sabato 16 luglio 2016

E.T.- L'Extra-Terrestre

E.T. the Extra-Terrestrial

di Steven Spielberg.

con: Henry Thomas, Drew Barrymore, Robert Mac Naughton, Dee Wallace, Peter Coyote, C.Thomas Howell.

Fantastico

Usa (1982)














Pietra miliare del cinema fantastico e fiaba a sfondo fantascientifico che ha incantato almeno due generazioni di spettatori, "E.T." è per molti il punto più controverso della carriera di Spielberg; da chi lo osanna come un capolavoro assoluto della Settima Arte a chi lo stronca senza mezzi termini come una cavolata per bambini, non sembra esserci ad oggi, 34 anni dopo la sua uscita nelle sale, una posizione univoca o condivisa su uno dei lavori più importanti del Re Mida di Hollywood. Il che è un vero e proprio scandalo se si tiene conto di come pregi e difetti della pellicola siano facilmente enunciabili e quantificabili in modo pressoché oggettivo; basta andare al di là delle semplici impressioni o passioni personali, o, più semplicemente, porsi nel mezzo dei due poli ossessivi.




Quando Spielberg comincia la pre-produzione del suo settimo lungometraggio, è già un regista osannato pressocchè da tutto il mondo, che ha diretto due dei più grandi campioni di incasso di sempre ("Lo Squalo" e "I Predatori dell'Arca Perduta") ed è pronto a frantumare nuovamente ogni record. D'altro canto, appena sette giorni prima dell'uscita nelle sale di "E.T.", trionfava di nuovo con "Poltergeist", istant cult che si impose immediatamente nell'immaginario collettivo americano e non. Lo stesso "E.T.", per la cronaca, diverrà uno dei massimi successi commerciali della storia, superando il record stabilito cinque anni prima da "Guerre Stellari", imponendosi come il film più visto di sempre e divenendo il trionfatore inarrivabile nella competizione di quella lunga e afosa estate americana dell'82, durante la quale le sale furono invase da una decina di pellicole poi diventate di culto, andando persino ad incidere negativamente sulle performance di due veri capolavori, "Blade Runner" e "La Cosa", divenuti dei flop a causa della monopolizzazione del pubblico da parte del simpatico alieno luminoso.
L'idea alla base del film è quella di un incontro con creature extraterrestri che si diversificasse da quanto visto in "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo" (1977) per raggiungere più da vicino lo stato emozionale dello spettatore. Spielberg comincia a svilupparla assieme allo sceneggiatore John Sayles, autore di "Return of the Secacus Seven", che già nel 1979 portava su schermo l'incontro tra dei giovani uomini ed una creatura extraterrestre. La prima stesura del soggetto era lontana anni luce dal prodotto finito: ambientato nel Mid-West, raccontava la storia di un feroce assedio a danno di una famiglia americana tipo da parte di un gruppo di animaleschi alieni, tra i quali figurava anche un piccolo essere più "umano" che stringeva amicizia con il figlio più piccolo. Versione ritenuta da Spielberg troppo inutilmente cupa e per questo più volte rimaneggiata sino alla sua forma definitiva.
L'intenzione dell'autore è chiara: creare una vera e propria favola moderna che narri l'incontro pacifico tra un essere alieno ed un bambino terrestre, una sorta di espansione del finale di "Incontri Ravvicinati", narrato totalmente dal punto di vista dei piccoli. In fondo, "E.T:" altro non è che questo: una perfetta storia per ragazzi, che ha il suo punto forte nel sapere stare alla loro altezza senza trattarli come immaturi o stupidi, anzi riuscendo a colpire perfettamente le corde emozionali più difficili da raggiungere senza mai scadere nel ridicolo o nel ricattatorio. Pregio che però è anche un forte limite.




