Empire of the Sun
di Steven Spielberg.
con: Christian Bale, John Malkovich, Miranda Richardson, Joe Pantoliano, Nigel Havers, Leslie Phillips, Masato Ibu, Ben Stiller.
Drammatico/Storico
Usa 1987
La svolta "seriosa" non giovò alla carriera di Spielberg; benché accolto con fervore ai festival americani e con favore dal pubblico, "Il Colore Viola" (1984) è tra gli esiti peggiori del suo cinema e, all'epoca, gli garantì anche forti accuse di razzismo. Sarebbe stato lecito, di conseguenza, aspettarsi un ritorno al cinema di genere, alle atmosfere spensierate de "I Predatori dell'Arca Perduta", il cui secondo sequel aspettava di entrare in produzione. Eppure Spielberg riuscì di nuovo a stupire tutti, avvicinandosi ad un progetto ambizioso e complesso, una storia sull'infanzia decisamente più vicina alle sue corde, ma lontana anni luce dalla leggerezza di "E.T." (1982): "L'Impero del Sole".
Pellicola oggi (vergognosamente) quasi dimenticata, mai citata tra i suoi film migliori, né ricordata con particolare entusiasmo dai fans; oblio forse dovuto al mezzo flop che rappresentò all'epoca: poco più di 66 milioni di dollari di incasso globale a fronte di un budget di oltre 35, oltre che sei nomination agli Oscar e nessuna statuetta, battuto in ogni categoria dal coevo "L'Ultimo Imperatore" di Bertolucci. Oblio che non rende giustizia ad un film tra i migliori e più scostanti dell'autore.
Perché "L'Impero del Sole" è sicuramente un film sull'infanzia e la pre-adolescenza diretto ad altezza di bambino come d'abitudine nel cinema spielberghiano; è una pellicola di guerra vista dagli occhi di un pre-adolescente che non può contare sulla bellezza visionaria de "L'Infanzia di Ivan" (1962), né sulla crudezza ammaliante di "Và e Vedi" (1985), ma che riesce lo stesso a creare un perfetto arco decostruttivo in grado di rappresentare con efficacia l'orrore della guerra.
Basato sul romanzo omonimo ed autobiografico di J.G.Ballard, racconta la vicenda reale (ma in parte romanzata) della sua sopravvivenza nella Cina occupata dalle truppe giapponesi dal 1941 al 1945. Quattro anni di guerra che coincidono con il passaggio dall'infanzia all'età adolescenziale, la fine di un età e l'inizio di una nuova, in un'odissea sinistra, apocalittica, ma filtrata sempre dall'immaginazione del suo giovane protagonista. Personaggio che ha il volto e le movenze di un Christian Bale dodicenne al suo esordio sul Grande Schermo; e mai esordio potè essere più folgorante: il suo Jamie urla, piange, grida, ride sguaiatamente, in una performance incredibilmente espressiva, perfetta avvisaglia della sua futura carriera.
Attorno a lui, un mondo allo sfacelo, un inferno che non ha tanto il volto orientale dell'invasore nipponico, quanto quello più astratto ed inquietante della guerra in sé, del conflitto inteso come violenza spicciola e fine di ogni certezza. Il cammino di Jamie è quello di un ragazzo dell'alta borghesia, un pò viziato, che si ritrova di punto in bianco in una giungla umana costellata di loschi individui. Ma i concetti di "bene" e "male" sono ora fluidi, di difficile interpretazione. Venuta meno la figura genitoriale, Jamie si ritrova dipendente da un truffatore, il Basie di John Malkovich, personaggio solo in apparenza a-morale, ma nei fatti del tutto immorale: ladro che diviene bandito, che cerca di vendere il ragazzo già dopo il loro primo incontro. Basie è un personaggio ambivalente: unico appiglio del giovane in un mondo adulto e violento e al contempo minaccia per la sua stessa incolumità, sempre pronto ad utilizzarlo per i propri comodi, eppure unico vero punto di riferimento durante gli anni di prigionia, unico adulto sul quale un bambino può riporre sentimenti di affetto o orgoglio.
L'orrore della guerra filtrato dagli occhi dell'infanzia trasforma la Cina dell'occupazione nipponica in una sorta di favola sinistra. La violenza, anche quella subita dal piccolo protagonista, non viene mai celata né addolcita, ma il suo viaggio è sempre immerso nello stupore di chi si trova davanti ad un sogno che ha preso vita. La fascinazione di Jamie per la strumentazione bellica (il suo sogno è quello di divenire aviatore) lo aiuta a sopportare le parti più cupe della prigionia, come il bombardamento del campo, in un inno alla forza e alla resistenza degli infanti. Ma questo solo sul piano più esterno.
In profondità, l'orrore quotidiano lacera poco a poco la sua mente, sfalda la sua psiche che comincia a perdere pezzi un pò alla volta.
La follia è distruzione dell'innocenza, che attraversa almeno due tappe essenziali. La prima, più orrenda dal punto di vista di un adulto, è la morte della signora Victor (Miranda Richardson), che avviene contemporaneamente al bombardamento nucleare; la fine della guerra coincide con la presa di coscienza della fine dell'innocenza: l'Era Atomica, l'orrore per una distruzione mai vista prima, è il primo passo in un nuovo mondo ed in una nuova fase della vita individuale. La seconda è la catarsi definitiva: la morte del giovane pilota giapponese, in parte doppleganger di Jamie, ucciso da quella figura paragenitoriale che lo aveva abbandonato. E' da questo momento che il bambino diviene giovane uomo: il punto di non ritorno è passato, l'infanzia è finita, l'orrore si è consumato definitivamente e non può più essere filtrato o rielaborato da uno sguardo innocente.
Ma "L'Impero del Sole" è anomalo anche sul piano della messa in scena, almeno per gli standard spielberghiani. La sua visione qui si fa più ampia, sempre ad altezza di bambino, ma attenta anche e costantemente al contesto; le scene di massa divengono parte integrante della narrazione: è la calca a far da protagonista delle sequenze narrative più importanti, come la fuga da Shangai o la marcia verso l'entroterra. La mano di Spielberg è salda, le sequenze di massa divengono puro spettacolo, quasi un omaggio al cinema di David Lean, che avrebbe dovuto inizialmente dirigere il film.
Uno spettacolo che questa volta riesce sempre ad andare di pari passo con il contenuto, per creare un equilibrio perfetto, allora inedito per l'autore e che raramente si ripeterà a questi livelli.
venerdì 4 novembre 2016
lunedì 31 ottobre 2016
31
di Rob Zombie.
con: Sheri Moon Zombie, Jeff Daniel Phillips, Richard Brake, Malcolm McDowell, Meg Foster, Larence Hilton- Jacobs, Kevin Jackson, E.G. Daily, Jane Carr, Pancho Moler.
Horror/Splatter
Usa, Inghilterra 2016
Gli exploit di "Halloween" e "Halloween II" non hanno di certo giovato alla carriera di Rob Zombie: più che ricreare il mito di Michael Myers, hanno generato una reazione violenta da parte dei fanboys del killer con la maschera bianca, furiosi per il trattamento riservato al loro beniamino. E per quanto in parte riusciti (sopratutto il secondo film), rappresentano in un certo senso un passo indietro per un autore il cui stile è basato sulla rielaborazione personale di modelli classici piuttosto che nella riproposizione di stilemi ormai usurati.
Per questo con "Le Streghe di Salem" (2013), Zombie ha voluto cercare di fare qualcosa di nuovo: un horror più classico, lontano dalle derive splatter e disturbanti di "The Devil's Rejects" (2005), più concentrato sulle atmosfere sinistre e sul personaggio della protagonista. Esito riuscito e decisamente interessante, prova della sua versatilità.
Ma con "31", Zombie ritorna al suo cinema più viscerale, riprende in mano il registro splatter per elevarlo ad un gore ancora più efferato di quanto visto in passato e aggiunge alcune nuove influenze al suo stile. Il tutto in un film piccolo, costato appena un milione e mezzo di dollari (racimolati grazie al crowdfounding) e girato in 20 giorni; una pellicola volutamente poco ambiziosa, scarna fino alla scarnificazione, che gli permette di giocare in piena libertà con alcune mode moderne.
A fornire la base, questa volta, sono due serie in parte lontane dalle corde di Zombie; da un lato, quella di "Saw", l'unica vera saga horror generatasi nel corso degli anni '00, dal quale viene ripresa l'idea di un gruppo di persone intrappolate dentro un "dungeon" infestato di pericoli; mentre dall'altro vi è il fenomeno transmediale di "Hunger Games", dal quale viene ripresa l'idea di un gruppo di ricconi che assiste al massacro per il proprio ludibrio. Entrambi gli spunti vengono naturalmente rielaborati e calati in un contesto ancora più sinistro e disperato, lontano dalle derive umanizzanti che le hanno caratterizzate.
Vittime sacrificali sono cinque artisti itineranti, tra i quali figurano Meg Foster e ovviamente Sheri Moon, moglie e musa. La loro caratterizzazione è basilare e non aiuta al coinvolgimento: come i ragazzetti di "House of 1000 Corpses" (2001), non hanno tratti caratteriali forti; ma se nell'esordio Zombie lasciava volutamente i suoi personaggi su di un piano bidimensionale in quanto pura carne da macello, il ruolo da veri protagonisti qui giocato dalle vittime rende la visione fredda; non si riesce a parteggiare per loro, né si è più di tanto scossi dalla loro dipartita. "31" finisce così per essere una visione puramente intellettiva, dove il divertimento deriva più che altro dalla messa in scena.
Sempre dal passato torna il setting settentiano, il white trash e il gusto per la secchezza. Abbandonate le geometrie rigorose di "Le Streghe di Salem", Zombie torna a costruire le sequenze in modo brutale, con inquadrature strette e sghembe e montaggio serratissimo per accentuare l'atmosfera malata e sporca.
Il suo immaginario è simile a quello di "House of 1000 Corpses", con clown assassini e rifiuti umani folli, ma si colora anche di una nota inedita: un rimando, doppio, alle fantasmagorie felliniane e al nazisploitation con la figura di Sick-Head (Pancho Moler), nano nazista che apre le danze del massacro. Ma la sua creatura più riuscita è qui Doom-Head, sorta di "boss finale" del gioco, incarnato dal ghigno storto di Richard Brake, una specie di Joker del white trash e nuova icona del cinema di Zombie dopo Capitan Spaulding.
Nulla di nuovo sotto il sole, quindi: la trama basilare è puro pretesto per dar vita a sequenze macabre e crude, a dar sfogo al gore e alla cattiveria. I cattivi sadici e beffardi e le vittime brutalizzate fanno il loro gioco, nulla più nulla meno. Il tutto è quasi piatto, ravvivato dall'occhio dell'autore e dall'affiatamento del cast.
Ma pur puntando basso e sul sicuro, Zombie riesce a convincere grazie alla sua fantasia sadica e all'uso di un registro ancora più violento. Pur freddo e privo di sorprese, "31" è un film tutto sommato riuscito, folle e privo di speranza, cattivo e per questo estremamente divertente da guardare.
EXTRA
La critica gratuita, l'incapacità di un'analisi obiettiva, l'odio viscerale per tutto ciò che sia anticonvenzionale e lontano dai canoni: la mente dei fanboys è davvero un luogo ristretto e triste. Che finisce per sfociare nel ridicolo involontario quando decide di prendere di mira autori dotati di talento senza riuscire ad imbastire un discorso completo sul perchè dei loro fallimenti. E a Rob Zombie, in tal senso, è andata malissimo.
Basti vedere, in proposito, il canale YouTube di Horror Is Dead, dove l'utente dedica un'intero video di ben 30 minuti per distruggerne il lavoro. Senza riuscire mai a tirare fuori un ragionamento convincente che vada al di là del blando "fa tutto per soldi".
con: Sheri Moon Zombie, Jeff Daniel Phillips, Richard Brake, Malcolm McDowell, Meg Foster, Larence Hilton- Jacobs, Kevin Jackson, E.G. Daily, Jane Carr, Pancho Moler.
Horror/Splatter
Usa, Inghilterra 2016
Gli exploit di "Halloween" e "Halloween II" non hanno di certo giovato alla carriera di Rob Zombie: più che ricreare il mito di Michael Myers, hanno generato una reazione violenta da parte dei fanboys del killer con la maschera bianca, furiosi per il trattamento riservato al loro beniamino. E per quanto in parte riusciti (sopratutto il secondo film), rappresentano in un certo senso un passo indietro per un autore il cui stile è basato sulla rielaborazione personale di modelli classici piuttosto che nella riproposizione di stilemi ormai usurati.
Per questo con "Le Streghe di Salem" (2013), Zombie ha voluto cercare di fare qualcosa di nuovo: un horror più classico, lontano dalle derive splatter e disturbanti di "The Devil's Rejects" (2005), più concentrato sulle atmosfere sinistre e sul personaggio della protagonista. Esito riuscito e decisamente interessante, prova della sua versatilità.
