lunedì 25 gennaio 2016

I Segreti di Twin Peaks

Twin Peaks

creato da David Lynch e Mark Frost

con: Kyle MacLachlan, Sheryl Lee, Ray Wise, Micahel Ontkean, Joan Chen, Piper Laurie, Grace Zabriskie, Jack Nance, James Marshall, Eric Da Re, Sherilyn Fenn, Lara Flynn Boyle, Dana Ashbrook, Madchen Amick, Richard Beymer, Warren Frost, Everett McGill, David Patrick Kelly, Peggy Lipton, Michael Horse, Russ Tamblyn, Al Stroebel, Frank Silva, Kenneth Welsh, Miguel Ferrer, Heather Graham, Billy Zane, Chris Mulkey, Catherine Coulson, Phoebe Augustine, Carel Struycken, Michael J.Anderson, David Lynch.


Usa (1990-1991)










---CONTIENE SPOILERS---

Quando si parla di produzioni televisive anteriori al 1990 occorre fare una serie di distinguo.
Esiste una prima, essenziale, divisione tra quelle prodotte in America e quelle in Europa; queste ultime, manco a dirlo, hanno un carattere più peculiare, più simili alla forma cinematografica che a quella televisiva vera e propria, sia in quanto a valori produttivi che per quel che riguarda la semplice grammatica; esempi illuminanti possono essere alcuni degli exploit di Fassbinder, primo fra tutti il suo sommo capolavoro "Berlin Alexanderplatz" (1980), ma anche "Martha" (1976) o il purtroppo dimenticato "La Vita sul Filo", miniserie co-prodotta dalla Rai che nel 1975 anticipava temi e soluzioni narrativi di futuri cult di fantascienza quali "Blade Runner" (1982) o "Matrix" (1999). Oppure ancora gli sceneggiati RAI che, decenni prima dello squallore delle odierne fiction, importavano nel piccolo schermo stili e stilemi dei kolossal, come nel caso de "L'Odissea" (1968), primo esempio di prodotto televisivo prodotto e girato come un film cinematografico.
Di tutt'altro peso erano le produzioni televisive statunitensi: caratterizzate da valori produttivi scarsi e da una grammatica più simile al teatro che al cinema, dovuta alle riprese in studio con camera multipla e al montaggio lineare. Le eccezioni naturalmente non mancavano: basti pensare al capolavoro di Rod Serling "The Twilight Zone", che già nel 1961 portava nei salotti degli americani storie inusuali e disturbanti, con episodi girati quasi tutti in pellicola e per questo più simili al cinema che ai programmi televisivi canonici. Ma in genere, la televisione americana poteva contare su pochissime serie che nel corso di quasi 50 anni sono davvero riuscite a sconvolgere, intrigare o scompaginare il mezzo sin dalla loro prima messa in onda.
E poi arriva il 1990 con "Twin Peaks", evento mediatico la cui risonanza fece eco in tutto il mondo; per la prima volta, un grosso regista statunitense che fino ad allora non aveva avuto nulla a che vedere con il mezzo televisivo, sceglie proprio la televisione per creare la sua nuova opera, coadiuvato proprio da uno degli autori televisivi più acclamati, quel Mark Frost che già aveva portato una ventata di freschezza alla produzione per il piccolo schermo con "Hill Street".




Ma se l'opera di Frost altro non era che una forma di traslazione di stili e stilemi cinematografici sul piccolo schermo, l'operazione di Lynch è ancora più dirompente: distruggere tutti i luoghi comuni della narrazione episodica per ricrearli a nuova forma; una narrazione ora e per la prima volta fortemente seriale, con una trama orizzontale che copre praticamente tutti gli episodi della serie, affiancata da una serie infinita di sotto-trame che si sviluppano di pari passo.
Narrazione "lunga" che nel media televisivo americano era proprio, sino ad allora, delle sole soap-opera, che Lynch cannibalizza con tutte le loro ingenuità, colpi di scena infiniti, relazioni e gelosie a catena per dar loro una forma più seria e compiuta e che affianca ad una trama portante squisitamente mystery.
Mistero, quello dell'omicidio di Laura Palmer, che dà il via alla storia, che anch'essa per la prima volta si svincola dalla narrazione del normale procedural per abbracciare la non-logica dell'inconscio mediante, tra le altre cose, un'atmosfera onirica, che si riverbera non solo nel setting e nella messa in scena, ma anche nel modo in cui Lynch costruisce tutta l'indagine dell'agente Cooper e dello sceriffo Truman.
Un'opera che, se iscritta nell'ambito dell'intera filmografia di Lynch, risulta al contempo seminale e definitiva. Molti dei temi e degli stilemi che qui l'autore riprende erano già stati collaudati nel precedente, magnifico, "Velluto Blu" (1986): il mistero la cui risoluzione veniva affrontata mediante una decostruzione onirica del "whudunnit", l'indagine effettuata da un detective nuovamente interpretato da Kyle McLachlan, che lo porta a confrontarsi con i misteri più oscuri di una apparentemente tranquilla cittadina di montagna, il marcio che si annida sotto la stessa e che prende le forme di un vero e proprio villain dalle connotazioni demoniache.
Al contempo, "Twin Peaks" è anche perfetto punto d'approdo dell'opera lynchiana, che ora trova forme, simbolismi ed un'intera mitologia su cui modellarsi per creare un immaginario ricco e profondo, immediatamente riconoscibile eppure infinitamente enigmatico. Immaginario che da qui in poi sarà giocoforza indelebilmente legato al suo autore.
Esperimento che all'epoca scioccò e ammaliò la platea americana dapprima, quella dell'intero globo in un secondo momento, imponendosi fin dalla messa in onda dell'episodio pilota come un fenomeno di costume: gli spettatori si ritrovavano il giorno successivo alla trasmissione degli episodi a disquisire arditamente sui misteri e sulle soluzione centellinate, creando teorie, interpretazioni e mistificazioni che finivano per accrescere la presa dello show.
Show che nei primi 15 episodi (7 della prima stagione, oltre al pilota, e i primi 7 della seconda), ossia fino alla rivelazione dell'identità dell'assassino, mostrava una densità ed una freschezza impareggiabili: il mistero principale non era che lo scheletro su cui poggiare l'intera trama fatta di intrighi e tradimenti dell'immenso cast di personaggi.
Ma sfortunatamente, come tutte le produzioni di un certo peso, anche "Twin Peaks" finì con l'essere vittima delle ragioni commerciali dello studio di produzione; con l'incedere degli episodi, la CBS premeva per una risoluzione, per una risposta a quella domanda "Chi a ucciso Laura Palmer?" che rimbombava nella testa degli spettatori, credendo che una prima chiusa del mistero avrebbe sancito un ulteriore incremento di popolarità. Mai errore fu più grave: con la scoperta del colpevole, la serie perse la sua ossatura e le singole sottotrame non riuscirono a catalizzare a dovere l'attenzione; tanto che lo scarto qualitativo tra i primi episodi e gli ultimi è avvertibile; almeno finchè Lynch e Frost non riuscirono a ricreare un mistero portante, dato dal personaggio di Windom Earle e dai misteri della Loggia Nera, per concludere la seconda stagione. Conclusione che, inizialmente, doveva essere solo un viatico per la terza stagione, la più cupa. dove il confine tra Bene e Male veniva meno, ma che purtroppo non ha mai visto la luce a causa del drastico calo d'ascolti.
Fatto sta che ancora oggi, a 26 anni dalla sua prima messa in onda e a prescindere dall'altalenanza tra prima e seconda stagione, "Twin Peaks" riesce ancora a stupire e ad ammaliare.



Per comprenderla occorre individuare a sua volta gli infiniti rimandi e significati che essa può avere.
"Twin Peaks" è un vero e proprio incrocio nel quale si incontrano stili ed influenze narrative eterogenee e per certi versi complementari, nel cui tessuto confluiscono anzitutto le due forze opposte della vecchia concezione televisiva e del nuovo modo di intendere il mezzo.
Dal passato ritornano molte fonti di ispirazione per alcune delle sottotrame "rosa", oltre che gli "intrighi di potere" tra famiglie abbienti pronte a scannarsi pur di affermare o rinvigorire le proprie economie (lo scontro tra gli amanti Catherine Martell e Ben Horne, la storia di Jocelyn Packard e del suo defunto marito). Tracce narrative degne di una soap-opera che, in un'operazione di svecchiamento, vengono rilette con una nuova sensibilità, dove ogni singolo personaggio ha una sua tridimensionalità, cosa all'epoca (ed in parte tutt'oggi) inedita.
Sempre da un approccio moderno al mezzo, arriva l'intuizione di compattare il tempo della storia: ogni episodio copre circa 24 ore nella vita dei personaggi, per narrare i loro avvenimenti quasi in diretta.
Direttrice portante è ovviamente la storia dell'omicidio di Laura Palmer, che dà il via alla serie e si pone come un mystery in piena regola, solo per essere incrociato con lo spaccato delle vite e degli intrighi della città, come una moderna Peyton Place scenario di un'inaspettata uccisione.
Ma "Twin Peaks" è anche un crocevia tra generi: il giallo classico, venato dalle inconfondibili cadenze del noir americano, incontra non solo la complessità della soap, ma anche le influenze della narrativa surrealista, con incursioni nel sovrannaturale che divengono pietra d'angolo su cui costruire l'intera identità dell'opera.




Allo stesso modo, la logicità più pura si incontra con il procedimento a-logico, usato non solo per portare avanti le indagini del duo Cooper e Truman, ma anche per concepire le varie storie. Alla pianificazione certosina e quasi maniacale dei personaggi e di alcune sottotrame si aggiunge l'improvvisazione estemporanea che Lynch userà, di volta in volta, durante le riprese dei singoli episodi per rendere fatti e trame ancora più complesse e sfaccettate.
"Twin Peaks" diviene così un ibrido perfetto tra pulsioni autoriali ed esigenze commerciali, punto d'incontro tra la pura razionalità e la follia più impellente.
E l'atmosfera con il quale Lynch ammanta ogni singolo episodio è fin da principio figlia di tali forze opposte e complementari: la città di Twin Peaks è un luogo a metà strada tra il sogno e l'incubo, tra l'inconscio di un'America che sogna il passato (l'aria retrò) mentre vive il presente (le mode e  tecnologie anni '90 non vengono mai celate), le cui storie sono perennemente sospese tra il melodramma ed il grottesco, tra il dramma più nero ed il ridicolo più folle, figlio di quella sperimentazione che l'autore portarà in scena con successo anche sul Grande Schermo e sempre nel 1990 con "Cuore Selvaggio".
Un incrocio totale, una summa post-moderna definitiva ed onnicomprensiva che Lynch adatta e riadatta alle proprie esigenze, al proprio registro, al proprio stile, con l'intento di stupire, incuriosire, spiazzare in ogni singolo episodio, dando poche e rare certezze centellinate lungo la via, spezzate di punto in bianco man mano che la narrazione procede.
Il risultato è stato semplicemente seminale: la forma televisiva viene assimilata a quella cinematografica nei termini di messa in scena, dove movimenti di macchina e campi lunghi divengono cifra stilistica, mentre l'uso del registro musicale si fa strumento per settare un'atmosfera unica, fatta di ipnotiche note jazz e sognanti temi musicali; la narrazione episodica, intesa come frantumazione del racconto, viene ripensata: non più episodi autoconclusivi, ma un'unica trama diluita in circa 30 segmenti. Mezzo che permette a Lynch di plasmare e ri-plasmare la sua opera a piacimento, cesellandola, reinventandola di volta in volta, arrivando così a distruggere ogni forma di linearità, trasformando "Twin Peaks" in un'esperienza mentale definitiva: un serial che va seguito con la mente cosciente per poterne assimilare i tratti più immediati e con il subcosciente per quelli più onirici, in un gioco tra autore e spettatore che non avrà mai più pari sul formato televisivo e che lo stesso Lynch riprenderà successivamente nella sua carriera cinematografica a partire da "Strade Perdute" (1997).



