotto alle Elementari" (1990), nelle quali Ivan Reitman aveva svelato il suo lato genuinamente comico con buoni esiti (sopratutto commerciali); ma con "True Lies" il macho per antonomasia si prende per la prima volta in giro: rilegge il suo ruolo di duro in chiave ironica fino ai limiti del parodistico.
E con lo star power acquisito, Schwarzenegger riesce a portare al timone del progetto l'amico James Cameron, per quella che sarà la loro ultima collaborazione, l'ultimo grosso successo commerciale dell'attore e l'ultimo film veramente memorabile per il regista; oltre che il suo ennesimo film del record, con un budget di 117 milioni di dollari, di nuovo il più alto per l'epoca.
Budget e regia che garantiscono un divertimento unico; Cameron, in gran spolvero, crea sequenze adrenaliniche e spettacolari, trasformando il film in un susseguirsi di scontri e sopratutto inseguimenti, dove ogni spostamento diviene una sarabanda di veicoli in corsa che si scontrano, si ribaltano, esplodono e carambolano tra loro; tra tutte, è ovviamente la scena più stramba di tutto il film ad incantare: l'inseguimento con il cavallo, che culmina con Schwarzy appeso alle redini mentre penzola da un grattacielo, in un mix riuscito di tensione ed umorismo slapstick divenuto giustamente un cult.
Ma è ovviamente il tono ironico e divertito con cui tutto viene condotto a rendere "True Lies" una visione piacevole ed unica; regista e attore riprendono tutti i topoi dell'action e li rivoltano; non arrivano alla parodia nuda e pura, né alla lettura ai limiti dello sfotto stile "The Expendables", ma operano in modo più fine, trasformando l'agente della CIA simil-James Bond a stelle e strisce in un marito geloso, che imbastisce una folle operazione sotto copertura per riconquistare sua moglie; piuttosto che in una figura parodistica, Trasker è un comune eroe action con tutti i crismi: atleitco, ironico, forzuto e violento del quale viene svelato anche il retroscena familiare, quel "dietro le quinte della missione" che solitamente viene lasciato al di fuori della narrazione; il confronto con la moglie e la figlia, persone ordinarie, diviene l'humus ideale per imbastire equivoci e gelosie volte a disvelare la parte più divertente del personaggio, nonchè quella più inedita, che trasforma Trasker da 007 donnaiolo incallito a padre di famiglia geloso fino all'ossesso.
La trasformazione del topos caratteriale si fa quindi spunto per tutta la parte centrale del film, nella quale Cameron si diverte a sovvertire tutti i personaggi, trasformando il donnaiolo Simon in un imbecille sottomesso e, sopratutto, la casalinga Helen in una bomba sexy, che le curve morbide e sensuali di Jamie Lee Curtis rendono indimenticabile. E l'alchimia del cast funziona a meraviglia: Schwarzenegger regge la scena ottimamente sia nelle numerose sequenze d'azione, ma anche e sopratutto in quelle ironiche; la Curtis regala il suo ultimo ruolo "hot", imprimendosi nell'immaginario collettivo come la perfetta incarnazione della sensualità matura, Tia Carrere riprende i panni della femme fatale bondiana in chaive libica, mentre un compassato Charlton Heston si diverte ad utoparodiarsi nel ruolo del bellicoso capo della CIA.
Per 141 minuti si è scossi, ammaliati, divertiti ed incuriositi dalla perizia di Cameron e soci, che trasformano il pop-corn movie in una perfetta macchina ad orologeria, incastrando alla perfezione ogni ameno pezzo e regalandoci il loro ultimo, magnifico, exploit prima di perdersi in produzioni di second'ordine o, peggio, deliri autoriali privi di senso; e forse anche in questo "True Lies" trova una sua ulteriore valenza: il canto del cigno di una coppia che al cinema di genere ha dato tanto e che da qui in poi si perderà per sempre.
con: Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Baoutista, Bradley Cooper, Vin Diesel, Micahel Rooker, Lee Pace, Karen Gillan, Benicio Del Toro.
Fantastico/Commedia
Usa (2014)
La Marvel Studios si è ormai definitivamente imposta come la major più agguerrita e spietata di Hollywood; tra produzioni stratosferiche, set blindati, programmazione quinquennale dei film neanche si fosse in Unione Sovietica, autori coartati a lavorare con contratti capestro a confronto dei quali quelli dello Studio System degli anni '50 sembravano figli del liberalismo più puro ed un margine di libertà per i registi pari allo 0%, lo studio di Kevin Feige e soci ha praticamente trasferito la politica strozza-creatività intrapresa nell'editoria sulla produzione filmica, con esiti talvolta disastrosi, come il "Thor" di Branagh, quasi rinnegato dallo stesso autore, o i pessimi exploit dei primi due "Iron Man".
