sabato 11 luglio 2015

China Girl

di Abel Ferrara.

con: Richard Panebianco, James Russo, Sari Chang, David Caruso, Russell Wong, Joey Chin, Judith Malina, James Hong.

Drammatico

Usa (1987)

















E' un dato di fatto assodato da almeno un secolo come nella società nordamericana esista un rifiuto totale del concetto di "Meltin' Pot"; non è stato, in sostanza, possibile creare un'unica etnia nella quale confluissero tutte quelle degli immigrati che nell'arco degli ultimi duecento anni hanno dato vita al sostrato civile ed antropologico yankee. Tutt'altro: nelle metropoli, ogni singola comunità è tutt'oggi organizzata come un mondo a sé stante, nel quale le tradizioni della madrepatria si riaffacciano in modo distorto, quasi grottesco, a voler creare un'identità forte, dalla quale molto spesso è difficile staccarsi.
Identità che porta ogni singolo quartiere a divenire una fortezza che rifiuta qualsiasi influenza esterna, che non sia naturalmente quella dei caratteri comuni delle tradizioni americane di impronta WASP; ed anzi: il concetto nordamericano di identità culturale porta spesso ad uno scontro frontale tra culture originariamente separate da miglia di distanza, ma che si ritrovano a convivere nella medesima zona.
E' il caso della comunità italiana e quella cinese, originariamente separate dal "milione di miglia" di Marco Polo, ma che a New York si ritrova divisa unicamente da Canal Street, vera e propria trincea che divide Little Italy da Chinatown.
Il giovane Abel Ferrara si muoveva proprio tra quei vicoli e quelle stradine spesso sporche del sangue di gang "etniche", testimone della violenza insensata che scaturiva dalla non comprensione; e con "China Girl" decide di dare uno spaccato dell'ottusità di quelle gang, in particolare dei giovani teppisti la cui identità culturale portava spesso a tragedie immani.


Gli spunti di partenza sono famosi e facilmente riconoscibili: "Romeo & Giulietta", con la storia d'amore maledetto tra due ragazzi appartenenti a realtà inconciliabili, e "West Side Story" (1961), che già portava il capolavoro del Bardo tra le strade di Manhattan; ma Ferrara, come ogni grande artista, non si limita riprendere il calco e a riproporlo, anzi ne sovverte il canone lasciando la storia dei giovani Tony (Richard Panebianco) e Tye (Sari Chang) sullo sfondo, per concentrarsi sul furioso scontro delle due etnie.
Muovendosi sempre da un ottica di genere, Ferrara mischia il melodramma con il thriller metropolitano e descrive le strade di Manhattan come una versione un attimo più verosimile di quella vista ne "I Guerrieri della Notte" (1979): gang divise per razza che si massacrano per il territorio. La violenza viene cucita addosso ai membri più giovani: l'intolleranza diviene questione di identità culturale, che i giovani teppisti in erba utilizzano per fare strada; la scissione con la vecchia generazione, per Ferrara, è totale: i gangster più anziani sono consci della follia insita nell'uccisione coatta del "diverso" e preferiscono fare affari con i loro presunti avversari, laddove per i sottoposti, la futura "generazione di comando", il razzismo è un elemento insopprimibile.


In tale ottica, l'amore dei due novelli Giulietta e Romeo diviene vittima sacrificale: elemento inconcepibile che viene distrutto a causa della totale incomprensione tra le due culture; mentre la violenza, sia essa totalmente distruttiva o punitiva, trionfa sempre, in un finale cupo e commovente. Essa diviene elemento naturale della società, con morti ammazzati che penzolano dai pali della luce ed omicidi punitivi commessi in un'atmosfera ai limiti dell'horror.


Stranamente, "China Girl" viene sovente definito come un'opera minore nella filmografia del grande autore newyorkese; nulla di più sbagliato: le immagini che qui crea sono sfolgoranti, tra le migliori del suo primo periodo; la violenza viene descritta in modo crudo, privo degli abbellimenti "gore" di "Fear City" (1984)  o "The Driller Killer" (1979), prosciugata di tutta la sua componente estetica per divenire puro dolore fisico; tant'è che quell'ultima, iconica e straziante immagine dei due amanti massacrati eppure ancora innamorati, entra di diritto nell'immaginario del cinema metropolitano americano.
Ed è a qui che Ferrara comincia a riconcepire il genere in chiave squisitamente personale, piegando tutte le esigenze commerciali alla narrazione personale, come farà nei suoi successivi capolavori "Il Cattivo Tenente" (1992) e "Fratelli" (1996).

