lunedì 13 marzo 2017

Un giorno alle corse, ovvero Death Race dal 2000 al 2050, passando per quella inutile versione b/n


Da qualche tempo a questa parte non faccio che pensare a quando ero ragazzo.

Sarà colpa della moda vintage, che mò tocca agli anni '90 e tutte le ragazze hanno ripreso ad indossare quei pantaloni a vita alta che fanno un culo che hai voglia di affondarci la faccia tutti i ragazzi sono tornati ad usare camicie a quadri e t-shirt ma se gli chiami hipster si incazzano.

Ma quando non era ancora fico portare quella roba da mercato rionale da due soldi, perlappunto IO C'ERO:


"Back in the 90's I was the star of a very famous tv show generic grunge band"


E gli anni '90 erano tempi semplici. Ci piacevano cose semplici. Tipo i suicidi di massa, l'isteria da fine millennio, i complotti, X files e Twin Peaks, la pornografia risicata in edicola o tramite modem che i 56k erano fantascienza che manco William Gibson e sopratutto ci piaceva la violenza.

Ma quanto ci piaceva la violenza.

Che oggi voialtri deboscia siete cresciuti a pane e finocchi in costume al massimo sopportate un rivoletto di sangue sul labbro inferiore del supereroe o della sua bella.

Ma negli anni '90 erano ancora gli anni '80, quindi quando uno studio di Hollywood in cerca di soldi facili spendeva 100 milioni di paperdollari, il film DOVEVA essere vietato ai minori, sennò non era divertente.

Vi faccio un esempio: il primo film degli anni '90 era Atto di Forza (più o meno) dove la scena più famosa (più o meno anche qui) era quella dove Schwarzocoso piglia un passante e lo usa come scudo umano, così, tanto per.

Tempi migliori

Voglio dire: ma ve lo immaginate oggi un eroe di Hollywood che per fuggire dai colpi dei cattivi piglia il primo stronzo che passa e lo trasforma in un groviera?

Ve lo immaginate, per esempio, Will Smith in Suicide Squad che usa sua figlia come scudo umano per ammazzare Batman e poi da pure due colpi ad Harley Quinn?

No?

No.

Che lo so che ora Deadpool e Wolverine hanno cominciato a far capire che si, anche un supertizio può sventrare la gente, però non è la stessa cosa.

All'epoca si poteva fare perché ai produttori fregava un cazzo ed i registi si eccitavano così.

Tipo, andate a cercare cosa pensa Veroheven (o come cavolo si scrive) della violenza nei suoi film e poi andatevi a confessare.

Ma io, personalmente e nel mio piccolo, mi eccitavo pure con altro.

Chè lo so che non sembra, ma sono un patito di motori.

cioè è il luogo comune che tutti i terroni smanettano i motori, che si scannano all'ITS per chi ha la marmitta più rumorosa e che poi ci piazzano pure i chiodi per fare più casino.

E il bello è che vero.

Come terrone amo i motori e tutto quello che li circonda.

Cioè la figa.


Le passioni di una vita


Ché a sedici anni ti frega un cazzo della scuola, del futuro e di tutto il resto.

Quello che conta sono il motorino prima, il pandino truccato dopo. E poi via a sgommare davanti alle compagne di scuola che la mattina ti guardano come se fossi una cacca di cane appena sfornata ma appena scoprono che c'hai il mezzo motorizzato si sciolgono e te la tirano in faccia.

Ma questa è un altra storia...

Perché negli anni '90 la fame di motori e sangue cercavamo di soddisfarla anche in altri modi.

Metti per esempio che c'hai paura che la pula ti becca in città senza patente, ma tu vuoi lo stesso fare slalom tra i pedoni, come fai?

In questo, cari amici, le nostre due generazioni hanno qualcosa in comune.

Perché anche all'epoca bastava affossarsi davanti ai videogames.

E anche all'epoca di videogames ultraviolenti, diseducativi e fuoriusciti dalla mente malata di un programmatore nordeuropeo represso c'è ne stavano già parecchi.

Ma il mio preferito era


#nostalgiacanaglia

Che quella scritta "Solo sul tuo PC MAI sulla strada" ha lavato più coscienze delle foto con gli immigrati appena sbarcati a Lampedusa.

Anyway.

E' inutile che me lo dite, lo so che Carmageddon così come Mortal Kombat è un gioco che ancora oggi ci giocate.

