lunedì 6 giugno 2016

I Predatori dell'Arca Perduta

Raiders of the Lost Ark

di Steven Spielberg.

con: Harrison Ford, Karen Allen, John Rhys-Davies, Paul Freeman, Ronald Lacey, Denholm Elliott, Alfred Molina.

Avventura/Azione

Usa 1981
















Perfetta pellicola d'azione e cult immortale sin dalla sua prima uscita in sala, "I Predatori dell'Arca Perduta" viene spesso citato e in generale ricordato per tutta una buona serie di motivi.
E' stato il frutto della collaborazione di due giganti di Hollywood, Spielberg reduce dal primo flop della sua carriera, quel sottostimato "1941: Allarme ad Hollywood!" (1979) e George Lucas, all'epoca fresco dal trionfo anche di critica de "L'Impero Colpisce Ancora" (1980). E' il primo capitolo di una trilogia (poi sciaguratamente divenuta tetralogia) tra le più amate e riuscite di sempre. E' il film che ha dato lustro alla carriera di Harrison Ford, che da qui in poi diverrà una star. E' un perfetto omaggio al mondo dei serial d'azione degli anni '30 e '40, quei mediometraggi che venivano proiettati una volta a settimana nei cinema prima del "feature film", incentrati sulle rocambolesche avventure esotiche dell'eroe di turno, puntualmente lasciato a penzolare sui pericoli negli infiniti cliffhanger necessari per fidelizzare lo spettatore.
Tutti pregi innegabili. Peccato che in pochi lo riconoscano davvero per quel che è: il capolavoro che dimostra la perfetta padronanza del mezzo filmico da parte di Spielberg, la prova definitiva del suo valore come regista oltre che come autore.






Alla base del film, in particolare del suo iconico protagonista, non c'è però solo l'idolatrazione di quel cinema avventuroso dei tempi che furono. Lucas si è infatti ispirato per la sua creazione a due figure storiche particolarmente importanti. In primo luogo Hirman Bingham, professore di archeologia di Princeton ed esploratore incallito, fautore nel 1911 della scoperta del monte Machu Pichu in Perù, utilizzato come base per il background di Indy e ultimamente rivalutato in negativo come vero e proprio "tombarolo". Per il carattere e parte della storia personale, Lucas e Lawrence Kasdan (qui di nuovo in veste di sceneggiatore per l'amico e mentore) si sono rifatti niente meno che a Giovanni Battista Belzoni, esploratore e archeologo italiano del XIX secolo, divenuto in breve tempo il più importante egittologo della storia e famoso all'epoca per il suo carattere brusco e un po' guascone.






Entrambe le fonti storiche del personaggio erano però già state rielaborate su  grande schermo nel 1954 ne "Il Segreto degli Incas", dove il protagonista Harry Steele, interpretato dal grande Charlton Heston, era anch'egli un archeologo che finiva in una stravagante avventura in Sud America. Spielberg e Lucas ne riprendono così i tratti caratteriali, ma anche il look: pantalone kaki, borsalino a fesa larga e giubbotto di pelle da aviatore. Senza contare come un vero e proprio antesignano del personaggio di Indiana Jones fu l'Allan Quatermain di H.Rider Haggard, protagonista di una serie di romanzi di stampo avventuroso a partire da "Le Miniere di Re Salomone" del 1885, trasposto al cinema per la prima volta nel 1937.






"I Predatori dell'Arca Perduta" si pone così come il punto di confluenza di un'intera categoria di cultura pop: l'avventura classica con un protagonista macho (ma ancora lontano dalle derive superomistiche proprie degli anni '80) in giro per il mondo alla ricerca di un McGuffin, in questo primo capitolo l'Arca dell'Alleanza.
Spielberg, Lucas e Kasdan ripescano in sede di script tutti i luoghi comuni dei cliffhanger e del cinema d'avventura degli anni '40 e '50,  ma il declinano con gusto moderno. I punti di riferimento sono sempre avvertibili, eppure ricreati con una dovizia tale da infondere loro nuova vita; un processo che definire post-modernista sarebbe riduttivo: si arriva ad una vera e propria resurrezione del passato, filtrato tramite una sensibilità moderna, ma ricreato su schermo proprio come si faceva all'epoca. Al bando le nuove tecnologie, a farla da padrone sono acrobazie e stunt talvolta incredibili, location esotiche e interni ricostruiti in studio senza l'ausilio di green-screen. Il passato torna così a rivivere con una forza immaginifica inusitata e potente, sino a creare una nuova serie di topoi e luoghi comuni entrati trionfalmente nell'immaginario collettivo.
In questo primo capitolo, su tutti sono da ricordare il rutilante incipit, con Indy che appare senza mai essere mostrato in viso per poi mostrarsi in tutta la sua gloria allo spettatore una volta giunto a destinazione; la fuga dalla caverna dell'idolo d'oro, inseguito da un masso gigante e perfettamente serico che rotola, semplicemente da manuale; e ovviamente il "non duello" con lo spadaccino, scena creata per motivi totalmente di opportunità (sia Spielberg che Ford soffrirono una terribile intossicazione intestinale che li permetteva di filmare solo pochi minuti di pellicola per volta) eppure talmente perfetta nella sua esecuzione plastica e nei tempi comici da sembrare concepita a tavolino.




