giovedì 23 luglio 2015

Guerre Stellari

di George Lucas.

con: Mark Hamil, Harrison Ford, Carrie Fisher, Alec Guiness, Peter Cushing, David Prowse, James Earl Jones, Anthony Daniels, Kenny Baker, Peter Mayhew.

Fantastico/Avventura

Usa (1977)















"Guerre Stellari" ha cambiato per sempre il concetto di cinema, in America e non solo. Nel bene e nel male.
"Guerre Stellari" ha rivoluzionato il concetto di fantascienza, al cinema e non solo. Nel bene e nel male.
"Guerre Stellari" ha trasformato il concetto di blockbuster filmico in fenomeno di massa. Nel bene e nel male.
"Guerre Stellari", in ultimo, ha portato a riconcepire l'uso degli effetti speciali e, di conseguenza, la stessa percezione dello spettacolo da parte dello spettatore. Nel bene e sopratutto nel male.
Basterebbero queste poche righe per capire come l'influenza dell'opera di Lucas sia stata immane, eppure più deleteria che benigna.
Perchè prima di quella fatidica estate del 1977, il cinema americano era il sogno di qualsiasi regista, dove le istanze autoriali si coniugavano con grossi budget ed una perizia tecnica unica, volta unicamente al fine di raccontare storie. Dopo, la tecnica diventerà essa stessa solo fine della narrazione filmica, soffocando qualsiasi istanza creativa; il ruolo del regista come "autore" sarà sostituito da quello di "faccendiere", facendo retrocedere la cultura del mestiere del cinema di 50 anni buoni; e il genere fantascientifico tornerà ad essere usato come semplice setting per storie d'avventura, non più "genere" dotato di una sua identità forte e caratteristica, ma puro pretesto per l'escapismo dello spettatore, chiamato semplicemente ad immergersi in mondi immaginari purgati di ogni valenza metaforica o filosofica.
Oggi, quasi quarant'anni dopo e alla vigilia dell'uscita del settimo (!) film della serie, è imperativo interrogarsi su quanto fatto di buono da Lucas, in quegli anni ancora dotato di istanze d'artista vero e proprio; e tentare di capire quanto valga effettivamente questo suo lavoro.



Dopo l'immenso successo di "American Graffiti" (1973), Lucas ha la credibilità necessaria per perseguire il suo progetto più ambizioso: creare una space-opera cinematografica, concecpita come un unico film di circa 4 ore, nel quale far confluire la passione per il Giappone feudale e i miti cavallereschi, la fantascienza avventurosa di "Flash Gordon" e le storie di guerra dei romanzi pulp, una sorta di "Via col Vento" tra le stelle, dalla narrazione densa e spettacolare. Lucas scrive di suo pugno una sceneggiatura di oltre 400 pagine intitolata "The Star Wars", nella quale due ordini di cavalieri, i Jedi-Bendu ed i Sith, si scontrano sullo sfondo di una guerra siderale tra un Impero Galattico corrotto e decadente e dei coraggiosi soldati ribelli fedeli alla Repubblica; usando un punto di vista multiplo, simile a quello di "American Graffiti", ripreso a sua volta dal cinema di Robert Altman, Lucas intreccia le storie del giovane apprendista Annikyn Starkiller, ragazzo che intraprende un viaggio per divenire Jedi-Bendu, il vecchio ufficiale della Repubblica Luke Skywalker, saggio cavaliere conscio dell'imminente estinzione del suo ordine, il sith Darth Vader, ufficiale imperiale dai modi spicci e disincantato verso la piega totalitaria dell'Impero, e il pesce umanoide Han Solo, scanzonato pirata stellare invischiato suo malgrado in una faida più grande di lui.
Progetto ambizioso, con una storia bigger-than-cinema che avrebbe dovuto far tornare in auge la fantascienza avventurosa del modello creato da Alex Raymond e, prima ancora, da Edgar Rice Burroghs con le avventure di "John Carter di Marte"; e che, sopratutto, avrebbe dovuto aprire le porte ad un nuovo modo di concepire il cinema fantastico come vera e propria "porta su di un altro mondo", la cui messa in scena credibile e spettacolare avrebbe dovuto portare ad una nuova concezione del mezzo filmico da parte dello spettatore.
Sfortunatamente, di tutte queste buone intenzioni, solo alcune se ne sono avverate.


Il budget richiesto era ovviamente stratosferico; una sfida troppo grande per Francis Ford Coppola e la sua piccola American Zoetrope, tanto che la produzione del film segna il distacco completo (ma non definitivo) di Lucas dall'amico e mentore di sempre, nel frattempo invischiata in quell'immensa avventura umana e produttiva dal nome di "Apocalypse Now".
"The Star Wars" compie il solito giro rituale tra i maggiori sudios di Los Angeles, ma nessuno sembra interessato, anche a causa della leggerezza dei toni che Lucas vuole imprimere alla storia. L'unico studio interessato è la Fox, che però impone un limite all'autore: semplificare la storia per creare una pellicola dal budget non esorbitante e la cui durata non superi le due ore. Nell'accettare tale compromesso, il Lucas autore si perde definitivamente dinanzi al Lucas imprenditore, il quale riscrive completamente il film, togliendo anche il "The" del titolo, accetta le condizioni produttive della Fox e controbilancia il tutto con una serie di clausole contrattuali che gli assicureranno la maggior parte dei proventi del film, a discapito del controllo artistico.
Il resto è Storia: "Guerre Stellari" esce nel Maggio 1977 negli Stati Uniti (Dicembre in Italia), incassando oltre 300 milioni di dollari, imponendosi come il fenomeno filmico del cinquantennio ed imprimendosi definitivamente nella memoria collettiva.


Più che una mera riscrittura, la versione dello script giunta su schermo è una reimmaginazione degli stessi eventi, semplificati allo stremo; e nel ristrutturare storia e personaggi, Lucas non occulta i punti di riferimento letterari e filmici, con esiti talvolta imbarazzanti.
L'intera struttura dei primi due atti di "Guerre Stellari" è ripresa pari pari da "La Fortezza Nascosta" (1958), piccolo cappa e spada di Akira Kurosawa, neanche tra gli esisti migliori del suo cinema, ma cult personale di Lucas; così come il film di Kurosawa iniziava con una feroce battaglia dalla quale emergevano i due contadini che fungevano da punto di vista sulla vicenda, allo stesso modo "Guerre Stellari" inizia con le peregrinazioni dei due droidi, salvo poi cambiare punto di vista una volta introdotto il personaggio di Luke Skywalker. In "La Fortezza Nascosta", i due contadini, affiancatisi ad un rude ed affascinante samurai interpretato da Toshiro Mifune, scortavano una giovane e bella principessa attraverso il regno del principe suo avversario, combattendo contro le trappole di un vecchio compagno d'armi del burbero guerriero. In "Guerre Stellari", Luke, i due droidi e il vecchio cavaliere Obi-Wan Kenobi, si uniscono ai pirati stellari Han Solo e Chewbecca per scortare al sicuro la giovane e bella principessa Leia, mentre sono incalzati da Darth Vader, ex allievo di Obi-Wan. Tanto che l'opera di Lucas si impone come un vero e proprio remake fantascientifico di quella di Kurosawa.


