venerdì 15 gennaio 2016

R.I.P.- Franco Citti



1935- 2016


Un volto scavato, distrutto dalle avversità di un vita agra. Due occhi spenti eppure trabordanti di vita vissuta, vera, che bruciava la pellicola e si saldava indelebilmente sullo schermo. Un attore preso dalla strada, come avveniva già da quasi 20 anni quando Pasolini lo scoprì affidandogli il ruolo di Accattone. Un volto indimenticabile, quello di Franco Citti, maschera di quell'Italia miserabile, che sguazzava nella miseria gonfiando il petto per sembrare migliore di ciò che era, incarnandone la malevolenza, ma anche l'innegabile tragicità. E con lui se ne va un'altro pezzo di quel glorioso cinema che fu.


martedì 12 gennaio 2016

Caligola

Caligula

di Tinto Brass.

con: Malcolm McDowell, Teresa Ann Savoy, Helen Mirren, Peter O'Toole, John Gilgud, John Steiner, Guido Mannari, Adriana Asti, Leopoldo Trieste.

Storico/Drammatico/Pornografico

Usa, Italia 1979













Quando si pensa ad un film "maledetto", il modello di riferimento è dato di solito da pellicole che a prescindere dai problemi avuti durante la produzione, alle peripezie di cast e troupe, alle polemiche che ne hanno magari circondato l'uscita, sono comunque state in grado di imporsi all'attenzione di critica e pubblico e a divenire, magari nel tempo, vere e proprie pietre miliari nella storia del cinema o, quantomeno, film di culto. Gli esempi in tal senso non mancano di certo e sono tutti più o meno illustri: da "Nascita di una Nazione" (1915) ad "Arancia Meccanica" (1971) o anche "Apocalypse Now" (1979), "Ultimo Tango a Parigi" (1972), "I Cancelli del Cielo" (1980), "Dune" (1984) e finanche piccoli gioielli come "Il Corvo- The Crow" (1994) e "Donnie Darko" (2001).
In un panorama del genere, popolato da nomi più o meno illustri tra gli autori e film più o meno importanti, il famoso "Caligola" di Tinto Brass sembrerebbe stonare: come può l'opera di un regista famoso per gli exploit softcore e girata come un vero e proprio film porno essere affiancata a vere e proprie pietre miliare della Settima Arte?
Perchè "Caligola" rientra tranquillamente tra i cosiddetti "film maledetti" a causa della cattiva sorte di cui ha goduto, ma data la sua nomea e, sopratutto, il fatto di essere divenuto un culto solo in tempi recentissimi e solo grazie ai moviegorers di internet affamati di pellicole trash, la si potrebbe tranquillamente etichettare come una stravagante ed ambiziosa "vaccata". Posizione vera solo in parte.
Ma per comprendere appieno il perchè occorre ripercorre la storia di un film che è stato in grado di far arrabbiare molti degli autori coinvolti, di distruggere le carriere di Malcolm McDowell e Peter O'Toole, le quali non si riprenderanno mai dal colpo subito, di impedire ad un attrice del calibro di Helen Mirren, all'epoca al sui esordio su celluloide, di affermarsi immediatamente nel mondo del cinema e di far intraprendere un corso totalmente diverso alla filmografia di Tinto Brass. Pellicola, infine, in grado di imporsi all'attenzione di critica e pubblico solamente per motivi "pruriginosi" o "scandalosi", più che per effettivi meriti artistici.




Il progetto alla base del film nasce nei primi anni '70, dalla mente di niente meno che Gore Vidal. Il grande intellettuale americano scrisse una sceneggiatura ambiziosa ed ispirata: una biografia di Gaio Giulio Germanico detto Caligola, terzo imperatore romano, ultimo esponente della gens Iulia e passato alla storia come esempio di corruzione morale. Nella visione di Vidal, Caligola era un ragazzo semplice, che chiamato a succedere al padre Tiberio viene inebriato dal potere assoluto sino ad impazzire, metafora della forza distruttiva del potere stesso.
Completata la prima stesura, la sceneggiatura fa il canonico giro per i maggiori studios di Hollywood e viene puntualmente rigettata, poichè  vista come un semplice peplum più che un dramma in costume in un'epoca in cui il "sandalone" era un genere oramai defunto.
Bruciata la possibilità di una produzione di serie A, al progetto si avvicina un novello produttore, attivo nell'ambito del cinema underground, un uomo ambizioso, all'epoca appena entrato nel giro delle produzioni filmiche ed in cerca di un progetto in grado di consacrarlo: Bob Guccione, editore in capo di Penthouse, ossia la prima e più celebre rivista porno della storia.