EPISODIO PILOTA: 
 E' SUCCESSO A TWIN PEAKS



C'è un mistero a Twin Peaks. Un mistero che si aggira nei boschi che la circondano. Un mistero più arcano del fuoco e del vento. Un mistero che va al di là della comprensione razionale per radicarsi direttamente nel subcosciente.
E' questa l'introduzione che Lynch crea per la sua opera omnia; poche parole, apparentemente prive di senso, pronunciate da un personaggio peculiare: la "Signora del Ceppo" (Catherine Coulson), unico membro dello sconfinato cast della serie a non avere una propria sottotrama e per questo ideale via di mezzo tra l'attore e lo spettatore; introduzione che si ripete per tutti e trenta gli episodi della serie (mai trasmessa al di fuori degli Stati Uniti e tutt'ora reperibile solo nelle edizioni in DVD e Blu-Ray). Fin dall'inizio, sappiamo che a Twin Peaks c'è qualcosa di più di ciò che si vede, un che di invisibile che sfugge alla razionalità ma non all'istinto; un arcano che troverà soluzione un pò alla volta.




Questo cuore irrazionale svela i suoi frutti nella prima scena: Laura Palmer (Sheryl Lee) giace morta vicino ad un lago; ragazza dal volto angelico, amata in tutto il paese, Laura sconvolge le vite di tutte le anime con cui ha avuto a che fare e con la sua morte innesca uno dei misteri più densi ed intricati di tutta la storia della televisione. Mistero che toccherà svelare allo sceriffo Truman (Micahel Ontkean) e allo stambo agente dell F.B.I Dale Cooper (Kyle MacLachlan), giunto da fuori città.




L'anima nera di Twin Peaks è al contempo simile e diversa da quella portata in scena da Lynch con la Lumberton di "Velluto Blu" (1986); a Twin Peaks luce e ombra coesistono: lo strato di calore, i colori morbidi del legno, i sapori caldi e dolci del caffè e della torta di ciliege e la gentilezza dei suoi buffi personaggi coesistono con i propri doppi sul medesimo piano; non si ha una scissione come a Lumberton, dove il male strisciava in una dimensione sotterranea; a Twin Peaks bene e male sono due correnti che si scontrano e si amalgamano. E di fatto, l'immagine con cui si apre ogni singolo episodio è essa stessa emblema di questa ambivalenza: un usignolo siede su di un trespolo; un'ideale alter-ego del pettirosso di "Velluto Blu": c'è ancora amore a Twin Peaks, ma a differenza di Lumberton qui esso non trionfa in via definitiva, ma si deve confrontare con un suo doppio; e sempre da Lumberton torna un altro simbolo dell'amore: "Mysteries of Love" viene cantata al Roadhaouse della città mentre è in corso una rissa; l'amore sopravvive a Twin Peaks, ma si scontra, si insegue, si fa soggiogare e talvolta sconfiggere dal male più nero, dalla violenza insensata, dal suo "lato oscuro" emanazione della follia.



Nella sua architettura ed estetica, Twin Peaks è il cuore pulsante dell'America più pura, e al contempo l'inconscio stesso della filosofia lynchana: una cittadina in cui ogni singolo personaggio ha almeno due volti, in cui tutto sembra essersi fermato agli anni '50, dai vestiti alle macchine passando per la musica; quegli anni fatti di perbenismo ad ogni costo che tanto ossessionano Lynch e la sua produzione e che qui trovano una personificazione totale e definitiva.
A scoprire il lerciume che vige nelle anime dei suoi abitanti è chiamato dapprima lo spettatore, che assiste al dipanarsi delle enormi e complesse trame di amori, tradimenti, violenze e redenzioni del cast secondario; e solo da secondo l'agente Cooper, che facendo luce sulla vita di Laura Palmer nè rivelerà a poco a poco il suo lato più nero, trasformandola da figura angelica a ragazza disfunziale, come perfettamente ritratta nella sua prima inquadratura: un viso candido e freddo screziato dallo sporco del peccato.




Nell'episodio pilota, Lynch centellina sapientemente i semi di tutta la futura narrazione, celando al contempo quello che sarà il cuore pulsante della serie; il mistero è al principio, le indagini si svolgono seguendo un filo totalmente logico e razionale; Cooper e Truman, come due moderni Holmes e Watson, passano al setaccio le possibili piste date dall'analisi del corpo della vittima, interrogano lo spavaldo ragazzo di Laura Bobby Briggs (Dana Ashbrook) e cominciano a disvelare le menzogne dopo aver sentito la sua migliore amica Donna Hayward (Lara Flynn Boyle).
Tutti i personaggi secondari e le loro storie vengono introdotti: il ricco signor Horne (Richard Beymer) e la sua smania di arricchimento, la sua affascinante e dispettosa figlia Audrey (Sherilyn Fenn), la bella vedova Packard (Joan Chen) e i coniugi Martell (Jack Nance e Piper Laurie), proprietari della segheria locale, il violento Leo Johnson (Eric Da Re) e la sua giovane moglie Shelly (Madchen Amick), che frequenta segretamente Bobby; lo stralunato psichiatra hippie Dr.Jacoby (Russ Tamblyn); e sopratutto la già citata Donna e James Hurley (James Mashall), la migliore amica e il vero amore di Laura, che sembrano sapere molto di più di quanto vogliano far credere a Cooper e Truman.



Di tutti questi personaggi, Lynch mostra solo il lato più "narrativo", ossia utile ad avviare la storia; l'unica nota di colore viene data dalla trasfigurazione di Bobby e Mike in belve: due ragazzi che apparentemente incarnano il lato più solare della gioventù americana, belli e atletici, si scoprono essere due bulli che regrediscono allo stato ferino quando scoprono che le loro donne sono state toccate da un altro uomo, quel James, motociclista con giubbotto di pelle e aria da dannato che invece incarna la parte più sensibile della giovinezza, in una sequenza che ricorda quella dell'aggressione in cella di "The Elephant Man" (1980)
E se la narrazione trova solo spunti di partenza data la natura "introduttiva" dell'episodio stesso, Lynch non si fa scrupoli alcuni nella messa in scena, che abbandonati i canonici campi e controcampi propri del linguaggio televisivo si fa forte di immagini dalla profondità ricercatissima e di una colonna sonora ipnotica, nella quale Angelo Badalamenti fonde note oniriche a toni da incubo, contribuendo a creare l'atmosfera generale di tutta la serie.
Messa in piedi la storia, abbozzati i personaggi e il setting, a Lynch e Frost non resta che avviare la trama (multipla) vera e propria, con una prima stagione che sovvertità i canoni narrativi fin dai suoi primi due, indimenticabili, episodi.




PRIMA STAGIONE:
CHI HA UCCISO LAURA PALMER? 



Con un inversione di marcia notevole, Lynch sovverte tutto quanto aveva mostrato nell'episodio pilota all'interno del primo episodio della serie regolare; "Tracce verso Nulla" è un titolo che dice tutto: tutte le piste che Cooper e Truman avevano seguito nell'incipit ora scompaiono; e i personaggi cominciano a rivelare la loro vera natura.
Primo fra tutti, è lo stesso Cooper a disvelare la sua totale eccentricità: introdotto nella sua prima scena del pilota come un investigatore metodico ed elegante, viene qui reintrodotto in modo poco ortodosso come uno stramboide che guarda il mondo da una posizione insolita, dal basso verso l'alto, e la cui ossessione per i nastri da spedire alla sua assistente "fantasma" Diane è ai limiti del grottesco; Cooper rivela così il suo status di investigatore a-logico, che con il suo "metodo tibetano" sovverte, a partire dal secondo episodio, ogni forma di investigazione ortodossa affidandosi non alla deduzione logica, ma all'associazione tra causa ed effetto, svincolando così la struttura del procedural-drama dalla sua naturale logicità per ancorarla al territorio del subconscio, ossia ad una realtà talmente profonda da non poter essere scandagliata con i normali mezzi logici.




Al contempo, Lynch e Frost intessono ancora più strettamente le sottotrame riguardanti i personaggi secondari, dando a ciascun abitante di Twin Peaks un segreto oscuro e lercio, al pari se non superiore a quelli della stessa Laura; Mike e Bobby si scoprono piccoli spacciatori di droga inguaiati con il violento Leo, seguito da un misterioso Uomo in Nero; lo stesso Leo è protagonista di un cruda scena di violenza domestica ai danni della moglie Shelly e di un mistero riguardante un capo di abbigliamento sporco di sangue: il sangue di Laura? Quello di Ronette Pulaski, la seconda vittima ora in stato di coma? Mentre la ninfetta Audrey si scopre attratta dall'agente Cooper, il quale a sua volta scopre la relazione tra Truman e la vedova Packard.




EPISODIO 2


Dal secondo episodio, l'atmosfera si fa ancora più surreale; l'arrivo di Jerry Horne (un David Patrick Kelly perennemente sopra le righe) introduce nella serie l'elemento grottesco che spinge l'atmosfera generale verso il suo cuore onirico; "Twin Peaks" diviene un crocevia tra sogno e incubo, tra realtà oggettiva ed inconscio più profondo. Le immagini divengono stratificate, la follia comincia a corrodere i personaggi dei genitori di Laura, in particolare il di lei padre Leland (Ray Wise) e fa il suo ingresso in scena il One Eyed Jack, il postribolo canadese presto al centro delle attenzioni di Cooper; oltre, naturalmente, al famoso "metodo tibetano" che fa progredire le indagini sulla via dell'a-logicità.
Tuttavia, sono due gli ingressi più significativi dell'episodio; il primo è "l'uomo misterioso", il volto mostruoso rimasto impresso nella mente di Sarah Palmer (Grace Zabriskie), un'immagine residua del reale cresciuta all'interno della sua psiche e messa a fuoco solo in uno stato di trance; una visione orribile, che svela la sua natura solo nel finale dell'episodio.




Un finale dalla carica visionaria dirompente: il sogno delirante di Cooper, a metà strada tra l'incubo e la visione, nel quale Lynch mette in scena la sua dark room più celebre, la Loggia Nera, luogo di incontro fuori dal tempo e dallo spazio nel quale si congiungono i vivi e i morti.
L'uomo della visione ha un nome: Bob (Frank Silva) e un alter ego privo di un braccio, il quale racconta una storia incredibile: due spiriti toccati dal male, uno redento e l'altro no, entrambi che si aggirano per Twin Peaks, rappresentandone il cuore pulsante del mistero. Bob è l'incarnazione stessa della paura: un boogeyman archetipico dotato di tutti i crismi, dallo sguardo assatanato al "sacco della morte"; è l'uomo nero delle favole, l'assassino ideale, l'incarnazione astratta del male più terreno e genuino; e si manifesta solo come proiezione inconscia, come immagine residua di uno stato d'essere impalpabile ma reale.
E nella Loggia Nera, in sogno, Cooper incontra Laura Palmer, che con una serie di enigmi annuncia il futuro, tra le note ipnotiche della danza dell' "Uomo di un altro luogo" (Michael J.Anderson), ideale tramite tra i vivi e i morti, personificazione del subconscio stesso.




EPISODIO 3

A partire dal terzo episodio, il sogno si fa enigma, rebus da interpretare e risolvere; la visione onirica nella quale in moderno Holmes ha incontrato Bob e suo fratello Mike (Al Stroebel) è un vero e proprio indovinello nel quale risiede la verità, un insieme di frasi solo apparentemente sconnesse tra le quali spunta l'invocazione più celebre della storia della tv: fuoco cammina con me.
Terzo episodio nel quale gli autori cominciano a rivelare caratteri inediti dei personaggi; il bullo Bobby, pur ancora ancorato alla sua natura violenta, è l'unico a rimproverare la comunità per aver ipocriticamente lasciato che Laura, notoriamente sviata sulla strada del male, ne fosse risucchiata; lo strambo dottor Jacoby mostra il suo lato più umano visitando da solo e in lacrime la tomba della ragazza, alla quale si scopre affezzionato da un sentimento più forte della semplice morbosità; la ninfetta malefica Audery mostra un lato più umano nell'avvicinarsi alle indagini dell'agente Cooper, e al contempo uno più morboso che la porta a spiare di nascosto i membri della sua famiglia; la bella Shelly Johnson, da vittima del marito Leo si trasforma in oca maliziosa quando deride il crollo di nervi di Leland Palmer dinanzi a degli sconosciuti; e il dolore dello stesso Leland ora esplode definitivamente, portandolo ancora più vicino alla follia.



