di David Robert Mitchell.
con: Maika Monroe, Bailey Spry, Keri Gilchrist, Lili Sepe, Olivia Luccardi, Jake Weary.
Horror
Usa 2014
Quando l'horror di matrice indie ha poco da dire, i risultati non possono che essere ridicoli. Tanto che "It Follows" può essere considerato come il perfetto esempio di pellicola che si rifà a uno stilema codificato, cercando disperatamente di attrarre l'attenzione del pubblico (riuscendoci, tra l'altro, visto l'ottimo riscontro ottenuto), ma senza riuscire a dire nulla di originale o stimolante, anzi afflosciandosi sui peggiori clichè possibili. Perchè di sbagliato, nel secondo film di David Robert Mitchell, c'è davvero molto, a cominciare dalla premessa.
L'idea di un essere arcano che perseguita chiunque faccia sesso arriva dritto dall'horror anni '70, ma l'idea di orrore alla sua base è totalmente diversa. Laddove le maschere di Michael Myers e Jason Voorhes incarnavano (o tentavano di incarnare) la punizione verso la libertà sessuale ottenuta ad inizio decennio, la vendetta di modo di pensare arcaico che ingenerava la paura del castigo immotivato, la presenza di "It Follows" sembra uscita direttamente da uno spottone repubblicano sull'astinenza da sesso da imporre ai giovani. Non un castigo, nè la metafora di una malattia venerea, tantomeno la scoperta di orrore fisico come in "Alien" (1979) o "Shivers" (1975), questa sorta di catena di Sant'Antonio assassina serve a Mitchell (stando alle interviste rilasciate a margine della presentazione del film al Fangoria Film Festival) unicamente per innescare la storia e far proseguire gli eventi. Un pretesto che finisce per divenire maldestramente pistolotto reazionario, esplicitazione di una paura del contatto fisico priva di ogni base razionale, per questo altamente irritante.
La caratterizzazione estetica della presenza in sé è poi alquanto ridicola: un essere che si manifesta solo a chi ha "osato" congiungersi che prende le forme di personaggi random, talvolta inquietanti, talaltra francamente ridicoli, come nel caso della vecchia in camicia da notte o del temibile tizio in calzamaglia bianca.
Mitchell si rifà allo stile di molti cineasti europei per la sua messa in scena (Refn per costruzione maniacale dell'inquadratura, Haneke per il distacco chirurgico verso gli eventi) e ad alcuni colleghi americani per l'estetica (la frontalità di Wes Anderson, l'uso di musiche in synth come Adam Wingard), ma non riesce mai a creare una tensione davvero avvertibile. Troppo semplice chiudere ogni sequenza con un anticlimax salvifico, con l'intervento di un deus ex machina a risolvere la situazione o affidarsi ai sempre cari jump-scare. La tensione non raggiunge mai un vero culmine, lasciando freddi, quasi infastiditi dall'ossessione per il regista per una forma priva di qualsiasi sostanza.
Quel che è peggio, ogni singola scena gronda di riferimenti al cinema indie e alla cultura hipster: dall'uso di oggetti di scena vetusti e fuori tempo alle citazioni colte di Eliot e Dostoevskij, Mitchell urla il suo status di autore in modo ridicolo. Sopratutto quando ci si rende conto della sua incapacità di creare personaggi complessi e che si allontanino dagli stereotipi. O quando non riesce nemmeno a creare un finale che dia una chiusura effettiva alla vicenda.
mercoledì 13 luglio 2016
martedì 5 luglio 2016
Apocalypse 2024
A Boy and his Dog
di L.Q. Jones.
con: Don Johnson, Tim McIntire, Jason Robards, Susanne Benton, Alvy Moore, Charles McGraw, Ron Feinberg, Michael Rupert.
Fantascienza/Grottesco
Usa 1975
Quando si parla di pellicole seminali, un film come "Apocalypse 2024" passa solitamente inosservato. E' stato facile sia per il grande pubblico che per la critica dimenticare questo piccolissimo film, divenuto tra l'altro un cult solo per pochi. Il perchè è anche facile da spiegare: non è di certo una pellicola memorabile o perfettamente riuscita, quanto un B-Movie in piena regola che fa dell'originalità della storia e dell'acidità del tono i suoi punti di forza.
Pur tuttavia, l'importanza che l'exploit di L.Q. Jones e Harlan Ellison è innegabile. Prima ancora del mitico "Mad Max 2" (1981), fu proprio questo bizzarro ed affascinante film a portare su schermo immagini di una società del dopo-bomba, dove la razza umana è regredita allo stato primitivo.
Alla base del film c'è il racconto omonimo "A Boy and his Dog" che Ellison scrisse nel 1969, ricompreso nella celebre antologia "The Beast that Shouted Love at the Heart of the World", i cui diritti furono presto acquisiti da Jones, noto e apprezzato caratterista che all'epoca tentava di avviare una propria carriera da regista. Ottenuto il beneplacito dell'autore, la produzione riesce a portare a bordo Jason Robards nei panni del capo della comunità di Topeka e, sopratutto, trova un perfetto protagonista in un giovane e sconosciuto Don Johnson.
Distribuito inizialmente nel solo circuito dei drive-in, il film riscuote un ottimo successo, ma arriva in sala solo nel decennio successivo, ricevendo nuovamente un'ottima accoglienza anche presso la comunità femminista, che ne loda il tono misantropico (in Italia in film arriva con il titolo "Un Ragazzo, un Cane, due inseparabili Amici" riscuotendo un discreto successo, per poi essere distribuito anni dopo in home-video con il titolo internazionale "Apocalypse 2024"). Successo tutto sommato meritato: nonostante qualche incertezza, quello di Jones è un buon esempio di cinema di serie B.
"La IV Guerra Mondiale durò cinque giorni". Dopo c'è solo il caos. L'umanità è tornata allo stato brado, organizzata al massimo in piccolissime comunità dedite al baratto. Tra le "wasteland", il giovane Vic (Johnson) vaga assieme al suo cane mutante Blood (doppiato dal cantautore Tim McIntire), dotato della capacità di comunicare con alcuni umani. La forza di Vic permette al duo di fare provviste, mentre il fiuto di Blood permette al partner di trovare tutte le donne di cui ha bisogno per appagare la sua insaziabile libido. Finchè i due non si imbattono nella misteriosa e bellissima Quilla (Sussanne Benton).
