con: Heather O'Rourke, JoBeth Williams, Craig T.Nelson, Dominique Dunne, Zelda Rubinstein, Oliver Robbins, Beatrice Straight, Michael McManus.
Horror
Usa 1982
---CONTIENE SPOILER---
L'estate del 1982 incorona Steven Spielberg come il supremo imperatore di Hollywood. Il successo travolgente di "E.T." lo consacra a vero e proprio Re Mida, in grado di trasformare in oro tutto quello che tocca, di creare fenomeni popolari partendo praticamente dal nulla ed influenzare un'intera generazione di giovani spettatori.
Ma per Spielberg quell'estate fu propizia anche per un altro motivo: anche la sua prima vera esperienza come produttore, "Poltergeist", riuscì a trionfare al box office e a divenire in brevissimo tempo un pezzo dell'immaginario collettivo. Laddove "E.T." è il film di una generazione, "Poltergeist" è il cult, nonchè l'esperimento, sulla carta ardito, di un autore che all'epoca aveva ancora una smania irrefrenabile di sperimentare.
Perchè "Poltergeist" non era un film facile da concepire, figuriamoci da portare in scena: un horror in piena regola che aggiornasse alla sensibilità moderna il cliché della "casa infestata", con effetti speciali mai visti prima, una tensione alta e sequenze splatter, ma che al contempo potesse essere visto dalle famiglie. Un horror che sapesse, in pratica, spaventare anche in modo viscerale, ma senza disgustare lo spettatore.
Operazione ardita, che Spielberg affida ad un cineasta esperto nel genere, lontano anni luce dalla sua sensibilità e dal suo metodo di messa in scena: Tobe Hooper, all'epoca reduce dal successo de "Le Notti di Salem" (1980), ma che Spielberg apprezza sopratutto per il suo capolavoro "The Texas Chainsaw Massacre" (1974).
Come intuibile, il rapporto tra i due fu alquanto burrascoso, con Hooper perennemente scontento dell'ingerenza del produttore e Spielberg spaventato dal tocco fin troppo violento del regista; al punto che, per evitare controversie una volta che il prodotto finito fosse giunto in sala, molte scene vennero rigirate in modo da alleggerirne il tono o addirittura girate direttamente da Spielberg ad insaputa di Hooper; tanto che la paternità dell'opera potrebbe essere tranquillamente ascritta al primo, nonstante Hooper abbia poi confermato, nel corso degli anni, come il proprio apporto fosse stato essenziale per il completamento del film e la sua riuscita.
Riuscita che, su ogni livello, è avvertibile: anche se lungi dall'essere un capolavoro o una pellicola seminale, "Poltergeist" riesce davvero ad imporsi come un horror tout court, pur essendo rivolto ad un pubblico altamente eterogeneo.
Merito dell'inusuale sinergia dei due autori e della buona sceneggiatura, scritta da Spielberg e dal duo Mark Victor/ Michael Grais, di origine televisiva. "Poltergeist" riesce davvero a riportare in auge l'horror gotico, immergendolo in un contesto moderno e iniettandovi al contempo forti dosi di critica sociale.
L'ambientazione, in tal senso, è essenziale: come negli horror del decennio precedente, a fare da sfondo alla vicenda è la suburbia, un quartiere residenziale abitato dalla media borghesia, che Hooper e Spielberg ritraggono come dedita a tutti i piccoli piaceri che l'epoca poteva consentire: dalle partite di football divorate in salotto, alla piscina, dalla consumazione notturna di marjuana fino alle griffe dei giocattoli dei bambini, dove per ovvi motivi risalta il marchio di "Star Wars". Un mondo "ideale", pacifico, tranquillo, nel quale l'orrore si annida nel luogo più impensabile: il televisore.
La critica degli autori non rivolta al mezzo in sé o all'abuso che in quegli anni l'America (e non solo) cominciava a farne. Il televisore è nella storia puro mezzo verso quella realtà "altra" popolata dalle "demoniache presenze" e, su di un piano metaforico, semplicemente il simbolo del benessere borghese.
Un benessere coltivato sulla speculazione (nel film è quella edilizia, ma i richiami alla "reaganomic" sono palesi sopratutto nella scena in cui il padre di famiglia interpretato da Craig T.Nelson ne spulcia la biografia), ossia sulla distruzione dei valori canonici in forza dell'affermazione individuale. Proprio in quel 1982, all'alba del decennio dell'edonismo sfrontato, il più improbabile dei contestatori crea una metafora vincente sul quel sistema squallido e compiaciuto che tante vittime mieterà nel corso degli anni. Metafora che prende le forme del fantasma, del morto che privato del suo spazio (il cimitero, luogo di riposo distrutto in favore del benessere) se ne riappropria in modo violento.
Ma "Poltergeist" è prima di tutto un horror perfettamente riuscito. Hooper dirige le scene di tensione con mano sicura, sa rallentare il ritmo tra uno spavento e l'altro, costruisce la vicenda in modo lento, ma senza mai scadere nella noia. E quando può, colpisce duro, innestando nell'immaginario spielberghiano fatto di clown ghignanti e mostri dall'oltretomba, visioni spaltter disturbanti. Da antologia, su tutte, la sequenza in cui uno degli scienziati si strappa la faccia (che la leggenda vuole essere stata rigirata da Spielberg, che trovava le prima versione sin troppo spinta, statuizione in realtà più volte negata da entrambi). Quando poi decide di usare unicamente l'atmosfera, Hooper colpisce nuovamente nel segno, riuscendo a creare un'aura sinistra anche nelle scene pià tranquille, talvolta grazie anche alla sola presenza di Zelda Rubinstein, attrice dalla presenza e dalla voce semplicemente inquietanti nonostante la funzione benigna del suo personaggio. Persino lo humor non è mai fuori luogo, anche quando consegue a sequenze di pura tensione. Ciliegina sulla torta: gli effetti speciali di Richard Edlund sono ancora oggi apprezzabilissimi.
Laddove il film incontra un limite è nella sua natura ibrida, che ne castra alcune potenzialità. Se lasciato fare, Hooper avrebbe sicuramente reso le sequenze ancora più terrorizzanti, l'atmosfera ancora più sinistra e il sottotesto politico ancora più pregnante. Potenziale sprecato che però non inificia del tutto il lavoro svolto. Tanto che il suo status di cult appare meritato.
EXTRA
Impossibile parlare del film senza fare cenno alla "maledizione" che lo ha colpito. La serie di sciagure, tragedie, fatalità e incredibili coincidenze che lo hanno accompagnato prima, durante e dopo l'uscita in sala ha fatto giustamente parlare di un "Caso Poltergeist" e della probabile esistenza di un'entità maligna non dissimile da quella mostrata nel film stesso, che si sarebbe poi estesa anche ai due sequel "Poltergeist II- L'Altra Dimensione" (1986) e "Poltergeist III" (1988).
Tre membri del cast sono morti precocemente a causa di una malattia fulminante: Julian Beck, già interprete di Tiresia nell' "Edipo Re" di Pasolini, è morto nel '86 a 60 per un cancro allo stomaco, subito dopo aver finito le riprese di "Poltergeist II", nel quale interpretava il reverendo Kane, villain del film. Allo stesso modo, Will Sampson, il mitico "Grande Capo" di "Qualcuno Volò sul nido del Cuculo" (1975), che nello stesso film interpretava lo sciamano buono Taylor, sarebbe morto un anno dopo, nel 1987, a 53 anni per un'insufficienza renale. La più tragica è però stata la dipartita di Heather O'Rourke, che nei tre film ha interpretato la piccola protagonista Carol Anne, morta nel 1988 a soli 12 anni per le complicazioni dovute a causa della contrazione del morbo di Crohn. Già nel 1982, tuttavia, la tragedia colpì Domique Dunne: a poche settimane dall'uscita del primo film nelle sale, la giovane attrice fu trovata morta, strangolata dal suo ex ragazzo.
A perorare la tesi della maledizione sono stati due elementi presenti nel primo film: per risparmiare sugli oggetti di scena, lo scenografo Jeff Spencer decise di usare veri cadaveri nella scena in cui i morti escono dalle tombe. Per puro scherzo, poi, decise di appendere un anacronistico poster del Superbowl del 1988 nella stanza dei ragazzi. Heather O'Rourke sarebbe morta proprio nel 1988.