La parola d'ordine dei Marvel sembra essere quella di "successo ad ogni costo": dare al pubblico ciò che vuole vedere in produzioni grosse e roboanti, ma afflitte da un'anoressia stilistica e narrativa atroce, dove nelle canoniche due ore di durata stentano a trovare spazio sia la storia che l'azione, lasciando che tutta l'attenzione sia rivolta solo al cast di nomi noti e ai costumi sgargianti che indossano.
In un contesto del genere, un film come "Guardiani della Galassia" appare come una scheggia impazzita, una creatura che stona nel mare magnum di mediocrità propria delle produzioni standardizzate e omologate a causa di tutti i suoi punti di forza; è spiazzante, anzi tutto, il fatto che Feige decida di investire ben 170 milioni di dollari per una produzione dedicata al gruppo di "eroi" meno conosciuto di tutta la produzione editoriale Marvel; è ancora più spiazzante che a dirigere questo blockbuster estivo sia stato ingaggiato James Gunn, nato tra le produzioni orgogliosamente trash e anti-commerciali della Troma e che ha trovato successo ad Hollywood con l'irriverente "Slither" (2006) e soprattutto con l'acidissimo "Super" (2010), vero e proprio manifesto dell'anti-supereroismo infarcito di una cattiveria goliardica e iconoclastica unica. Spiazza ancora maggiormente come Gunn riesca ad impadronirsi totalmente del materiale di origine e a riplasmarlo in uno spettacolo di intrattenimento spensierato perfettamente riuscito, che, nonostante i compromessi necessari per rendere il film accessibile alle famiglie, riesce davvero a compiacere anche il cinefilo più incallito.
Che Feige abbia deciso di dare una virata più credibile alle sue produzioni lo si era già capito con "Iron Man 3" (2013), con l'abbandono del ridicolo involontario a favore di un'ironia più riuscita, e soprattutto con "Captain America: The Winter Soldier" (2014), ideale contraltare del film di Gunn; laddove il film dei fratelli Russo era un remake de "I Tre Giorni del Condor" (1975) in chiave fumettistica, "Guardiani della Galassia" altro non è se non una rielaborazione della fantascienza ironica e sarcastica di Joss Whedon; non il Joss Whedon sottotono e mainstream che la Marvel ha ghermito in "The Avengers" (2012), ma quello visionario ed ispirato dell'amatissimo "Serenity" (2006); l'avventura cosmica di natura "seria" si colora così di uno humor goliardico irresistibile, di un sarcasmo distruttivo, ma mai ridicolo o compiaciuto, in un equilibrio tra narrazione e ammiccamenti che regge bene per tutta la durata del film; merito della mano di Gunn, ovviamente, qui nelle vesti sia di regista che di co-sceneggiatore, riuscendo ad imprimere il suo tocco a tutta la pellicola.
Riprendendo i personaggi ri-creati da Dan Abnett e Andy Lenning nel 2008, e non l'originale team creato da Steve "Howard the Duck" Gerber negli anni '70 sulla scorta delle prime storie dedicate loro già nel '69, Gunn porta in scena un gruppo di anti-eroi stereotipati ma simpatici. Protagonista, l'immancabile umano tutto muscoli e battuta pronta, Peter "Star Lord" Quill (Chris Pratt), razziatore guascone e playboy; la parte femminile viene ricoperta da Gamora (Zoe Saldana, che si toglie di dosso la pelle blu di "Avatar" per un ancora più amena epidermide verde), assassina ninja e interesse amoroso di Quill, una sorta di Vedova Nera dello spazio; il possente Drax (Dave Bautista), golem spaccatutto ma dallo sguardo umano; e soprattutto i personaggi più strambi mai apparsi in una pellicola fantastica: il procione-cyborg armiere e boccalone Rocket (Bradley Cooper) e il simpatico e poetico uomo albero Groot (Vin Diesel).
L'intuizione vincente di Gunn sta nel concentrarsi proprio sul rapporto complicato e beffardo tra personaggi; la trama, in fin dei conti, altro non è se non l'ennesima "quest" alla ricerca del canonico McGuffin, in questo caso una delle Gemme dell'Infinito tanto care ai lettori Marvel più scafati; tutta la narrazione si sviluppa sul canone tracciato da mille altre commedie fantastiche, da "Ghostbusters" (1984) allo stesso "Serenity", passando per "Men in Black" (1997), con il gruppo di improbabili eroi all'inseguimento dell'artefatto prima dell'arrivo del villain di turno, qui incarnato da Roanan l'Accusatore, ennesimo megalomane in cerca di vendetta.