La civiltà non esiste più. Gli uomini, sia i superstiti alla guerra che i figli del dopobomba, sono dei barbari le cui priorità coincidono con l'appagamento degli istinti; la sopravvivenza è divenuta l'imperativo e l'essere umano è così ridotto ad un animale. Tanto che Vic non è dissimile da una bestia: un ragazzo irriverente, sboccato, privo di qualsiasi ideale o anche idea, viaggia per il deserto a caccia di cibo e donne. Non un semplice sopravvissuto, ma l'uomo nuovo di un mondo privo di ogni forma di istituzione.
Blood è il suo opposto; personaggio razionale, dotato di uno spiccato e sagace senso dell'umorismo, è lui tra i due ad avere la testa sulle spalle, a non lasciarsi trasportare dallo stomaco neanche quando è vuoto. Ed è sempre lui a rappresentare la "memoria storica collettiva", impartendo all'umano lezioni di storia da tramandare ai posteri.
Al di sotto delle wasteland si è formata invece una società del tutto antitetica, comandata con il pugno di ferro dal patriarca Lou (Robards) ed i membri del "consiglio". Una civiltà che ricalca quella dell'America degli anni '50, dove l'innocenza e il duro lavoro vengono imposti sino al punto che gli abitanti devono dipingersi il volto per simulare costantemente l'allegria. Un mondo, in fin dei conti, non meno barbaro di quello di sopra, dove un governo tirannico spadroneggia sui sopravvissuti progammandone in modo preciso e puntuale usi e gusti, punendo con la morte chiunque non segua i precetti, letti costantemente da una voce registrata.
Jones e Ellison ritraggono così due mondi opposti e complementari. Sopra, una sorta di protociviltà che vive delle macerie di quella vecchia, dove i solitari sono vestiti di stracci, combattono e viaggiano con i rottami del passato e sono pronti a qualsiasi bassezza per appagare il ventre. Di sotto, un totalitarismo che impone il perbenismo conformista per cercare di riprodurre in modo meccanico usi e costumi di quel mondo ormai distrutto, dove gli anni '50 rappresentano al contempo innocenza e orrore.
Il lavoro svolto sui costumi e le locations è esemplare e connota in modo definitivo quello che sarà il look della post-apocalisse. Lo stesso George Miller ammetterà più volte e senza giri di parole di esservisi ispirato per il suo film, limitandosi ad introdurre alla formula elementi dello spaghetti western di stampo leoniano.
Se nell'estetica "Apocalypse 2024" è avvenieristico e, per questo, perfettamente godibile, è nello stile che purtroppo perde parte della sua riuscita; Jones crea un film a tratti goffo, superficiale e troppo attaccato alla sua matrice letteraria.
Al suo primo lungometraggio, il regista non padroneggia bene la grammatica filmica, finendo per affossare la spettacolarità di alcune scene, come la sparatoria nel seminterrato, troppo confusa nell'uso del montaggio e priva di vera tensione. Allo stesso modo, alcune scelte stilistico-estetiche sono indigeste, come l'uso dell'effetto sonoro di un sonar per mimare l'olfatto del cane.
Al pari di Ellison, anche il regista-sceneggiatore si limita a descrivere la post-apocalisse, senza tentare di ampliarne la portata narrativa o simbolica. La sceneggiatura non aggiunge nulla di nuovo al racconto e la narrazione finisce così per essere troppo lineare, perdendo di vista possibili approfondimenti dei temi trattati.
L'esito è così imperfetto, ma lo stesso interessante. Un piccolo film, sconosciuto ai più nonostante la sua aurea di cult, che può davvero vantare un primato assoluto: l'aver anticipato mode e tendenze che di lì a poco sarebbero esplose. Ed è per questo che è ancora oggi merita di essere visto e ricordato.
EXTRA
Oltre ad aver ispirato la saga del "folle" dell'Outback, "Apocalypse 2024" ha anche imposto il suo stile in ambito videoludico. La fortunata serie di RPG "Fallout" riprende dal film non solo lo stile per la creazione della società post-apocalittica (unendolo a quello dei film di Miller), ma anche la fascinazione retrò per gli anni '50.
di L.Q. Jones.
con: Don Johnson, Tim McIntire, Jason Robards, Susanne Benton, Alvy Moore, Charles McGraw, Ron Feinberg, Michael Rupert.
Fantascienza/Grottesco
Usa 1975
Quando si parla di pellicole seminali, un film come "Apocalypse 2024" passa solitamente inosservato. E' stato facile sia per il grande pubblico che per la critica dimenticare questo piccolissimo film, divenuto tra l'altro un cult solo per pochi. Il perchè è anche facile da spiegare: non è di certo una pellicola memorabile o perfettamente riuscita, quanto un B-Movie in piena regola che fa dell'originalità della storia e dell'acidità del tono i suoi punti di forza.
Pur tuttavia, l'importanza che l'exploit di L.Q. Jones e Harlan Ellison è innegabile. Prima ancora del mitico "Mad Max 2" (1981), fu proprio questo bizzarro ed affascinante film a portare su schermo immagini di una società del dopo-bomba, dove la razza umana è regredita allo stato primitivo.
Alla base del film c'è il racconto omonimo "A Boy and his Dog" che Ellison scrisse nel 1969, ricompreso nella celebre antologia "The Beast that Shouted Love at the Heart of the World", i cui diritti furono presto acquisiti da Jones, noto e apprezzato caratterista che all'epoca tentava di avviare una propria carriera da regista. Ottenuto il beneplacito dell'autore, la produzione riesce a portare a bordo Jason Robards nei panni del capo della comunità di Topeka e, sopratutto, trova un perfetto protagonista in un giovane e sconosciuto Don Johnson.
Distribuito inizialmente nel solo circuito dei drive-in, il film riscuote un ottimo successo, ma arriva in sala solo nel decennio successivo, ricevendo nuovamente un'ottima accoglienza anche presso la comunità femminista, che ne loda il tono misantropico (in Italia in film arriva con il titolo "Un Ragazzo, un Cane, due inseparabili Amici" riscuotendo un discreto successo, per poi essere distribuito anni dopo in home-video con il titolo internazionale "Apocalypse 2024"). Successo tutto sommato meritato: nonostante qualche incertezza, quello di Jones è un buon esempio di cinema di serie B.