Solo che non come Mortal Kombat non è un gioco che ancora oggi ci giocate.

Perché tutte le robe con la scritta Carmageddon uscite dopo il secondo (che si chiama Carpocalypse Now e ora voglio un premio per chi ha inventato sto nome) fanno quasi tutte mediamente cagare.

Ma la prima volta non si scorda mai. E la prima volta con Max Damage è una roba incredibile.


Perdere la verginità


Chè oggi della viulenza nei videogiochi non frega un cazzo a nessuno.

Voglio dire: nessun telegiornale ha indetto una crociata perché in The Witcher ti puoi ingroppare le vampire. Nessuno psicologo ha lanciato l'allarme gioventù perché in Fallout puoi fare a pezzi qualsiasi cosa si muova. Nessuna mamma scassacazzo ha reclamato la testa dei Rockstar per GTA.

In pratica: oggi il sesso e la violenza fanno scandalo al cinema, ma sono pane e burro nei videogiochi.

All'epoca era il contrario: Schwarzy poteva massacrare chiunque e restava l'idolo dei buoni padri di famiglia, Max Damage metteva sotto un passante e diventava lo dimonio fatto codice binario.

Si bambini, l'ipocrisia è sempre esistita.

Ma da ragazzo mi importava una sega di sté cazzate e Carmageddon mi divertiva.


Nostalgia dei tiepidi pomeriggi autunnali


E perché divertiva?

Per lo stesso motivo che oggi vi divertite a fare le rapine in GTA o a scannarvi a Call of Duty bestemmiando le zone erogene di madri e sorelle, cioè potevate fare tutto quello che nella realtà vi avrebbe ammazzato o fatto ammazzare.

Ed era un orgasmo continuo e un pò colpevole, un pò come quando sgamavano i giornaletti osè e avevamo paura di essere pigliati con le mani in pasta.

E ora che lo guardo bene, il tizio che mette la faccia a Max Damage somiglia pure un pò al pelato di Brazzers, saranno stati i suoi early days.

Ma il divertimento non era solo fare a brandelli i poveri "zombi" che vi capitavano a tiro (si, volevano farci credere che fosse comparse di The Walking Dead, ma anche da ragazzini avevamo molto più sale in zucca di quanto sembrasse), ma anche fare a pezzi le auto nemiche.

Che si, vincere la corsa era bello, anche perché il sistema fisico era fatto da Dio.

Ma vuoi mettere a schiantarti contro un'altra auto corazzata a 180 km/h?


Low-Res Orgasm


Che poi ogni volta che mettevi sotto qualcuno o sfasciavi un avversario, c'era il sorriso sadico di Max Damage.

O quello arrapato della sua versione femminile DieAnna.

Che DieAnna per un periodo fu il mio tipo ideale di ragazza: bella, pazza, sadica e viulenta. Poi siccome il suo nome ricordava quello di Lady D la censurarono. Bastardi.

Anyway2

Carmageddon era una figata astrale e per un patito di film violenti, figa e motori lo era ancora di più. E ai tempi pensavo: ma sai che figata se facessero un film su Carmageddon?

Magari low budget.

Un B movie pieno di violenza, esplosioni, bolidi e tette.

E per Natale il mio desiderio fu esaudito: scoprì che il film era stato fatto... oltre 20 anni prima.


Grazie Babbo Natale!

Chè i gonzi della Stainless Games non avevano avuto un'idea loro quando hanno deciso di fare un gioco di corse con la gente pazza che fa stragi. Avevano semplicemente visto un film del '75 e lo avevano trasformato in un gioco.

E quel film si chiamava Anno 2000: la corsa della morte, in originale Death Race 2000 che fa più fico, lo so ed è per questo che lo chiameremo così.

Ora so cosa state pensando: negli anni '90 erano tutti un pò pazzi, quindi era facile trovare qualcuno che producesse un gioco di corse ultraviolente, ma chi era quel pazzo che 20 anni prima ci aveva fatto un film?

Semplice, un altro mio mito di infanzia:


Roger Corman



Chè se Lloyd Kaufman è il nonno che tutti vorremmo, Corman lo è ancora di più.

Ma a differenza di Kaufman, Corman non sembra un vecchio pervertito pronto a mettere la mano sotto la gonna della nipote quattordicenne.

Corman ha l'aria di un professore di diritto privato, i modi di un gentleman british. Ha anche gusti cinematografici raffinati, perché adora il cinema d'autore europeo.