Il rapporto tra personaggi, pur non propriamente originale, resta comunque divertente data la loro amenità, i loro caratteri antitetici, l'impegno degli attori chiamati a recitare in motion capture o sotto chili di trucco; e persino i personaggi più improbabili come Groot o Rocket restano sempre simpatici, senza mai scadere nell'idiozia; impresa che Gunn mantiene anche nel tono generale del film, infarcito di un umorismo spinto ma mai stupido, inedito persino per il suo cinema: più leggero, mai volgare o acido, perfettamente calzante. Incalcolabili, poi, le citazioni e i rimandi con cui l'autore riempie la pellicola: dai film di Spielberg e Lucas alle visioni future di Philip K.Dick, passando per la musica pop della già mitica "Awsome Mix" e il walkman squisitamente retrò, il tutto dona, paradossalmente, un'identità forte e decisa ad un film altrimenti anonimo.
Ma per essere apprezzato appieno, "Guardiani della Galassia" necessita di uno sforzo immaginativo non facile per lo spettatore; bisogna abbandonare la parte più adulta del proprio carattere, credere che un cattivo dotato del più grande potere dell'Universo non riesca a tenere testa a cinque disperati o che delle forme di vita organiche riescano a sopravvivere nello spazio aperto, anche quando la sospensione dell'incredulità ci urla nella testa il contrario. Perché alla fin fine, tra una battuta riuscita ed una no, tra una serie di citazioni azzeccate (su tutte l'incipit ripreso da "I Predatori dell'Arca Perduta") e altre meno (il finale preso pari pari da "Ghostbusters", ma privo della sua carica apocalittica), vale davvero la pena scorrazzare per la galassia al fianco di questi strambi "Guardiani", sulla loro astronave battezzata in onore di Alyssa Milano mentre si ascoltano bombe del rock d'antan come "Moonage Daydream" o "Cherry Bomb".
EXTRA
Il cameo post-crediti è ormai diventato un must; questa volta è il turno di Howard the Duck, che intrattiene uno spassoso dialogo con Benicio Del Toro, omaggio a Steve Gerber.
Molto più difficile da notare è invece il cameo di un personaggio ancora più strambo:
Lloyd Kaufamn, fondatore, presidente regista principale della Troma, nonché mentore di Gunn, appare nella scena della prigione come uno dei reclusi; se infilare il re dello splatter trash in una produzione hollywoodiana da 170 milioni di dollari destinata al divertimento delle famiglie non è un colpo di genio, allora i colpi di genio non esistono.
con: Matthew McConaughey, Jessica Chastain, Anne Hathaway, Michael Caine, John Lithgow, Wes Bentley, David Gyasi, Casey Affleck, Matt Damon, Topher Grace.
Fantascienza
Usa, Inghilterra (2014)
Se c'è una cosa che a Nolan riesce sempre, è quella di dividere la critica ed il pubblico; tra chi lo osanna come un maestro della Settima Arte a chi lo apostrofa come un furbetto capace solo di dare al pubblico e alla critica quello che vogliono vedere, sono in pochi coloro i quali riescono davvero a dare una valutazione oggettiva e distaccata alle sue opere, di volta in volta additate o come capolavori o come fesserie; non fa eccezione "Interstellar", ritorno all'hard sci-fi del blockbuster americano che l'autore inglese riprende da un progetto abbandonato qualche anno fa da Spielberg e che riplasma su una concezione di fantascienza intelligente ed umanistica di stampo squisitamente autoriale; operazione che, a discapito dei detrattori delusi, gli riesce in pieno.
Abbandonate le influenze del cinema metropolitano di Michael Mann, Nolan si rifà alla fantascienza classica più seminale: riprende il tema del confronto tra l'essere umano e l'ignoto da "2001: Odissea nello Spazio" (1968) di Kubrick (del quale "Interstellar" può essere visto come una sorta di remake "d'autore", vista la sua struttura narrativa) e l'introspezione umanistica ed empatica dal "Solaris" (1972) di Tarkovsky; ma quello dell'autore britannico non è un semplice saccheggio di idee, né pura derivatività, quanto una rielaborazione di quanto giù fatto dai due grandi autori, nel quale inserisce tematiche proprie e per certi versi inedite.
Il fulcro concettuale di "Interstellar" è diverso da quello dei capolavori a cui si ispira: è il conflitto tra l'essere umano in quanto singolo e l'uomo come specie; un conflitto nel quale i sentimenti individuali si scontrano con le necessità collettive: la sopravvivenza della razza umana come urgenza dovuta all'esaurimento delle risorse energetiche si confronta con l'impulso di un padre, il pilota Cooper (McCounaghey) si poter riabbracciare i propri figli; il conflitto è, in sostanza, quello tra le necessità individuali e quelle universali, nel quale Nolan non prende posizioni, allontanandosi dalla tradizione di un certo cinema hollywoodiano buonista che mette al centro di tutto sempre e solo le esigenze individualistiche e i valori familiari tradizionali; perchè Cooper è sicuramente in sostanza un eroe, un impavido sognatore e viaggiatore, ma anche un personaggio i cui difetti non vengono mai nascosti né giustificati; la sua voglia spasmodica di tornare sulla Terra si scontra puntualmente con l'esigenza della missione, incarnata dal personaggio della dottoressa Brand (Anne Hathaway), fino a scomparire del tutto alla fine del secondo atto.