Lucas poi modella l'intero universo della "Galassia Lontana Lontana" su quello dell'amato "Flash Gordon": in entrambi i mondo esistono navi spaziali e pistole laser, ma gli scontri più importanti sono all'arma bianca, al punto di assistere talvolta ad una riproposizione meccanica del modello di riferimento. Allo stesso modo, immagina un pugno di eroi che combatte strenuamente contro un crudele despota che opprime i popoli un tempo liberi ed un eroe, Flash nell'opera di Raymond, Luke in "Guerre Stellari", che si oppone strenuamente al suo giogo. Lucas, tuttavia, si dimentica di mostrare la cattiveria dell'Impero: a parte la nomea di "governo oscurantista" e la caratterizzazione estetica degli ufficiali, nulla viene mostrato dell'effettiva disumanità del "nemico" in "Guerre Stellari", se non blande sequenze di tortura, del tutto normali in un contesto bellico.
Allo stesso modo risalta l'influenza di Frank Herbert ed il suo "Ciclo di Dune" (1965-1985): da qui derivano le trovate più famose del film, ossia la Forza e le spade laser, la visione di Luke come un "guerriero profeta" e la ribellione contro un malvagio Imperatore, svuotati però di qualsiasi connotazione filosofico-religiosa e riletti come semplici elementi favolistici.
Palese è anche l'ispirazione fumettistica, con la maschera di Darth Vader modellata su quella del Dottor Destino e le astronavi che sembrano uscite da un fumetto di Jack Kirby.
Quello di "Guerre Stellari" non è post-modernismo vero e proprio, quanto una giustapposizione di stili ed influenze antiche e futuristiche; non c'è una ricerca estetica e narrativa cosciente e misurata, come avverrà in seguito in "Blade Runner" (1982), quanto la voglia di creare un calderone nel quale mischiare avventura, fantascienza e suggestioni western, che si susseguono quasi senza continuità. "Stile" perfettamente incarnato dalla famosa sequenza della cantina di Mos Esley: alieni buffi e bizzarri di razze diverse si dimenano sullo schermo; l'effetto spettacolare è unico, ma la credibilità di questo mondo è nulla, data l'estrema eterogeneità di design ed ispirazioni.
Identità "frazionata" che si riflette anche nel celebre design di Ralph McQuarrie: sporco e grezzo, a tratti volutamente sciatto, risulta vivo e credibile, riesce davvero a rendere l'idea di un universo popolato e viscerale creando la perfetta illusione di un mondo lontano anni luce, ma non riesce mai ad essere davvero visionario o affascinante.


Anche i personaggi, se immessi nel contesto cinematografico del periodo, risultano tutto sommato piatti perchè schiacciati su di una dicotomia netta tra bene e male che, in quel periodo, sembrava sull'orlo di essere superata anche nel cinema di genere. Laddove nella prima stesura Lucas aveva creato caratteri "grigi" ed eroi anche tra le fila del temibile Impero, su schermo tutti i protagonisti si dividono in ribelli-buoni e imperiali-cattivi, senza sfumature di sorta.


E' dunque "Guerre Stellari" una pellicola sopravvalutata che deve la sua fama esclusivamente all'enorme riscontro di pubblico?
La risposta è un blando "ni": gli elementi fin qui evidenziati portano indefettibilmente a moderare il mito dell'opera di Lucas su di un piano strettamente "artistico", e ciò sia se la si contestualizza nel periodo in cui è stata prodotta, sia in prospettiva rispetto al passato e al futuro.
Tuttavia, gli effettivi pregi del lavoro svolto sono altresì innegabili.
Tutte le fonti di ispirazione vengono filtrate dal gusto di Lucas e riarrangiate fino a creare un universo ed un'estetica dotata di una propria personalità e facilmente riconoscibile; il mondo di "Guerre Stellari", oggi come oggi sedimentatosi definitivamente nella fantasia collettiva, già all'epoca ben si imponeva come qualcosa di mirabolante ed incredibile.


Se la sperimentazione della grammatica filmica è assente, ben più pressante è la sperimentazione tecnica; Lucas e soci rivoluzionano il mondo degli effetti speciali creando le prime immagini in compositing tra modelli reali e computer graphic; l'effetto speciale diviene una gioia per l'occhio, volto a creare soluzioni visive inedite che cambieranno per sempre la percezione dello spettatore; ma oggi, a colpire maggiormente non sono gli effetti in sé, pur godibili, quanto l'uso che ne viene fatto: non se ne abusa mai ed anzi spesso si preferisce ricorrere a trucchi "classici" come scenografie e matte painting; il risultato è di una fisicità sconvolgente, al punto che le immagini sembrano più vive e vivide di molte altre pellicole sci-fi  moderne. Il gusto quasi maniacale per i dettagli fa il resto: ogni androide, creatura, oggetto di scena e veivolo viene sporcato ed usurato per rendere la visione viva e palpabile. E l'effetto spiazzante e crudo dell'attacco finale alla Morte Nera, ancora oggi emozionante, è qui a testimoniarlo.