Due sono le rivelazioni essenziali dell'episodio; da un parte, il primo pezzo del puzzle onirico di Cooper viene svelato: entra in scena Madeline, cugina di Laura interpretata dalla stessa Sheryl Lee; un doppio e opposto della defunta che viene introdotta come una visione di Leland, mentre assiste ad uno spettacolo televisivo: "Invitation to Love", soap opera con protagoniste due gemelle dai caratteri opposti, ossia un gioco di specchi e rimandi totale volto a dare allo spettatore la certezza mediante la confusione sensoriale.
Dall'altro lato, a metà episodio, vengono introdotti i Bookhouse Boys, società segreta composta dallo sceriffo Truman, Ed Hurley (Everett McGill) e suo nipote James, tra gli altri; una "casta di vigilantes" che introduce una sottotrama sulla pista della droga importata in città dal Canada e che, sopratutto, dà a Cooper e allo spettatore una certezza inaspettata: Truman e i Bookhuse Boys sanno del mistero oscuro, del male che si aggira tra i boschi della città; un male ai loro occhi ancora incognito, ma ugualmente palpabile, che assume le forme terrene della droga e della violenza che loro, in segreto, tentano di arginare ora con l'aiuto del perspicace detective forestiero.





EPISODIO 4

Con l'episodio 4 le trame si infittiscono e il mistero si complica; Cooper e Truman incontrano l'uomo con un braccio solo Mike, ma con loro disappunto scoprono che si tratta di un semplice rappresentante commerciale, un uomo ordinario e piagnucoloso; un'ombra, in sostanza, della strana figura dei sogni di Cooper, un suo doppio che vive dall'altra parte dello specchio. Sempre un doppio, Madeline, continua a tormentare la vita di James, che vedendola al Double R decide di conoscerla, rivedendo in lei una Laura ancora innocente. Nel frattempo, Shelly e Bobby incastrano Leo, sviando le indagini di Cooper, e sopratutto fa la sua comparsa Hank Jennings (Chris Mulkey), marito di Norma (Peggy Lipton), prossimo alla scarcerazione e rivale in amore di Big Ed, ma anche di Truman, vista la sua ossessione per Jocelyn Packard. Tutte le sottotrame comincaino a mischiarsi, a sovrapporsi ed incastrarsi in un gioco al rialzo che presto porterà a nuove piste e rivelazioni, qui solo accennate.





EPISODIO 5

La dicotomia sogno-realtà, netta nell'episodio 4, torna ad assottigliarsi nell'episodio 5; la stanza dei sogni di Cooper esiste davvero: è un cottage appartenuto al defunto Jacques Renault, ucciso da Leo nell'episodio precedente, ed è, almeno all'apparenza, il luogo in cui sono cominciate le sevizie a danno di Laura Palmer; ma prima di giungere alla "versione reale" della Dark Room, Cooper, Truman, Hawk e il dr. Hayward fanno un incontro inaspettato: la Signora del Ceppo, che sveste i panni di spettatore passivo per avere un ruolo attivo nel mistero; incontro inaspettato solo in apparenza: la donna afferma di stare aspettando il gruppo da giorni e fa un resoconto di ciò che accaduto la notte dell'omicidio. Attorno a lei, si radunano simboli faunistici di morte, ossia i corvi imperiali che ne circondano la casa, e l'emblema dell'arcano dei boschi: il gufo, già apparso come spettatore silente nell'episodio precedente e che ora viene definito come simbolo stesso del male; un male che viene ora esplicitamente associato al fuoco: nel fuoco vive un diavolo, lo stesso che cammina nel fuoco; il fuoco diventa ancora più che prima il male, un male primigeneo e archetipico, ma al contempo ancora oscuro, inidentificabile.
Nel frattempo, il dr.Jackoby ha una seduta di psicoterapia con Bobby Briggs, il quale giunge e fa giungere lo spettatore ad una catarsi: in Laura c'era del male che la portava a corrompere chiunque la circondasse, compreso lo stesso Bobby, che ha cominciato la sua carriera da piccolo spacciatore per permetterle di procacciarsi la droga; storia avvalorata anche da Madeline, che ricorda come Laura in passato le avesse confessato di una forza maligna che la cingeva ogni qualvolta tentasse di fare del bene; e sempre Maddy si unisce a Donna e James per investigare sul mistero di Laura, rivelando un carattere sincero e naif, l'esatto opposto della sua defunta doppleganger.
Nella parte finale dell'episodio, Lynch e Frost sovvertono nuovamente le certezze dello spettatore: il sig.Horne ha una tresca anche con Jocelyn Packard e il suo piano per impadronirsi dei terreni diviene più complesso e misterioso; contemporaneamente, Leland sprofonda sempre di più verso la follia; Audrey riscopre il suo lato più fragile e in uno splendido e spiazzante cliffhanger si fa trovare da Cooper nel suo letto, nuda e in lacrime, a metà strada tra la seduzione e il disperato bisogno di aiuto.





EPISODIO 6

In questo episodio, vero e proprio ponte verso il finale di stagione, appare il primo e unico testimone dell'omicidio di Laura Palmer: il merlo Waldo; e con esso, l'impianto procedural della serie si svincola definitivamente dal piano logico per giungere verso l'a-logicità; le indagini di Cooper, Truman, Hawk (Micahel Horse) e Big Ed si incrociano con quelle di Audrey nell'One Eyed Jack, mentre il piano di Horne e Jocelyn viene scoperto dalla sig.ra Martell, rivoltando nuovamente le carte in tavola. E sopratutto, Madeline diviene il doppio definitivo di Laura, una sua immagine sopravvissuta e continua a tormentare Jacoby per permettere a James e Donna di scoprire il ruolo del dottore nella sua morte; dalle registrazioni dello psichiatra emerge la conferma della devianza della ragazza; e il fuoco, sino ad ora simbolo del male, ora acquisisce una nuova valenza: la sessualità passionale e sfrenata; "Fuoco Cammina con Me" diviene un'espressione ambivalente: distruzione e passione mischiati in un tutt'uno, inestricabili l'uno dall'altra.





EPISODIO 7

Ovvero il finale della prima stagione; Lynch e Frost (anche regista e sceneggiatore dell'episodio) tirano alcune delle fila delle narrazioni; Jacques Renault confessa di aver passato la notte della morte di Laura con lei, Ronette e Leo Johnson, ma non sa nulla del treno merci ove si è consumato il delitto: una verità rivelata infittisce il mistero e per un enigma risolto se ne crea uno nuovo; nel frattempo Jacoby è in coma, Leo viene sparato da Hank, il quale confessa di aver ucciso Packard in accordo con Jocelyn: ancora verità che si rincorrono e si legano l'un l'altra, trasformando il puzzle di Twin Peaks in un affresco dai colori sempre più nitidi e sempre più sconvolgente; e nell'ennesimo gicoo di specchi, Leo vede la sua possibile morte nella soap "Invitation to Love", una visione catodica che presagisce un suo possibile destino.
Ma il finale di stagione è anche foriero di catarsi che stravolgono nuovamente le certezze dello spettatore; Catherine e Pete Martell si riavvicinano rinsaldando il loro amore ormai sopito, così come Hank e Norma; l'Uomo in Nero sembra essere Leland Palmer, ma era davvero lui ad aver seguito Leo la notte in cui si è scontrato con Mike e Bobby? E sopratutto: è stato davvero lui ad aggredire Jacoby?
Misteri che restano sospesi in un cliffhanger che abbraccia anche altri cinque personaggi: il sig.Horse entra nella stanza della nuova ragazza dell'One Eyed Jack, senza sapere che questi altri non è che sua figlia Audrey, infiltratasi in cerca di risposte; Catherine e Shelly restano prigioniere nella segheria data alle fiamme da Leo; e sopratutto: Cooper viene aggredito nella sua stanza; l'ultima scena della prima, indimenticabile stagione del serial pone un nuovo, inquetante punto interrogativo, un nuovo mistero da svelare, un nuovo assassino da scoprire. Forse.





SECONDA STAGIONE:
RIVELAZIONI ED ENIGMI

Il sogno si fa visione; con la seconda ed ultima stagione, "Twin Peaks" sprofonda maggiormente nel suo stesso subconscio per divenire, almeno inizialmente, pura astrazione.
Il primo episodio della stagione, l'ottavo in ordine cronologico, si apre con una duplice visione: la prima terrena, con la quale Lynch aumenta il lato grottesco portando in scena il dialogo tra il vecchio cameriere ed un agente Cooper prossimo alla morte; la seconda, più importante da un punto di vista narrativo, è l'introduzione di un altro dei personaggi simbolo della serie: il Gigante (Carel Struycken), essere misterioso, arcano quanto se non più degli spiriti Bob e Mike; il Gigante pone tre enigmi a Cooper, che diverranno le assi portanti di tutta la prima parte della stagione, più un quarto, rivelato alla fine dell'episodio e riguardante l'identità dell'assassino; nuovamente, l'indagine si dipana mediante un percorso a-logico: alcuni degli indizi più importanti vengono ritrovati a casa di Leo per pura casualità o fortuna, passando così da un metodo investigativo sopra le righe, ma a suo modo razionale, ad una incursione nell'onirismo più puro, questa volta, però, disancorato dal simbolismo del secondo episodio e reso più didascalico; l'unione tra il piano materiale e quello mentale si concretizza definitivamente: Twin Peaks, da qui in poi, non sarà più la stessa.





Al contempo, le sottotrame si stratificano; il piano dei fratelli Horne ha avuto successo, Audrey è prigioniera dell'One Eyed Jack, Bobby Briggs si riappacifica con il suo austero padre in una catarsi che ha al centro anch'essa una visione avuta dal vecchio aviatore, mentre Donna si trasfigura in una dark lady indossando gli occhiali da sole di Laura, prefigurando il fatto che prenderà il suo posto nelle consegne a domicilio del Double R per continuare le indagini sul suo passato; sopratutto, Leland sprofonda definitivamente nel baratro della follia: una follia che si riverbera sul suo corpo, trasformando i suoi capelli in una massa argentea; una follia che ha la forma della musica popolare, con ritmi allegri, che cela tuttavia un che di inquietante tra le sue note, un'incognita orrenda eppure impossibile da decifrare.
Ma la rivelazione più scioccante si ha nel finale: Ronette Pulaski (Phoebe Augustine) sembra risvegliarsi dal coma e rivedere le immagini dell'assassinio di Laura, mostrate per la prima volta, nelle quali l'omicida è Bob, più terrificante che mai.





EPISODIO 9

L'episodio 9, anch'esso diretto da Lynch, si apre con un'anticipazione di quella che sarà la trama portante di tutto l'ultimo atto della serie: Windom Earle, ex collega di Cooper, è fuggito dall'ospedale psichiatrico in cui era ricoverato e si aggira per lo stato di Washington; è per questo motivo che Rosenfield si attarda nella cittadina di Twin Peaks; nel frattempo, uno strano uomo asiatico sembra tenere sott'occhio lo stesso Cooper. Donna comincia il giro di consegne un tempo effettuato da Laura e fa una strana conoscenza in una delle sequenze più inquietanti di tutta la serie: una vecchia signora assistita da suo nipote, provetto mago, vestito e truccato come Lynch (nella realtà l'attore è suo figlio Austin), il quale fa sparire la crema di grano; ma cos'è davvero la "crema di mais"? Può sembrare assurdo, ma questo strambo prodotto è il mistero più inestricabile di tutta la filmografia lynchiana: quando la sig.ra Palmer riceve la notizia della morte della figlia, alle sue spalle è visibile una lattina di creama di mais, la stessa che il protagonista di "My Son, My Son, What Have Ye Done?" (2009) crede che sia l'incarnazione di Dio; nell'introduzione dell'episodio, la Signora del Ceppo chiede al pubblico proprio quale sia il posto della crema di mais nel disegno di Dio; cosa rappresenti per Lynch è un mistero totale, forse il simbolo stesso del mistero calato nel quotidiano.
La sequenza più importante dell'episodio è però la penultima: Maddie diviene la totale trasfigurazione di Laura, non più Donna, tant'è che è essa stessa ad avere una visione di Bob; visione che è la più terrorizzante di tutta la serie, nella quale l'assassino rivela tutta la sua carica di cattiveria direttamente verso lo spettatore. Bob è ora figura ormai pubblica, riconosciuta da Ronette ad inizio episodio e da Leland, il quale afferma di averlo visto da bambino. E sempre alla fine dell'episodio, scopriamo il significato di uno dei tre enigmi del gigante; il maggiore Briggs rivela a Cooper come l'arcano "I gufi non sono quel che sembrano" sia un messaggio captato dallo spazio profondo durante la notte in cui gli hanno sparato, assieme al suo stesso nome; in sogno, Cooper ha una rivelazione: Bob è il gufo, colui che osserva tra le fronde e si confonde nei boschi, lo spirito maligno che tutto vede ma non viene visto in una delle sue forme più pure.