Oltre alla rivisitazione dei cliché del passato, "I Predatori dell'Arca Perduta" cerca anche di svecchiare alcuni dei luoghi comuni del genere. Il personaggio di Marion Ravenwood (Karen Allen), in proposito, è un azzeccato sovvertimento dello stereotipo femminile: sebbene chiamata a vestire i panni della damigella in pericolo più volte, non è mai davvero tale, entrando in scena come il duro di un film d'azione, vincendo una gara alcolica con un mongolo prima, con un ufficiale nazista poi. Marion è una donna dal carattere forte, duro, perfetto contraltare della spavalderia di Indy.
Azzeccatissima anche la scelta di far vestire i panni dei cattivi ai nazisti, che dona al tutto un fascino universale, quasi senza tempo a prescindere dalle precise (ma non sempre rispettate) coordinate temporali delle vicende. Così come l'idea di creare il personaggio di Belloq (Paul Freeman) come una nemesi totale di Indiana Jones, un archeologo che non guarda in faccia niente e nessuno pur di arrivare alla scoperta; a separarlo dal "buono" è in fondo solo la scelta degli alleati: anche Indy qui è un rude professore patito per l'avventura, interessato solo alla gloria piuttosto che ai risvolti mistici della vicenda.




Risvolti che vengono lasciati sempre sullo sfondo, esplodendo solo nel finale come il deus ex machina di turno. Il fulcro di tutto è il senso dell'esotico e l'avventura indiavolata. Ed è qui che Spielberg mostra il meglio di sé.
Il secondo atto della pellicola, pur costruito come un crescendo, è una sequenza infinita di inseguimenti, scazzottate e sparatorie. L'azione è martellante, ma ben dosata, non finisce mai per diventare ridondante o noiosa. La regia è semplicemente perfetta: non sbaglia un'inquadratura o un movimento di macchina, lasciando qualche refuso al solo montaggio, dovuto alle tecniche di ripresa utilizzate, talvolta da vero "cinema guerriglia" per non sforare il budget. Il risultato è semplicemente sfavillante: 1 ora e 55 minuti senza mai un vero tempo morto durante i quali lo spettatore è letteralmente trasportato in un altro mondo in modo adrenalinico ed ipercinetico.





Fino a quel happy ending ingenuo quanto si vuole, ma che non stona con l'anima d'antan del film. Al quale, però, i tre autori fanno precedere un climax letteralmente esplosivo, infondendo un pizzico di horror splatter per rendere il tutto ancora più ameno e divertente.




Una fantasia d'altri tempi, un'avventura classica riproposta in una chiave moderna perfettamente rispettosa delle sue origini naif . Ma "I Predatori dell'Arca Perduta" è anche e più semplicemente una perfetta pellicola di genere dove ogni azione, personaggio e battuta è al suo posto, diretta con polso fermo e divertito da un autore qui all'apice della sua maestria.




EXTRA

Proprio come la saga di "Star Wars", anche quella di Indiana Jones ha trovato terreno fertile nel mondo dei geek sin dalla sua prima uscita in sala. Omaggi e parodie non sono mai mancati, ma ciò che stupisce è l'opera di un fan forse troppo sfegatato:




"Raiders of the Lost Ark: An Adaptation" è un vero e proprio remake fatto in casa. A partire dall'estate del 1989, il giovane Eric Zala ha creato, assieme ai suoi genitori ed un gruppetto di amici, un film amatoriale che riprendeva inquadratura per inquadratura il capolavoro di Spielberg e Lucas. Da piccolo film tra amici di scuola, il progetto si è evoluto nel corso degli anni sino a diventare un vero e proprio rifacimento, dove anche gli stunt più pericolosi sono stati rifatti per la gioia dei suoi autori.
Il che fa sorgere un dubbio: a qual fine tutto questo lavoro? Perché rifare in casa un film che si ama fotogramma per fotogramma?
Non si sa se quella di Zala sia pura passione o pura pazzia, visto che il risultato è un semplice filmino amatoriale gonfiato sino all'esasperazione, privo di ogni professionalità, creato ed eseguito per il solo gusto di farlo.
Ad indagare su cotanta follia è il divertente documentario "Raiders! The Story of the Greatest Fan Film Ever Made" del 2015, la cui visione è chiarificatrice dello stato mentale di Zala e soci.






A partire dal 2007, le uscite in home video del film ne hanno modificato il titolo in "Indiana Jones e il Predatori dell'Arca Perduta", come a dare una sequenzialità con i tre seguiti. Come sempre, il titolo "di fabbrica" toglie ogni individualità a questo primo film e forse proprio per questo Spielberg ha deciso di eliminare il nome del personaggio per le seguenti uscite in Blu-Ray.




Come successo con "Lo Squalo" (1975) e "Guerre Stellari" (1977), anche "I Predatori dell'Arca Perduta" ha dato vita (in questo caso "ridato") al filone di riferimento, creando una serie infinita di cloni ed epigoni. Tra questi vanno ricordati:




























"Allan Quatermain e le Miniere di Re Salomone" (1985) ed il suo seguito "Gli Avventurieri della Città Perduta" (1986), il primo diretto dallo specialista Jack Lee Thompson, il secondo da Gary Nelson. Epigoni di buona fattura, che riportano su schermo il prototipo dell'eroe di Spielberg, interpretato da un affiatatissimo Richard Chamberlain e affiancato da una giovane e già bellissima Sharon Stone.




"All'Inseguimento della Pietra Verde" (1984), primo vero successo commerciale di Robert Zemeckis. La classica forma del romanzo d'avventura viene riletta in chiave pesantemente ironica: protagonista è la working class woman Joan Wilder (Kathleen Turner, che sveste i panni della femme fatale che la resero famosa) che sogna disperatamente l'avventura romantica; finché questa non le si presenta davanti nella persona di Jack T.Colton (Michael Douglas), vero e proprio Indiana Jones degli anni '80: rude, sciovinista, maleducato eppure affascinante.
Un anno dopo fu prodotto un sequel con lo stesso cast "Il Gioiello del Nilo" (1985), che riprendeva dal cult di Spielberg anche l'ambientazione egiziana:


sabato 4 giugno 2016

R.I.P. Muhammad Alì




1942-2016

Non un semplice atleta, ma un'icona del XX secolo. Leader nella lotta per i diritti civili, egocentrico nelle relazioni pubbliche, dalla vis oltranzista e coerente, Alì (nato Cassius Clay, ribattezzatosi come il Profeta in segno di protesta contro i nomi dati agli schiavi) è stato un personaggio bigger than life, in grado di imporsi come il volto umano, ma mai vittimista, di quell'egalitarismo che oggi forse si da troppo per scontato.
E che al cinema ha trovato una serie di curiose incursioni.