"La IV Guerra Mondiale durò cinque giorni". Dopo c'è solo il caos. L'umanità è tornata allo stato brado, organizzata al massimo in piccolissime comunità dedite al baratto. Tra le "wasteland", il giovane Vic (Johnson) vaga assieme al suo cane mutante Blood (doppiato dal cantautore Tim McIntire), dotato della capacità di comunicare con alcuni umani. La forza di Vic permette al duo di fare provviste, mentre il fiuto di Blood permette al partner di trovare tutte le donne di cui ha bisogno per appagare la sua insaziabile libido. Finchè i due non si imbattono nella misteriosa e bellissima Quilla (Sussanne Benton).
La civiltà non esiste più. Gli uomini, sia i superstiti alla guerra che i figli del dopobomba, sono dei barbari le cui priorità coincidono con l'appagamento degli istinti; la sopravvivenza è divenuta l'imperativo e l'essere umano è così ridotto ad un animale. Tanto che Vic non è dissimile da una bestia: un ragazzo irriverente, sboccato, privo di qualsiasi ideale o anche idea, viaggia per il deserto a caccia di cibo e donne. Non un semplice sopravvissuto, ma l'uomo nuovo di un mondo privo di ogni forma di istituzione.
Blood è il suo opposto; personaggio razionale, dotato di uno spiccato e sagace senso dell'umorismo, è lui tra i due ad avere la testa sulle spalle, a non lasciarsi trasportare dallo stomaco neanche quando è vuoto. Ed è sempre lui a rappresentare la "memoria storica collettiva", impartendo all'umano lezioni di storia da tramandare ai posteri.
Al di sotto delle wasteland si è formata invece una società del tutto antitetica, comandata con il pugno di ferro dal patriarca Lou (Robards) ed i membri del "consiglio". Una civiltà che ricalca quella dell'America degli anni '50, dove l'innocenza e il duro lavoro vengono imposti sino al punto che gli abitanti devono dipingersi il volto per simulare costantemente l'allegria. Un mondo, in fin dei conti, non meno barbaro di quello di sopra, dove un governo tirannico spadroneggia sui sopravvissuti progammandone in modo preciso e puntuale usi e gusti, punendo con la morte chiunque non segua i precetti, letti costantemente da una voce registrata.
Jones e Ellison ritraggono così due mondi opposti e complementari. Sopra, una sorta di protociviltà che vive delle macerie di quella vecchia, dove i solitari sono vestiti di stracci, combattono e viaggiano con i rottami del passato e sono pronti a qualsiasi bassezza per appagare il ventre. Di sotto, un totalitarismo che impone il perbenismo conformista per cercare di riprodurre in modo meccanico usi e costumi di quel mondo ormai distrutto, dove gli anni '50 rappresentano al contempo innocenza e orrore.
Il lavoro svolto sui costumi e le locations è esemplare e connota in modo definitivo quello che sarà il look della post-apocalisse. Lo stesso George Miller ammetterà più volte e senza giri di parole di esservisi ispirato per il suo film, limitandosi ad introdurre alla formula elementi dello spaghetti western di stampo leoniano.
Se nell'estetica "Apocalypse 2024" è avvenieristico e, per questo, perfettamente godibile, è nello stile che purtroppo perde parte della sua riuscita; Jones crea un film a tratti goffo, superficiale e troppo attaccato alla sua matrice letteraria.
Al suo primo lungometraggio, il regista non padroneggia bene la grammatica filmica, finendo per affossare la spettacolarità di alcune scene, come la sparatoria nel seminterrato, troppo confusa nell'uso del montaggio e priva di vera tensione. Allo stesso modo, alcune scelte stilistico-estetiche sono indigeste, come l'uso dell'effetto sonoro di un sonar per mimare l'olfatto del cane.
Al pari di Ellison, anche il regista-sceneggiatore si limita a descrivere la post-apocalisse, senza tentare di ampliarne la portata narrativa o simbolica. La sceneggiatura non aggiunge nulla di nuovo al racconto e la narrazione finisce così per essere troppo lineare, perdendo di vista possibili approfondimenti dei temi trattati.
L'esito è così imperfetto, ma lo stesso interessante. Un piccolo film, sconosciuto ai più nonostante la sua aurea di cult, che può davvero vantare un primato assoluto: l'aver anticipato mode e tendenze che di lì a poco sarebbero esplose. Ed è per questo che è ancora oggi merita di essere visto e ricordato.
EXTRA
Oltre ad aver ispirato la saga del "folle" dell'Outback, "Apocalypse 2024" ha anche imposto il suo stile in ambito videoludico. La fortunata serie di RPG "Fallout" riprende dal film non solo lo stile per la creazione della società post-apocalittica (unendolo a quello dei film di Miller), ma anche la fascinazione retrò per gli anni '50.
domenica 3 luglio 2016
R.I.P. Michael Cimino
1939-2016
In pochi oggi lo ricordano, ma Michael Cimino è stato uno dei numi più importanti del cinema americano.
Durante gli anni di quell'incredibile esperienza artistica ed umana che fu la New Wave di Hollywood, Cimino scala rapidamente la gerarchia degli studios, esordendo dapprima come sceneggiatore per "Silent Running" (1972) e "Una 44 Magnum per l'Ispettore Callaghan" (1973), per poi passare immediatamente dietro la macchina da presa con lo splendido "Una Calibro 20 per lo Specialista" (1974), sempre affiancato da Clint Eastwood.
Con "Il Cacciatore" (1978) firma uno degli apici del movimento degli autori in America: immenso successo di critica e di pubblico, diviene il perfetto ritratto di una generazione spezzata dalla guerra e dalle avversità della vita, nonostante le ilari polemiche di fascismo che gli furono accreditate.
Ancora più importante è però il successivo "I Cancelli del Cielo" (1980). Produzione imponente, nella quale ottiene il pieno controllo e con la quale crea il western più epico e al contempo amaro mai visto, perfetto spaccato della nascita di una nazione le cui radici affondano nel sangue dei poveri. Che si rivela, fatalmente, come il flop più cocente di sempre: appena 1 milione e mezzo di incasso in patria a fronte di oltre 44 milioni di budget in totale, fu la pellicola maledetta che pose fine per sempre a quella politica autoriale che tanto diede al cinema americano.
Provato da quell'esperienza distruttiva, Cimino torna alla cabina di regia solo nel 1985, per dirigere un altro capolavoro, "L'Anno del Dragone", poliziesco metropolitano semplicemente perfetto nella messa in scena e nella descrizione delle dinamiche tra legge e corruzione.
