lunedì 20 giugno 2016

R.I.P. Anton Yelchin



1989-2016


Pochissimi attori riescono a transitare in modo indolore dallo status di "baby star" a quello di interprete vero e proprio. Yelchin ci era riuscito perfettamente.
Nato a Leningrado, figlio di due pattinatori professionisti, arriva in America a soli sei mesi per formarsi sin da bambino nel mondo del teatro e del cinema. Ai primi ruoli da comparsa segue immediatamente quello da protagonista in "Guardo, ci penso e nasco" (2001) e sopratutto nel coevo "Cuori in Atlantide", dove a soli 12 anni affianca perfettamente il grande Anthony Hopkins.
Da adulto riesce a ritagliarsi un ruolo inedito e bizzarro nel panorama del cinema fantastico: il ragazzo della porta accanto, non necessariamente sfigato, ma nemmeno coraggioso, alle prese con il sovrannaturale. Ruolo che riprende, in pratica, anche vestendo i panni del guardiamarina Chekov nel revival di "Star Trek" (2009), che gli garantisce fama anche presso il grande pubblico. Salvo poi dimostrare, in "Mr.Beaver" (2011) e nel piccolo "Cymbeline" (2014), la sua immensa versatilità.
Yelchin se ne va a 27 anni, falciato da un imprevedibile incidente stradale accorsogli proprio dinanzi casa. Un fulmine a ciel sereno, una fatalità imprevedibile e proprio per questo incredibilmente dolorosa.





"Cuori in Atlantide" (2001)




"Alpha Dog" (2006)




"Charlie Bartlett" (2007)




"Star Trek- Il Futuro ha Inizio" (2009)




"Mr.Beaver" (2011)




"Fright Night- Il Vamprio della Porta Accanto" (2011)




"Cymbeline" (2014)

venerdì 17 giugno 2016

Mulholland Drive

Mulholland Dr.

di David Lynch.

con: Naomi Watts, Laura Harring, Justin Theroux, Robert Forster, Brent Briscoe, Michael J.Anderson, Dan Hedaya, Angelo Badalamenti, Melissa George, Ann Miller, Patrick Fischler, Michael Cooke, Bonnie Aarons, Billy Ray Cyrus, Monty Montgomery.

Francia, Usa 2001













---CONTIENE SPOILER----


La parentesi di "Una Storia Vera" (1999) fu propizia per Lynch sotto molteplici punti di vista; non solo gli valse diversi riconoscimenti e gli permise di sperimentare una storia ed un registro diverso rispetto ai suoi canoni, ma altresì di preparare al meglio quello che sarebbe stato il suo ritorno definitivo nei luoghi della mente. Laddove la storia di Alvin Straight era una veglia, uno sguardo vivo e mai filtrato dal subconscio, "Mulholland Drive" è l'immersione definitiva di Lynch nello strato più profondo della psiche di un suo personaggio. 
E' facile avvertire in questa sua ennesima fatica una continuazione ideale dei temi di "Strade Perdute" (1996): tornano la scissione temporale, il tema hitchockiano del doppio e persino la bipartizione narrativa. Stile e tematiche in realtà già presenti da tempo nel suo cinema, al punto che sarebbe più corretto vedere "Mulholland Drive" (ed il successivo "INLAND EMPIRE") più che altro come il punto di arrivo della poetica di Lynch, una naturale evoluzione che parte da territori già battuti per raggiungere una prima forma di astrazione, disancorandosi (sopratutto nella prima parte) da ogni compromesso narrativo possibile.





E' interessante tenere conto anche delle particolari condizioni che hanno portato alla creazione dell'opera e del suo recepimento da parte del pubblico. 
Era il 1999 quando la ABC propose a Lynch la creazione di un altro serial sulla scorta del mai dimenticato "Twin Peaks". Con un budget di 8 milioni di dollari, avrebbe dovuto confezionare un pilot la cui storia ruotasse attorno ad un mistero e ad una ragazza, avendo come in passato la massima libertà possibile. Finite le riprese, i produttori visionarono il risultato e ne rimasero sconcertati: lo stile ermetico ed onirico, la storia complessa e cupa, persino l'età anagrafica delle due attrici protagoniste (!) rendevano "Mulholland Drive" un prodotto semplicemente invendibile; pur se nove anni prima aveva accolto a braccia aperte l'ondata di aria fresca che il mistero sulla morte di Laura Palmer aveva creato, ora sembrava che quello stesso pubblico casalingo fosse mal disposto verso programmi televisivi troppo complessi ed ambiziosi (e fortunatamente l'imminente successo de "I Soprano" avrebbe sconfessato tale fobia).
Accantonata l'idea di una serie televisiva, "Mulholland Drive" resta sepolto in un dimenticatoio ed in forma incompleta, finché la francese Studio Canal non offre a Lynch altri 7 milioni per trasformare quel conturbate pilot in un lungometraggio per il cinema. Richiamati cast e troupe, girato altro materiale (che paradossalmente finisce per sposarsi alla perfezione con quello originale), "Mulholland Drive" viene presentato per i festival in giro per il mondo riscuotendo innumerevoli consensi, ottiene il premio per la miglior regia a Cannes (ex equo con un altro capolavoro, "L'Uomo che non c'era" dei fratelli Coen) e persino una nomination all'Oscar per la regia (in barba al presunto snobbismo di tanto pubblico americano). Distribuito in sala, forte dell'ottima accoglienza di critica, si rivela persino un buon successo al botteghino e diviene in brevissimo tempo una pellicola di culto anche presso il pubblico generalista, rimasto affascinato proprio dalla sua cripticità.
E al di là del suo stile astrattivo ed onirico e dell'ottimo recepimento, bisogna ora chiedersi, per comprenderlo in modo quanto più completo possibile, cos'è davvero "Mulholland Drive"?