R.I.P. Omar Sharif






1932-2015

Oggi sono forse in pochi a ricordarlo davvero, ma Omar Sharif merita davvero un posto speciale nell'Olimpo dei grandi attori.
Nato ad Alessandria d'Egitto, Sharif esordisce nel cinema locale ed in piccole produzione medio-orientali, ma trova subito la fortuna grazie a David Lean: il ruolo del rude sceriffo Alì in "Lawrence d'Arabia" (1962) gli vale un oscar e lo status di divo. Sempre Lean, tre anni dopo, lo dirige come protagonista nel capolavoro "Il Dottor Zivago", mostrandone la sua forte eccleticità, ribadita con "Funny Girl" (1968).
Il suo volto dai lineamenti rudi gli permette di guadagnarsi un posto d'onore tra i caratteristi di Hollywood, ma lui preferisce alternare la carriera d'attore con quella di giocatore di poker, che gli vale diversi riconoscimenti internazionali. Fino a riprendere il suo ruolo di caratterista di lusso in grosse produzione americane e in modeste produzioni italiane.
Come sempre, vale la pena ricordarlo con alcuni dei suoi ruoli più rappresentativi.




"Lawrence d'Arabia" (1962)







"Il Dottor Zivago" (1965)






"C'era una Volta" (1967)





"Funny Girl" (1968)





"Top Secret!" (1984)



lunedì 6 luglio 2015

Burying the Ex

di Joe Dante.

con: Anton Yelchin, Alexandra Daddario, Ashley Greene, Oliver Cooper, Stephanie Koeing.

Grottesco

Usa (2014)

















Uno dei peccati imperdonabili commessi da Hollywood è quello di aver obliato Joe Dante; la Mecca del Cinema, si sa, è sempre generosa con i giovani cineasti affiatati, e Dante, negli anni '80, era uno dei più promettenti autori che varcarono la soglia del B-Movie per imporsi come creatore visionario e folle, al pari di altri suoi amici e colleghi del calibro di John Landis o George Miller, anch'essi guardacaso spariti a seguito della collaborazione con Steven Spielberg.
Ma a differenza dei padri di "Mad Max" e "The Blues Brothers", Dante aveva una visione compatta, che si rifaceva all'immaginario americano anni '50 e all' horror europeo per trasfigurarlo verso il grottesco più acido al fine di smantellare il falso buonismo imperante; non è un caso, di fatto, che il suo esordio "L'Ululato" (1981) sia un horror senza compromessi, nel quale la bestialità umana viene ritratta tramite l'icona del licantropo, che incarna il lato più oscuro dell'uomo e della donna. Ma il cuore di Dante batte al ritmo dello sberleffo, della pernacchia distruttiva che ha le forme dei "Gremlins" (1984), la sua creatura più famosa e rappresentativa, vero e proprio inno distruttivo ad ogni forma di buonsenso fasullo. Visione caustica che, malauguratamente, trova un limite nei flop di "The Burbs" (1989) e "Matinee" (1994), nerissimi saggi sulla paranoia dell'americano medio, che al botteghino si rivelarono veri e propri bagni di sangue.
Alienatosi l'amicizia di Spielberg sul set del costoso e malriuscito "Small Soldiers" (1998), Dante resta sospeso nel limbo dei grandi registi americani degli anni '80 esiliati da Hollywood a causa della loro vena sarcastica e cattiva, oramai del tutto inconciliabile con le istanze di un cinema commerciale sempre più bigotto e idiota; limbo dal quale fuoriesce solo grazie al circuito indie, che gli permette di dirigere "The Hole"(2009) e ora "Burying the Ex", saggio al vetriolo sulla guerra dei sessi smaccatamente misogino, girato con pochi mezzi e purtroppo anche poca ispirazione.