La fusione delle due influenze, opposte e complementari, di Kubrick e Tarkovsky è in Nolan pressocchè perfetta; la componente visionaria del film del'68 viene filtrata mediante lo stile dell'autore, che qui si fa magistralmente rigoroso; tutte le sequenze più spettacolari e grandiose non vengono mai gonfiati ad intrattenimento puro; le fughe dai pianeti inospitali, il viaggio transdimensionale nel wormhole e nel buco nero e persino i più "classici" voli nello spazio sono costruiti in modo sobrio, con inquadrature ancorate alla carlinga laterale della nave come a mimare i filmati di repertorio della NASA; l'effetto è al contempo spiazzante ed ammaliante, tra la rielaborazione fantasiosa più pura e la fisicità più estrema per donare al tutto un senso di verosomiglianza che, ancora più che in "Gravity" (2013), avvicina davvero la fantascienza al concetto di realismo.
Verosomiglianza che passa sopratutto attraverso le scelte registiche più contingenti, come l'uso di vere locations per dare forma ai pianeti alieni, e di minuature ed SFX per animare le scene di volo nello spazio; il blockbuster fantascientifico ritrova così una forma di autenticità che sembrava persa sotto le tonnallate di pixel della CGI e nella spettacolarizzazione virtuoisistica di ogni singolo effetto; prassi a cui Nolan rinuncia persino nelle sequenze e negli aspetti più "rischiosi"come nel climax con la discesa nel buco nero, dove l'autore non rinuncia al rigore quasi stoico nella messa in scena nemmeno per un istante, senza mai abbandonasi alla contemplazione del "tesseratto gravitazionale" per il mero gusto di mostrare un'immagine potente; o, sopratutto, nel design dei robots, che perdono ogni componente ludica per divenire forme astratte e funzionali, la cui caratteristica più spettacolare non è data dalle azioni, ma dal carattere estremamente umano.
Realismo che viene raggiunto definitivamente grazie alla consulenza scientifica del fisico Kip Thorne, autore delle teorie sull'unificazione tra spazio-tempo e gravità alla base di tutta la sceneggiatura, che permette ai fratelli Nolan di costruire uno script basato sui paradossi spazio-temporali senza mai cadere nella contraddizione logica o nell'improbabilità, come spesso succede alle pellicole sci-fi che giocano troppo facilmente con i concetti di relatività e nesso causa-effetto.
Più opaca è invece la rielaborazione dei temi umanitari; nel prediligere una messa in scena forzatamente classica sino ai limiti del teatrale, Nolan costruisce la relazione a distanza tra Cooper e la figlia Murph (Jessica Chastain) con una serie di sottrazioni; i momenti topici dell'abbandono, della scoperta della crescita e del ricongiungimento finale vengono costruiti affidandosi totalmente alle ottime prove degli attori, in particolare di McCouneghy, che nella scena del videomessaggio "in differita" dimostra una capacità di concentrazione unica nel suo genere. Ma al di là di queste tre scene, tutta la narrazione riguardo ai concetti di nostalgia e del terrore dell'abbandono vengono lasciati ai dialoghi con Brand ed il resto dell'equipaggio, risultando fin troppo didascalici e noiosi, finendo per appiattire persino la caratterizzazione dei personaggi stessi, che a tratti divengono dei semplici clichè.
E' inutile e deleterio cercare poi altri paragoni con i titoli di riferimento: "Interstellar" non è e non vuole essere un nuovo "Odissea nello Spazio", né un nuovo "Solaris"; Nolan si limita a riprendere l'eredità dei lavori del maestri del passato e a riarrangiarla in chiave moderna, filtrandola mediante il suo stile, sottraendo la liricità del primo e la sensibilità del secondo per creare qualcosa di sicuramente non nuovo, ma di riuscito.
Di suo, "Interstellar" è una pellicola sci-fi intelligente e di sicuro fascino; non solo le teorie di Thorne restano intriganti, ma anche il futuro inventato da Nolan è inquietantemente credibile: un mondo privo di risorse nel quale l'umanità ha accettato la propria fine ripegando verso l'oscurantismo ed involvendosi ad una società simile a quella americana antecedente la II Guerra Mondiale. Ed è in questa intelligenza di fondo che sta il vero valore del film di Nolan: nel saper dare qualcosa di interessante e divertente senza tediare o scadere nello spettacolo fine a sé stesso; operazione che solo i grandi registi sanno fare.