EPISODIO 10

Con il decimo episodio, Lynch e Frost rilanciano ulteriormente la complessità di trame e personaggi: entrano in scena Harold Smith (Lenny Van Dolhen) e Jean Reanuld (James Parks); il primo è l'unico vero confidente di Laura Palmer e nel cliffhanger finale si scoprirà essere anche il detentore del suo vero diario; il secondo è il fratello dei defunti signori della droga uccisi da Leo, ora in cerca di vendetta verso Cooper, che incolpano per la perdita; nel frattempo scopriamo un risvolto inedito nella personalità di Rosenfield: è un pacifista, sotto la scorza di duro, cinico e strafottente egli odia ogni forma di violenza e di fatto "ama" chiunque lo circonda, compreso lo sceriffo Truman che tanto depreca.
L'indagine principale continua a muoversi sui binari dell'inconscio e del rimosso: sotto un unghia di Ronette Pulaski compare una lettera, che assieme a quella di Laura e di Teresa Banks forma il trittico R-B-T; Cooper racconta del sogno del gigante e degli enigmi ai suoi colleghi e svela anche l'ultimo: si riferiva all'Uomo con un Braccio solo, visibilmente afflitto da una sorta di sdoppiamento di personalità. Il punto più alto del procedural nell'episodio viene raggiunto sempre tramite il ricorso all'inconscio: mediante ipnosi, Jacoby individua l'assassino di Jacques Renault, ossia Leland Palmer.





EPISODIO 11

Leland confessa di essere l'assassino di Jacques; nella prima scena assistiamo al suo processo di distruzione: ogni cellula del suo corpo grida il dolore per la perdita della figlia mentre il suo sguardo si perde in un abisso; un abisso mentale da quale riesce ad uscire solo un pò alla volta, solo per affermare il suo stato d'animo. Nell incontro con lo strambo giudice Clinton Sternwood (Royal Dano), Leland afferma di credere in una vita ultraterrena, in un posto oltre la carne che il giudice identifica come il Valhalla.
Nel frattempo Jean Renault comincia a ricattare Ben Horne, che a sua volta manda Cooper a pagare il riscatto per Audrey al One Eyed Jack, ben sapendo della trappola nel quale lo sta calando.
Torna in scena Jocelyn Packard, che riprende la sua torbida relazione con Truman; l'identità dello strano asiatico viene rivelata: è un complice di Jocelyn, la quale sta letteralmente facendo il triplo gioco: agisce per conto di una terza parte rispetto a Ben Horne e Hank; al contempo, nell'ultima scena il mistero si infittisce ulteriormente: l'asiatico, che si presenta con il nome di "Johnatan", raggiunge Hank ed afferma di essere un suo fratello di sangue.
Questo non prima dell'introduzione di un altro personaggio: un altro misterioso uomo asiatico che si aggira per Twin Peaks e viene scambiato per un famoso critico culinario.





EPISODIO 12

Episodio che può essere idealmente diviso in due parti; nella prima assistiamo alle conseguenze delle azioni di alcuni dei personaggi principali; Leland e Leo vengono sottoposti a processo durante il quale il giudice Sternwood dimostra il suo carattere di "ultimo pioniere" rivelandosi preoccupato per le conseguenze di una eventuale assoluzione del secondo; mentre Nadine, risvegliatasi dal coma, si ritrova mentalmente bloccata nella sua adolescenza.
La seconda parte è un climax per la trama principale; da un lato, Donna e Maddy si avvicinano ulteriormente a Harold; quest'ultimo si scopre essere agorafobico e probabilmente vergine; la sua attrazione per Donna viene eviscerata nella splendida sequenza del suo racconto: durante la sua prima adolescenza, Laura la indusse a uscire con dei ragazzi più grandi, forzandola a scoprire l'amore e il sesso; nel finale, Harold scopre le vere intenzioni di Donna e si castiga per aver creduto nel suo amore.
Nel frattempo, Truman e Cooper riescono a salvare Audrey; ancora una volta, la trama viene risolta grazie ad un procedimento a-logico: durante una meditazione mattutina, l'agente del FBI scopre per caso il biglietto lasciatogli dalla ragazza giorni addietro, nel quale rivela di essersi recata al One Eyed Jack.





EPISODIO 13

Così come nel climx del dodicesimo episodio la fuga di Cooper e Truman veniva resa possibile dall'intervento fortuito di Hawk, allo stesso modo ora, Maddy e Donna riescono a salvarsi da Harold solo grazie all'intervento, insperato e ai limiti del casuale, di James, in un incrocio che preannuncia la rivelazione di Donna a Truman dell'esistenza di un altro diario di Laura, ricongiungendo le due trame.
Leland svela per la prima volta al pubblico il suo vero volto: un avvocato affarista che aiuta Ben Horne con i suoi loschi traffici, incurante delle conseguenze legali.
Fa il suo ingresso in scena lo stralunato Gordon Cole, superiore di Cooper affetto da sordità ed interpretato dallo stesso David Lynch, il quale così si perde a sua volta nel suo stesso mistero, divendendo al contempo burattinaio e burattino di enigmi e colpi di scena orchestrati da sé stesso.
Nell'ultima scena, la rivelazione: l'Uomo con un Braccio Solo soffre di un disturbo bipolare, possiede una seconda personalità, Mike, il quale tuttavia è più di un semplice alter-ego; al pari di Bob, anche lui è uni spirito dei boschi che viaggia di corpo in corpo, ma a differenza di Bob egli è buono, toccato dal volto di Dio; il sogno di Cooper si avvera: Mike recita la sua enigmatica cantilena e rivela che Bob esiste davvero, che quello visto da Cooper e Maddy è il suo vero volto e che ora è ospite al Great Northen Hotel. Si ha così un'unione totale e definitiva tra il piano onirico e quello reale, che da ora e più che mai saranno inscindibili sino alla conclusione del mistero principale.





EPISODIO 14

Il quattordicesimo episodio, diretto da Lynch, porta ad una svolta inaspettata nella serie. L'ultimo enigma del gigante viene risolto e sembra puntare verso Ben Horne, il quale rivela alla figlia di aver avuto una relazione con Laura; mentre le sottotrame sul trauma di Nadine e sulla convivenza tra Bobby, Shelly e Leo continuano ad evolversi, il mistero principale sembra indirizzarsi verso un'ulteriore intensificazione; sino alla parte finale dell'episodio: la Signora del Ceppo porta Cooper e Truman al Roadhouse, affermando che in esso vi si trovano i gufi; una volta lì, Cooper ha una nuova visione del gigante, il quale preannuncia un nuovo orrore; nel medesimo istante il mistero viene rivelato: l'ospite di Bob altri non è che Leland; è stato lui ad uccidere Laura sotto l'influsso dello spirito maligno, ed ora uccide nuovamente; la sua vittima è Maddie, ossia il doppio di Laura, che nella morte trova la chiusura del cerchio del suo ruolo di doppleganger; il tutto mentre un'agonizzante signora Palmer ha la visione di un cavallo bianco, presagio di morte.
La morte di Maddie viene mostrata in modo esplicito: Lynch rallenta l'azione decuplicando l'orrore per creare una sequenza magistralmente cupa e finemente disturbante; alla violenza esplicita si somma il genuino terrore istillato dalla figura di Bob, demone ghignante che prova piacere nell'assassinio e che si imprime definitivamente nella mente dello spettatore come pura incarnazione del male. Bob è un'immagine residua di sé stesso, una coscienza malefica celata sotto un volto gioviale, del quale la pazzia è un avvisaglia, un'esternazione dell'incapacità di Leland di mantenerlo celato.
Tutto il finale dell'episodio è un viatico verso la morte di Maddie, avvertita da tutti i personaggi riuniti al Roadhouse; la morte della ragazza diventa un climax distruttivo che si insinua nel subconscio dei personaggi, non presenti all'evento, corrodendoli dall'interno.





EPISODIO 15

Agli occhi dello spettatore il mistero è svelato. Cooper e Truman, tuttavia, continuano a brancolare nel buio, accusando Ben Horne. Questi, d'altro canto, si confronta con il ritorno di Catherine, sua unica ancora di salvezza per dimostrare la sua innocenza, ma al contempo fonte di ricatto.
Alcuni dei personaggi incontrano il loro ideale doppio: Lucy viene visitata dalla sorella, a lei fisicamente identica, mentre Hank ritrova un suo vecchio compagno di galera, ora nuovo marito della madre di Norma, che si è redento ed allontanato dalla via del crimine. Il finale dell'episodio, nuovamente essenziale nella narrazione, è esso stesso un doppio: la ri-scoperta della morte di Laura, mediante il ritrovamento del corpo di Maddie, ora e per l'ultima volta copia conforme del personaggio.





EPISODIO 16

Quanto accade a partire dal sedicesimo episodio sino alla fine della serie, può essere riassunto nell'introduzione della Signora del Ceppo all'inizio del sedicesimo episodio: quando si riceve una risposta, si passa sempre per il tramite di uno stato di depressione, susseguente alla rivelazione; depressione che passa quando ci si avvcina alla domanda successiva: il "perché".
Il volto dell'ospite di Bob è rivelato: Leland Palmer; l'uccisione si è reiterata sul doppio di Laura, Maddie. Cooper, Truman e Hawk, coadiuvati da Rosenfield e dal maggiore Briggs escogitano un piano per incastrare il vero assassino; un piano che nella migliore tradizione della serie mischia deduzione ed investigazione ortodossa con il metodo tibetano e "la magia"; mediante un rituale volto a ricreare le stesse condizione che hanno portato alla sua prima apparizione, il quartetto evoca il Gigante, che ridà l'anello a Cooper, dimostrando nuovamente la sua effettiva esistenza; rituale che porta Cooper ad una triplice catarsi: le parole del Nano, "la gomma che ami tornerà di moda", si dimostrano sensate: si tratta della gomma che Leland mastica abitualmente; realizzazione che porta l'agente a ricordare le parole di Laura: "è stato mio padre ad uccidermi"; la scoperta dell'assassino è totale.
Proprio il sogno di Cooper porta a galla un ulteriore mistero: la vicina di casa di Harold, a quanto pare, non è mai esistita; la vera donna che abita di fronte allo scomparso fioraio recapita a Donna e Cooper una lettera contenente una pagina stralciata dal diario della ragazza: anch'ella aveva sognato Cooper e il Nano nella Stanza Rossa, ma la sera prima di morire, in una dimensione a-temporale che travalica il confine tra la vita e la morte.
Sempre nel sedicesimo episodio si scopre il "perchè" della morte di Laura, oltre che al canonico "chi": la ragazza era perseguitata dagli Spiriti, che volevano impadronirsi del suo corpo come fecero con Leland, quando questi era ancora un bambino; ma Laura era più forte del padre, ha resistito alla loro intrusione, per questo Bob ha deciso di punirla con la morte; mentre la morte di Teresa Banks altro non fu se non un gioco, un modo per Bob per divertirsi; la morte di Maddie, d'altro canto, è stata perpetrata perchè lo spirito non voleva separarvisi, visti i sentimenti che provava verso Laura.
Ma il "sentiero" più volte evocato nel corso dell'episodio non è ancora stato percorso del tutto dai protagonisti: Leland si è suicidato per mano di Bob, ma che ne è ora dello spirito maligno?
E sopratutto: la sua minaccia, secondo la quale ucciderà di nuovo, è veritiera?





EPISODIO 17

La prima catarsi di "Twin Peaks" si è esaurita nel climax del sedicesimo episodio; il diciasettesimo rappresenta uno spartiacque tra la prima parte della serie e la seconda nella forma di un flashforwrd: per la prima volta l'unità di tempo di 24 ore per episodio viene infranta, lasciando fuori scena i tre giorni che intercorrono tra questo episodio e quello precedente, a rimarcare la fine di una fase e l'inizio di una nuova; il mistero sulla morte di Laura Palmer è stato rivelato, Cooper ha terminato il suo lavoro ed è pronto a partire; nella prima scena, l'intera città si riunisce attorno alla sig.ra Palmer nel cordoglio per Leland e la stessa, nella primissima scena, realizza tramite Cooper l'innocenza del marito. Tuttavia le complicazioni sono dietro l'angolo.
In città giunge Roger Hardy (Clarence Williams III), il quale tenta di incastrare Cooper per i suoi metodi poco ortodossi, spalleggiato da Preston King (Gavan O'Herlihy), poliziotto canadese che in realtà aiuta Jean Renauld a compiere la sua vendetta contro Cooper.
Nel frattempo Cooper rivela il suo passato e quello di Windom Earle, che ben presto arriverà a tormentarlo.
Ma il vero inizio della nuova traccia narrativa si ha solo con l'ultima scena dell'episodio: il maggiore Briggs accenna a Cooper dell'esistenza di una "Loggia Bianca" per poi sparire misteriosamente nel nulla, avvolto un una misteriosa luce bianca, apripista dei vecchi e nuovi misteri che ancora avvolgono gli avvenimenti.





