martedì 26 luglio 2016

Phenomena

di Dario Argento.

con: Jennifer Connelly, Donald Pleasance, Daria Nicolodi, Fiore Argento, Federica Mastroianni, Fiorenza Tessari, Dalila Di Lazzaro, Patrick Bauchau, Mario Donatone, Davide Marotta.

Horror/Thriller

Italia 1985















Nel 1985 il cinema di genere italiano aveva già cominciato a ripiegare su sè stesso, pronto a scomparire per sempre, inglobato dapprima nel circuito televisivo per poi essere semplicemente dimenticato.
Dario Argento, dal canto suo, era ancora all'apice della fama e i suoi film rappresentavano sempre un appuntamento importante sia per gli estimatori dell'horror che per gli spettatori dal palato più fine, attratti più dal nome dell'autore che dalle sue opere, come tradizione italiota vuole.
Ma con "Phenomena", il genio argentiano comincia a vacillare. Con una trovata singolare, l'autore decide di fondere il classico schema del giallo con le incursioni nel fantastico, dal quale si era fatto attrarre per il capolavoro "Suspiria" (1977) e lo sperimentale "Inferno" (1980). Fusione che però non riesce ed il risultato è un film sicuramente godibile, ma afflitto da una serie di difetti di struttura e messa in scena inaspettati.





La giovane Jennifer Corvino (Jennifer Connelly) si trasferisce in un collegio di lusso in Svizzera, dove un misterioso assassino miete vittime tra le studentesse. Jennifer ha però un asso nella manica: un bizzarro potere psionico che le permette di cominicare con gli insetti. Con l'aiuto del dottor McGregor (Donald Pleasence), entomologo ed assistente della polizia, la giovane tenterà di scoprire la vera identità del killer.





La struttura di basa è quella iper-collaudata del giallo argentiano: killer sanguinario in un contesto di apparente tranquillità, detective per caso, sequenza di omicidi, rivelazione dell'identità nel terzo atto e contro-finale che scombina le poche certezze del post-climax. Torna da "Suspiria" la trovata della studentessa straniera in una scuola di lusso, mentre l'ordinario dettaglio dei guanti neri del killer viene sostituito da quello dell'arma del delitto, una lancia smontabile che ricorda il cavalletto del seminale "L'Occhio che Uccide" (1980). La novità effettiva sta tutta in due elementi: l'ibridazione con l'elemento sovrannaturale e la costruzione anticlimatica degli omicidi.
Quest'ultimo aspetto è il più riuscito dei due (anche se preso a sé risulta ben poco affascinante alla prova dei fatti). La violenza grafica è quasi assente: ogni morte avviene praticamente fuori scena, ogni dettaglio cruento non appare su schermo. Il sangue viene risparmiato quasi tutto per il finale, in particolare per la morte dell'assassino. Se sulla carta la scelta sembrerebbe interessante, una volta portata su schermo ci si accorge di come in questo modo la tensione finisce immancabilmente per allentarsi: non si ha più quella sensazione di ineluttabilità nella morte che accompagnava gli omicidi di "Profondo Rosso" (1975) o "Tenebre" (1982) e la sequela di uccisioni, restando confinate fuori dalla visione dello spettatore, finisce per non spaventare. La tensione finisce così per tornare unicamente nell'ultimo atto, dove oltre alla violenza ad inquietare è anche il setting, quella fantasmatica "piscina di cadaveri" vera e propria visione d'incubo, forse ispirata ad una sequenza simile di "Poltergeist- Demoniache Presenze", uscito appena tre anni prima; così come la rivelazione finale sull'omicida non può non portare alla mente "Venerdì 13" (1980), facendo facilmente intuire i debiti di ispirazione.