"Mullholland Drive" è un mystery: al centro di tutto, per le prime 2 ore della sua durata, c'è il mistero di una donna che si identifica come "Rita" (Laura Harring) in onore alla "Glida" di Charles Vidor, reduce da un drammatico incidente stradale, che paradossalmente la salva dall'azione di un killer armato di pistola silenziata, per poi sviluppare un'acuta amnesia.
"Mulholland Drive" è la storia di una ragazza ed il suo sogno: la giovane e naif Betty (Naomi Watts), che arriva a Los Angeles per tentare la carriera di attrice e conosce (per puro caso?) "Rita" e decide di aiutarla.
"Mulholland Drive" è uno spaccato acido ed irriverente del sistema produttivo hollywoodiano, con un regista forse genio forse ciarlatano, il giovane Adam (Justin Theroux), costretto ad assumere un'attrice spalleggiata dalla mafia e ad agire sotto la supervisione di un gruppo di loschi figuri.
"Mulholland Drive" è la visione onirca di queste storie che si sommano, si scontrano, si frammentano e si riuniscono in unica, densissima, narrazione, che Lynch si diverte a disseminare di indizi e simboli, vere e proprie "chiavi" per disvelarne il significato.





La Mulholland Drive del titolo, la famosa strada che costeggia le colline che circondano Los Angeles per mostrare un panorama mozzafiato, diviene al contempo luogo fisico e luogo della mente.
Il primo è il setting: quella Hollywood, qui divisa tra la strada del titolo e la wilderiana Sunset Bulevard, ora fabbirca di sogni, ora generatore di incubi. La città di "Mulholand Drive" è diversa dalla Lumberton di "Velluto Blu" e da Twin Peaks; laddove in queste due il bene e il male restavano, in un modo o nell'altro, divisi in due mondi separati, nella Hollywood lynchiana i due concetti si mischiano per formare un tutt'uno, un sogno pronto a divenire incubo, un incubo che a tratti può riservare livore.
La Mulholland Drive fisica è, come il Lost Highway Motel, il luogo nel quale il mistero ha inizio, in quell'incipit che è in realtà un finale, nonché in quel punto di svolta che lo riprende per dare una cornice essenziale a tutti i frammenti mostrati sino a quel momento.






Il mistero è duplice: l'identità di "Rita", ma anche il mistero sulle azioni dei personaggi. Entrambi sono svelati, come da tradizione, utilizzato un metodo a-logico: i simbolismi, le correlazioni tra i personaggi, singole parole o immagini volte a ricostruire gli eventi. Eventi che sono mischiati in un unico flusso di coscienza. 
Essenziale è dunque la primissima sequenza: un ballo d'epoca, uno swing alternato al volto sorridente di Betty che si conclude con la soggettiva di qualcuno che si appoggia su di un letto. Ciò che vedremo non è reale, ma un sogno, ossia una rielaborazione a-logica, a-simmetrica e fortemente simbolica di quanto è successo, succede o sta per accadere.
Il piano temporale si sfasa nuovamente: ciò che accade a "Rita" è in realtà accaduto/accadrà a Betty. Ciò che accade a Betty è in realtà accaduto a "Rita". Le due sono, in pratica, "doppiamente doppi": i doppi di sé stessi, incarnazione di un lato della personalità del loro io cosciente e, contemporaneamente, incarnazione di parte della personalità dell'altra. Da qui l'uso, nella messa in scena, della parrucca, che le avvicina anche su di un piano estetico.