Ma con "31", Zombie ritorna al suo cinema più viscerale, riprende in mano il registro splatter per elevarlo ad un gore ancora più efferato di quanto visto in passato e aggiunge alcune nuove influenze al suo stile. Il tutto in un film piccolo, costato appena un milione e mezzo di dollari (racimolati grazie al crowdfounding) e girato in 20 giorni; una pellicola volutamente poco ambiziosa, scarna fino alla scarnificazione, che gli permette di giocare in piena libertà con alcune mode moderne.
A fornire la base, questa volta, sono due serie in parte lontane dalle corde di Zombie; da un lato, quella di "Saw", l'unica vera saga horror generatasi nel corso degli anni '00, dal quale viene ripresa l'idea di un gruppo di persone intrappolate dentro un "dungeon" infestato di pericoli; mentre dall'altro vi è il fenomeno transmediale di "Hunger Games", dal quale viene ripresa l'idea di un gruppo di ricconi che assiste al massacro per il proprio ludibrio. Entrambi gli spunti vengono naturalmente rielaborati e calati in un contesto ancora più sinistro e disperato, lontano dalle derive umanizzanti che le hanno caratterizzate.
Vittime sacrificali sono cinque artisti itineranti, tra i quali figurano Meg Foster e ovviamente Sheri Moon, moglie e musa. La loro caratterizzazione è basilare e non aiuta al coinvolgimento: come i ragazzetti di "House of 1000 Corpses" (2001), non hanno tratti caratteriali forti; ma se nell'esordio Zombie lasciava volutamente i suoi personaggi su di un piano bidimensionale in quanto pura carne da macello, il ruolo da veri protagonisti qui giocato dalle vittime rende la visione fredda; non si riesce a parteggiare per loro, né si è più di tanto scossi dalla loro dipartita. "31" finisce così per essere una visione puramente intellettiva, dove il divertimento deriva più che altro dalla messa in scena.
Sempre dal passato torna il setting settentiano, il white trash e il gusto per la secchezza. Abbandonate le geometrie rigorose di "Le Streghe di Salem", Zombie torna a costruire le sequenze in modo brutale, con inquadrature strette e sghembe e montaggio serratissimo per accentuare l'atmosfera malata e sporca.
Il suo immaginario è simile a quello di "House of 1000 Corpses", con clown assassini e rifiuti umani folli, ma si colora anche di una nota inedita: un rimando, doppio, alle fantasmagorie felliniane e al nazisploitation con la figura di Sick-Head (Pancho Moler), nano nazista che apre le danze del massacro. Ma la sua creatura più riuscita è qui Doom-Head, sorta di "boss finale" del gioco, incarnato dal ghigno storto di Richard Brake, una specie di Joker del white trash e nuova icona del cinema di Zombie dopo Capitan Spaulding.
Nulla di nuovo sotto il sole, quindi: la trama basilare è puro pretesto per dar vita a sequenze macabre e crude, a dar sfogo al gore e alla cattiveria. I cattivi sadici e beffardi e le vittime brutalizzate fanno il loro gioco, nulla più nulla meno. Il tutto è quasi piatto, ravvivato dall'occhio dell'autore e dall'affiatamento del cast.
Ma pur puntando basso e sul sicuro, Zombie riesce a convincere grazie alla sua fantasia sadica e all'uso di un registro ancora più violento. Pur freddo e privo di sorprese, "31" è un film tutto sommato riuscito, folle e privo di speranza, cattivo e per questo estremamente divertente da guardare.
EXTRA
La critica gratuita, l'incapacità di un'analisi obiettiva, l'odio viscerale per tutto ciò che sia anticonvenzionale e lontano dai canoni: la mente dei fanboys è davvero un luogo ristretto e triste. Che finisce per sfociare nel ridicolo involontario quando decide di prendere di mira autori dotati di talento senza riuscire ad imbastire un discorso completo sul perchè dei loro fallimenti. E a Rob Zombie, in tal senso, è andata malissimo.
Basti vedere, in proposito, il canale YouTube di Horror Is Dead, dove l'utente dedica un'intero video di ben 30 minuti per distruggerne il lavoro. Senza riuscire mai a tirare fuori un ragionamento convincente che vada al di là del blando "fa tutto per soldi".
giovedì 27 ottobre 2016
Doctor Strange
di Scott Derrickson.
con: Benedict Cumberbatch, Mads Mikkelsen, Chiwetel Ejiofor, Tilda Swinton, Benedict Wong, Rachel McAdams, Benjamin Bratt, Scott Adkins.
Fantastico
Usa 2016
Il 2016 è l'anno nel quale il fenomeno del cinecomic (nella forma della trasposizione da fumetto a film) ha raggiunto un culmine quantitativo. Davvero inusitato il numero di pellicole tratte da fumetti supereroistici che hanno invaso le sale: la sorpresa "Deadpool", il deludente ma molto più riuscito di quanto si voglia ammettere "Batman v. Superman: Dawn of Justice", la risposta targata Marvel "Captain America- Civil War", il dimenticabile "X-Men- Apocalisse", lo stralunato "Suicide Squad", senza contare l'uscita di "Batman: The Killing Joke" e l'italiano "Lo Chiamavano Jeeg Robot", che pur non essendo basato si di una matrice cartacea, omaggia in modo diretto il fenomeno cine-supereroistico.
A conclusione, nell'ultima parte della stagione, arriva il secondo film della Marvel Studios, forse uno dei più attesi, sicuramente quello con maggiori potenzialità: l'adattamento del visionario Dottor Strange, uno dei personaggi più singolari della Casa delle Idee. E tanto per cambiare, la sua trasposizione è a dir poco fiacca.
Creato da Steve "Spider-Man" Ditko nel 1963, Stephen Strange (l'allitterazione come al solito è d'obbligo) è un coacervo di tutte le influenze contro-culturali che all'epoca attraversavano l'America. Ex chirurgo la cui carriera è stata stroncata da un incidente d'auto, Strange diviene in breve tempo lo Stregone Supremo e si stabilisce nel Greenwich Village per dedicarsi alla difesa del piano esistenziale da minacce demoniache. Con Strange, Ditko introduce l'elemento fantastico di natura magica e sovrannaturale in un universo Marvel all'epoca principalmente caratterizzato da elementi fantascientifici e fantasy. Demoni transdimensionali, entità di stampo lovecraftiano, diavoli e maghi si riversano tra le pagine dell'albo, con disegni dai colori sgargianti, acidi, inni psichedelici alla fantasia più sfrenata, che di concerto alle opere fantastiche che di lì a poco il grande Jack Kirby firmerà, trasformerà il mondo della Marvel in una sorta di sogno surreale e allucinato, una fantasia hippie ancora oggi affascinante per la sua carica visionaria. A fronte, ovviamente, di storie naif, dove ogni forma di complessità (pur quella basica della Silver Age) viene bandita in favore della pura estetica.
Il film di Scott Derrickson è però solo il terzo adattamento delle avventure dello Stregone Supremo. Un soggetto tanto appetitoso, naturalmente, stuzzicava da anni le menti di registi e sceneggiatori. Già nel 1978, un primo progetto di adattamento vide la luce nella forma di un film omonimo: "Doctor Strange", oggi reperibile solo in VHS su suolo americano, è un piccolo film per la televisione, episodio pilota di una serie purtroppo mai iniziata, negli anni nei quali il piccolo schermo era la patria di perle come la serie sull'Incredibile Hulk con Lou Ferrigno o la più camp Wonder Woman con Lynda Carter. "Doctor Strange" rimaneva più o meno fedele ai personaggi dell'omonimo albo, variando solo in parte la caratterizzazione del protagonista (interpretato da Peter Hooter), ora erede della carica di Stregone Supremo in lotta contro la villain Morgana LeFay (una giovane Jessica Walter). Piuttosto che rifarsi allo stile visionario delle tavole di Ditko, questa piccola produzione riprende stile ed atmosfere dal filone horror demoniaco degli anni '70: i titoli di testa, davvero sinistri, sembrano quelli di un sequel apocrifo de "L'Esorcista" (1973), il prologo sembra uscito da un sandalone di Mario Bava intriso di visioni sataniste, mentre molte sequenze non sfigurerebbero in un horror gotico stile Hammer.
Nonostante gli scarsissimi valori produttivi, questa prima trasposizione riesce a tratti ad impressionare, tanto che viene da rimpiangere la mancata prosecuzione della serie, dovuta ad un flop di ascolti causato dalla messa in onda del pilot in contemporanea alla trasmissione degli ultimi episodi della storica serie "Radici".
Nel 1992 è invece il turno della Full Moon Productions di Charles Band a cimentarsi con una trasposizione delle avventure del Dottor Strange. Band, cresciuto con i fumetti di Ditko, comincia una trattativa per ottenerne i diritti già alla fine degli anni '80, ma i dirigenti della Marvel, preoccupati di un possibile flop come accaduto con gli adattamenti de Il Punitore e, sopratutto, Howard il Papero, tergiversano e fanno saltare ogni possibile accordo. Ma Band non demorde e crea "Dr. Mordrid" (in Italia distribuito con un titolo al solito strambo: "Invasori dalla IV Dimensione"), adattamento apocrifo del personaggio, privo degli iconici baffoni, eppure vicinissimo alle atmosfere e alle tematiche sovrannaturali del fumetto. Protagonista è un Jeffrey Combs al solito encomiabile nei panni di uno Stephen Strange non autorizzato, alle prese con una versione non ufficiale del demone Shuma-Gorath. Dal comic tornano tutti gli elementi caratterizzanti: lo status di Stregone Supremo di Mordrid, la minaccia extradimensionale, il richiamo ai diversi piani dell'esistenza, finanche il "sancta sanctorum", il rifugio del dottore nel Greenwich Village. Ed anche in questo caso, nonostante i valori produttivi risibili ed una trama basilare, il prodotto finale è dignitoso ed a suo modo divertente.
Questi due adattamenti flagellati da budget inesistenti, pur basandosi su mitologie e forme estetiche ben collaudate, riuscivano ad avere una propria personalità; il "Doctor Strange" di Scott Derrickson e del dio-demiurgo Kevin Feige ha invece un budget da kolossal, ma non ha un'anima.
Tutto ciò che appare su schermo per i 115 minuti di durata è derivativo o, nella migliore delle ipotesi, blando. A partire dal protagonista, Stephen Strange, al quale Cumberbatch regala la sua faccia da alienato e lo sguardo sardonico, ma non riesce a concedere un vero ed autonomo carattere. Strange è qui una sorta di cugino inglese del Tony Stark di Robert Downey Jr.: un genio egocentrico ed egoista dalla battuta sempre pronta, in grado di lanciare frecciatine e punchline da quinta elementare anche nel bel mezzo di un duello tra stregoni; l'unica differenza con il miliardario berlusconiano in armatura risiede nell'aplomb del proprio attore, che gli impedisce di cadere nei territori del tamarro smargiasso, ma nulla più.
Tutti gli altri personaggi sono puro contorno e totalmente funzionali: l'interesse amoroso che provvede a tutto (la McAdams, come al solito bellissima e sprecata, tanto che la sua sottotrama ad un certo punto scompare nel nulla), l'amico di colore più saggio (Chiwetel Ejiofor, qui per puri motivi alimentari), il saggio maestro che inizia l'eroe al suo cammino e ovviamente il cattivone di turno, al quale nemmeno il faccione di Mads Mikkelsen riesce a conferire vero carisma. Tra tutti, sono proprio questi ultimi due ad essere le figure più tartassate: il superamento del canonico confine tra bene e male, pur essendo parte essenziale dell'esilissima storia, non viene mai approfondito e alla fine licenziato con una battutina d'accatto che getta una luce sinistra involontaria su tutto il roaster di personaggi, prova di come lo script sia carta straccia.
Il curriculum horror di Derrickson non inganni: ogni visione, immagine e trovata qui è genuinamente derivativa. Le tavole psichedeliche dai colori acidi di Dikto tornano solo nel finale e in una sequenza a metà film nella quale la messa in scena si rifà più al campionario visionario kubrickiano che a quello cartaceo. Per il resto, tutte le visioni sono riprese dall' "Inception" (2009) di Nolan, con le architetture urbane trasformate in cubi di Rubik o in geometrie escheriane caleidoscopiche; i combattimenti che sfidano la gravità e che cambiano prospettive con il movimento dei personaggi sono anch'essi ripresi da Nolan, ma condotti con il pilota automatico, senza guizzi né tensione; la mancanza di personalità rende la mera influenza pura derivatività, sia nelle forme che nella palette di colori adoperata, con una predominante grigia che ha davvero poco a che fare con una storia a base di stregoni e dimensioni demoniache. Persino la fotografia in interni ricorda quella di Wally Pfister, al punto che arrivati alla scena dell'incontro tra Strange e l'Antico sembra di assistere ad una sorta di parodia di "Batman Begins".
E giusto per rendere il tutto più insipido, tutti i discorsi sul bene e sul male, sul misticismo, sui piani dimensionali e sulla forza della mente sono vuoti, affidati a dialoghi privi di mordente e incredibilmente verbosi, prova di come già in sede di script nessuno si sia adoperato più di tanto per dare un contenuto che sia uno ad un film troppo apertamente alimentare.