Guccione aveva le idee chiare in merito al progetto: creare un film che si imponesse come campione di incassi, facendo leva sul pubblico grazie alla licenziosità dovuta all'ambientazione nella Roma pagana, ma che al contempo fosse ben accolto dalla critica, dato il nome illustre del suo sceneggiatore. Ambizioso sin nel midollo, voleva fare le cose in grande e portare altri nomi illustri a bordo, primo fra tutti quello di Federico Fellini, contattato inizialmente per dirigere, ma che rifiuterà per perseguire progetti più personali, tra i quali lo splendido "Il Casanova di Federico Fellini" (1976).
Perso l'appoggio del grande artista riminese, Guccione decide comunque di rimanere in Italia per la produzione, a causa della favorevole congiuntura economica e per la possibilità di affidare la direzione artistica a Danilo Donati, trovando inoltre l'aiuto del produttore Franco Rossellini. Per la regia vera e propria decide di rivolgersi a soggetti più malleabili, ma al contempo in grado di creare una visione affascinante.
La scelta finale ricade sull'allora 43nne Tinto Brass e sarebbe facile etichettarla sulla scorta dell'odierna nomea del regista. Viceversa, all'epoca Brass era un autore serio, che sapeva fondere istanze artistiche e popolari con nonchalance, come testimoniato da pellicole quali "L'Urlo" (1968) e "Salon Kitty" (1976). Un autore a tutto tondo, che coglie al volo la possibilità di collaborare con Vidal e sopratutto con il cast d'eccezione che i produttori avevano assemblato: oltre che le star McDowell e O'Toole figuravano anche Leopoldo Trieste, John Steiner, caratterista del cinema di genere nostrano, Maria Schneider, che però abbonderà la produzione perchè impaurita dal tono erotico, e sopratutto John Gielgud, il massimo attore del teatro shakespeariano vivente.
Ma fu proprio la riunione di tre personalità forti quale quelle di Brass, Guccione e Vidal che portò i primi guai al progetto.


Brass aveva una sua visione del personaggio che mal si conciliava con quella di Vidal. Ordinate ben 7 riscritture della sceneggiatura, il regista non era ancora soddisfatto e decise di riscriverne parte di suo pugno. Vidal, oltraggiato, decise di togliere il suo nome al film, nel quale ci si limita infatti a fare giusto un richiamo fugace al suo lavoro. Lo scontro tra i due era dovuto sopratutto alla differente concezione della paternità artistica in campo filmico. Per Vidal il vero autore di un film è lo sceneggiatore, che pone le basi, essenziali, con la storia e con i personaggi; concezione fortemente viziata dalle sue origini letterarie e del tutto antitetica con quella di Brass, che richiamandosi alla politica degli autori vedeva nel regista la figura centrale nel processo creativo, poichè nel medium audiovisivo il prodotto finito è dovuto alla messa in scena.
Ottenuto uno script definitivo, Brass, Guccione e Rossellini cominciano le riprese nel 1975 con un budget di 13 milioni di dollari, che lieviterà, nel corso dell'anno durante il quale le stesse si trascineranno, fino a 20, facendo di "Caligola" la produzione indipendente più costosa della storia del cinema. Su di un set blindato, Danilo Donati, forte dei capitali stratosferici, riesce a creare alcune delle sue opere più ambiziose, tra set giganteschi ed oggetti di scena enormi, tra i quali spunta la "nave dell'orgia", tutt'oggi il più grande mai costruito. Ed è da questo punto che la nomea del film comincia a circolare, sotto forma di leggenda metropolitana, tra critica e pubblico.




Il cinema di Brass era già all'epoca celebre per l'erotismo. L'unione con il patron di Penthouse scatenò la curiosità generale, alimentata dalla riservatezza sulle riprese. Storie di scene di sesso esplicito e addirittura zoofilo (la sequenza nella quale il protagonista ammalato dorme con affianco il suo cavallo) creano un primo alone di "dannazione" sul film, che lo accompagnerà sino all'uscita nelle sale.
Ma fu con la fine delle riprese che la "maledizione" prese forma. Nel contratto di assunzione, a Brass veniva negato il final cut, ma concesso il first cut sul film, in modo da permettergli di assemblarlo e settare il tono generale. Impegno che non fu rispettato dai produttori, i quali rubarono letteralmente il girato e lo montarono autonomamente, estromettendo in toto il regista dal processo creativo. La versione integrale del film, della durata di ben 156 minuti è opera del solo Guccione, tanto che Tinto Brass viene accreditato unicamente come autore delle riprese principali.
Lo scontro tra i due, questa volta, era dovuto ad una differente veduta sull'estetica: Brass voleva fare un film d'autore nel quale la Roma pagana veniva descritta in modo surreale e grottesco, con un erotismo di stampo felliniano, mai genuinamente erotico. A Guccione invece interessava solo dar spazio alle grazie delle procaci attrici, tra le quali figuravano le "pets of the month" più famose dell'epoca, in modo da poterlo vendere nei circuiti a luci rosse. Deluso dalla mancanza di vero eros, il produttore aggiunse nuove sequenze girate ad hoc, dove le prosperose pets Tori Wagner e Annika Di Lorenzo (che nella versione di Brass si limitavano a comparire nude) si abbandonavano a scene di sesso esplicito, saffico nella sequenza in cui Caligola intrattiene un rapporto a tre con la moglie Cesonia e la sorella Drusilla, etero durante la sequenza dell'orgia.