Lo script di Alan Trezza altro non è se non una versione estesa di un suo cortometraggio del 2008; cosa lo abbia portato all'attenzione di Dante piuttosto che di un qualsiasi regista alle prime armi non è dato saperlo, fatto sta che la poca dimestichezza dell'autore con la scrittura è evidente. Tutti i personaggi, ossia quattro, sono piatti e stereotipati: Max è il classico bamboccione dal cuore d'oro, suo fratello Travis il ciccione sboccato, mentre le ragazze Evelyn e Olivia semplici incarnazioni dei concetti di Eros e Thanatos elevate all'ennesima potenza; e su schermo la scelta del cast paga grazie al talento degli attori, ma rende i personaggi ancora più caricaturali; perchè Anton Yelchin ha sicuramente talento, ma è ormai entrato nel typecasting di "sfigatello alle prese con il soprannaturale" dopo aver interpretato "Fright Night" (2009) e "Odd Thomas" (2013), tanto che ritrovarlo contro uno zombi era quasi scontato. Ashley Greene come la rediviva Evelyn paga sicuramente: con il suo fisico scheletrico e le sue curve è credibilissima nei panni della zombi infoiata; e la sua controparte Alexandra Daddario è altrettanto credibile nei panni della ragazza ideale; fin troppo, visto che ad una caratterizzazione da ragazza semplice e simpatica apporta un fisico da urlo, creando un'abominazione di perfezione.


L'intero arco narrativo è semplice e scontato, nulla più se non una disanima della guerra dei sessi combattuta dalla parte del maschio; è sicuramente facile anche per il pubblico femminile identificarsi in Max, ragazzo sensibile e onesto che si ritrova con una ragazza affetta da manie ossessivo-compulsive, votata all'ecologismo snob un tanto al chilo e del tutto incapace di comprendere le necessità del partner.
L'unico punto di interesse è dato dalla cattiveria, dovuta forse più all'intervento di Dante che alla sceneggiatura; l'odio viscerale verso il personaggio di Evelyn non è mai celato: è una stronza insensibile in grado solo di pensare ai propri bisogni; l'unico momento di lucidità le viene affidato poco prima della sua dipartita, ma più che per una forma di riconciliazione verso il pubblico, sembra esistere unicamente per cercare di dare una pretenziosa tridimensionalità al personaggio.
Cattiveria che di certo non risparmia neanche il personaggio di Max, tanto che inizialmente il ritorno della ex viene caratterizzato più come un castigo divino: Evelyn-zombi torna dall'ex in preda ad una irrefrenabile pulsione erotica, come una personificazione dei più bassi istinti maschili celata in un corpo putrescente. Ma ben presto la caratterizzazione varia e si adagia nuovamente sullo stereotipo della fidanzata possessiva, vanificando ogni possibile metafora psicoanalitica e misantropica.
Sempre merito del solo Dante è anche la cinefilia che abita in ogni singola scena, con Mario Bava che viene elevato da semplice regista di culto a vero e proprio "personaggio fantasma", tanto è alto il numero dei rimandi espliciti.



Cinefilia e cattiveria che alla fin fine non riescono a risolevare le sorti dell'operazione: complici anche gli scarsissimi valori produttivi, "Burying the Ex" è scialbo e noioso, forse l'esito peggiore di tutto il cinema di Dante.

sabato 4 luglio 2015

Sei Donne per l'Assassino

 di Mario Bava.

con: Cameron Mitchell, Eva Bartok, Thomas Reiner, Ariana Gorini, Dante DiPaolo, Mary Arden.

Thriller

Italia, Francia, Monaco (1964)



















Dopo aver rinvigorito il gotico classico con "La Maschera del Demonio" (1960), Bava, nel '64, si cimenta, per la prima volta nella forma del lungometraggio, con il thriller, dandone una personale rilettura che, pur partendo da autori "classici" quali Hitchcock e Clouzot, reinventa di punto in bianco l'intero genere. "Sei Donne per l'Assassino" è infatti il capostipite di quell'intenso filone di "thriller all'italiana" destinato a fare scuola e ad imporsi come nuovo termine di paragone per i decenni a venire.