Come Gilliam fece ne "I Banditi del Tempo" (1981), anche Spielberg riprende totalmente il punto di vista dei piccoli. Il mondo ruota intorno ad Eliott (Henry Thomas), la sua sorellina Gertie (Drew Barrymore) e il fratello maggiore Michael (Robert MacNaughton). L'unica figura genitoriale, la madre interpretata da Dee Wallace, è totalmente ancillare alla storia, mentre l'assenza della figura paterna viene resa dall'autore con una trovata geniale: tutte le figure maschili, come il preside (che la leggenda vuole essere interpretato da Harrison Ford) o il poliziotto appaiono sempre e solo di spalle in inquadrature fisse. Lo stesso villain, lo scienziato interpretato da Peter Coyote, viene inquadrato per oltre metà film solo tramite il dettaglio rivelatore del mazzo di chiavi attaccato alla cintola. In "E.T." il mondo viene sempre filtrato dalla prospettiva dell'infante, visto dal basso verso l'alto e immerso nella luce della fantasia.
Ecco perchè l'incontro con il mite alieno riesce ad incantare e coinvolgere: lo sguardo è quello curioso e semplice di un bambino con il quale lo spettatore è chiamato ad identificarsi. Ed è facile immergersi nei panni di Eliott e compagni: personaggi che incarnano ogni singolo aspetto della gioventù dei primi anni '80, dalle abitudini ai costumi, ma che hanno caratteri universali.




Spielberg riesce a creare la magia definitiva, a far commuovere il pubblico per le sorti di un extraterrestre che riesce davvero ad incantare. Una creatura quasi angelica nella sua semplicità, E.T. è l'amico immaginario che ogni bambino ha avuto, un lampo di fantastico che irrompe nella quotidianità della suburbia americana più comune. Un essere fuori dal tempo e dallo spazio, emblema universale della mite curiosità. Facile, poi, vedere nella sua morte e rinascita un elemento cristologico, ma si tratta di pura speculazione: Spielberg è ebreo, non vuole creare nessuna metafora o simbologia, solo narrare la storia di un singolare incontro.






Per farlo crea sequenze visionare ed incantevoli, come la fuga finale nei cieli, omaggio sentito a "Miracolo a Milano"(1951) di De Sica, o la divertente sequenza dell'ubriacatura "a distanza". Mentre sul piano narrativo gioca con i ruoli e le maschere. E.T. ed Eliott sono l'infanzia, che vuole essere libera e felice, priva di costrizioni, mentre i soldati, ossia gli adulti, incarnano più volte figure di riferimento quasi fasciste nella loro ossessione per il controllo, bardati nelle vesti militari, irrompendo in casa come veri alieni in tute spaziali.






Ma la vera empatia verso il piccolo alieno riesce sopratutto grazie agli stupefacenti effetti speciali di Carlo Rambaldi, che crea un animatronic dall'espressività sbalorditiva. La gamma di espressioni, i movimenti della testa e degli occhi rendono E.T. tanto vero quanto gli attori che lo circondano, in un passaggio essenziale e definitivo dell'effetto speciale ad elemento narrativo.





Laddove il film inciampa è nel finale. Non tanto nella scelta di un happy ending, praticamente dovuta e comunque emozionante. Quanto nella mancanza di una vera catarsi verso la tematica genitoriale. Non c'è una presa di coscienza di Eliott o di qualsiasi altro personaggio verso quella mancanza della figura paterna intessuta durante tutto il film. Così come non c'è il superamento della stessa. Allo stesso modo, il padre putativo dei ragazzi, ossia il capo degli scienziati, non ha una vera e propria catarsi, nonostante si faccia riferimento ad una sua fascinazione verso la figura dell'extraterrestre. Ogni possibile approfondimento psicologico e narrativo viene sacrificato alla pura emozione, alla meraviglia e alla commozione; in ossequio ai dettami della favola, si potrebbe affermare, ma andando lo stesso a gettare nel nulla parte della storia precedentemente mostrata.
Questo è il grande limite di "E.T.": una pellicola che rinuncia a parte della sua stessa sostanza pur di dare al pubblico ciò che vuole. Nella migliore e al contempo peggiore tradizione del cinema di Spielberg, ripresa da "Incontri Ravvicinati" e che da qui in poi diverrà sempre più pregnante all'interno della stessa.