EPISODIO 18

Il primo mistero sulla Loggia Bianca viene svelato: stando alla tradizione dei Nativi del luogo, la Loggia è il luogo in cui risiedono gli spiriti degli uomini e della natura; Hawk spiega a Cooper come così come nella Loggia Bianca risiedono spiriti benigni, esiste un luogo nel quale vivono quelli maligni: la Loggia Nera, totale opposto della prima; sempre stando alla leggenda, l'uomo che anela la perfezione deve attraversarle entrambe e nel farlo incontrerà il suo alter ego; ma per riuscire dovrà essere armato di un "coraggio perfetto".
Al pari della dicotomia e contrapposizione tra le due logge, l'intero episodio si basa sull'ideale contrapposizione tra personaggi; Andy e Dick ingaggiano un'ideale gara di paternità prendendosi cura di un orfano, la quale dà vita ad inedite situazioni slapstick; mentre la rivalità tra il sindaco Dougie (Tony Jay) e il suo neo-sposo fratello porta un ulteriore contrapposizione caratteriale. Sposalizio che fa da contraltare alla sottotrama che vede protagonista il redivivo James, che da questo episodio si invischia in una sordida storia di sesso e morte incontrando la femme fatale Evelyn Marsh (Annette McCarthy); storia che malauguratamente rappresenta il punto debole della narrazione dell'intera seconda parte della serie, data la sua ovvietà. La contrapposizione torna ancora nel rapporto tra una redente Jocelyn e Catherine Martell, la quale decide di usare la prima come serva per vendicarsi dei soprusi subiti durante la sua gestazione dell'attività di famiglia; rivincita che, nel finale dell'episodio, porta ad un colpo di scena un pò improbabile: la "resurrezione" di Andrew Packard (Dan O'Herlihy), il quale torna in scena dopo aver fatto credere alla moglie di essere morto per vendicarsi del suo ex protettore.
Contrapposizione che si sintetizza nel personaggio di Dennis "Denise" Bryson (David Duchovny), agente della DEA chiamato ad investigare su Cooper e sua vecchia conoscenza che, con grande stupore di Truman, Hawk e dello stesso Cooper, ha deciso di cambiare sesso; Lynch qui porta in scena il transgender come incarnazione di due nature opposte (uomo e donna) riunite in un unico corpo, dandone una descrizione per la prima volta non maligna nella sua filmografia; se in "Dune" (1984) l'aperta omosessualità del Barone Harkonnen era espressione del suo decadimento morale e in "Velluto Blu" (1986) il personaggio di Ben rappresentava la paura dell'ignoto mostrata nel disordine sessuale, con Denise Lynch crea un personaggio positivo, che aiuta Cooper a venire a capo del complotto del quale è preda.
Ma la contrapposizione più importante nell'episodio è data dal confronto da Cooper e Windom Earle, con il quale intrattiene da tempo una partita a scacchi a distanza svelata solo in questo episodio; partita a scacchi che sarà il leitmotiv di tutto il resto della serie e che porta allo scontro ideale del bene e del male, in una battaglia ideologica e caratteriale tra ragione e follia.
Follia che comincia ad attanagliare anche Ben Horne a causa dello stress subito durante le indagini su Laura Palmer e dei ricatti avuti a seguito dell'incedio; follia che in Horne si manifesta dapprima in un modo inedito: la nostalgia per il passato, che Lynch e Frost ritraggono come anticamera della perdita di contatto con la realtà; perdita che gli autori ritraggono portando in scena l'incipit del "Riccardo III" di Shakespeare e rivoltandone il significato: laddove il Bardo faceva pronunciare il monologo sullo scontento ed il trionfo all'inizio della parabola distruttiva del suo protagonista, Lynch e Frost usano il medesimo monologo per chiudere il cerchio sulle macchinazioni di Horne e su come queste si siano rivoltate contro di lui, proprio come nella tradizione drammaturgica del grande autore inglese.





EPISODIO 19

Punto centrale dell'episodio è l'ultima scena: il maggiore Briggs ritorna dal nulla, comparendo all'improvviso nel suo salotto. Il mistero sovrannaturale torna a fare capolino nella serie.
Nel frattempo, vediamo i personaggi in vesti inedite: Cooper, ora in abiti borghesi, deve fare i conti con il complotto nel quale è stato incastrato, Hawk si innamora della bellissima Lana Milfrod (Robyn Lively), novella vedova che seduce tutte le forze della polizia; mentre Josie, alla mercè di Catherine Martell, veste i panni della cameriera.





EPISODIO 20

Una voce giunge da lontano. Briggs racconta ciò che (non) ricorda del suo rapimento e fa una rivelazione: la Loggia esiste, non è solo un luogo della mente, ma anche fisico e si trova da qualche parte sotto i boschi di Twin Peaks.
Cooper si confronta con Jacques Renault, il quale gli muove un'accusa sinistra: è lui colui che ha portato l'incubo a Twin Peaks, prima del suo arrivo la gente non era preda della follia.
La follia di Ben Horne si colora del grigio dei confederati, relegandolo ad un passato remoto, il bivio decisivo nella storia americana, dal quale non vuole spostarsi.
Nel finale, Windom Earle irrompe in città, anche se ancora come una presenza fantasma che perseguita l'ex agente F.B.I. E Leo ritorna tra i vivi, svelandosi come un incubo ad occhi aperti.





EPISODIO 21


"L'amore è il sangue del mondo?"
Windom Earle fa il suo ingresso in scena, divendendo parte integrante e nuovo motore della narrazione. Dapprima evocato solo dalla storia di Cooper, è una presenza mefistofelica, sfuggente e per questo genuinamente inquietante, rivelandosi solo nell'ultimissima scena dell'episodio.
Cooper confessa a Truman il perchè dell'ossessione di Earle: in passato anch'egli era un agente dell'F.B.I., nonchè compagno e persino mentore di Cooper. Finchè questi non è stato sedotto dalla di lui moglie, episodio che lo ha condotto alla follia (vera? Simulata?) poi alla perdizione nella violenza, iniziando un gioco al gatto e al topo con l'ex protegée che ha la forma di un'infinita partita a scacchi.
L'amore è il motore di tutte le trame dell'episodio. James decide di fuggire dal rapporto morboso che ha intrapreso, scoprendo come Evelyn Marsh lo amasse davvero solo per ritrovarsi nuovamente tra le braccia di Donna.
Leo torna cosciente e diviene nuova minaccia: la relazione tra Shelly e Bobby lo ha trasformato in un "mostro" assetato del sangue dell'ex moglie.
La procace vedova Lana viene accertata dal dr.Jacoby come vera e propria "ninfa" in grado di ammaliare qualsiasi maschio con la sua prorompente carica sessuale; persino il sindaco Milford, suo "nemico giurato", alla fine cade tra le sue braccia.
Nel frattempo, emrgono definitivamente due figure dal passato di Catherine: Adrew Packard si rivela anche a Pete, mentre in città arriva Thomas Eckhardt (David Warner), ex socio di Packard e causa della sua finta scomparsa.





EPISODIO 22

La partita tra Cooper e Windom Earle si apre nell'ultimissima scena dell'episodio: la maschera di morte di Caroline è l'invito a fare la prima mossa.
Nel frattempo due storie trovano la loro chiusa. L'intrigo di James con la femme fatale Evelyn giunge ad un secondo e definitivo climax. L'immagine affranta della donna.torna più volte nell'episodio, simbolo della sua frantumazione sentimentale causata dall'amore, vero e non più simulato, per James. 
Ben Horne riacquista la ragione con il metodo catartico per antonomasia: una messa in scena della fine della Guerra di Secessione a parti invertite, con il generale Lee che vince sugli Stati del Nord.
Thomas Eckhardt incontra Catherine Martell e Jocelyn si rivela essere la vera assalitrice di Cooper; ma per quale motivo ha mai deciso di sparare all'agente?





EPISODIO 23

Un'immagine demoniaca, quella che chiude l'episodio: Josie uccide Eckhardt e, incastrata da Cooper, rivela di avergli sparato per motivi puramente circostanziali, solo per morire. O forse no: dalle tenebre della Loggia Nera riemerge Bob, in un incubo ad occhi aperti di Cooper, spingendo l'anima della donna nel più improbabile dei luoghi, ossia il pomello di un comodino.
Nel frattempo viene introdotto il personaggio di Jack Wheeler (Billy Zane), che aiuterà Ben Horne ad intralciare il progetto Ghostwood e si innamorerà, ricambiato, di Audrey. Viene nominato anche il personaggio di Annie, sorella di Norma, che dal prossimo episodio avrà un ruolo centrale nell'ultimo arco della serie.
E Windom Earle fa la sua mossa: riunisce le tre "belle" di Twin Peaks, Audrey, Shelly e Donna, con le quale intraprenderà una morbosa caccia per colpire Cooper, il quale si fa aiutare nella sua partita da un'inedito campione di scacchi: Pete Martell.





EPISODIO 24


Truman tenta di elaborare il lutto. La Bookhouse diviene dimora del suo dolore, unico ambiente in tutta la serie ad essere immerso in una luce spezzata dalle tenebre in forti tagli che segmentano il personaggi principali, mentre lo sceriffo è costantemente immerso nel buio. Il rimorso viene affrontato grazie all'intervento di Dale, ma nel finale la misteriosa Jones (Brenda Strong), ex socia del defunto Eckhardt, gli si avvicina con intenzioni sinistre.
Windom Earle continua il suo gioco avvicinandosi a Donna e Shelly. Per farlo adotta due travestimenti, di cui uno, quello di un ex compagno di studi del padre di Donna, è indice del suo ruolo nella storia: un demonio, una figura totalmente negativa pur se di natura strettamente terrena, che al pari di Bob adopera il corpo (in questo caso le vestigia) di altri per poter perpetrare il male.
Cooper incontra per la prima volta Annie (Heather Graham), la cui bellezza angelica lo colpisce in pieno.




EPISODIO 25

Jones, la femme fate definitiva, aggredisce Truman, ma viene presto neutralizzata. Lo sceriffo si riprende del tutto dallo shock della morte di Josie e torna a formare gruppo con Cooper. In città torna anche un'altro personaggio di rilievo: Gordon Cole, che reintegra Cooper ed introduce un "collegamento succulento" e del tutto inaspettato: Windom Earle indagava sulle apparizioni UFO al pari del colonnello Briggs.
Il segno apparso sul collo dello stesso e sulla gamba della Signora del Ceppo porta il trio a fare un'inedita scoperta: nella Grotta dei Gufi, sita nel bosco di Twin Peaks, esiste un glifo che ne riproduce le effige. E sarà Earle a scoprire come lo stesso sia niente meno che il passaggio per la Loggia, bianca o nera ce sia, che da ora diviene definitivamente luogo fisico.
Contemporaneamente, l'amore si insinua tra le pieghe del mistero. Audrey si avvicina a Wheeler, così come Cooper si scopre sempre più attratto e ricambiato da Annie, il cui passato monastico nasconde un tentativo di suicidio e che ora è intenta a ri-scoprire il mondo.
Sopratutto, Gordon Cole si avvicina alla bella Shelly e scopre il più sorprendente tra i "collegamenti succulenti": riesce ad udire perfettamente la voce della ragazza, forse a causa dell'improbabile eppure estremamente simpatica empatia che li collega.





EPISODIO 26

La dualità della Loggia viene spiegata da Windom Earle: la Bianca è un luogo di pace e amore, la Nera un vero e proprio girone infernale. Al pari del gioco delle carte che era stato introdotto in precedenza, il gioco di Earle diviene sempre meno logico: gli schematismi degli scacchi si fondono con l'azzardo e l'improvvisazione del poker, in un 'unione tra logicità pura ed insania che rispecchia l'intero impianto della serie. Mentre il mistero che ancora avvolge le Logge agli occhi di Cooper e soci prende la forma di un uomo incappucciato, una rielaborazione dell'archetipo junghiano della paura che Lynch riplasma come forma dell'arcano.
E così come le due Logge si incrociano in Twin Peaks, allo stesso modo la violenza dell'assassino, mostrata graficamente (l'uccisione del punk interpretato da Ted Raimi), va in pari con l'amore che sboccia tra i personaggi: Cooper ed Annie si avvicinano definitivamente, mentre Gordon Cole riesce a baciare Shelly sotto gli occhi esterrefatti di Bobby Briggs, sella sequenza più genuinamente divertente dell'intera serie.
Nel frattempo, la misteriosa scatola nera lasciata da Eckhardt a Cathernine si apre, solo per svelare un nuova scatola, un enigma dentro l'enigma, altra perfetta rappresentazione dell'impianto della serie.