La trama di "Sei Donne", a differenza di quanto accadrà con quasi tutti i film del filone, è semplicissima e lineare: un killer mascherato uccide le belle modelle di un atelier alla moda. Stop, nient'altro: la struttura del thriller viene ridotta all'osso, scontornata dai colpi di scena, ora due in tutto, di cui uno anche volutamente "telefonato"; l'enfasi viene posta non tanto sul chi uccide le ragazze, ma sul come.
L'esecuzione dell'uccisione si carica di una violenza grafica inusitata (per l'epoca) ed appaiata con le forme sensuali delle attrici, in un gioco di eros e thanatos al pari di quello de "La Maschera del Demonio" che anche qui riesce a rendere morbosa la visione dei delitti.
Ma la violenza di Bava non è gretta o iperrealista, si basa anzi su di una visione stilizzata, quasi onirica della morte, dove la scena del crimine è investita di luci innaturali, con i rossi e verdi che si alternano a creare una realtà da incubo ad occhi aperti; stilizzazione che si compie definitivamente nella ricerca estrema della costruzione della tensione, talvolta creata mediante il classico climax, talaltra smontata nelle sue componenti essenziali e ricercata mediante l'effetto shock.






Elementi essenziali che si cristallizzano ora e per sempre su pellicola: nasce il "Giallo", una versione più artefatta e stilizzata del canonico thriller, che pur basandosi sul canonico modello del "whodunnit", vi si distanzia per la ricercatezza formale estrema (in Italia il filone sarà semplicemente conosciuto come "thriller all'italiana", dato che storicamente il termine "giallo" si rifà a tutta la letteratura del brivido da Arthur Conan Doyle in poi).






Elementi che rendono il film di Bava tutt'oggi godibile, nonostante l'esile intreccio e il ritmo talvolta troppo lento.
Oltre, naturalmente, alla consueta attenzione del grande regista per la messa in scena, che qui ci regala, oltre ai capisaldi su citati, anche una caratterizzazione estetica dell'assassino pronta anch'essa a fare scuola: guanti neri, cappellaccio e maschera anonima, look che sarà ripreso da intere schiere di epigoni, tra i quali occorre citare almeno "Profondo Rosso" (1975) e "Black Dahlia" (2006).

giovedì 25 giugno 2015

Contagious- Epidemia Mortale

Maggie

di Henry Obson.

con: Arnold Schwarzenegger, Abigail Breslin, Joely Richardson, Douglas M.Griffin.

Drammatico

Usa, Svizzera (2015)
















Volenti o nolenti, bisogna ammettere che Arnold Schwarznegger è stato una delle colonne portanti di Hollywood degli ultimi 30 anni. Sia che si cimentasse con kolossal puramente spettacolari come "Terminator 2" (1991) e "True Lies" (1994), che con pellicole più raffinate e riuscite come "Conan il Barbaro" (1982) e "Atto di Forza" (1990), Arnie è sempre emerso a testa alta con il confronto con i suoi colleghi "muscolari", in primis con l'amico Sylvester Stallone, il quale, dopo gli ottimi esordi nel cinema "da strada", si è rifatto come pessimo esempio di impersonificatore dei valori reaganiani.E questo nonostante la sua forte militanza politica nel Partito Repubblicano.
La storia artistica e umana di Schwrzenegger è già in sé singolare: arriva al cinema con il risibile "Ercole a New York" (1969), salvo poi collaborare con niente meno che Bob Rafelson in "Stay Hungry"(1976), pellicola dimenticata e tutto sommato mediocre, che tuttavia all'epoca gli permise di vincere addirittura un Golden Globe.
Impostosi come star ad Hollywood, Schwarzy, non proprio un attore dalla formazione classica, anzi neppure un attore vero e proprio, resterà per sempre scolpito nella memoria collettiva per il suo metodo recitativo, quantomeno definibile come "buffo": per preparare il ruolo del Terminator, si addestra come un marine e riceve lodi su lodi per come maneggia le armi su schermo; salvo saltare tutte le lezioni di dizione, tant'è che tutt'oggi il suo pesante accento austriaco è parte della sua persona.
Divenuto governatore della California per i Repubblicani, Arnie pone in essere una politica singolare, battendosi per l'ambiente e l'uso dell'energia pulita e appoggiando una politica economica che salva il suo stato dalla bancarotta, utilizzando politiche più vicine alla sinistra che alla destra yankee.
Oggi, a 67 anni, l'ex Governator è ritornato al cinema in ruoli tutto sommato di poco conto, spesso pensati direttamente per lui; e a differenza del suo collega Stallone, sembra non volersi incamminare verso una fase crepuscolare che potrebbe portare maggior lustro e carisma al suo personaggio. Sembra, perchè per fortuna, come un fulmine a ciel sereno, "Maggie" (il titolo italiano, da Direct-to-Video simil Steven Segal, è meglio dimenticarlo) ci dimostra l'esatto contrario.