"Rita"è la femme fatale, chiamata in onore di una delle più grandi del cinema, il cui viso è quello perfetto e conturbante di una bellissima Laura Harring. "Rita"è la parte fragile di questa donna fatale, che dall'altro lato del suo io cosciente (la scatola blu, che forse rappresenta proprio il passaggio da uno stadio all'altro della psiche) è invece la fredda Camilla Rhodes, proprio lei, inizialmente celata sotto le spoglie di Melissa George. Laddove "Rita" è una donna spezzata, dimentica di sè stessa, Camilla è invece creatura dalla personalità forte, che si esprime mediante l'amore per più partner contemporaneamente e il cui successo è spalleggiato dai loschi figuri, quei mafiosi corpulenti e sottilmente inquietanti che per tutta le prima parte hanno perseguitato Adam.
Betty ne è ,in entrambe le sue incarnazioni, l'opposto, perfettamente speculare. Viene introdotta in modo solare, incarnata dal sorriso delizioso e solare di una irresistibile Naomi Watts. Si muove come una giovane attrice in un film dell'età d'oro di Hollywood: femminile, ma mai davvero erotica, spigliata eppure incredibilmente ingenua, incarna un lato più attivo eppure più infantile della psiche. Al punto di ritrovarsi, in una delle sequenze cardine, proprio sul set di un film anni '50. Il suo doppio immediato è quella Diane Selwyn che la Watts interpreta con altrettanta efficacia: una donna consumata dall'amore, fisico e mentale, per Camilla, nuovamente suo opposto; una donna disperata, fragile sino al punto di rottura. Una donna che non vive in un sogno fatato come quello di Betty, ma nei frammenti di quel sogno di gloria ora infranto, in un mondo grigio, dove all'amore si sostituisce una masturbazione inflitta come un castigo.
L'unione tra queste due, quattro e al contempo unica personalità è in realtà totale e perenne (come suggerito dalla borsa piena di soldi che "Rita" possiede nella prima parte), ma si realizza davvero su schermo solo due volte. La prima è nella giustamente famosa sequenza saffica, tra le più genuinamente eccitanti mai filmati: la comunione amorosa dei due doppi è il preludio alla riunione, pur parziale, della personalità, alla ricomposizione del quadro narrativo ed identitario e allo svelamento del mistero.





La seconda è l'ingresso al club "Silencio", una delle due dark room del film, luogo della mente, nella quale l'identità dei due personaggi si ricompone.
Il Silencio è un club dove ogni suono, musica e parola è pre-registrata: ogni cosa ha già avuto il suo corso, ciò a cui si assiste è un mero eco degli eventi, ossia una immagine ritardata, una visione filtrata; come nei sogni, al punto da divenire un sogno nel sogno. L'esibizione di Rebekah Del Rio è narrazione, rievocazione di un fatto avvenuto, una catarsi totale che genera la chiave per quella scatola (contenente il mistero, ideale punto di transizione tra stadi mentali) che una volta aperta disvelerà una nuova eco, questa volta chiarificatrice, degli eventi.
E' da questo momento in poi che i personaggi riprenderanno i loro ruoli primigenei. In una sovversione totale degli schemi narrativi, l'ultimo atto (chiamato così solo per fini esplicativi) è al contempo prologo: fine ed inizio coincidono, rincorrendosi in un infinito loop come nelle precedenti "Strade Perdute".




E' da ora che scopriamo la vera identità dei due personaggi. Ogni tessera del puzzle si riunisce per formare un quadro parziale degli eventi, una cornice che permette di riunire quegli indizi che, pur meno immediati, si incastrano lo stesso tra loro.
La visione enigmatica ed inquietante del bar Winkie's si svela metafora del peccato, ancora sogno nel sogno dove Diane/"Rita" rielabora gli eventi che hanno portato all'incidente (e tenendo conto che avvengono su schermo per il tramite del personaggio di Patrick Fischler, si ha un vero e proprio triplo sogno): la misteriosa figura incarna (forse) la sua paura inconscia per l'arruolamento del killer. Mentre, successivamente, le due figure degli anziani che fuoriescono dalla scatola blu (ancora, tramite mentale, luogo nella mente nel luogo della mente) il suo senso di colpa, laddove nella prima parte, con quei sorrisi sadici e sbruffoneschi, incarnavano la paura del fallimento del sogno di attrice di Betty/Diane.








La storia di Adam, collaterale a quella delle due donne, permette a Lynch di torgliersi qualche sassolino nella scarpa. Pur non caratterizzandolo come una vittima del sistema, il grande artista lo usa per spalare fango sui miti produttivi di Hollywood e dintorni: i produttori non sono che dei mentecatti, dei mostri in doppio petto chiusi in una dark room dalla quale tutto osservano, muovendo le fila dei loro sottoposti come delle vere e proprie divinità dell'abisso che agiscono per conto di magfiosi rivoltanti e violenti. Non per nulla, nei panni del produttori troviamo Michael J.Anderson, l' "Uomo da un altro luogo" di "Twin Peaks, uno spirito maligno votato alla cannibalizzazione del prossimo.