Con appena 7 film diretti, il grande artista si ritira a vita privata nel 1996, ritagliandosi un timido ruolo da romanziere occasionale, provato ancora più intimamente da un tumore che lo costringe ad una pesantissima cura ormonale che lo spinge alle soglie del cambiamento di sesso e contro il quale lotterà per oltre 20 anni.
Si spegne nello stesso anno in cui se ne è andato uno dei suoi collaboratori più preziosi, quel Vilmos Zsigmond al quale i suoi capolavori tanto devono. Se ne va in silenzio, lontano dalla fama e dalle luci del successo. Lasciandoci, però, un'eredità incredibile.
"Una Calibro 20 per lo Specialista" (1974)
"Il Cacciatore" (1978)
"I Cancelli del Cielo" (1980)
"L'Anno del Dragone" (1985)
"Il Siciliano" (1987)
"Ore Disperate" (1990)
"Verso il Sole" (1996)
mercoledì 29 giugno 2016
Napoli Napoli Napoli
di Abel Ferrara.
con: Abel Ferrara, Luca Lionello, Salvatore Ruocco, Beneditto Sicca, Shanyn Leigh, Salvatore Striano, Ernesto Mahieux, Peppe Lanzetta, Anita Pallenberg, Giovanni Capalbo.
Italia 2009
Come tutti gli autori italo-americani, anche Abel Ferrara è ossessionato dalle sue origini italiane. Proprio lui, nato nel Bronx, cresciuto tra quelle strade luride e disperate, si è lasciato ammaliare da quel suo sangue mediterraneo, sbattendo il muso con una realtà non proprio rosea durante la tormentata lavorazione di "Mary" (2005) e "Go Go Tales" (2007). Eppure quel richiamo continua ad essere irresistibile, tanto che nel 2007 finisce per volgere il suo sguardo proprio verso quell'Italia alla quale deve gli atavici natali.
Il padre di Ferrara era infatti figlio di immigrati ebrei originari di Sarno, in Campania, che dovettero persino cambiare il loro cognome di battesimo per non dimenticare il luogo di nascita. Il grande artista si concede così un lungo soggiorno a Napoli, la bella Napoli, la Napoli delle canzoni di Dean Martin che ha stregato due generazioni di americani con la pizza, il mare e la musica.
O no.
Perchè a Ferrara non interessano i paesaggi baciati dal sole, le bellezze mediterranee, i babà e la pizza con la pummarola 'ncopp. Con un coraggio inedito, ma tutto sommato prevedibile, si addentra nel cuore più nero di Napoli, lasciandosi alle spalle i paesaggi da cartolina per perdersi tra i meandri di quello squallore materiale e morale che è humus perfetto per la criminalità, finendo per dare uno spaccato impietoso della città e dei suoi cittadini.
Uno sguardo che arriva in sala nel 2009, ma che viene elaborato a partire nel 2007, ossia prima che il successo di "Gomorra" (2008) di Garrone e del romanzo omonimo di Saviano riuscissero a portare l'attenzione del grande pubblico verso quel mondo. Tanto che il lavoro del regista del Bronx e dei due autori italiani è in fondo speculare: laddove Saviano e Garrone rielaboravano in forma di fiction fatti e situazioni reali, Ferrara si lascia aiutare da Gaetano di Vaio (che in quella Camorra ci aveva militato per davvero e che poi, pentito, ha fondato il collettivo "Figli del Bronx") e penetra a fondo in una realtà scomoda, alternando interviste disperate a ricostruzioni artistiche come nel precedente "Chelsea on the Rocks" (2008), con risultati efficacissimi.
D'altro canto, solo Napoli poteva essere la location di questo excursus: quei vicoli labirintici e asfissianti che grondano violenza, disperazione e una devozione religiosa primordiale, quasi superstiziosa sono il perfetto corrispettivo italiano della sua New York. Ma laddove l'archetipo ferrariano era un personaggio dannato che cosciente del suo stato cercava, spesso, una forma di redenzione, una scappatoia da quell'inferno metropolitano, in "Napoli Napoli Napoli" è la disperazione a trionfare. Non può esserci salvezza per la città o per i suoi abitanti: il buco nero che l'ha inghiottita ha le sue radici in un passato remoto che sembra ripetersi in eterno. Prendendo in prestito le immagini di un vecchio documentario d'epoca, "Napoli Sessantasei", Ferrara crea un ponte lungo quarant'anni per dimostrare come quel boom economico che ha cambiato il volto dell'Italia, a Napoli ha in realtà fallito su tutta la linea.
Il disastro architettonico e umano delle Vele di Scampia arriva così puntuale, nelle immagini e nelle parole degli attivisti che cercano (ormai da anni) di far sparire quell'orrore infestato dalla microcriminalità per far risorgere un popolo che cerca disperatamente di ritrovare una forma di umanità.
Popolo che vive nel film con le numerose interviste. Le "teste parlanti" che compongono la parte più riuscita, si alternano tra ex magistrati, attivisti di centri sociali, giornalisti e (nella parte più toccante e scottante) le detenute di una casa circondariale femminile. Dinanzi alle loro parole, Ferrara decide di sparire, di limitarsi ad assistere alla descrizione di un mondo impossibile da filmare nella sua interezza e che per questo può solo essere inteso, al massimo spiato con veloci inquadrature rubate alla quotidianità.
Il coraggio di chi interviene sta in due affermazioni politiche che, è inutile negarlo, sono di un'importanza capitale. La prima è la presa di coscienza dell'esistenza di un popolo nel popolo: la "plebe", i "mao mao", quel populino che con il suo misto di arroganza, disperazione e atavica ignoranza va a gonfiare le fila della criminalità organizzata, contribuendo all'intensificarsi della decadenza umana e morale della città. Un dito puntato, per una volta, non solo contro le istituzioni perennemente assenti o l'operato di pochi, ma contro quello stesso popolo in grado di pensare solo a sé stesso e per questo causa suprema ed ineliminabile della propria rovina. La seconda è insita dell'affermazione della convenienza dello stato di emergenza che affligge Napoli, utile ad ottenere quegli aiuti dallo Stato centrale di volta in volta bruciati dagli amministratori e dai mafiosi conniventi.
Non c'è manicheismo, né sensazionalismo: il ritratto truce è a tinte talmente forti da accecare, proprio perché ad opera di un autore alieno a quella realtà che ha saputo approcciarvisi senza pregiudizi.