EXTRA


Sulla scorta dell'ossessione compulsiva dell'amico Lucas per le riedizioni celebrative dei suoi vecchi film, nel 2001 Spielberg rimise mano ad "E.T." per creare una versione speciale per il 20° anniversario. Uscita in sala un anno dopo, questa nuova versione presenta delle modifiche a dir poco oscene al montato originale:


Gli splendidi SFX di Rambaldi sono stati sostituiti con un'imbarazzante CGI in diverse inquadrature. Il confronto è impietoso: la computer graphic è plasticosa e si amalgama malissimo con la fotografia originale, creando un effetto imbarazzante nel passaggio tra effetti in camera e post-prodotti.


Per la gioia dei fans della censura inutile, nella scena dell'inseguimento finale i fucili imbracciati dagli agenti della CIA sono stati sostituiti con delle radiotrasmittenti. Il ridicolo lo si raggiunge in pieno quando ci si accorge di come, nelle inquadrature precedenti, gli stessi agenti sfoderano armi a tutto spiano.



Lo sconsolante esito di questa sciagurata riedizione ha portato lo stesso autore a disconoscerla: nelle successive edizioni in DVD è stata distribuita in un combo-pack con l'originale, mentre in Blu-Ray è arrivata solo quest'ultima versione.


A Natale 1982, i negozi americani furono invasi dall'adattamento videoludico del film.



Titolo a dir poco leggendario, "E.T." per Atari 2600 è tutt'oggi ricordato come uno dei peggiori videogames mai concepiti. Il suo flop fu talmente cocente da portare la Atari, all'epoca colosso dell'intrattenimento elettronico, alla bancarotta e a causare la famosa implosione del mercato videoludico dell'82, durato oltre un anno.
Nel 2014 lo sceneggiatore Zak Penn ha diretto il documentario "Atari: Game Over", rievocazione dell'ascesa e caduta della famosa software house che sfata la leggenda metropolitana sul presunto seppellimento cerimoniale delle copie superstiti del gioco nel deserto del New Mexico.





Anche "E.T." è stato l'apripista di un filone, quello del "fantastico a misura di ragazzo", dove un gruppo di pre-adolescenti si ritrova alle prese con avventure rutilanti e fantasiose. Tra gli esponenti più influenti, almeno due hanno raggiunto lo status definitivo di cult e sono ad oggi oggetto di riverenza nostalgica:



"I Goonies", prodotto da Spielberg e diretto dallo specialista Richard Donner nel 1985, sostituisce lo sfondo fantascientifico con quello avventuroso, immergendo il gruppo di giovani protagonisti (tra i quali figurano anche Josh Brolin, Sean Astin e Corey Feldman) in una caccia al tesoro degna di Indiana Jones.



"The Monster Squad" (giunto in Italia con il fuorviante titolo "Scuola di Mostri") del 1987, scritto da Shane Black e diretto dall'amico Fred Dekker, fonde il filone con l'omaggio sentito ai classici dell'horror della Universal, condendo il tutto con gli straordinari effetti di Stan Winston.

mercoledì 13 luglio 2016

It Follows

di David Robert Mitchell.

con: Maika Monroe, Bailey Spry, Keri Gilchrist, Lili Sepe, Olivia Luccardi, Jake Weary.

Horror

Usa 2014

















Quando l'horror di matrice indie ha poco da dire, i risultati non possono che essere ridicoli. Tanto che "It Follows" può essere considerato come il perfetto esempio di pellicola che si rifà a uno stilema codificato, cercando disperatamente di attrarre l'attenzione del pubblico (riuscendoci, tra l'altro, visto l'ottimo riscontro ottenuto), ma senza riuscire a dire nulla di originale o stimolante, anzi afflosciandosi sui peggiori clichè possibili. Perchè di sbagliato, nel secondo film di David Robert Mitchell, c'è davvero molto, a cominciare dalla premessa.