"Mulholland Drive" è, in sostanza, un rompicapo: una duplice/triplice storia ripartita in una serie di visioni; un'alterazione della canonica forma filmica ripensata in modo totalemete a-logico, dove però ogni singolo elemento trova una sua perfetta collocazione. Una storia di base in fondo semplice, raccontata in un modo che definire anticonvenzionale sarebbe riduttivo.
La sua forza è in fondo tutta qui: ripensare da capo il mezzo filmico senza perdere mai di vista la narrazione, senza mai scadere nel barocchismo fine a sé stesso. Riuscire ad incuriosire in modo intelligente lo spettatore, chiamandolo a ricomporre l'enigma in modo ancora più attivo che nei normali gialli.
Opera che solo un genio può portare a così perfetto compimento.




EXTRA


Nel 2002 "Mulholland Drive" fu pubblicato per la prima per il mercato Home Video. Ma l'edizione DVD presentava alcune particolarità, tutt'oggi curiose, volute dallo stesso Lynch.
Non erano presenti contenuti extra: nessun approfondimento doveva essere dato all'opera, lo spettatore doveva coglierne il significato da solo. Ad ogni modo, nell'edizione italiana ed in alcune edizione eurepee furono aggiunte delle interviste al cast ed il filmato della premiazione a Cannes come accompagnamento.
Non era presente l'opzione per la selezione delle singole scene. In questo Lynch fu categorico: il film andava visto sempre e comunque dalla prima all'ultima scena.
Nella sequenza d'amore tra le due protagoniste, lo stesso Lynch decise di oscurare i genitali di Laura Harring per evitare che gli snapshot dell'inquadratura finissero sui siti specializzati in nudi di celebrità.
In compenso, gli spettatori americani poterono godere di un inserto alquanto singolare: in un testo a video, Lynch spiegava come facendo attenzione a determinati indizi, il mistero alla base della storia poteva essere decifrato con più facilità. Tra questi, il più emblematico è l'apparizione di una lampada rossa nelle scene più importanti.






Un mistero, una città falsa, un mondo intriso nel male, un omicidio, una bellissima ragazza al centro di tutto."Mulholland Drive" spartisce molti elementi di base con "Twin Peaks" e forse non solo quelli: nel Silencio, tra gli spettatori, è possibile notare una faccia familiare:




Un viso che somiglia incredibilmente a quello di Laura Palmer.
E' davvero lei?
Sheryl Lee non è accreditata nei titoli, eppure sembra essere davvero lei in questa fugace, quasi fantasmatica, apparizione.
Lynch, in merito, non sembra aver mai confermato, né smentito nulla. E' possibile dunque che la storia di Diane e Camilla esista nello stesso mondo di quella di Laura e del Fred di "Strade Perdute".

sabato 11 giugno 2016

The Neon Demon

di Nicolas Winding Refn.

con: Elle Fanning, Jena Malone, Abby Lee, Bella Heathcote, Karl Glusman, Christina Hendricks, Keanu Reeves, Desmond Harrington, Alessandro Nivola.

Horror

Usa, Francia, Danimarca 2016
















---CONTIENE SPOILER---


Il rapporto tra Refn e il festival di Cannes è una parabola discendente. Premiato per la regia appena cinque anni fa per "Drive", ignorato bellamente due anni dopo per "Solo Dio Perdona" ed infine fischiato in modo selvaggio per l'ultimo "The Neon Demon". 
Di suo, il grande artista danese ce ne ha messo per farsi detestare: "Solo Dio Perdona" era, a conti fatti, un delirio d'autore nel quale lo stile fagocitava la (pur pregnante) sostanza; ma l'odio ottenuto con la sua ultima fatica è davvero meritato?
A conti fatti no. E non perché "The Neon Demon" sia un film perfetto; tutt'altro: il difetto che lo affligge è pesante ed inescusabile anche per un talento come quello di Refn. Eppure questo horror patinato e feroce racchiude una riflessione davvero riuscita sull'ossessione della bellezza e sulla disumanizzazione del mondo della moda, oltre ad essere un film brillantemente rivoltante.





La storia, come da tradizione nell'ultimo periodo della filmografia refniana, è semplice ai limiti del pretestuoso: Jesse (Elle Fanning, semplicemente perfetta) è una sedicenne orfana che si sposta a Los Angeles per perseguire una carriera come modella. Dopo un primo photoshoot con il fotografo semi-amatoriale Dean (Karl Glusman), conosce la bella truccatrice Ruby (Jena Malone), che assieme alle amiche modelle Gigi (Bella Heathcote) e Sarah (Abby Lee) la introduce nel mondo patinato e crudele della moda, fino alle conseguenze più estreme.