Ancora più spiazzante per lo spettatore moderno è lo scoprire come gli effetti speciali di "Guerre Stellari" siano in realtà sempre al servizio della storia, mai portati su schermo per il gusto di ammaliare l'occhio.
E la storia, sebbene semplificata rispetto alla prima stesura e piatta rispetto agli standard dell'epoca, funziona, anche grazie alla caratterizzazione, basica ma azzeccata, dei personaggi.
Luke Skywalker (Mark Hamil) incarna l'archetipo del protagonista lucasiano (ed è clamorosamente "l'ultimo della sua specie", visto la svolta che la sua carriera prenderà da qui in poi): un ragazzo in cerca di una via di fuga dal mondo in cui vive, un mondo che gli va stretto e dal quale si allontana in cerca di fortuna al pari dei ragazzi di "American Graffiti" e di THX1138; il suo è il classico "cammino dell'eroe", strutturato sulla falsariga degli scritti di Joseph Campbell, e "Guerre Stellari", con i relativi seguiti, è il suo percorso di formazione; facile è dunque per un adolescente identificarsi; ma lo è anche per un adulto, che può meglio apprezzarne la carica archetipica.
Han Solo è d'altro canto l'archetipo dell'eroe guascone: un frizzante "cowboy delle stelle" che Lucas costruisce sulla falsariga degli eroi interpretati da Errol Flynn e a cui Ford dona un carisma smisurato, oltre che ad una ulteriore carica da guascone.
La Principessa Leia è la riproposizione della donna forte creata da Alex Raymond con la Dale Arden di "Flash Gordon": mai davvero una fanciulla in pericolo, nonostante il sesso, la carica regale e il ruolo da prigioniera da salvare che ricopre nella prima parte del film, piuttosto una combattente integerrima e dalla battuta pronta.
Mentre Darth Vader in questa prima apparizione è solo "la faccia sporca dell'Impero", un ufficiale violento e dall'aspetto spaventoso, il cui oscuro passato legato a doppio filo a quello del saggio Obi-Wan rappresenta non solo l'antefatto della narrazione, quanto e sopratutto la sua mitologia, donando maggiore spessore alla storia. Il vero "cattivo" è Tarkin, personaggio piatto, poco più di un ufficiale della Gestapo spaziale, al quale però il grande Peter Cushing riesce a donare un'aura arcigna e malefica in grado di colpire.
Mentre un plauso va fatto a Lucas per la caratterizzazione dei due droidi, R2-D2 e C3PO (C1P8 e D3BO nella versione italiana): semplici controparti comiche, i cui dialoghi sono però i più riusciti del film e il cui umorismo lieve e mai pretenzioso riesce sempre a strappare una risata.


E al netto degli effetti sbalorditivi e dei personaggi simpatici, è merito della perizia registica di Lucas se il film riesce; abbandonate (purtroppo) le velleità autoriali, si mette totalmente al servizio della narrazione e la sua maestria nell'uso della più basica grammatica filmica porta la storia a vivere davvero. Incredibile è il ritmo che Lucas impone alla storia: veloce, rapido ma mai frettoloso, sa quando rallentare per creare atmosfera o lasciare che lo spettatore abitui la sua mente alle singole scene, salvo poi ripartire in quarta con un'azione frenetica a rotta di collo.
In particolare, due sono le sequenze da antologia: la opening shot con l'incrociatore imperiale che "divora" la fregata ribelle, nel quale l'uso delle oblique dal basso convoglia perfettamente il senso di minaccia e di grandezza dell'Impero; e la sequenza nella quale viene messo a nudo il personaggio di Luke: interrompendo la narrazione, Lucas regala l'unico momento introspettivo di tutto il film, si affida alla splendida musica di John Williams e sviscera l'amarezza che permea il personaggio in modo commovente.


E', quindi, "Guerre Stellari" un capolavoro?
No: la narrazione è fin troppo semplice, l'autore, al netto delle sue dichiarazioni sulla paura di un flop all'epoca, non corre mai davvero rischi sul piano narrativo, ed anzi usa archetipi, luoghi comuni e talvolta veri stereotipi per portare avanti una storia troppo semplice e convenzionale.
Ma il lavoro certosino nella messa in scena deve essere apprezzato, a prescindere dallo status "mitologico" che ha assunto, come opera di un regista ancora dotato di talento e volontà.
E tanto basta per renderlo davvero memorabile.



EXTRA

A partire da Ottobre 2015 è prevista la pubblicazione in Italia della versione a fumetti di "The Star Wars", adattamento letterale della prima stesura dello script di "Guerre Stellari", già divenuto cult in America.




Nel 1988 George Lucas affermò con convinzione che: "[...] coloro che alterano un'opera d'arte o un lascito culturale per il solo profitto sono dei barbari". Presa di posizione forte e sentita.... che tuttavia non gli ha impedito di rimettere mano alla "trilogia classica" di Guerre Stellari, cambiando scene, dialoghi, fotografia e risvolti della storia... per almeno quattro volte.
La prima in occasione del 20° anniversario del primo film, nel 1997, per "celebrare" la nuova uscita in sala delle tre pellicole; la seconda in occasione dell'uscita in DVD nel 2004; la terza per quella in Blu-Ray nel 2011; e la quarta per la versione digitale di prossima uscita.
Il risultato è l'alterazione quasi totale dei film e l'impossibilità di reperire le versioni originariamente uscite in sala, allegate come bonus solo in una riedizione DVD distribuita nel 2006 e in una veste ai limiti dell'inguardabile.

Tra le maggiori differenze presenti in "Guerre Stellari" tra la versione cinematografica e quella "ritoccata" vanno menzionate almeno:



Gli iconici titoli d'apertura sono stati modificati; ora il titolo del film è "Star Wars- Episode IV- A New Hope", in ossequio alla volontà di trasformare i film in semplici prodotti in serie che ha animato Lucas anche a seguito della lavorazione della "nuova trilogia".



All'arrivo a Mos Esley sono stati aggiunti nuovi personaggi in CGI; la più curiosa è l'aggiunta di un branco di piccoli topi-conguro spaventati dallo speeder di Luke: creature simili al "Muad'Dib" di "Dune", forse un omaggio conscio di Lucas ad Herbert.



Sempre all'arrivo a Mos Esley, sono stati aggiunti degli strambi dinosauri alieni sullo sfondo; nella scena in cui Luke, Obi-Wan e i droidi vengono fermati dai sandtroopers, uno dei modelli tridimensionali decide di impallare i personaggi, coprendo tutta l'inquadratura per mostrare allo spettatore le sue squame malamente disegnate.




Nella cantina, Han non uccide più il cacciatore di taglie Greedo a sangue freddo, ma aspetta che questi lo attacchi; ritocco squallido per diversi motivi: per prima cosa toglie parte del fascino da "cattivo ragazzo" al personaggio; annulla la bella citazione della scena della vasca da bagno de "Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo" (1967); è eseguita malissimo, con un lavoro di post produzione da quattro soldi; in ultimo, non ha senso se si tiene conto di come tutte le inquadrature nelle quali Han sfodera la pistola e la punta contro l'avversario con l'intenzione di freddarlo sono comunque rimaste nel montaggio; e sopratutto di come questi continui ad uccidere a sangue freddo chiunque gli capiti a tiro per il resto del film.