L'idea di un essere arcano che perseguita chiunque faccia sesso arriva dritto dall'horror anni '70, ma l'idea di orrore alla sua base è totalmente diversa. Laddove le maschere di Michael Myers e Jason Voorhes incarnavano (o tentavano di incarnare) la punizione verso la libertà sessuale ottenuta ad inizio decennio, la vendetta di modo di pensare arcaico che ingenerava la paura del castigo immotivato, la presenza di "It Follows" sembra uscita direttamente da uno spottone repubblicano sull'astinenza da sesso da imporre ai giovani. Non un castigo, nè la metafora di una malattia venerea, tantomeno la scoperta di orrore fisico come in "Alien" (1979) o "Shivers" (1975), questa sorta di catena di Sant'Antonio assassina serve a Mitchell (stando alle interviste rilasciate a margine della presentazione del film al Fangoria Film Festival) unicamente per innescare la storia e far proseguire gli eventi. Un pretesto che finisce per divenire maldestramente pistolotto reazionario, esplicitazione di una paura del contatto fisico priva di ogni base razionale, per questo altamente irritante.
La caratterizzazione estetica della presenza in sé è poi alquanto ridicola: un essere che si manifesta solo a chi ha "osato" congiungersi che prende le forme di personaggi random, talvolta inquietanti, talaltra francamente ridicoli, come nel caso della vecchia in camicia da notte o del temibile tizio in calzamaglia bianca.




Mitchell si rifà allo stile di molti cineasti europei per la sua messa in scena (Refn per costruzione maniacale dell'inquadratura, Haneke per il distacco chirurgico verso gli eventi) e ad alcuni colleghi americani per l'estetica (la frontalità di Wes Anderson, l'uso di musiche in synth come Adam Wingard), ma non riesce mai a creare una tensione davvero avvertibile. Troppo semplice chiudere ogni sequenza con un anticlimax salvifico, con l'intervento di un deus ex machina a risolvere la situazione o affidarsi ai sempre cari jump-scare. La tensione non raggiunge mai un vero culmine, lasciando freddi, quasi infastiditi dall'ossessione per il regista per una forma priva di qualsiasi sostanza.





Quel che è peggio, ogni singola scena gronda di riferimenti al cinema indie e alla cultura hipster: dall'uso di oggetti di scena vetusti e fuori tempo alle citazioni colte di Eliot e Dostoevskij, Mitchell urla il suo status di autore in modo ridicolo. Sopratutto quando ci si rende conto della sua incapacità di creare personaggi complessi e che si allontanino dagli stereotipi. O quando non riesce nemmeno a creare un finale che dia una chiusura effettiva alla vicenda.

martedì 5 luglio 2016

Apocalypse 2024

 A Boy and his Dog

di L.Q. Jones.

con: Don Johnson, Tim McIntire, Jason Robards, Susanne Benton, Alvy Moore, Charles McGraw, Ron Feinberg, Michael Rupert.

Fantascienza/Grottesco

Usa 1975













Quando si parla di pellicole seminali, un film come "Apocalypse 2024" passa solitamente inosservato. E' stato facile sia per il grande pubblico che per la critica dimenticare questo piccolissimo film, divenuto tra l'altro un cult solo per pochi. Il perchè è anche facile da spiegare: non è di certo una pellicola memorabile o perfettamente riuscita, quanto un B-Movie in piena regola che fa dell'originalità della storia e dell'acidità del tono i suoi punti di forza.
Pur tuttavia, l'importanza che l'exploit di L.Q. Jones e Harlan Ellison è innegabile. Prima ancora del mitico "Mad Max 2" (1981), fu proprio questo bizzarro ed affascinante film a portare su schermo immagini di una società del dopo-bomba, dove la razza umana è regredita allo stato primitivo.




Alla base del film c'è il racconto omonimo "A Boy and his Dog" che Ellison scrisse nel 1969, ricompreso nella celebre antologia "The Beast that Shouted Love at the Heart of the World", i cui diritti furono presto acquisiti da Jones, noto e apprezzato caratterista che all'epoca tentava di avviare una propria carriera da regista. Ottenuto il beneplacito dell'autore, la produzione riesce a portare a bordo Jason Robards nei panni del capo della comunità di Topeka e, sopratutto, trova un perfetto protagonista in un giovane e sconosciuto Don Johnson.
Distribuito inizialmente nel solo circuito dei drive-in, il film riscuote un ottimo successo, ma arriva in sala solo nel decennio successivo, ricevendo nuovamente un'ottima accoglienza anche presso la comunità femminista, che ne loda il tono misantropico (in Italia in film arriva con il titolo "Un Ragazzo, un Cane, due inseparabili Amici" riscuotendo un discreto successo, per poi essere distribuito anni dopo in home-video con il titolo internazionale "Apocalypse 2024"). Successo tutto sommato meritato: nonostante qualche incertezza, quello di Jones è un buon esempio di cinema di serie B.