Il montaggio di Guccione, totalmente inesperto, finisce per massacrare la pellicola. Dal prodotto finito vengono escluse alcune delle sequenze più importanti, come quella nella quale l'imperatore nomina senatore il suo cavallo Incitatus; l'intero film si trasforma da disanima del potere a carnevale di oscenità gratuita, dove ogni forma narrativa viene annacquata, diluita inutilmente nelle inquadrature "hard", perdendo di mordente e ritmo. Ogni singola scena è semplicemente assemblata, non montata: le basi della grammatica filmica mancano a causa dell'inesperienza del produttore, tramutandosi in un prodotto ai limiti dell'amatoriale, dove l'estetica della ripresa di Brass, a tratti squisitamente geometrica e pittorica, viene sacrifica in favore del sesso.
Massacro che permise comunque al film di riscuotere un enorme successo: arrivato nelle sale in America e Italia solo nel 1979 (nel resto d'Europa ed in Asia venne distribuito, a singhiozzo, già a partire dal 1977), recupera il suo budget in un solo giorno di programmazione. In Italia, tuttavia, il film viene sequestrato dopo una settimana per oscenità e Brass riuscì a stento a difendersi dimostrando la sua estraneità al prodotto finito. Concluso il processo, Brass riuscì anche a vincere una causa contro Guccione, la quale stabilì come il regista sia comunque titolare del film a prescindere dalla quantità del materiale che effettivamente sia stato usato nel montaggio definitivo. Impossibilitato a creare una sua versione del film, Brass si rifece in parte tagliando le sequenze hardcore e riuscendo a ridistribuire il film nel 1984 con il titolo "Io, Caligola", ad oggi la versione "ufficiale" su territorio italiano.




Distrutta dall'opera selvaggia del produttore, la pellicola risulta tuttavia interessante: all'interno della stessa versione integrale è possibile scorgere le macerie del film voluto da Brass, oltre che il lavoro magistrale del cast.
Il Caligola del duo Brass/McDowell (che si immerge totalmente nel personaggio caricandolo di una prorompente energia) non è un uomo comune corrotto dal potere. Tutt'altro: egli è corrotto sin da ragazzo, presentandosi sin da subito come un edonista perso nell'amore carnale per la sorella Drusilla e ossessionato dalla paura della morte. Caligola si confronta con il nonno Tiberio, imperatore morente ritratto come un corpo in decomposizione, le cui pustole sono l'esternazione della decadenza nella quale sguazza. Giunto al potere, Caligola si rivela per ciò che è: un anarchico, un bambino al quale viene dato potere di vita e morte sul mondo, con il quale si diverte a giocare come un balocco.




Non un imperatore folle, quanto un folle chiamato a fare l'imperatore, che sfrutta la sua posizione per abbandonarsi ad ogni forma di compiacimento. Primo l'omicidio: l'uccisione del compagno e amico Macrone per rinsaldare il suo potere e sposarne la moglie, già da tempo sua amante. Poi l'esilio di quest'ultima per sposare una consorte più giovane, la bella e algida Cesonia, che si diverte a portare in giro al guinzaglio.
Il sesso diviene sublimazione del potere, strumento per la sottomissione del prossimo, sia esso una vergine durante la sua prima notte di nozze che un soldato la cui mascolinità viene azzerata con uno stupro. O, ancora, affermazione di potere definitivo sull'odiata casta dei senatori, costretti a guardare le mogli prostituirsi per il piacere dell'imperatore. Caligola è l'incarnazione della forma più genuina del potere politico: la sottomissione per il proprio piacere carnale, l'affermazione della propria virilità mediante la distruzione fisica e sessuale di chiunque lo circondi; ma anche un potere inetto, del tutto inefficace sul piano strettamente politico perchè dedito solo a sè stesso (il fallimento della campagna in Britannia, l'urgenza economica perenne). Tema universale che, paradossalmente, nell'Italia del XXI secolo è tristemente attuale.



Personaggio bigger than cinema che ben avrebbe trovato forma completa nell'opera così come originariamente concepita. Ma nella sua versione attuale, "Caligola" è solo uno spettacolo ai limiti del pecoreccio, interessante più per la sua storia produttiva che per il contenuto narrativo, ennesima prova di come la politica degli autori dovrebbe essere tenuta in maggiore considerazione.

lunedì 11 gennaio 2016

R.I.P. David Bowie




1947-2016


Non una semplice pop-star, ma un pilastro della cultura popolare. Non un semplice showman, ma un artista eclettico, in grado di sperimentare nuove forme e ritmi in modo costante durante la sua lunga carriera. E di cimentarsi con il Grande Schermo in modo umile, serio, umano, dimostrando di poter dare performance talvolta straordinarie.
Con David Bowie se ne va un pezzo imprescindibile della storia musicale del XX secolo (e forse non solo), ma anche un attore dalle capacità sorprendenti.