E' stata reintrodotta una scena inizialmente tagliata nella quale Han incontra a Mos Esley Jabba the Hut, in origine interpretato da un attore in carne ed ossa ed in seguito ricostruito in CGI. Sequenza anch'essa ridicola a causa del pessimo lavoro di post-produzione sul personaggio, che sfoggia delle texture che sfigurerebbero nel peggiore FMV di un videogame dei primi anni '90, figuriamoci in uno dei blockbuster più amati di sempre; le animazioni sono anch'esse scialbe, tanto che l'animatrone che in seguito comparirà ne "Il Ritorno dello Jedi" (1983) risulta molto più espressivo e credibile, pur avendo 16 anni in più sulle spalle. Nella stessa scena, appare in un cameo "post-prodotto" anche l'iconico Boba Fett, giusto per galvanizzare i fans.




Gli scontri a fuoco all'interno della Morte Nera sono stati accorciati di un pugno di fotogrammi ciascuno per "nascondere" i colpi d'arma da fuoco sui corpi dei personaggi; censura bella e buona, giustificata al solito con la scusa del non voler traumatizzare i bambini.




La scritta sul radiofaro del raggio traente viene sostituita: nella nuova versione è in un alfabeto alieno; modifica che sfata, finalmente, l'errore principe della visione di Lucas di un mondo fantasy dove si parla solo l'inglese.



Tra gli innumerevoli cloni ed epigoni che affollarono i cinema e la televisione dopo il 1977, va menzionato almeno "Battlestar Galactica"


Serie televisiva creata nel 1978 da Glen A. Larson, ma basata su di un suo soggetto di 10 anni prima fortemente rimaneggiato per esigenze commerciali, "Battlestar Galactica" riprende dal cult di Lucas l'idea di una guerra tra i sopravvissuti, qui gli umani, ed un malefico impero stellare, i misteriosi Cyloni, combattuta a suon di caccia stellari; spettacolare ed ambiziosa, la serie venne sfortunatamente cancellata dopo una sola stagione, dati i costi esorbitanti per l'epoca: il solo pilota costò 14 milioni di dollari ed ogni singolo episodio quasi 1 milione ciascuno. 
Il remake del 2003 ha riportato in auge il brand, imponendolo come uno dei maggiori cult fantascientifici di sempre. 
L'originale "Battlestar Galactica" condivide con l'universo di "Guerre Stellari" il lavoro di Ralph McQuarrie, che dà vita alle navi da guerra delle due flotte; paternità comune che non ha impedito a Lucas di citare in giudizio Larson per plagio, vincendo addirittura la causa.

In Italia, d'altro canto, fu prodotto il meno ambizioso "Scontri Stellari oltre la Terza Dimensione" (1978), conosciuto nei paesi anglofoni come "Star Crash", diretto da Luigi Cozzi e con due protagonisti famosi presso il pubblico dei B-Movies: il compianto caratterista Joe Spinell e la bellissima ex Bond Girl Caroline Munro.






Non è un mistero il fatto che la 20th Century Fox non credesse nel successo del film; lo studio puntava ad un altro film come blockbuster estivo, un'ambiziosa pellicola postapocalittica poco riuscita ed invecchiata male: "Damnation Alley" (in Italia "L'Ultima Odissea"), interpretata da Ian Michael Vincent, George Peppard, Dominique Sanda, Paul Winfield ed un giovanissimo Jackie Earl Haley, rivelatasi, giustamente, un cocentissimo flop.


martedì 21 luglio 2015

Terminator Genisys

 di Alan Taylor.

con: Arnold Schwarzenegger, Emilia Clarke, Jay Courtney, Jason Clarke, Matt Smith, J.K. Simmons, Byung-Hung Lee, Cortney B.Vance.

Azione/Fantascienza

Usa (2015)















"Rilanciare il marchio!" è il grido di guerra della Hollywood di oggi, così impaurita dalle novità da produrre solo film basati su storie e personaggi già collaudati; è successo con l'infausto "Jurassic World", succederà con il reboot "pretty in pink" di "Ghostbusters"e accade ora con "Terminator Genisys", sequel-reboot di cui nessuno sentiva il bisogno, tranne gli executives della Paramaount che, agguantati i diritti della creatura di James Cameron, mettono in cantiere questo nuovo capitolo puntando al ribasso: Schwarzenegger torna a vestire i panni dell'icono T-800 101, ma si limita a fare da spalla, Byung-Hung Lee, ormai avezzo ai ruoli di cattivo silente, dà volto al nuovo T-1000 per poco di 20 minuti, mentre i protagonisti sono incarnati da attori poco conosciuti, come la bella Emilia Clarke di "Game of Thrones" e il caratterista Jason Clarke.
Dopo una campagna pubblicitaria volta a demolire il poco appeal e l'endorsment da parte dello stesso Cameron, "Genisys" arriva nelle sale e si dimostra per quello che è: un innocuo e godibile B-Movie con pochissime pretese e valori produttivi.


Se i precedenti "Terminator 3" (2003) e "Terminator Salvation" (2009) si imponevano prepotentemente come kolossal che tentavano di emulare le gesta del secondo capitolo della serie, fallendo miseramente, "Genisys" è semplicemente il tentativo di svecchiare la saga facendo leva sul sempre affascinante tema dei paradossi temporali, che pur rivestendo un ruolo essenziale nella mitologia, ben poca attenzione ha ricevuto in passato. La sceneggiatura non sempre valorizza la portata del tema e talvolta decide volontariamente di creare dei buchi narrativi per dare uno spunto per i film successivi, già annunciati. L'intero concetto di futuro alternativo e di slittamento della linea temporale viene relegato ai soli dialoghi esplicatori, che paradossalmente vengono messi in bocca al laconico Schwarzenegger; ancora più stupefacente, per lo spettatore più navigato, è ritrovare Matt "Doctor Who" Smith nel ruolo di "creatore di destini", come se il film volesse strizzare l'occhio alla cultura pop moderna.
Ma il punto più riuscito sul versante fantastico resta la rielaborazione del futuro da incubo di Cameron, che svestiti i panni dell'improbabile guerra di sangue e piombo di "Salvation", torna ad essere la battaglia post-apocalittica delle origini, con luci laser e neon che incorniciano la lotta tra uomini e macchine creando un bell'effetto.