"Doctor Strange" è in sostanza il più classico film targato Marvel Studios che si possa immaginare: un prodotto piatto, privo di anima, tirato su solo per portare il personaggio su schermo, senza una vera visione alla base o anche la minima capacità di concedergli una dignità che non sia prettamente economica. I fanboys gioiscano, per tutti gli altri c'è solo disappunto.
EXTRA
In un mondo dove il Politically Correct è divenuto un imperativo ai limiti del marziale, si fa presto a scandalizzarsi per il cosiddetto "whitewashing" dei personaggi, ossia il cambiamento della razza per renderli più vicini all'estetica occidentale. Di recente si è fatto un gran parlare del casting di Scarlett Joahnsonn per il ruolo della protagonista nel remake di "Ghost in the Shell", lanciando accuse di razzismo a destra e a manca. La scelta di trasformare l'etnia di un personaggio può in realtà dipendere da diverse ragioni, non ultima quella commerciale: non esistendo una diva asiatica famosa anche in occidente, la Johanson diviene una scelta quasi obbligata.
Dal canto loro, invece, Derrickson e Feige non avevano certo un problema del genere al momento di scegliere l'attore che doveva incarnare l'Antico su schermo, personaggio di origini tibetane, il cui look ben avrebbe potuto essere incarnato da un qualsiasi attore orientale, come ad esempio Chow Yun Fat o Robin Shou. Ma allora perché prendere l'inglese Tilda Swinton?
Investito dalla domanda in occasione della presentazione del primo teaser del film, Feige si è giustificato affermando come il Tibet non sia una nazione e che per questo si sono dovuti adattare di conseguenza. Risposta che si può facilmente etichettare come razzista (e vien da chiedersi come potrebbe a sua volta rispondergli il Dalai Lama sentendola).
La verità forse è ancora più prosaica: "Doctor Strange", così come tutte le grandi produzioni americane, sta puntando sempre più verso il mercato cinese ed è inutile sottolineare il modo in cui il governo di Pechino vede la questione tibetana. Il whitewashing del personaggio forse è servito per non offendere gli investitori cinesi; e a quanto pare ha funzionato: la censura di regime proibisce la distribuzione su suolo nazionale di pellicole che "propagandano" tematiche sovrannaturali e superstiziose (basti vedere la mancata distribuzione del remake di "Ghostbusters", che ha fortemente danneggiato la Sony), ma a quanto pare la sua scure non si è abbattuta sull'ultima fatica di Feige. Potere del denaro.
con: Benedict Cumberbatch, Mads Mikkelsen, Chiwetel Ejiofor, Tilda Swinton, Benedict Wong, Rachel McAdams, Benjamin Bratt, Scott Adkins.
Fantastico
Usa 2016
Il 2016 è l'anno nel quale il fenomeno del cinecomic (nella forma della trasposizione da fumetto a film) ha raggiunto un culmine quantitativo. Davvero inusitato il numero di pellicole tratte da fumetti supereroistici che hanno invaso le sale: la sorpresa "Deadpool", il deludente ma molto più riuscito di quanto si voglia ammettere "Batman v. Superman: Dawn of Justice", la risposta targata Marvel "Captain America- Civil War", il dimenticabile "X-Men- Apocalisse", lo stralunato "Suicide Squad", senza contare l'uscita di "Batman: The Killing Joke" e l'italiano "Lo Chiamavano Jeeg Robot", che pur non essendo basato si di una matrice cartacea, omaggia in modo diretto il fenomeno cine-supereroistico.
A conclusione, nell'ultima parte della stagione, arriva il secondo film della Marvel Studios, forse uno dei più attesi, sicuramente quello con maggiori potenzialità: l'adattamento del visionario Dottor Strange, uno dei personaggi più singolari della Casa delle Idee. E tanto per cambiare, la sua trasposizione è a dir poco fiacca.
Creato da Steve "Spider-Man" Ditko nel 1963, Stephen Strange (l'allitterazione come al solito è d'obbligo) è un coacervo di tutte le influenze contro-culturali che all'epoca attraversavano l'America. Ex chirurgo la cui carriera è stata stroncata da un incidente d'auto, Strange diviene in breve tempo lo Stregone Supremo e si stabilisce nel Greenwich Village per dedicarsi alla difesa del piano esistenziale da minacce demoniache. Con Strange, Ditko introduce l'elemento fantastico di natura magica e sovrannaturale in un universo Marvel all'epoca principalmente caratterizzato da elementi fantascientifici e fantasy. Demoni transdimensionali, entità di stampo lovecraftiano, diavoli e maghi si riversano tra le pagine dell'albo, con disegni dai colori sgargianti, acidi, inni psichedelici alla fantasia più sfrenata, che di concerto alle opere fantastiche che di lì a poco il grande Jack Kirby firmerà, trasformerà il mondo della Marvel in una sorta di sogno surreale e allucinato, una fantasia hippie ancora oggi affascinante per la sua carica visionaria. A fronte, ovviamente, di storie naif, dove ogni forma di complessità (pur quella basica della Silver Age) viene bandita in favore della pura estetica.
Il film di Scott Derrickson è però solo il terzo adattamento delle avventure dello Stregone Supremo. Un soggetto tanto appetitoso, naturalmente, stuzzicava da anni le menti di registi e sceneggiatori. Già nel 1978, un primo progetto di adattamento vide la luce nella forma di un film omonimo: "Doctor Strange", oggi reperibile solo in VHS su suolo americano, è un piccolo film per la televisione, episodio pilota di una serie purtroppo mai iniziata, negli anni nei quali il piccolo schermo era la patria di perle come la serie sull'Incredibile Hulk con Lou Ferrigno o la più camp Wonder Woman con Lynda Carter. "Doctor Strange" rimaneva più o meno fedele ai personaggi dell'omonimo albo, variando solo in parte la caratterizzazione del protagonista (interpretato da Peter Hooter), ora erede della carica di Stregone Supremo in lotta contro la villain Morgana LeFay (una giovane Jessica Walter). Piuttosto che rifarsi allo stile visionario delle tavole di Ditko, questa piccola produzione riprende stile ed atmosfere dal filone horror demoniaco degli anni '70: i titoli di testa, davvero sinistri, sembrano quelli di un sequel apocrifo de "L'Esorcista" (1973), il prologo sembra uscito da un sandalone di Mario Bava intriso di visioni sataniste, mentre molte sequenze non sfigurerebbero in un horror gotico stile Hammer.
Nonostante gli scarsissimi valori produttivi, questa prima trasposizione riesce a tratti ad impressionare, tanto che viene da rimpiangere la mancata prosecuzione della serie, dovuta ad un flop di ascolti causato dalla messa in onda del pilot in contemporanea alla trasmissione degli ultimi episodi della storica serie "Radici".
Nel 1992 è invece il turno della Full Moon Productions di Charles Band a cimentarsi con una trasposizione delle avventure del Dottor Strange. Band, cresciuto con i fumetti di Ditko, comincia una trattativa per ottenerne i diritti già alla fine degli anni '80, ma i dirigenti della Marvel, preoccupati di un possibile flop come accaduto con gli adattamenti de Il Punitore e, sopratutto, Howard il Papero, tergiversano e fanno saltare ogni possibile accordo. Ma Band non demorde e crea "Dr. Mordrid" (in Italia distribuito con un titolo al solito strambo: "Invasori dalla IV Dimensione"), adattamento apocrifo del personaggio, privo degli iconici baffoni, eppure vicinissimo alle atmosfere e alle tematiche sovrannaturali del fumetto. Protagonista è un Jeffrey Combs al solito encomiabile nei panni di uno Stephen Strange non autorizzato, alle prese con una versione non ufficiale del demone Shuma-Gorath. Dal comic tornano tutti gli elementi caratterizzanti: lo status di Stregone Supremo di Mordrid, la minaccia extradimensionale, il richiamo ai diversi piani dell'esistenza, finanche il "sancta sanctorum", il rifugio del dottore nel Greenwich Village. Ed anche in questo caso, nonostante i valori produttivi risibili ed una trama basilare, il prodotto finale è dignitoso ed a suo modo divertente.
Questi due adattamenti flagellati da budget inesistenti, pur basandosi su mitologie e forme estetiche ben collaudate, riuscivano ad avere una propria personalità; il "Doctor Strange" di Scott Derrickson e del dio-demiurgo Kevin Feige ha invece un budget da kolossal, ma non ha un'anima.
Tutto ciò che appare su schermo per i 115 minuti di durata è derivativo o, nella migliore delle ipotesi, blando. A partire dal protagonista, Stephen Strange, al quale Cumberbatch regala la sua faccia da alienato e lo sguardo sardonico, ma non riesce a concedere un vero ed autonomo carattere. Strange è qui una sorta di cugino inglese del Tony Stark di Robert Downey Jr.: un genio egocentrico ed egoista dalla battuta sempre pronta, in grado di lanciare frecciatine e punchline da quinta elementare anche nel bel mezzo di un duello tra stregoni; l'unica differenza con il miliardario berlusconiano in armatura risiede nell'aplomb del proprio attore, che gli impedisce di cadere nei territori del tamarro smargiasso, ma nulla più.
Tutti gli altri personaggi sono puro contorno e totalmente funzionali: l'interesse amoroso che provvede a tutto (la McAdams, come al solito bellissima e sprecata, tanto che la sua sottotrama ad un certo punto scompare nel nulla), l'amico di colore più saggio (Chiwetel Ejiofor, qui per puri motivi alimentari), il saggio maestro che inizia l'eroe al suo cammino e ovviamente il cattivone di turno, al quale nemmeno il faccione di Mads Mikkelsen riesce a conferire vero carisma. Tra tutti, sono proprio questi ultimi due ad essere le figure più tartassate: il superamento del canonico confine tra bene e male, pur essendo parte essenziale dell'esilissima storia, non viene mai approfondito e alla fine licenziato con una battutina d'accatto che getta una luce sinistra involontaria su tutto il roaster di personaggi, prova di come lo script sia carta straccia.
Il curriculum horror di Derrickson non inganni: ogni visione, immagine e trovata qui è genuinamente derivativa. Le tavole psichedeliche dai colori acidi di Dikto tornano solo nel finale e in una sequenza a metà film nella quale la messa in scena si rifà più al campionario visionario kubrickiano che a quello cartaceo. Per il resto, tutte le visioni sono riprese dall' "Inception" (2009) di Nolan, con le architetture urbane trasformate in cubi di Rubik o in geometrie escheriane caleidoscopiche; i combattimenti che sfidano la gravità e che cambiano prospettive con il movimento dei personaggi sono anch'essi ripresi da Nolan, ma condotti con il pilota automatico, senza guizzi né tensione; la mancanza di personalità rende la mera influenza pura derivatività, sia nelle forme che nella palette di colori adoperata, con una predominante grigia che ha davvero poco a che fare con una storia a base di stregoni e dimensioni demoniache. Persino la fotografia in interni ricorda quella di Wally Pfister, al punto che arrivati alla scena dell'incontro tra Strange e l'Antico sembra di assistere ad una sorta di parodia di "Batman Begins".
E giusto per rendere il tutto più insipido, tutti i discorsi sul bene e sul male, sul misticismo, sui piani dimensionali e sulla forza della mente sono vuoti, affidati a dialoghi privi di mordente e incredibilmente verbosi, prova di come già in sede di script nessuno si sia adoperato più di tanto per dare un contenuto che sia uno ad un film troppo apertamente alimentare.
"Doctor Strange" è in sostanza il più classico film targato Marvel Studios che si possa immaginare: un prodotto piatto, privo di anima, tirato su solo per portare il personaggio su schermo, senza una vera visione alla base o anche la minima capacità di concedergli una dignità che non sia prettamente economica. I fanboys gioiscano, per tutti gli altri c'è solo disappunto.
EXTRA
In un mondo dove il Politically Correct è divenuto un imperativo ai limiti del marziale, si fa presto a scandalizzarsi per il cosiddetto "whitewashing" dei personaggi, ossia il cambiamento della razza per renderli più vicini all'estetica occidentale. Di recente si è fatto un gran parlare del casting di Scarlett Joahnsonn per il ruolo della protagonista nel remake di "Ghost in the Shell", lanciando accuse di razzismo a destra e a manca. La scelta di trasformare l'etnia di un personaggio può in realtà dipendere da diverse ragioni, non ultima quella commerciale: non esistendo una diva asiatica famosa anche in occidente, la Johanson diviene una scelta quasi obbligata.
Dal canto loro, invece, Derrickson e Feige non avevano certo un problema del genere al momento di scegliere l'attore che doveva incarnare l'Antico su schermo, personaggio di origini tibetane, il cui look ben avrebbe potuto essere incarnato da un qualsiasi attore orientale, come ad esempio Chow Yun Fat o Robin Shou. Ma allora perché prendere l'inglese Tilda Swinton?
Investito dalla domanda in occasione della presentazione del primo teaser del film, Feige si è giustificato affermando come il Tibet non sia una nazione e che per questo si sono dovuti adattare di conseguenza. Risposta che si può facilmente etichettare come razzista (e vien da chiedersi come potrebbe a sua volta rispondergli il Dalai Lama sentendola).