Fin dalle premesse, "The Neon Demon" vuole strutturarsi come una favola moderna che racchiude il classico adagio sull'innocenza distrutta dalla cattiveria del mondo. La bellezza candida di Elle Fanning ben rappresenta lo stato acerbo eppure irresistibile del personaggio, così come la sua bravura da interprete riesce a dare corpo ai suoi tormenti in modo credibile. Ciò che conta, però, è la messa in scena.
Rifacendosi chiaramente ai luoghi comuni della fotografia di moda, Refn crea un mondo patinatissimo, dove la sua sfrontata ricerca formale trova nuova forza espressiva sino alla totale perfezione. Semplicemente sfavillanti sono le sue immagini, perfettamente calibrate in un ritrovato senso geometrico che prima mancava, catturate con un occhio freddo, quasi distaccato ed immerse in luci al neon come al solito ipnotiche.






Le atmosfere oniriche che ne hanno distinto l'opera, immerse in un contesto sottilmente orrorifico, si caricano di nuove suggestioni; Refn riesce a creare una tensione a tratti insostenibile con poco, quasi con nulla, colorando in tutto con colori brillanti. Da antologia, in tal senso, la scena del bagno, dove Jesse viene introdotta alle due modelle-nemiche: immersi i personaggi nei colori classici del cinema baviano (del quale l'autore tesse le lodi in una famosa intervista rilasciata durante la settimana di Cannes), costruisce la tensione con pochi gesti e dialoghi ermetici, facendo percepire l'orrore e la tensione sottopelle un pò alla volta, rendendo la visione a tratti insostenibile. 






Ma "The Neon Demon" non vuole essere tanto un thriller canonico, né una semplice fiaba sulla perdita dell'innocenza (pur perfettamente esemplificata nella scena del sogno durante il photoshoot a metà film, con Jesse che accetta la sua immagine e rinasce come donna, mutante in un corpo di bambina) o un saggio sull'ossessione della bellezza, quanto un horror viscerale puro. Ed anche qui il talento di Refn come artista visivo è semplicemente imbarazzante. Impossibile non porgli plauso per l'aver saputo portare in primo piano quell'orrore strisciante nella moda e nel glamur, per l'essere riuscito a ritrarre con forza incredibile l'abominio di quei corpi esangui, disumanizzati dai trattamenti estetici, le cui forme ricordano quelli dei cadaveri, con ossa che fuoriescono dalla pelle e strutture facciali sfregiate per divenire vere e proprie maschere di una bellezza fasulla. Una bellezza che viene rincorsa, falsamente esaltata dal trucco e parrucco e che Refn sbugiarda per quello che è: puro orrore che disumanizza corpi e volti sino a trasfiguarli in mostri, caricature dell'essere totalmente asserviti ad un'idea estetica fredda e del tutto priva di sensualità, più simili alle visioni di H.R.Giger che a qualsiasi prototipo estetico accettabile.
Da qui anche la sovversione dell'immagine della figura femminile come portatrice di vita; la donna è qui bestia distruttrice, il cui ruolo di carnefice trova la forma del simbolo-feticcio del film: tre triangoli (ossia il femminino) rovesciati ne circondano un quarto, pronti per assimilarlo; una visione geometrica ed astratta della sequenza dell'uccisione di Jesse che si affaccia in una visione nel momento in cui ella stesa muta nella sua forma virtualmente adulta.





Una bellezza che non può che invidiare quella vera, fresca, genuina; che non ne sopporta la veracità. Il conflitto non viene dato tanto dalla semplice invidia, quanto dalla volontà di possedere la qualità che tanto ipnotizza lo spettatore senza fronzoli o travestitismi di sorta. Volontà di conquista da cui scaturisce l'orrore definitivo: quello splatter del cannibalismo, ossia della volontà di fagocitare la qualità del nemico e farla propria in quello che è, in fin dei conti, un vero e proprio rito tribale abbellito dalle luci al neon e dai flash. Ed è nella messa in scena di questa ossessione che Refn, malauguratamente, mostra i suoi limiti.






L'uso di un registro splatter altamente visivo riesce davvero ad inquietare, ma l'autore non controlla tutto. Si spinge troppo oltre quando decide di mostrare l'immostrabile: quella sequenza di necrofilia spiazzante e disgustosa, alternata al corpo della Fanning in preda all'estasi dell'autoerotismo. Se l'immagine della necrofilia, pur vomitevole, può essere tranquillamente assimilata dallo spettatore più smaliziato, tenendo conto di come si tratti, alla fin fine, di pura finzione, davvero insostenibile, in tutti i sensi, è la visione di una ragazzina, minorenne che interpreta una minorenne, in preda agli spasmi erotici. Visione troppo spiazzante, troppo compiaciuta, troppo impavida, per questo di vero cattivo gusto.