L'uomo che cadde sulla Terra (1976)


Nicolas Roeg porta il visitatore alieno Ziggy Stardust al cinema, costruendo attorno a Bowie una pellicola sulla disumanizzazione e la perdita delle emozioni. Per il grande artista di Brixton è la possibilità di dimostrare il suo talento, usando come mezzo espressivo il silenzio e la propria fisicità, allenata grazie al passato di mimo.


Christiane F.- Noi Ragazzi dello Zoo di Berlino (1981)


Nel romanzo omonimo, Ziggy Stardust era l'ossessione di un'intera generazione di giovani berlinesi. Fortemente colpito dal richiamo, Bowie, all'epoca reduce da una profonda crisi personale, decide di appoggiare l'adattamento cinematografico anima e corpo. Pur impegnato con il tour di Heroes, filma appositamente per la pellicola un numero musicale inedito ed affianca la distribuzione in sede di marketing.




Miriam si sveglia a Mezzanotte (1983)


Esordio al cinema di Tony Scott, il Duca Bianco interpreta un vampiro ultracentenario protagonista della scena più scioccante: l'invecchiamento precoce che lo porta a disfarsi sotto gli occhi dello spettatore. In scena per il solo primo atto, Bowie trasuda carisma ed eleganza. E nella famosa scena dimostra un intensità sbalorditiva.


Furyo (1983)


La sua performance più famosa e celebrata. Nel capolavoro di Nagisa, Bowie è "Raffica" Jack Celliers, mitragliere dell'esercito inglese recluso in un campo di prigionia giapponese a Java. Incarnazione perfetta dello spirito iconoclasta e della ribellione ad un'autorità tronfia e dispotica, regala un'interpretazione emotiva e sentita, in grado di commuovere ed esaltare al tempo stesso.


Labyrinth- Dove tutto è Possibile (1986)


Jim Henson crea un viaggio allucinante in una dimensione fantastica fatta di goblin e foreste incantate. Bowie compone la bella colonna sonora ed incarna con ironia e passione Jareth il Re dei Goblin, monarca cupo e pop innamoratosi della giovane protagonista.


L'Ultima Tentazione di Cristo (1988)


Nel controverso capolavoro di Martin Scorsese, Bowie appare in un breve ma intenso cameo nei panni di Ponzio Pilato, in una performance misurata e per questo efficacissima.


Fuoco Cammina con Me (1992)



Altro cameo d'autore, questa volta in un contesto spiazzante e genuinamente inquietante. Bowie è Philip Jeffries, detective dell' F.B.I. dato per scomparso tempo addietro, che riappare misteriosamente per avvertire Cooper di un futuro pericolo.


Basquiat (1996)



Biografia dell'artista pop newyorkese Jean Michel Basquiat. Bowie interpreta il mentore e amico Andy Whorol, ossia l'icona pop per antonomasia, vestendone i panni in modo mimico e camaleontico.


The Prestige  (2006)



Ultima vera performance per Bowie, che poi si limiterà a fare piccole comparsate o camei. Nel vorticoso thriller steampunk dei fratteli Nolan, interpreta niente meno che Nikola Tesla con fare, al solito, magistrale: misuratissimo e mai pacchiano, crea il personaggio con fare sottrattivo, facendone avvertire l'amarezza interiore con piccolissimi gesti e minimali espressioni. 

lunedì 4 gennaio 2016

Blackout

The Blackout

di Abel Ferrara.

con: Matthew Modine, Claudia Schiffer, Dennis Hopper, Steven Bauer, Beatrice Dalle, Sarah Lassez.

Usa, Francia 1997



















---CONTIENE SPOILERS---


La rottura con il fido Nicolas St.John non ha di certo giovato al cinema di Ferrara. La mancanza della costruzione narrativa solida e profonda del suo sceneggiatore di fiducia lo fa crollare, all'indomani dell'ultimo capolavoro del duo "Fratelli" (1996), in una parentesi velleitaria, nel quale il grande autore fa confluire nuovamente alcune delle sue ossessioni senza tuttavia riuscire a declinarle in modo adeguato.
"Blackout" è la prima tappa di questo nuovo corso del cinema ferrariano: un film visionario e cupo, eppure fatalmente inerte.




Come in "The Addiction" (1995), torna in scena il mondo del peccato, un universo fosco, totalmente immerso della tenebra del rimorso e del rimosso, della paura di sé stessi e delle proprie azioni. Al centro della narrazione troviamo un nuovo "dannato", Matty (Matthew Modine), perfettamente incardinabile nella tradizione del cinema di Ferrara. Un uomo totalmente dedito al vizio: superstar affermata persa tra fiumi di alcool e montagne di coca, immerso nell'eccesso sessuale del night club dell'amico Mickey (Dennis Hopper), videoartist alle prese con un remake hardcore del "Nana" (1955) di Christian-Jacque. Ma Matty ha anche un lato positivo, un nocciolo di bontà che vede nella gravidanza della fidanzata Annie (Beatrice Dalle) l'opportunità di creare qualcosa di buono. Finchè questa non abortisce, causando un crollo psicologico totale nel partner.