La verità forse è ancora più prosaica: "Doctor Strange", così come tutte le grandi produzioni americane, sta puntando sempre più verso il mercato cinese ed è inutile sottolineare il modo in cui il governo di Pechino vede la questione tibetana. Il whitewashing del personaggio forse è servito per non offendere gli investitori cinesi; e a quanto pare ha funzionato: la censura di regime proibisce la distribuzione su suolo nazionale di pellicole che "propagandano" tematiche sovrannaturali e superstiziose (basti vedere la mancata distribuzione del remake di "Ghostbusters", che ha fortemente danneggiato la Sony), ma a quanto pare la sua scure non si è abbattuta sull'ultima fatica di Feige. Potere del denaro.
venerdì 21 ottobre 2016
Halloween II
di Rob Zombie.
con: Scout Taylor-Compton, Tyler Mane, Malcolm McDowell, Sheri Moon Zombie, Danielle Harris, Brad Dourif, Margot Kidder, Chase Vanek.
Usa 2009
Molto probabilmente, Rob Zombie passerà alla Storia come uno degli autori più fraintesi dei suoi tempi. Perchè, malgrado lo status di cult di alcuni suoi film (almeno "The Devil's Reject" e si spera "31"), sono davvero in pochi, anche sul piano della critica specializzata, a comprenderne ed apprezzarne lo stile e la "filosofia". Il che lo accomuna ad un altro regista americano, il re dei cult John Carpenter, proprio lui, che anni dopo la creazione del remake di "Halloween- La Notte delle Streghe", bollerà Zombie come uno "stronzo", malcelando una forma di rabbia verso quell'operazione.
Remake che tutt'ora rappresenta la prova meno convincente del regista ex frontman dei White Zombie; e che nonostante questo fu un buon successo di pubblico, tanto da meritare un sequel, arrivato nel 2009 e diretto sempre da Zombie, nonostante la sua iniziale ritrosia ad un coinvolgimento diretto. "Halloween II", a differenza di quanto si possa immaginare, non è un remake di quel "Il Signore della Morte" (1981) che continuava le imprese di Michael Myers in modo diretto, ma una continuazione di quanto fatto da Zombie nel suo remake: un approccio più personale alla materia data che, nuovamente, né la critica né i fans del killer dalla maschera bianca hanno apprezzato, stroncandolo in pompa magna.
Eppure, questo bizzarro sequel, a scanso di equivoci, fraintendimenti ed aspettative tradite, è uno dei lavori più interessanti dell'autore, dove lo spaccato psicologico si fonde con istanze visionarie per creare un che di unico, imperfetto ma di ottimo impatto.
Dall'origjnario seguito "Il Signore della Morte" torna l'idea dell'incipit, quella di far cominciare il tutto nel momento esattamente successivo alla chiusura del primo film; in maniera analoga a quanto accadeva in "Halloween- The Beginning", una parte del film è dedicata a "rifare" l'originale, in questo caso il primo atto, remake, appunto, del sequel del 1981. Tolto l'ingombrante fardello di ricreare qualcosa di già visto unicamente per dare il via alla narrazione, Zombie ha questa volta carta bianca sul resto (anche se la versione del film uscita al cinema non è la Director's Cut, reperibile sono in Home Video ed il Italia fuori catalogo da anni) e decide subito di disfarsi di quanto visto: la maggior parte di quanto accaduto nel primo atto è un sogno febbricitante; le uniche cose realmente accadute sono la sopravvivenza di Laurie e il fatto che Michael Myers sia ancora vivo.
Questo perchè "Halloween II" non è uno slasher, né un horror; epiteti di generi che calzerebbero stretto al lavoro qui svolto. Di fatto, non c'è una progressione lineare nelle uccisioni (ancora meno che in "The Devil's Rejects"), né la ricerca di una forma di tensione orrorifica vera e propria.
Al centro di tutto ci sono i due protagonisti, Laurie e Michael, con la loro psiche deviata e sconvolta. Lo sguardo di Zombie si addentra così nelle loro menti, scandagliandone le visioni e le paure, finendo per lasciare sullo sfondo ogni contorno convenzionale.
Ed in modo ancora meno convenzionale, apre il film con la spiegazione del simbolismo: il cavallo bianco, forse ripreso dal Lynch di "Twin Peaks", è sinonimo di innocenza e ferocia. Due facce della stessa medaglia, come i due fratelli.
Michael ha ora un duplice aspetto, uno adulto, poco più di un mezzo, un involucro dentro il quale si agita il bambino, che adesso ha il volto pulito di Chase Vanek, dalle fattezze angeliche che sostituiscono lo sguardo malefico di Daeg Faerch. Un bambino che segue le istruzioni del fantasma della madre (ancora interpretata dalla bella Sheri Moon), alla ricerca di una congiunzione letale con la sorella. Michael è ora più che in precedenza mostro e vittima, io perduto in un limbo creato dalla privazione della figura di riferimento, la madre appunto, che nella sua visione finisce per incarnare la sua ferocia e il suo senso di affetto perso.
Laurie, d'altro canto, vive negli isterismi di una Scout Taylor-Compton quanto mai credibile; una ragazza la cui mente è stata fatta a pezzi dalla violenza e alla quale la rivelazione della parentela con il suo incubo concede un colpo finale verso la follia definitiva. Punto d'arrivo che diverge a seconda della versione del film alla quale si fa riferimento: nella Theatrical Cut la sua violenza si riversa su Michael, finendo per abbracciare essa stessa la devianza indossandone i panni per precipitare nella pazzia più pura tramite una ricongiunzione simile a quella perseguita dal fratello; mentre nella Director's Cut l'atto distruttivo si rivolge verso un esanime dottor Loomis, causa della rivelazione sulla parentela, ma non si consuma del tutto e negli ultimi istanti di vita la sua psiche va definitivamente in pezzi. In entrambe le versioni, è l'immagine finale a coronare l'arco distruttivo: la madre con il cavallo bianco fa visita anche a lei, chiudendo il cerchio e riunendola al fratello in modo indiretto, per il tramite di quella pazzia che il sangue ha permesso di condividere. Meno riuscita è invece la trovata di sottolinearne la caduta in disgrazia agghindandola come una rocker sudicia, che sembra uscita da una fiction della RAI.
Centro narrativo rivolto alla psicologia dei personaggi che non impedisce a Zombie di eccedere nella violenza: la brutalità delle uccisioni, la maggior parte gratuite, è incredibile; Michael ora distrugge le vittime con colpi ripetuti sino alla nausea per disintegrarne i corpi; la violenza è brutale, ma spesso lasciata fuori scena. Così come brutale è lo stile: ancora più secco rispetto a "The Devil's Rejects" e più sporco, grazie all'uso della pellicola 16mm gonfiata in post-produzione a 32 mm ed all'uso di un montaggio ancora più serrato e claustrofobico.
Le visioni di Michael e Laurie sono puro surrealismo visionario applicato all'horror; andando oltre la contemplazione del cinema di Tim Burton, Zombie riprende le istanze del gotico e le libera dai riferimenti baviani per dar loro nuova forma: purgate dal simbolismo più criptico, si fanno pura estetica goth applicata al cinema, veri e propri incubi rock nel quale far perdere i personaggi; e nel quale Zombie comincia a sperimentare il gusto per la geometricità che poi esibirà in quelle di "Le Streghe di Salem" (2012)
Gusto estetico e profondità di scrittura che non impediscono a Zombie di cadere in un paio di trappole: troppo ovvio il ruolo svolto da Loomis, tanto da essere in parte inutile; e troppo scontata la scena dell'incidente con l'ambulanza, quasi ridicola nella sua esecuzione.
Difetti di scrittura che però non spiegano l'incredibile astio riservato al film. La spiegazione è forse molto basica, pur nella sua eccentricità: "Halloween II" è un film troppo poco convenzionale per essere davvero apprezzato da chi si aspetta poco da un film di genere. Non concede nulla agli spettatori meno esigenti, se non gli inserti splatter. Devia totalmente da ogni forma di schematismo che ci si potrebbe aspettare dal sequel di uno slasher, filone del quale ignora quasi tutti gli elementi. Si concentra totalmente sugli archi narrativi interiori dei personaggi e non fa ricorso a trucchetti per aumentare la tensione.
Viene in mente, a tal proposito, la metafora sulle "divinità incazzate" coniata da Joss Wheadon in "Quella Casa nel Bosco" (2012): quando non si dà il giusto rituale in pasto agli spettatori, questi si adirano. Successe nel 1982 con il sottovalutato "Halloween III- Il Signore della Notte", è successo nuovamente nel 2009 con questo nuovo exploit sulla Notte di Ognissanti. Forse è anche per questo che da allora Michael Myers è finito in pensione: era impossibile riprendere la narrazione da dove Zombie l'ha lasciata, è del tutto impensabile rifare da capo l'ennesimo slasher uguale a mille altri. E forse è bene così: è meglio chiudere la serie con l'immagine di Laurie che fissa lo spettatore e ghigna, apice che difficilmente sarà doppiato.
con: Scout Taylor-Compton, Tyler Mane, Malcolm McDowell, Sheri Moon Zombie, Danielle Harris, Brad Dourif, Margot Kidder, Chase Vanek.
Usa 2009
---CONTIENE SPOILER---
Molto probabilmente, Rob Zombie passerà alla Storia come uno degli autori più fraintesi dei suoi tempi. Perchè, malgrado lo status di cult di alcuni suoi film (almeno "The Devil's Reject" e si spera "31"), sono davvero in pochi, anche sul piano della critica specializzata, a comprenderne ed apprezzarne lo stile e la "filosofia". Il che lo accomuna ad un altro regista americano, il re dei cult John Carpenter, proprio lui, che anni dopo la creazione del remake di "Halloween- La Notte delle Streghe", bollerà Zombie come uno "stronzo", malcelando una forma di rabbia verso quell'operazione.
Remake che tutt'ora rappresenta la prova meno convincente del regista ex frontman dei White Zombie; e che nonostante questo fu un buon successo di pubblico, tanto da meritare un sequel, arrivato nel 2009 e diretto sempre da Zombie, nonostante la sua iniziale ritrosia ad un coinvolgimento diretto. "Halloween II", a differenza di quanto si possa immaginare, non è un remake di quel "Il Signore della Morte" (1981) che continuava le imprese di Michael Myers in modo diretto, ma una continuazione di quanto fatto da Zombie nel suo remake: un approccio più personale alla materia data che, nuovamente, né la critica né i fans del killer dalla maschera bianca hanno apprezzato, stroncandolo in pompa magna.
Eppure, questo bizzarro sequel, a scanso di equivoci, fraintendimenti ed aspettative tradite, è uno dei lavori più interessanti dell'autore, dove lo spaccato psicologico si fonde con istanze visionarie per creare un che di unico, imperfetto ma di ottimo impatto.
Dall'origjnario seguito "Il Signore della Morte" torna l'idea dell'incipit, quella di far cominciare il tutto nel momento esattamente successivo alla chiusura del primo film; in maniera analoga a quanto accadeva in "Halloween- The Beginning", una parte del film è dedicata a "rifare" l'originale, in questo caso il primo atto, remake, appunto, del sequel del 1981. Tolto l'ingombrante fardello di ricreare qualcosa di già visto unicamente per dare il via alla narrazione, Zombie ha questa volta carta bianca sul resto (anche se la versione del film uscita al cinema non è la Director's Cut, reperibile sono in Home Video ed il Italia fuori catalogo da anni) e decide subito di disfarsi di quanto visto: la maggior parte di quanto accaduto nel primo atto è un sogno febbricitante; le uniche cose realmente accadute sono la sopravvivenza di Laurie e il fatto che Michael Myers sia ancora vivo.
Questo perchè "Halloween II" non è uno slasher, né un horror; epiteti di generi che calzerebbero stretto al lavoro qui svolto. Di fatto, non c'è una progressione lineare nelle uccisioni (ancora meno che in "The Devil's Rejects"), né la ricerca di una forma di tensione orrorifica vera e propria.
Al centro di tutto ci sono i due protagonisti, Laurie e Michael, con la loro psiche deviata e sconvolta. Lo sguardo di Zombie si addentra così nelle loro menti, scandagliandone le visioni e le paure, finendo per lasciare sullo sfondo ogni contorno convenzionale.
Ed in modo ancora meno convenzionale, apre il film con la spiegazione del simbolismo: il cavallo bianco, forse ripreso dal Lynch di "Twin Peaks", è sinonimo di innocenza e ferocia. Due facce della stessa medaglia, come i due fratelli.
Michael ha ora un duplice aspetto, uno adulto, poco più di un mezzo, un involucro dentro il quale si agita il bambino, che adesso ha il volto pulito di Chase Vanek, dalle fattezze angeliche che sostituiscono lo sguardo malefico di Daeg Faerch. Un bambino che segue le istruzioni del fantasma della madre (ancora interpretata dalla bella Sheri Moon), alla ricerca di una congiunzione letale con la sorella. Michael è ora più che in precedenza mostro e vittima, io perduto in un limbo creato dalla privazione della figura di riferimento, la madre appunto, che nella sua visione finisce per incarnare la sua ferocia e il suo senso di affetto perso.