Il grande limite del film è in fondo tutto qui: una mano troppo pesante che cerca costantemente di spiazzare il suo spettatore, finendo per indispettire. Non solo sul piano strettamente narrativo, ma anche su quello estetico, con la costante ricerca di belle immagini (persino quando ritrae Jesse svenuta in terra), che pur giustificata dai temi trattati, finisce per divenire pesante. Una volontà costante di portare a galla lo scomodo, il brutto, il rivoltante che nel finale scade anche un pò nel ridicolo.




Ma a Refn va comunque dato atto di aver saputo creare un'opera davvero spiazzante, davvero scomoda, realmente orrorrifica; dell'aver saputo ritrarre in modo perfetto un mondo pauroso e dei personaggi visceralmente spaventosi; nell'essere riuscito a mostrare in modo fulgido tutto l'orrore dietro un'idea di bellezza di fatto inesistente.

lunedì 6 giugno 2016

I Predatori dell'Arca Perduta

Raiders of the Lost Ark

di Steven Spielberg.

con: Harrison Ford, Karen Allen, John Rhys-Davies, Paul Freeman, Ronald Lacey, Denholm Elliott, Alfred Molina.

Avventura/Azione

Usa 1981
















Perfetta pellicola d'azione e cult immortale sin dalla sua prima uscita in sala, "I Predatori dell'Arca Perduta" viene spesso citato e in generale ricordato per tutta una buona serie di motivi.
E' stato il frutto della collaborazione di due giganti di Hollywood, Spielberg reduce dal primo flop della sua carriera, quel sottostimato "1941: Allarme ad Hollywood!" (1979) e George Lucas, all'epoca fresco dal trionfo anche di critica de "L'Impero Colpisce Ancora" (1980). E' il primo capitolo di una trilogia (poi sciaguratamente divenuta tetralogia) tra le più amate e riuscite di sempre. E' il film che ha dato lustro alla carriera di Harrison Ford, che da qui in poi diverrà una star. E' un perfetto omaggio al mondo dei serial d'azione degli anni '30 e '40, quei mediometraggi che venivano proiettati una volta a settimana nei cinema prima del "feature film", incentrati sulle rocambolesche avventure esotiche dell'eroe di turno, puntualmente lasciato a penzolare sui pericoli negli infiniti cliffhanger necessari per fidelizzare lo spettatore.
Tutti pregi innegabili. Peccato che in pochi lo riconoscano davvero per quel che è: il capolavoro che dimostra la perfetta padronanza del mezzo filmico da parte di Spielberg, la prova definitiva del suo valore come regista oltre che come autore.






Alla base del film, in particolare del suo iconico protagonista, non c'è però solo l'idolatrazione di quel cinema avventuroso dei tempi che furono. Lucas si è infatti ispirato per la sua creazione a due figure storiche particolarmente importanti. In primo luogo Hirman Bingham, professore di archeologia di Princeton ed esploratore incallito, fautore nel 1911 della scoperta del monte Machu Pichu in Perù, utilizzato come base per il background di Indy e ultimamente rivalutato in negativo come vero e proprio "tombarolo". Per il carattere e parte della storia personale, Lucas e Lawrence Kasdan (qui di nuovo in veste di sceneggiatore per l'amico e mentore) si sono rifatti niente meno che a Giovanni Battista Belzoni, esploratore e archeologo italiano del XIX secolo, divenuto in breve tempo il più importante egittologo della storia e famoso all'epoca per il suo carattere brusco e un po' guascone.






Entrambe le fonti storiche del personaggio erano però già state rielaborate su  grande schermo nel 1954 ne "Il Segreto degli Incas", dove il protagonista Harry Steele, interpretato dal grande Charlton Heston, era anch'egli un archeologo che finiva in una stravagante avventura in Sud America. Spielberg e Lucas ne riprendono così i tratti caratteriali, ma anche il look: pantalone kaki, borsalino a fesa larga e giubbotto di pelle da aviatore. Senza contare come un vero e proprio antesignano del personaggio di Indiana Jones fu l'Allan Quatermain di H.Rider Haggard, protagonista di una serie di romanzi di stampo avventuroso a partire da "Le Miniere di Re Salomone" del 1885, trasposto al cinema per la prima volta nel 1937.