"Io sono il più Grande" (1977)

Biografia agiografica e sentita, diretta da Tom Gries. In un caso più unico che raro, Alì interpreta sè stesso in un film di fiction, rivivendo su schermo i tasselli più importanti della sua vita. Il risultato non è certo memorabile, ma certo inusuale e per questo interessante.






"Quando Eravamo Re" (1996)

Premio Oscar nel 1996 come miglior documentario e forse la migliore ricostruzione di un evento sportivo mai apparsa su film. Leon Gast ricostruisce, montando materiale d'archivio e interviste ex novo, il mitico incontro con George Foreman nel 1974, in un crescendo a dir poco epico, dove la figura di Alì svetta come quella di un titano in lotta con il mondo.





"Alì" (2001)

Michael Mann decostruisce il concetto di bio-pic. Si affida ad un Will Smith mimetico, nella performance della vita, per creare un perfetto spaccato della vita del Campione: 10 anni nella pelle di Alì, dal 1964, anno della conversione, al '74, la riconquista del titolo. Non un ritratto, quanto uno spaccato preciso, sincero e a tratti sentito. Un'opera bigger than cinema per un personaggio bigger than universe.

mercoledì 1 giugno 2016

Chelsea on the Rocks


di Abel Ferrara.

con: Abel Ferrara, Stanley Bard, Ethan Hawke, Milos Forman, Andy Wharol, Dennis Hopper, Bijou Phillips, Jamie Burke, Giancarlo Esposito, Adam Goldberg.

Documentario

Usa 2008















La più grande vergogna del sistema produttivo hollywwodiano è alla fin fine una sola: il non permettere ad un autore del calibro di Abel Ferrara di trovare i pochissimi mezzi necessari per dar vita alle sue opere.
E' oltraggioso, quasi rivoltante, il fatto che in un ambiente dove si spendono centinaia di milioni di dollari per creare film con robot alieni ritardati, tartarughe antropomorfe uscite dal peggior ghetto di New York e le infinite seghe mentali sul supereroe di turno, non si spendano 5-6 milioni per foraggiare l'Arte.
Dal canto suo, Ferrara ha sempre giocato in controtendenza, abbandonando l'ambiente americano in favore di quello europeo, dove è decisamente più apprezzato, per perseguire i suoi progetti.
Fatto sta che anche in una terra con lui più benigna, ha faticato a trovare i capitali di cui necessitava; prova ne è, tra le altre, il fatto che tra il 2008 e il 2010, si sia voluto cimentare con la produzione di una serie di documentari, piuttosto che con la fiction. Scelta che si spiega, oltre che con la necessità di usare un registro più diretto per portare in scena i temi trattati, anche con il più basilare e "semplice" sistema produttivo di cui la narrazione documentaristica necessita, in particolare del budget decisamente più ridotto.
Ed è ironico come il primo documentario sia dedicato alla descrizione del Chelsea Hotel, quel tempio nel quale alcuni dei più grandi autori del XX secolo hanno trovato rifugio ed ispirazione, spesso gratuitamente.






Ma definire "Chelsea on the Rocks" come un semplice documentario sarebbe fuorviante e non solo a causa degli inserti di finzioni che ne costellano la durata; Ferrara non vuole portare l'attenzione del pubblico si di una realtà particolare, salvo nel finale, quando accusa (giustamente) i nuovi gestori dell'albergo, di non comprenderne il retaggio e la filosofia che ne ha creato la grandezza. Il suo è più semplicemente un omaggio ad un luogo essenziale nella comunità artistica newyorkese e non solo.
Il Chelsea con le sue storie infinite, le paranoie dei suoi inquilini che si sono insinuate nelle mura, i quadri che ne costellano ogni angolo, la sua energia irrefrenabile, quasi tangibile tra quelle stanze. Il Chelsea che ha visto gli ultimi anni di vita di Janis Joplin e la morte di Nancy Spungen per mano di Sid Vicious, che ha avuto come ospiti Kubrick e Arthur C.Clarke, che per sei mesi vi si sono rinchiusi per scrivere la sceneggiatura di "2001: Odissea nello Spazio" (1968). Il Chelsea dove Andy Wharol creò la sua factory, da dove la Pop Art si diffuse in tutto il mondo. Il Chelsea che ha dato ospitalità a Burroghs per la stesura delle sue opere più importanti. Il Chelsea come ultimo rifugio dei bohéme, dei poeti duri e puri.






Ferrara si inginocchia dinanzi al retaggio di un luogo tanto importante, ne ricostruisce i fatti tramite testimonianze d'eccezione, ne dà uno spaccato privo di compromessi, dove l'hotel diviene ostello di matti, casa stregata infestata da quella negatività che quegli artisti stressati ed insicuri sembrano aver lasciato, ma anche perfetto luogo di incontro per le menti più brillanti.
Il suo è un omaggio sincero, sentito, quasi commosso, il saluto di un maestro ad un mondo che forse appartiene indefettbilmente al passato, ma che lo stesso resta lì, imperterrito, resistendo alla commercializzazione di molti altri storici luoghi della Grande Mela, restando sempre uguale a sé stesso, sempre folle, sempre genuinamente vivo.

mercoledì 25 maggio 2016

1941: Allarme a Hollywood!