Laurie, d'altro canto, vive negli isterismi di una Scout Taylor-Compton quanto mai credibile; una ragazza la cui mente è stata fatta a pezzi dalla violenza e alla quale la rivelazione della parentela con il suo incubo concede un colpo finale verso la follia definitiva. Punto d'arrivo che diverge a seconda della versione del film alla quale si fa riferimento: nella Theatrical Cut la sua violenza si riversa su Michael, finendo per abbracciare essa stessa la devianza indossandone i panni per precipitare nella pazzia più pura tramite una ricongiunzione simile a quella perseguita dal fratello; mentre nella Director's Cut l'atto distruttivo si rivolge verso un esanime dottor Loomis, causa della rivelazione sulla parentela, ma non si consuma del tutto e negli ultimi istanti di vita la sua psiche va definitivamente in pezzi. In entrambe le versioni, è l'immagine finale a coronare l'arco distruttivo: la madre con il cavallo bianco fa visita anche a lei, chiudendo il cerchio e riunendola al fratello in modo indiretto, per il tramite di quella pazzia che il sangue ha permesso di condividere. Meno riuscita è invece la trovata di sottolinearne la caduta in disgrazia agghindandola come una rocker sudicia, che sembra uscita da una fiction della RAI.
Centro narrativo rivolto alla psicologia dei personaggi che non impedisce a Zombie di eccedere nella violenza: la brutalità delle uccisioni, la maggior parte gratuite, è incredibile; Michael ora distrugge le vittime con colpi ripetuti sino alla nausea per disintegrarne i corpi; la violenza è brutale, ma spesso lasciata fuori scena. Così come brutale è lo stile: ancora più secco rispetto a "The Devil's Rejects" e più sporco, grazie all'uso della pellicola 16mm gonfiata in post-produzione a 32 mm ed all'uso di un montaggio ancora più serrato e claustrofobico.
Le visioni di Michael e Laurie sono puro surrealismo visionario applicato all'horror; andando oltre la contemplazione del cinema di Tim Burton, Zombie riprende le istanze del gotico e le libera dai riferimenti baviani per dar loro nuova forma: purgate dal simbolismo più criptico, si fanno pura estetica goth applicata al cinema, veri e propri incubi rock nel quale far perdere i personaggi; e nel quale Zombie comincia a sperimentare il gusto per la geometricità che poi esibirà in quelle di "Le Streghe di Salem" (2012)
Gusto estetico e profondità di scrittura che non impediscono a Zombie di cadere in un paio di trappole: troppo ovvio il ruolo svolto da Loomis, tanto da essere in parte inutile; e troppo scontata la scena dell'incidente con l'ambulanza, quasi ridicola nella sua esecuzione.
Difetti di scrittura che però non spiegano l'incredibile astio riservato al film. La spiegazione è forse molto basica, pur nella sua eccentricità: "Halloween II" è un film troppo poco convenzionale per essere davvero apprezzato da chi si aspetta poco da un film di genere. Non concede nulla agli spettatori meno esigenti, se non gli inserti splatter. Devia totalmente da ogni forma di schematismo che ci si potrebbe aspettare dal sequel di uno slasher, filone del quale ignora quasi tutti gli elementi. Si concentra totalmente sugli archi narrativi interiori dei personaggi e non fa ricorso a trucchetti per aumentare la tensione.
Viene in mente, a tal proposito, la metafora sulle "divinità incazzate" coniata da Joss Wheadon in "Quella Casa nel Bosco" (2012): quando non si dà il giusto rituale in pasto agli spettatori, questi si adirano. Successe nel 1982 con il sottovalutato "Halloween III- Il Signore della Notte", è successo nuovamente nel 2009 con questo nuovo exploit sulla Notte di Ognissanti. Forse è anche per questo che da allora Michael Myers è finito in pensione: era impossibile riprendere la narrazione da dove Zombie l'ha lasciata, è del tutto impensabile rifare da capo l'ennesimo slasher uguale a mille altri. E forse è bene così: è meglio chiudere la serie con l'immagine di Laurie che fissa lo spettatore e ghigna, apice che difficilmente sarà doppiato.
mercoledì 19 ottobre 2016
Opera
di Dario Argento.
con: Cristina Marsillach, Ian Charleson, Urbano Barberini, Daria Nicolodi, Barbara Cupisti, Carolina Cataldi-Tassoni, Antonella Vitali, William McNamara.
Horror
Italia 1987
Nel 1987, il cinema di genere italiano era già entrato in crisi; la stagione dello spaghetti-western era già terminata, mentre l'horror e il "giallo" stavano ripiegando verso il mezzo televisivo, con esiti disastrosi. L'intero settore aveva già cambiato pelle: da onesti prodotti artigianali, intrisi di soluzioni visive ardite e contenuti scioccanti, i film di genere italiani si erano in parte trasformati in imitazioni a buon mercato dei cult-movies americani. Basti pensare, in proposito, alla sfolgorante carriera del produttore Fabrizio De Angelis, quasi interamente basata su prodotti "di imitazione" diretti, tra gli altri, dai tristemente famosi Bruno Mattei e Claudio Fragasso. In parole povere, il genere stava morendo: poche idee originali, pochi soldi, poca voglia di sperimentare, pochi soggetti dotati di vero talento.
In un tale panorama, Dario Argento rappresentava un'eccezione: forte di una carriera di tutto rispetto, costellata di incredibili successi di cassetta, poteva permettersi budget e troupe sempre adeguati alle proprie esigenze. Ed infatti, "Opera" rappresenta la sua produzione italiana più dispendiosa, ben 8 milioni di dollari, racimolati interamente dalla Cecchi Gori e dalla RAI, che gli permettono una libertà totale nella messa in scena. Peccato però che i soli valori produttivi non siano sufficenti alla riuscita.
"Opera" è la pellicola in cui Argento mette a frutto in modo compiuto le influenze principali del suo stile ed in genere del suo cinema; tolta quella, pur fondamentale, di Mario Bava, già sublimata con la collaborazione in "Inferno" (1980), qui le fonti di ispirazione sono gli imprescindibili Hitchcock e Michael Powell.
Dal capolavoro "Gli Uccelli" (1963), Argento riprende l'elemento faunistico: i corvi sono presenza centrale, sin dalla prima scena; ma anzicché ricoprire un ruolo negativo, hanno un'inedita veste positiva, divenendo strumenti per l'individuazione del "male". Sempre da Hitchcock è ripreso il gusto per il virtuosismo, che qui raggiunge un apice definitivo.
Dal capolavoro maledetto di Powell "L'Occhio che Uccide" (1960) tornano non solo le famose soggettive, ma anche e sopratutto il tema vouyersistico. L'assassino obbliga la protagonista a guardarlo mentre compie le sue gesta; lo sguardo è esso stesso strumento di morte e al contempo vittima della violenza, con l'escamotage disturbante degli spilli usati per tenere le palpebre aperte. La soggettiva è qui l'inquadratura più ricorrente, usata all'inverosimile per far identificare lo spettatore nei fatti: si va da quella classica dell'assassino a quella della protagonista, con tanto di visione "sporcata" dall'uso di collirio, sino al parossismo con l'uso di quella di un chiavistello nella sequenza finale.
Sul piano della storia, Argento si rifà invece al mito de "Il Fantasma dell'Opera": l'intero incipit è ripreso da parte del romanzo di Leroux, con la giovane e bella protagonista Betty (Cristina Marsillach) chiamata all'ultimo a sostituire la prima donna all'opera, a causa del gesto di un "mostro" che sembra vegliare su di lei.
L'altissimo budget permette ad Argento di sbizzarrirsi; Tutte le scene clou sono ambientate al Teatro Regio di Parma, mentre per gli altri interni sono allestiti dei set enormi, che permettono alla sua macchina da presa di muoversi in totale libertà. I virtuosismi della macchina sono incredibili, con movimenti fluidissimi ed azzardati, per creare uno stile elegante ai limiti del barocco, dove l'apice viene raggiunto nel climax, con la soggettiva del volo dei corvi, esempio perfetto dello stile visivo argentiano.
Eleganza che va di pari passo con l'efferatezza: "Opera" è anche il film più violento di Argento, dove la graficità delle morti raggiunge il culmine già a partire dal primo omicidio "importante", l'uccisione a coltellate dell'assistente di scena, che per brutalità fa impallidire persino la morte di Veronica Lario in "Tenebre" (1982). Da antologia è anche la sequenza del colpo di pistola sparato attraverso lo spioncino della porta, ripreso con successo da "Saw II"(2005) e che lo stesso Argento replicherà a livello visivo, ma con esiti più modesti, in "La Sindrome di Stendhal" (1996)
Peccato che alla volontà di scioccare e alla capacità di stupire, si accompagnino degli errori tecnici e di scrittura a dir poco ridicoli.
Le soggettive in steadicam, per quanto eleganti, spesso sono troppo frettolose, con una macchina da presa troppo bassa per replicare il punto di vista di un essere umano, facendo sembrare le movenze di un killer quelle di un Jack Russell a spasso per il teatro dell'opera. Errore tecnico inusitato per il cinema di Argento (sino ad allora) e del tutto incomprensibile se si tiene conto dell'attenzione ai dettagli riservata in altri aspetti.
Sul piano narrativo, la sceneggiatura non si discosta di un millimetro dalla tradizione del "giallo", con un killer armato di guanti neri, motivato da un trauma del passato, un red herring fin troppo ovvio ed un colpo di scena rivelatore con tanto di doppio finale (questa volta fortemente debitore al "Red Dragon" di Thomas Harris). Mancanza di originalità a cui si associa un'esecuzione claudicante: davvero inverosimile la trovata di non far gridare o terrorizzare la giovane protagonista dopo l'aver assistito ad ogni morte; dopo ogni omicidio, si comporta in modo normale, come se solo qualche minuto prima avesse assistito ad uno spettacolo di varietà.
Ridicolo che raggiunge vette insostenibili una volta rivelata l'identità dell'assassino, dovuto ad un miscasting troppo evidente e che si trascina sino ad un epilogo semplicemente idiota ed inutile.
Tanto che "Opera" può essere considerato come il primo vero passo falso nella carriera di Argento, la prima crepa nella sua filmografia, che da qui in poi comincerà ad erodersi sino a crollare su sé stessa. Una pellicola ambiziosa, dove lo stile distrugge la sostanza ed il ridicolo involontario azzera ogni buona intenzione.
con: Cristina Marsillach, Ian Charleson, Urbano Barberini, Daria Nicolodi, Barbara Cupisti, Carolina Cataldi-Tassoni, Antonella Vitali, William McNamara.
Horror
Italia 1987
Nel 1987, il cinema di genere italiano era già entrato in crisi; la stagione dello spaghetti-western era già terminata, mentre l'horror e il "giallo" stavano ripiegando verso il mezzo televisivo, con esiti disastrosi. L'intero settore aveva già cambiato pelle: da onesti prodotti artigianali, intrisi di soluzioni visive ardite e contenuti scioccanti, i film di genere italiani si erano in parte trasformati in imitazioni a buon mercato dei cult-movies americani. Basti pensare, in proposito, alla sfolgorante carriera del produttore Fabrizio De Angelis, quasi interamente basata su prodotti "di imitazione" diretti, tra gli altri, dai tristemente famosi Bruno Mattei e Claudio Fragasso. In parole povere, il genere stava morendo: poche idee originali, pochi soldi, poca voglia di sperimentare, pochi soggetti dotati di vero talento.
In un tale panorama, Dario Argento rappresentava un'eccezione: forte di una carriera di tutto rispetto, costellata di incredibili successi di cassetta, poteva permettersi budget e troupe sempre adeguati alle proprie esigenze. Ed infatti, "Opera" rappresenta la sua produzione italiana più dispendiosa, ben 8 milioni di dollari, racimolati interamente dalla Cecchi Gori e dalla RAI, che gli permettono una libertà totale nella messa in scena. Peccato però che i soli valori produttivi non siano sufficenti alla riuscita.
"Opera" è la pellicola in cui Argento mette a frutto in modo compiuto le influenze principali del suo stile ed in genere del suo cinema; tolta quella, pur fondamentale, di Mario Bava, già sublimata con la collaborazione in "Inferno" (1980), qui le fonti di ispirazione sono gli imprescindibili Hitchcock e Michael Powell.
Dal capolavoro "Gli Uccelli" (1963), Argento riprende l'elemento faunistico: i corvi sono presenza centrale, sin dalla prima scena; ma anzicché ricoprire un ruolo negativo, hanno un'inedita veste positiva, divenendo strumenti per l'individuazione del "male". Sempre da Hitchcock è ripreso il gusto per il virtuosismo, che qui raggiunge un apice definitivo.
Dal capolavoro maledetto di Powell "L'Occhio che Uccide" (1960) tornano non solo le famose soggettive, ma anche e sopratutto il tema vouyersistico. L'assassino obbliga la protagonista a guardarlo mentre compie le sue gesta; lo sguardo è esso stesso strumento di morte e al contempo vittima della violenza, con l'escamotage disturbante degli spilli usati per tenere le palpebre aperte. La soggettiva è qui l'inquadratura più ricorrente, usata all'inverosimile per far identificare lo spettatore nei fatti: si va da quella classica dell'assassino a quella della protagonista, con tanto di visione "sporcata" dall'uso di collirio, sino al parossismo con l'uso di quella di un chiavistello nella sequenza finale.