"I Predatori dell'Arca Perduta" si pone così come il punto di confluenza di un'intera categoria di cultura pop: l'avventura classica con un protagonista macho (ma ancora lontano dalle derive superomistiche proprie degli anni '80) in giro per il mondo alla ricerca di un McGuffin, in questo primo capitolo l'Arca dell'Alleanza.
Spielberg, Lucas e Kasdan ripescano in sede di script tutti i luoghi comuni dei cliffhanger e del cinema d'avventura degli anni '40 e '50,  ma il declinano con gusto moderno. I punti di riferimento sono sempre avvertibili, eppure ricreati con una dovizia tale da infondere loro nuova vita; un processo che definire post-modernista sarebbe riduttivo: si arriva ad una vera e propria resurrezione del passato, filtrato tramite una sensibilità moderna, ma ricreato su schermo proprio come si faceva all'epoca. Al bando le nuove tecnologie, a farla da padrone sono acrobazie e stunt talvolta incredibili, location esotiche e interni ricostruiti in studio senza l'ausilio di green-screen. Il passato torna così a rivivere con una forza immaginifica inusitata e potente, sino a creare una nuova serie di topoi e luoghi comuni entrati trionfalmente nell'immaginario collettivo.
In questo primo capitolo, su tutti sono da ricordare il rutilante incipit, con Indy che appare senza mai essere mostrato in viso per poi mostrarsi in tutta la sua gloria allo spettatore una volta giunto a destinazione; la fuga dalla caverna dell'idolo d'oro, inseguito da un masso gigante e perfettamente serico che rotola, semplicemente da manuale; e ovviamente il "non duello" con lo spadaccino, scena creata per motivi totalmente di opportunità (sia Spielberg che Ford soffrirono una terribile intossicazione intestinale che li permetteva di filmare solo pochi minuti di pellicola per volta) eppure talmente perfetta nella sua esecuzione plastica e nei tempi comici da sembrare concepita a tavolino.




Oltre alla rivisitazione dei cliché del passato, "I Predatori dell'Arca Perduta" cerca anche di svecchiare alcuni dei luoghi comuni del genere. Il personaggio di Marion Ravenwood (Karen Allen), in proposito, è un azzeccato sovvertimento dello stereotipo femminile: sebbene chiamata a vestire i panni della damigella in pericolo più volte, non è mai davvero tale, entrando in scena come il duro di un film d'azione, vincendo una gara alcolica con un mongolo prima, con un ufficiale nazista poi. Marion è una donna dal carattere forte, duro, perfetto contraltare della spavalderia di Indy.
Azzeccatissima anche la scelta di far vestire i panni dei cattivi ai nazisti, che dona al tutto un fascino universale, quasi senza tempo a prescindere dalle precise (ma non sempre rispettate) coordinate temporali delle vicende. Così come l'idea di creare il personaggio di Belloq (Paul Freeman) come una nemesi totale di Indiana Jones, un archeologo che non guarda in faccia niente e nessuno pur di arrivare alla scoperta; a separarlo dal "buono" è in fondo solo la scelta degli alleati: anche Indy qui è un rude professore patito per l'avventura, interessato solo alla gloria piuttosto che ai risvolti mistici della vicenda.




Risvolti che vengono lasciati sempre sullo sfondo, esplodendo solo nel finale come il deus ex machina di turno. Il fulcro di tutto è il senso dell'esotico e l'avventura indiavolata. Ed è qui che Spielberg mostra il meglio di sé.
Il secondo atto della pellicola, pur costruito come un crescendo, è una sequenza infinita di inseguimenti, scazzottate e sparatorie. L'azione è martellante, ma ben dosata, non finisce mai per diventare ridondante o noiosa. La regia è semplicemente perfetta: non sbaglia un'inquadratura o un movimento di macchina, lasciando qualche refuso al solo montaggio, dovuto alle tecniche di ripresa utilizzate, talvolta da vero "cinema guerriglia" per non sforare il budget. Il risultato è semplicemente sfavillante: 1 ora e 55 minuti senza mai un vero tempo morto durante i quali lo spettatore è letteralmente trasportato in un altro mondo in modo adrenalinico ed ipercinetico.





Fino a quel happy ending ingenuo quanto si vuole, ma che non stona con l'anima d'antan del film. Al quale, però, i tre autori fanno precedere un climax letteralmente esplosivo, infondendo un pizzico di horror splatter per rendere il tutto ancora più ameno e divertente.




Una fantasia d'altri tempi, un'avventura classica riproposta in una chiave moderna perfettamente rispettosa delle sue origini naif . Ma "I Predatori dell'Arca Perduta" è anche e più semplicemente una perfetta pellicola di genere dove ogni azione, personaggio e battuta è al suo posto, diretta con polso fermo e divertito da un autore qui all'apice della sua maestria.