1941

di Steven Spielberg.

con: John Belushi,  Bobby DiCicco, Tim Matheson, Warren Oates, Dan Aykroyd, Ned Beatty, Dianne Kay, Toshiro Mifune, Christopher Lee, Slim Pickens, Robert Stack, John Candy, Nancy Allen, Treat Williams, Murray Hamilton, Eddie Deezen, Lorainne Gary, Lionel Stander.

Commedia/Demenziale

Usa 1979












Che cosa hanno in comune Steven Spielberg e John Milius?
Nulla, o quasi.
Il primo è un'acclamato regista di genere divenuto in breve tempo l'imperatore di Hollywood, il secondo uno sceneggiatore straordinario che, passato in cabina di regia, si è imposto come uno dei cineasti più interessanti della sua generazione.
Il primo è il fautore di un cinema disimpegnato, che raramente affronta tematiche scottanti e che quando lo fa talvolta inciampa nelle trappole più semplici, ma nonostante questo, a partire dalla fine degli anni '90, ha deciso di autoproclamarsi come il solo, vero ed unico depositario della conoscenza sulla Seconda Guerra Mondiale ad Hollywood e dintorni, pur non avendo mai indossato una vera uniforme militare in vita sua. Il secondo è un reduce del Vietnam e repubblicano dichiarato, che è riuscito nell'ardua impresa di non farsi mai influenzare in modo definitivo dalla deriva più radicale dei suoi ideali, riuscendo così a dare vita ad opere il cui contenuto sia condivisibile da tutti per giungere a creare, talvolta, dei veri e propri racconti epici senza tempo, anche quando osa l'impossibile.
Unico punto di contatto tra i due era la militanza nella mitica comune di neolaureati dell'UCLA alla fine degli anni '60, luogo di incontro che ospitava personalità del calibro di Scorsese, De Palma e Lucas. Ed è proprio lì che i due si conoscono e pongono le basi per la loro futura collaborazione; che quando arriva, nel 1979, risulta appunto bislacca: Spielberg è il regista più quotato sulla piazza, Milius è un autore riconosciuto, che aveva spiazzato tutti con il suo esordio "Dillinger" (1973), affascinato le platee con lo splendido "Il Vento e il Leone" (1975), commosso con "Un Mercoledì da Leoni" (1978) e che di lì a poco avrebbe visto su schermo "Apocalypse Now" (1979), basato sulla sua più celebre sceneggiatura. Ancora più bislacco è constatare come l'unione di queste due personalità abbia portato alla creazione di una commedia demenziale che prende in giro il patriottismo americano in modo irriverente e talvolta corrosivo: proprio loro, il padre di quel pamphlet pro-eroismo a stelle e strisce di "Salvate il Soldato Ryan" (1999) e il militante del partito conservatore si uniscono per sbeffeggiare paure, paranoie e tic dell'americano media in tempo di guerra, portando in scena uni script del duo Robert Zemeckis-Bob Gale, ossia coloro i quali avrebbero creato quel cultissimo "Ritorno al Futuro" (1985), che dava una visione decisamente più positiva del passato dell'America.
L'esito di questa riunione è una commedia demenziale irresistibile nella sua carica distruttiva e caciariona, un piccolo classico mancato con qualche difetto potenziale




Lo spunto di partenza è la paranoia generatosi a seguito dell'attacco a Pearl Harbor, che nel febbraio del 1942 culminò nella paura di un possibile attacco nipponico. Zemeckis e Gale spostano il tempo al dicembre del '41, ossia pochi giorni dopo l'ingresso in guerra degli Stati Uniti e mettono al centro della narrazione corale la figura reale del generale Stilwell (interpretato da Robert Stack dopo il rifiuto, cocente, di personalità del calibro di John Wayne e Charlton Heston), il quale diviene l'unico sano in un mondo di matti.
La rievocazione del periodo si fa puro sberleffo; la Storia viene lasciata come contorno, l'immaginazione porta a modificare i fatti per creare un episodio mai esistito: un attacco in piena regola da parte dei Giappa, che decidono di punto in bianco di silurare Hollywood per fiaccare lo spirito yankee. Il punto di vista si fa dapprima doppio, con gli americani asserragliati sulla costa e i Nipponici in mare, poi multiplo, seguendo le vicissitudini del folto gruppo di personaggi.






Tema centrale è l'ossessione dell'americano medio per la guerra: ogni personaggio è imbevuto di retorica bellica e agisce biecamente per perseguirla; si parte con lo strambo plotone comandato da Dan Aykroyd, masnada di carristi razzisti e sboccati tra i quali spicca il bullo zotico "Stretch" Stiraski (Treat Williams), si prosegue con il cameo di Warren Oates nei panni del folle generale Maddox, di stanza in California e convinto che il nemico si annidi tra i frutteti di Pomona; ai quali si aggiungono i civili, militanti che si eccitano nella preparazione alla battaglia: Mr.Douglas (Beatty), orgoglioso di piantare una cannoniera nel proprio giardino, lo strambo Angelo Sciola (Stander), italoamericano che organizza le ronde assieme al vecchio bacucco Claude Crumm (Hamilton) e al giovane semi-ritardato Herbie (Deezen), affiancato da uno strambo pupazzo da ventriloquo. Si finisce con i giovani innamorati Wally (Di Cicco) e Betty (Kay), il primo patito di ballo in rotta di collisione sin dall'inizio con Stretch, la seconda angelica ragazza della porta affianco che deve sacrificare la sua virtù per far compagnia ai soldati in partenza; nel frattempo anche il tenente Birkhead (Matheson) tenta di far colpo su di una ragazza: la bellissima Donna Stratton (Allen), segretaria di Stilwell che si eccita solo quando è in volo su di un bombardiere. Su tutti veglia come un angelo custode il vero simbolo del film, il Wild Bill Kelso di John Belushi, pilota dalla carica demenziale irresistibile.
Mentre nel sottomarino, il generale Toshiro Mifune (che questa volta abbandona ogni istrionismo per divenire perfetta macchina da guerra dell'epoca di Tojo) e il contatto Tedesco Christopher Lee perdono la strada per Hollywood e sono costretti a farsi aiutare dallo zoticissimo Hollis Wood (Pickens)