La lucidità dello sguardo non cala neanche dinanzi alle tragedie di quelle detenute che, figlie di un mondo dedito alla criminalità pur di sopravvivere, si ritrovano anche giovanissime a passare la loro vite tra le sbarre. Vite segnate indelebilmente dalla droga, distrutte dalla mancanza dei più basici valori umanitari, marcate da perdite e violenza, che Ferrara riprende con distacco, facendone emergere tutta la forza. Nelle loro parole, la mancanza di discernimento, quella vis dei "mao mao" si carica di una drammaticità insostenibile, quasi disturbante per la loro totale mancanza di coscienza: persone che hanno conosciuto solo l'oscurità di una vita priva di valore e dalla quale non riescono ad emanciparsi forse perchè non vogliono.
Laddove il grande artista inciampa è nella concezione delle sezioni di fiction che si alternano alle interviste: tre storie di violenza e sopraffazione che non sempre riescono a cogliere nel segno.
Nella prima, che apre il film, assistiamo alla giornata tipo di un gruppo di detenuti; asserragliati come conigli in una stanza di pochi metri quadrati, cercano di creare una forma di normalità ripetendo i gesti e i riti della vita quotidiana, ma finiscono lo stesso in preda alla violenza, in una storia priva di mordente.
La seconda segue due affiliati della Camorra in una scampagnata per uccidere un loro compagno venduto. Tra visioni dalle metafore sfuggenti ed il contrasto con la bellezza della campagna, a restare impresso è solo il bel monito recitato da Ernesto Mahieux: spesso si confonde il bene con il piacere.
Più riuscita è invece la storia della giovane donna interpretata da Shannyn Leigh, la bellissima compagna del regista. Ragazza dalla bellezza quasi metafisica, costretta dagli eventi a vivere in strada, nonché vittima degli abusi di un genitore volgare e violento. Fatta salva la descrizione didascalica del padre, Ferrara riesce a creare una metafora riuscita sull'ignoranza che distrugge l'innocenza, che resta impressa grazie a quel finale disturbante.
Tanto che, per coraggio e perizia, "Napoli Napoli Napoli" potrebbe essere un esempio da seguire per molti filmmaker italiani interessati alla sanguinante "questione del sud": girato con pochi mezzi, ma tanto spirito, è forte della grandezza di un autore in grado di pensare fuori dagli schemi e di dimostrare un coraggio indomito e una volontà priva di compromessi.
con: Abel Ferrara, Luca Lionello, Salvatore Ruocco, Beneditto Sicca, Shanyn Leigh, Salvatore Striano, Ernesto Mahieux, Peppe Lanzetta, Anita Pallenberg, Giovanni Capalbo.
Italia 2009
Come tutti gli autori italo-americani, anche Abel Ferrara è ossessionato dalle sue origini italiane. Proprio lui, nato nel Bronx, cresciuto tra quelle strade luride e disperate, si è lasciato ammaliare da quel suo sangue mediterraneo, sbattendo il muso con una realtà non proprio rosea durante la tormentata lavorazione di "Mary" (2005) e "Go Go Tales" (2007). Eppure quel richiamo continua ad essere irresistibile, tanto che nel 2007 finisce per volgere il suo sguardo proprio verso quell'Italia alla quale deve gli atavici natali.
Il padre di Ferrara era infatti figlio di immigrati ebrei originari di Sarno, in Campania, che dovettero persino cambiare il loro cognome di battesimo per non dimenticare il luogo di nascita. Il grande artista si concede così un lungo soggiorno a Napoli, la bella Napoli, la Napoli delle canzoni di Dean Martin che ha stregato due generazioni di americani con la pizza, il mare e la musica.
O no.
Perchè a Ferrara non interessano i paesaggi baciati dal sole, le bellezze mediterranee, i babà e la pizza con la pummarola 'ncopp. Con un coraggio inedito, ma tutto sommato prevedibile, si addentra nel cuore più nero di Napoli, lasciandosi alle spalle i paesaggi da cartolina per perdersi tra i meandri di quello squallore materiale e morale che è humus perfetto per la criminalità, finendo per dare uno spaccato impietoso della città e dei suoi cittadini.
Uno sguardo che arriva in sala nel 2009, ma che viene elaborato a partire nel 2007, ossia prima che il successo di "Gomorra" (2008) di Garrone e del romanzo omonimo di Saviano riuscissero a portare l'attenzione del grande pubblico verso quel mondo. Tanto che il lavoro del regista del Bronx e dei due autori italiani è in fondo speculare: laddove Saviano e Garrone rielaboravano in forma di fiction fatti e situazioni reali, Ferrara si lascia aiutare da Gaetano di Vaio (che in quella Camorra ci aveva militato per davvero e che poi, pentito, ha fondato il collettivo "Figli del Bronx") e penetra a fondo in una realtà scomoda, alternando interviste disperate a ricostruzioni artistiche come nel precedente "Chelsea on the Rocks" (2008), con risultati efficacissimi.
D'altro canto, solo Napoli poteva essere la location di questo excursus: quei vicoli labirintici e asfissianti che grondano violenza, disperazione e una devozione religiosa primordiale, quasi superstiziosa sono il perfetto corrispettivo italiano della sua New York. Ma laddove l'archetipo ferrariano era un personaggio dannato che cosciente del suo stato cercava, spesso, una forma di redenzione, una scappatoia da quell'inferno metropolitano, in "Napoli Napoli Napoli" è la disperazione a trionfare. Non può esserci salvezza per la città o per i suoi abitanti: il buco nero che l'ha inghiottita ha le sue radici in un passato remoto che sembra ripetersi in eterno. Prendendo in prestito le immagini di un vecchio documentario d'epoca, "Napoli Sessantasei", Ferrara crea un ponte lungo quarant'anni per dimostrare come quel boom economico che ha cambiato il volto dell'Italia, a Napoli ha in realtà fallito su tutta la linea.
Il disastro architettonico e umano delle Vele di Scampia arriva così puntuale, nelle immagini e nelle parole degli attivisti che cercano (ormai da anni) di far sparire quell'orrore infestato dalla microcriminalità per far risorgere un popolo che cerca disperatamente di ritrovare una forma di umanità.