La presenza di veri cadaveri sul set fu comune anche al primo sequel "Poltergeist II"; stando alle testimonianze del cast, molte delle sequenze ambientate nella miniera dovettero essere rigirate perché la pellicola continuava misteriosamente a bruciarsi. Una volta scoperta l'autenticità dei corpi usati, il regista Brian Gibson decise di far benedire le locations da un vero sciamano, usato come consulente. A quanto pare, la cerimonia fu proficua e solo allora le riprese poterono continuare.
Sembrerebbe impossibile, ma la presenza di scene cupe e violente nei film prodotti e diretti da Spielberg negli anni '80 costrinse la MPAA a rivedere i rating per la censura. Dapprima l'uscita di "Poltergeist" nel 1982 e poi quella di "Gremlins" e "Indiana Jones e il Tempio Maledetto" nel 1984, portarono alla creazione dell'ormai famigerato PG-13, rating usato per film troppo leggeri per un NC-17 ma troppo forti per un semplice PG. All'epoca, il PG-13 rappresentava un veto molto permissivo, ma con gli anni è divenuto la "pecora nera", il simbolo della paura di registi e produttori per la MPAA e di un modo di concepire il cinema di intrattenimento codardo, ipocrita e poco divertente.
Nel 2015, l'immancabile remake inutile:
Basato sullo script dell'originale e diretto da Gil Kenan, specialista in film ragazzi. E si vede: questa volta il prodotto finale è talmente blando e poco ispirato da far sorridere per l'irritazione.
con: Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson, Kate Dickie, Harvey Scrimshaw, Ellie Grainger, Sarah Stephens.
Usa, Canada, Inghilterra, Brasile 2015
---CONTIENE SPOILER---
Nel cinema horror è facile giocare con le aspettative dello spettatore, spiazzarlo a tradimento per creare spaventi ad hoc che durano solo poche frazioni di secondo o, peggio, basare storie e personaggi su di una presunta inconciliabilità tra reale e fantastico per poi creare colpi di scena improbabili al solo scopo di fare colpo su chi osserva. E' facile, è comodo ed è stilema abusato sino alla nausea.
Forse proprio per questo un film come "The Witch" riesce davvero a colpire duro: Robert Eggers, al suo esordio, rischia davvero, si mette in gioco anima e corpo in un'impresa ardua ai limiti del parossistico e, quasi contro ogni probabilità, riesce perfettamente a conciliare due anime, due stili e due modi di intendere la narrativa di genere apparentemente inconciliabili: la rielaborazione orrorifica e la messa in scena realistica.
Perchè il lavoro alla base del film è inusuale ed imponente: la trama è basata sui diari, resoconti, cronache e trascrizioni di processi ed atti che hanno coinvolto la prima isteria di massa concernete la stregoneria nel Nuovo Mondo. La ricostruzione storica (gli eventi si svolgono nel 1630 circa, ai tempi delle prime colonie inglesi nel New England) è ossessiva, con abiti cuciti a mano e scenografie assemblate secondo le usanze dell'epoca. Il linguaggio usato dai personaggi è esattamente quello del tempo, sia per terminologia che per sintassi. Ogni animale che appare su schermo è vero, addestrato ma mai coartato o "aggiustato" in post-produzione. Così come la fotografia dai colori desaturati e freddi non fa mai ricorso a color correction digitale fasulla, al punto che le immagini sono talmente vive da sembrare prese da un anacronistico documentario d'epoca.
Verosomiglianza estrema nella messa in scena che permette a Eggers di rendere ancora più credibile una storia affascinante, condotta con mano ferma, che riesce ad inquietare con poco e a spiazzare costantemente.
"The Witch" è una storia di streghe, ma anche una storia sull'isolamento. E' una storia di orrore nel senso più sottile del termine, dove ogni effettiva certezza circa gli eventi viene costantemente negata su di un piano oggettivo. E' lo spettatore che deve prendere una posizione su quanto mostrato: esiste davvero una congrega di streghe che si prende gioco della famiglia della giovane Thomasin? O forse la loro è solo superstizione corroborata dagli stenti? La malattia che ha colpito il raccolto causa loro allucinazioni incontenibili o forse la sparizione del piccolo Samuel è davvero dovuta ad una strega che ne ha fatto un unguento? Non ci sono certezze, solo sensazioni.
Più che mettere da parte la ragione, lo spettatore è chiamato a calarsi totalmente nel mondo al di là dello schermo e ad interrogarsi costantemente su ciò che accade o che è accaduto. Eggers, dal canto suo, riesce sempre a glissare al momento giusto, a cambiare scena senza risultare pretenzioso: il suo è un gioco pulito, mai compiaciuto, non cerca lo spavento facile, né la finta complessità di molti horror psicologici.
La paura, in "The Witch" è pressocchè costante, data da piccoli gesti, sguardi e dal comportamento del cast umano e animale. Su di un primo piano (narrativo ed emotivo) troviamo le relazioni familiari, complesse e stratificate. Il periodo storico è indice di quella stessa complessità: il XVII secolo delle Colonie Inglesi, abitate da puritani che cercano di professare liberamente una fede troppo grande per poter trovare il giusto spazio nell'Inghilterra dei Lumi. Un mondo dove la mondanità viene aborrita, al punto che il pater familias William (Ralph Ineson) decide finanche di allontanarsi dalla colonia per trovare rifugio ai margini del bosco. Il nucleo familiare diviene quindi il solo teatro d'azione, con tutte le conseguenze possibili. Ad imprimere un colpo allo stato mentale dei personaggi è così la costante paura della caduta dallo stato di grazia, acuita dall'essere, in fin dei conti, già dei reietti. La paura di un male insito in ogni piccolo gesto comincia a corrodere i loro spiriti e a creare un primo velo di paranoia. Un paura causata proprio dalla loro fede, che li porta a vedere in ogni atto lo zampino del male.
Paranoia che si acuisce a causa dell'isolamento e che trova terreno fertile nelle relazioni e nello stato mentale dei quattro figli. La primogenita Thomasin (Anya Taylor-Joy) è entrata nella fase puberale, il suo corpo sfugge al suo stesso controllo e perde quel sangue che tanto spaventa chi le sta attorno. Il secondogenito Caleb (Harvey Scrimshaw), anch'egli vicino a diventare un piccolo uomo, comincia a provare un'insana attrazione per il corpo della sorella maggiore. Mentre i piccoli gemelli Mercy e Jonas, ancora bambini, si divertono a parlare con gli animali e a far finta di essere davvero in contatto con qualcosa di sovrannaturale.
L'incontro con l'inusuale crea un secondo livello di tensione, questa volta più sottile e meno percepibile sul piano strettamente razionale; gli atteggiamenti degli animali che circondano la famiglia possono essere del tutto legittimi, ma nel contesto in cui questa si muove sembra far presagire altro, un piano o un disegno diabolico, che si riverbera nella mente dei personaggi. L'iconografia satanica ha così le forme, ovvie ma lo stesso genuinamente spaventose, del caprone Black Phillip, ma anche quelle inedite di una lepre, il cui sguardo spaventato sembra celare altro.
Un terzo livello di tensione si ha negli episodi e nelle visioni che costellano la vita dei personaggi. Le immagini delle streghe intente a servirsi della carne dell'infante o ad attrarre a sé le vittime sono volutamente oniriche, lontane dalla messa in scena del resto del film, site a quel confine tra il verosimile ed il fantastico impossibile da razionalizzare e per questo al contempo reali e fasulle. I dialoghi sulla stregoneria portano al sospetto, a far esplodere quella paranoia montante in un doppio climax disturbante: da un lato la "possessione" di Caleb, sequenza di una semplicità disarmante e proprio per questo infinitamente efficace; dall'altra l'apparizione, anch'essa ammantata di onirismo, della strega nella stalla. E proprio quando una certezza sembra materializzarsi, Eggers vira nuovamente verso il verosimile, senza però sovvertire necessariamente quanto visto o quanto lo spettatore abbia deciso di credere di aver visto sino a quel momento.
Tanto che la tensione e l'incertezza regnano sovrane sino alla fine, in modo sempre sottile e per questo insostenibile. Non c'è mai un vero calo, nell'ultimo atto, anche quando la vicenda sembra essersi sgonfiata. Non c'è tregua per lo spettatore, nonostante il ritmo sia sempre pacato, lento, inesorabile.