La struttura comica è semplice: l'accumulo totale di gag e situazioni; i quattro autori si divertono ad infarcire il film con ogni trovata possibile e immaginabile pur di esorcizzare il ricordo di un'epoca. Al di là della semplice caratterizzazione dei personaggi e del tempo, a far da padrone è l'umorismo grottesco, che spesso sfocia nel demeziale più puro, dato dalle situazioni semplicemente folli, dove l'idiozia dei singoli personaggi porta a disastri sempre maggiori.
L'umorismo è per lo più slapstick e si rifà alla scuola di Harold Lloyd e Buster Keaton: l'essenziale è la distruzione; la pernacchia ad un mondo fatto di valori deviati all'eccesso si tramuta in gioia del massacro irriverente di quello stesso mondo. La fisicità è imponente: Spielberg dirige quella che è una commedia come un vero e proprio disaster movie, dove le case vengono demolite a suon di mortai, il luna park scambiato per Hollywood fatto a pezzi e dove le strade sono piene di marinai che fanno a botte con i soldati. Il gusto per l'eccesso è incredibile: scenografie perfette fatte saltare in aria ad ogni minuto, risse da bar che si trascinano per interi atti, stazioni di servizio che esplodono fragorosamente. Non c'è limite alla vis distruttiva dell'autore: tutto è permesso, nulla è troppo eccessivo.







L'esito è semplicemente spettacolare: la carica demenziale irreffrenabile riesce perfettamente a connotare il tutto come la perfetta presa in giro di un America folle, stupida, in preda a paure mai del tutto sopite.
Tanto che il flop cocente dell'epoca si spiega benissimo: era inaudito sparare a zero su quella "Grande Generazione" le cui gesta venivano riscoperte e celebrate proprio nel mentre il film usciva nelle sale. Spielberg, Milius e i due Bob avevano osato troppo, tanto che persino la critica non fu accondiscendente questa volta. Più rosea fu invece l'accoglienza nella più intelligente Europa, dove lo spirito goliardico del gruppo fu capito sin da subito, acclamando "1941" come un gioello di quella comicità distruttiva a stelle e strisce che proprio in quegli anni avrebbe raggiunto il suo apice, dapprima con "Animal House", poi con le varie pellicole dei comici del Saturday Night Live, sino all'ultimo classico "Ghostbusters" (1984).







Tanto che l'unico difetto del film è, a conti fatti, di puro rapporto. Ben più distruttivo e feroce avrebbe potuto essere nelle mani di un vero anarchico del calibro di John Landis, molto più pregnante e acido in quelle di autore sensibile come Joe Dante. Spielberg si diverte a dissacrare, ma il suo iato resta sempre contenuto nei limiti della sola barzelletta, senza mai farsi davvero cattivo; tanto che persino il talento del duo Aykroyd-Belushi appare sottoutilizzato se si pensa a quello che avrebbero fatto giusto un anno dopo con "The Blues Brothers" (1980)






Ma a Spielberg va lo stesso riconosciuto il merito di aver saputo imbastire una vera e propria macchina da guerra bel oliata, di non perdersi mai nonostante le lungaggini e di riuscire ad essere spiritoso senza mai scadere nel cattivo gusto. Riuscendo persino a prendersi in giro con quella sequenza d'apertura: parodia inquadratura per inquadratura di quella de "Lo Squalo" (1975) che sfocia nella demenzialità più distruttiva, perfetto biglietto da visita dell'intera pellicola.



domenica 22 maggio 2016

X-Men: Apocalisse

 X-Men: Apocalypse

di Bryan Singer.

con: James McAvoy, Jennifer Lawrence, Oscar Isaac, Michael Fassbender, Nicholas Hoult, Rose Byrne, Evan Peters, Olivia Munn, Sophie Turner, Tye Sheridan, Josh Helman, Kodi Smit-McPhee, Lucas Till, Ben Hardy, Alexandra Shipp, Lana Condor.

Fantastico/Azione/Supereroistico

Usa 2016











---CONTIENE SPOILER---



"Il terzo capitolo è sempre il peggiore!"; è con una battutina d'accatto in una sequenza inutile, rivolta nel film a "Il Ritorno dello Jedi" (1983), che Bryan Singer cerca di giustificare il mediocre lavoro svolto in questo "Apocalisse"; terzo film della trilogia sulle origini degli X-Men iniziata bene con "First Class" (2011) e proseguita dignitosamente con "Giorni di un Futuro Passato" (2014), non ha la compattezza e le trovate del primo, né il fascino del secondo, riuscendo a sprecare ogni potenzialità data dalla storia e sopratutto dai personaggi.






A cominciare ovviamente da quello che da il titolo al film; En Sabah Nur, detto anche "Apocalisse", vera e propria divinità pagana e primo mutante della storia, viene ridotto a semplice cattivo di turno ed introdotto nel mondo degli X-Men filmici in modo goffo; Singer e Simon Kinberg lo riesumano letteralmente dal passato con una scusa ridicola: il sole torna a baciare il marchingegno in cima alla sua piramide; il che solleva il dubbio sul perché abbia dovuto attendere seimila anni per rinascere e non trenta secondi; fatto sta che di buchi la sua storia e la sua caratterizzazione ne hanno a iosa: non si capisce come funzioni la strana tecnologia di cui dispone, né si riesce a comprendere davvero perché voglia distruggere il mondo quando vuole esserne il monarca; in sostanza, il suo arco può essere sintetizzato in: mi sono svegliato male, ora spacco tutto, un pò come accadeva negli adattamenti della Marvel Studios con le loro proprietà, non a caso vero metro di paragone per cattivi mediocri.