EPISODIO 27

L'ultimo mistero viene svelato: il glifo della caverna non è che una mappa per un luogo ed un tempo. Windom Earle, al pari dei Dugpas, gli stregoni totalmente dediti al male che accedevano alla Loggia Nera per fortificarsi, comprende il modo per accedervi. Nel frattempo Cooper ha un presagio ed una visione: la distruzione del proprio rapporto con Annie, sul quale sembra gravare una tragedia enigmatica, sottolineata dall'avvertimento del Gigante. Il tutto mentre uno strano tremore coglie alcuni personaggi del luogo.







EPISODIO 28

L'unità temporale viene nuovamente infranta: le ultime 24 ore dell'agente Cooper a Twin Peaks sono scisse negli ultimi due episodi, trasmessi originariamente in un'unica serata il 10 Giugno 1991.
Windom Earle e Cooper realizzano come gli spiriti maligni siano attratti alla paura, mentre quelli benigni dall'amore, dualità che, nuovamente, rispecchia le due emozioni cardine della serie.
Gli ultimi enigmi sulle Logge vengono decifrati anche da Cooper e con il suo canonico metodo anticonvenziale; nell'epilogo dell'episodio è finanche l'imbranato agente Brennan a scoprire come il glifo sia in realtà una mappa.
Earle subisce una duplice trasfigurazione: prima in mostro, poi un transgender con le fattezze della Signora Ceppo, ossia la figura "mostruosa" più ricorrente nell'opera di Lynch. Il suo piano raggiunge la forma: con una mossa inaspettata, rapisce la regina di Cooper, Annie, nominata miss Twin Peaks, e sparisce tra le ombre, illuminato solo da una luce bianca intermittente, ossia l'emblema della paura, in una duplicità di simboli che rafforza il suo ruolo di spirito maligno.






EPISODIO 29

"E ora una conclusone".
David Lynch ritorna per tirare le fila dell'opera. Ogni sottotrama trova una sua chiusa, talvolta definitiva, talvolta parziale.
Lucy sceglie Andy come padre di suo figlio, il Dottor Hayward punisce Ben Horne per essersi rivelato come il vero padre di Donna, Pete e Andrew Packard scoprono lo sberleffo finale di Eckhardt: una bomba che li coinvolge in una potente deflagrazione, assieme ad Audrey. Incerto resta il destino di Leo, come aperta rimarrà (per sempre?) la sottotrama sui tremori.
Cooper e Windom Earle si avventurano nella Loggia Nera, situata oltre il visibile, ideale subconscio totalizzante. All'interno, tutto è un doppio di ogni cosa. La statua della Venere di Milo sita all'incrocio delle due stanze ci avverte della presenza di Annie, ora divenuta a sua volta il doppio di Caroline. Così come Cooper diverrà il doppio di sé stesso, un'immagine distorta che cela le fattezze e le intenzioni di Bob, in un 'epilogo spiazzante e aperto, che lascia interdetti circa il destino dei due protagonisti.
O forse no?
Le parole di Laura (o del suo doppio) annunciano "ci rivedremo tra 25 anni. Nel frattempo..." ossia la parola fine è ancora da scrivere.


mercoledì 20 gennaio 2016

R.I.P.- Ettore Scola



1931-2016


Forse l'ultimo della grande tradizione di registi italiani in grado di volgere uno sguardo serio, disincantato e profondo verso una società in preda a folli cambiamenti, Scola è stato prima di tutto sceneggiatore eccelso: a lui si devono gli script, tra gli altri, de "Il Sorpasso" (1962) e "I Mostri" (1976). Dietro la macchina da presa ha saputo poi farsi demiurgo di quel microcosmo familiare che sulla carta rappresentava l'ultimo valore di un Italia sempre più votata all'autodistruzione. Con esiti tutt'oggi sorprendenti.



C'ERAVAMO TANTO AMATI (1974)




BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI (1976)





UNA GIORNATA PARTICOLARE (1977)




LA FAMIGLIA (1987)



CHE ORA E'? (1989)

martedì 19 gennaio 2016

Revenant- Redivivo

 The Revenant

di Alejandro Gonzalez Iñàrritu.

con: Leonardo Di Caprio,Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck, Paul Anderson, Kristoffer Joner.

Usa 2015
















Il cinema di Alejandro Gonzalez Inarritu si fa sempre più variegato con il passare del tempo. Quello che un tempo era conosciuto esclusivamente come il fautore di una "filmografia del dolore" ha saputo volgere il suo sguardo, curioso ed estetizzante, verso nuovi e sempre più inediti orizzonti. "The Revenant" segna un ulteriore distacco verso il passato: laddove già il precedente "Birdman" (2014) comportava un distacco dal tema della perdita e del fato, questa nuova fatica permette all'autore di dissezione un tema del tutto nuovo, quello della sopravvivenza.
Un film che sembra uscito da un'altra epoca. Non tanto per ciò che racconta e per come lo fa, ma per l'incredibile storia produttiva: circa 9 mesi di riprese, avviate dapprima in Canada e proseguite in Argentina a causa del mutamento climatico dovuto alla lunghezza dei tempi di lavorazione; il tutto per permettere all'autore di creare una piccola epica barbara illuminata dalla sola luce naturale ed immersa in paesaggi totalmente selvaggi, talmente remoti ed inospitali da causare innumerevoli liti e defezioni.


Durante gli ultimi anni della frontiera americana, verso il confine nordoccidentale, Hugh Glass (Di Caprio) è una guida al servizio di un gruppo di cacciatori di pelli. A seguito di una sortita in territorio indiano in cerca di pellame, dopo aver combattuto strenuamente contro i nativi, Glass viene attaccato da un grizzly e ridotto in fin di vita. Lasciato indietro dai compagni, viene affidato alle cure del giovane Bridger (Will Poulter), del proprio figlio Hawk (Forrest Goodluck), meticcio avuto anni prima e fortemente mal sopportato dal resto del gruppo, nonchè del ruvido ed intollerante FItzgerald (Tom Hardy), il quale deciderà di uccidere il ragazzo e abbandonare l'ex compagno al suo destino per proseguire verso il forte. Ma Glass non muore: per miracolo sopravvive alle ferite e al freddo e decide di inseguire Fitzgerald per vendicarsi.




"Revenant" non è un film su Hugh Glass, nè tantomeno uno spaccato della frontiera. Non vuole essere un puro divertissement avventuroso, men che meno un film "morale" o "a tema". Lo sguardo di Inarritu, qui, si fa più semplice, diretto, crudo: scontornare personaggi e luoghi di ogni possibile retorica e valore simbolico per creare un'esperienza viscerale, basica quasi primordiale nel quale far calare lo spettatore per 135 minuti e dar vita ad un mondo ancestrale, nel quale si dimenano i sentimenti più bestiali dell'essere umano.
La storia di Hugh Glass si prestava perfettamente al suo intento: tra il 1822 e il 1823, Glass faceva da tracker e guida per l'esercito ed i cacciatori di pelli che si avventuravano nei meandri dei territori delle riserve. La sua storia del "ritorno" dal mondo dei morti per perseguitare chi lo aveva abbandonato divenne subito leggenda ed attecchì con facilità presso l'immaginario collettivo, tanto che già nel 1971 venne portata su schermo con "Uomo bianco va' col tuo Dio".
Ma della storia originaria, nonchè del romanzo omonimo pubblicato da Michael Punke e alla base dello script, Inarritu e lo sceneggiatore Mark L. Smith riarrangiano e ricreano elementi, passaggi e personaggi, arrivando sinanche a creare appositamente il personaggio di Hawk per fortificare la volontà del protagonista. Il tutto per dar vita ad una storia che, inutile negarlo, appare talvolta raffanzonata, con personaggi dalle caratterizzazioni basiche, azioni puramente pretestuose e con una sottotrama puramente di servizio.
Fortunatamente, il vero valore dell'opera risiede nella messa in scena.




Inarritu e il grande direttore della fotografia Emanuel Luzbeki immergono il peregrinare di Glass e compagni nella pura luce naturale. Niente fonti luminose artificiali, nessuna color correction in post (fatta salva la sola scena del bivacco notturno tra Ftizgerald e Bridger, impossibile da girare al naturale a causa delle condizioni climatiche), con esiti stupefacenti. Le immagini raggiungono vette di bellezza e perfezione estetica inusitate, veri e propri scorci su di un mondo altro, su luoghi immersi in un'atmosfera onirica ai limiti del metafisico, dove le vicende terrene, le allucinazioni e i pensieri del protagonista si fondono in un unico maelstorm di coscienza e veglia, magnificamente sottolineato dalla colonna sonora minimale, quasi inesistente, composta tra gli altri da Ryuichi Sakamoto, che dopo quasi vent'anni torna a prestare le sue note ad una produzione hollywoodiana.
Spettacolo visivo reso ancora più ammaliante dallo stile di Inarritu, che costruisce la maggior parte delle scene come una serie di piani sequenza interconnessi, aumentando la spettacolarità e il grado di imemrsione. L'uso di obiettivi grandangloari per tutto il film permette di avvicinarsi al personaggio di Glass in modo totale, di sfiorargli il volto, contemplare i lineamenti sfatti e sanguinanti, avvertire il suo respiro, ma, al contempo, di perdersi nell'immensità nella natura che lo circonda.




Natura austera, che ricorda l'opera di Herzog nella sua descrizione ferina ed immensa. Una natura indomabile, che piega le persone, le cinge e le riduce a corpi in balia del freddo e del vento, in un mondo dove non esistono valori, se non quello della sopravvivenza.
La differenza tra selvaggio e civile viene a scomparire ("siamo tuti selvaggi"): tutti i personaggi non sono che belve che tentano in tutti i modi di tirare avanti, abbandonandosi spesso agli istinti più bassi (la compagnia francese, che non si fa scrupoli a schiavizzare e seviziare la giovane nativa). Non è il solo Glass a lottare disperatamente per la sua vita: anche l'antagonista Fitzgerald, per quanto imbelle, abbandona il suo compagno non tanto e non solo per inseguire il profitto, ma per salvarsi dalle sciagure impellenti.




I personaggi divengono così puri archetipi dell'essere umano, ridotti all'osso, privati di dialoghi significativi o catartici, aggirandosi per i boschi in silenzio come animali feroci. Di Caprio e Hardy riescono perfettamente a convogliare la disperazione delle loro controparti, sparendo letteralmente nei loro panni, recitando quasi esclusivamente con gli occhi e con il corpo in quella che, per il primo, è davvero la performance di una carriera.




Duro, crudele, disperato ed incredibilmente vivo, "The Revenant" è un racconto ammaliante, pur nella sua immensa semplicità, una prova riuscita ed affascinante.

sabato 16 gennaio 2016

Creed- Nato per Combattere

Creed

di Ryan Coogler.

con: Micahel B.Jordan, Sylvester Stallone, Tessa Thompson, Phylicia Rashad, Graham McTavish, Tony Bellew.

Drammatico

Usa 2015













La moda di ri-creare, ri-aggiornare e riproporre eroi, saghe e brand storici del cinema pop americano non trova fine. Nel 2015 già "Star Wars- Il Risveglio della Forza" si era imposto come perfetto esempio di remake camuffato da seguito; ma poco prima del ritorno della saga spaziale più famosa di sempre, per il Giorno del Ringraziamento il pubblico americano ha potuto assaggiare un'altra minestra riscaldata: "Creed", sulla carta uno spin-off della saga dello "Stallone Italiano" inaugurata quasi quarant'anni prima, ma di fatto un vero e proprio remake che riprende il personaggio di Rocky e lo affianca al newcomer Adonis "Donnie" Creed, figlio di Apollo, per un film che cerca in tutti i modi possibili una propria identità, ma che soccombe spesso e volentieri allo storico modello di riferimento.