"The Witch" finisce così per vivere davvero di opposti complementari: lento, ma costantemente teso, semplice e al contempo complesso, lineare eppure stratificato, realistico seppur pregno di visoni demoniache ed oniriche. Un horror atipico, originale seppur non innovativo (le influenze di "Antichrist" e di molto cinema di Roman Polanski, forse non volute, sono lo stesso avvertibili), diretto con mano sicura da un esordiente che padroneggia alla perfezione la materia e il mezzo. Uno sguardo lucido ad un passato fosco, talmente spaventoso da riuscire a spiazzare persino Stephen King, che ne ha lodato sperticatamente le doti, così verosimile da venir lodato persino da vere congreghe di satanisti.
con: Will Smith, Margot Robbie, Jared Leto, Viola Davis, Jai Courtney, Joel Kinnaman, Adewale Akinuoye-Agbaje, Cara Delevigne, Jay Hernandez, Adam Beach, Karen Fukuhara, Ezra Miller, Ben Affleck.
Azione/Supereroistico
Usa 2016
Se c'è una cosa che "Suicide Squad" è riuscito ad insegnare ai fanboys di tutto il mondo, è stata quella di non fidarsi dei voti dati sui siti di recensioni. Quel miserabile 26% di gradimento dei critici apparso su Rotten Tomatoes, che si scontra con un fin troppo roseo 71% di voti dati dal pubblico, ha davvero sconvolto le fragili menti di giovani che per troppo tempo si sono affidati ad una cifra percentuale per giudicare un film che magari non avrebbero neanche visto. D'altro canto, gli amanti del buon cinema sanno da anni come il pomodorometro sia poco affidabile, basti vedere quel 92% affibbiato ad un capolavoro del trash quale fu il primo film su Iron Man, che si potrebbe tranquillamente giustapporre (non senza qualche forzatura) allo scarno 64% di un'opera del calibro di "Ichi the Killer" (2001). Ben venga, dunque, questa presa di coscienza, che potrebbe magari rappresentare il primo passo per quella scalcinata categoria di moviegoers verso il pensiero indipendente, autonomo ed oggettivo. O almeno si spera.
Da parte sua, "Suicide Squad" è uno degli esiti più interessanti ma al contempo meno riusciti di questo 2016 fin troppo ricco di film tratti da fumetti mainstream. Interessante a partire dal soggetto di base, ripreso da una delle pubblicazioni più curiose di casa DC.
Era il 1959 quando la prima Suicide Squad compariva negli albi a fumetti della casa editrice di Batman e Superman. L'anno di pubblicazione è essenziale: la Golden Age dei comics è finita, la ri-creazione di personaggi quali Flash e Lanterna Verde ha inaugurato la Silver Age. Lo strapotere dei supereroi su carta stampata cede il passo, per circa 20 anni, a nuove forme narrative, quali il fumetto di guerra, l'antologico (in quegli stessi anni veniva pubblicato il cult "Tales from the Crypt", che avrebbe formato un'intera generazione di cineasti e scrittori horror) e, più in generale, qualsiasi pubblicazione che non vedesse come protagonista un eroe in calzamaglia.
La Suicide Squad originaria è così composta da semplici esseri umani: un manipolo di soldati guidati dall'indomito Rick Flagg che viene chiamata in causa per sgominare ogni tipo di minaccia sovrannaturale o extraterrestre, in un mondo dove la Justice Society (antesignana della futura Justice Legue) è stata disciolta. Una squadra la cui pericolosità delle missioni porta alla coniazione del nomignolo "squadra suicida".
Ben accolto sin dai suoi primi anni di vita, l'albo originario viene rinnovato a partire dal 1986, anch'esso anno essenziale per i comics: la Bronze Age è in pieno corso e le storie di supereroi divengono più cupe e complesse. Il gruppo della squadra suicida viene così ripensato da capo come un manipolo di supercriminali che il governo americano, impersonato dall'integerrima Amanda Waller, utilizza per le missioni più sporche dalle quali dipende la sicurezza nazionale, coartandoli usando un collare esplosivo e la vana promessa di uno sconto sulla pena. Primi a fare capolino nella neocostituita Task Force X sono Deadshot e Capitan Boomerang, nemesi storiche di Batman e Flash. Mentre a guidare in azione il gruppo troviamo Rick Flagg Jr., figlio del colonnello che guidava il team originale. La scelta di creare una testata con protagonisti i "super-cattivi" non deve stupire: l'attenzione che la DC Comics ha sempre dimostrato anche per la caratterizzazione (estetica e non) dei villain è unica nel panorama superoistico mainstream, tanto da renderla quasi obbligata.
Ottenuto nuovamente un enorme successo, la testata viene "rigenerata" nel 2011 a seguito dell'avvento dei "Nuovi 52" di casa di DC, divenendo ancora più violenta e, per la prima volta, sottilmente (ma neanche più di tanto) erotica. La nuova politica editoriale porta Suicide Squad a divenire uno dei titoli più audaci e per questo adorati dai lettori. In tal senso è esplicativa una delle sequenze centrali del primo volume: Deadshot e Harley Quinn si abbandonano a una scena di sesso appassionato su di una lavatrice. Una testata che "osa", pur senza rischiare troppo: la qualità delle storie è buona, ma mai davvero eccellente, la violenza e la cattiveria compaiono a sprazzi, ma senza mai essere davvero scioccanti o portare a soluzioni sorprendenti o intriganti, ossia senza mai voler andare oltre quelle che sono le imposizioni restrittive del sistema di censura, il famoso "Comic Code" che tanti danni ha fatto nella narrativa a fumetti a stelle e strisce. Ciò nonostante, il pubblico premia nuovamente l'inusuale supergruppo, la cui testata viene letta regolarmente da un nutritissimo stuolo di appassionati.
Ma ad assicurarne la transizione su Grande Schermo non è tanto il favore del pubblico, quanto l'inaspettato e sorprendente successo di critica e di pubblico di "Guardiani della Galassia" (2014), il quale spalanca gli occhi dei produttori della Warner sulla possibilità di portare su schermo un gruppo di anti-eroi disfunzionali ottenendo lo stesso un enorme riscontro di pubblico.
"Suicide Squad" nasce con intenti prettamente commerciali e subisce un brusco cambio di rotta a riprese già iniziate a seguito delle polemiche e delle delusioni generate dall'uscita di "Batman v Superman", con conseguenze avvertibili facilmente. Il film montato differisce visibilmente con quello girato, in maniera non dissimile da quanto accaduto in casa Marvel Studios con "Ant-Man" (2015). Trovatosi a dover accontentare le richieste dei produttori, Ayer ha dovuto dare inizio ad un'intensa serie di re-shoot, a tagliare numerose sequenze, colorare i flashback con luci sgargianti, rimodellare parte della storia e persino cambiare il ruolo di determinati personaggi. E l'esito è un film monco e a tratti goffo.
Il caos produttivo si avverte sopratutto nella scena in cui viene presentato il personaggio di Katana, re-inserito nella storia all'ultimissimo momento, caratterizzato con mezza linea di dialogo e relegato per il resto del film a "braccio armato" di Rick Flagg Jr., nulla più e nulla meno.
Il numero di scene lasciate negli hard-disk di stoccaggio è enorme, come si può verificare anche semplicemente rivedendo i trailer usciti nei mesi scorsi. Tagli selvaggi che hanno portato a ridimensionare il ruolo di molti altri personaggi, che finiscono per restare sullo sfondo, come Killer Croc e Slipknot, o il cui potenziale di intrattenimento viene sfruttato solo in minima parte, come Capitan Boomerang. Ma molto del materiale andato perso riguarda anche il Joker di Jared Leto, il quale ha aspramente criticato il montato. Il personaggio finisce così per essere puramente riempitivo, una specie di Romeo psicopatico che corre in salvo della bella Harley Quinn per mezzo film, ma che alla fin fine non ha nessun peso specifico negli eventi.
Proprio il personaggio del Joker rappresenta uno dei punti più deboli del film. Ruolo narrativo a parte, l'apporto di Leto al personaggio è blando: il suo altro non è che un personaggio ibrido, un mix tra il gangster dandy e violento di Jack Nicholson e l'anarchico folle e inarrestabile di Heath Ledger, privo di tratti caratteriali distintivi che vadano oltre la mera estetica o l'amore folle (ma nemmeno più di tanto) per la bella Harley.