Premesse perfettamente controbilanciate dall'esecuzione: l'Apocalisse filmico, al quale neanche Oscar Isaac riesce a dare un vero spessore, viaggia per il mondo ingaggiando i suoi cavalieri, tra i quali spunta anche la new entry Psylocke, che viene caratterizzata solo per il tramite della bellezza mozzafiato di Olivia Munn; il suo viaggio sembra quello di un front man che cerca di riunire una band heavy metal, tanto che la scena della nascita di Arcangelo sembra uscita da un videoclip, con il suo mix di violenza estrema, hard rock d'epoca ed un immaginario che non sfigurerebbe in un film di Shinya Tsukamoto.
Il picco del ridicolo lo si raggiunge quando ci si rende conto che questa divinità onnipotente è il personaggio più basso: in un era in cui con la post produzione in CGI si riesce a trasformare attori alti um metro e novanta in nani, fa specie vedere come non ci si sia voluti sforzare di dare una statura davvero divina al villain principale in un film che vorrebbe essere un kolossal estivo. Ma d'altro canto, del personaggio non sapevano cosa farsene già in sede di script: la sua figura, a metà tra dio distruttore e creatore, avrebbe potuto essere interessante, ma si è deciso di retrocederlo a semplice minaccia da eliminare.





Non va meglio con gli altri personaggi; delle vecchie conoscenze, solo la Raven/Mystica della sempre bellissima e brava Jennifer Lawrence riesce ad essere credibile pur nella sua piattezza; Xavier, Bestia e Havoc servono solo a portare avanti la storia, così come il personaggio della McTaggaert, che ritorna da "First Class". Quicksilver torna come comprimario vero e proprio ed anche qui ruba la scena a tutto e a tutti, ma questa volta la sequenza "di velocità" che lo vede protagonista è talmente sopra le righe da far intuire come l'unico motivo della sua esistenza sia quello di far gasare lo spettatore ridandogli ciò che aveva amato nel precedente film.
In un mare di piattume caratteriale, l'unica eccezione è data dal Magneto di Fassbender, che risulta credibile nelle sue scelte e riesce ad essere empatico grazie al talento del suo interprete.






Dei nuovi arrivati, nonostante gli sforzi, solo Storm riesce ad avere un arco completo, mentre Ciclope, Jean Grey e Nightcrawler, per quanto simpatici, sono anch'essi creati unicamente per essere al servizio della storia.
In genere, si ha la sensazione, guardando al lavoro svolto in sede di scrittura, che la sceneggiatura portata in scena sia solo una bozza scritta in fretta in furia, dove gli autori hanno tirato su alla bene e meglio una storiuccia pretestuosa che gli permettesse di portare in scena il maggior numero di personaggi possibili. Superficialità che per fortuna non si accompagna al ridicolo visto in altri exploit cinefumettistici (su tutti "X-Men: Le Origini- Wolverine"), ma che finisce lo stesso per azzoppare il film.







Superficialità che appare del tutto insostenibile quando si sposta nella messa in scena; a parte la pigrizia nel dare la giusta statura al cattivone, si è spiazzati nel vedere le sequenze finali in esterni ricostruite in uno studio con una fotografia talmente fasulla da farle sembrare uscite da un prodotto televisivo degli anni '90; effetto B-Movie involontario che fa tornare alla mente il primo "X-Men" (2000), il quale almeno ha la scusante di essere stato prodotto 16 anni prima, con un budget molto più basso ed in un periodo nel quale il filone supereroistico non era ancora l'ossessione dei grossi studios.






Il responsabile di tutti questi incredibili e stupidi difetti, in fin dei conti, è Singer; dopo 16 anni di carriera dedicata quasi esclusivamente al cinema commerciale è chiaro come per lui i personaggi nati su carta non possono avere una dignità effettiva su schermo, devono continuare ad essere delle figurine subordinate al divertimento del pubblico e del loro autore; non c'è la volontà di dar loro una vera valenza drammaturgica che non sia puramente circostanziale, né quella di creare una narrazione complessa che possa svilupparne a dovere le potenzialità; tutti difetti ravvisabili anche nei suoi precedenti film sugli uomini X o in "Superman Returns" (2006).
In compenso, per dare un tono falsamente adulto al suo lavoro, decide di infarcirlo con una violenza troppo esplicita per quello che è in fin dei conti un film per ragazzini; oltre che togliendo ogni nota di colore dai costumi, alla faccia di quanto dimostrato da Matthew Vaughn in "First Class" e Tim Miller in "Deadpool".






Tanto che alla fine della proiezione, sono tre gli elementi a restare saldati nella mente, tutti collaterali al film in sé; la prima è la visione di Jennifer Lawrence nell'abito viola con quale entra in scena; la seconda è invece Olivia Munn nei panni fin troppo succinti del suo alter ego; la terza è l'apparizione di Hugh Jackman nei panni di Wolverine, in una rievocazione di "Arma X" che rende finalmente dignità alle origini cupe del personaggio e al capolavoro a fumetti che fu.
Tre corpi, tre immagini che riescono ad esaltare solo grazie ai propri interpreti. Non grazie a Singer o Kinberg.

martedì 17 maggio 2016

Inferno

 di Dario Argento e Mario Bava.

con: Eleonora Giorgi, Daria Nicolodi, Leigh McClusky, Alida Valli, Sacha Pitoeff, Gabriele Lavia, Ania Pieroni.