Sempre dal passato torna anche la fusione tra l'analisi psicologica dei personaggi e l'ossessione per la creazione filmica, che si riaffaccia da "Occhi di Serpente" (1993) riallacciandosi in modo ancora più diretto con i dettami della Nouvelle Vague, esplicitamente richiamata tramite l' "evocazione" dello spettro di Godard. E come nella tradizione del grande cineasta francese, anche "Blackout" vive di un montaggio spezzato, della rincorsa verso il protagonista, dei primi piani dei personaggi, della scompaginazione totale dello schematismo volto a creare una nuova forma narrativa, che qui si plasma sulla moda della video-ripresa e sul montaggio frammentato, con dissolvenze incrociate, ellissi, flashback e flashforward che distruggono l'unità spaziotemporale del racconto per divenire metafora della deriva mentale di Matty.
Il suo mondo è un inferno in terra nel quale si aggira come un novello "Cattivo Tenente", un peccatore alla disperata di redenzione. Il peccato vive nelle forme dell'eccesso totale, dato anche dalla promiscuità, come nella scena del menage lesbo che l'autore carica ai limiti del pornografico. Promiscuità sessuale come metafora della perdizione totale, di una vita dedita unicamente alla ricerca di quel piacere terreno che annichilisce ogni forma di umanità. Un mondo nero, quello nel quale si perde, primo significato del "blackout" del titolo: universo di tenebra che cinge i personaggi verso la bassezza.
Così come Matty, anche Mickey, che vive grazie al volto luciferino e all'espressività feroce del grande Dennis Hopper, ricerca disperatamente l'affermazione, con una voracità pari a quella dell'amico. Affermazione che ha la forma della mania della ripresa: la "magnifica ossessione" di riprendere il vero, di creare su schermo una realtà che sia pari a quella effettiva, di ricreare da zero un classico in modo ancora più vivo e vibrante, che si fa catarsi distruttiva nella scena dell'omicidio. E che trasforma lo sguardo dello spettatore frammentandolo in innumerevoli punti di vista, compreso quello della handycam con la quale Matty si confessa.




La negazione della salvezza per Matty, data dall'abbandono dell'amata Annie, si fa primo passo verso la distruzione. Persa la luce del futuro, si abbandona definitivamente al vizio, finchè per caso incontra un'altra Annie (Sarah Lassez); creatura quasi angelica nelle forme, purgata dalla sensualità anche materna della prima donna e ammantata in un'ingenuità giovanile quasi salvifica; un doppio che fa riecheggiare un richiamo forte al cinema di Hitchcock, quella "Donna che visse due volte" (1958) che qui diviene nodo centrale nella de-costruzione del protagonista.
Dopo l'incontro, la vita di Matty subisce uno stacco di 18 mesi, una virata verso il futuro che ha le forme del rumore video, un "rimosso", la negazione di qualcosa di essenziale che torna a perseguitare il personaggio, ora sulla via della "guarigione", secondo significato del "blackout". Un nuovo Matty, questa volta più propenso all'autoconservazione, cerca di rifarsi una vita con la bellissima Susan (Claudia Schiffer), donna "normale", estremo opposto dell'eccesso della prima Annie e il mondo nel quale si aggirava. Ma l'ossessione del passato è impossibile da fuggire: tornato in quella Miami del vizio, Matty ripiomba nell'alcool per toccare il fondo, in cerca del perduto amore, per cercare una salvezza che è tale solo ai suoi occhi.




La prima Annie riappare, questa volta ammantata di nero, solo per schernire l'ex amante, per bullarsi dello stato miserevole nel quale è scivolato. Toccato il fondo, a Matty non resta che confrontarsi con quel "rimosso", quel peccato che ha commesso ma non vuole ammettere e che per questo genera ossessione.
Dal video appare il reale: la video-ripresa si fa in ultimo messa in scena del vero, "snuff movie" con il quale Matty apprende il suo definitivo peccato, ossia l'uccisione della seconda Annie, in quell'atto doppio totale della prima, sulla quale ha riversato la rabbia per l'aborto e la sua mancata salvezza. La catarsi è furente, distruttiva: il cammino del peccatore ora è puro Inferno in Terra.
Rifiutato l'amore salvifico di Susan, quella normalità che ora non può accettare in quanto cosciente del proprio male, Matty si abbandona ad un mare nero come la pece, il mare del castigo, della morte, terzo significato del "blackout", che gli permette infine di trovare la pace.