E' un produttore che oggi ha tipo 60 anni di carriera alle spalle e con la sua casa di produzione, la New World Pictures, ha prodotto oltre 400 film, una roba da far spavento.

E il bello è che sono tutti, rigorosamente exploitation.

Perché sotto la patina da buon intellettuale, ha un cuore rock.

Non vi basta?

Nel 2010 ha vinto l'Oscar alla carriera, cioè persino quei cazzoni drogati di politicamente corretto dell'accademy lo amano.


"Datemi sto cazzo di Oscar!"



Non vi basta ancora?

Ha portato alla ribalta gente come Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Joe Dante, Jonathan Demme e Sylvester Stallone.

Non vi basta ancora ancora?

Tra gli anni '60 e '70 reinvestiva i guadagni dei suoi film di serie B distribuendo in America i filmazzi di Truffaut, Fellini, Godard e Bergman.

Cioè, voi vi immaginate la gente che va al drive-in per toccare le tette alla morosa e scopre che fanno un double-bill con Death Race 2000 e Amarcord?

E vi immaginate l'emozione di leggere su schermo na roba tipo Roger Corman presents Federico Fellini's Amarcord? E l'orgasmo che segue???

Anche perché, cari bambini, il pubblico dei drive-in andava pure a vedere i film di Fellini e Bergman, non come quei bacati dei vostri genitori e vicini di casa, che alzano il culo per andare al cinema solo per guardare Checco Zalone che raglia battutacce contro i precari.

Ed il merito è di Corman.

E ora correte a fargli una statua.

Ché Corman è uno che il cinema lo ama, in tutte le sue forme, in tutte le sue declinazioni, in tutte le salse, i contorni ed i vini.

Sopratutto se ci sono tette ed esplosioni.

Perché si Fellini e Godard e Scorsese, ma il suo nome sarà sempre legato ai film con le poppe al vento e i morti ammazzati.

Corman ha praticamente creato la serie B americana, ha investito tutto sé stesso per quell'immaginario fatto di belle gnocche, mostri, macchine veloci, bulli, giganti alieni, guerrieri mitologici e cosce lunghe.

Insomma roba come








Che ne dite, ho ragione a dire che è un mito?

Ma Corman non è semplicemente un imprenditore, uno di quelli che vede quello che il pubblico vuole e che glielo dà.

Sa percepire cosa può andare di moda, anticiparlo e sfruttarlo a pieno.

Il suo fiuto era tale che è riuscito a scovare dal nulla e a lanciare attori del calibro di Robert De Niro e Jack Nicholson.

Era in grado di girare un intero film in due giorni (!!!!!), altro che Inarritu che se ne va nel buco del culo della Terra del Fuoco e a stento ne esce.

Ha dato talmente tanta dignità alla serie B che a partire dagli anni '70 girare film indipendenti con due soldi, una cacciotta e attrici ignude non era più una vergogna ma un modo serio per esordire.

In pratica: Corman ha cambiato il volto del cinema, ha prodotto un sacco di filmazzi e si è pure arricchito un casino, usando la filosofia del low-budget.

Dove però quei quattro soldi venivano spremuti sino all'ultima goccia per creare qualcosa di divertente.

E a differenza di molti altri grandi, è rimasto sempre modesto, gentile, a portata di mano. E' rimasto sempre il buon vecchio gasato arrapone, che ancora oggi continua a fare film di serie B con tette e motori.

E non per nulla proprio qualche mese fa è uscito il seguito ufficiale di Death Race 2000, Death Race 2050, che Corman sapeva che stavano facendo Blade Runner 2049 e ha voluto fare un seguito di un altro cultone che esce prima ed è avanti di un anno.

Ma andiamo con ordine.

Che cos'ha di tanto stratosferico Carmageddon- Il Film Death Race 2000?



Le Auto?

Ok andiamo con ordine di nuovo. Partiamo prima dalla storia.

E' il futuro, cioè il 2000, che lo hanno dovuto pure scrivere nel titolo che all'epoca sembrava che non dovesse arrivare mai, ma poi si sa che 25 anni passano in 2 minuti.

Cmq. E' il futuro. Richard Nixon si è digievoluto nel Grande Fratello, quello di Orwell non quello con le troione di borgata che le escono. Gli Usa sono diventati gli oscuri supersovrani dell'Universo... aspè ma siamo sicuri che sia un film di Corman e non un documentario?