Divertente anche la trovata di costruire il primo atto come un remake del primo film, con intere sequenze che ne riproducono le scene inquadratura per inquadratura, ricreando su schermo l'effetto di paradosso temporale alla base della trama. E quando la storia prende il via, pur conoscendo il famoso colpo di scena sulla vera identità di John Connor, non ci si può lamentare dell'esecuzione veloce, quasi frenetica dell'azione, che sopperisce alla mancanza di originalità, scansando la noia; pur al netto della pretenziosa love-story tra Kyle e Sarah e dei pessimi dialoghi,


E se la regia del Taylor di "Thor- The Dark World" (2013) non ha guizzi, si può apprezzare lo sforzo del cast di dare credibilità a personaggi monodimensionali; Schwarzy, Emilia e Jason Clarke sono affiatati e salvano a tratti la visione; mentre totalmente fuori posto è Jay Courtney: lineamenti bovini e fascino da suola bucata, il suo Kyle Reese non convince mai.
Alla fin fine, se si sta al gioco, ci si diverte, per quel poco che vale; anche se l'idea di caratterizzare Skynet come un OS che fagocita un'umanità incapace di staccarsi dallo smartphone meriterebbe davvero di divenire un topos fantascientifico vero e proprio.

domenica 19 luglio 2015

Oltre ogni Rischio

 Cat Chaser

di Abel Ferrara.

con: Peter Weller, Kelly McGillis, Tomas Milian, Frederic Forrest, Charles Durning, Juan Fernandez.

Noir

Usa (1989)













Dopo quattro pellicole volte a descrivere la follia metropolitana, Abel Ferrara decide di prendersi una vacanza dalla sua cupa Manhattan e dalla scrittura complessa dell'amico Nicholas St.John per dedicarsi ad un film più semplice, un piccolo noir dall'atmosfera calda e assolata preso da un racconto di Elmore Leonard, che collabora anche alla sceneggiatura.
Un film che avrebbe dovuto rappresentare una nuova esperienza per il filmamker italoamericano, ma che si rivela una delle esperienze più distruttive della sua carriera; abbandonato il set a causa dei litigi con i produttori Panzer e Davis, Ferrara non disconose "Cat Chaser", ma neanche lo salva in fase di montaggio, lasciando tutto in mano a cast e produttori. Il risultato è il primo vero film minore della sua carriera, un noir ben costruito e recitato, ma insipido.


Durante l'invasione di Santo Domingo nel 1965, il marine George Moran (Peter Weller) viene ferito e risparmiato da una giovane ragazza; anni dopo, George torna a Santo Domingo alla sua ricerca, ma si imbatte in Mary (Kelly McGillis), sua vecchia fiamma ora sposata con il potente generale De Boya (Tomas Milian).


La struttura di base concepita da Leonard è una interessante variazione del classico canovaccio de "Il Postino suona sempre due volte", dove  i due amanti sono parti di un gioco più grande di loro, il marito/terzo incomodo è un ex capo degli Squadroni della Morte e il vero assassino è un quarto soggetto. Trama interessante, che l'ottima cast valorizza grazie a buona performace e alla loro fisicità; oltre alla bella ed affiatata coppia Weller-McGillis, è spiazzante ritrovare l'amato Tomas Milian, che dopo anni persi a sguazzare tra Er Monnezza ed Er Gobbo, ritrova misura e colore in un ruolo serio, a cui infonde carisma a profusione.


Ma il tocco di Ferrara è stanco e tutta la vicenda risulta fredda ed inerme; non c'è tensione nella costruzione della storia, solo qualche bella trovata estetica nella messa in scena dei flashback sulla rivoluzione, girati con un piglio documentaristico che di punto in bianco sfocia nel visionario; la mano di Ferrara si intravede poi giusto nel finale spiazzante ed anticlimatico e nella sequenza del primo incontro tra George e Mary, mentre per tutto il resto domina la noia.


La storia quindi si accartoccia e l'ottimo cast non sempre riesce a risollevarne le sorti. Ed è un peccato visto i nomi coinvolti e il lavoro svolto in fase di script.

sabato 18 luglio 2015

The Death of "Superman Lives": What Happened?

 di Jon Schnepp.

con: Tim Burton, Jon Peters, Kevin Smith, Lorenzo DiBonaventura.

Documentario

Usa (2015)

















C'è una regola ad Hollywood: più un progetto è ambizioso, più probabilità ci sono che non debba vedere la luce. Questo perchè, stando all'ottusa mentalità dei produttori, il pubblico è stupido, non può trovare interessanti trame, personaggi ed argomenti che si discostino dal "canone" e deve sorbirsi sempre i soliti quattro elementi in croce quando si tratta di grosse produzioni.
Regola che oggi domina il mercato dei film-fumetto grazie alla politica dei Marvel Studios, con i loro kolossal fatti in serie, privi di mordente e spettacolo; ma che negli anni '90 poteva trovare dei temperamenti; d'altro canto, si era reduci allora dai successi di film poco convenzionali, come il "Batman" di Burton, e la voglia di sperimentare, da un punto di vista strettamente creativo, era ancora viva e tangibile.
E' in questo contesto che nasce e si sviluppa il progetto "Superman Lives", tentativo purtroppo abortito di rivitalizzare le gesta dell'Uomo d'Acciaio al cinema dopo il sanguinante flop di "Superman IV" (1987); un'opera colossale ed ambiziosa, che non vede mai la luce e che nel corso degli anni ha generato leggende, menzogne ed insulti gratuiti che si sono susseguiti a seguito della pubblicazione, timida e talvolta non autorizzata, del materiale di repertorio.
E dopo anni di speculazioni sul fallimento, su quanto avrebbe dovuto e potuto essere, il fanboy Jon Schnapp crea il documentario "Death of "Superman Lives" per fare il punto su cosa questo mitologico progetto avrebbe dovuto e potuto essere, intervistando i diretti interessati. E come nel caso di "Jodorowsky's Dune" (2014), la cui visione ha ispirato Schnepp, si scopre clamorosamente che anche questo "aborto" avrebbe potuto cambiare in meglio il destino di Hollywood.