Horror

Italia 1980
















---CONTIENE SPOILER---

A dieci anni esatti dal suo esordio con "L'Uccello dalle Piume di Cristallo" (1970), Argento è giustamente riverito come un indiscusso maestro del brivido sia in patria che, forse sopratutto all'estero. I paragoni con i più grandi autori del genere, da Hitchcock a Clouzot, si sprecano, mentre sono, all'epoca, in pochi a fare un paragone con il vero antesignano della sua poetica orrorifica, quel Mario Bava che, vergognosamente, ancora stentava a trovare un effettivo riconoscimento nei salotti buoni della critica.
Tuttavia, il successo planetario di "Suspiria" (1977) permette al maestro romano di ottenere ben 3 milioni di dollari di budget per il suo seguente progetto, in larga parte raccimolati dall'americana 20th Century Fox; budget che gli consente di collaborare proprio con quel Mario Bava al quale tanto deve. "Inferno" diviene così importante per più di un motivo: al di là del fatto di rappresentare un'ulteriore e ancora più marcata escursione nei territori del sovrannaturale, è anche il punto di incontro delle carriere dei due grandi autori, nonché l'ultimo (purtroppo) exploit di Bava, che si spegnerà poco dopo la fine delle riprese.




Bava giunge sul set dell'allievo (accompagnato dal figlio Lamberto, il cui esordio "Demoni" tanto dovrà poi proprio ad Argento) per ricoprire ben quattro ruoli: regista della seconda unità, operatore di macchina, assistente alla fotografia e consulente per gli effetti speciali; in sostanza, i ruoli più importanti per la riuscita del film sono già in mano sua; ma per puro caso, finirà per occuparsi persino della direzione generale: a causa di una malattia che colpisce Argento, si ritrova a dirigere molte delle sequenze principali, con la conseguenza che la paternità dell'opera è da attribuire ad entrambi anche sul piano artistico, non più solo strettamente tecnico.
In pratica: Argento concepisce il progetto alla base del film, Bava finisce per eseguirlo. Malauguratamente, ogni forma di riconoscimento gli verrà negata nel momento in cui  il suo nome non comparirà sui credits, nemmeno per una dedica sui titoli di coda.
Polemiche a parte, "Inferno" rappresenta, in fin dei conti, un'operazione curiosa, ma malriuscita: un horror puro nel quale i due artisti abbandonano tutti riferimenti al loro passato nel "giallo" (fatto salvo il dettaglio "d'autore" dato dai guanti neri dell'assassino) per imbastire una narrazione anomala, volutamente frammentaria quasi sino ai limiti dello schizofrenico, per portare in scena una storia bizzarra e affascinante.




Da "Suspiria" torna il presupposto di base ed elevato a vera e propria mitologia horror: nel mondo esistono tre entità, definite "Tre Madri", che allungano un'ombra nefasta sull'umanità dalle loro tre dimore, site a Friburgo, Roma e New York. Tre streghe dai poteri inenarrabili: Mater Lacrimarum, Mater Suspiriorum e Mater Tenebrarum, le quali altro non sono che le tre facce della Morte, ritratta come un'entità demoniaca.
Se "Suspiria" si caratterizzava come una favola dark costruita in parte come un vero e proprio mystery, che culminava nella scoperta dell'esistenza della prima delle tre sorelle, "Inferno" non segue un percorso lineare nella costruzione narrativa; non c'è un unico personaggio chiamato ad indagare sul mistero, né una serie di rivelazioni che di volta in volta fanno luce sui suoi aspetti. Questo viene in realtà svelato allo spettatore già nella primissima scena, creando una dicotomia tra il suo punto di vista e quello dei personaggi che entreranno in scena.




La sperimentazione in sede di script (opera di Argento e Daria Nicolodi, anch'ella priva di riconoscimento nei titoli) non si ferma alla sola costruzione narrativa; ogni costrizione viene eliminata per tentare di giungere all'orrore più basico; non ci sono veri personaggi, né una storia articolata nel senso convenzionale; tutta la narrazione viene di fatto azzerata in favore della ricerca costante della tensione. Niente più orpelli o pretesti, ciò che conta è lo spavento; e da questo punto di vista, il risultato è pienamente raggiunto: la tensione è costante, data dall'atmosfera opprimente e visionaria che sfocia sovente in jump scare cronometrati al millisecondo o nei climax degli omicidi, sempre più violenti man mano che si procede. La capacità dell'autore di sorprendere è sempre avvertibile: le morti sono al solito ben congegnate ed eseguite alla perfezione, sinergia perfetta tra gli sforzi dei due registi; la creatività viene sempre rilanciata dalla ricerca di nuove situazioni e archetipi orrorifici, come l'inclusione del gatto come forza sinistra e distruttiva, reminiscenza del grande Edgar Alla Poe o, sempre in tema zoofilo, la sequenza dei ratti, perfetto pugno allo stomaco.
A far da collante tra le scene è in fin dei conti unicamente il mistero, in parte ben congegnato, del libro "Le Tre Madri", che perseguita chiunque lo abbia letto. Il punto di riferimento è palese e anche qui di origine letteraria: il mito di Chtulu di Lovecraft, dal quale Argento riprende non tanto le basi mitologiche, quanto appunto la narrazione frammentata, fatta da più personaggi coinvolti in un'unica trama; oltre che i riferimenti all'Abisso, che viene citato con i "buchi" che i protagonisti, di volta in volta attraversano per procedere nella loro indagine.





Il risultato finale è sicuramente originale e di sicuro fascino (al punto che sarà ripreso persino da Lucio Fulci per il suo cult "E tu vivrai nel Terrore- L'Aldilà"), al netto di qualche incongruenza un pò ridicola (se le madri e le loro aiutanti uccidono chiunque venga in possesso del libro che ne rivela i segreti, allora perché decidono di lasciarlo in bella mostra in una biblioteca di Roma che sorge, guarda caso, sopra uno dei loro nascondigli?), ma mostra inevitabilmente il fianco quando si tiene conto del coinvolgimento; i personaggi non hanno spessore, sono solo comparse in un gioco ad incastro che si dipana per poco più di 100 minuti; impossibile, di conseguenza, provare empatia per la loro terribile sorte, al punto che quando la violenza fa capolino si è solo inorriditi, mai davvero scioccati.