Se la creazione di una simbologia chiara è ancora nelle corde di Ferrara, laddove la sua opera inciampa è nella creazione di una narrazione efficace. Troppo superficiale la caratterizzazione del personaggio di Matty, che non si scosta di un millimetro dal canone ferrariano e al quale, purtroppo, Matthew Modine non riesce a dare la giusta carica di negatività. La sua discesa agli inferi è troppo lineare, praticamente prevedibile sin dall'inizio. Laddove l'autore si discosta dal passato è solo nell'uso dell'autodistruzione come viatico per la redenzione, che tuttavia cozza con la poetica del passato poichè troppo scontata, troppo poco viscerale e "catartica", troppo simile alla tradizione del cinema americano che il grande regista sembrava un tempo rifuggire in favore di una poetica e di un etica personale e più vicina alla sensibilità europea.
Laddove gli script di St.John riuscivano a fondere efficacemente la descrizione dei personaggi e a rendere credibile e vivido il loro arco narrativo, la sceneggiatura ordita dallo stesso Ferrara, da Marla Henson (sua ex amante e fonte di ispirazione per il personaggio della prima Annie) e dello psicologo Chris Zoist (che poi collaborerà con l'autore anche in "New Rose Hotel", "Chelsea on the Rocks" e "Welcome to New York") risulta troppo scontata, finanche sensazionalista nella scelta di svelare l'omicidio solo nel finale, quasi come se la disanima dell'interiorità del personaggio fosse un thriller d'accatto.
Non mancano i luoghi comuni, come l'uso della pornografia e del sesso spinto come metafore del male, troppo "buonisti" per il cinema del regista newyorkese, che sebbene riescano bene nel creare un'atmosfera morbosa, risultano troppo basici per essere davvero scandalosi o efficaci, facendo mancare al tutto una vera carica viscerale
Resta comunque ottima la mano di Ferrara che da vita al sentimento del personaggio e alla sua psiche frantumata in modo efficace e vivido, con immagini al solito sfolgoranti

R.I.P. Vilmos Zsigmond



1930-2016


Insieme a Laslo Kovacs, Vilmos Zsigmond fu l' "occhio" più importante nella New Hollywood.Un direttore della fotografia in grado di creare immagini forti e profonde senza far ricorso a tecniche avanguardistiche o usando budget necessariamente spropositati, che ha messo il suo talento al servizio di maestri del calibro di Robert Altman, Michael Cimino, Brian De Palma, Woody Allen e Steven Spielberg.




"Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo" (1977)






"Il Cacciatore" (1978)





"I Cancelli del Cielo" (1980)




"Il Fiume dell'Ira" (1984)




"Black Dahlia" (2006)

mercoledì 30 dicembre 2015

Il Ponte delle Spie

Bridge of Spies

di Steven Spielberg.

con: Tom Hanks, Mark Rylance, Alan Alda, Domenenick Lombardozzi, Amy Ryan, Francis Gary Powers, Jesse Plemons, Will Rogers, Sebastian Koch.

Usa, Germania, India 2015















Alle soglie dei settant'anni e con oltre cinquanta regie accreditate, Spielberg continua a sorprendere. Perchè su di lui è stato scritto tutto ed il contrario di tutto: prodigio della Nuova Hollywood, distruttore di un nuovo modo (all'epoca) di intendere la narrazione filmica, innovatore ineguagliato, massacratore di botteghini, artista raffinato, ruffiano indefesso e chi più ne ha più ne metta.
Dinanzi allo spettacolo, spiazzante ed eccelso, de "Il Ponte delle Spie" converrebbe rivedere e ripercorrere la sua carriera e capire, con distacco, quanto di effettivamente valido ci sia stato e quanto, invece, sia frutto di sopravvalutazione.



Stati Uniti, 1957. Dopo una sortita della C.I.A., Rudolf Abel (Mark Rylance), spia sovietica sotto copertura, viene tratto in arresto. Per difenderlo nell'imminente processo viene nominato James Donovan (Tom Hanks), avvocato specializzato in diritto assicurativo, il quale riesce a convincere il giudice di merito ad evitare la condanna a morte. Tempo dopo, a seguito della cattura del giovane pilota Francis Powers (Austin Stowell) da parte delle autorità sovietiche e dello studente Frederic Pryor (Will Rogers) da parte della DDR, Donovan viene ingaggiato dall'Agenzia per trattare lo scambio di prigionieri.


Più che un thriller d'altri tempi o un pamphlet sullo scontro tra morale nazionale e diritto, l'ultima fatica di Spielberg è uno spaccato dei primi anni della Guerra Fredda. Uno spaccato integerrimo ed incredibilmente asciutto. Tralasciata ogni retorica, messo da parte lo spirito patriottico e la ridondanza di "Salvate il Soldato Ryan" (1998) e "Lincoln" (2012), l'autore, coadiuvato nientemeno che dai fratelli Coen in sede di script, traccia una descrizione ferma e marcata della paranoia imperante negli States, dando spazio ai filmati di propaganda mostrati ai bambini su come comportarsi un caso di attacco nucleare causticamente giustapposti al giuramento di fedeltà alla bandiera e a personaggi secondari rozzi, stupidi e fieramente violenti, che non si farebbero problemi a calpestare la legge pur di giustiziare il "pericolo rosso". Descrizione al vetriolo figlia della genialità del duo di sceneggiatori, il cui tocco si sente anche e sopratutto negli sprazzi di umorismo che costellano anche le sequenze più serie, come l'incontro tra Donovan e il capo della DDR o quello con la finta famiglia di Abel.
Ma se questa rievocazione dell'America che fu è riuscita e interessante, il merito è anche del regista.