"Maggie" non è il canonico zombie-movie: i redivivi cannibali di romeriana memoria fanno una comparsa breve e tutto sommato sarebbe stato meglio non usarli; lo script di John Scott 3 (esordiente dallo strambo nome, forse uno pseudonimo) vorrebbe dare una lettura metaforica dell'epidemia come una malattia virale che colpisce perlopiù adolescenti, ma stenta nel dargli una caratterizzazione completa, sfociando nell'astrazione pretenziosa.
Decisamente più riuscito è il lavoro svolto sul rapporto tra il personaggio di Maggie (Abigail Bresslin) e il padre Wade (Schwarzenegger), ricondotto nella canonica ottica protettiva senza mai scadere nel puerile. Tutto il film non è che uno spaccato dell'amore tra un padre ed una figlia, una disanima su quanto in là possa spingersi un uomo per proteggere ciò che ama, costi quel che costi; ed è facile empatizzare per la giovane vittima e il suo disperato genitore e rimanere coinvolti nel loro dramma, nonostante un finale privo di senso.


Ma è inutile temporeggiare o far finta di nulla: l'unico vero motivo di interesse di "Maggie" è l'insolita presenza di Schwarzy; non può dirsi di certo sorprendente lo script di Scott 3, nè riuscita la regia di Hobson, totalmente piatta: nuche e primissimi piani alternati a dettagli strettissimi e l'aderenza maniacale alla sceneggiatura altro non sono che l'ennesima riproposizione degli esausti luoghi comuni del cinema finto autoriale indie americano, e all'appello qui ci sono tutti, tanto che l'intero film sembra girato e montato da un automa.
Schwrzenegger, d'altro canto, sorprende e incanta: il suo viso spigoloso e i suoi occhi solitamente smorti si caricano di una tristezza palpabile e il suo corpo ingombrante diviene la perfetta incarnazione di un "grande vecchio" pronto a lottare sino all'ultimo per difendere i suoi affetti.


Performance attoriale al 100%, basata sull'immersione nel personaggio che rende l'ex Mr.Universo, finalmente, un vero attore ed una perfetta maschera crepuscolare.

martedì 23 giugno 2015

L'Uomo che Fuggì dal Futuro

THX 1138

di George Lucas.

con: Robert Duvall, Donald Pleasance, Maggie McOmie, Don Pedro Colley, Ian Wolf, Sid Heig.

Fantascienza/Distopia

Usa (1970)















Su George Lucas sono stati scritti migliaia di articoli, centinaia di migliaia di opinioni, milioni di chiacchere e altrettanti insulti.
Il suo ruolo di filmaker alla fine degli anni '70, assieme a quello dell'amico e collega Steven Spielberg, ha ridefinito totalmente il volto di Hollywood e del cinema fantastico e non; se negli anni '70 la New Wave hollywoodiana, letteralmente creata e portata avanti da cineasti di origine o formazione newyorkese come John Schlesinger, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e Brian De Palma, aveva imposto un modello produttivo che poneva al centro il regista, ora inteso come "autore" a tutto tondo, con la propria visione, sperimentale ed intoccabile, con Lucas si assiste ad una marcia indietro: non c'è più bisogno di un "autore" per creare un grosso successo di pubblico, né di una visione particolarmente innovativa e sperimentale; tutto quel che serve è un mestierante, un grosso budget e tanta, molta, troppa pubblicità.
Il nuovo sistema, smaccatamente commerciale, manco a dirlo, trova le sue radici nel cult dei cult "Guerre Stellari" (1977), e ancora prima ne "Lo Squalo" (1975) di Spielberg, ed oltre a distruggere un intero ventennio di conquiste da parte dei giovani filmakers amici di Lucas, ha generato un vero e proprio buco nero culturale nel cinema commerciale a stelle e strisce, che oggi si è addirittura ingrandito grazie alla politica dei Marvel Studios, unico vero erede del lascito della LucasFilm, nonchè attuale partner vista la militanza per la Disney Pictures; trittico che sta portando ad una distruzione di ogni forma qualitativa nei blockbuster e nella definitiva trasformazione del cinema in un parco di divertimenti multinazionale.