Il futuro visto con un budget di 2 dollari


Vabbeh... Siccome ci stà la dittatura del Presidentissimo Merregano, per istupidire le masse e tenerne a bada il basso ventre, viene creato questo simpatico ed innocuo sport nazionale, la Transcontinentale Assassina, dove 5 piloti a bordo di auto truccate ed armate si sfidano guidando da New York a Nuova Los Angeles cercando di ammazzarsi, vincere la gara e totalizzare più punti possibile investendo i poveri stronzi che trovano sul tragitto.

E già qui mi posso fermare perché l'indice di ganzismo è over 9000.

Ma è anche bene notare qualcosa di meno erettivo. Cioè la storia di base è simile a quella di un altro bel cultazzo della fantascienza distopica:




Esatto. Che è uscito lo stesso anno. Solo che non è un B-Movie, ma una produzione seria,

Ma siccome il nostro padrone di casa squamoso è più adatto di me per fare un'analisi seria (DEHEHEHEH HIHIHI HOHOHO!) della "morale" del film, cedo a lui la parola per un poquito.


"Roger Corman aveva le idee chiare: creare una commedia d'azione con una morale. Il risultato è perfettamente riuscito. La metafora su di una nazione anestetizzata da uno spettacolo televisivo che fa leva sugli aspetti più animaleschi dell'essere umano, quelli legati alla violenza, risalta potente all'interno di un registro comunque leggero. Anzi, forse risalta maggiormente grazie ai toni leggeri, che creano un'iperbole grottesca incredibilmente espressiva. 
"Death Race 2000" è exploitation, è il classico spettacolo che vuole solo divertire, ma al contempo riesce a far salire sottopelle una forma di disgusto verso la scopofilia spicciola della televisione. 
Di fatto, il sesso è quasi del tutto assente, celato tra una sequenza e l'altra e, in scena, relegato a qualche nudo neanche troppo insistito, caso raro nei film di Corman. Perché in questo mondo, la violenza è il nuovo sesso: una nuova via per incanalare le energie delle masse sottomesse da un dittatore che è la quint'essenza degli incubi del secondo novecento. E proprio come nel film di Jewson, anche qui è il campione nazionale, il simbolo di questo sport, colui che meglio ne capisce la portata distruttiva e che di conseguenza può davvero ribellarsi all'establishment, riuscendo a fare la differenza."


Esatto.

Mi permetto solo di aggiungere che se non avete ancora visto Rollerball, correte a farlo. L'originale, mi raccomando, che il remake con Jean Reno, il tizio di American Pie e Mystica è una merda, tanto per cambiare.

Anyway3

C'è la fantascienza anni '70 che ci piace assai. 

E l'exploitation?

Eheheh è qui che entro in giuoco io.

E' una produzione di Corman, quindi è normale che ci siano donne bellissime. E infatti questi piloti stile Nuvolari dello splatter c'hanno tutti un navigatore gnocca che gli aiuta a tenere dritta la leva del cambio a trovare il percorso migliore e ad arrotare meglio i pedoni.


"Non ridere. Non è una leva grande, ma una grande leva!"


Ed ora lo so cosa voi femminaziste state pensando "Corman bastardo, oggettivizzi le donne per fare i quattrini, uomo maschilista attento che le streghe sono tornate!".

Al che Corman vi stupisce, ché da buon progressista che è ci ha pure messo 2 piloti su 5 donne ed uno diversamente etero (quello ritratto lassù, che in italiano si chiama Cesare ma in inglese Nero the Hero). 

E le donne sono corredate di navigatore manzo, perché è giusto che si divertino tutti.


FemmiNazi Corman Style

Una è Grimilda la Valchiria (in originale Matilda the Hun, poi non mi venite a non dire che una volta in Italia facevamo adattamenti migliori dei copioni originali), figlia della Cermania Terzo Reich che Fenera santo Hitler e vuole Timostrare superiorità ti razza tetesken.

L'altra è il mio amore, Calamity Jane:

Provate a resisterle

che cavalca una macchina toro ed è interpretata dalla bellissima Mary Woronov, che viene della factory di Andy Warhol, una tizia talmente gnocca che riesce a conquistare con lo sguardo.

E siccome siamo in un film di Corman, le due pilote gnocche si tengono sull'utero e cercano di scannarsi in pista, mentre fuori pista


Cat Fight <3 <3 <3

Yeah questa è la sostanza di cui sono fatti i sogni.