Spielberg plasma Donovan come un "eroe per caso", un uomo qualunque chiamato a recitare una farsa, ossia un processo vistosamente afflitto da vizi procedurali, il cui esito è già scritto; ma che, nonostante tutto, riesce a tirare fuori il meglio da un situazione a lui sfavorevole. Nella seconda parte, questa "spia per caso" deve affrontare l'ostilità dei vertici della Repubblica Democratica Tedesca, pronti a tutto per arrivare alla ribalta internazionale e per questo ancora più pericolosi dei Sovietici. Descrizione che pur viziata da inesattezze storiche (prima di divenire un affermato civilista, il vero Donovan era stato consulente dell'OSS durante la II Guerra Mondiale, il che spiega il suo reclutamento da parte della C.I.A.), riesce a convincere e che ben si poggia sulle spalle di uno stagionato Tom Hanks. Un uomo comune chiamato a reggere le vite di tre persone e i destini delle due sfere mondiali il quale non si cura delle critiche o delle minacce di una società becera e che per questo diviene fin da subito simpatico, nonostante il finale fin troppo ottimista, decisamente spielberghiano ed indigesto.


Finale che tutto sommato mal si sposa con il tono del film, secco ed immediato, privo di ogni volontà agiografica e per questo decisamente convincente. Una sorta di "nuovo corso" nel cinema di un autore solitamente avezzo alle semplificazioni e alle spettacolarizzazioni narrative, che qui ritrova, come in "Munich" (2005), un gusto per la semplicità classica, quasi eastwoodiana, davvero gradita, che rende questo suo ultimo exploit uno dei migliori della sua carriera.

lunedì 21 dicembre 2015

Star Wars- Il Risveglio della Forza

Star Wars- The Force Awekens

di J.J.Abrams.

con: Daisy Ridley, John Boyega, Adam Driver, Harrison Ford, Peter Mayhew, Carrie Fisher, Mark Hamil, Domhnall Gleeson, Oscar Isaac, Andy Serkis, Lupita Nyong'O, Gwendoline Christie, Max Von Sydow, Anthony Daniels, Kenny Barker.

Fantastico/Avventura

Usa 2015











---CONTIENE SPOILERS---


Dieci anni dopo "La Vendetta dei Sith" (2005), il fandom di "Star Wars" non è più lo stesso. Appurata la fallacia di Lucas, subite le delusioni della "nuova trilogia", stanchi delle nuove edizioni dei primi tre film che ogni due o tre anni si affacciano sugli scaffali, i fans sembrano (o sembravano) più smaliziati verso il loro oggetto di culto.
Eppure, quando fu annunciata la lavorazione de "Il Risveglio della Forza" in molti gioirono. Forse per il coinvolgimento di J.J. Abrams, che già riuscì a rilanciare il marchio di "Star Trek" nel 2009. Forse per il semplice fatto che questo nuovo "episodio" avrebbe fatto da seguito a "Il Ritorno dello Jedi" (1983), ossia avrebbe continuato la storyline più amata.





Fatto sta che questo nuovo exploit è il primo film della saga ad essere stato concepito e prodotto per fini unicamente ed esclusivamente commerciali, ossia far conoscere il marchio a quei giovanissimi che non hanno nemmeno potuto conoscere in sala la "nuova trilogia" e far tornare in sala gli amanti di vecchio corso. Tolto di mezzo di demiurgo Lucas, l'intera operazione poggia sulle spalle di Abrams, ma sopratutto degli esecutivi Disney, che non hanno badato a spese e compromessi pur di far contenti i fans: tornano di forza tutti i personaggi più amati interpretati dal cast originale, oltre che Lawrence Kasdan, sceneggiatore di quel "L'Impero Colpisce Ancora" (1980) giustamente osannato.
Il paradosso puro è che questa operazione giostrata a tavolino per piacere a tutti e per forza può dirsi vincente, a discapito della palese derivatività.