EXTRA

Proprio come la saga di "Star Wars", anche quella di Indiana Jones ha trovato terreno fertile nel mondo dei geek sin dalla sua prima uscita in sala. Omaggi e parodie non sono mai mancati, ma ciò che stupisce è l'opera di un fan forse troppo sfegatato:




"Raiders of the Lost Ark: An Adaptation" è un vero e proprio remake fatto in casa. A partire dall'estate del 1989, il giovane Eric Zala ha creato, assieme ai suoi genitori ed un gruppetto di amici, un film amatoriale che riprendeva inquadratura per inquadratura il capolavoro di Spielberg e Lucas. Da piccolo film tra amici di scuola, il progetto si è evoluto nel corso degli anni sino a diventare un vero e proprio rifacimento, dove anche gli stunt più pericolosi sono stati rifatti per la gioia dei suoi autori.
Il che fa sorgere un dubbio: a qual fine tutto questo lavoro? Perché rifare in casa un film che si ama fotogramma per fotogramma?
Non si sa se quella di Zala sia pura passione o pura pazzia, visto che il risultato è un semplice filmino amatoriale gonfiato sino all'esasperazione, privo di ogni professionalità, creato ed eseguito per il solo gusto di farlo.
Ad indagare su cotanta follia è il divertente documentario "Raiders! The Story of the Greatest Fan Film Ever Made" del 2015, la cui visione è chiarificatrice dello stato mentale di Zala e soci.






A partire dal 2007, le uscite in home video del film ne hanno modificato il titolo in "Indiana Jones e il Predatori dell'Arca Perduta", come a dare una sequenzialità con i tre seguiti. Come sempre, il titolo "di fabbrica" toglie ogni individualità a questo primo film e forse proprio per questo Spielberg ha deciso di eliminare il nome del personaggio per le seguenti uscite in Blu-Ray.




Come successo con "Lo Squalo" (1975) e "Guerre Stellari" (1977), anche "I Predatori dell'Arca Perduta" ha dato vita (in questo caso "ridato") al filone di riferimento, creando una serie infinita di cloni ed epigoni. Tra questi vanno ricordati:




























"Allan Quatermain e le Miniere di Re Salomone" (1985) ed il suo seguito "Gli Avventurieri della Città Perduta" (1986), il primo diretto dallo specialista Jack Lee Thompson, il secondo da Gary Nelson. Epigoni di buona fattura, che riportano su schermo il prototipo dell'eroe di Spielberg, interpretato da un affiatatissimo Richard Chamberlain e affiancato da una giovane e già bellissima Sharon Stone.




"All'Inseguimento della Pietra Verde" (1984), primo vero successo commerciale di Robert Zemeckis. La classica forma del romanzo d'avventura viene riletta in chiave pesantemente ironica: protagonista è la working class woman Joan Wilder (Kathleen Turner, che sveste i panni della femme fatale che la resero famosa) che sogna disperatamente l'avventura romantica; finché questa non le si presenta davanti nella persona di Jack T.Colton (Michael Douglas), vero e proprio Indiana Jones degli anni '80: rude, sciovinista, maleducato eppure affascinante.
Un anno dopo fu prodotto un sequel con lo stesso cast "Il Gioiello del Nilo" (1985), che riprendeva dal cult di Spielberg anche l'ambientazione egiziana:


sabato 4 giugno 2016

R.I.P. Muhammad Alì




1942-2016

Non un semplice atleta, ma un'icona del XX secolo. Leader nella lotta per i diritti civili, egocentrico nelle relazioni pubbliche, dalla vis oltranzista e coerente, Alì (nato Cassius Clay, ribattezzatosi come il Profeta in segno di protesta contro i nomi dati agli schiavi) è stato un personaggio bigger than life, in grado di imporsi come il volto umano, ma mai vittimista, di quell'egalitarismo che oggi forse si da troppo per scontato.
E che al cinema ha trovato una serie di curiose incursioni.






"Io sono il più Grande" (1977)

Biografia agiografica e sentita, diretta da Tom Gries. In un caso più unico che raro, Alì interpreta sè stesso in un film di fiction, rivivendo su schermo i tasselli più importanti della sua vita. Il risultato non è certo memorabile, ma certo inusuale e per questo interessante.






"Quando Eravamo Re" (1996)

Premio Oscar nel 1996 come miglior documentario e forse la migliore ricostruzione di un evento sportivo mai apparsa su film. Leon Gast ricostruisce, montando materiale d'archivio e interviste ex novo, il mitico incontro con George Foreman nel 1974, in un crescendo a dir poco epico, dove la figura di Alì svetta come quella di un titano in lotta con il mondo.





"Alì" (2001)

Michael Mann decostruisce il concetto di bio-pic. Si affida ad un Will Smith mimetico, nella performance della vita, per creare un perfetto spaccato della vita del Campione: 10 anni nella pelle di Alì, dal 1964, anno della conversione, al '74, la riconquista del titolo. Non un ritratto, quanto uno spaccato preciso, sincero e a tratti sentito. Un'opera bigger than cinema per un personaggio bigger than universe.