Alla base dell'operazione c'è l'enorme successo della saga "La Morte di Superman", che nel 1993 sconvolgeva il mondo dei comics con la morte, temporanea ovviamente, dell'Azzurrone di casa Dc. Fiutando il possibile successo, agevolato dalla scadenza dell'acquisizione dei diritti del personaggio da parte dei fratelli Salkind, il produttore Jon Peters, figura sui generis già alla base della della creazione di "Batman", acquista i diritti del personaggio ed ingaggia Kevin Smith per la stesura di una prima bozza di sceneggiatura.
Il rapporto tra Smith e Peters è turbolento e le prime "storie" riguardano proprio il brianstorming alla base di questa prima stesura, che Schnapp documenta intervistando i due e sfatando i primi miti; stando ai racconti del mitico geek del Jersey, Peters gli aveva imposto di non far volare Supes (!), eliminare l'iconico costume rosso e blu ed inserire uno scontro con un ragno gigante nell'ultimo atto; delle tre condizioni, solo l'ultima si rivela fondata: la passione del pazzoide Peters per i kolossal classici americani lo aveva portato a voler creare una sequenza da antologia con un animale gigante, che Smith trasforma nello scontro tra Superman ed un insetto alieno.



Ancora più interessante è la conversazione con Tim Burton; si dava per assodato come l'autore fosse contrario al film e che vi partecipasse solo per motivi commerciali: nulla di più sbagliato: Burton, anzi, decide di prendervi parte per poter creare visioni non più notturne e cupe, dare al suo cinema un'impronta esteticamente più viva e colorata per non fossilizzarsi sui canoni del gotico baviano; l'entusiasmo con cui racconta i primi giorni di produzione è tangibile, tanto che arriva a rivelare come inizialmente non apprezzasse neanche lavorare su "Batman", ma come quell'esperienza lo abbia formato e gli abbia permesso di creare uno dei suoi film migliori, "Batman Returns" (1992).
E le visioni di Burton che prendono vita grazie ai bozzetti, sotryboards e concept art appaiono oggi ancora sconvolgenti: rifacendosi alla fantascienza viscerale di H.R. Giger e Moebius, l'autore crea una Krypton cyberpunk, una Metropolis art decò lontana dal gotico classico di Gotham City e dotata di una personalità, due villain, Braniac interpretato da Christophe Walken e l'abominio Doomsday, come mai sono apparsi su schermo (in tutti i sensi); Braniac è un'intelligenza artificiale dal corpo aracnoide e la testa aliena, che si muove su di una gigantesca astronave a forma di teschio addobbata con tutte le specie dei mondi che ha distrutto e che da metà film in poi si fonde con Lex Luthor, che già qui doveva essere interpretato da Kevin Spacey; mentre Doomsday diviene una creatura dai mille volti, un mostro di Frankenstein invincibile e terrificante.


Ancora più interessante è il lavoro svolto sul personaggio di Superman; Burton rilegge l'angelo custode di Siegel e Shuster con un outsider, ossia un perfetto personaggio della sua poetica, un essere incapace di mischiarsi con i terrestri e psicologicamente atterrito dalla grandezza dei suoi poteri. Un superuomo più terreno ed imperfetto, simile a quello che sarebbe poi apparso in "L'Uomo d'Acciaio" (2012) e che rende la scelta di Nicolas Cage azzeccata; il volto scarnificato e le movenze legnose dello scalcinato attore di origine italoamericana sembrano perfette per incarnare il goffo Clark Kent, versione fantozziana dell'ater ego storico di Kal-El; e come accaduto per Micahel Keaton al tempo dell'annuncio del suo casting per l'Uomo Pipistrello, anche per Cage le reazioni sono state furiose (anche da parte di chi scrive), causa anche di un paio di foto delle prove costume che non lo ritraevano in modo affiatato e finanche acconciato con una terribile parrucca da accatto. Ma guardando le immagini di quelle prove si nota l'entusiasmo dell'attore, la grinta che riversa nel ruolo e nel progetto, mista ad un umorismo non comune; e quando riesce a concentrarsi, dona un paio di scatti che chiarificano come, forse, sarebbe stato più che credibile nei panni del supereroe.


Semplicemente sorprendente è la parte riservata al lavoro sull'armatura che Superman avrebbe indossato: abbandonato il costume classico e prima di indossare un'inedita tuta nera, ispirata a quella che il personaggio sfoggia dopo la sua resurrezione nei fumetti, Kal-El avrebbe usato dapprima un costume curativo, poi una vera e propria corazza, in realtà una trasformazione di K, personaggio inedito che affianca l'eroe, caratterizzato come un robot kryptoniano che lo ha assistito fin dalla sua nascita sul suo pianeta natale. La tuta curativa, con le luci intermittenti e i neon, è un piccolo capolavoro di design pacchiano ma affascinante, mentre i concept per la trasformazione di K sono semplicemente sbalorditivi; il lavoro per creare la tuta curativa viene documentato in maniera certosina: è incredibile vedere la fatica e l'ambizione di un gruppo di tecnici allep rese con un'impresa immane, quando oggi come oggi risultati simili vengono totalmente creati con la CGI, spesso con esiti atroci come nel caso di "Lanterna Verde" (2011) o di alcune delle visioni dello stesso Burton in "Alice in Wonderland" (2010)


Di tutto il lavoro e l'entusiasmo, nulla purtroppo è sopravvissuto; i magri incassi degli orrendi kolossal Warner dell'epoca hanno portato alla cancellazione del progetto a 3 settimane dall'inizio delle riprese; mentre il pessimo script del film, rimaneggiato da Dan Gilroy e Wesley Strick ha convinto i produttori della casa di Bugs Bunny a cassare il progetto anche a seguito del revival dei film dei supereroi; mossa stupida, se si tiene conto di come anche le sceneggiature dei primi due film su Batman fossero scalcinate: la riuscita di quei film e il loro immane successo era dovuto al talento del regista, piuttosto che a quello degli scrittori.


Quel poco che è sopravvissuto di "Superman Lives" è confluito poi in "Superman Returns" (2006), che Bryan Singer ha diretto prendendo come termine di paragone negativo tutto il lavoro fatto da Peters, Smith, Burton e soci, con esiti di sicuro non memorabili.
E alla fine svetta su tutto il rimpianto supremo di quello che avrebbe potuto essere il cinema di supereroi ricreato da un gruppo di stramboidi: gente folle, ma creativa e appassionata, la cui semplice rivisitazione di un lavoro mai compiuto fa comprendere come Hollywood abbia bisogno di più sperimentatori e meno Kevin Feige.

giovedì 16 luglio 2015

Terrore nello Spazio

di Mario Bava.

con: Barry Sullivan, Norma Bengell, Ange Aranda, Evi Marandi, Stelio Candelli, Franco Andrei.