"La IV Guerra Mondiale durò cinque giorni". Dopo c'è solo il caos. L'umanità è tornata allo stato brado, organizzata al massimo in piccolissime comunità dedite al baratto. Tra le "wasteland", il giovane Vic (Johnson) vaga assieme al suo cane  mutante Blood (doppiato dal cantautore Tim McIntire), dotato della capacità di comunicare con alcuni umani. La forza di Vic permette al duo di fare provviste, mentre il fiuto di Blood permette al partner di trovare tutte le donne di cui ha bisogno per appagare la sua insaziabile libido. Finchè i due non si imbattono nella misteriosa e bellissima Quilla (Sussanne Benton).




La civiltà non esiste più. Gli uomini, sia i superstiti alla guerra che i figli del dopobomba, sono dei barbari le cui priorità coincidono con l'appagamento degli istinti; la sopravvivenza è divenuta l'imperativo e l'essere umano è così ridotto ad un animale. Tanto che Vic non è dissimile da una bestia: un ragazzo irriverente, sboccato, privo di qualsiasi ideale o anche idea, viaggia per il deserto a caccia di cibo e donne. Non un semplice sopravvissuto, ma l'uomo nuovo di un mondo privo di ogni forma di istituzione.
Blood è il suo opposto; personaggio razionale, dotato di uno spiccato e sagace senso dell'umorismo, è lui tra i due ad avere la testa sulle spalle, a non lasciarsi trasportare dallo stomaco neanche quando è vuoto. Ed è sempre lui a rappresentare la "memoria storica collettiva", impartendo all'umano lezioni di storia da tramandare ai posteri.





Al di sotto delle wasteland si è formata invece una società del tutto antitetica, comandata con il pugno di ferro dal patriarca Lou (Robards) ed i membri del "consiglio". Una civiltà che ricalca quella dell'America degli anni '50, dove l'innocenza e il duro lavoro vengono imposti sino al punto che gli abitanti devono dipingersi il volto per simulare costantemente l'allegria. Un mondo, in fin dei conti, non meno barbaro di quello di sopra, dove un governo tirannico spadroneggia sui sopravvissuti progammandone in modo preciso e puntuale usi e gusti, punendo con la morte chiunque non segua i precetti, letti costantemente da una voce registrata.






Jones e Ellison ritraggono così due mondi opposti e complementari. Sopra, una sorta di protociviltà che vive delle macerie di quella vecchia, dove i solitari sono vestiti di stracci, combattono e viaggiano con i rottami del passato e sono pronti a qualsiasi bassezza per appagare il ventre. Di sotto, un totalitarismo che impone il perbenismo conformista per cercare di riprodurre in modo meccanico usi e costumi di quel mondo ormai distrutto, dove gli anni '50 rappresentano al contempo innocenza e orrore.
Il lavoro svolto sui costumi e le locations è esemplare e connota in modo definitivo quello che sarà il look della post-apocalisse. Lo stesso George Miller ammetterà più volte e senza giri di parole di esservisi ispirato per il suo film, limitandosi ad introdurre alla formula elementi dello spaghetti western di stampo leoniano.






Se nell'estetica "Apocalypse 2024" è avvenieristico e, per questo, perfettamente godibile, è nello stile che purtroppo perde parte della sua riuscita; Jones crea un film a tratti goffo, superficiale e troppo attaccato alla sua matrice letteraria.
Al suo primo lungometraggio, il regista non padroneggia bene la grammatica filmica, finendo per affossare la spettacolarità di alcune scene, come la sparatoria nel seminterrato, troppo confusa nell'uso del montaggio e priva di vera tensione. Allo stesso modo, alcune scelte stilistico-estetiche sono indigeste, come l'uso dell'effetto sonoro di un sonar per mimare l'olfatto del cane.
Al pari di Ellison, anche il regista-sceneggiatore si limita a descrivere la post-apocalisse, senza tentare di ampliarne la portata narrativa o simbolica. La sceneggiatura non aggiunge nulla di nuovo al racconto e la narrazione finisce così per essere troppo lineare, perdendo di vista possibili approfondimenti dei temi trattati.