Popolo che vive nel film con le numerose interviste. Le "teste parlanti" che compongono la parte più riuscita, si alternano tra ex magistrati, attivisti di centri sociali, giornalisti e (nella parte più toccante e scottante) le detenute di una casa circondariale femminile. Dinanzi alle loro parole, Ferrara decide di sparire, di limitarsi ad assistere alla descrizione di un mondo impossibile da filmare nella sua interezza e che per questo può solo essere inteso, al massimo spiato con veloci inquadrature rubate alla quotidianità.
Il coraggio di chi interviene sta in due affermazioni politiche che, è inutile negarlo, sono di un'importanza capitale. La prima è la presa di coscienza dell'esistenza di un popolo nel popolo: la "plebe", i "mao mao", quel populino che con il suo misto di arroganza, disperazione e atavica ignoranza va a gonfiare le fila della criminalità organizzata, contribuendo all'intensificarsi della decadenza umana e morale della città. Un dito puntato, per una volta, non solo contro le istituzioni perennemente assenti o l'operato di pochi, ma contro quello stesso popolo in grado di pensare solo a sé stesso e per questo causa suprema ed ineliminabile della propria rovina. La seconda è insita dell'affermazione della convenienza dello stato di emergenza che affligge Napoli, utile ad ottenere quegli aiuti dallo Stato centrale di volta in volta bruciati dagli amministratori e dai mafiosi conniventi.
Non c'è manicheismo, né sensazionalismo: il ritratto truce è a tinte talmente forti da accecare, proprio perché ad opera di un autore alieno a quella realtà che ha saputo approcciarvisi senza pregiudizi.
La lucidità dello sguardo non cala neanche dinanzi alle tragedie di quelle detenute che, figlie di un mondo dedito alla criminalità pur di sopravvivere, si ritrovano anche giovanissime a passare la loro vite tra le sbarre. Vite segnate indelebilmente dalla droga, distrutte dalla mancanza dei più basici valori umanitari, marcate da perdite e violenza, che Ferrara riprende con distacco, facendone emergere tutta la forza. Nelle loro parole, la mancanza di discernimento, quella vis dei "mao mao" si carica di una drammaticità insostenibile, quasi disturbante per la loro totale mancanza di coscienza: persone che hanno conosciuto solo l'oscurità di una vita priva di valore e dalla quale non riescono ad emanciparsi forse perchè non vogliono.
Laddove il grande artista inciampa è nella concezione delle sezioni di fiction che si alternano alle interviste: tre storie di violenza e sopraffazione che non sempre riescono a cogliere nel segno.
Nella prima, che apre il film, assistiamo alla giornata tipo di un gruppo di detenuti; asserragliati come conigli in una stanza di pochi metri quadrati, cercano di creare una forma di normalità ripetendo i gesti e i riti della vita quotidiana, ma finiscono lo stesso in preda alla violenza, in una storia priva di mordente.
La seconda segue due affiliati della Camorra in una scampagnata per uccidere un loro compagno venduto. Tra visioni dalle metafore sfuggenti ed il contrasto con la bellezza della campagna, a restare impresso è solo il bel monito recitato da Ernesto Mahieux: spesso si confonde il bene con il piacere.
Più riuscita è invece la storia della giovane donna interpretata da Shannyn Leigh, la bellissima compagna del regista. Ragazza dalla bellezza quasi metafisica, costretta dagli eventi a vivere in strada, nonché vittima degli abusi di un genitore volgare e violento. Fatta salva la descrizione didascalica del padre, Ferrara riesce a creare una metafora riuscita sull'ignoranza che distrugge l'innocenza, che resta impressa grazie a quel finale disturbante.
Tanto che, per coraggio e perizia, "Napoli Napoli Napoli" potrebbe essere un esempio da seguire per molti filmmaker italiani interessati alla sanguinante "questione del sud": girato con pochi mezzi, ma tanto spirito, è forte della grandezza di un autore in grado di pensare fuori dagli schemi e di dimostrare un coraggio indomito e una volontà priva di compromessi.
martedì 28 giugno 2016
R.I.P. Bud Spencer
1929-2016
Il "gigante buono" del cinema italiano, Carlo Pedersoli, deve essere ricordato per quella irresistibile maschera che tra gli anni '70 e '80 si impose nell'immaginario collettivo nostrano. Barba folta, fisicità imponente, broncio infantile perennemente inarcato sul muso, con lo pseudonimo finto-americano "Bud Spencer" riuscì a divenire parte integrante di quell'incredibile caleidoscopio di immagini, idee e tormentoni che fu il cinema pop italiano, in una serie di pellicole naif e ripetitive, ma sempre garbate, mai volgari, anche per questo tutt'oggi godibili e divertenti. Sapendo al contempo ritagliarsi anche ruoli più seri: in "Torino Nera" (1972) di Lizzani, incarna il figlio di quel proletariato inghiottito dalla violenza, mentre in "Piedone lo Sbirro" (1973), primo capitolo della serie lontanissimo dalle derive comiche, incarna un poliziotto duro che si scontra contro la Camorra da strada.
venerdì 24 giugno 2016
Tenebre
di Dario Argento
con: Anthony Franciosa, Daria Nicolodi, Giuliano Gemma, John Saxon, Mirella D'Angelo, Veronica Lario, Christian Borromeo, John Steiner, Ania Pieroni, Eva Robins, Carola Stagnaro.
Thriller/Gore
Italia 1982
---CONTIENE SPOILER---
D'altro canto l'anno in cui "Tenebre" arriva al cinema è propizio; il 1982 rappresenta il punto di massima fama per l'horror italiano, dopo che il filone dei thriller a tinte forti si era esaurito a metà degli anni '70.
Un apice che prelude, purtroppo, alla discesa: l'avvento dello strapotere televisivo porta alla chiusura di molte piccole case di produzione, al dirottamento di fondi e capitali pubblici e non verso il piccolo schermo. Il cinema di genere comincerà a mutare presto faccia: niente più alti valori produttivi o violenza ed erotismo senza freni, niente più formato cinematografico o pellicole 35mm, soppiantate dai 4:3 e dal 16mm, che meglio si prestano alla conversione in segnale elettromagnetico. La morte di quella immensa fucina di talenti, idee ed emozioni è di lì ad un passo. "Tenebre" finisce così per rappresentare uno degli ultimi esemplari genuini di splatter made in Italy, nonché l'ultimo film perfettamente riuscito e davvero memorabile di Argento.