E' impossibile parlare di "Creed" senza sviscerare quello che fu il primo film della serie, quel "Rocky" (1976) che fece incetta di oscar e trasformò Stallone in un big della New Hollywood. "Rocky" era un piccolo film prodotto con tutti i crismi dell'allora imperante New Wave americana: concepito dalla sua star, che all'epoca aveva collezionato giusto qualche particina in pellicole di second'ordine ed una divertente comparsata ne "Il Dittatore dello Stato Libero di Bananas" (1971), sul cui set strinse amicizia con il mitico Woody Allen. Una pellicola girata tutto sommato con pochi mezzi, che però si avvaleva delle musiche di un esordiente Bill Conti, la cui "Gonna Fly Now" divenne giustamente una delle tracce più celebri della Storia del Cinema, e sopratutto della fotografia di Garrett Brown, che sperimentò per la prima volta la steadycam per creare la sequenza di culto della corsa sulla scalinata del museo d'arte di Philadelphia.
Ma la forza di "Rocky" non stava tanto nella verve tecnica, quanto nell'onestà con il quale un giovane Stallone si approcciava al mondo del cinema. Rocky Balboa è in tutto e per tutto Stallone: un atleta di quart'ordine, relegato a combattere in circuiti amatoriali per motivi strettamente alimentari. Un uomo comune, innamorato della timida e poco attraente Adrian (Talia Shire), ancorato alla strada di Philadelphia, al suo quartiere più povero, dove cerca disperatamente e con umiltà di sbarcare il lunario. E quando la grande occasione si presenta, lo fa quasi per caso: in incontro di pura esibizione con il campione del mondo Apollo Creed (Carl Weathers), uomo arrogante, ricco e spocchioso sin nel midollo, che organizza il torneo al solo fine di rinvigorire ulteriormente la sua immagine facendo credere al pubblico di voler concedere un'occasione ad un dilettante. Rocky si lascia sfruttare, accetta il compito con tutta l'umiltà possibile e senza montarsi la testa, riuscendo a catturare immediatamente la simpatia dello spettatore: la modestia del personaggio, proprio come quella del suo autore, rendono ancora oggi quel piccolo classico godibile e divertente. E per questo che una volta giunto al match, non ha nemmeno bisogno di sconfiggere il suo avversio, ma semplicemente di dimostrare il suo valore, senza bisogno di strafare, di conquistare la corona o divenire un eroe del popolo.
Una genuinità propria di un modo di fare cinema che di lì a poco si sarebbe perduta. Perchè con i successivi quattro film, Stallone decide trasformare questo suo avatar, questa sorta di maschera del sogno americano, in un supereroe con i guantoni, che, in "Rocky IV", arriva persino a vincere la Guerra Fredda, trasformandosi in un ottuso strumento reazionario al pari dell'altro grande personaggio forgiato da Stallone, quel John Rambo che da incarnazione della delusione di un'intera generazione di americani si trasforma, sempre nel 1985, in una macchina da guerra ammazzarussi.
Caduta di stile che rispecchia l'ascesa definitiva di Stallone allo star system, con la successiva perdita d'occhio di quei valori che rendevano i suoi personaggi davvero riusciti ed interessanti. Tanto che con il successivo "Rocky V" (1990) cerca di ritrasfromare il personaggio in un buzzurro dal cuore d'oro, fallendo miseramente a causa di una scrittura ed una regia risibile. Dovranno così passare ben 16 anni prima che lo Stallone Italiano possa ritrovare dignità su schermo (al pari dell'alter ego Rambo). "Rocky Balboa" (2006) era, in un certo senso, la conclusione perfetta della saga: un film piccolo, quasi timido, girato nuovamente con pochi mezzi ed un'inedita e spiazzante iniezione di cinema veritée ottenuta girando un vero match di pugilato tra Stallone ed il pugile Antonio Tarver. Una pellicola nella quale una ex star ormai vecchia e lontana dai fasti (il successo della serie di "The Expendables" sarebbe arrivato solo quattro anni dopo) decideva di confessarsi, di mostrare nuovamente il suo lato più sensibile ed umano per dimostrare di avere qualcosa da dire nonostante l'età avanzata. Finendo per riuscirci, in un finale che, al pari del primo capitolo, era sincero e umile e per questo coinvolgente.



Tanto che il Rocky di "Creed" è in tutto e per tutto lo stesso di 9 anni prima: un uomo lontano dai fasti che vive la propria vita in solitudine, resa oggi ancora più forte dall'assenza dell'amico Paulie e del figlio. La morte di Sage Stallone, il Rocky Jr. di "Rocky IV" e "Rocky V" offre una nuova, potente catarsi per Stallone, che mostra nel film una suo vecchia foto visibilmente commosso. Nuovamente, il personaggio e l'interprete tornano a combaciare in un perfetto gioco di specchi, avvalorato dal tema del rapporto padre-figlio alla base del film.


Perchè "Creed" è la storia di un figlio abbandonato dal padre che si unisce ad un padre privato del figlio per scrollarsi di dosso l'eredità paterna. Un'eredità scomoda ed ingombrante, data l'indimeticata caratura del personaggio di Apollo nel mondo della boxe.
Un rapporto stratificato, a tratti difficile e complesso, dove il giovane tenta in ogni modo di affermare sé stesso per il tramite dell'aiuto e dell'affetto del vecchio. E dove quest'ultimo è un uomo che oramai non ha più nulla né da perdere, tantomeno da dimostrare e che quindi trova nel giovane Adonis una vera e propria ragione di vita. Un rapporto dove la boxe non è che un mezzo, uno strumento per trovare la via per sé stessi, piuttosto che un fine. E se il coinvolgimento arriva è sopratutto grazie all'alchimia tra Stallone e Miachel B.Jordan, il cui trasporto è vivo e tangibile, anche se il primo si limita semplicemente a riprendere il personaggio "storico" con tutti i suoi tratti distintivi (la parlata scrausa, la filosofia spicciola ma efficace, la fisicità ormai ingombrante), al punto che la vittoria del Golden Globe e la nomination all'Oscar sembrano essere la classica manovra "politca" dell'Accademy.


Ma al di là dell'impegno dei due protagonisti e dell'interesse per i personaggi, non c'è davvero nulla di nuovo in questa settima pellicola della serie. Ryan Coogler, autore anche del soggetto, ha praticamente resuscitato Rocky per il solo gusto di farlo: sua è l'idea alla base dell'intero progetto, suo è anche la stesura finale dello script. Ed oltre al personaggio, resuscita di fatto il primo film, riprendendone la struttura e lo sguardo benevolo sugli outsider, portandolo in scena con il canonico piglio oggettivo imperante nel cinema indipendente americani, quasi a ricercare ossessivamente una forma di autenticità nella messa in scena che, tuttavia, spesso si traduce in mancanza di mordente.
Persino l'avversario di turno, l'inglese "Pretty" Conlan, altro non è se non una versione "wasp" dell'Apollo originale. Mancanza di personalità che affossa in parte l'interesse per questo nuovo, inaspettato exploit; che sul piano stilistico si segnala solo per il bel piano sequenza, girato senza stacchi camuffati in post-produzione, nella messa in scena del primo combattimento; boccata d'aria fresca, inserto virtuosistico in quello che è, per il resto, un vero e proprio remake indie.

venerdì 15 gennaio 2016

R.I.P.- Franco Citti



1935- 2016


Un volto scavato, distrutto dalle avversità di un vita agra. Due occhi spenti eppure trabordanti di vita vissuta, vera, che bruciava la pellicola e si saldava indelebilmente sullo schermo. Un attore preso dalla strada, come avveniva già da quasi 20 anni quando Pasolini lo scoprì affidandogli il ruolo di Accattone. Un volto indimenticabile, quello di Franco Citti, maschera di quell'Italia miserabile, che sguazzava nella miseria gonfiando il petto per sembrare migliore di ciò che era, incarnandone la malevolenza, ma anche l'innegabile tragicità. E con lui se ne va un'altro pezzo di quel glorioso cinema che fu.


martedì 12 gennaio 2016

Caligola

Caligula

di Tinto Brass.

con: Malcolm McDowell, Teresa Ann Savoy, Helen Mirren, Peter O'Toole, John Gilgud, John Steiner, Guido Mannari, Adriana Asti, Leopoldo Trieste.

Storico/Drammatico/Pornografico

Usa, Italia 1979













Quando si pensa ad un film "maledetto", il modello di riferimento è dato di solito da pellicole che a prescindere dai problemi avuti durante la produzione, alle peripezie di cast e troupe, alle polemiche che ne hanno magari circondato l'uscita, sono comunque state in grado di imporsi all'attenzione di critica e pubblico e a divenire, magari nel tempo, vere e proprie pietre miliari nella storia del cinema o, quantomeno, film di culto. Gli esempi in tal senso non mancano di certo e sono tutti più o meno illustri: da "Nascita di una Nazione" (1915) ad "Arancia Meccanica" (1971) o anche "Apocalypse Now" (1979), "Ultimo Tango a Parigi" (1972), "I Cancelli del Cielo" (1980), "Dune" (1984) e finanche piccoli gioielli come "Il Corvo- The Crow" (1994) e "Donnie Darko" (2001).
In un panorama del genere, popolato da nomi più o meno illustri tra gli autori e film più o meno importanti, il famoso "Caligola" di Tinto Brass sembrerebbe stonare: come può l'opera di un regista famoso per gli exploit softcore e girata come un vero e proprio film porno essere affiancata a vere e proprie pietre miliare della Settima Arte?
Perchè "Caligola" rientra tranquillamente tra i cosiddetti "film maledetti" a causa della cattiva sorte di cui ha goduto, ma data la sua nomea e, sopratutto, il fatto di essere divenuto un culto solo in tempi recentissimi e solo grazie ai moviegorers di internet affamati di pellicole trash, la si potrebbe tranquillamente etichettare come una stravagante ed ambiziosa "vaccata". Posizione vera solo in parte.
Ma per comprendere appieno il perchè occorre ripercorre la storia di un film che è stato in grado di far arrabbiare molti degli autori coinvolti, di distruggere le carriere di Malcolm McDowell e Peter O'Toole, le quali non si riprenderanno mai dal colpo subito, di impedire ad un attrice del calibro di Helen Mirren, all'epoca al sui esordio su celluloide, di affermarsi immediatamente nel mondo del cinema e di far intraprendere un corso totalmente diverso alla filmografia di Tinto Brass. Pellicola, infine, in grado di imporsi all'attenzione di critica e pubblico solamente per motivi "pruriginosi" o "scandalosi", più che per effettivi meriti artistici.




Il progetto alla base del film nasce nei primi anni '70, dalla mente di niente meno che Gore Vidal. Il grande intellettuale americano scrisse una sceneggiatura ambiziosa ed ispirata: una biografia di Gaio Giulio Germanico detto Caligola, terzo imperatore romano, ultimo esponente della gens Iulia e passato alla storia come esempio di corruzione morale. Nella visione di Vidal, Caligola era un ragazzo semplice, che chiamato a succedere al padre Tiberio viene inebriato dal potere assoluto sino ad impazzire, metafora della forza distruttiva del potere stesso.
Completata la prima stesura, la sceneggiatura fa il canonico giro per i maggiori studios di Hollywood e viene puntualmente rigettata, poichè  vista come un semplice peplum più che un dramma in costume in un'epoca in cui il "sandalone" era un genere oramai defunto.
Bruciata la possibilità di una produzione di serie A, al progetto si avvicina un novello produttore, attivo nell'ambito del cinema underground, un uomo ambizioso, all'epoca appena entrato nel giro delle produzioni filmiche ed in cerca di un progetto in grado di consacrarlo: Bob Guccione, editore in capo di Penthouse, ossia la prima e più celebre rivista porno della storia.