Montaggio sconclusionato a parte, la storia di "Suicide Squad" era già sulla carta pretestuosa e poco ispirata. La minaccia dell'Incantatrice è forzata, il suo piano per liberarsi talmente ovvio che non si può non pensare al perchè non lo abbia fatto prima, la sua smania di distruzione puramente basilare. Non c'è, in sostanza, un motivo efficace e credibile al perchè l'improbabile gruppo di supercriminali debba entrare in azione o al perchè lo spettatore possa appassionarsi alle loro gesta, tanto che, almeno inizialmente, si fatica a farsi coinvolgere.
Eppure, in questo marasma di forzature e situazioni improbabili, c'è qualcosa che riesce a catturare l'interesse e ad affascinare. Ayer e il cast riescono, un pò alla volta e non senza fatica, ad intrattenere a dovere e a dare al pubblico un prodotto che non sia una mera origin-story o una scusa per vendere un marchio.
Entrambi riescono ad infondere simpatia e carisma ai personaggi. Il Deadshot di Will Smith è un buon padre di famiglia, come era lecito aspettarsi dall'attore, ormai abbonato a ruoli del genere, ma non si appiattisce mai del tutto sulla bidimensionalità dello stereotipo del "cattivo dal cuore d'oro". La Harley Quinn di Margot Robbie è folle, non ha qualità redimenti che la possano rendere davvero "buona" ed è per questo, molto più divertente di una qualsiasi anti-eroina; senza contare come la Robbie sia talmente bella da incantare in ogni singlo fotogramma in cui appare. La vera rivelazione, pur mal sfruttata, è però il Boomerang di Jai Courtney: sboccato, irriverente, zotico e rozzo, per questo infinitamente divertente. Rivelazione perchè per la prima volta Courtney riesce ad essere credibile su schermo, forse anche perchè i suoi famosi lineamenti vaccheschi sono celati sotto la barba.
Merito del regista è anche il romanticismo di fondo. Non tanto quello che ammanta la love-story tra Harley Quinn e il Joker, adolescenziale e marcato al punto da far uscire i personaggi dai loro ruoli, quanto quello che lega il resto dei cattivi al loro passato. Romanticismo che ha le forme del rimpianto per El Diablo, dell'amore per la propria bambina per Deadshot, per il marito defunto per Katana e dell'amore "totale" ma adulto tra Rick Flagg Jr. e June Moone. Romanticismo mai zuccheroso o stucchevole, eredità della formazione noir (o presunta tale) del regista, che riesce anche a tradurlo efficacemente nel cameratismo tra i personaggi, i cui archi di odio-collaborazione non sono mai forzati, per questo sempre credibili.
Ayer è da sempre abituato a lavorare su film d'ensamble, con ricchi cast di coloriti personaggi. Il suo passato come sceneggiatore di noir malriusciti ma interessanti quali "Street Kings" e "Harsh Times" ne ha affinato le doti e la sua mano è ferma sia nella descrizione dei caratteri che nella direzione degli attori, pur sempre nei limiti del montaggio barbarico che affligge tutto il film. Ma suo merito è anche quello di calare la vicenda in un'atmosfera carpenteriana: numerosi sono i richiami al capolavoro "1997: Fuga da New York" (1981), dallo scenario post-apocalittico urbano all'uso degli esplosivi, ora iniettati nel collo dei personaggi, passando ovviamente per la premessa originaria del gruppo di "cattivi disillusi" coartati a lavorare per un governo machiavellico. Cattivi che, è bene sottolinearlo, restano sempre tali: benchè il film debba necessariamente proseguire verso il necessario e inevitabile happy ending, Ayer riesce a far essere i personaggi sempre coerenti con il proprio ruolo, senza mai trasformarli forzatamente in eroi da riporto,persino quando ad entrare il scena è il Romeo-Joker di Leto.
E' necessario, quindi, auspicare l'uscita di una Director's Cut del film che proponga il montato originario, come avvenuto con "Batman v Superman", la cui "Ultimate Cut" riesce a limare in modo efficace alcuni difetti. Perchè nel suo stato attuale, "Suicide Squad" è sicuramente un film divertente ed apprezzabile, celato tuttavia tra le macerie di una operazione discutibile, che ne ha sottratto molto del potenziale, rendendolo, in definitiva, un divertente ed apprezzabile casino ambulante.
con le voci di: Kevin Conroy, Mark Hamill, Tara Strong, Ray Wise, John DiMaggio, Robin Atkin Downes, Brian Jones.
Animazione/Azione/Drammatico/Noir
Usa 2016
---CONTIENE SPOILER---
E' possibile che la stagione cinematografica del 2016 verrà ricordata, tra le altre cose, per le assurde e pretestuose polemiche sulla misoginia. E' successo con il "caso" del remake di "Ghostbusters", così come con l'adattamento del capolavoro "The Killing Joke" diretto da Sam Liu per la acclamata linea di lungometraggi straight-to-video della Warner Animation.
Film che, già da solo, ha fatto parlare di sé non appena venne annunciato. Per la trasposizione di uno dei massimi capolavori del fumetto mainstream americano, la Warner non ha badato a spese, investendo ben 3 milioni e mezzo di dollari, affidando la regia all'autore di "Batman: Year One" (2011), garantendo un rating R al posto del solito PG-13 per assicurare la massima libertà possibile agli autori, riunendo le voci storiche di Batman e del Joker, le superstar del doppiaggio Kevin Conroy e Mark Hamill; ma sopratutto affidando la sceneggiatura a Brian Azzarello, a cui è spettato l'arduo compito di espandere le 45 pagine del fumetto originale per raggiungere i 75 minuti di durata.
Alla luce del risultato, è stato facile gridare allo scandalo dagli spalti di quel ComicCon dove è avvenuta l'anteprima mondiale, con i soliti cori femminazisti che gridavano vendetta per quella Batgirl troppo vittimizzata, troppo legata al suo mentore, troppo donna nel lasciarsi abbandonare all'attrazione verso una figura maschile definitiva.
Troppo facile, sopratutto se si pensa come le polemiche sulla misoginia campate in aria non sono mancate nemmeno quando l'originale lavoro di Alan Moore uscì nelle edicole di tutto il mondo.
Era il 1988 quando Moore decise di dedicarsi ad un progetto strano, lontano da quello che era, all'epoca, il suo modo di intendere il supereroe. Una visione personale dello scontro tra le due nemesi più celebri e riuscite della carta stampata: Batman, l'incorruttibile Cavaliere Oscuro, ed il Joker, il Clown Principe del Crimine. Due personaggi che nelle mani Moore passano dall'essere speculari e complementari a due semplici "facce della stessa medaglia".
Laddove Batman ha deciso di intraprendere la lotta al crimine a seguito del trauma per la morte dei genitori, il Joker, le cui origini vengono per la prima volta immaginate dal grande artista inglese, supera le soglie della pazzia a seguito della morte della moglie e del figlio che portava in grembo, sue uniche vere ragioni di vita. Laddove Batman si vede perennemente costretto a restare fedele al suo codice d'onore e alla legge che in parte è costretto ad infrangere, il Joker ha superato la barriera delle convenzioni per scoprire la futilità effettiva (o presunta tale) delle regole. A dividerli è una linea sottilissima, quasi inesistente, giusto una visione diversa solo in parte di quella realtà che ha forgiato indissolubilmente la loro follia. Poichè anche l'ossessione giustizialista del Cavaliere Oscuro, come già sottolineava in quegli anni Frank Miller, altro non è che una sublimazione di una totale crisi interiore, nervosa ed umana.
Lo "scherzo crudele" è quello della vita, l'assurdità di un'unica "cattiva giornata" che rivela tutto l'orrore latente nella realtà, tutta l'assurdità della vita con una ferocia mortale. Tanto che alla fine, in quello che può essere davvero visto come l'ultimo scontro tra i due poli, ai due nemici non resta che ridere assieme, ognuno arroccato dietro le proprie convinzioni, eppure mai così vicini nel comprendersi, nel comprendere la vacuità del vero e l'indiscutibile necessità che quel sistema di valori tanto detestato rappresenta.
L'influenza della visione di Moore, neanche a dirlo, è stata essenziale anche (forse sopratutto) negli adattamenti per il Grande Schermo dei personaggi. Le origini del Joker nel "Batman" (1989) di Tim Burton vengono riprese in parte proprio da "The Killing Joke", sebbene ammorbidite nella loro carica dissacratoria. Mentre la caratterizzazione del Joker di "The Dark Knight" (2008) è un'iperbole di quella del fumetto, dove la coscienza dell'assurdo diviene spirito anarchico folle e al contempo inquietantemente lucido.
La trasposizione ufficiale della storia non può certo vantare la complessità del Batman di Nolan o il fascino di quello di Burton, soffre sicuramente di una regia priva di fantasia, troppo ancorata alle bellissime tavole di Brian Bolland, usate praticamente come storyboard in modo simile a quanto fatto da Zack Snyder nel suo "Watchmen" (2009). Ma la scrittura di Azzarello riesce a convincere, sopratutto nella prima mezz'ora, la cosidetta "parte inedita" che prelude alla trasposizione vera e propria.
Mezz'ora che si adagia sul punto di vista, inedito, di Barbara Gordon/Batgirl. Proprio lei, la vittima sacrificale dello scherzo omicida, la donna la cui vita viene spezzata dall'azione di un folle "che ha una teoria da dimostrare", usata poi come mezzo per causare la pazzia del padre. Lei, quel corpo sanguinante e nudo, dolorante e ferito nell'orgoglio prima ancora che nel corpo, la cui visione ha scioccato milioni di lettori. Causando anche le prime sterili polemiche: era impensabile usare un personaggio femminile solo per farlo a pezzi in poche vignette. Era scandaloso l'aver spezzato la schiena di quella eroina che rappresentava al contempo un modello per le ragazzine ed un sogno erotico per i ragazzini. Era oltraggioso mostrarne il corpo, tabù ultimo già negli anni '80, tanto che tutt'oggi si cerca in tutti i modi di far credere ad uno stupro subito dal personaggio, pur quando la psicologia e la caratterizzazione del Joker non contemplano minimamente la sottomissione sessuale.
Ed è scandaloso, nel 2016, mostrare un'eroina fragile, che non riesce a fuggire dall'ombra del maschio alfa, arrivando persino a consumare con lo stesso un appassionato rapporto sessuale (pur lasciato fuori campo).
E' scandaloso perchè la società americana ha davvero raggiunto il fondo. Anni di razzismo e vera misoginia (basti vedere la rappresentazione della donna data in "Sex & City" e "Baywatch" serial tra i più seguiti ed apprezzati di sempre, o nella miriade di programmi televisivi o blockbuster estivi con donne oggetto che tutt'oggi furoreggiano al di là dell'oceano, ma che stranamente non vengono mai davvero tacciati di nulla) e conformismo imposto con la forza hanno plasmato una visione manichea ed idiota di come la donna dovrebbe essere rappresentata. Una donna che deve essere sempre e comunque forte. Una donna che non deve avere bisogno di nessun tipo di aiuto. Una donna che depreca il sesso. Una donna che depreca il maschio. Una donna che, inutile negarlo, non può esistere. Non in quanto donna, ma in quanto persona.
Un modello del genere è impraticabile perché fuori da ogni logica possibile ed immaginabile e lontano anni luce dalla realtà. Il risultato di un tale trattamento sarebbe quello apparso nel coevo remake di "Ghostbusters": una donna forzatamente intelligente, ma anche vagamente stupida, giusto per permettere alle spettatrici di identificarsi nei pregi come nei difetti. Una donna che riesce ad emergere solo perchè posta in un contesto misandrico, dove tutti i maschi sono idioti e inetti. Una donna i cui difetti sono basici, inesistenti o comunque vezzeggiati sino all'idealizzazione di una figura davvero fuori da ogni canone.
Visione che è frutto di fantasie talmente infantili da essere davvero misogine, perché privano la donna di una componente essenziale, ossia il vero e verosimile difetto. Non il difetto indissolubile di appartenere al sesso femminile, di fatto inesistente, ma il difetto intrinseco ad ogni essere umano, quella forma di fragilità che rende un personaggio davvero tridimensionale e non un clichè, un luogo comune o una parodia.
Di fatto, quello che Azzarello ha compiuto con Batgirl altro non è se non prendere un personaggio bidimensionale e dargli una forma di tridimensionalità. La supereroina tutta curve e sorrisi è divenuta una persona insicura, la cui insicurezza deriva da un complesso di inferiorità verso un modello irraggiungibile, perché appunto idealizzato. Un uomo che non ha più un grammo di umanità in corpo e che per questo non è più una persona. Batgirl, d'altro canto, nell'arco creato dall'autore, è una ragazza che riesce a schivare quell'abisso (il pestaggio di Francesco) salvando la propria umanità abbandonando il suo alter ego. Così come l'atto di unione verso quell'uomo non è sottomissione al modello maschio, ma semplice richiesta d'aiuto: un grido lanciato a quella figura di riferimento così importante, eppure distante. Non il grido di una donna inetta o debole, ma di una persona sola.
La tenacia di Batgirl, la sua forza e determinazione non vengono negate: la donna qui ritratta non è la fanciulla in pericolo o la semplice vittima designata di una società patriarcale, ma una creatura che riesce comunque a superare i suoi limiti personali e ad affermarsi. Non per nulla, alla fine della prima parte è lei che sconfigge il villain e salva persino la vita a quel maschio alfa che tanto la ossessiona.
Batgirl, in definitiva, non è ritratta come una donna con difetti da donna, ma come una persona con i difetti propri di qualsiasi persona. Per questo la galleria degli orrori che è chiamata ad attraversare riesce ad essere ancora più dolorosa. Per questo quel colpo di pistola infertole al ventre riesce davvero a far male anche a chi la osserva.
Ma per le femminaziste e i conformisti del politically correct è troppo: non si possono avere personaggi con dubbi esistenziali ed umani, personaggi che sbagliano e sanguinano. Non quando hanno anche una vagina. E questa è la vera misoginia: la misoginia sottile e stupida di un gruppo di ipocriti convinti di essere nel giusto.
Nei 45 minuti finali il tocco di Azzarello, per forza di cose, scompare. Con l'arrivo ad Arkham, la scoperta dell'impostore e l'entrata in scena del Folle Principe della Risata, "Batman: The Killing Joke" diviene la trasposizione letterale della sua controparte cartacea. La genialità della scrittura di Moore trasuda da ogni fotogramma, sopratutto grazie alla performance di Mark Hamill, che crea un Joker folle eppure immensamente empatico. La violenza e la cattiveria dell'albo fanno capolino sovente e non sono ammorbidite: il rating R permette davvero agli autori di restituire perfettamente l'atmosfera cupa dell'opera senza estremizzarla inutilmente.
Tanto che, polemiche a parte, "Batman: The Killing Joke" può essere visto ed apprezzato perfettamente anche da chi non ha letto il fumetto. L'uso dei dialoghi originali, talvolta didascalico, garantisce tuttavia un'ottima immersione nella visione di Moore e il lavoro svolto dai doppiatori accresce lo spettacolo. Non un capolavoro: un adattamento ancora più libero avrebbe giovato ulteriormente ai personaggi, sopratutto a quello di Batman. Ma una trasposizione lo stesso riuscita e godibile.
EXTRA
Anche su carta, le polemiche accompagnano sovente il personaggio di Batgirl.
Giusto un anno fa usciva in america il numero del n° 41 della sua serie in solitario, nella quale la Ragazza Pipistrello si confrontava con il Clown Principe del Crimine per la prima volta dopo aver ripreso il mantello giallo. La copertina originale, disegnata da Rafael Albuquerque, è stata oggetto di numerose polemiche, tanto che la DC ha, alla fine, deciso di censurarla:
Il character design del Joker era quello di "The Killing Joke" e ,secondo le associazioni femministe, la posa dei personaggi implicava il fatto che tra i due vi fosse stato un rapporto sessuale non consenziente. Polemiche, come al solito, campate in aria e basate più su una forma di sessuofobia che sull'effettiva difesa dell'intangibilità della figura femminile.
Per la par condicio, non sono mancate nemmeno polemiche relative all'inclusione di un villain omosessuale: Dagger Type, maschio che si traveste con un costume che imita la gimmick della Ragazza Pipistrello con pailette e strasse.
Secondo i detrattori, il personaggio sfoggerebbe caratteristiche omofobe e lesive della dignità di molti membri della comunità LGBT.
Forse, più semplicemente, ancora non si riesce ad assimilare il fatto che l'uguaglianza effettiva passa anche da queste piccole cose e che ritrarre un personaggio omosessuale o transex nei panni di un villain non è per forza un veicolo per offendere.
"Batman: The Killing Joke" è stato il secondo film d'animazione concepito per il mercato home video ad essere proiettato anche nei cinema americani. Il primo fu "Batman: La Maschera del Fantasma" (1993).
Tratto dalla celebre "Batman- The Animated Series", "La Maschera del Fantasma" è stato lo special che ha praticamente inaugurato la longeva tradizione delle trasposizione Warner Animation tratte da fumetti della DC Comics. Negli ultimi anni ha persino raggiunto lo status di film di culto, grazie alle splendide animazioni, alle musiche di Shirley Walker basate sulle partiture originali di Danny Elfman, ma sopratutto grazie ad una storia originale ed intelligente, che portava per la prima volta su schermo le origini del Cavaliere Oscuro.
con: Kristen Wiig, Melissa McCarthy, Kate McKinnon, Leslie Jones, Chris Hemsworth, Neil Casey, Charles Dance, Andy Garcia, Ed Begley Jr, Matt Walsh, Michael Kenneth Williams.
Commedia/Fantastico
Usa 2016
Rivendere marchi al pubblico, creare franchise con ogni singola idea spremendola sino all'osso, vendere merchandise inutile che diviene il vero motivo di esistere di una pellicola.
Hollywood è sempre stata una fabbrica che crea oggetti da dare in pasto al pubblico, ma negli ultimi dieci anni il trend di trasformare ogni singolo film in un brand commerciale ha oltrepassato la soglia del ridicolo sino a raggiungere lo squallore più puro.
Saghe mediocri quali quelle di "Harry Potter", "Twilight" o "Hunger Games" hanno fomentato l'idea malsana di creare infiniti capitoli su basi letterarie esigue (semplicemente oltraggiosa la trovata di scindere in due film l'ultimo capitolo di ognuna di esse per estorcere più denaro ai fan, quando è palese l'insussistenza quantitativa del contenuto), mentre il successo dei supereroi dei Marvel Studios ha coniato la moda dei marchi associati con gli studios. E questo remake del classico e supercult "Ghostbusters" (1984) altro non è se non il figlio bastardo di queste orripilanti tendenze; come sempre in casi simili, la storia produttiva alla base è talmente incredibile, complessa e a tratti oscena da essere infinite volte più interessante del prodotto finito.
Ogni major ha un proprio franchise da portare avanti, se non più d'uno. La Disney possiede, tra gli altri, il catalogo della Lucasfilm, con "Star Wars" in prima fila; la Marvel di Feige ha i suoi infiniti supereroi; la Warner ha il roaster della Dc, della Vertigo e la saga letteraria di Harry Potter; la Lionsgate acquisisce ossessivamente i diritti di sfruttamento di ogni singolo romanzo young adult in cerca dell'ennesimo colpaccio; la Paramount ha "Star Trek"; la Universal propina e ri-propina remake e reboot dei suoi classici horror; la Fox è ormai lanciatissima nell'adattare le serie mutanti della Casa delle Idee.
La Sony, d'altro canto, può vantare un record poco invidiabile: l'aver fatto deragliare non una, ma ben due saghe cinematografiche sull'Uomo Ragno. In particolare, l'ingerenza produttiva in "The Amazing Spider-Man 2" (2014) ha condotto non solo alla creazione di un film mediocre, ma anche al peggior esito ai box-office di sempre per il personaggio. La produttrice in capo, Amy Pascal, all'epoca dovette quindi arrovellarsi il cervello su come sfruttare al meglio le licenze che già possedeva per creare una serie, potenzialmente infinita, di film di successo.
Produttrice ambiziosa, ma di scarsissima duttilità, la Pascal accarezzava da anni un sogno personale un pò infantile ma in fondo interessante: creare una serie di film con al centro un gruppo di supereroine, tutte donne, tutte forti ed emancipate. La scelta sul cast di personaggi cadde inizialmente sulle protagoniste del "ragno-verso", in particolare sulla Spder-Gwen che, approdata da pochissimo sulle pagine dei fumetti di Spider-Man, riscosse un successo immediato. Ma il pessimo lavoro da lei svolto dietro le quinte all'ultimo exploit del personaggio portò il sogno a sfumare; così come sfumarono tutte le possibili prosecuzioni della saga principale: niente più spin-off sui Sinistri Sei, film in solitaria su Venom o terzo capitolo con protagonista Andrew Garfield; la sua folle ingerenza, che ha portato a far scrivere il film al duo di imbecilli Orci & Kurtzman e ad infestare il tutto con inutili rimandi e easter-egg, non ha pagato.
Serviva qualcosa di diverso, qualcosa che il pubblico non vedeva da anni, ma al quale fosse già affezionato. Un simbolo del passato che potesse nuovamente portare la gente a spendere soldi per il cinema e sopratutto per i prodotti. E la scelta cadde sugli Acchiappafantasmi del trio Aykroyd-Ramis-Reitman.
Peccato che questi tre fossero già alle prese con la pre-produzione del terzo capitolo delle avventure dei quattro scienziati pasticcioni. Da almeno 20 anni.
Era il 1989 quando "Ghostbusters II" arrivava nelle sale. Un sequel mediocre, ma tutt'altro che disprezzabile: una copia carbone poco ispirata del primo film, con uno script a tratti palesemente rozzo, sopratutto nei dialoghi, ma che riusciva lo stesso ad intrattenere e divertire. L'esito scontentò non solo i fan del film originale o dell'allora ruggente cartone animato, ma anche gli attori coinvolti. Primo fra tutti Bill Murray, che non celerà mai il suo fastidio nell'aver preso parte ad un film dove gli effetti visivi contavano più del resto. Ma quell'esperienza deleteria servì molto ai suoi autori.
Chiamati a bordo del progetto, Aykroyd, Ramis e Reitman non avevano nessuna idea in merito ad un possibile sequel di quel film che, fino ad allora, era stato la commedia più vista di sempre. La brutta esperienza, tuttavia, fu coronata dall'ottima accoglienza al botteghino (restò in cima alle classifiche per tutta la prima settimana, dopo la quale fu surclassato unicamente da quel tifone che fu il "Batman" di Burton, riuscendo comunque ad incassare oltre 300 milioni in tutto il mondo a fronte di un budget di poco inferiore ai 40) e da una tiepida accoglienza critica. L'interesse per i personaggi resisteva ed il trio decise di dedicare loro una terza avventura, questa volta più ambiziosa e complessa.
Lo script del terzo film, intitolato dapprima "Ghostbusters in Hell" e poi "Ghostbusters III: Hellbent" era pronto già nei primi anni '90 e vedeva gli Acchiappafantasmi nuovamente alle prese con una minaccia extradimensionale: un portale aperto da uno scienziato che conduce nientemeno che all'inferno, dove si ritrovano ben presto intrappolati. Idea originale, che però restò sepolta per oltre 15 anni: troppo ambiziosa, da un lato, per gli effetti speciali dell'epoca, troppo rischioso, d'altro, investire in un brand che oramai il pubblico generalista cominciava ad ignorare. L'inferno divenne quindi quel "development hell" nel quale i migliori progetti hollywoodiani si perdono talvolta per sempre.
Finchè nel 2009, ossia 20 anni dopo l'uscita nelle sale dell'ultimo film, sugli scaffali dei negozi non arrivò un nuovo prodotto con il famoso logo del fantasmone bianco: un videogame prodotto dalla Atari, ambientato subito dopo gli eventi del secondo film e che riuniva per l'occasione l'intero cast originale del film, compreso il solitamente riluttante Bill Murray, che si dirà divertito dall'esperienza.
L'accoglienza positiva riservata al gioco riportò i riflettori sul progetto "Ghostbusters 3". I tre autori tornarono a collaborare e con l'aiuto di un team di sceneggiatori capitanato da Gene Stupnitsky aggiornarono il vecchio script. Lasciata inalterata la minaccia e il villain, vengono introdotti due elementi del tutto freschi ed originali: l'aggiunta al cast di una donna, che nelle intenzioni di Harold Ramis avrebbe dovuto essere "bella e divertente" e, sopratutto, un nuovo team di acchiappafantasmi più giovani, che si sarebbero affiancati al gruppo storico, tra i quali figurava anche Oscar, l'infante in pericolo di "Ghostbusters II" ora cresciuto. Unico problema: Murray continuava a rifiutare la collaborazione, pur avendo dato precedente disponibilità, affermando di non voler prendere parte come protagonista ad un film disimpegnato, procrastinando ulteriormente l'inizio della produzione.
Ma con la sceneggiatura praticamente pronta, Reitman cominciò il casting principale: contattò Seth Rogen e Ben Stiller per i "cadetti" e persino Sacha Baron Cohen per il ruolo del cattivo di turno. La Sony arrivò persino a pubblicizzare il progetto nei panel commerciali del 2010 e 2011, prova di come la produzione vera e propria fosse imminente. Ma Murray a parte, i tre autori dovettero far fronte ad un altro problema: l'ostracismo della stessa Pascal, che voleva dare priorità ai film sull'Arrampicamuri Scarlatto e al suo personale progetto di supereroi in gonnella. "Ghostbusters III: Hellbent" tornò in quel girone dove era stato sepolto e vi rimase sino al 2014, quando l'improvvisa morte di Harold Ramis mise la parola fine al progetto.
Senza uno dei suoi autori, "Ghostbusters: Hellbent" venne accantonato e la Sony, che non vi aveva mai davvero creduto, si dedicò anima e corpo alla prosecuzione del franchise di Spider-Man.
Due eventi imprevisti sconvolsero nuovamente i piani: il leak di informazioni ad opera degli hacker nordcoreani portò alla luce lo scontento degli impiegati in merito alla poco lungimirante politica produttiva degli executives e scoperchiò le deboli politiche della Pascal e soci. Mentre il mezzo flop di "The Amazing Spider-Man 2", con conseguente rinegoziazione degli accordi di sfruttamento con la Marvel, portò la major alla ricerca di un nuovo franchise. Il colpo di genio della Pascal spiazzò tutti: produrre un nuovo film sui Ghostbusters, ma che non fosse un sequel, bensì un remake, con un cast totalmente al femminile e senza coinvolgere nessuno degli autori originali. Trovata disprezzabile per più motivi.
L'originario film del 1984 non è una pellicola che si presta ad essere clonata con facilità. L'equilibrio, pressocchè perfetto, tra commedia e horror è tutto merito dei due sceneggiatori e del regista, oltre che di un cast affiatato, che si è formato sul palco dei Saturday Night Live affinando l'alchimia comune. Murray, Aykroyd e Ramis si integravano perfettamente sulla scena perchè già colleghi da anni, la sceneggiatura amena degli ultimi due funziona grazie al tono visionario del primo e al sapiente uso del registro comico attuato dal secondo, mentre la genialità di Reitman sta nel portare tutto in scena come se fosse un film fantastico piuttosto che una commedia. Il regista, formatosi nel decennio precedente come produttore per David Cronenberg, sa usare il registro horror e adopera uno stile secco nei passaggi più seri per poi affidarsi totalmente al cast in quelli più leggeri. La fusione dei due registri riesce sopratutto perché il film non scade mai in una bieca parodia del genere e, quando decide di parodiare, lo fa in modo sottile, con un umorismo fine, mai sopra le righe o, peggio, volgare.
In sostanza, la formula alla base della riuscita del film dipende totalmente dai nomi coinvolti. Estromettere totalmente gli autori originali non aveva senso.
L'idea di usare un team al femminile era invece, sulla carta, una trovata interessante, sopratutto se si tiene conto di come fosse già in parte presente nei piani originali di Ramis. E l'aver affidato la regia a Paul Feig, ancora, sembrava la scelta giusta: un autore famoso per le sue commedie al femminile, che sopratutto con "Bridemaids" (2011) aveva saputo creare una commedia divertente e politicamente scorretta, dirigendo un cast perfetto. Ancora più azzeccata era l'idea di portare a bordo Kristen Wiig, Melissa McCarthy e Kate McKinnon, semplicemente le tre migliori attrici comiche che Hollywood ha a disposizione. Tutto questo sempre e solo sulla carta.
Perchè alla luce dei fatti, questo remake, reboot o come lo si voglia chiamare viene disintegrato dal confronto, impietoso, con l'originale e persino con i lavori precedenti di Feig, pur non essendo il disastro inguardabile che in molti temevano sarebbe stato.
"Ghostbusters" non è un prodotto che aggiorna temi e alchimia dell'originale alla nuova sensibilità del XXI secolo, nel bene e nel male, come faceva il riuscito remake di un'altro classico degli anni '80, il RoboCop di José Padillha. Feig non sa gestire il registro horror, quindi costruisce quasi tutta la pellicola come una semplice commedia. Le uniche volte in cui tenta la carta della tensione lo fa senza rischiare nulla, giusto con un jump-scare nella sequenza del primo incontro tra le ghostbusters e lo spettro nella casa-museo o affidandosi totalmente agli effetti speciali, come in quella, più riuscita del manichino. Manca la tensione, ma anche l'atmosfera cupa che spesso faceva capolino nell'originale, così come un immaginario orrorifico vero e proprio. Gli spettri di questo reboot non fanno paura, ma non hanno neanche quel fascino grottesco che ammantava gli originali. L'uso ridicolo della CGI per ogni singolo effetto speciale fa somigliare il tutto ad un cartone animato e la palette di colori accesa funziona solo con la fotografia in camera, mentre appiccicata addosso alle apparizioni le fa somigliare a quelle dei film di "Scooby-Doo".
L'umorismo di Feig non ha nulla a che vedere con il sarcasmo divertito dell'originale, ma anche con la cattiveria dei suoi stessi film precedenti. La maggior parte delle gag sembrano uscire da un parodia piuttosto che da una farsa, tanto sono distaccate dal contesto ed votate all'assurdità gratuita. Molte battute cadono a vuoto o, peggio, sono dilatate e ripetute sino allo sfinimento. Come le gag sulla stupidità di Kevin (Chris Hemsworth), che vengono sputate in faccia allo spettatore ad ogni occasione; e, paradossalmente, alcune di queste sono tra le migliori del film. Ma a difesa del lavoro svolto dall'autore, bisogna ammettere che, quanto meno, anche le battute peggiori non lasciano addosso quel senso di imbarazzo proprio dei peggiori exploit comici americani odierni.
I punti più deboli sono, malauguratamente, la storia ed i personaggi. La prima è, essenzialmente, una flebile rilettura di quella del primo film, purgata dai risvolti più estremi e con un villain a dir poco idiota: un nerd che decide di scatenare l'apocalisse perché alienato e bistrattato.
I personaggi, d'altro canto, sono stereotipati o copie carbone di altri già visti. I più riusciti sono quelli della Wiig e della McCarthy, ma la sensazione di deja-vù è davvero forte; di fatto, Erin altro non è che il medesimo personaggio che la Wiig ha interpretato infinite volte su schermo, compreso in "Bridesmaid": una donna matura incapace di raggiungere il successo nella vita, un pò goffa ed impedita, che trova conforto nelle sue amiche. La Abby della McCarthy è invece una semplice versione in gonnella del Ray Stanz di Dan Aykroyd, ma senza i lampi di genio del suo interprete originale. Più imbarazzanti le caratterizzazioni dei personaggi della McKinnon e della Jones. Holtzmann è, in sostanza, una parodia del Doc Brown della serie di "Ritorno al Futuro" con qualche accenno sparuto dello Spengler di Harold Ramis, che la McKinnon si diverte a caricare sin oltre i limiti del parodico e che, nell'economia del film, serve sopratutto ad includere un personaggio sottilmente (ma neanche più di tanto) omosessuale. Mentre la Patty Tolan della Jones è semplicemente lo stereotipo del donnone nero elevato all'ennesima potenza, né più, né meno, al punto che persino chi criticava la blanda inclusione del personaggio di Zeddmore nei vecchi film qui non potrà che gridare allo scandalo.
Vien da ridere se si pensa che queste quattro figurine dovrebbero essere donne forti ed indipendenti. E di fatto, per salvarsi, da questo punto di vista Feig decide di giocarsela facile e sporca, immergendole in un mondo dove ogni singola figura maschile è un perfetto idiota. Tralasciando il personaggio di Kevin, talmente tonto da poter essere definito ritardato, o il rettore di ferro interpretato da Charles Dance, che licenzia Erin solo perché aveva scritto un libro sul paranormale in gioventù, a stupire maggiormente sono i personaggi del sindaco e del villain. Il primo è un idiota impedito, che non capisce nulla di ciò che avviene e lascia il ruolo di guastafeste alla sua segretaria, che essendo donna è invece dotata di raziocinio. Mentre il cattivo di turno, già di per sé scemo, viene contrapposto alle protagoniste anche su di un piano umano: laddove loro quattro fanno dell'amicizia una forza, lui è un alienato irrecuperabile e per questo destinato alla sconfitta, che viene schernito in lungo e in largo per tutto il film solo a causa del suo aspetto goffo e poco attraente. Totalmente opposto è invece l'atteggiamento verso il fustacchione di Hemsworth, del quale Erin si innamora perdutamente nonostante la sua palese demenza; comportamento che porta alla mente quello di un uomo alle prese con una donna bella ma scema, ribaltamento del famoso luogo comune che riporta alla mente, in modo invero blando, la comicità tipica di Feig, ma che su schermo risulta talmente fuori luogo che si finisce per domandarsi se l'autore abbia mai davvero conosciuto una donna in carne ed ossa.
In un contesto del genere, Feig e la sceneggiatrice Katie Dippold vorrebbero esaltare le virtù intellettive ed umane del loro quartetto, ma non si accorgono di come immergere i loro personaggi in un mondo dove avere un pisello vuol dire essere idioti non è sinonimo di progressismo, ma di semplice stupidità. Al punto che se gli autori si sono divertiti a dare del misogino a chiunque non abbia apprezzato il film, bisognerebbe ricordar loro come anche l'insulto gratuito verso il gender maschile è altrettanto deprecabile. Ma vista la caparbietà con cui si sono divertiti a caratterizzare in modo stupido e volgare i loro personaggi, è anche possibile che non abbiano la maturità per comprendere un concetto che ai loro occhi potrebbe risultare infinitamente astruso e complesso.
Dal canto suo, Amy Pascal è davvero riuscita nell'impresa di creare un film con delle supereoine e con tutti i luoghi comuni del genere: la origin-story che occupa tutte e tre gli atti, le sequenze in cui viene provata l'attrezzatura, il confronto con un villain puramente pretestuoso, persino la scena post-crediti che apre ad un sequel più ambizioso; e. sopratutto, un terzo atto dove le ghostbusters attaccano i fantasmi come se fossero comunissimi scagnozzi fatti di carne e sangue, passandoli al tritacarne e mettendoli al tappeto a suon di frusta, alla faccia della minaccia ectoplasmatica.
Tutto il resto è pura routine: gag poco riuscite, umorismo del tutto distaccato dal contesto, storia inesistente. Tutti difetti propri del cinema di intrattenimento contemporaneo, nulla che non poteva essere previsto data la natura prettamente commerciale dell'operazione. Il vero "crimine", semmai, è stato l'aver costretto il cast originale a comparire in una serie di camei inutili e talvolta fuori luogo, come quello di Bill Murray, che riprende in sostanza il ruolo che fu di William Artherton nell'originale. Visione che riesce davvero a deprimere.
Per il resto questa operazione da due soldi lascia il tempo che trova: 120 minuti che volano via, non esaltano ma neanche irritano. Una mediocrità pura e semplice, una forma di cinema di intrattenimento che gioca al ribasso su tutto. E che per forza di cose finisce per perdere con il suo predecessore, che di certo non mancava di ambizione. Ma, si sa, erano altri tempi quelli che lo hanno visto nascere, anche per quel cinema di puro disimpegno.
EXTRA
Impossibile parlare del film senza fare cenno al polverone di polemiche che ha suscitato nei mesi antecedenti alla sua uscita. O per meglio dire: non tanto il film in sé, quanto le reazioni al suo lancio. Pubblicato il trailer, gli utenti di YouTube hanno manifestato in modo diretto lo scontento per quelle immagini poco divertenti e a tratti semplicemente stupide, tanto che in breve tempo è divenuto il trailer con il maggior numero di dislike sulla piattaforma.
Disperati, i dirigenti della Sony, impauriti da un possibile flop, hanno reagito in modo squallido e codardo, tacciando di misoginia chiunque postasse commenti negativi e pubblicando il successivo materiale video unicamente sulla pagina Facebook del film, dove era impossibile commentare. La strategia era semplice: isolare gli scontenti, insultarli ad oltranza per far credere al pubblico occasionale che si trattasse di pochi facinorosi ignoranti, quando in realtà gli utenti che hanno effettivamente pubblicato commenti di disapprovazione sul gender del cast si contavano sulle dita di una mano monca.
Con una manovra furba e squallida, gli addetti al web della Sony hanno poi deciso di cancellare solo quei commenti negativi che articolavano in modo complesso e completo il loro punto di vista, sopratutto quelli postati da utenti donne, lasciando invece in bella mostra i commenti realmente misogini, per creare prove a tavolino sulla "persecuzione maschilista" in atto.
Ancora più squallido è stato il comportamento di Paul Feig, che tramite il suo account Twitter ha insultato praticamente chiunque non apprezzasse il film.
La Pascal, dal canto suo, si è unita al coro, insultando a destra e a manca chiunque non apprezzasse le immagini o osasse anche solo timidamente dire qualcosa di negativo sul film, sull'operazione commerciale che lo ha generato, sull'accoglienza delle immagini e video promozionali o persino sulle polemiche stesse.
Comportamento che definire infantile sarebbe superfluo.
La politica poco lungimirante della Sony ha portato a puntare tutto su di un unico film per risollevare le proprie sorti produttive. Facile intuire perché temesse un flop del film dovuto all'accoglienza negativa. Insulti a parte, la major ha attuato una delle sue solite strategie per pubblicizzare meglio il blockbuster: corrompere giornalisti che creassero recensioni ad hoc. In questo caso, si è deciso di utilizzare il canale YouTube Island Arcade, il cui autore non è neanche solito recensire film.
La breve vita del canale (appena 5 mesi), la poca frequenza con cui viene aggiornato e le strane circostanze che hanno portato l'autore ad ottenere un invito ad una proiezione di anteprima, hanno fatto pensare a molti altri youtuber (compreso Midnight'Edge, canale specializzato nelle controversie dietro famosi blockbuster) ad affermare come addirittura l'intero canale sia stato creato appositamente per pubblicizzare il film.
Tuttavia, è un altro atteggiamento mediatico a suscitare vera curiosità: durante i mesi di polemica, nessun membro del cast si è espresso a favore del film via social media, con l'eccezione della McCarthy, che ha timidamente twittato dei post sugli argomenti. Tolte le canoniche ospitate televisive al fianco dei volti storici del film originale, né la Wiig, nè la Jones, né la McKinnon si sono prodigate per cercare di vendere in alcun modo il prodotto. Probabilmente si erano rese conto in partenza della sua pochezza e della disperazione della Sony.
Ecco perchè la Pascal ha dovuto letteralmente comprare l'approvazione della vecchia guardia: Dan Aykroyd, probabilmente dietro un lauto compenso, si è speso in elogi sperticati verso il film.
Visto il prodotto finito, è palese la sua cattiva fede.
Sempre Aykroyd si è reso tristemente protagonista di un'altra campagna d'odio verso i detrattori: durante un'intervista presso ETCanada, l'attore ha affermato come chiunque non apprezzi questo remake sia "un sessantenne panzuto iscritto al KKK o ad altre organizzazioni razziste".
Anche in merito a quest'altra inutile cascata di insulti gratuiti, ogni commento risulterebbe semplicemente superfluo.
Un vero e proprio dossier completo sul "caso Ghostbusters" può essere trovato sul canale YouTube di Midngiht's Edge. Visione raccomandata per capire la gravità degli insulti propinati dagli autori del film al pubblico e per la vastità dell'idiozia dietro all'intera operazione.