L'esito è così imperfetto, ma lo stesso interessante. Un piccolo film, sconosciuto ai più nonostante la sua aurea di cult, che può davvero vantare un primato assoluto: l'aver anticipato mode e tendenze che di lì a poco sarebbero esplose. Ed è per questo che è ancora oggi merita di essere visto e ricordato.





EXTRA


Oltre ad aver ispirato la saga del "folle" dell'Outback, "Apocalypse 2024" ha anche imposto il suo stile in ambito videoludico. La fortunata serie di RPG "Fallout" riprende dal film non solo lo stile per la creazione della società post-apocalittica (unendolo a quello dei film di Miller), ma anche la fascinazione retrò per gli anni '50.


R.I.P. Abbas Kiarostami



1940-2016




domenica 3 luglio 2016

R.I.P. Michael Cimino





1939-2016


In pochi oggi lo ricordano, ma Michael Cimino è stato uno dei numi più importanti del cinema americano. 
Durante gli anni di quell'incredibile esperienza artistica ed umana che fu la New Wave di Hollywood, Cimino scala rapidamente la gerarchia degli studios, esordendo dapprima come sceneggiatore per "Silent Running" (1972) e "Una 44 Magnum per l'Ispettore Callaghan" (1973), per poi passare immediatamente dietro la macchina da presa con lo splendido "Una Calibro 20 per lo Specialista" (1974), sempre affiancato da Clint Eastwood.
Con "Il Cacciatore" (1978) firma uno degli apici del movimento degli autori in America: immenso successo di critica e di pubblico, diviene il perfetto ritratto di una generazione spezzata dalla guerra e dalle avversità della vita, nonostante le ilari polemiche di fascismo che gli furono accreditate.
Ancora più importante è però il successivo "I Cancelli del Cielo" (1980). Produzione imponente, nella quale ottiene il pieno controllo e con la quale crea il western più epico e al contempo amaro mai visto, perfetto spaccato della nascita di una nazione le cui radici affondano nel sangue dei poveri. Che si rivela, fatalmente, come il flop più cocente di sempre: appena 1 milione e mezzo di incasso in patria a fronte di oltre 44 milioni di budget in totale, fu la pellicola maledetta che pose fine per sempre a quella politica autoriale che tanto diede al cinema americano.
Provato da quell'esperienza distruttiva, Cimino torna alla cabina di regia solo nel 1985, per dirigere un altro capolavoro, "L'Anno del Dragone", poliziesco metropolitano semplicemente perfetto nella messa in scena e nella descrizione delle dinamiche tra legge e corruzione.
Con appena 7 film diretti, il grande artista si ritira a vita privata nel 1996, ritagliandosi un timido ruolo da romanziere occasionale, provato ancora più intimamente da un tumore che lo costringe ad una pesantissima cura ormonale che lo spinge alle soglie del cambiamento di sesso e contro il quale lotterà per oltre 20 anni.
Si spegne nello stesso anno in cui se ne è andato uno dei suoi collaboratori più preziosi, quel Vilmos Zsigmond al quale i suoi capolavori tanto devono. Se ne va in silenzio, lontano dalla fama e dalle luci del successo. Lasciandoci, però, un'eredità incredibile.





"Una Calibro 20 per lo Specialista" (1974)






"Il Cacciatore" (1978)






"I Cancelli del Cielo" (1980)




"L'Anno del Dragone" (1985)






"Il Siciliano" (1987)





"Ore Disperate" (1990)






"Verso il Sole" (1996)

mercoledì 29 giugno 2016

Napoli Napoli Napoli

 di Abel Ferrara.

con: Abel Ferrara, Luca Lionello, Salvatore Ruocco, Beneditto Sicca, Shanyn Leigh, Salvatore Striano, Ernesto Mahieux, Peppe Lanzetta, Anita Pallenberg, Giovanni Capalbo.