Fantascienza/Horror

Italia, Spagna (1965)
















La fantascienza, è noto, è un genere scarsamente frequentato dal cinema italiano; i motivi sono probabilmente due: da un, lato la complessità della messa in scena di un mondo totalmente fantastico richiede una maestria ed un budget al di sopra degli standard che il sistema produttivo italiano poteva garantire per le produzioni "di cassetta"; dall'altro, è noto come anche gli autori nostrani più talentuosi fossero più preoccupati da temi e istanze del presente o del passato, piuttosto che dalle visioni del futuro.
Le eccezioni, ovviamente, non sono mancate: con "Omicron" (1963), Ugo Gregoretti filtrava la realtà italiana del boom economico dal punto di vista di un alieno umanoide caduto sulla Terra; mentre due anni dopo, Elio Petri utilizzava la distopia grottesca de "La Decima Vittima" per creare una disanima acidissima sulla guerra tra sessi; senza contare il mitico "Nirvana" (1996), tardo esempio di cinema cyberpunk usato per dar vitta alle ossessioni "fuggiasche" di Salvatores.
Tutti lavori che "prendono in prestito" il registro di genere per creare un cinema d'autore con tutti i crismi. Bisogna quindi rifarsi all'operato di un regista che era, letteralmente, "autore senza saperlo" per rintracciare un unico, sparuto esempio di fantascienza di puro intrattenimento, priva cioè di ogni velleità metaforica; l'autore è Mario Bava, il film è "Terrore nello Spazio": puro cinema fantastico, lontano da ogni impegno, che nonostante il successo non proprio esorbitante riscosso all'epoca e all'oblio cui è è stato condannato per decenni, si è imposto come un'oscura pietra miliare in grado di influenzare un'intera generazione di filmmakers anglofoni.


Già la storia alla base del film, tratta da un racconto di Renato Pestriniero e rimaneggiata in fase di script da Bava e da Alberto Bevilacqua, gronda tutta una serie di archetipi ben noti al pubblico odierno: un gruppo di astronauti riceve per caso una serie di segnalazioni da un remoto pianeta apparentemente disabitato; dopo un movimentato atterraggio, cominciano a verificarsi strani eventi che porteranno i personaggi a temere per la propria incolumità. In pratica, Bava crea il fanta-horror, comminando i topoi dell'horror gotico da egli stesso riconcepito con un'ambientazione aliena.
Rivisto oggi, "Terrore nello Spazio" perde la sua carica di tensione, ma guadagna uno status di "film seminale" unico: praticamente, ogni scena del film è stata saccheggiata o omaggiata dai successivi esponenti del "genere".
Si parte ovviamente con "Alien" (1979), il capolavoro di Ridley Scott: Dan O'Bannon era probabilmente reduce dalla visione del film di Bava ai tempi della stesura del suo script, tanto che proprio da qui ha ripreso l'idea di una nave intrappolata su di un pianeta ostile, di una razza aliena "invisibile" e ferocemente in cerca di un habitat per prosperare, del "pericolo" che non deve essere riportato sulla Terra; senza contare come la famosa scena del ritrovamento dello Space Jockey sia presa pari pari dalla sequenza centrale del film di Bava, la più visionaria e sorprendente.


Altro fanta-horror simile al lavoro di Bava è "La Cosa" (1982): l'uso di una minaccia che aggredisce i personaggi "dall'interno" per rivoltarli gli uni contro gli altri ricorda molto le gesta dell'alieno mutaforma di carpenteriana memoria, così come il gusto per un finale apocalittico e pessimista, che Bava impone al pubblico con il suo fenomenale gusto per lo sberleffo finale; ma, in questo caso, il gioco delle ispirazioni si fa più fluido se si tiene conto di come il racconto alla base del capolavoro di Carpenter risalga al 1938, ossia quasi trent'anni prima l'uscita di "Terrore nello Spazio"; Carpenter, tuttavia, omaggia chiaramente il cult di Bava nella scena in cui Kurt Russell lascia un rapporto audio con un piccolo registratore da tavolo, sequenza ripresa da quella in cui il capitano Mark registra un resoconto dell'atterraggio.


Ma al di là dell'influenza suscitata e della tensione, ottimamente costruita per i canoni dell'epoca, a fare la differenza nel cinema di Bava è come al solito l'uso sapiente ed espressivo di scenografia, fotografia ed effetti speciali.
Utilizzando effetti fotografici totalmente artigianali, il grande regista camuffa una produzione di fascia bassa in un piccolo kolossal, dove le scenografie più vaste sono in realtà modellini combinati con riprese a figura intera degli attori.
Le luci espressive trasportano l'atmosfera onirica del gotico italiano su di un pianeta alieno, creando un mondo irreale, quasi rarefatto nei suoi colori sgargianti eppure sinistri. Mentre il design dei costumi, oggi un pò opulento, ma per l'epoca terribilmente moderno, ha fatto anch'esso scuola; impossibile non vederlo come l'antesignano e la fonte di ispirazione del lavoro di Syd Mead in "Tron" (1982); e gli echi di quelle tute in pelle incorniciate in contorni dai colori vivi si vedono chiaramente anche in "Prometheus" (2012), prova dell'immortalità e della grandezza di un cinema artigianale nostrano troppo a lungo bistrattato e disgraziatamente annichilito dalla stupidità dei cineasti italiani successivi.


In fondo, la grandezza del cinema di Bava e, in genere, del cinema italiano dell'epoca era tuta racchiusa in una semplice nozione: fare tanto con poco, ossia non porre mai limiti all'immaginazione o alla voglia di sperimentare.
E i risultati sono, oggi più che allora, sfavillanti.

lunedì 13 luglio 2015

American Graffiti

 di George Lucas.

con: Richard Dreyfuss, Ron Howard, Paul Le Mat, Charles Martin Smith, Cindy Williams, Candy Clark, Mackenzie Phillips, Wolfam Jack, Harrison Ford.

Commedia

Usa (1973)














Fino all'uscita di "THX 1138" (1970), Lucas era un cineasta fortemente legato alla sperimentazione narrativa e a temi cupi; il flop del film finì fatalmente per cambiare la sua indole: abbandonata l'idea di girare "Apocalypse Now" in Vietnam, con pellicola 16mm in b/n e usando veri soldati come protagonisti, il regista di Modesto decide di approcciarsi ad un cinema più semplice e vicino al pubblico, a temi sempre sensibili ma lontani dalla complessità del suo esordio; cerca, in pratica, di creare un pellicola sempre legata alla sperimentazione estetico-stilistica, ma che riesca ad intrattenere davvero gli spettatori. "American Graffiti" è il risultato di questa ricerca quasi spasmodica, un film che coniuga esigenze autoriali con un ritrovato senso della felicità; per quanto si tratti pur sempre di una pellicola sulla maturità girata da un filmaker degli anni '70.