EXTRA
Al di là delle citazioni più erudite e dei rimandi più impegnati, allo spettatore più navigato non saranno sfuggiti due richiami che Nolan fa alla cultura pop più mainstream; tra i libri presenti nella biblioteca di Murph spunta una copia del capolavoro di Stephen King "The Stand" (in Italia "L'Ombra dello Scorpione"), anch'esso incentrato sull'estinzione della razza umana a seguito di un'epidemia mortale.
Più diretta è invece la citazione più spiazzante di tutto il film: la spiegazione del funzionamento del wormhole fatta dal personaggio di Romily a Cooper è ripresa da quella fatta da Sam Neill all'equipaggio dell'astronave del film "Event Horizon" (1996), fanta-horror anch'esso incentrato su un viaggio intergalattico effettuato mediante un buco nello spazio-tempo; vedere un film del Re del Trash mainstream Paul W.S. Anderson citato in un film di Nolan è forse il momento più genuinamente agghiacciante di tutto il film.
con: Susan Sarandon, Geena Davis, Harvey Keitel, Michael Madsen, Brad Pitt, Stephen Tobolowsky, Christopher McDonald, Timohty Carhart.
Drammatico
Usa, Francia (1991)
---SPOILERS INSIDE---
Ritrovato in parte lo smalto di un tempo e il favore del pubblico con "Black Rain" (1988), Ridley Scott si afferma definitivamente come mestierante ad Hollywood, dove si avvicina sempre più spesso a progetti genuinamente "alimentari" che ne comprometteranno ben presto la carriera; prima di finire nel baratro degli autori sfiatati e dimenticati, Scott riesce però a dirigere un ultimo progetto personale: "Thelma & Luoise", il più grande inno all'emancipazione femminile che Hollywood abbia mai visto, nonchè il suo ultimo vero cult.
Progetto che come nella migliore tradizione del regista britannico ha una genesi lunga e travagliata; entrato in cantiere ufficialmente nel 1980 sulla base dello script dell'esordiente Callie Khouri, il film avrebbe visto Scott come produttore esecutivo e la sceneggiatrice come regista; ma a causa della scarsa considerazione da parte degli studios, il progetto si arena per quasi 10 anni, trascorsi i quali Scott decide di riprendere in mano la bella sceneggiatura dell'autrice (che poi sarà premiata con l'Oscar) per dirigerlo personalmente; e dopo una pre-produzione di quasi un anno, l'autore trova in Susan Sarandon e Geena Davis le perfette incarnazioni delle sue due anti-eroine.
Perchè "Thelma & Louise" è un film che vive grazie ai volti e ai corpi delle due grandi attrici, della loro bellezza solare e decisa, dell'alchimia unica che si instaura tra le due, che sembrano nate appositamente per incarnare due personaggi opposti e speculari.
Louise, la donna più matura, responsabile e forte, scafata sin nell'anima da un passato fatto di violenza dalla quale fugge e decide freddamente di vendicarsi; Thelma, la più giovane e naif, inesperta ma solare, una donna che non ha mai vissuto una vita vera, ma una semplice esistenza rinchiusa tra le mura domestiche. Il viaggio delle due amiche diviene liberazione dal tabù che vorrebbe la donna come moglie fedele e servizievole, oggetto sessuale da sottomettere e figura ancillare da denigrare. Viaggio che proprio a causa della violenza maschile si trasforma prima in un incubo, poi in un atto di ribellione consapevole verso una società che schiaccia la donna e la umilia.
La violenza dello stupratore Harlan (Timothy Carhart) è la violenza insensata di un essere che si crede superiore alla sua controparte di genere; superiorità intrinseca nel ruolo dominante del maschio nella società americana (e non solo) che si sostanzia nella sottomissione totale della donna; l'atto di ribellione non può, di conseguenza, che passare attraverso la medesima violenza, unico mezzo comprensibile da parte di una categoria in grado di esprimersi unicamente atti di sottomissione.
Ma il femminismo duro e puro di Scott e della Khouri non è misantroposmo cieco e compiaciuto come quello di pellicole più recenti (su tutte l'improponibile "I Ragazzi stanno bene" della Cholodenko), ma un atto d'accusa alla società maschile in quanto insieme di regole e abitudini; il mondo di "Thelma & Louise" è si popolato per lo più da figure maschili grette, stupide ed ossessionate dal sesso: l'idiota Darryl (Chistopher MacDonald), sciatto e sfatto marito di Thelma, che le nega la sua femminilità rinunciando al suo ruolo di padre per ricoprire esclusivamente quello di marito-padrone; il bel guascone J.D. (Brad Pitt), ragazzaccio bello e affascinante, ma interessato solo al sesso e ai soldi; e lo strambo camionista sciovinista, vero e proprio coacervo di tutta il peggiore esibizionismo maschile.