Appena giunto da New York, lo scrittore di gialli Peter Neal (Anthony Franciosa), il cui ultimo romanzo "Tenebre" sta riscuotendo un successo "innegabile", si ritrova invischiato in una stramba storia di omicidi: un folle serial killer mette in scena le morti da lui descritte, ricattandolo. Coadiuvato dalla sua amica ed amante Anne (Daria Nicolodi), dal giovane Gianni (Chistian Borromeo) e con l'aiuto dell'ispettore Germani (Giuliano Gemma), Neal cerca di venirne a capo.
La struttura di base, sia sul piano narrativo che su quello estetico-stilistico, è a grandi linee la medesima che Argento presentava in "L'Uccello dalle Piume di Cristallo" (1970) e perfezionava in "Profondo Rosso": straniero trapiantato in Italia viene invischiato in una serie di violenti delitti commessi da un killer psicotico, bardato in un paio di guanti neri. La serie di morti sembra infinita, finchè un doppio finale non porta alla risoluzione. Le morti sono grafiche, condite con sottotesti sessuali più o meno espliciti. L'omicida soffre di un trauma che rivive costantemente, viene introdotto con dei flashback, delle soggettive, dei dettagli di ciò che consuma e del suo occhio.
Nulla di nuovo, sembrerebbe. Se non fosse che Argento decide di svecchiare in parte la formula introducendo delle succulente varianti.
Eliminati i contrasti monocromatici di "Profondo Rosso", così come i colori vividi di "Suspiria" e "Inferno", Argento si diverte a trasformare le tenebre del titolo in una overdose di bianco e colori chiari. La luce neutra la fa da padrone anche nelle sequenze in notturna, rischiarando le truci morti dei personaggi. Abbondanza di colore che viene esasperata con i costumi dei personaggi ed il trucco pesante del personaggio di Anne sino a rasentare la bruciatura dell'immagine, ma senza mai scadere nell'obrobrio, per creare un effetto originale.
La macchina da presa, come al solito, si muove elegantemente sui set e tra i dettagli, fino al barocchismo: quell'insolito, insistito ed impossibile movimento che segue l'esterno della casa delle due lesbiche è puro virtuosismo, stile sulla sostanza allo stato puro, eppure magnifica gioia per gli occhi.
Ma la vera novità è nella caratterizzazione del protagonista, in parte, e sopratutto nel twist finale.
Neal non è uno sprovveduto come Marcus Daly, ma uno scrittore affascinato dal lato oscuro dell'animo umano, che descrive l'atto dell'omicidio come suprema forma di liberazione dello spirito (la citazione iniziale, letta dallo stesso regista al pubblico).
Il killer, d'altro canto, anticipa le figure dell'assassino di "Fear City" (1984) e "Se7en" (1995): un folle che decide di imitare le pagine dei romanzi per liberare il mondo dai diversi, in questo caso gli omosessuali.
Il sottotesto omosessuale/omofobico presente in parte nella trilogia animale ed in "Profondo Rosso", qui trova un maggiore risalto: due delle vittime sono lesbiche, mentre il trauma alla base della demenza è scatenato da una figura femminile interpretata da Eva Robin's, che in quegli anni faceva scalpore a causa del suo status di transessuale. Argento non critica l'omosessualità, naturalmente, ma si limita a ritrarre un mondo incapace di accettarla se non come una devianza da eliminare.
Neal non segue gli omicidi, né insegue il killer in modo convenzionale o ossessivo come avveniva nelle pellicole precedenti. Il ruolo di testimone oculare ed inconscio viene così traslato sul giovane Gianni.
Fino, naturalmente, al colpo di scena finale, dove il ruolo dell'assassino e quello della vittima vengono sovvertiti: Neal uccide, a venti minuti circa dall'epilogo, il suo persecutore e ne prende il posto. I flashback si scopriranno risalire alla sua adolescenza, non a quella del primo assassino (interpretato dal caratterista John Steiner). Transfert che rivolta come un calzino la struttura narrativa introducendo una novità forte ed azzeccata. Argento ne approfitta anche sul piano visivo, creando un inquadratura poi saccheggiata innumerevoli volte nello slasher americano: il poliziotto interpretato da Giuliano Gemma si abbassa per rivelare la presenza dell'assassino alle sue spalle, nel "secondo finale".
In questo connubio di tradizione ed innovazione, "Tenebre" trova la sua forza: un thriller dalle tinte splatter avvincente e originale. Non un capolavoro: Argento aveva toccato quest'apice nel suo giallo con il cult del '75. Ma, allo stesso modo, una pellicola memorabile.
EXTRA
Tra i produttori della pellicola figura anche un rampante ed agguerrito tycoon dell'editoria audiovisiva che proprio in quegli anni andava cementificando il suo impero mediatico: Silvio Berlusconi.
Proprio durante una delle visite sul set romano, Berlusconi conosce la sua futura (ad oggi ex) moglie Veronica Lario, che nel film interpreta Jane. Tra i due è amore a prima vista, tanto che nei futuri passaggi televisivi di "Tenebre" sulle reti Fininvest e Mediaset, la sua crudele e cruenta sequenza di morte sarà tagliata per non offendere il grande padrone.
La scena è fortunatamente reperibile in ogni edizione Home Video del film. Su Youtube è stata inoltre caricata con un divertente titolo:
con: Anthony Franciosa, Daria Nicolodi, Giuliano Gemma, John Saxon, Mirella D'Angelo, Veronica Lario, Christian Borromeo, John Steiner, Ania Pieroni, Eva Robins, Carola Stagnaro.
Thriller/Gore
Italia 1982
---CONTIENE SPOILER---
Le incursioni nel fantastico di "Suspiria" (1977) e "Inferno" (1980) permisero ad Argento non solo di sperimentare registri e stili differenti nel suo cinema, ma anche di ripensare l'impianto classico del thriller. Tanto che quando ritorna al suo filone favorito, quello del "giallo", decide di farlo in modo inedito, spazzandone via alcune delle convenzioni e luoghi comuni, ripensandone la struttura sin nelle sue fondamenta ed infarcendolo con dosi talvolta più esasperate di violenza.
"Tenebre" si configura così come la variazione sul tema: laddove "Profondo Rosso" (1975) portava gli stilemi all'apice definitivo, quest'ultima opera li ripensa, mischiando le carte in tavola per creare qualcosa di nuovo, ma pur sempre perfettamente assimilabile ai classici.
"Tenebre" si configura così come la variazione sul tema: laddove "Profondo Rosso" (1975) portava gli stilemi all'apice definitivo, quest'ultima opera li ripensa, mischiando le carte in tavola per creare qualcosa di nuovo, ma pur sempre perfettamente assimilabile ai classici.