Sul piano della storia, Argento si rifà invece al mito de "Il Fantasma dell'Opera": l'intero incipit è ripreso da parte del romanzo di Leroux, con la giovane e bella protagonista Betty (Cristina Marsillach) chiamata all'ultimo a sostituire la prima donna all'opera, a causa del gesto di un "mostro" che sembra vegliare su di lei.
L'altissimo budget permette ad Argento di sbizzarrirsi; Tutte le scene clou sono ambientate al Teatro Regio di Parma, mentre per gli altri interni sono allestiti dei set enormi, che permettono alla sua macchina da presa di muoversi in totale libertà. I virtuosismi della macchina sono incredibili, con movimenti fluidissimi ed azzardati, per creare uno stile elegante ai limiti del barocco, dove l'apice viene raggiunto nel climax, con la soggettiva del volo dei corvi, esempio perfetto dello stile visivo argentiano.
Eleganza che va di pari passo con l'efferatezza: "Opera" è anche il film più violento di Argento, dove la graficità delle morti raggiunge il culmine già a partire dal primo omicidio "importante", l'uccisione a coltellate dell'assistente di scena, che per brutalità fa impallidire persino la morte di Veronica Lario in "Tenebre" (1982). Da antologia è anche la sequenza del colpo di pistola sparato attraverso lo spioncino della porta, ripreso con successo da "Saw II"(2005) e che lo stesso Argento replicherà a livello visivo, ma con esiti più modesti, in "La Sindrome di Stendhal" (1996)
Peccato che alla volontà di scioccare e alla capacità di stupire, si accompagnino degli errori tecnici e di scrittura a dir poco ridicoli.
Le soggettive in steadicam, per quanto eleganti, spesso sono troppo frettolose, con una macchina da presa troppo bassa per replicare il punto di vista di un essere umano, facendo sembrare le movenze di un killer quelle di un Jack Russell a spasso per il teatro dell'opera. Errore tecnico inusitato per il cinema di Argento (sino ad allora) e del tutto incomprensibile se si tiene conto dell'attenzione ai dettagli riservata in altri aspetti.
Sul piano narrativo, la sceneggiatura non si discosta di un millimetro dalla tradizione del "giallo", con un killer armato di guanti neri, motivato da un trauma del passato, un red herring fin troppo ovvio ed un colpo di scena rivelatore con tanto di doppio finale (questa volta fortemente debitore al "Red Dragon" di Thomas Harris). Mancanza di originalità a cui si associa un'esecuzione claudicante: davvero inverosimile la trovata di non far gridare o terrorizzare la giovane protagonista dopo l'aver assistito ad ogni morte; dopo ogni omicidio, si comporta in modo normale, come se solo qualche minuto prima avesse assistito ad uno spettacolo di varietà.
Ridicolo che raggiunge vette insostenibili una volta rivelata l'identità dell'assassino, dovuto ad un miscasting troppo evidente e che si trascina sino ad un epilogo semplicemente idiota ed inutile.
Tanto che "Opera" può essere considerato come il primo vero passo falso nella carriera di Argento, la prima crepa nella sua filmografia, che da qui in poi comincerà ad erodersi sino a crollare su sé stessa. Una pellicola ambiziosa, dove lo stile distrugge la sostanza ed il ridicolo involontario azzera ogni buona intenzione.
venerdì 14 ottobre 2016
Halloween- The Beginning
Halloween
di Rob Zombie.
con: Tyler Mane, Scout Taylor-Compton, Malcolm McDowell, Sheri Moon Zombie, Daeg Faerch, William Forsythe, Danielle Harris, Brad Dourif.
Horror/Thriller
Usa 2007
Buffa sorte quella toccata alle icone della New Wave del horror americano; nate come strumenti per terrorizzare i benpensanti, inondando con fiumi di violenza grafica un genere stantio, si sono ritrovate, nel giro di pochi anni, ad essere non solo icone pop, ma anche perfetti marchi da rivendere al pubblico.
In questo senso, appare del tutto normale come a partire dai primi anni '00, ogni singolo film di quel periodo sia stato rifatto, in remake che si allontanavano totalmente dallo spirito dell'originale. Dopotutto, le condizioni sociali ed artistiche che avevano portato alla creazione di classici come "L'Ultima Casa a Sinistra" (1972), "The Texas Chainsaw Massacre" (1974) o "Nightmare- Dal Profondo della Notte" (1984) erano profondamente mutate nel corso dei decenni e non si poteva, di conseguenza, pretendere che pellicole nate con il solo scopo di capitalizzare sul nome di un successo passato fossero al pari dell'originale.
Se la Platinum Dunes di Michael Bay aveva già ricreato Leatherface nel 2003, con buoni esiti di pubblico ed in parte anche di critica, era solo una questione di tempo prima che anche l'imprescindibile "Halloween- La Notte delle Streghe" (1978) fosse sottoposto ad un restyling che lo privasse dell'anima. Dopotutto, già nel 2000 la serie era giunta ad un punto morto, con un settimo capitolo a dir poco disastroso, dopo che anni di sequel stanchi, storyline piatte e persino dopo che lo stesso John Carpenter aveva fallito nel tentativo di ridare linfa vitale alla saga con "Halloween III- Il Signore della Notte" (1982), con il quale si sarebbe dovuta trasformare in un'antologia dell'orrore. Resettare il tutto era la scelta più azzeccata dal punto di vista dei produttori e Malik Akkadd, subentrato al padre Moustapha che aveva finanziato l'exploit di Carpenter negli anni '70, decise di fare le cose in grande, affidando il progetto a Rob Zombie, autore che, a discapito dell'odio viscerale che la critica statunitense riversava sui suoi film, si era fatto un buon nome nel settore.
D'altro canto, la rielaborazione di modelli classici è tutt'ora alla base dello stile di Zombie; anche se, forse, il modello stra-abusato dello slasher era davvero troppo lontano dalle sue corde, così come la mitologia carpenteriana fatta di forze maligne incontrollabili e mitologia celtica. Zombie ha però carta bianca: ricrea da zero il mito di Michael Myers, rendendolo più terreno, vicino al suo mondo sudicio fatto di relitti umani sboccati e scorretti. E finché si limita a ricreare, il film funziona.
Tutta la prima metà può essere ribattezzata "Rob Zombie's Halloween" ed è un un suo film a tutti gli effetti. Ritorna il white trash, i personaggi lerci e sboccati, immersi ora nella quotidianità della suburbia americana. La famiglia Myers diviene il perfetto coacervo di tutti gli orrori familiari possibili ed immaginabili: un patrigno idiota e violento che vorrebbe allungare le mani sulla figliastra, una madre premurosa ma ridotta ai minimi termini, un'ambiente sporco, intriso nel cattivo gusto, in cui il "fuck" è un intercalare d'obbligo. E poi c'è Michael, al quale il piccolo Daeg Faerch dona uno sguardo finemente inquietante. Michael viene ripensato da zero: non più l'incarnazione del Male sceso in terra, ma un comune ragazzino logorato dall'ambiente in cui vive, il cui comportamento rispecchia quello di un ideale prototipo di devianza: la violenza è parte integrante della sua vita, forma di escapismo dallo squallore quotidiano; lo vediamo per prima cosa uccidere senza ritegno dei cuccioli, per poi avventarsi contro i bulli che lo perseguitano. La caratterizzazione diviene terrena, realistica, attenta a creare una parabola disgregativa verso la sua psiche, che cederà un pò alla volta verso la devianza totale.
L'omicidio della sorella Judith, centro nodale di tutta la vicenda, diviene ancora più sinistro, quasi una forma di reazione alla noia nel quale affoga; non è un sacrificio rituale, né una punizione per il libertinaggio (Michael non assiste agli amplessi con il ragazzo), ma pura estrinsecazione del male che lo divora.
La parte centrale, il ricovero di Michael presso l'ospedale psichiatrico, è poco più di un ponte verso la seconda metà del film, ma presenta lo stesso soluzioni interessanti. Il Dr. Loomis fa la sua comparsa e sveste i panni del lunatico uomo di scienza che ha ceduto dinanzi all'assoluto per raccogliere quelli più terreni di un medico incapace di scrutare la mente del suo paziente. Il volto di Malcolm McDowell è perfetto per il ruolo: un ex hippie, totalmente convinto che la medicina psichiatrica possa essere la chiave per scandagliare ogni parte dell'esistenza, fronteggia un fallimento, una caduta dinanzi alla più terrena delle infermità.
Vediamo per la prima volta Michael consumarsi, chiudersi nel mutismo della ragione, costruirsi nuovi volti per tenere alla larga lo sguardo indagatore di Loomis dal suo subconscio, fino alla crisi finale: la morte della madre (Sheri Moon Zombie, che dimostra doti drammatiche incredibili), l'unico punto di riferimento nel mondo, distrugge ogni appiglio verso la sanità e lo reclude definitivamente alla mercé del suo Io più distruttivo.
Ed è qui che la visione di Zombie si esaurisce, si arresta sul terreno del nuovo per retrocedere a quello del già visto. Il "Rob Zombie's Halloween" cambia pelle e diviene il più classico e trito remake dell'originale. Tornano tutti i punti dello script di Carpenter e Debra Hill, condensati in appena 50 minuti di pellicola, rendendo impossibile per qualsiasi spettatore affezionarsi davvero a personaggi ed eventi.
Torna Laurie Strode, che ha ora il volta da bambina di Scout Taylor-Compton, così come l'improbabile storyline di una sua parentela con l'assassino, ripresa da "Halloween II- Il Signore della Morte" (1981). Torna la sua amica Annie, che ha il volto di quella Danielle Harris che da bambina fu la vittima dei vari ritorni e maledizioni di Michael Myers. Torna lo sceriffo Brackett, che ha ora il volto del veterano Brad Dourif, in scena per una manciata minuti ed in coppia nuovamente con Loomis, il cui ruolo di Van Helsing di provincia questa volta con convince più di tanto. Torna la maschera di William Shatner, resa più sporca e polverosa. Tornano persino le location californiane a fare da "body double" per l'Illinois, le stesse del 1978. Ma questi ritorni non sono che ombre, quasi semplici easter-egg che tolgono ogni profondità alla narrazione.
Lo schematismo dello slasher più puro calza stretto a Zombie, il quale non sa come muoversi al suo interno. Deve percorrere un sentiero pre-tracciato dal quale non può virare: la "notte delle babysitter" deve fare il suo corso, deve aversi la medesima successione nelle morti, deve aversi il medesimo confronto finale tra la final girl ed il mostro. Ogni variazione è minima, ogni volo pindarico, rielaborazione o variazione bandita.
E come in una sorta di crisi di ispirazione, Zombie, forse nel tentativo di dare una forma di personalità ad un prodotto industriale, fa parlare anche i personaggi della classe media come degli zotici sboccati: Laurie confessa scherzosamente alla madre le attenzioni erotiche di un professore e con le amiche si diverte a riempire di insulti lo stalker Michael, ammazzando la sospensione dell'incredulità.
Il remake fa il suo corso; le variazioni sono minime: il Dr. Loomis trova una morte temporanea in una sequenza a dir poco ridicola, Laurie viene inseguita forsennatamente dal babau per poi essere lei ad infliggergli il colpo fatale. Il Michael di Tyler Mane, a discapito dell'ingombrante presenza fisica, esegue il cerimoniale delle morti in modo ordinario, privo di originalità nell'esecuzione delle uccisioni, un pò in ossequio allo spirito realista del film, un pò in omaggio a quanto visto in passato. E Zombie non controlla la narrazione, né l'estetica: l'uso della camera a mano e del montaggio veloce non paga; questa volta le gesta del killer non sono inscenate negli assolati deserti del Texas, ma nei bui anfratti di una villa in decadenza; l'effetto è straniante: sembra di assistere ad un action di Michael Bay immerso in un contesto horror, tanto è la goffaggine grammaticale.
E alla fine, questo remake di "Halloween" finisce per fare il suo sporco lavoro: rivendere il marchio al pubblico per il tramite di un film che è l'ombra del suo originale; pallido, esangue, privo di mordente, si caratterizza per il solo tramite di quei primi 50 minuti davvero sorprendenti. Per il resto è pura routine, nonché l'esito peggiore nella carriera di Rob Zombie.
di Rob Zombie.
con: Tyler Mane, Scout Taylor-Compton, Malcolm McDowell, Sheri Moon Zombie, Daeg Faerch, William Forsythe, Danielle Harris, Brad Dourif.
Horror/Thriller
Usa 2007
Buffa sorte quella toccata alle icone della New Wave del horror americano; nate come strumenti per terrorizzare i benpensanti, inondando con fiumi di violenza grafica un genere stantio, si sono ritrovate, nel giro di pochi anni, ad essere non solo icone pop, ma anche perfetti marchi da rivendere al pubblico.