Ma al contempo, la vita e l'avventura delle due fuggiasche è illuminata da due figure maschili salvifiche, che incarnano le migliori virtù del maschio: Jimmy (Michael Madsen), compagno abituale di Louise, rude ma innamorato e pronto a tutto pur di aiutare la sua donna; e il poliziotto Hal (Harvey Keitel), incarnazione della vis comprensiva e simpatetica, in grado comprendere lo stato d'animo di chi ha subito la violenza senza condannarla.
Due figure che incarnano il lato migliore della società patriarcale; due figure purtroppo isolate all'interno di un sistema che non fa sconti; il viaggio verso la libertà si trasforma così in fuga verso il nulla, atto di ribellione fine a sé stesso, ma ugualmente furioso; Thelma e Luoise sfrecciano lungo le highways dell'ovest americano verso una meta irragiunngibile, proprio come i Sailor e Lula di Lynch facevano giusto un anno prima; sulla Thunderbid verde, auto simbolo di individualità e affermazione di sé, attraversano il cuore più puro dell'America, fino alla Monument Valley, il luogo cinematografico maschile per antonomasia che per la prima volta viene associato alla liberazione del genere femminile.
Un viaggio che ad ogni tappa accresce la consapevolezza di sé delle due donne: Thelma matura in una donna coscienziosa e non più ingenuamente attaccata alla sua compagna maggiore; e Louise sconfigge la sua paura di una vecchiaia di rimpianti rinunciando ai riti e ai simboli propri del suo status di donna matura: si sveste dei trucchi, degli anelli e delle collane per ritrovare una femminilità più rude e autentica.
E' il viaggio in sé stesso a diviene catarsi, con la vendetta contro i simboli stessi dell'oppressione maschile; dapprima, il poliziotto "nazista" che vorrebbe arrestarle viene a sua volta arrestato ed umiliato, spogliato della sua immagine di duro e ridotto alle lacrime; in ultimo, la figura ricorrente del camionista sboccato viene punito come un bambino, sbeffeggiato dagli oggetti del suo stesso desiderio. E il mito dell'amicizia virile viene qui trasportato in un contesto femminile, cucito addosso alle due amiche che così si trasfigurano in eroine western in abiti moderne, in una sovversione del'immaginario tipico volto ad affermare la loro dignità accostandole alla tradizione cinematografica americana più pura.
Nel portare in scena le pagine della Khouri, Scott riesce ad evitare così i manicheismi e a contenere gli aspetti più improbabili della vicenda ricorrendo al registro della commedia, che alleggerisce i passaggi più forzati.
Leggerezza che però si va via via stemperando, per arrivare ad un finale amaro, ma trionfale; nell'autodistruzione, le due donne trovano la piena e totale affermazione di sé stesse: rinunciano a tornare ad uno status di paria, voltano le spalle alla comprensione del poliziotto Hal, che fatalmente le raggiunge troppo tardi, sconfessano la negatività delle proprie azioni per affermare la loro dignità; non la semplice dignità di donne o amiche, ma di esseri umani; in un atto che Scott decide di congelare in eterno in uno dei freeze-frames più belli e commoventi di tutta la Storia del Cinema.
con: Alan Van Sprang, Kathleen Munroe, Kenneth Welsh, Julian Richings, Richard Fitzpatrick, Athena Karkanis, Eric Wolfe.
Horror/Commedia
Usa, Canada (2009)
Se la prima trilogia dei Morti Viventi di Romero è formata da tre capolavori indiscussi, altrettanto non si può dire della seconda; cominciata bene con "Land of the Dead" (2005), proseguita ancora meglio con lo sperimentale "Diary of the Dead" (2007), si conclude con questo "Survival" che non solo rappresenta il capitolo più debole di tutta la saga, ma anche uni dei peggiori esiti nella carriera di George Romero.
L'idea alla base del film è già di per sè stessa sbagliata: introdurre il concetto di guerra nella serie; trovata da biasimare non tanto per il tema in sé stesso, ma per il semplice fatto che le medesime posizioni dei due antagonisti O'Flynn e Muldoon erano già state sviscerate dall'autore in "Day of the Dead": nella pellicola dell' '85 erano le posizioni adottate dagli scienziati contro quelle dei militari, ossia comprendere e addomesticare la piaga dei morti contro la loro totale disintegrazione.
Al di là della scarsa originalità del tema di base, è il modo in cui Romero lo sviluppa a deludere: tutti i personaggi sono monodimensionali, non hanno carattere né carisma e sono semplici motori per la classica storia di assedio, che questa volta si svolge nuovamente in un luogo isolato, l'isola di Plum; luogo a cielo aperto e unica nota originale di tutto il film.