Tornando indietro di quasi quarant'anni, si rimane spiazzanti, anzi sgomenti nello scoprire chi fosse davvero Lucas prima che il successo della sua "Galassia Lontana Lontana" gli desse alla testa: uno sperimentatore della prima ora, in grado di concepire visioni fantascientifiche sorprendenti ed inquietanti, di riprendere modelli letterari e tradurli su schermo in modo efficace ed affascinante e di creare, con un budget modesto ed un pugno di attori affiatati, una delle distopie più vivide mai apperse su schermo; perchè "THX 1138" non è semplicemente un esordio sorprendente, quanto e sopratutto la prova che sotto la patina di denaro e sfrontatezza, in Lucas batte forte il cuore di un vero artista.
O almeno batteva.




Alla base del lavoro di Lucas c'è innanzitutto Aldous Huxley con la sua visione pessimista di un futuro anti-umanitario; ma anche, e più direttamente, "Alphaville" (1965), il capolavoro di Jean-Luc Godard che per primo preconizzava un futuro nel quale le emozioni vengono soppresse, ricostruito interamente in locations reali, estrapolate dal loro contesto per creare un mondo futuribile del tutto alieno.
Lucas realizza questa visione, mediante uno script di Walter Murch, già nel 1967, con "Electronic Labyrinth: THX 1138 4EB", cortometraggio diretto come tesi di laurea all'Università della California che gli valse numerosi riconoscimenti accademici, tra i quali il più ambito: la possibilità di collaborare con un vero regista su di un vero set; il regista in questione altri non era che Francis Ford Coppola, che prese il promettente Lucas sotto la sua ala protettiva sui set di "Sulle Ali dell'Arcobaleno" (1968) e del piccolo capolavoro "Rain People" (1969), dove Lucas conosce anche Robert Duvall.
Fondata l'American Zoetrope Picture, Coppola racimola un budget di 700.000 dollari per permettere al suo protegée di esordire nel lungometraggio ed "Electronic Labyrinth" diviene un film, scritto ancora da Murch e nel quale Lucas può dare vita, definitivamente, ad una visione unica, nonchè di portarla in scena in modo inusuale, allontanandosi dal paradigma godardiano per creare uno stile personale, di fatto il solo mai usato dal regista nel corso della sua carriera.




Il futuro di "THX 1138", nella migliore tradizione della fantascienza umanista classica, è una visione ingigantita del presente; il consumismo imperante e la perdita di valori della società americana di fine anni '60 vengono rielaborati da Lucas in una visione totalitaria nella quale il Grande Fratello viene sostituito da una società priva di vertice nella quale gli imperativi sono produrre e consumare; la produzione, intesa come lavoro ossessivo e sfiancante, diviene unica ragione di vita dell'essere umano, mentre il consumismo è parte integrante del suo ciclo biologico. L'uomo viene spersonalizzato, perde ogni forma di individualità sino a divenire forma astratta: privo di segni distintivi come capelli ed abiti, il nome ridotto ad una sigla (THX 1138 è il protagonista, la sua amante è LUH, mentre il "terzo incomodo" è SEN), sinanche il suo ciclo biologico viene regolato dall'uso di droghe prescritte per legge che permettono all'operatore di turno di muoverne i fili come un burattino.
Un mondo dove tutto ha un prezzo, persino la ribellione; dove ogni gesto è pre-impostato, pre-elaborato, pre-visto e necessita autorizzazione, in una burocratizzazione disumanizzante che si traduce nella scarnificazione dell'uomo sino all'essenziale; un mondo dove la religione è divenuta puro rito fine sé stesso, la conoscenza una formula chimica, il linguaggio un guazzabuglio di codici alfanumerici e la presa di coscienza politica un semplice discorso privo di fondamenta logiche concrete.
Il mondo di "THX 1138" è al contempo inquietantemente vicino al nostro e lontano anni luce: la sua caratterizzazione è volontariamente vaga, non si ha una data precisa, né una spiegazione al perchè l'umanità debba vivere in un complesso sotterraneo, come se fosse la naturale evoluzione della odierna società.