In questo senso, appare del tutto normale come a partire dai primi anni '00, ogni singolo film di quel periodo sia stato rifatto, in remake che si allontanavano totalmente dallo spirito dell'originale. Dopotutto, le condizioni sociali ed artistiche che avevano portato alla creazione di classici come "L'Ultima Casa a Sinistra" (1972), "The Texas Chainsaw Massacre" (1974) o "Nightmare- Dal Profondo della Notte" (1984) erano profondamente mutate nel corso dei decenni e non si poteva, di conseguenza, pretendere che pellicole nate con il solo scopo di capitalizzare sul nome di un successo passato fossero al pari dell'originale.
Se la Platinum Dunes di Michael Bay aveva già ricreato Leatherface nel 2003, con buoni esiti di pubblico ed in parte anche di critica, era solo una questione di tempo prima che anche l'imprescindibile "Halloween- La Notte delle Streghe" (1978) fosse sottoposto ad un restyling che lo privasse dell'anima. Dopotutto, già nel 2000 la serie era giunta ad un punto morto, con un settimo capitolo a dir poco disastroso, dopo che anni di sequel stanchi, storyline piatte e persino dopo che lo stesso John Carpenter aveva fallito nel tentativo di ridare linfa vitale alla saga con "Halloween III- Il Signore della Notte" (1982), con il quale si sarebbe dovuta trasformare in un'antologia dell'orrore. Resettare il tutto era la scelta più azzeccata dal punto di vista dei produttori e Malik Akkadd, subentrato al padre Moustapha che aveva finanziato l'exploit di Carpenter negli anni '70, decise di fare le cose in grande, affidando il progetto a Rob Zombie, autore che, a discapito dell'odio viscerale che la critica statunitense riversava sui suoi film, si era fatto un buon nome nel settore.
D'altro canto, la rielaborazione di modelli classici è tutt'ora alla base dello stile di Zombie; anche se, forse, il modello stra-abusato dello slasher era davvero troppo lontano dalle sue corde, così come la mitologia carpenteriana fatta di forze maligne incontrollabili e mitologia celtica. Zombie ha però carta bianca: ricrea da zero il mito di Michael Myers, rendendolo più terreno, vicino al suo mondo sudicio fatto di relitti umani sboccati e scorretti. E finché si limita a ricreare, il film funziona.
Tutta la prima metà può essere ribattezzata "Rob Zombie's Halloween" ed è un un suo film a tutti gli effetti. Ritorna il white trash, i personaggi lerci e sboccati, immersi ora nella quotidianità della suburbia americana. La famiglia Myers diviene il perfetto coacervo di tutti gli orrori familiari possibili ed immaginabili: un patrigno idiota e violento che vorrebbe allungare le mani sulla figliastra, una madre premurosa ma ridotta ai minimi termini, un'ambiente sporco, intriso nel cattivo gusto, in cui il "fuck" è un intercalare d'obbligo. E poi c'è Michael, al quale il piccolo Daeg Faerch dona uno sguardo finemente inquietante. Michael viene ripensato da zero: non più l'incarnazione del Male sceso in terra, ma un comune ragazzino logorato dall'ambiente in cui vive, il cui comportamento rispecchia quello di un ideale prototipo di devianza: la violenza è parte integrante della sua vita, forma di escapismo dallo squallore quotidiano; lo vediamo per prima cosa uccidere senza ritegno dei cuccioli, per poi avventarsi contro i bulli che lo perseguitano. La caratterizzazione diviene terrena, realistica, attenta a creare una parabola disgregativa verso la sua psiche, che cederà un pò alla volta verso la devianza totale.
L'omicidio della sorella Judith, centro nodale di tutta la vicenda, diviene ancora più sinistro, quasi una forma di reazione alla noia nel quale affoga; non è un sacrificio rituale, né una punizione per il libertinaggio (Michael non assiste agli amplessi con il ragazzo), ma pura estrinsecazione del male che lo divora.
La parte centrale, il ricovero di Michael presso l'ospedale psichiatrico, è poco più di un ponte verso la seconda metà del film, ma presenta lo stesso soluzioni interessanti. Il Dr. Loomis fa la sua comparsa e sveste i panni del lunatico uomo di scienza che ha ceduto dinanzi all'assoluto per raccogliere quelli più terreni di un medico incapace di scrutare la mente del suo paziente. Il volto di Malcolm McDowell è perfetto per il ruolo: un ex hippie, totalmente convinto che la medicina psichiatrica possa essere la chiave per scandagliare ogni parte dell'esistenza, fronteggia un fallimento, una caduta dinanzi alla più terrena delle infermità.
Vediamo per la prima volta Michael consumarsi, chiudersi nel mutismo della ragione, costruirsi nuovi volti per tenere alla larga lo sguardo indagatore di Loomis dal suo subconscio, fino alla crisi finale: la morte della madre (Sheri Moon Zombie, che dimostra doti drammatiche incredibili), l'unico punto di riferimento nel mondo, distrugge ogni appiglio verso la sanità e lo reclude definitivamente alla mercé del suo Io più distruttivo.
Ed è qui che la visione di Zombie si esaurisce, si arresta sul terreno del nuovo per retrocedere a quello del già visto. Il "Rob Zombie's Halloween" cambia pelle e diviene il più classico e trito remake dell'originale. Tornano tutti i punti dello script di Carpenter e Debra Hill, condensati in appena 50 minuti di pellicola, rendendo impossibile per qualsiasi spettatore affezionarsi davvero a personaggi ed eventi.
Torna Laurie Strode, che ha ora il volta da bambina di Scout Taylor-Compton, così come l'improbabile storyline di una sua parentela con l'assassino, ripresa da "Halloween II- Il Signore della Morte" (1981). Torna la sua amica Annie, che ha il volto di quella Danielle Harris che da bambina fu la vittima dei vari ritorni e maledizioni di Michael Myers. Torna lo sceriffo Brackett, che ha ora il volto del veterano Brad Dourif, in scena per una manciata minuti ed in coppia nuovamente con Loomis, il cui ruolo di Van Helsing di provincia questa volta con convince più di tanto. Torna la maschera di William Shatner, resa più sporca e polverosa. Tornano persino le location californiane a fare da "body double" per l'Illinois, le stesse del 1978. Ma questi ritorni non sono che ombre, quasi semplici easter-egg che tolgono ogni profondità alla narrazione.
Lo schematismo dello slasher più puro calza stretto a Zombie, il quale non sa come muoversi al suo interno. Deve percorrere un sentiero pre-tracciato dal quale non può virare: la "notte delle babysitter" deve fare il suo corso, deve aversi la medesima successione nelle morti, deve aversi il medesimo confronto finale tra la final girl ed il mostro. Ogni variazione è minima, ogni volo pindarico, rielaborazione o variazione bandita.
E come in una sorta di crisi di ispirazione, Zombie, forse nel tentativo di dare una forma di personalità ad un prodotto industriale, fa parlare anche i personaggi della classe media come degli zotici sboccati: Laurie confessa scherzosamente alla madre le attenzioni erotiche di un professore e con le amiche si diverte a riempire di insulti lo stalker Michael, ammazzando la sospensione dell'incredulità.
Il remake fa il suo corso; le variazioni sono minime: il Dr. Loomis trova una morte temporanea in una sequenza a dir poco ridicola, Laurie viene inseguita forsennatamente dal babau per poi essere lei ad infliggergli il colpo fatale. Il Michael di Tyler Mane, a discapito dell'ingombrante presenza fisica, esegue il cerimoniale delle morti in modo ordinario, privo di originalità nell'esecuzione delle uccisioni, un pò in ossequio allo spirito realista del film, un pò in omaggio a quanto visto in passato. E Zombie non controlla la narrazione, né l'estetica: l'uso della camera a mano e del montaggio veloce non paga; questa volta le gesta del killer non sono inscenate negli assolati deserti del Texas, ma nei bui anfratti di una villa in decadenza; l'effetto è straniante: sembra di assistere ad un action di Michael Bay immerso in un contesto horror, tanto è la goffaggine grammaticale.
E alla fine, questo remake di "Halloween" finisce per fare il suo sporco lavoro: rivendere il marchio al pubblico per il tramite di un film che è l'ombra del suo originale; pallido, esangue, privo di mordente, si caratterizza per il solo tramite di quei primi 50 minuti davvero sorprendenti. Per il resto è pura routine, nonché l'esito peggiore nella carriera di Rob Zombie.
mercoledì 12 ottobre 2016
Hardware
M.A.R.K. 13
di Richard Stanley.
con: Dylan McDermott, Stacey Travis, John Lynch, William Hootkins, Iggy Pop, Lemmy.
Fantastico/Post Apocalittico/Cyberpunk/Horror
Inghilterra, Usa 1990
Hollywood la macchina dei sogni, Hollywood la terra promessa, Hollywood la grande ammaliatrice, la Mecca del Cinema che tanti giovani talenti attira solo per distruggere a suon di compromessi e conformismo; Hollywood è sicuramente un crocevia essenziale per chiunque sogni di raggiungere la fama o di creare pellicole con valori produttivi talvolta anche semplicemente adeguati alle proprie ambizioni. Salvo poi cadere vittima dello strapotere e dell'ignoranza dei produttori.
Le storie di giovani filmmaker alle prime armi ed assetati di fama la cui carriera viene maciullata dagli ingranaggi del sistema hollywoodiano sono sempre esistite e sempre esisteranno (basti vedere cosa accaduto di recente a Josh Trank e Mark Landis), ma se c'è una parabola hollywoodiana che potrebbe assurgere a vero e proprio paradigma è quella di Richard Stanley.
Nato in Sud Africa, Stanley si fa notare ancora ventenne grazie al mediometraggio "Incidents in an Expanding Universe" per il suo approccio non convenzionale, anzi totalmente libero alla fantascienza. Si fa le ossa, subito dopo, dirigendo videoclip per i Fields of the Nephilim ed i Renegade Soundwave. Il suo esordio nel lungometraggio, "Hardware" datato 1990 diviene in brevissimo tempo una pellicola di culto presso gli estimatori della Sci-Fi meno ortodossa e dei B-Movies. Già nel 1992, Stanley riesce a trovare capitali americani per il suo secondo lungometraggio, anch'esso divenuto un piccolo e amato cult, il visionario "The Dust Devil"; ma il contatto con Hollywood avviene nel peggiore dei modi, per il tramite del diavolo in persona, al secolo Bob Weinstein, proprio lui, l'uomo in grado di eliminare mezz'ora di film da "Snowpiercer" (2013) perchè preoccupato del fatto che il pubblico dell'Oklahoma potesse non capirlo. Weinstein che già era stato coinvolto in modo marginale in "Hardware" ma che ora assume un ruolo predominante; e con un personaggio del genere a tirare le fila, la produzione di "The Dust Devil" finisce ben presto alle ortiche: in sala di montaggio tutto il film viene scompaginato e le sequenze più crude e paurose vengono mozzate in modo vistoso; dovranno passare oltre dieci anni e attendere l'avvento del mercato del DVD affinché Stanley possa finalmente dar vita ad una Director's Cut. In compenso, con il film successivo, il tristemente famoso "L'Isola Perduta" (1997), le cose andranno pure peggio.
Stretto tra le manie di protagonismo di un Val Kilmer fuori controllo e le ingerenze coatte del produttore Bob Shaye, Stanley si ritrova ad abbandonare il set in preda all'ira dopo pochi giorni, facendosi sostituire da un John Frankneheimer interessato solo alla paga, salvo poi tornarci in incognito travestito come una comparsa, come in un film di Mel Brooks. Ed il risultato è talmente disastroso da aver fatto storia e averlo costretto a ritirarsi dal mondo del cinema, per intraprendere una modesta carriera da documentarista.
Eppure quel suo primo lungometraggio, l'unico su cui abbia avuto il pieno controllo, è davvero un piccolo gioiello di fantascienza folle, un mix bizzarro ed affascinante di cyberpunk e visioni post-apocalittiche.
Facile intuire l'input alla base del progetto: il racconto "Shok!" apparso sulle pagine della mitica rivista 2000AD, il cui stile trasuda in ogni scena del film; la fantascienza folle, visionaria e grottesca di Judge Dredd e soci viene traslata su schermo in modo fedele.
"Hardware" è un vero e proprio mix di influenze eterogenee: il mondo desertico post-atomico di "Mad Max 2" (1981), le città fatiscenti, dove ciclopici palazzi danno rifugio a quel che resta dell'umanità ricordano le geometrie kafkiane di "Brazil" (1985) e vengono immersi in colori al neon e luci stroboscopiche come in "Blade Runner" (1982), mentre un androide assassino insegue una giovane donna come in "Terminator" (1984). Il tutto al servizio di una storia basica: il cacciatore di rottami Moses (McDermott) compra da un suo rivale i resti del prototipo di un robot da guerra, il M.A.R.K. 13, scambiandolo per un androide di servizio, al fine di regalarlo alla sua fidanzata, la scultrice Jill (Stacey Travis); nell'appartamento della donna, l'essere si riattiva e comincia a perseguitarla. Nulla più. Sarebbe quindi d'obbligo aspettarsi il classico slasher-horror, dove l'unico guizzo di originalità viene dato dall'ambientazione; ma sarebbe un errore: lo stile di regia ed alcune intuizioni narrative rendono "Hardware" un pellicola davvero folgorante.