L'elemento sovrannaturale, bizzarro ed interessante, non si amalgama a dovere con la storia. I poteri di Jennifer vengono usati solo raramente e quando fanno la loro comparsa per aiutarla nelle indagini, lo script si dimostra poco fantasioso. La progressione è sempre lineare e prettamente logica, arginando ogni possibile deriva bizzarra o davvero inusuale, finendo per affossarne in parte il fascino.
Nonostante il budget sostanzioso (quasi 4 milioni dell'epoca), i limiti tecnici sono talvolta imbarazzanti. Non tanto quelli relativi agli effetti ottici usati per dar vita agli insetti (si tratta pur sempre di una produzione europea degli anni '80), quanto quelli della fotografia e della messa in scena. Se le immagini telescopiche dei dettagli sugli invertebrati sono davvero notevoli, davvero piatto è l'uso della fotografia dinamica o della palette di colori. Dopo gli sfolgoranti esperimenti cromatici di "Suspiria" e "Tenebre", la visione appare qui piatta, poco ispirata e talvolta persino poco dinamica, come se Argento avesse dimenticato il suo stesso stile.
Malriuscito è anche l'uso delle musiche. Laddove lo score dei Goblin è al solito ispiratissimo e spaventoso, davvero ridicola è la trovata di alternare alle incursioni liriche del gruppo il metal dei Motorhead e degli Iron Maiden, sopratutto nelle sequenze in cui queste accompagnano le scene di tensione, visibilmente non costruite sulle loro note.




A salvare la visione resta solo il puro mestiere di Argento, che comunque regge la narrazione, l'interesse, canonico, per la risoluzione, nonché la simpatia degli interpreti. La giovanissima Connelly, all'epoca quattordicenne e al suo secondo film dopo la partecipazione a "C'Era una volta in America" (1984), riesce ad incantare nonostante le acerbe doti recitative. Mentre Donald Pleasance le ruba la scena in uno dei ruoli più curiosi della sua carriera: un genio dell'entomologia paraplegico e accompagnato da una fidata scimpanzè.




EXTRA


"Phenomena" può vantare un primato: è stato il primo film italiano ad ispirare un videogame, "Clock Tower", survival horror in stile punta e clicca sviluppato dalla Human Interactive e pubblicato nel 1996 per SNES, purtroppo per il solo mercato giapponese.





Protagonista del gioco è l'adolescente Jennifer, modellata direttamente sull'omonimo personaggio del film, anch'essa alle prese con un assassino armato di cesoie che perseguita lei e le sue compagne di scuola. Lo stesso look dell'assassino è ripreso direttamente dal film.




venerdì 22 luglio 2016

Star Trek Beyond

di Justin Lin.

con: Chris Pine, Zachary Quinto, Idris Elba, Sofia Boutella, Zoe Saldana, Karl Urban, John Cho, Simon Pegg, Anton Yelchin, Deep Roy.

Avventura/Fantascienza

Usa 2016














Il brand di "Star Trek" è sempre riuscito ad aggiornarsi, a tenersi, nel bene e nel male, sempre al passo con i tempi, rappresentando motivo di interesse sia per i fans di vecchia e vecchissima data che, spesso, per gli spettatori occasionali. Persino l'ultimo rilancio, datato 2009, ha saputo ridare freschezza ad una saga che oramai sentiva il peso degli anni, aggiornandola con dosi elefantiache di humor e avventura.
Finché nel 2013, "Into Darkness" ne ha affossato nuovamente le sorti. Un secondo capitolo che trionfò ai botteghini, ma che riusciva ad essere, per paradosso puro, estremamente ambizioso ed intensamente vuoto, persino sul piano strettamente spettacolare.
Per il terzo capitolo del "reboot", la Paramount ha quindi deciso di giocare al rilancio. Licenziato J.J. Abrams, che torna nelle vesti di solo produttore anche a causa degli impegni sul set di "Star Wars- Il Risveglio della Forza", la direzione viene affidata al mestierante Justin Lin, vero e proprio uomo di miracoli che già riuscì nella non facile impresa di dare dignità alla serie di "Fast & Furious". Con uno script co-sceneggiato da Simon Pegg e tutto il cast al completo, Lin crea un'avventura dalla linearità claustrofobica, che non rischia nulla adagiandosi su tutti i canoni del genere, ma che riesce anche ad intrattenere a dovere.





Della fantascienza classica resta solo il setting. L'intera storia è invece concepita in modo non dissimile da una qualsiasi picaresca escursione alla Indiana Jones et similia: l'equipaggio è alle prese con il villain di turno, il misterioso Krall interpretato da Idris Elba. alla ricerca di un McGuffin qualsiasi. Se la narrazione non cade sotto il peso della sua stessa vacuità è solo grazie al lavoro di sottrazione: nulla viene svelato sull'oggetto sino a metà film, pur se lo stesso compare già nel prologo. Mentre la vera identità del cattivo, rivelata solo verso il finale, ne affossa ogni forma di originalità possibile. Non c'è, in fin dei conti, nessuna differenza caratteriale o di background tra Krall, il Khan di "Into Darkness" e il Nero del primo film. Piatta e poco originale è anche la caratterizzazione della nuova comprimaria, l'aliena Jaylah interpretata dalla bellissima Sofia Boutella, alla quale il rigore caratteriale quasi ridicolo della serie nega persino una love-story con lo Scotty di Simon Pegg.