Guccione aveva le idee chiare in merito al progetto: creare un film che si imponesse come campione di incassi, facendo leva sul pubblico grazie alla licenziosità dovuta all'ambientazione nella Roma pagana, ma che al contempo fosse ben accolto dalla critica, dato il nome illustre del suo sceneggiatore. Ambizioso sin nel midollo, voleva fare le cose in grande e portare altri nomi illustri a bordo, primo fra tutti quello di Federico Fellini, contattato inizialmente per dirigere, ma che rifiuterà per perseguire progetti più personali, tra i quali lo splendido "Il Casanova di Federico Fellini" (1976).
Perso l'appoggio del grande artista riminese, Guccione decide comunque di rimanere in Italia per la produzione, a causa della favorevole congiuntura economica e per la possibilità di affidare la direzione artistica a Danilo Donati, trovando inoltre l'aiuto del produttore Franco Rossellini. Per la regia vera e propria decide di rivolgersi a soggetti più malleabili, ma al contempo in grado di creare una visione affascinante.
La scelta finale ricade sull'allora 43nne Tinto Brass e sarebbe facile etichettarla sulla scorta dell'odierna nomea del regista. Viceversa, all'epoca Brass era un autore serio, che sapeva fondere istanze artistiche e popolari con nonchalance, come testimoniato da pellicole quali "L'Urlo" (1968) e "Salon Kitty" (1976). Un autore a tutto tondo, che coglie al volo la possibilità di collaborare con Vidal e sopratutto con il cast d'eccezione che i produttori avevano assemblato: oltre che le star McDowell e O'Toole figuravano anche Leopoldo Trieste, John Steiner, caratterista del cinema di genere nostrano, Maria Schneider, che però abbonderà la produzione perchè impaurita dal tono erotico, e sopratutto John Gielgud, il massimo attore del teatro shakespeariano vivente.
Ma fu proprio la riunione di tre personalità forti quale quelle di Brass, Guccione e Vidal che portò i primi guai al progetto.


Brass aveva una sua visione del personaggio che mal si conciliava con quella di Vidal. Ordinate ben 7 riscritture della sceneggiatura, il regista non era ancora soddisfatto e decise di riscriverne parte di suo pugno. Vidal, oltraggiato, decise di togliere il suo nome al film, nel quale ci si limita infatti a fare giusto un richiamo fugace al suo lavoro. Lo scontro tra i due era dovuto sopratutto alla differente concezione della paternità artistica in campo filmico. Per Vidal il vero autore di un film è lo sceneggiatore, che pone le basi, essenziali, con la storia e con i personaggi; concezione fortemente viziata dalle sue origini letterarie e del tutto antitetica con quella di Brass, che richiamandosi alla politica degli autori vedeva nel regista la figura centrale nel processo creativo, poichè nel medium audiovisivo il prodotto finito è dovuto alla messa in scena.
Ottenuto uno script definitivo, Brass, Guccione e Rossellini cominciano le riprese nel 1975 con un budget di 13 milioni di dollari, che lieviterà, nel corso dell'anno durante il quale le stesse si trascineranno, fino a 20, facendo di "Caligola" la produzione indipendente più costosa della storia del cinema. Su di un set blindato, Danilo Donati, forte dei capitali stratosferici, riesce a creare alcune delle sue opere più ambiziose, tra set giganteschi ed oggetti di scena enormi, tra i quali spunta la "nave dell'orgia", tutt'oggi il più grande mai costruito. Ed è da questo punto che la nomea del film comincia a circolare, sotto forma di leggenda metropolitana, tra critica e pubblico.




Il cinema di Brass era già all'epoca celebre per l'erotismo. L'unione con il patron di Penthouse scatenò la curiosità generale, alimentata dalla riservatezza sulle riprese. Storie di scene di sesso esplicito e addirittura zoofilo (la sequenza nella quale il protagonista ammalato dorme con affianco il suo cavallo) creano un primo alone di "dannazione" sul film, che lo accompagnerà sino all'uscita nelle sale.
Ma fu con la fine delle riprese che la "maledizione" prese forma. Nel contratto di assunzione, a Brass veniva negato il final cut, ma concesso il first cut sul film, in modo da permettergli di assemblarlo e settare il tono generale. Impegno che non fu rispettato dai produttori, i quali rubarono letteralmente il girato e lo montarono autonomamente, estromettendo in toto il regista dal processo creativo. La versione integrale del film, della durata di ben 156 minuti è opera del solo Guccione, tanto che Tinto Brass viene accreditato unicamente come autore delle riprese principali.
Lo scontro tra i due, questa volta, era dovuto ad una differente veduta sull'estetica: Brass voleva fare un film d'autore nel quale la Roma pagana veniva descritta in modo surreale e grottesco, con un erotismo di stampo felliniano, mai genuinamente erotico. A Guccione invece interessava solo dar spazio alle grazie delle procaci attrici, tra le quali figuravano le "pets of the month" più famose dell'epoca, in modo da poterlo vendere nei circuiti a luci rosse. Deluso dalla mancanza di vero eros, il produttore aggiunse nuove sequenze girate ad hoc, dove le prosperose pets Tori Wagner e Annika Di Lorenzo (che nella versione di Brass si limitavano a comparire nude) si abbandonavano a scene di sesso esplicito, saffico nella sequenza in cui Caligola intrattiene un rapporto a tre con la moglie Cesonia e la sorella Drusilla, etero durante la sequenza dell'orgia.




Il montaggio di Guccione, totalmente inesperto, finisce per massacrare la pellicola. Dal prodotto finito vengono escluse alcune delle sequenze più importanti, come quella nella quale l'imperatore nomina senatore il suo cavallo Incitatus; l'intero film si trasforma da disanima del potere a carnevale di oscenità gratuita, dove ogni forma narrativa viene annacquata, diluita inutilmente nelle inquadrature "hard", perdendo di mordente e ritmo. Ogni singola scena è semplicemente assemblata, non montata: le basi della grammatica filmica mancano a causa dell'inesperienza del produttore, tramutandosi in un prodotto ai limiti dell'amatoriale, dove l'estetica della ripresa di Brass, a tratti squisitamente geometrica e pittorica, viene sacrifica in favore del sesso.
Massacro che permise comunque al film di riscuotere un enorme successo: arrivato nelle sale in America e Italia solo nel 1979 (nel resto d'Europa ed in Asia venne distribuito, a singhiozzo, già a partire dal 1977), recupera il suo budget in un solo giorno di programmazione. In Italia, tuttavia, il film viene sequestrato dopo una settimana per oscenità e Brass riuscì a stento a difendersi dimostrando la sua estraneità al prodotto finito. Concluso il processo, Brass riuscì anche a vincere una causa contro Guccione, la quale stabilì come il regista sia comunque titolare del film a prescindere dalla quantità del materiale che effettivamente sia stato usato nel montaggio definitivo. Impossibilitato a creare una sua versione del film, Brass si rifece in parte tagliando le sequenze hardcore e riuscendo a ridistribuire il film nel 1984 con il titolo "Io, Caligola", ad oggi la versione "ufficiale" su territorio italiano.




Distrutta dall'opera selvaggia del produttore, la pellicola risulta tuttavia interessante: all'interno della stessa versione integrale è possibile scorgere le macerie del film voluto da Brass, oltre che il lavoro magistrale del cast.
Il Caligola del duo Brass/McDowell (che si immerge totalmente nel personaggio caricandolo di una prorompente energia) non è un uomo comune corrotto dal potere. Tutt'altro: egli è corrotto sin da ragazzo, presentandosi sin da subito come un edonista perso nell'amore carnale per la sorella Drusilla e ossessionato dalla paura della morte. Caligola si confronta con il nonno Tiberio, imperatore morente ritratto come un corpo in decomposizione, le cui pustole sono l'esternazione della decadenza nella quale sguazza. Giunto al potere, Caligola si rivela per ciò che è: un anarchico, un bambino al quale viene dato potere di vita e morte sul mondo, con il quale si diverte a giocare come un balocco.




Non un imperatore folle, quanto un folle chiamato a fare l'imperatore, che sfrutta la sua posizione per abbandonarsi ad ogni forma di compiacimento. Primo l'omicidio: l'uccisione del compagno e amico Macrone per rinsaldare il suo potere e sposarne la moglie, già da tempo sua amante. Poi l'esilio di quest'ultima per sposare una consorte più giovane, la bella e algida Cesonia, che si diverte a portare in giro al guinzaglio.
Il sesso diviene sublimazione del potere, strumento per la sottomissione del prossimo, sia esso una vergine durante la sua prima notte di nozze che un soldato la cui mascolinità viene azzerata con uno stupro. O, ancora, affermazione di potere definitivo sull'odiata casta dei senatori, costretti a guardare le mogli prostituirsi per il piacere dell'imperatore. Caligola è l'incarnazione della forma più genuina del potere politico: la sottomissione per il proprio piacere carnale, l'affermazione della propria virilità mediante la distruzione fisica e sessuale di chiunque lo circondi; ma anche un potere inetto, del tutto inefficace sul piano strettamente politico perchè dedito solo a sè stesso (il fallimento della campagna in Britannia, l'urgenza economica perenne). Tema universale che, paradossalmente, nell'Italia del XXI secolo è tristemente attuale.



Personaggio bigger than cinema che ben avrebbe trovato forma completa nell'opera così come originariamente concepita. Ma nella sua versione attuale, "Caligola" è solo uno spettacolo ai limiti del pecoreccio, interessante più per la sua storia produttiva che per il contenuto narrativo, ennesima prova di come la politica degli autori dovrebbe essere tenuta in maggiore considerazione.

lunedì 11 gennaio 2016

R.I.P. David Bowie




1947-2016


Non una semplice pop-star, ma un pilastro della cultura popolare. Non un semplice showman, ma un artista eclettico, in grado di sperimentare nuove forme e ritmi in modo costante durante la sua lunga carriera. E di cimentarsi con il Grande Schermo in modo umile, serio, umano, dimostrando di poter dare performance talvolta straordinarie.
Con David Bowie se ne va un pezzo imprescindibile della storia musicale del XX secolo (e forse non solo), ma anche un attore dalle capacità sorprendenti.




L'uomo che cadde sulla Terra (1976)


Nicolas Roeg porta il visitatore alieno Ziggy Stardust al cinema, costruendo attorno a Bowie una pellicola sulla disumanizzazione e la perdita delle emozioni. Per il grande artista di Brixton è la possibilità di dimostrare il suo talento, usando come mezzo espressivo il silenzio e la propria fisicità, allenata grazie al passato di mimo.


Christiane F.- Noi Ragazzi dello Zoo di Berlino (1981)


Nel romanzo omonimo, Ziggy Stardust era l'ossessione di un'intera generazione di giovani berlinesi. Fortemente colpito dal richiamo, Bowie, all'epoca reduce da una profonda crisi personale, decide di appoggiare l'adattamento cinematografico anima e corpo. Pur impegnato con il tour di Heroes, filma appositamente per la pellicola un numero musicale inedito ed affianca la distribuzione in sede di marketing.




Miriam si sveglia a Mezzanotte (1983)


Esordio al cinema di Tony Scott, il Duca Bianco interpreta un vampiro ultracentenario protagonista della scena più scioccante: l'invecchiamento precoce che lo porta a disfarsi sotto gli occhi dello spettatore. In scena per il solo primo atto, Bowie trasuda carisma ed eleganza. E nella famosa scena dimostra un intensità sbalorditiva.


Furyo (1983)


La sua performance più famosa e celebrata. Nel capolavoro di Nagisa, Bowie è "Raffica" Jack Celliers, mitragliere dell'esercito inglese recluso in un campo di prigionia giapponese a Java. Incarnazione perfetta dello spirito iconoclasta e della ribellione ad un'autorità tronfia e dispotica, regala un'interpretazione emotiva e sentita, in grado di commuovere ed esaltare al tempo stesso.


Labyrinth- Dove tutto è Possibile (1986)


Jim Henson crea un viaggio allucinante in una dimensione fantastica fatta di goblin e foreste incantate. Bowie compone la bella colonna sonora ed incarna con ironia e passione Jareth il Re dei Goblin, monarca cupo e pop innamoratosi della giovane protagonista.


L'Ultima Tentazione di Cristo (1988)


Nel controverso capolavoro di Martin Scorsese, Bowie appare in un breve ma intenso cameo nei panni di Ponzio Pilato, in una performance misurata e per questo efficacissima.


Fuoco Cammina con Me (1992)



Altro cameo d'autore, questa volta in un contesto spiazzante e genuinamente inquietante. Bowie è Philip Jeffries, detective dell' F.B.I. dato per scomparso tempo addietro, che riappare misteriosamente per avvertire Cooper di un futuro pericolo.


Basquiat (1996)



Biografia dell'artista pop newyorkese Jean Michel Basquiat. Bowie interpreta il mentore e amico Andy Whorol, ossia l'icona pop per antonomasia, vestendone i panni in modo mimico e camaleontico.


The Prestige  (2006)



Ultima vera performance per Bowie, che poi si limiterà a fare piccole comparsate o camei. Nel vorticoso thriller steampunk dei fratteli Nolan, interpreta niente meno che Nikola Tesla con fare, al solito, magistrale: misuratissimo e mai pacchiano, crea il personaggio con fare sottrattivo, facendone avvertire l'amarezza interiore con piccolissimi gesti e minimali espressioni.