Molto più interessante e riuscito è invece il lavoro svolto sul piano estetico. Affidata la messa in scena totalmente a Bava, tornano le sperimentazioni con l'uso dei colori, che, nella sua migliore tradizione, sono irreali, basati sulla giustapposizione tra rossi espressivi a blu pienissimi, per creare un'atmosfera ancora più gotica e opprimente, sebbene lontana dai fasti cromatici visti in "Suspiria".
Atmosfera che viene in parte sciupata dalle musiche di Keith Emerson, scelte direttamente da Argento al posto dei fidi Goblin, che risultano troppo kitsch nelle sonorità e troppo bislacche negli accostamenti tra classica e rock, con un "va pensiero" al sintetizzatore che fa venire voglia di bucarsi i timpani,
Il colpo definitivo allo stile viene però inferto da un finale troppo forzoso, che culmina nella visione della Mater Tenebrarum: una Morte semplicemente ridicola, creata con un costume di qualità talmente scadente che sfigurerebbe persino in un film per ragazzi, figuriamoci in una pellicola di terrore.





Al punto che la visione si fa definitivamente schizofrenica: si passa da momenti di orrore puro magnificamente riusciti a sequenze ridicole, si resta affascinati dal dipanarsi dei bizzarri eventi salvo poi essere delusi dalle incongruenze, si è scioccati dalla perfetta atmosfera ma spiazzati dalle cadute di stile. Colpa, forse, di una voglia di sperimentare troppo sfrenata, che rilancia costantemente sino a sforare nel malriuscito.
A rivederlo oggi, pur questi suoi grossi e inescusabili difetti, "Inferno" acquista tuttavia una forma di valore: è la testimonianza di un altro modo di intendere il cinema, di un'epoca nella quale si riusciva davvero a ricercare nuove forme e registri nel cinema di genere; ed è per questo che resta un film interessante a prescindere dal suo effettivo valore. Oltre che importante a causa dei nomi coinvolti: la testimonianza perfetta della fine di un'epoca e del culmine di un'altra.

martedì 10 maggio 2016

Where to invade next

di Michael Moore.

Docu-Drama

Usa (2015)




















C'è un apsetto importante del lavoro di Michael Moore che bisogna tenere a mente ogni qual volta si guarda uno dei suoi film: i suoi non sono documentari, non nel senso convenzionale del termine almeno.
Nel documentario, il regista di turno usa la macchina da presa per portare su schermo (documentare, appunto) una realtà verso la quale, il più delle volte, non ha un punto di vista e a prescindere dal suo contenuto; ogni giudizio, tesi e costruzione ideologico-narrativa viene meno in favore della scoperta di ciò che l'oggetto è.
Michael Moore, d'altro canto, adopera lo strumento del documentario (inteso come "ripresa di un evento reale") in modo diverso: usa interviste e ricerca audiovisiva come supporto alla tesi che, di volta in volta, vuole dimostrare. Il che non è in sé stesso un male: opere quali "Bowling for Columbine" (2002) e "Sicko" (2007), pur nel rifiuto della semplice ricostruzione fattuale, aiutano a tracciare un quadro completo e comunque veritiero della società yankee della quale Moore vuole sfatare i miti.
Ma con il suo ultimo lavoro, il filmmaker di Flint si dà la fatidica zappa sui piedi; nel contrapporre l'american way of life con quello europeo, finisce per creare della vera e propria disinformazione al fine di dimostrare come l'Europa sia un sorta di "isola felice" contrapposta a quella distopia che sono gli Usa.



Moore viaggia di paese in paese svelando gli aspetti più vividi di ogni sistema di walfare: le mense scolastiche in Francia, il sistema educativo in Finlandia, quello universitario in Slovenia, la legalizzazione delle droghe pesanti in Portogallo e così via. Di ogni società riprende solo ed esclusivamente gli aspetti utili al suo discorso, tralasciando il resto. Il che diviene particolarmente fastidioso nell'episodio ambientato in Italia, che neanche a farlo apposta apre il film.
Tralasciando la visione stereotipata del Bel Paese (donne bellissime, uomini aitanti, sorrisi, abbracci e musica classica), a colpire è il ritratto che ne esce: un luogo dove tutti i lavoratori hanno diritto alle ferie pagate e alla tredicesima. Non viene mai citato il fatto che questi diritti appartengono oramai a minuscole frange della classe lavorativa; il perché è anche presto detto: vengono intervistati solo i dirigenti della Ducati e della Landini di Firenze.




Lo stesso discorso vale per le "visite" negli altri paesi: ogni aspetto viene decontestualizzato e ricontestualizzato a piacimento, distruggendo ogni vera possibilità informativa per creare un ritratto dell'Europa che sembra uscito da un film di propaganda nazista. Nazismo che guardacaso torna nelle forme del ricordo quando Moore atterra in Germania.
Oltre all'esempio italiano, è quello norvegese a far sconcerto: partendo dal presupposto che le carceri sono praticamente degli hotel di lusso per i detenuti, Moore teorizza come sia questo trattamento ad influire positivamente sul bassissimo tasso di criminalità, senza mai ipotizzare come in realtà possa essere il contrario.
Da vera e propria fantapolitica è poi l'ultima tappa del viaggio, in quell'Islanda governata quasi esclusivamente da donne e per questo vista come nazione da seguire come esempio; forse Moore non ha mai sentito parlare di Margaret Tathcer.
Spiace davvero notare come anche una personalità impegnata e per la quale è facile simpatizzare possa prendere dei granchi del genere. "Where to invade Next" è un'opera troppo schematica e manichea, troppo chiusa in sé stessa per risultare anche solo interessante; e che finisce per fuggire, letteralmente, dal reale: peccato mortale per un film a tema che vuole cercare di smuovere le coscienze.