Italia 2009


















Come tutti gli autori italo-americani, anche Abel Ferrara è ossessionato dalle sue origini italiane. Proprio lui, nato nel Bronx, cresciuto tra quelle strade luride e disperate, si è lasciato ammaliare da quel suo sangue mediterraneo, sbattendo il muso con una realtà non proprio rosea durante la tormentata lavorazione di "Mary" (2005) e "Go Go Tales" (2007). Eppure quel richiamo continua ad essere irresistibile, tanto che nel 2007 finisce per volgere il suo sguardo proprio verso quell'Italia alla quale deve gli atavici natali.
Il padre di Ferrara era infatti figlio di immigrati ebrei originari di Sarno, in Campania, che dovettero persino cambiare il loro cognome di battesimo per non dimenticare il luogo di nascita. Il grande artista si concede così un lungo soggiorno a Napoli, la bella Napoli, la Napoli delle canzoni di Dean Martin che ha stregato due generazioni di americani con la pizza, il mare e la musica.
O no.
Perchè a Ferrara non interessano i paesaggi baciati dal sole, le bellezze mediterranee, i babà e la pizza con la pummarola 'ncopp. Con un coraggio inedito, ma tutto sommato prevedibile, si addentra nel cuore più nero di Napoli, lasciandosi alle spalle i paesaggi da cartolina per perdersi tra i meandri di quello squallore materiale e morale che è humus perfetto per la criminalità, finendo per dare uno spaccato impietoso della città e dei suoi cittadini.
Uno sguardo che arriva in sala nel 2009, ma che viene elaborato a partire nel 2007, ossia prima che il successo di "Gomorra" (2008) di Garrone e del romanzo omonimo di Saviano riuscissero a portare l'attenzione del grande pubblico verso quel mondo. Tanto che il lavoro del regista del Bronx e dei due autori italiani è in fondo speculare: laddove Saviano e Garrone rielaboravano in forma di fiction fatti e situazioni reali, Ferrara si lascia aiutare da Gaetano di Vaio (che in quella Camorra ci aveva militato per davvero e che poi, pentito, ha fondato il collettivo "Figli del Bronx") e penetra a fondo in una realtà scomoda, alternando interviste disperate a ricostruzioni artistiche come nel precedente "Chelsea on the Rocks" (2008), con risultati efficacissimi.




D'altro canto, solo Napoli poteva essere la location di questo excursus: quei vicoli labirintici e asfissianti che grondano violenza, disperazione e una devozione religiosa primordiale, quasi superstiziosa sono il perfetto corrispettivo italiano della sua New York. Ma laddove l'archetipo ferrariano era un personaggio dannato che cosciente del suo stato cercava, spesso, una forma di redenzione, una scappatoia da quell'inferno metropolitano, in "Napoli Napoli Napoli" è la disperazione a trionfare. Non può esserci salvezza per la città o per i suoi abitanti: il buco nero che l'ha inghiottita ha le sue radici in un passato remoto che sembra ripetersi in eterno. Prendendo in prestito le immagini di un vecchio documentario d'epoca, "Napoli Sessantasei", Ferrara crea un ponte lungo quarant'anni per dimostrare come quel boom economico che ha cambiato il volto dell'Italia, a Napoli ha in realtà fallito su tutta la linea.
Il disastro architettonico e umano delle Vele di Scampia arriva così puntuale, nelle immagini e nelle parole degli attivisti che cercano (ormai da anni) di far sparire quell'orrore infestato dalla microcriminalità per far risorgere un popolo che cerca disperatamente di ritrovare una forma di umanità.
Popolo che vive nel film con le numerose interviste. Le "teste parlanti" che compongono la parte più riuscita, si alternano tra ex magistrati, attivisti di centri sociali, giornalisti e (nella parte più toccante e scottante) le detenute di una casa circondariale femminile. Dinanzi alle loro parole, Ferrara decide di sparire, di limitarsi ad assistere alla descrizione di un mondo impossibile da filmare nella sua interezza e che per questo può solo essere inteso, al massimo spiato con veloci inquadrature rubate alla quotidianità.