Ancora meno riuscita è l'idea di condire l'intera vicenda con uno humor grottesco che mal si concilia con il tema di base; umorismo che Romero non sa dosare, né concepire, facendolo scadere spesso nel ridicolo e nel patetico.
E i punti di forza delle sue regie precedenti qui sono scomparsi: il gore è ridotto all'osso, il ritmo latita e nonostante la breve durata si fa davvero fatica a non annoiarsi.
Peggio ancora, quando le istanze del cinema di intrattenimento vengono meno e Romero tenta di ridare serietà a fatti e situazioni, non fa altro che darsi la zappa sui piedi: non ci si sconcerta più della figura del morto vivente usata come doppio dell'essere umano, qui vittima di una guerra senza senso; e le metafore sul razzismo, sulla misoginia e sulla violenza atavica nella società statunitense sono posticce e non riescono mai a colpire la mente dello spettatore.
Come se tutto questo non fosse già di per sé stesso abbastanza, lo scarso budget a disposizione si nota negli orridi effeti in CGI usati per le poche scene splatter al posto dei normali effetti prostetici, forse per risparmiare qualche dollaro; mai scelta fu meno azzeccata: la computer graphic è palesemente falsa e attaccata alla bene e meglio al girato, aumentando ulteriormente il tasso di ridicolo involontario ogni volta che entra in scena.
Alla fine della visione si è disorientati: è questo davvero un film di Romero o l'opera di un mestierante manierista? Il grande regista dimostra di aver perso smalto estetico e carica provocatoria, non colpisce né stupisce. Ed è un vero peccato, visti i precedenti, ottimi, exploit della sua saga.
Saga che, fortunatamente, si conclude con questo sesto, sciatto, capitolo solo sul Grande Schermo; i morti di Romero, abbandonata la pellicola, trasmigrano ufficialmente sul media fumettistico nel settimo, ideale, capitolo della serie: "L'Impero dei Morti", miniserie scritta da Romero e disegnata da Alex Maleev, ben più riuscita di questo ultimo film della serie.
con: Arnold Schwarzenegger, Edward Furlong, Linda Hamilton, Robert Patrick, Joe Morton.
Fantascienza/Azione
Usa, Francia (1991)
Può un blockbuster creare emozioni vere? Dopo la caduta dallo stato di grazia delle grosse produzioni made in Usa, è ancora possibile divertire in modo intelligente? In sostanza, una produzione colossale può riuscire a dare allo spettatore qualcosa in più di un pugno di minuti di puro svago?
Vedendo le odierne mega-produzioni, la risposta può essere solo negativa; non che all'epoca in cui uscì il sequel del cultissimo "Terminator" (1984) le cose fossero poi tanto differenti: sequel roboanti e privi di mordente quali quelli di "Rocky" e "Rambo", cloni di pellicole vecchie di decenni come la sequela infinita di film su James Bond, e lo stesso Cameron che annegava (sè stesso ed Ed Harris) nelle sue ossessioni con "The Abyss"; l'unica speranza per l'intrattenimento intelligente proveniva dalle grosse produzioni affidate a veri e propri autori: le trasposizioni di "Batman" (1989) e "Dick Tracy" (1990) o il "Dune" (1984) di Lynch e gli exploit americani di Paul Verhoeven "RoboCop" (1987) e "Atto di Forza" (1990), che giusto un anno prima aveva anticipato i record che la pellicola di Cameron avrebbe di lì a poco infranto.
Perchè proprio "Terminator 2" si impose fin da subito come un record assoluto: maggiore incasso della stagione, tra i maggiori incassi di sempre, uno dei film più amati e citati dell'intera storia del cinema americano e non; ma anche la più grande produzione della storia di Hollywood, con 100 milioni di dollari di budget; e sopratutto, un film che come il suo protagonista ha un corpo artificiale, ma un cuore umano.
"Terminator 2" è sicuramente una pellicola ascrivibile all'action più che alla fantascienza vera e propria: ancora più che nel suo predecessore, a farla da padrone sono gli inseguimenti e le sparatorie, piuttosto che la storyline in sé per sé; trama che, pur nella sua costruizione solida, crea il paradosso temporale più famoso dell'intera storia della Settima Arte, che fortunatamente non infrange la sospensione dell'incredulità solo grazie alla regia incalzante e fantasiosa.
Eppure, e paradossalmente, "Terminator 2" è anche un film fatto di personaggi, costruito su di loro piuttosto che sull'azione fine a sé stessa; personaggi che qui, nella migliore tradizione della fantascienza hardcore, sono volti ad esplorare il complesso rapporto tra uomo e macchina.