La regia di Stanley si rifà ai classici del cinema di genere moderni: "Evil Dead" (1982) per l'uso dei movimenti di macchina in soggettiva, "Highlander- L'Ultimo Immortale" (1986) per l'uso espressivo del montaggio e persino l'allora recente "Tetsuo" (1988), dal quale vengono riprese diverse soluzioni visive ma anche il tema dello scontro tra la carne e il metallo.
"Hardware" è un film di puro montaggio, dove i tagli veloci e le inquadrature strette suppliscono agli scarsi valori produttivi per dare vita ad un mondo visionario, una post-apocalisse cinta tra le mura domestiche, fintamente sicure, nel quale il mostro è quella tecnologia da cui l'uomo ancora dipende (il robot, ma anche il portone blindato, le cui fauci sono spaventose al pari del villain).
Il mondo moderno è scomparso, la società è ridotta ad un gigantesco "slum", un inferno industriale nel quale vagabondi e senzatetto costituiscono la nuova umanità.
La tecnologia domina le vite dei comuni: l'appartamento di Jill è comandato da una gigantesca console di comandi. Ma al contempo, la tecnologia è un rudere, un cumulo di scarti e ferraglia avulso da ogni forma architettonica, è un elemento alieno, distaccato rispetto al resto delle scenografie ed ambienti. Da qui l'androide, ossia spazzatura che riprende vita: una tecnologia impossibile da fermare, in grado di ricrearsi da zero divorando ogni cosa che ha davanti. Una tecnologia che dovrebbe servire l'uomo, ma che finisce per distruggerlo, per dilaniarne le carni in un impeto omicida privo di fondamento. La tecnologia distrugge l'uomo, è per sua stessa indole forza disgregatrice, distruttrice il cui unico scopo è maciullare, fare a pezzi, sembrare le carni dell'essere umano (la citazione biblica, inventata dagli autori, "Nessuna carne sarà risparmiata"); una forza distruttrice che non può essere fermata con la violenza, con il ricorso alle armi convenzionali, essendo essa stessa un'arma, ma, per beffa, solo con l'acqua, ossia la fonte stessa della vita.
La visione di Stanley non è però ancorata alle regole del cinema di genere. Il ritmo è lento, quasi ipnotico anche nel terzo atto; l'azione e la violenza esplodono con fragore senza preavviso per poi tornare a nascondersi tra le ombre dell'appartamento o i vicoli luridi della metropoli (e qui è facile scorgere un'altra influenza eccellente, quella dell' "Alien" di Scott). Il ritmo interno delle singole scene è scandito dal montaggio frammentato, che spezza ogni azione in più segmenti e li alterna ai dettagli. Non c'è linearità nella messa in scena: come l'androide assassino, lo stesso film è un inseme di "rottami" che si coagulano per creare un unico essere. Il senso di claustrofobia e nervosismo viene così creato sopratutto per il tramite delle inquadrature e del loro alternarsi, piuttosto che dalle scenografie e dalla fotografia; le quali, nonostante il budget striminzito, non hanno davvero nulla da invidiare a produzioni più imponenti, anzi: l'uso dei forti contrasti anche cromatici crea un'atmosfera irreale, a metà strada tra fascino ed incubo, quasi un excursus all'interno della mente straniata dei personaggi.
Allo stesso modo, l'influenza eterogenea dei vari registri si fonde in un'unico stile, nel quale Stanley fa confluire una venatura grottesca degna erede delle pagine di 2000AD: la violenza viene elevata oltre il parossismo e i personaggi sono tutti sopra le righe, come il vicino di casa guardone, vero esempio di scrittura grottesca applicata al horror.
"Hardware" è pura anarchia visiva e narrativa applicata ad un registro squisitamente di genere. Una pellicola magistrale nella sua eterogeneità, affascinante ed ammaliante al punto da far rimpiangere la triste sorte toccata al suo creatore, visionario che ben miglior sorte avrebbe meritato.
EXTRA
Il caos produttivo e umano dietro le quinte de "L'Isola Perduta" è stato rievocato e documentato nel recente "Lost Soul: The Doomed Journey of Richard Stanley's Island of Dr.Moreau" di David Gregory, la cui visione è caldamente consigliata per capire lo stato di umano degrado a cui Stanley è stato esposto.
di Richard Stanley.
con: Dylan McDermott, Stacey Travis, John Lynch, William Hootkins, Iggy Pop, Lemmy.
Fantastico/Post Apocalittico/Cyberpunk/Horror
Inghilterra, Usa 1990
Hollywood la macchina dei sogni, Hollywood la terra promessa, Hollywood la grande ammaliatrice, la Mecca del Cinema che tanti giovani talenti attira solo per distruggere a suon di compromessi e conformismo; Hollywood è sicuramente un crocevia essenziale per chiunque sogni di raggiungere la fama o di creare pellicole con valori produttivi talvolta anche semplicemente adeguati alle proprie ambizioni. Salvo poi cadere vittima dello strapotere e dell'ignoranza dei produttori.
Le storie di giovani filmmaker alle prime armi ed assetati di fama la cui carriera viene maciullata dagli ingranaggi del sistema hollywoodiano sono sempre esistite e sempre esisteranno (basti vedere cosa accaduto di recente a Josh Trank e Mark Landis), ma se c'è una parabola hollywoodiana che potrebbe assurgere a vero e proprio paradigma è quella di Richard Stanley.
Nato in Sud Africa, Stanley si fa notare ancora ventenne grazie al mediometraggio "Incidents in an Expanding Universe" per il suo approccio non convenzionale, anzi totalmente libero alla fantascienza. Si fa le ossa, subito dopo, dirigendo videoclip per i Fields of the Nephilim ed i Renegade Soundwave. Il suo esordio nel lungometraggio, "Hardware" datato 1990 diviene in brevissimo tempo una pellicola di culto presso gli estimatori della Sci-Fi meno ortodossa e dei B-Movies. Già nel 1992, Stanley riesce a trovare capitali americani per il suo secondo lungometraggio, anch'esso divenuto un piccolo e amato cult, il visionario "The Dust Devil"; ma il contatto con Hollywood avviene nel peggiore dei modi, per il tramite del diavolo in persona, al secolo Bob Weinstein, proprio lui, l'uomo in grado di eliminare mezz'ora di film da "Snowpiercer" (2013) perchè preoccupato del fatto che il pubblico dell'Oklahoma potesse non capirlo. Weinstein che già era stato coinvolto in modo marginale in "Hardware" ma che ora assume un ruolo predominante; e con un personaggio del genere a tirare le fila, la produzione di "The Dust Devil" finisce ben presto alle ortiche: in sala di montaggio tutto il film viene scompaginato e le sequenze più crude e paurose vengono mozzate in modo vistoso; dovranno passare oltre dieci anni e attendere l'avvento del mercato del DVD affinché Stanley possa finalmente dar vita ad una Director's Cut. In compenso, con il film successivo, il tristemente famoso "L'Isola Perduta" (1997), le cose andranno pure peggio.
Stretto tra le manie di protagonismo di un Val Kilmer fuori controllo e le ingerenze coatte del produttore Bob Shaye, Stanley si ritrova ad abbandonare il set in preda all'ira dopo pochi giorni, facendosi sostituire da un John Frankneheimer interessato solo alla paga, salvo poi tornarci in incognito travestito come una comparsa, come in un film di Mel Brooks. Ed il risultato è talmente disastroso da aver fatto storia e averlo costretto a ritirarsi dal mondo del cinema, per intraprendere una modesta carriera da documentarista.
Eppure quel suo primo lungometraggio, l'unico su cui abbia avuto il pieno controllo, è davvero un piccolo gioiello di fantascienza folle, un mix bizzarro ed affascinante di cyberpunk e visioni post-apocalittiche.
Facile intuire l'input alla base del progetto: il racconto "Shok!" apparso sulle pagine della mitica rivista 2000AD, il cui stile trasuda in ogni scena del film; la fantascienza folle, visionaria e grottesca di Judge Dredd e soci viene traslata su schermo in modo fedele.
"Hardware" è un vero e proprio mix di influenze eterogenee: il mondo desertico post-atomico di "Mad Max 2" (1981), le città fatiscenti, dove ciclopici palazzi danno rifugio a quel che resta dell'umanità ricordano le geometrie kafkiane di "Brazil" (1985) e vengono immersi in colori al neon e luci stroboscopiche come in "Blade Runner" (1982), mentre un androide assassino insegue una giovane donna come in "Terminator" (1984). Il tutto al servizio di una storia basica: il cacciatore di rottami Moses (McDermott) compra da un suo rivale i resti del prototipo di un robot da guerra, il M.A.R.K. 13, scambiandolo per un androide di servizio, al fine di regalarlo alla sua fidanzata, la scultrice Jill (Stacey Travis); nell'appartamento della donna, l'essere si riattiva e comincia a perseguitarla. Nulla più. Sarebbe quindi d'obbligo aspettarsi il classico slasher-horror, dove l'unico guizzo di originalità viene dato dall'ambientazione; ma sarebbe un errore: lo stile di regia ed alcune intuizioni narrative rendono "Hardware" un pellicola davvero folgorante.
La regia di Stanley si rifà ai classici del cinema di genere moderni: "Evil Dead" (1982) per l'uso dei movimenti di macchina in soggettiva, "Highlander- L'Ultimo Immortale" (1986) per l'uso espressivo del montaggio e persino l'allora recente "Tetsuo" (1988), dal quale vengono riprese diverse soluzioni visive ma anche il tema dello scontro tra la carne e il metallo.
"Hardware" è un film di puro montaggio, dove i tagli veloci e le inquadrature strette suppliscono agli scarsi valori produttivi per dare vita ad un mondo visionario, una post-apocalisse cinta tra le mura domestiche, fintamente sicure, nel quale il mostro è quella tecnologia da cui l'uomo ancora dipende (il robot, ma anche il portone blindato, le cui fauci sono spaventose al pari del villain).
Il mondo moderno è scomparso, la società è ridotta ad un gigantesco "slum", un inferno industriale nel quale vagabondi e senzatetto costituiscono la nuova umanità.
La tecnologia domina le vite dei comuni: l'appartamento di Jill è comandato da una gigantesca console di comandi. Ma al contempo, la tecnologia è un rudere, un cumulo di scarti e ferraglia avulso da ogni forma architettonica, è un elemento alieno, distaccato rispetto al resto delle scenografie ed ambienti. Da qui l'androide, ossia spazzatura che riprende vita: una tecnologia impossibile da fermare, in grado di ricrearsi da zero divorando ogni cosa che ha davanti. Una tecnologia che dovrebbe servire l'uomo, ma che finisce per distruggerlo, per dilaniarne le carni in un impeto omicida privo di fondamento. La tecnologia distrugge l'uomo, è per sua stessa indole forza disgregatrice, distruttrice il cui unico scopo è maciullare, fare a pezzi, sembrare le carni dell'essere umano (la citazione biblica, inventata dagli autori, "Nessuna carne sarà risparmiata"); una forza distruttrice che non può essere fermata con la violenza, con il ricorso alle armi convenzionali, essendo essa stessa un'arma, ma, per beffa, solo con l'acqua, ossia la fonte stessa della vita.
La visione di Stanley non è però ancorata alle regole del cinema di genere. Il ritmo è lento, quasi ipnotico anche nel terzo atto; l'azione e la violenza esplodono con fragore senza preavviso per poi tornare a nascondersi tra le ombre dell'appartamento o i vicoli luridi della metropoli (e qui è facile scorgere un'altra influenza eccellente, quella dell' "Alien" di Scott). Il ritmo interno delle singole scene è scandito dal montaggio frammentato, che spezza ogni azione in più segmenti e li alterna ai dettagli. Non c'è linearità nella messa in scena: come l'androide assassino, lo stesso film è un inseme di "rottami" che si coagulano per creare un unico essere. Il senso di claustrofobia e nervosismo viene così creato sopratutto per il tramite delle inquadrature e del loro alternarsi, piuttosto che dalle scenografie e dalla fotografia; le quali, nonostante il budget striminzito, non hanno davvero nulla da invidiare a produzioni più imponenti, anzi: l'uso dei forti contrasti anche cromatici crea un'atmosfera irreale, a metà strada tra fascino ed incubo, quasi un excursus all'interno della mente straniata dei personaggi.
Allo stesso modo, l'influenza eterogenea dei vari registri si fonde in un'unico stile, nel quale Stanley fa confluire una venatura grottesca degna erede delle pagine di 2000AD: la violenza viene elevata oltre il parossismo e i personaggi sono tutti sopra le righe, come il vicino di casa guardone, vero esempio di scrittura grottesca applicata al horror.
"Hardware" è pura anarchia visiva e narrativa applicata ad un registro squisitamente di genere. Una pellicola magistrale nella sua eterogeneità, affascinante ed ammaliante al punto da far rimpiangere la triste sorte toccata al suo creatore, visionario che ben miglior sorte avrebbe meritato.
EXTRA
Il caos produttivo e umano dietro le quinte de "L'Isola Perduta" è stato rievocato e documentato nel recente "Lost Soul: The Doomed Journey of Richard Stanley's Island of Dr.Moreau" di David Gregory, la cui visione è caldamente consigliata per capire lo stato di umano degrado a cui Stanley è stato esposto.
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