"American Graffiti" è, in buona sostanza, un balzo nel passato recente degli Stati Uniti, che trasporta l'autore e lo spettatore dal cupo e violento 1973 ad uno spensierato 1962; nove anni che fanno la differenza: il Vietnam è alle porte, ma ancora lontano dalla quotidianità, il bel presidente Kennedy è ancora saldamente al potere e nulla fa intuire il suo tragico destino, mentre i ragazzi che spargeranno fuoco e fiamme per le piazze e le strade a partire dal 1968 ora sono ancora dei diciassettenni alle prese con uno dei momenti essenziali della vita: la separazione dal paese natio con la partenza per il college, rito di passaggio che li trasformerà in uomini.


L'ultima notte di libertà per Curt (Richard Dreyfuss), Steve (Ron Howard), John (Paul Le Mat) e Terry (Charles Martin Smith) è al contempo ultimo assaggio della giovinezza e primo passo nell'età adulta; ognuno dei quattro si trova a confrontarsi con sé stesso e le proprie aspirazioni prima di partire o di restare confinato a vita nel paesino della California che Lucas ben conosce e che caratterizza in modo universale, tant'è che risulta facile immedesimarsi in uno qualsiasi dei quattro ragazzi.
Curt è il ragazzo insicuro, dubbioso se sia giusto abbandonare un luogo che si conosce per tentare la fortuna altrove; la misteriosa donna in bianco che lo perseguita per tutta la notte è la promessa di un avvenire sfavillante, ma effimero, una fantasia vaga a cui solitamente ci si appiglia per razionalizzare la paura del distacco; personaggio che Richard Dreyfuss con il suo sorriso umano e la mitica camicia a quadri rende indimenticabile.
Steve, apparentemente il più smaliziato dei quattro, attraversa un arco apposto a quello dell'amico Curt: trova una ragione per restare a casa nell'amore con l'infantile ma fedele Laurie (Cindy Williams).
Terry "Toad" (ossia "rospo"), lo sfigato, attraversa la notte creandosi un carattere fittizio fatto di bugie per far colpo sulla bella Debbie (Candy Clark), ma alla fine realizza a sue spese come la ragazza sia più interessata alla sua vera personalità.
Lo scapestrato John, asso del volante, sorta di bullo dal cuore d'oro, realizza come la sua leggenda di pilota sia giunta al termine dal confronto con Bob Falfa (Harrison Ford, ai suoi esordi prima dei successi che lo stesso Lucas gli garantirà), simbolo della morte fin troppo urlato a carico: Lucas lo barda in una auto nera con un teschio sullo specchietto, sorta di Darth Vader dell'era dei frullati.
Alla fine della lunga notte, tutti e quattro saranno diversi, più maturi, pronti per la vita da adulti, per lo sfacelo che colpirà l'America; eppure ancora a loro modo innocenti, non sciupati dalla maturità, in un inno alla volontà di vivere viscerale.


La ricostruzione del decennio passato è sfavillante; Lucas riporta in auge una serie di luoghi che da qui in poi diventeranno comuni a tutte le pellicole ambientate nello stesso periodo: il fast-food con le cameriere sui pattini, le strade intasate di Cadillac e T-Bird truccate e scintillanti, il ballo di addio, con le coppiette affaccendate in balli rock n' roll scatenati. Sensazionale è l'uso delle canzoni d'epoca: il Dj Wolfman Jack interpreta sé stesso e diviene un personaggio fantasma che accompagna i quattro personaggi nel loro peregrinare notturno, con commenti sarcastici e musica orecchiabile; il numero di tracce usate è incalcolabile ed ogni pezzo ha una precisa valenza narrativa, accompagnando le azioni dei personaggi come una sorta di commento alle stesse; stile che sarà ripreso anni dopo da Robert Zemeckis per "Forrest Gump" (1994), riducendolo però ad un mero guazzabuglio di canzoni d'epoca, poichè privato della componente narrativo-descrittiva.


Lo stile del primo Lucas è ancora avvertibile: la ricercatezza delle inquadrature lascia spazio a frame più laconici, immagini più ruvide che in "THX 1138" che cozzano con la leggerezza dei toni; le inquadrature sono quasi sciatte: tutte le immagini prendono vita solo grazie al montaggio, che trasforma fotogrammi inerti in sequenze credibili, con un effetto straniante. Tutto il film è quasi un documento ritrovato per caso e rimontato in modo da avere senso: un tuffo nel passato ruvido e convincente, quasi un omaggio ai dettami della Nouvelle Vague, privato della componente estetica che rese famose le pellicole del periodo, prova della volontà di Lucas di sperimentare piuttosto che accasciarsi sul terreno del convenzionale. E sempre dai cineasti francesi riprende il gusto per l'improvvisazione usata come sguardo più veritiero verso le azioni dei personaggi, garantita anche dall'uso di due macchine da presa in contemporanea per carpire meglio le interpretazioni degli attori, come all'epoca insegnava la scuola di John Cassavetes.


Il tono leggero e spensierato non tragga in inganno: "American Graffiti" è un romanzo di formazione riuscito e penetrante, conferma del talento di un George Lucas che ormai esiste solo nei ricordi degli aficionados più irriducibili.



EXTRA

Successo a sorpresa al botteghino internazionale nel 1973, "American Graffiti" generò un bel seguito: "More American Graffiti" (in Italia semplicemente "American Graffiti 2") nel 1979:


Girato come una serie di cortometraggi poi montanti in un unico lungometraggio, "More American Graffiti" riprende le vicende dei tre personaggi rimasti al paese e li pone a confronto con i temi più scottanti degli anni '60, riprendendo le storie dalle "cartoline" che appaiono alla fine del primo film.

Più famosa è invece una serie televisiva che, pur non essendo narrativamente connessa al film di Lucas, ne riprende stile, ambientazione ed una certa nostalgia per il passato, oltre che il volto di Ron Howard per divenirne una sorta di estensione:



"Happy Days" debutta nel 1974, un anno dopo l'uscita di "American Graffiti" nelle sale americane; al di là del "fattore nostalgia", la serie si impone all'attenzione del pubblico grazie ad alcuni dei temi affrontati, come il divorzio e l'intolleranza, all'epoca strettamente tabù per il mezzo televisivo e che le permisero di distanziarsi dal modello di riferimento.