Dalla trilogia classica ritornano tutti gli elementi che ne fecero la fortuna. Primo fra tutti quello dei "cattivi", i nazisti spaziali che opprimono i buono, ora definiti "Nuovo Ordine". Questa volta, la crudeltà di questi miliziani non viene celata dietro la sola distruzione di un pianeta, ma sbattuta in faccia fin dalla prima scena, con la fucilazione degli innocenti. Tornano di peso anche le ambientazioni: un pianeta deserto, qui chiamato Jakku al posto del classico Tatooine, uno innevato, ossia la roccaforte del Nuovo Ordine, e persino uno boscoso; tris di ambientazioni nostalgiche, dietro le quali si cela un forte manierismo di scrittura.
Quasi tutti gli elementi che compongono la storia di base sono anch'essi ripresi dai vecchi film. Anche qui la trama prende le mosse da un mcguffin occultato all'interno di un droide che per caso viene raccolto da un'abitante di un pianeta desolato, la quale sogna di fuggire via, ossia la giovane Rey (Daisy Ridley), che seguirà le vie della forza anche grazie ai consigli di una piccola e determinata creatura aliena, Maz Kanata (Lupito Nyong'O), al seguito del cui incontro avrà una visione degli eventi futuri. I cattivi sono nuovamente capeggiati da un genio del male sfregiato, il signore dei Sith Snoke (Andy Serkis), guidati in battaglia da un cavaliere del lato oscuro, Kylo Ren (Adam Driver), nonchè da un irreprensibile ufficiale simil SS, il generale Hux (Domhnal Gleeson). La battaglia finale si combatterà nei pressi di una super-arma imperiale, la stazione Starkiller, nuova e più imponente Morte Nera, della quale i nostri eroi dovranno disattivare gli scudi per permettere ad un asso dell'aviazione, il pilota Poe Dameron (Oscar Isaac), di bombardarne il punto debole.
In sostanza: proprio come avveniva nel precedente film di Abrams "Star Trek: Into Darkness" (2013), che saccheggiava parti de "L'Ira di Khan" (1982), anche qui si ha un sequel-reboot composto con i pezzi più amati dei film più amati dei fans. La sensazione di dejà-vu è forte e la natura strettamente nostalgica-commemorativa diviene quasi ridicola a causa del numero spropositato di citazioni che vengono letteralmente sputate in faccia allo spettatore.
Eppure, "Il Risveglio della Forza" risulta, al di là di tutto, estremamente riuscito sul piano narrativo ed estetico grazie agli sforzi di regista e sceneggiatore.




Kasdan riesce a caratterizzare a dovere il terzetto di protagonisti inediti. Rey, sebbene inizialmente ricalcata sul giovane Luke Skywalker, convince per la sua carica vitale, degna erede della tradizione di eroine della saga, nonchè per i dubbi che affliggono il suo cammino sui passi della Forza, non più una linea dritta come avveniva in "Guerre Stellari" (1977), bensì un sentiero fatto di vera paura e dolore. Il giovane Finn (John Boyega), il cui nome di battesimo e la storia di origini rimandano direttamente alla distopia di "THX1138" (1970), è uno dei personaggi più sfaccettati dell'intera serie: uno stormtrooper che si ribella all'omologazione, ma non diviene subito un eroe, quanto uno scavezzacollo che riesce a trovare il coraggio solo per salvare la sua bella compagna. Il villain Kylo Ren, novello Darth Vader, ha anch'esso dei tratti caratteriali "grigi" che aumentano la profondità della narrazione: un jedi questa volta davvero sedotto dal potere del Lato Oscuro, ma ancora dilaniato dai sentimenti paterni. Un antagonista che, dal terzo atto in poi, viene svestito in parte della sua carica intimidatoria per farsi personaggio completo, via di mezzo tra la vittima e il carnefice.
Persino il ritorno di Han Solo, interpretato da un 73enne Harrison Ford che ancora sprizza carisma da tutti i pori, porta ad una forma di approfondimento del personaggio: un ex eroe tornato a fare il pirata per dimenticare il tradimento del figlio, il quale ama ancora come tale.
E a differenza del passato, non mancano momenti nei quali l'azione rallenta, il ritmo si rilassa per permettere di dare spazio ai personaggi, ai loro sentimenti e alle loro relazioni, piuttosto che all'azione dura e pura, permettendo allo spettatore, neofita o veterano che sia, di avvicinarvisi, evitando di schiacciarli a meri pupazzi in un gioco di luci e suoni.



Il tocco di Abrams trasforma le battaglie in veri e propri spettacoli visivi. Abbandonati i green-screen e la CGI ad oltranza, il cineasta si rifà al Lucas prima maniera, con effetti pratici, location e animatronici. Il mondo di "Star Wars" non è mai stato così vivo e credibile su schermo e le sequenze d'azione, grazie all'uso di set fisici, abbondano di movimenti di macchina che le rendono finalmente cinetiche e rutilanti. E come Kasdan in sede di scrittura, anche  Abrams non ha paura di rallentare il ritmo, di concedersi un avvicinamento ai personaggi e finanche un finale triste, dove gli eroi per una volta non trionfano, ma devono fare i conti con il lutto anche quando raggiungono i loro scopi.




Pur con i suoi difetti, "Il Risveglio della Forza" è un buon esempio di cinema disimpegnato interessante. Un ritorno alle atmosfere e agli elementi che resero celebre la creatura di Lucas riletti in chiave moderna, più attenta al contenuto che non al mera forma.