A rendere piacevole la visione resta quindi la sola regia di Lin. Mantenendo saldamente il controllo per tutta la durata, riesce a creare sequenze adrenaliniche e spettacolari, anche se mai davvero memorabili. Il vertice viene raggiunto ovviamente nel finale, dove tra un combattimento a gravità zero e uno scontro a suon di rock, regista e sceneggiatori riescono nell'intento non facile di scacciare via la noia.






I fans più esigenti apprezzeranno anche il lavoro svolto sui personaggi. I battibecchi tra Spock e McCoy divengono parte integrante della narrazione, il capitano Kirk e lo stesso vulcaniano, tra una sparatoria ed un inseguimento, riescono a fermarsi per riflettere sui loro ruoli e la necessità di continuare a perseguirli. Mentre su tutto aleggia il peso per la scomparsa di Leonard Nimoy, resa parte integrante della storia, in un mix di narrazione e omaggio che riesce a muovere ad empatia.





Il resto è pura routine: una trama pretestuosa che fa somigliare questo terzo (o tredicesimo) film della serie come il classico episodio del serial gonfiato per apparire sul grande schermo. Manca l'ambizione del film precedente e per fortuna anche le sue trovate genuinamente trash; ma manca anche la varietà di situazioni del primo capitolo, così come una rielaborazione delle tematiche fantascientifiche che non sia puramente di contorno. Ma si sa che, al cinema, l'unico vero exploit di hard sci-fi con il marchio di "Star Trek" è l'odiatissimo primo film, che molti fans farebbero bene a rivalutare, quindi è forse normale l'uso di registro prettamente avventuroso e ad altezza di personaggio.
Del resto, se preso per quello che è, "Star Trek Beyond" risulta anche migliore di molti suoi simili: un blockbuster estivo che vuole solo intrattenere, riuscendo nell'impresa senza irritare. Il che, per certi versi, è già molto.

sabato 16 luglio 2016

E.T.- L'Extra-Terrestre

E.T. the Extra-Terrestrial

di Steven Spielberg.

con: Henry Thomas, Drew Barrymore, Robert Mac Naughton, Dee Wallace, Peter Coyote, C.Thomas Howell.

Fantastico

Usa (1982)














Pietra miliare del cinema fantastico e fiaba a sfondo fantascientifico che ha incantato almeno due generazioni di spettatori, "E.T." è per molti il punto più controverso della carriera di Spielberg; da chi lo osanna come un capolavoro assoluto della Settima Arte a chi lo stronca senza mezzi termini come una cavolata per bambini, non sembra esserci ad oggi, 34 anni dopo la sua uscita nelle sale, una posizione univoca o condivisa su uno dei lavori più importanti del Re Mida di Hollywood. Il che è un vero e proprio scandalo se si tiene conto di come pregi e difetti della pellicola siano facilmente enunciabili e quantificabili in modo pressoché oggettivo; basta andare al di là delle semplici impressioni o passioni personali, o, più semplicemente, porsi nel mezzo dei due poli ossessivi.