In un mondo regolato al millimetro, THX (Duvall) riscopre la sua umanità del modo apparentemente più scontato: l'amore di LUH (McOmie) la porta a sottrargli le droghe che ne condizionano la mente; e come conseguenza, la sua percezione del reale rinasce: il taumazen è completo, THX e LUH, come Winston Smith e Julia in "1984", divengono gli ultimi esseri pensanti e sublimano la loro indipendenza mediante il contatto fisico naturale, non condizionato dai cicli biologici stabiliti dalla legge.
THX diviene il ribelle, l'incognita in un sistema perfetto che lo stesso non può tollerare; insieme a LUH e a SEN, lo "spione" che invidioso del grado di coscienza raggiunto dai due ne distrugge l'idillio.
La fuga di THX e SEN diviene fuga da un mondo pre-impostato verso la realizzazione della propria natura; non per nulla, in un gioco di specchi magistrale e miracolosamente non pretenzioso, ad indicare loro la via di fuga è SRT (Don Pedro Colly), un ologramma divenuto uomo che li spinge oltre il punto di vista dello schermo cinematografico, ossia fuori dalla realtà pre-fabbricata ad hoc.




Se il mondo ritratto è distante e alieno, lo sguardo di Lucas si fa altrettanto distante, ai limiti del chirurgico; lo stile è ricercatissimo: ridotti all'osso i movimenti di macchina, tutte le immagini sono statiche e la narrazione avviene tramite il solo montaggio, come se le immagini provenissero da un microscopio puntato verso un organismo sotto osservazione; il taglio delle inquadrature è calcolato sino ai limiti dell'ossessivo: i soggetti entrano ed escono da fotogrammi che li incorniciano sino ad incatenarli, in immagini spettacolari persino nei primi piani, nota di quanto la ricerca visiva del Lucas dell'epoca fosse rivolta verso l'espressivo piuttosto che il puro spettacolo; ricerca che dona presto i suoi frutti: l'esperienza visiva di "THX 1138" è unica ed appagante, un viaggio lucido in un mondo altro in grado di sconvolgere sin nel profondo, prova di come per fare ottima fantascienza non ci sia bisogno di budget stratosferici o di storielle finto-epiche.
Tant'è che si può tranquillamente affermare che l'unico vero capolavoro mai fatto da Lucas sia, a conti fatti, questo suo folgorante, bellissimo e magistrale esordio.






EXTRA

Nel 2003, per l'uscita in DVD, Lucas ha curato una ri-edizione del film, con un procedimento simile a quanto fatto con la trilogia classica di "Guerre Stellari" nel 1997.
Oltre all'aggiunta di elementi in CGI per i fondali e al cambio di fotografia, volti ad "aggiornare" il look della pellicola, Lucas ha stupidamente deciso di aggiungere dei nuovi inserti che mal si adattano al film, come:



-Una nuova sequenza di fuga, totalmente ricreata al computer e palesemente finta, che mal si coniuga con il resto del film;




-Delle scimmie malamente animate, veri e propri cartoni animati appiccicati alla bene e meglio sl resto delle immagini dal vivo;



-Lo spot di un vecchio episodio di Buck Rogers nel prologo, la cui visone scanzonata del futuro dovrebbe scontrarsi con quella cupa e disumana del film, ma che mal si adatta al tono generale della pellicola.




Il magro riscontro di pubblico e la mancata affezione da parte dei fandom non hanno impedito all'esordio di Lucas di esercitare una fortissima influenza su tutta la fantascienza a venire; giusto per fare un paio di esempi:

-In un futuro in cui le emozioni sono bandite tramite l'uso di droghe obbligatorie, un uomo riscopre le sensazioni e decide di opporsi al governo.
No, non è un remake di "THX 1138", ma "Equilibrium" (2002), derivativo e sopravvalutato cult di Kurt Wimmer.



-Un uomo comincia ad avvertire la falsità della realtà che lo circonda; con l'aiuto di una donna, di un uomo di colore e di una pillola, riuscirà a fuggire dalla menzogna della realtà creata ad hoc per imprigionarlo.
Anche questo non è un remake del capolavoro di Lucas, ma "Matrix" (1999)




Decisamente più simpatico l'omaggio di Woody Allen: ne "Il Dormiglione" (1973), il grande artista riprenderà il design dei robopoliziotti per parodizzarlo con i robomaggiordomi:





mercoledì 17 giugno 2015

Paura su Manhattan

 Fear City

di Abel Ferrara.

con: Tom Berenger, Melanie Griffith, Billy Dee Williams, Jack Scalia, Rossano Brazzi, Rae Dawn Chong, Michael V.Gazzo.