D'altro canto l'anno in cui "Tenebre" arriva al cinema è propizio; il 1982 rappresenta il punto di massima fama per l'horror italiano, dopo che il filone dei thriller a tinte forti si era esaurito a metà degli anni '70.
Un apice che prelude, purtroppo, alla discesa: l'avvento dello strapotere televisivo porta alla chiusura di molte piccole case di produzione, al dirottamento di fondi e capitali pubblici e non verso il piccolo schermo. Il cinema di genere comincerà a mutare presto faccia: niente più alti valori produttivi o violenza ed erotismo senza freni, niente più formato cinematografico o pellicole 35mm, soppiantate dai 4:3 e dal 16mm, che meglio si prestano alla conversione in segnale elettromagnetico. La morte di quella immensa fucina di talenti, idee ed emozioni è di lì ad un passo. "Tenebre" finisce così per rappresentare uno degli ultimi esemplari genuini di splatter made in Italy, nonché l'ultimo film perfettamente riuscito e davvero memorabile di Argento.
Appena giunto da New York, lo scrittore di gialli Peter Neal (Anthony Franciosa), il cui ultimo romanzo "Tenebre" sta riscuotendo un successo "innegabile", si ritrova invischiato in una stramba storia di omicidi: un folle serial killer mette in scena le morti da lui descritte, ricattandolo. Coadiuvato dalla sua amica ed amante Anne (Daria Nicolodi), dal giovane Gianni (Chistian Borromeo) e con l'aiuto dell'ispettore Germani (Giuliano Gemma), Neal cerca di venirne a capo.
La struttura di base, sia sul piano narrativo che su quello estetico-stilistico, è a grandi linee la medesima che Argento presentava in "L'Uccello dalle Piume di Cristallo" (1970) e perfezionava in "Profondo Rosso": straniero trapiantato in Italia viene invischiato in una serie di violenti delitti commessi da un killer psicotico, bardato in un paio di guanti neri. La serie di morti sembra infinita, finchè un doppio finale non porta alla risoluzione. Le morti sono grafiche, condite con sottotesti sessuali più o meno espliciti. L'omicida soffre di un trauma che rivive costantemente, viene introdotto con dei flashback, delle soggettive, dei dettagli di ciò che consuma e del suo occhio.
Nulla di nuovo, sembrerebbe. Se non fosse che Argento decide di svecchiare in parte la formula introducendo delle succulente varianti.
Eliminati i contrasti monocromatici di "Profondo Rosso", così come i colori vividi di "Suspiria" e "Inferno", Argento si diverte a trasformare le tenebre del titolo in una overdose di bianco e colori chiari. La luce neutra la fa da padrone anche nelle sequenze in notturna, rischiarando le truci morti dei personaggi. Abbondanza di colore che viene esasperata con i costumi dei personaggi ed il trucco pesante del personaggio di Anne sino a rasentare la bruciatura dell'immagine, ma senza mai scadere nell'obrobrio, per creare un effetto originale.
La macchina da presa, come al solito, si muove elegantemente sui set e tra i dettagli, fino al barocchismo: quell'insolito, insistito ed impossibile movimento che segue l'esterno della casa delle due lesbiche è puro virtuosismo, stile sulla sostanza allo stato puro, eppure magnifica gioia per gli occhi.
Ma la vera novità è nella caratterizzazione del protagonista, in parte, e sopratutto nel twist finale.
Neal non è uno sprovveduto come Marcus Daly, ma uno scrittore affascinato dal lato oscuro dell'animo umano, che descrive l'atto dell'omicidio come suprema forma di liberazione dello spirito (la citazione iniziale, letta dallo stesso regista al pubblico).
Il killer, d'altro canto, anticipa le figure dell'assassino di "Fear City" (1984) e "Se7en" (1995): un folle che decide di imitare le pagine dei romanzi per liberare il mondo dai diversi, in questo caso gli omosessuali.
Il sottotesto omosessuale/omofobico presente in parte nella trilogia animale ed in "Profondo Rosso", qui trova un maggiore risalto: due delle vittime sono lesbiche, mentre il trauma alla base della demenza è scatenato da una figura femminile interpretata da Eva Robin's, che in quegli anni faceva scalpore a causa del suo status di transessuale. Argento non critica l'omosessualità, naturalmente, ma si limita a ritrarre un mondo incapace di accettarla se non come una devianza da eliminare.
Neal non segue gli omicidi, né insegue il killer in modo convenzionale o ossessivo come avveniva nelle pellicole precedenti. Il ruolo di testimone oculare ed inconscio viene così traslato sul giovane Gianni.
Fino, naturalmente, al colpo di scena finale, dove il ruolo dell'assassino e quello della vittima vengono sovvertiti: Neal uccide, a venti minuti circa dall'epilogo, il suo persecutore e ne prende il posto. I flashback si scopriranno risalire alla sua adolescenza, non a quella del primo assassino (interpretato dal caratterista John Steiner). Transfert che rivolta come un calzino la struttura narrativa introducendo una novità forte ed azzeccata. Argento ne approfitta anche sul piano visivo, creando un inquadratura poi saccheggiata innumerevoli volte nello slasher americano: il poliziotto interpretato da Giuliano Gemma si abbassa per rivelare la presenza dell'assassino alle sue spalle, nel "secondo finale".
In questo connubio di tradizione ed innovazione, "Tenebre" trova la sua forza: un thriller dalle tinte splatter avvincente e originale. Non un capolavoro: Argento aveva toccato quest'apice nel suo giallo con il cult del '75. Ma, allo stesso modo, una pellicola memorabile.
EXTRA
Tra i produttori della pellicola figura anche un rampante ed agguerrito tycoon dell'editoria audiovisiva che proprio in quegli anni andava cementificando il suo impero mediatico: Silvio Berlusconi.
Proprio durante una delle visite sul set romano, Berlusconi conosce la sua futura (ad oggi ex) moglie Veronica Lario, che nel film interpreta Jane. Tra i due è amore a prima vista, tanto che nei futuri passaggi televisivi di "Tenebre" sulle reti Fininvest e Mediaset, la sua crudele e cruenta sequenza di morte sarà tagliata per non offendere il grande padrone.
La scena è fortunatamente reperibile in ogni edizione Home Video del film. Su Youtube è stata inoltre caricata con un divertente titolo:
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