Quando Spielberg comincia la pre-produzione del suo settimo lungometraggio, è già un regista osannato pressocchè da tutto il mondo, che ha diretto due dei più grandi campioni di incasso di sempre ("Lo Squalo" e "I Predatori dell'Arca Perduta") ed è pronto a frantumare nuovamente ogni record. D'altro canto, appena sette giorni prima dell'uscita nelle sale di "E.T.", trionfava di nuovo con "Poltergeist", istant cult che si impose immediatamente nell'immaginario collettivo americano e non. Lo stesso "E.T.", per la cronaca, diverrà uno dei massimi successi commerciali della storia, superando il record stabilito cinque anni prima da "Guerre Stellari", imponendosi come il film più visto di sempre e divenendo il trionfatore inarrivabile nella competizione di quella lunga e afosa estate americana dell'82, durante la quale le sale furono invase da una decina di pellicole poi diventate di culto, andando persino ad incidere negativamente sulle performance di due veri capolavori, "Blade Runner" e "La Cosa", divenuti dei flop a causa della monopolizzazione del pubblico da parte del simpatico alieno luminoso.
L'idea alla base del film è quella di un incontro con creature extraterrestri che si diversificasse da quanto visto in "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo" (1977) per raggiungere più da vicino lo stato emozionale dello spettatore. Spielberg comincia a svilupparla assieme allo sceneggiatore John Sayles, autore di "Return of the Secacus Seven", che già nel 1979 portava su schermo l'incontro tra dei giovani uomini ed una creatura extraterrestre. La prima stesura del soggetto era lontana anni luce dal prodotto finito: ambientato nel Mid-West, raccontava la storia di un feroce assedio a danno di una famiglia americana tipo da parte di un gruppo di animaleschi alieni, tra i quali figurava anche un piccolo essere più "umano" che stringeva amicizia con il figlio più piccolo. Versione ritenuta da Spielberg troppo inutilmente cupa e per questo più volte rimaneggiata sino alla sua forma definitiva.
L'intenzione dell'autore è chiara: creare una vera e propria favola moderna che narri l'incontro pacifico tra un essere alieno ed un bambino terrestre, una sorta di espansione del finale di "Incontri Ravvicinati", narrato totalmente dal punto di vista dei piccoli. In fondo, "E.T:" altro non è che questo: una perfetta storia per ragazzi, che ha il suo punto forte nel sapere stare alla loro altezza senza trattarli come immaturi o stupidi, anzi riuscendo a colpire perfettamente le corde emozionali più difficili da raggiungere senza mai scadere nel ridicolo o nel ricattatorio. Pregio che però è anche un forte limite.




Come Gilliam fece ne "I Banditi del Tempo" (1981), anche Spielberg riprende totalmente il punto di vista dei piccoli. Il mondo ruota intorno ad Eliott (Henry Thomas), la sua sorellina Gertie (Drew Barrymore) e il fratello maggiore Michael (Robert MacNaughton). L'unica figura genitoriale, la madre interpretata da Dee Wallace, è totalmente ancillare alla storia, mentre l'assenza della figura paterna viene resa dall'autore con una trovata geniale: tutte le figure maschili, come il preside (che la leggenda vuole essere interpretato da Harrison Ford) o il poliziotto appaiono sempre e solo di spalle in inquadrature fisse. Lo stesso villain, lo scienziato interpretato da Peter Coyote, viene inquadrato per oltre metà film solo tramite il dettaglio rivelatore del mazzo di chiavi attaccato alla cintola. In "E.T." il mondo viene sempre filtrato dalla prospettiva dell'infante, visto dal basso verso l'alto e immerso nella luce della fantasia.
Ecco perchè l'incontro con il mite alieno riesce ad incantare e coinvolgere: lo sguardo è quello curioso e semplice di un bambino con il quale lo spettatore è chiamato ad identificarsi. Ed è facile immergersi nei panni di Eliott e compagni: personaggi che incarnano ogni singolo aspetto della gioventù dei primi anni '80, dalle abitudini ai costumi, ma che hanno caratteri universali.




Spielberg riesce a creare la magia definitiva, a far commuovere il pubblico per le sorti di un extraterrestre che riesce davvero ad incantare. Una creatura quasi angelica nella sua semplicità, E.T. è l'amico immaginario che ogni bambino ha avuto, un lampo di fantastico che irrompe nella quotidianità della suburbia americana più comune. Un essere fuori dal tempo e dallo spazio, emblema universale della mite curiosità. Facile, poi, vedere nella sua morte e rinascita un elemento cristologico, ma si tratta di pura speculazione: Spielberg è ebreo, non vuole creare nessuna metafora o simbologia, solo narrare la storia di un singolare incontro.






Per farlo crea sequenze visionare ed incantevoli, come la fuga finale nei cieli, omaggio sentito a "Miracolo a Milano"(1951) di De Sica, o la divertente sequenza dell'ubriacatura "a distanza". Mentre sul piano narrativo gioca con i ruoli e le maschere. E.T. ed Eliott sono l'infanzia, che vuole essere libera e felice, priva di costrizioni, mentre i soldati, ossia gli adulti, incarnano più volte figure di riferimento quasi fasciste nella loro ossessione per il controllo, bardati nelle vesti militari, irrompendo in casa come veri alieni in tute spaziali.






Ma la vera empatia verso il piccolo alieno riesce sopratutto grazie agli stupefacenti effetti speciali di Carlo Rambaldi, che crea un animatronic dall'espressività sbalorditiva. La gamma di espressioni, i movimenti della testa e degli occhi rendono E.T. tanto vero quanto gli attori che lo circondano, in un passaggio essenziale e definitivo dell'effetto speciale ad elemento narrativo.