Da una parte c'è lui, il Terminator, il cyborg cinematografico per antonomasia che, svestiti i panni del villain, si ritrova ad indossare quelli, all'epoca inediti, di angelo protettore; una macchina chiamata ad agire come un uomo, che si toglie di dosso i rimasugli della filosofia iperviolenta del genere anni '80 per comprendere il valore della vita umana in un finale struggente, che muove facilmente alla commozione; commozione per un cyborg con il volto da golem di Schwarzenegger, prova di come un personaggio ben caratterizzato valga molto di più della sola presenza scenica e delle capacità recitative del suo interprete.
Dall'altra Sarah Connor, trasfigurata in una guerriera androgina spinta dal proprio istinto materno alla violenza; una donna che non ha più fede nell'essere umano, del quale riesce a percepire solo il lato più distruttivo: il suo sogno sull'olocausto atomico è a tutt'oggi una delle visioni apocalittiche più vivide e terrorizzanti mai apparse su schermo; ma Sarah è al contempo una madre, per la quale la vita umana è il più sacro degli elementi; e sceglie la violenza non per vendetta, ma come strumento lucido per preservare quella vita che tanto ama.
Oggetto della furiosa caccia all'uomo è questa volta John Connor, che un esordiente Edward Furlong incarna come il tipico ragazzo della Generazione X: imbelle, a tratti cattivo, privo di risvolti positivi, riesce però a mostrare il suo lato più umano proprio nella relazione con il Terminator, sua figura paterna putativa "più umano di molti molti altri umani", al quale insegna il valore della vita. E, sopratutto, che riesce a dare un ritratto lucido e un pò divertito di una generazione allo sbando, priva di ideale ma, in cuor suo, ancora lontana dalla disuamanizzazione vera e propria.
Mentre il ruolo del villain viene letteralmente cucito addosso al T-1000, che Robert Patrick tratteggia in modo freddo, rendendolo ancora più inquietante del cyborg di Schwarzennegger; se quest'ultimo era un killer inarrestabile e colossale, il T-1000 è assassino silenzioso e letale, capace di mimetizzarsi nella folla ed assumere l'aspetto di chiunque, ideale contraltare della violenza cieca del suo alter-ego.
Proprio le animazioni del T-1000 sono la punta di diamante dell'intero film: ancora oggi realistiche (anzi, più verosimili di molta CGI recente), all'epoca sbalordirono il pubblico per la loro resa; per la prima volta, l'effetto speciale digitale diventa un vero elemento narrattivo (come avveniva con gli SFX nel cinema di Croneneberg e Carpenter): non un semplice effetto per animare una trasformazione come avveniva in "Willow" (1988), ma un vero e proprio personaggio al quale l'effetto speciale dà una caratterizzazione al pari del suo interprete, anni prima degli exploit di "Star Wars- Episodio I" e "Le Due Torri".
Ma gli sbalorditivi effetti speciali non si limitano alla sola computer graphic; ogni singolo effetto usato nel film raggiunge, grazie alla maestria di Stan Winston e agli alti valori produttivi, lo stato dell'arte: le miniature e gli animatronici usati nel prologo creano un'illusione perfetta, il futuro da incubo del primo film trova un nuovo corpo, ancora più credbile e dettagliato; il sogno di Sarah, forse la scena più memorabile di tutto il film, è la rappresentazione della guerra nucleare più vivida e verosimile mai apparsa su schermo; il make-up del T-800 è talmente realistico da credere che sotto la pelle di Schwarzenegger ci sia davvero un cyborg; e sopratutto gli stunt, girati tutti rigorosamente dal vivo e spesso dagli stessi attori, creano sequenze action al fulmicotone e dalla fisicità oggi inusuale, prova di come il lavoro in-camera sia sempre e comunque superiore di quello in post-produzione, retaggio di un cinema oramai scomparso.
Sarebbe quindi facile affermare che "Terminator 2" è un sequel in tutto e per tutto superiore al suo predecessore; facile e anche ingiusto: il primo film venne girato con meno di un decimo del budget del secondo, con una crew agli effetti visivi meno numerosa e con effetti speciali ancora involuti; proprio per questo, per quel suo alone da B-Movie, resta una pellicola ancora affascinante e tecnicamente migliore del suo seguito.
"Terminator 2" resta però il perfetto esempio di sinergia tra istanze spettacolari e gusto del racconto, tra tradizione dell'intrattenimento e volontà di sperimentazione tecnica, ossia il perfetto blockbuster estivo capace, di regalare emozioni vere e durature anche allo spettatore più incallito.
EXTRA
L'epilogo poetico e sinistro con la voce-off di Sarah non era inizialmente voluto da Cameron e fu imposto dai produttori percreare un eventuale terzo capitolo della saga (arrivato solo nel 2003); il finale girato e voluto da Cameron è questo: