venerdì 23 settembre 2016

R.I.P. Gianluigi Rondi



1921-2016


Sarebbe facile, oggi, rivalutare in positivo la figura di Giuanliugi Rondi, utilizzare quell'ipocrisia tipica di tanta razza italiana per affermare come sia stato il critico più eminente che abbia mai calcato il suolo italico, nonchè l'uomo di cinema più importante della storia del paese. Facile, ma non giusto, perchè quella di Rondi è stata una figura a dir poco controversa, importante si, ma la cui attività di critico in particolare ha spesso regalato perle di malcostume giornalistico da antologia. 
Meglio sarebbe, di conseguenza, capire quali siano stati davvero i suoi effettivi meriti, astrarsi da considerazioni personali, lodi sperticate ed inutili o insulti gratuiti, per darne una visione se non completa, quantomeno chiarificatrice.

Rondi era comunista e cattolico, membro della resistenza e militante della Democrazia Cristiana. Comincia la sua carriera di critico nel 1947, ancora ventenne, facendo parlare di sè per essere la più giovane firma che il mondo della critica giornalistica abbia avuto; e come tradizione italiana vuole, ricoprirà tale carica, per Il Tempo, fino alla sua morte. Sulla sua attività giornalistica si potrebbe dire tanto, ma meglio è riprendere in mano i suoi vecchi e nuovi scritti per rendersi conto del suo peculiare acume e la sua incapacità di comprendere forme estetico-narrative lontane dalla tradizione. Due però sono gli episodi che meglio testimoniano questo frangente: l'iniziale inimicizia con Pasolini, che lo tacciava di ipocrisia, poi paradossalmente mutatosi in stretta amicizia; e l'allontanamento coatto dal "Cineamtografo", la scalcinata trasmissione di Marzullo, dove la corte di "critici" che si avvicendava nella demolizione del blockbuster americano di turno spesso mal sopportava gli interventi di Rondi; e tenendo conto che della stessa facevano parte figure quali Bertarelli e Anselma Dell'Olio, non si può che parteggiare spudoratamente per lui.

Decisamente più importante è stata la sua carriera "politica"; fu lui l'uomo che mediava tra la classe dirigente e il mondo del cinema, il ponte, il "potente dei potenti" che tutto sapeva e tutto poteva. Ed è qui che ha dato il meglio di sé, è riuscito davvero a fare qualcosa per la Settima Arte in Italia, rigenerando quel Festival di Venezia che a partire dagli anni '80 si impose come uno degli avvenimenti cinematografici più importanti al mondo, secondo solo al Festival di Cannes. Sempre sua l'intuizione di dare spazio alla cinematografia asiatica, in particolar modo cinese, permettendo all'occidente di scoprire maestri del calibro di Ang Lee, Wong-Kar Wai e Zhang Yimou.
Non che la sua conduzione non abbia avuto ombre, sia chiaro: basti pensare alla spettacolare figuraccia che raccolse nel 1986 con l'esclusione del capolavoro "Velluto Blu", tacciato di essere immorale per il solo fatto di mostrare il corpo nudo della Rossellini. Ma a conti fatti, è stata un'ipocrisia scusabile.

Se c'è stato invece un frangente nel quale l'operato di Rondi è stato davvero encomiabile, senza se e sena ma, questo riguarda la conduzione televisiva degli approfondimenti ai film. Erano gli anni '80, la tv commerciale berlusconiana spadroneggiava a suon di cosce e spettacolini imbarazzanti. La Rai replicava con canzonette e quizzetti idioti, ma in questa battaglia combattuta a colpi di vuoto pneumatico spaccaneuroni, Rondi decise di presiedere la trasmissione di interi cicli dedicati alle opere, tra gli altri, di Bergman, Renoir e Antonioni, introducendo ogni film con un apposito approfondimento critico, arrivando anche a creare interviste ad hoc. Da antologia è stato il suo incontro con Antonioni, dove i due discutevano in modo profetico dell'utilizzo delle nuove tecnologie per l'evoluzione del mezzo filmico, visione ancora oggi a dir poco interessante.

Quest'ultima è forse la parte migliore del suo operato, la più encomiabile: l'essere riuscito a creare una trasmissione prettamente culturale e mai banale o superficiale in un momento nel quale il mezzo televisivo era già decaduto, riuscendo a dargli dignità.

E forse è un bene ricordarlo proprio così.

mercoledì 21 settembre 2016

R.I.P. Curtis Hanson



1945-2016


Non si può certo dire che Curtis Hanson fosse un nome davvero a famoso ad Hollywood, né che sia stato un cineasta davvero importante per la sua storia. Eppure, in questo 2016 fin troppo pieno di morti illustri nel mondo del cinema, la sua scomparsa è lo stesso un colpo duro da sopportare. 
Hanson non era un genio, né un innovatore, era un uomo che proveniva dalla gavetta più pura, avendo esordito nell'exploitation ed essendosi dedicato solo a quella per i primi 18 anni della sua carriera, fino a quando ebbe l'occasione di dirigere il suo primo vero successo, "Cattive Compagnie" (1990). Eppure ci fu un periodo, ormai lontanissimo, in cui anche lui regalò delle preziosissime perle di grande cinema. Il caso più famoso è ovviamente "L.A. Confidential" (1997), sommo esempio di neo-noir moderno, ma dall'anima classicissima. Ma andrebbero altresì ricordati il bel "8 Mile" (2002), il folgorante esordio su schermo di Eminem, nonché l'irriverente e purtroppo obliato "Wonder Boys" (2000). Momento di gloria purtroppo fugace: Hanson non si è mai ripetuto a quei livelli, ritirandosi così a vita privata già nel 2012.




"Cattive Compagnie" (1990)




"L.A. Confidential" (1997)




"Wonder Boys" (2000)





"8 Mile" (2002)

lunedì 19 settembre 2016

Welcome to New York

di Abel Ferrara.

con: Gerard Depardieu, Jacqueline Bisset, Marie Moutè, Paul Calderon, Paul Hipp, Shanyn Leigh, Amy Ferguson, Ronald Guttman.

Usa, Francia 2014

















Il 14 Maggio 2011, a New York, viene arrestato il direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn; l'accusa è di molestia sessuale nei confronti di una cameriera di mezza età del hotel presso il quale soggiornava. Lo scandalo esplode con fragore anche a causa della nomea che Strauss-Kahn si porta dietro da anni, quella di impenitente sesso-dipendente, il cui vizio è stato spesso utilizzato da giovani arrampicatrici sociali per ottenere ogni favoritismo di sorta.
Quattro anni dopo, Abel Ferrara presenta a Cannes "Welcome to New York", rielaborazione del tutto personale della vicenda e, sopratutto, della figura di Strauss-Kahn, suscitando scandalo e riuscendo a ritrovare, in parte, l'ispirazione smarrita con il precedente "4:44- L'Ultimo Giorno sulla Terra" (2011).



A Ferrara non interessa ricostruire i fatti, non vuole sviscerare il caso giudiziario ed umano dietro lo scandalo, piuttosto dare un proprio giudizio su di una figura controversa. "Welcome to New York" è sin dal suo primo fotogramma una visione d'autore nel quale i fatti vengono filtrati e rielaborati. Così come Bergman fece ne "L'Ora del Lupo" (1968), anche Ferrara apre il suo film con una ammissione di falsità: mette in scena una finta intervista a Gerard Depardieu mentre parla del personaggio e tra i giornalisti è possibile scorgere anche Shanyn Leigh, che più avanti comparirà anche nei panni di una delle sue "vittime".
La sua è di fatto una nuova disanima su di un personaggio perso nel vizio. Deveroux è l'ennesimo "dannato" del cinema di Ferrara, un uomo smarrito in un mondo oscuro (torna la fotografia contrastata con neri cupissimi), del tutto incapace di emanciparvisi, nonostante la coscienza della propria perdizione.




Deveroux vive del corpo di Depardieu, dei suoi lineamenti forti, del suo ventre imponente; più che un uomo, è un animale, un essere del tutto dedito al compiacimento dei bassi istinti. Per tutto il primo atto, prima nel suo ufficio a Lille, poi a New York, lo vediamo abbandonarsi voracemente al sesso, usato esclusivamente come strumento di appagamento personale. Ad accompagnare le sue azione sono spesso grugniti e gemiti suini e quando viene arrestato comincia a muoversi nella cella come un animale in gabbia.  Deveroux è un essere umano regredito allo stato animalesco, il cui vizio non è l'irrefrenabile sessualità in sè stessa, quanto il suo usarla per il puro compiacimento.
Ma Deveroux è anche uomo di potere, presidente della "banca mondiale", uomo dalle risorse illimitate. Il suo è il ruolo di un moderno Caligola, un essere che incarna il lato più squallido della politica; non per nulla, il vero scandalo viene mostrato quando usa la sua posizione per cercare di concupire una ragazza non consenziente (l'attricetta interpretata dalla Leigh) o quando, nella "pietra dello scandalo", cerca di sottomettere la cameriera, ossia l'esponente di una classe disagiata, un' "inferiore" dal suo punto di vista. La sua visione del potere è nichilista e secca: chi detiene il potere è corrotto nell'animo, reduce da un passato "sporco"; il vero potere porta con se o è effetto di un "male" che corrompe o ha corrotto la persona. Non esiste potere in grado che non distrugga il bene nell'essere umano e lui altro non è che un uomo che ne ha accettato il prezzo.



La coscienza del male porta non alla ricerca della redenzione, come avveniva ne "Il Cattivo Tenente" (1992). Deveroux accetta il suo status, non si scusa, per tutto il film mente a chiunque e manipola chi gli sta in torno per il proprio tornaconto. Al contempo non cela il suo carattere immorale neanche con i suoi familiari (la cena in cui conosce il fidanzato della figlia) e sottolinea come in fondo molti altri politici non sono diversi da lui.
Il discorso di Ferrara trova però un limite nel momento in cui decide di giustificare lo status del suo personaggio, in modo non dissimile da quanto fece in "King of New York" (1990). Nel momento più riuscito del film su di un piano strettamente narrativo, Ferrara dà voce alla sua coscienza, rinunciando alla messa in scena naturalistica che fino ad allora utilizzava, per fare luce sul suo passato: Deveroux altro non è che un ex idealista, un uomo che credeva di poter cambiare il mondo per il tramite del potere, ma che ha preso coscienza della sua impossibilità. Il vizio finisce così per discendere dalla disillusione, diviene figlio di un nichilismo di pura occasione, non di una scelta ponderata. Da qui il vero scandalo: dare una forma fin troppo umana al male, rivisitandolo come pura reazione ai casi della vita. Discorso che se immerso in un contesto socio-politico più dettagliato e non cucito addosso ad un personaggio tutto sommato sgradevole, ben avrebbe potuto essere condivisibile, ma che, nel mero contesto di quanto raccontato, appare del tutto pretenzioso, quasi velleitario, ai limiti del radical chic.






Ristrettezza di vedute che fa il paio con una sceneggiatura troppo dispersiva. Le due ore di durata sono eccessive, l'uso dei flashback frammenta inutilmente la narrazione e l'insistenza sugli aspetti scabrosi del personaggio rende il tutto ridondante. Ferrara non riesce mai davvero a rendere memorabile il percorso distorsivo del suo personaggio, non riesce mai davvero a creare una forma empatica (positiva o negativa che sia) con la materia narrata.




Il suo tocco si avverte, semmai, nelle scene in cui Deveroux si confronta con la moglie Simone (una ritrova Jacqueline Bisset), permettendo ai due attori di creare performance incisive. Ma al di là di queste sequenze, "Welcome to New York" si configura come un saggio dal sicuro fascino, ma in parte sbagliato e privo dell'incisività che fece grande il cinema dell'autore negli anni '90.

martedì 13 settembre 2016

Indiana Jones e il Tempio Maledetto

Indiana Jones and the Temple of Doom

di Steven Spielberg.

con: Harrison Ford, Kate Capeshaw, Jonathan Ke Quan, Amrish Puri, Roshan Seth, Philip Stone.

Avventura

Usa 1984















L'idea di cinema di George Lucas ha, più o meno da sempre, poggiato sul concetto di serialità. La sua opera omnia, quel "Guerre Stellari" (1977) che tanto cambiò le sorti del cinema, era stato si concepito inizialmente come un'unica, fluviale pellicola, ma si è imposta come il primo episodio di una lunga serie di exploit; i quali, fa sempre bene tenerlo a mente, non erano stati immaginati da Lucas ai tempi del college, come pur a lui piace affermare, ma erano frutto di una rielaborazione dell'idea originale a distanza di anni (decenni talvolta) dalla prima stesura della sceneggiatura del primo film, dal quale i seguiti riprendono molti elementi narrativi.
Di tutt'altro tenore è stato invece il concetto di serialità che Lucas ha applicato alla saga di Indiana Jones: fin dai primi passi del suo concepimento, la saga dell'archeologo armato di frusta era stata intesa come una trilogia di film, ognuno narrativamente slegato da quello precedente, che avrebbe sempre avuto al centro il personaggio del titolo alle prese con un McGuffin, in un mix di esotismo, esoterismo, azione ed avventura classica. Tant'è che lo stesso Spielberg dovette impegnarsi, già nel 1980, con un contratto plurifilm per assicurare una direzione unitaria al progetto.



Contratto che Spielberg si pentì di aver sottoscritto; perché pare che nel 1984 non avesse di certo voglia di rimettersi in viaggio per il globo per ridare vita alle peripezie del professor Jones, men che meno dovendolo fare sulla scorta di uno script (ad opera del Willard Huyck che due anni dopo avrebbe diretto "Howard the Duck") che pare non apprezzasse. Al punto che in molte interviste, ad anni di distanza, non nasconderà il suo scetticismo su tutto il progetto, dichiarando di non sapere perché, alla fine, abbia effettivamente diretto "Indiana Jones e il Tempio Maledetto".
Secondo capitolo che è in realtà un prequel dell'originale "I Predatori dell'Arca Perduta", non particolarmente apprezzato neanche dai fan: fino all'avvento de "Il Regno del Teschio di Cristallo" era infatti questo il film meno amato della serie, a causa dell'umorismo più marcato, dell'ambientazione indiana fatta di templi antichi, sette assassine e foreste verdeggianti lontane anni luce dai deserti del primo e del terzo film; e soprattutto a causa dell'inclusione di Short Round (Jonathan Ke Quan), il piccolo sidekick di Jones dalla battuta pronta, e di una bella di turno (la Willie Scott di Kate Capshaw, poi moglie di Spielberg) che non ha il carisma di Karen Allen e che viene utilizzata anche come controparte comica in siparietti poco riusciti.
Fatto sta che al netto delle critiche, questo secondo episodio delle avventure di Indiana Jones resta un film più riuscito di quanto si voglia ammettere e di come molte di queste critiche caschino nel vuoto se si tiene conto dell'effettiva natura del film in sé.




In parallelo con quanto fatto con la saga di "Guerre Stellari", anche qui Lucas concepisce un secondo capitolo più cupo del suo predecessore e che per impianto narrativo ed estetico vi si differenzia in modo totale; ad oggi, "Indiana Jones e il Tempio Maledetto" è il più originale dei film della serie, che aggiunge al calderone di generi anche una forte ed avvertibile spruzzata di horror, che fa capolino ora già nel secondo atto. Horror che compare sia nelle forme dello splatter già visto alla fine del precedente film, che in quelle, inedite, di un'atmosfera plumbea, a tratti opprimente e talvolta genuinamente spaventosa, tra schiavi bambini e jump-scare. Non stupisce come all'epoca questo insistere da parte di Spielberg negli aspetti più cupi nei suoi film (si pensi anche a "Poltergeist" e "Gremlins") abbia portato alla creazione del PG-13: quelle immagini erano forse davvero troppo forti per il pubblico di bambini che solitamente accorreva ai film del Re Mida di Hollywood.




Spielberg riesce davvero ad innestare questo nuovo "gusto" alla narrazione anche grazie alla divisione netta in atti del film. Laddove "I Predatori dell'Arca Perduta" era un flusso coerente di immagini ed azioni, "Il Tempio Maledetto" risulta volutamente più frammentario ed ameno. Si apre con un'ambientazione cinese, con una opening shot che si rifà al musical hollywoodiano classico, per introdurre i tre protagonisti in un intrigo che ricorda le spy-story degli anni '40. Dopo una rocambolesca fuga in aereo, Indiana Jones e soci si ritrovano nella verdeggiante India in una rievocazione del cinema d'avventura più in linea con i canoni della serie, La parte all'interno del palazzo del Maraja si rifà invece alla commedia brillante (il rapporto amore-odio tra Indy e Willie) e alla farsa (la cena a base di insetti e cervello di scimmia). L'ingresso nel tempio del titolo introduce l'elemento orrorifico, mentre il terzo atto è nuovamente un'incursione nei territori dell'avventura.




Ogni "genere" viene maneggiato con cura da Spielberg; la sua "malavoglia" mai negata non si avverte su schermo ed anzi in ogni sequenza ha sempre voglia di stupire con soluzioni divertenti. Naturalmente, è nelle scene d'azione che dà il meglio: nonostante un infortunio che ha tenuto Ford lontano dal set per due settimane, gli stunt si intrecciano alla perfezione con le sequenze ordinare e brillano sempre per le rutilanti coreografie. Da antologia è ovviamente la sequenza più famosa di tutto il film, ossia l'inseguimento nei carrelli della miniera, splendido esempio di perfetta fusione tra effetti speciali classici e stunt a rotta di collo, al punto da essere stata giustamente premiata con l'Oscar.
Ma a stupire maggiormente è la varietà delle situazioni: mai come in questo caso si ha la sensazione di essere davanti ad un'avventura-fiume, una serie ordinata (benché frammentaria e amena) di peripezie nelle quali Indiana Jones si trova coinvolto suo malgrado.




Purtroppo non tutto fila liscio; lo script di Huyck e il polso di Spielberg tentennano talvolta, mostrando due difetti che non permettono a questo secondo capitolo di raggiungere i livelli del primo: l'umorismo talvolta casca a vuoto e il ritmo è altalenante.
L'idea di usare la bella Willie come controparte comica unica, anzicché cucire lo humor addosso a tutti i personaggi e alle situazioni come avveniva nel primo film, non paga; il personaggio finisce per essere un mero pupazzo sballottato a destra e a manca, deriso da tutti, finanche dallo stesso protagonista, percéè incapace di sopravvivere da sola, una "donna dell'alta società" che è stereotipo della bionda scema, talmente basilare nel suo ruolo da risultare antipatico e fuori luogo.





Quanto al calo di ritmo, è dovuto forse proprio all'inclusione della traccia orrorifica: un ritmo più lento è d'obbligo per creare la giusta tensione e l'atmosfera adatta; ma il calo è fin troppo avvertibile a metà film, al punto da sfociare quasi nella noia. Va dato comunque il merito ai due autori di essere riusciti comunque ad inserirvi una trovata interessante, con un Indy malvagio convincente e spaventoso.
Vien da ridere, invece, se si tiene conto della critica che molti fan muovono al film: l'implausibilità di molte situazioni; con piglio perfettinista, i fanboys si sono divertiti a sottolineare come sarebbe impossibile sopravvivere ad una discesa a rotta di collo da una montagna a bordo di un canotto o come il cattivo Mola Ram ben avrebbe potuto uccidere Indiana Jones con il suo potere "strappa-cuori". La sospensione dell'incredulità non funziona così: le sequenze sono presentate sempre in modo credibile, non c'è mai vera esagerazione fumettistica o superomistica nella loro creazione, tanto che risultano poco credibili solo a voler cercare il pelo nell'uovo.





Al netto dei pochi, veri difetti, la cattiva fama de "Il Tempio Maledetto" appare esagerata: è un sequel imperfetto, lontano dall'equilibrio del suo predecessore, ma che riesce lo stesso ad intrattenere in modo più che adeguato. Un mix ancora più ardito, più ameno e altalenante, ma lo stesso incredibilmente divertente.





EXTRA


"Indiana Jones e il Tempio Maledetto" è famoso anche per un motivo alquanto particolare: in esso è presente uno dei camei più strambi e difficili da cogliere della storia del cinema, quello di Dan Aykroyd.




Non c'è da stupirsi se anche a seguito di ripetute visioni non si fosse in grado di individuarlo; l'ex Blues Brother appare infatti come una comparsa vera e propria in sole due inquadrature del film: dopo la fuga dal locale "Obi-Wan", Indy, Willie e Short Round lo incontrano, per pochissimi istanti, all'aeroporto dove prendono il volo che li catapulterà in India, dove veste i panni di un ufficiale dell'esercito.




venerdì 9 settembre 2016

Dèmoni

 di Lamberto Bava.

con: Urbano Barberini, Natasha Hovey, Karl Zinny, Fiore Argento, Bobby Rhodes, Nicoletta Elmi, Fabiola Toledo, Paola Cozzo, Stelio Candelli, Michele Soavi.

Horror/Gore

Italia 1985

















---CONTIENE SPOILER---

Essere il figlio di uno dei cineasti più moderni e seminali di sempre è un'eredità insostenibile; e Lamberto Bava, è inutile negarlo, non è mai riuscito a sfuggire al confronto con il fantasma del padre: laddove quest'ultimo è un genio riconosciuto troppo tardi, Lamberto potrebbe al massimo essere considerato un mestierante dalle grandi aspirazioni, ma dal poco talento. Il che è vero, ma solo in parte. Perchè Lamberto Bava non ha sicuramente dimostrato di possedere la versatilità o la forza immaginifica del suo ingombrante genitore, ma la cattiva riuscita di quasi tutti i suoi exploit (fantastici e non) è dovuta principalmente ad un altro, tristemente famoso, fattore: la mancanza di quel sedimentato sistema produttivo in grado di garantire i valori necessari al cinema di genere.
Lamberto esordisce infatti nel 1980, ossia quando il declino del Cinema Italiano è prossimo. I suoi primi due lavori passano inosservati e tutt'oggi non sono neanche stati oggetto di riscoperta da parte dei patiti del horror a tinte forti: "Macabro" (1980) e "La Casa con la Scala nel Buio" (1983) non vantano di certo l'eleganza dei film di Dario Argento, né la forza di quelli di Lucio Fulci e nemmeno quel fattore trash degli scult di Umberto Lenzi e Claudio Fragasso. In questo primo periodo, il nome di Lamberto Bava resta legato al cinema di serie B universalmente inteso: pellicole dalle magre aspettative e che concedevano ben poco al pubblico. Tanto che la sua fama è dovuta al suo quinto lungometraggio (il terzo firmato con il suo nome di battesimo), "Dèmoni", prodotto da Argento e forte di un budget di tutto rispetto.




La presenza di Argento non deve stupire se si tiene conto di quanto dovesse al padre di Lamberto: non solo l'essenziale collaborazione per le riprese di "Inferno" (1980), vergognosamente non accreditata, ma anche il risalente debito di ispirazione per la creazione dei suoi "Giallo Movies", filone generato praticamente dalla mente di Mario. Senza contare come lo stesso Lamberto avesse collaborato con Argento sul set di "Inferno" e "Tenebre" (1982). Va infine tenuto a mente come in quegli anni Argento fosse ancora il celebrato "maestro del horror all'italiana", l'indiscusso re del brivido tricolore celebrato anche all'estero e rappresentasse uno dei registi italiani più famosi ed apprezzati al mondo.
"Dèmoni" finisce così per rappresentare uno degli ultimi exploit di horror italiano degni di nota. Un film imperfetto, a tratti ridicolo, di certo lontano dai massimi esiti del genere. Eppure, pur nella sua imperfezione, è uno spettacolo sorprendente, ammaliante, affascinante, nel quale Lamberto dà prova del suo talento latente, pronto ad esplodere quando ne ha l'effettiva possibilità.





La sceneggiatura orchestrata, tra gli altri, da Argento e dallo specialista della serie B Dardano Sacchetti, non brilla per originalità o profondità. La trama è basica e pretestuosa: un gruppo di persone si ritrova prigioniero in un cinema, dove i mostri del film che viene proiettato cominciano ad aggredire chiunque capiti a tiro. Inutile cercare letture metatestuali: l'ambientazione è puramente scenografica, non dà adito a simbolismi o rimandi e si impone come una semplice variante della classica "casa infestata".
Così come l'intero script è una sorta di variazione sul tema dell'assedio dei non-morti di romeriana memoria, che pecca però nel dare la giusta caratterizzazione ai personaggi. La protagonista iniziale Cheryl, la sua amica Hannah e i giovani spasimanti George e Ken vengono presto relegati sullo sfondo e ricompaiono al centro della scena solo verso la fine del secondo atto. La narrazione vorrebbe essere multipla, mettere al centro un ensamble di personaggi, ma la loro bidimensionalità finisce per affossare le buone intenzioni; non paga neanche l'idea di introdurre, durante il secondo atto, un secondo gruppo di avventori, costituito da un pugno di tossicomani, giusto per aumentare il body count. Tanto che alla fine a restare impressi sono solo due della decina di personaggi che appaiono su schermo; il primo è il magnaccia interpretato da Bobby Rhodes, che con il suo fare da maschio alfa e lo stile quasi caricaturale diventa subito simpatico; il secondo è la maschera interpretata da Nicoletta Elmi, l'ex "bambina terribile" di "Profondo Rosso" (1975), ora cresciuta e sbocciata in una bellissima ragazza, la cui presenza, sopratutto nei primi minuti, trasmette un azzeccatissimo mix di fascino ed inquietudine.
Personaggi e trama a parte, la scrittura inciampa anche nella continuità, con la "maledizione" che impiega ore per colpire alcuni personaggi, ma solo pochissimi istanti per altri quando fa comodo.
Come spesso accade, il valore del film non risiede nel suo contenuto, ma nella sua forma.




C'è una scena che, da sola, simboleggia perfettamente tutto il film: durante il climax, George e Cheryl corrono per il cinema in sella ad una moto da cross, facendo strage di demoni con una katana, sulle note di "Night Danger", poco prima che un elicottero sfondi il soffitto. "Dèmoni" è uno di quei film dove l'effetto vale più della logica, la goduria, il divertimento e la sensazione valgono più della storia e dei personaggi; un film di intrattenimento puro, in sostanza, che fa dell'esagerazione la sua bandiera. Se si sta al gioco, si è smaliziati o semplicemente di poche pretese, non si potrà non amare il lavoro svolto da Bava. Anche perchè, per una volta, questi ha il polso saldo (forse anche grazie alla collaborazione di Argento) e riesce a non far sprofondare tutto nel trash puro, nel "so bad it's good" che tanto suo cinema conoscerà.






Con l'aiuto del fido direttore della fotografia Gianlorenzo Battaglia (che anni dopo finirà ad illuminare a giorno i set di Boldi e De Sica), Bava riprende le istanze estetiche del genitore ed immerge la vicenda in un'atmosfera irreale. Pur non rischiando nulla, riesce a gestire a modo la tensione, ma il meglio di sé lo dà quando si affida agli effetti di Sergio Stivaletti; i demoni del titolo non sono semplici zombi, ma creature da incubo che rigurgitano liquami fluorescenti e scrutano il buio con occhi luminosi. La caratterizzazione estetica delle creature, pur basica, è di sicuro impatto, mentre il gore è abbondante in ogni sequenza. Azzeccato è anche l'uso della colonna sonora, che spazia dall'hard rock all'heavy metal, con brani, tra gli altri, di Billy Idol e del Motley Crue. Nello stesso anno in cui Argento sperimenta l'associazione delle sonorità rock con quelle più classiche in "Phenomena", creando un effetto pasticciato, Bava si affida più saggiamente alle sole canzoni, con esiti più esaltanti.






Divertente e leggero, "Dèmoni" è un horror puramente ludico: un gioco di puro intrattenimento condotto con mano per una volta sicura. Non è arte, non è raffinato, non è innovativo e in fondo neanche tanto memorabile; è un B-Movie graziato da buoni valori produttivi che riesce a fare a modo il suo sporco dovere, un genuino esempio di cinema di genere d'annata.

mercoledì 7 settembre 2016

4:44 L'Ultimo Giorno sulla Terra

4:44 Last Day on Earth

di Abel Ferrara.

con: Willem Dafoe, Shanyn Leigh, Natasha Lyonne, Anita Pallenberg, Paul Hipp, Paz De La Huerta.

Usa, Francia, Svizzera 2011
















L'endemica, incontrovertibile e forse sofferta mancanza di capitali ha segnato l'esistenza di buona parte della carriera di Abel Ferrara, fino a modificarne lo stile. Quando persino il milione di dollari de "Il Cattivo Tenente" (1992) diventa troppo, non si può che abituarsi a lavorare di sottrazione, sia nella messa in scena che, immancabilmente, nella scelta delle storie da raccontare. Tanto che "4:44" può essere visto come un punto d'arrivo, doloroso ma fortunatamente non definitivo: un film che definire minimale sarebbe eufemistico, un kammerspiel con due attori principali (l'amico Willem Dafoe e la compagna Shanyn Leigh) e nove tra secondari e comparse, girato in due interni ed una strada, con giusto una texture verde per dar vita alla visione della fine del mondo del titolo. Niente più cinema guerriglia, quindi, niente più scorribande nei bassifondi di Manhattan, niente storie d'epoca o sguardi al passato remoto. "4:44" è un piccolissimo countdown personale, perennemente sospeso tra l'intimismo e il simbolico, che per forza di cose non riesce ad essere incisivo.




L'appartamento di Cisco e Skye è il centro nevralgico di un mondo con le ore contate. Ferrara scomoda il Dalai Lama e Al Gore, riprende il tema ecologista per dar corpo all'autodistruzione umana, simboleggiata con Willem Dafoe intento a tagliare un albero, ma il suo simbolismo è scialbo e talvolta vacuo. Non c'è davvero voglia di condannare nessuno, né di riflettere su nulla: la Fine è un dato di fatto fatto assodato, meglio rivolgersi, dunque,  ai personaggi. O per meglio dire al personaggio: Skye resta sempre confinata sullo sfondo, quasi un orpello al personaggio di Cisco. Il quale ha un passato da tossicomane e un matrimonio fallito alle spalle; di certo non uno dei "dannati" del cinema di Ferrara, né un uomo alla ricerca di una forma di redenzione. Cisco vaga, mentalmente e fisicamente, tra quel che resta del mondo e delle persone, assiste impotente al lento dipanarsi degli eventi. Mentre Skye perora il suo io creativo in contrasto con l'impellente estinzione, dando vita ad un uroboro, simbolo della vita perenne rifiutata dalla cultura occidentale, Cisco ciondola, ama, si arrabbia, torna al demone della droga e compie un ultima chiaccherata con il fratello. Ed è qui il primo limite del lavoro di Ferrara: l'insipienza.






La riflessione viene oscurata dal quotidiano, lo sguardo dell'autore si fa meramente contemplativo dei piccoli gesti dei personaggi. Non c'è alcuna volontà di riflettere e far riflettere, nemmeno quella più basica e scontata, ossia la volontà di far capire al pubblico quanto di questa visione scialba sia effettivamente voluto. La fine del mondo diviene quasi un preteso per dar vita a siparietti scontati e privi di significato, che non trovano, appunto, un valore nemmeno nella totale assenza dello stesso e si animano come giustapposizioni di frasi e riflessioni altrui montate su schermo. Laddove questo lavoro accumulativo funzionava in "Mary" (2005), riuscendo davvero a comunicare l'idea del suo autore in assenza di mezzi migliori, qui si impantana nella patologica assenza di significato.
Di conseguenza, per gli scarni 70 minuti di durata non ci si può non domandare cosa Ferrara voglia davvero comunicare: lo stato d'animo di Cisco e Skye è basilare, la paura affiora solo negli ultimissimi istanti, mentre il mondo che li circonda viene lasciato anch'esso sullo sfondo e inevitabilmente filtrato attraverso la tecnologia.
Quel coacervo di schermi televisivi e informatici è la finestra su ciò che accade, sulle relazioni, sugli affetti. Ma anche Ferrara non sa come porsi verso l'uso (o abuso) di una tecnologia che sembra sostituire l'essere umano o il divino, con le parole di un santone che riflette sulla realtà. Nulla viene dato al significato, il simbolo si esaurisce nel puro oggetto, privo di contenuto o, quanto meno, di una effettiva forma intelligibile.





Tanto che persino la scarnissima messa in scena della Fine diviene inescusabile; quella di Ferrara è un Apocalisse sussurrata nelle forme dei filmati di repertorio, evocata tramite le sole parole dei pochi personaggi, ma che non diviene mai catarsi. Quando alla fine avviene, tutto viene lasciato in sospeso, nulla si realizza davvero. L'assenza di significato diviene totale e definitiva, fino a farsi irritante.






Tanto che l'unico modo per cercare di dare dignità a "4:44" è quello di vederlo come una forma di sfogo, l'espressione incontenibile dell'urgenza di un autore di creare qualcosa, a prescindere da cosa voglia effettivamente dire. Poca roba, alla fine dei conti.

sabato 3 settembre 2016

R.I.P. Jon Polito


1950-2016

Il suo nome non dirà nulla ai più, ma non c'è da stupirsi: Jon Polito faceva parte di quella gloriosa schiera di "facce già viste", di quei caratteristi il cui volto è sempre facilmente riconoscibile. Con all'attivo 218 interpretazioni, Polito è stato uno dei più apprezzati, in grado di spaziare dal cinema d'autore a quello commerciale come pochi: la sua filmografia è una delle più eclettiche che si siano mai viste, con partecipazioni a pellicole come "L'Uomo che non c'era", "Crocevia della Morte", "Barton Fink" (dove per una volta è irriconoscibile), "Highlander-L'Ultimo Immortale", "Il Corvo- The Crow", "Flags of our Fathers" e "American Gangster" .