Laddove il film inciampa è nel finale. Non tanto nella scelta di un happy ending, praticamente dovuta e comunque emozionante. Quanto nella mancanza di una vera catarsi verso la tematica genitoriale. Non c'è una presa di coscienza di Eliott o di qualsiasi altro personaggio verso quella mancanza della figura paterna intessuta durante tutto il film. Così come non c'è il superamento della stessa. Allo stesso modo, il padre putativo dei ragazzi, ossia il capo degli scienziati, non ha una vera e propria catarsi, nonostante si faccia riferimento ad una sua fascinazione verso la figura dell'extraterrestre. Ogni possibile approfondimento psicologico e narrativo viene sacrificato alla pura emozione, alla meraviglia e alla commozione; in ossequio ai dettami della favola, si potrebbe affermare, ma andando lo stesso a gettare nel nulla parte della storia precedentemente mostrata.
Questo è il grande limite di "E.T.": una pellicola che rinuncia a parte della sua stessa sostanza pur di dare al pubblico ciò che vuole. Nella migliore e al contempo peggiore tradizione del cinema di Spielberg, ripresa da "Incontri Ravvicinati" e che da qui in poi diverrà sempre più pregnante all'interno della stessa.



EXTRA


Sulla scorta dell'ossessione compulsiva dell'amico Lucas per le riedizioni celebrative dei suoi vecchi film, nel 2001 Spielberg rimise mano ad "E.T." per creare una versione speciale per il 20° anniversario. Uscita in sala un anno dopo, questa nuova versione presenta delle modifiche a dir poco oscene al montato originale:


Gli splendidi SFX di Rambaldi sono stati sostituiti con un'imbarazzante CGI in diverse inquadrature. Il confronto è impietoso: la computer graphic è plasticosa e si amalgama malissimo con la fotografia originale, creando un effetto imbarazzante nel passaggio tra effetti in camera e post-prodotti.


Per la gioia dei fans della censura inutile, nella scena dell'inseguimento finale i fucili imbracciati dagli agenti della CIA sono stati sostituiti con delle radiotrasmittenti. Il ridicolo lo si raggiunge in pieno quando ci si accorge di come, nelle inquadrature precedenti, gli stessi agenti sfoderano armi a tutto spiano.



Lo sconsolante esito di questa sciagurata riedizione ha portato lo stesso autore a disconoscerla: nelle successive edizioni in DVD è stata distribuita in un combo-pack con l'originale, mentre in Blu-Ray è arrivata solo quest'ultima versione.


A Natale 1982, i negozi americani furono invasi dall'adattamento videoludico del film.



Titolo a dir poco leggendario, "E.T." per Atari 2600 è tutt'oggi ricordato come uno dei peggiori videogames mai concepiti. Il suo flop fu talmente cocente da portare la Atari, all'epoca colosso dell'intrattenimento elettronico, alla bancarotta e a causare la famosa implosione del mercato videoludico dell'82, durato oltre un anno.
Nel 2014 lo sceneggiatore Zak Penn ha diretto il documentario "Atari: Game Over", rievocazione dell'ascesa e caduta della famosa software house che sfata la leggenda metropolitana sul presunto seppellimento cerimoniale delle copie superstiti del gioco nel deserto del New Mexico.





Anche "E.T." è stato l'apripista di un filone, quello del "fantastico a misura di ragazzo", dove un gruppo di pre-adolescenti si ritrova alle prese con avventure rutilanti e fantasiose. Tra gli esponenti più influenti, almeno due hanno raggiunto lo status definitivo di cult e sono ad oggi oggetto di riverenza nostalgica:



"I Goonies", prodotto da Spielberg e diretto dallo specialista Richard Donner nel 1985, sostituisce lo sfondo fantascientifico con quello avventuroso, immergendo il gruppo di giovani protagonisti (tra i quali figurano anche Josh Brolin, Sean Astin e Corey Feldman) in una caccia al tesoro degna di Indiana Jones.



"The Monster Squad" (giunto in Italia con il fuorviante titolo "Scuola di Mostri") del 1987, scritto da Shane Black e diretto dall'amico Fred Dekker, fonde il filone con l'omaggio sentito ai classici dell'horror della Universal, condendo il tutto con gli straordinari effetti di Stan Winston.

mercoledì 13 luglio 2016

It Follows

di David Robert Mitchell.

con: Maika Monroe, Bailey Spry, Keri Gilchrist, Lili Sepe, Olivia Luccardi, Jake Weary.

Horror

Usa 2014

















Quando l'horror di matrice indie ha poco da dire, i risultati non possono che essere ridicoli. Tanto che "It Follows" può essere considerato come il perfetto esempio di pellicola che si rifà a uno stilema codificato, cercando disperatamente di attrarre l'attenzione del pubblico (riuscendoci, tra l'altro, visto l'ottimo riscontro ottenuto), ma senza riuscire a dire nulla di originale o stimolante, anzi afflosciandosi sui peggiori clichè possibili. Perchè di sbagliato, nel secondo film di David Robert Mitchell, c'è davvero molto, a cominciare dalla premessa.




L'idea di un essere arcano che perseguita chiunque faccia sesso arriva dritto dall'horror anni '70, ma l'idea di orrore alla sua base è totalmente diversa. Laddove le maschere di Michael Myers e Jason Voorhes incarnavano (o tentavano di incarnare) la punizione verso la libertà sessuale ottenuta ad inizio decennio, la vendetta di modo di pensare arcaico che ingenerava la paura del castigo immotivato, la presenza di "It Follows" sembra uscita direttamente da uno spottone repubblicano sull'astinenza da sesso da imporre ai giovani. Non un castigo, nè la metafora di una malattia venerea, tantomeno la scoperta di orrore fisico come in "Alien" (1979) o "Shivers" (1975), questa sorta di catena di Sant'Antonio assassina serve a Mitchell (stando alle interviste rilasciate a margine della presentazione del film al Fangoria Film Festival) unicamente per innescare la storia e far proseguire gli eventi. Un pretesto che finisce per divenire maldestramente pistolotto reazionario, esplicitazione di una paura del contatto fisico priva di ogni base razionale, per questo altamente irritante.
La caratterizzazione estetica della presenza in sé è poi alquanto ridicola: un essere che si manifesta solo a chi ha "osato" congiungersi che prende le forme di personaggi random, talvolta inquietanti, talaltra francamente ridicoli, come nel caso della vecchia in camicia da notte o del temibile tizio in calzamaglia bianca.




Mitchell si rifà allo stile di molti cineasti europei per la sua messa in scena (Refn per costruzione maniacale dell'inquadratura, Haneke per il distacco chirurgico verso gli eventi) e ad alcuni colleghi americani per l'estetica (la frontalità di Wes Anderson, l'uso di musiche in synth come Adam Wingard), ma non riesce mai a creare una tensione davvero avvertibile. Troppo semplice chiudere ogni sequenza con un anticlimax salvifico, con l'intervento di un deus ex machina a risolvere la situazione o affidarsi ai sempre cari jump-scare. La tensione non raggiunge mai un vero culmine, lasciando freddi, quasi infastiditi dall'ossessione per il regista per una forma priva di qualsiasi sostanza.





Quel che è peggio, ogni singola scena gronda di riferimenti al cinema indie e alla cultura hipster: dall'uso di oggetti di scena vetusti e fuori tempo alle citazioni colte di Eliot e Dostoevskij, Mitchell urla il suo status di autore in modo ridicolo. Sopratutto quando ci si rende conto della sua incapacità di creare personaggi complessi e che si allontanino dagli stereotipi. O quando non riesce nemmeno a creare un finale che dia una chiusura effettiva alla vicenda.

martedì 5 luglio 2016

Apocalypse 2024

 A Boy and his Dog

di L.Q. Jones.

con: Don Johnson, Tim McIntire, Jason Robards, Susanne Benton, Alvy Moore, Charles McGraw, Ron Feinberg, Michael Rupert.

Fantascienza/Grottesco

Usa 1975













Quando si parla di pellicole seminali, un film come "Apocalypse 2024" passa solitamente inosservato. E' stato facile sia per il grande pubblico che per la critica dimenticare questo piccolissimo film, divenuto tra l'altro un cult solo per pochi. Il perchè è anche facile da spiegare: non è di certo una pellicola memorabile o perfettamente riuscita, quanto un B-Movie in piena regola che fa dell'originalità della storia e dell'acidità del tono i suoi punti di forza.
Pur tuttavia, l'importanza che l'exploit di L.Q. Jones e Harlan Ellison è innegabile. Prima ancora del mitico "Mad Max 2" (1981), fu proprio questo bizzarro ed affascinante film a portare su schermo immagini di una società del dopo-bomba, dove la razza umana è regredita allo stato primitivo.




Alla base del film c'è il racconto omonimo "A Boy and his Dog" che Ellison scrisse nel 1969, ricompreso nella celebre antologia "The Beast that Shouted Love at the Heart of the World", i cui diritti furono presto acquisiti da Jones, noto e apprezzato caratterista che all'epoca tentava di avviare una propria carriera da regista. Ottenuto il beneplacito dell'autore, la produzione riesce a portare a bordo Jason Robards nei panni del capo della comunità di Topeka e, sopratutto, trova un perfetto protagonista in un giovane e sconosciuto Don Johnson.
Distribuito inizialmente nel solo circuito dei drive-in, il film riscuote un ottimo successo, ma arriva in sala solo nel decennio successivo, ricevendo nuovamente un'ottima accoglienza anche presso la comunità femminista, che ne loda il tono misantropico (in Italia in film arriva con il titolo "Un Ragazzo, un Cane, due inseparabili Amici" riscuotendo un discreto successo, per poi essere distribuito anni dopo in home-video con il titolo internazionale "Apocalypse 2024"). Successo tutto sommato meritato: nonostante qualche incertezza, quello di Jones è un buon esempio di cinema di serie B.




"La IV Guerra Mondiale durò cinque giorni". Dopo c'è solo il caos. L'umanità è tornata allo stato brado, organizzata al massimo in piccolissime comunità dedite al baratto. Tra le "wasteland", il giovane Vic (Johnson) vaga assieme al suo cane  mutante Blood (doppiato dal cantautore Tim McIntire), dotato della capacità di comunicare con alcuni umani. La forza di Vic permette al duo di fare provviste, mentre il fiuto di Blood permette al partner di trovare tutte le donne di cui ha bisogno per appagare la sua insaziabile libido. Finchè i due non si imbattono nella misteriosa e bellissima Quilla (Sussanne Benton).




La civiltà non esiste più. Gli uomini, sia i superstiti alla guerra che i figli del dopobomba, sono dei barbari le cui priorità coincidono con l'appagamento degli istinti; la sopravvivenza è divenuta l'imperativo e l'essere umano è così ridotto ad un animale. Tanto che Vic non è dissimile da una bestia: un ragazzo irriverente, sboccato, privo di qualsiasi ideale o anche idea, viaggia per il deserto a caccia di cibo e donne. Non un semplice sopravvissuto, ma l'uomo nuovo di un mondo privo di ogni forma di istituzione.
Blood è il suo opposto; personaggio razionale, dotato di uno spiccato e sagace senso dell'umorismo, è lui tra i due ad avere la testa sulle spalle, a non lasciarsi trasportare dallo stomaco neanche quando è vuoto. Ed è sempre lui a rappresentare la "memoria storica collettiva", impartendo all'umano lezioni di storia da tramandare ai posteri.





Al di sotto delle wasteland si è formata invece una società del tutto antitetica, comandata con il pugno di ferro dal patriarca Lou (Robards) ed i membri del "consiglio". Una civiltà che ricalca quella dell'America degli anni '50, dove l'innocenza e il duro lavoro vengono imposti sino al punto che gli abitanti devono dipingersi il volto per simulare costantemente l'allegria. Un mondo, in fin dei conti, non meno barbaro di quello di sopra, dove un governo tirannico spadroneggia sui sopravvissuti progammandone in modo preciso e puntuale usi e gusti, punendo con la morte chiunque non segua i precetti, letti costantemente da una voce registrata.






Jones e Ellison ritraggono così due mondi opposti e complementari. Sopra, una sorta di protociviltà che vive delle macerie di quella vecchia, dove i solitari sono vestiti di stracci, combattono e viaggiano con i rottami del passato e sono pronti a qualsiasi bassezza per appagare il ventre. Di sotto, un totalitarismo che impone il perbenismo conformista per cercare di riprodurre in modo meccanico usi e costumi di quel mondo ormai distrutto, dove gli anni '50 rappresentano al contempo innocenza e orrore.
Il lavoro svolto sui costumi e le locations è esemplare e connota in modo definitivo quello che sarà il look della post-apocalisse. Lo stesso George Miller ammetterà più volte e senza giri di parole di esservisi ispirato per il suo film, limitandosi ad introdurre alla formula elementi dello spaghetti western di stampo leoniano.