Noir

Usa (1984)















Quarto lungometraggio di Abel Ferrara, "Fear City" è per certi versi l'opera più convenzionale della prima parte della sua carriera: l'ennesima disanima su di un uomo retto alle prese con un mondo marcio, con una città infernale sullo sfondo; gli stereotipi e i luoghi comuni di tutto il cinema di genere americano degli anni '70 e primi anni '80 ritornano tutti, ma sarebbe miope liquidare "Fear City" come uno scarto, visti i molteplici punti di interesse che presenta.


New York City, anni '80; Matt Rossi (Tom Berenger) è un ex pugile finito a gestire un'agenzia di pole dancer con Nicky (Jack Scalia), l'amico di una vita; amareggiato per il suo passato burrascoso, distrutto dalla fine della relazione con la bellissima Loretta (Melanie Griffith), Matt dovrà presto confrontarsi con un nemico inatteso: un serial killer che uccide impunemente le ballerine dei night club.


Il setting è lo stesso di "The Driller Killer" (1979) e "Ms.45" (1981): una New York torbida, infestata da uno squallore viscerale e da una mancanza di morale opprimente. In uno scenario infernale, Matt è l'uomo distrutto dalla vita, schiacciato dalla colpa per aver ucciso un suo rivale sul ring e tormentato dall'abbandono di Loretta, che si è rifatta una vita con la collega Leila.
La caccia al killer viene svuotata da Ferrara da ogni risvolto giustizialista: Matt non è un vigilante, ma un guerriero che tenta di ottenere una forma di redenzione proteggendo ciò che più ama; la figura del giustiziere viene di converso cucita addosso al personaggio di Wheeler (Billy Dee Williams), poliziotto simil-fascista che esercita la legge con il pugno di ferro, del tutto insensibile ai veri bisogni della comunità.
La redenzione di Matt passa necessariamente per il recupero di quei valori che aveva perduto; la ricongiunzione con le sue radici, incarnate dal boss Carmine, interpretato da Rossano Brazzi, è un forma di riunione con quelle origini che Matt sembra voler obliare; la caratterizzazione del boss e della sottocultura mafiosa italoamericana è a tratti ridicola: Ferrara si limita a riprendere l'immaginario coppoliano che già si era sedimentato nel corso di 11 anni, scadendo dello stereotipo più puro.
Ritrovata la sua identità, Matt redime la sua anima per i peccati passati: la confessione lo assolve e gli dà la forza di affrontare il suo avversario mediante la ricongiunzione con le radici cattoliche.
In ultimo Matt ritrova il rigore dell'allenamento fisico: la perdita delle comodità moderne, dell'alcool e dell'amore gli servono a riconquistare la determinazione che in passato aveva.
La distruzione finale del killer, montata in parallelo con l'uccisione del rivale, mostra una catarsi completa: l'accettazione del peccato mediante la redenzione presente.




Lo sguardo di Ferrara si sposta così dal lato opposto rispetto al passato: dai carnefici alle vittime che tentano in ogni modo di sopravvivere e riscattarsi dagli orrori della metropoli, tanto che "Fear City" può tranquillamente essere visto come il lato opposto delle due pellicole precedenti, con le quali forma un'ideale trilogia sul delirio urbano.
Delirio che qui si colora, oltre che con il sangue, copioso più che mai, con il tema della paranoia, che consuma tutti i personaggi: una paura inconscia ed ancestrale che si fa strada tra i vicoli della città; la paura della morte improvvisa, che Ferrara immette del suo cinema ispirandosi probabilmente al killer "Son of Sam" che terrorizzò davvero Little Italy nell'estate del 1977.
Serial Killer il cui delirio viene questa volta ritratto come un'ispirazione spirituale: non più il semplice figlio della violenza e della bestialità della metropoli, ma un vero e proprio crociato in lotta con la corruzione spirituale che alberga nella città, antesignano del più famoso John Doe del "Se7en" (1995) di Fincher.




E se la tensione latita, la regia è più convenzionale che in passato, i personaggi secondari sono stantii e non ci sono veri colpi di scena, ad intrattenere ci pensano la fotografia, che con un budget alto permette all'autore di ricreare la sua Mulberry Street notturna in modo vivido e sfavillante, e gli attori, con Berenger semplicemente perfetto e la sensualissima Melanie Griffith, mai più così bella, che riscatta la noia con le sue magnifiche forme.