Il coraggio di chi interviene sta in due affermazioni politiche che, è inutile negarlo, sono di un'importanza capitale. La prima è la presa di coscienza dell'esistenza di un popolo nel popolo: la "plebe", i "mao mao", quel populino che con il suo misto di arroganza, disperazione e atavica ignoranza va a gonfiare le fila della criminalità organizzata, contribuendo all'intensificarsi della decadenza umana e morale della città. Un dito puntato, per una volta, non solo contro le istituzioni perennemente assenti o l'operato di pochi, ma contro quello stesso popolo in grado di pensare solo a sé stesso e per questo causa suprema ed ineliminabile della propria rovina. La seconda è insita dell'affermazione della convenienza dello stato di emergenza che affligge Napoli, utile  ad ottenere quegli aiuti dallo Stato centrale di volta in volta bruciati dagli amministratori e dai mafiosi conniventi.
Non c'è manicheismo, né sensazionalismo: il ritratto truce è a tinte talmente forti da accecare, proprio perché ad opera di un autore alieno a quella realtà che ha saputo approcciarvisi senza pregiudizi.
La lucidità dello sguardo non cala neanche dinanzi alle tragedie di quelle detenute che, figlie di un mondo dedito alla criminalità pur di sopravvivere, si ritrovano anche giovanissime a passare la loro vite tra le sbarre. Vite segnate indelebilmente dalla droga, distrutte dalla mancanza dei più basici valori umanitari, marcate da perdite e violenza, che Ferrara riprende con distacco, facendone emergere tutta la forza. Nelle loro parole, la mancanza di discernimento, quella vis dei "mao mao" si carica di una drammaticità insostenibile, quasi disturbante per la loro totale mancanza di coscienza: persone che hanno conosciuto solo l'oscurità di una vita priva di valore e dalla quale non riescono ad emanciparsi forse perchè non vogliono.






Laddove il grande artista inciampa è nella concezione delle sezioni di fiction che si alternano alle interviste: tre storie di violenza e sopraffazione che non sempre riescono a cogliere nel segno.
Nella prima, che apre il film, assistiamo alla giornata tipo di un gruppo di detenuti; asserragliati come conigli in una stanza di pochi metri quadrati, cercano di creare una forma di normalità ripetendo i gesti e i riti della vita quotidiana, ma finiscono lo stesso in preda alla violenza, in una storia priva di mordente.
La seconda segue due affiliati della Camorra in una scampagnata per uccidere un loro compagno venduto. Tra visioni dalle metafore sfuggenti ed il contrasto con la bellezza della campagna, a restare impresso è solo il bel monito recitato da Ernesto Mahieux: spesso si confonde il bene con il piacere.
Più riuscita è invece la storia della giovane donna interpretata da Shannyn Leigh, la bellissima compagna del regista. Ragazza dalla bellezza quasi metafisica, costretta dagli eventi a vivere in strada, nonché vittima degli abusi di un genitore volgare e violento. Fatta salva la descrizione didascalica del padre, Ferrara riesce a creare una metafora riuscita sull'ignoranza che distrugge l'innocenza, che resta impressa grazie a quel finale disturbante.
Tanto che, per coraggio e perizia, "Napoli Napoli Napoli" potrebbe essere un esempio da seguire per molti filmmaker italiani interessati alla sanguinante "questione del sud": girato con pochi mezzi, ma tanto spirito, è forte della grandezza di un autore in grado di pensare fuori dagli schemi e di dimostrare un coraggio indomito e una volontà priva di compromessi.

martedì 28 giugno 2016

R.I.P. Bud Spencer




1929-2016

Il "gigante buono" del cinema italiano, Carlo Pedersoli, deve essere ricordato per quella irresistibile maschera che tra gli anni '70 e '80 si impose nell'immaginario collettivo nostrano. Barba folta, fisicità imponente, broncio infantile perennemente inarcato sul muso, con lo pseudonimo finto-americano "Bud Spencer" riuscì a divenire parte integrante di quell'incredibile caleidoscopio di immagini, idee e tormentoni che fu il cinema pop italiano, in una serie di pellicole naif e ripetitive, ma sempre garbate, mai volgari, anche per questo tutt'oggi godibili e divertenti. Sapendo al contempo ritagliarsi anche ruoli più seri: in "Torino Nera" (1972) di Lizzani, incarna il figlio di quel proletariato inghiottito dalla violenza, mentre in "Piedone lo Sbirro" (1973), primo capitolo della serie lontanissimo dalle derive comiche, incarna un poliziotto duro che si scontra contro la Camorra da strada.