Se nell'estetica "Apocalypse 2024" è avvenieristico e, per questo, perfettamente godibile, è nello stile che purtroppo perde parte della sua riuscita; Jones crea un film a tratti goffo, superficiale e troppo attaccato alla sua matrice letteraria.
Al suo primo lungometraggio, il regista non padroneggia bene la grammatica filmica, finendo per affossare la spettacolarità di alcune scene, come la sparatoria nel seminterrato, troppo confusa nell'uso del montaggio e priva di vera tensione. Allo stesso modo, alcune scelte stilistico-estetiche sono indigeste, come l'uso dell'effetto sonoro di un sonar per mimare l'olfatto del cane.
Al pari di Ellison, anche il regista-sceneggiatore si limita a descrivere la post-apocalisse, senza tentare di ampliarne la portata narrativa o simbolica. La sceneggiatura non aggiunge nulla di nuovo al racconto e la narrazione finisce così per essere troppo lineare, perdendo di vista possibili approfondimenti dei temi trattati.






L'esito è così imperfetto, ma lo stesso interessante. Un piccolo film, sconosciuto ai più nonostante la sua aurea di cult, che può davvero vantare un primato assoluto: l'aver anticipato mode e tendenze che di lì a poco sarebbero esplose. Ed è per questo che è ancora oggi merita di essere visto e ricordato.





EXTRA


Oltre ad aver ispirato la saga del "folle" dell'Outback, "Apocalypse 2024" ha anche imposto il suo stile in ambito videoludico. La fortunata serie di RPG "Fallout" riprende dal film non solo lo stile per la creazione della società post-apocalittica (unendolo a quello dei film di Miller), ma anche la fascinazione retrò per gli anni '50.


R.I.P. Abbas Kiarostami



1940-2016




domenica 3 luglio 2016

R.I.P. Michael Cimino





1939-2016


In pochi oggi lo ricordano, ma Michael Cimino è stato uno dei numi più importanti del cinema americano. 
Durante gli anni di quell'incredibile esperienza artistica ed umana che fu la New Wave di Hollywood, Cimino scala rapidamente la gerarchia degli studios, esordendo dapprima come sceneggiatore per "Silent Running" (1972) e "Una 44 Magnum per l'Ispettore Callaghan" (1973), per poi passare immediatamente dietro la macchina da presa con lo splendido "Una Calibro 20 per lo Specialista" (1974), sempre affiancato da Clint Eastwood.
Con "Il Cacciatore" (1978) firma uno degli apici del movimento degli autori in America: immenso successo di critica e di pubblico, diviene il perfetto ritratto di una generazione spezzata dalla guerra e dalle avversità della vita, nonostante le ilari polemiche di fascismo che gli furono accreditate.
Ancora più importante è però il successivo "I Cancelli del Cielo" (1980). Produzione imponente, nella quale ottiene il pieno controllo e con la quale crea il western più epico e al contempo amaro mai visto, perfetto spaccato della nascita di una nazione le cui radici affondano nel sangue dei poveri. Che si rivela, fatalmente, come il flop più cocente di sempre: appena 1 milione e mezzo di incasso in patria a fronte di oltre 44 milioni di budget in totale, fu la pellicola maledetta che pose fine per sempre a quella politica autoriale che tanto diede al cinema americano.
Provato da quell'esperienza distruttiva, Cimino torna alla cabina di regia solo nel 1985, per dirigere un altro capolavoro, "L'Anno del Dragone", poliziesco metropolitano semplicemente perfetto nella messa in scena e nella descrizione delle dinamiche tra legge e corruzione.
Con appena 7 film diretti, il grande artista si ritira a vita privata nel 1996, ritagliandosi un timido ruolo da romanziere occasionale, provato ancora più intimamente da un tumore che lo costringe ad una pesantissima cura ormonale che lo spinge alle soglie del cambiamento di sesso e contro il quale lotterà per oltre 20 anni.
Si spegne nello stesso anno in cui se ne è andato uno dei suoi collaboratori più preziosi, quel Vilmos Zsigmond al quale i suoi capolavori tanto devono. Se ne va in silenzio, lontano dalla fama e dalle luci del successo. Lasciandoci, però, un'eredità incredibile.





"Una Calibro 20 per lo Specialista" (1974)






"Il Cacciatore" (1978)






"I Cancelli del Cielo" (1980)




"L'Anno del Dragone" (1985)






"Il Siciliano" (1987)





"Ore Disperate" (1990)






"Verso il Sole" (1996)