Mentre tra gli altri piloti abbiamo il cattivo, niente meno che Sylvester Stallone, che all'epoca era talmente giovane che ancora non parlava con la voce di Ferruccio Amendola e non aveva fatto Rocky ma aveva già fatto quello che si dice è un porno ma che invece porno non è, chiamato Lo Stallone Italiano in Italia, 

Che qui in pratica sta al suo primo ruolo decente dopo aver fatto la comparsa per Woody Allen.

E Corman che gli fa fare? Il perfetto esempio di eroe di origine italiana, ossia il gangster di Chicago, che c'ha pure un nome superbello, ossia Mitraglia Joe Viterbo


"Aoooooooooooò! avete rotto li cojoni!"

Che Mitraglia Joe è un tipo tranquillo, vuole vincere la corsa spiaccicando più gente possibile e si diverte a picchiare la sua navigatrice, in pratica il perfetto italiano, vai Sly!!!!


Anche lui con una sobria auto a tema

Ma sotto sotto è un bonaccione.

Cioè no, manco per sbaglio, ma fa il gradasso perché tiene sugli zebedei il campione dei campioni, l'unico tizio che è sopravvissuto ad un godzillione di corse, il nostro protagonista, Frankenstein, che c'ha la fazza della buon'anima di David Carradine sotto strati e strati di pelle e zip.

Ora, Carradine all'epoca non era ancora la superstar dei film che vanno dalla serie B alla Z. Infatti di lì a qualche anno avrebbe addirittura recitato per Ingmar Bergman. E Corman infatti gli ha dato tipo 1/5 del budget e il 10% degli introiti per averlo. E lui tira fuori una performance ottima.

In pratica Frankestein è il guerriero della strada prima de Il Guerriero della Strada. E' un campione che parla come un vecchio pistolero, laconico e fascinoso. Ed anche incazzato e ribelle.

American Mad Max

Che in pratica siccome in ogni gara ha perso un pezzo lo hanno dovuto ricostruire ogni volta e per questo si chiama come il mostro. 

E guida questa macchina qui



Che oltre ad essere super bad ass e talmente kitsch che fa il giro e diventa bella, è anche tipo la prima macchina del primo Carmageddon, solo che verde, per fare la gioia del nostro rettiliano leghista preferito. 

E lui è talmente un figo che le ragazzine si fanno arrotare da lui come se la macchina fosse il pene del 2000 e loro le vergini sacrificali, come ai tempi di Twilight... ah Roger, ma quanto sei avanti!

Solo che poi si scopre che non è vero, che in realtà Frankestein è una maschera creata dal sistema per avere un campione da dare alle folle, che ogni volta muore e viene sostituito da uno nuovo.

Solo che a sto giro hanno beccato Carradine Incazzato che vuole sovvertire il sistema.

Cum summo gaudio per la navigatrice

Perché questo Mad Max che veste di pelle ancora più sadomaso, lo ripeto, è un ribelle, laconico, dannato, un Pistolero Solitario che tiene sul cazzo UberNixon e lo vuole stempiare. E i ribelli vogliono stempiare lui, perché è il simbolo del sistema, figa!

Solo che i ribelli, da buoni comunisti del sabato, non servono a un cazzo, nonostante siano guidati dalla nonna che vorremmo, ossia Abrahmina Lincoln (fottuti geni) che porta avanti la rivoluzione in nome di Cassius Clay.

Solo che siccome i giornalisti stronzi non li vogliono neanche dare spazio neanchefossero il Moviemento 5 Stelle, dicono che i loro attentati sono opera dei Francesi. Che si sa che alla fine è sempre colpa di quei puzzoni mangia-baguette.

E che tanto alla fine è Frankestain che arrota il presidente e che diventa il nuovo presidente, sopprime la Transcontinentale, arrota pure il giornalista scassapalle stile Barbara D'Urso col pene e vissero per sempre felici e contenti.... ma perché cazzo non ce lo abbiamo in Italia?!?!?!?!?!?



Altro che il presidente operaio di sta fava


Che poi vabbeh, Paul Bartel come regista non è George Miller e le sue scene di inseguimento non sono nulla di memorabile, ma alla fine della corsa si esce divertiti.

Ora abbiamo capito che in Death Race 2000 ci sono le tette e le macchine, ma la viuleeenza? Come è resa?!?!?!?

E qui ci sono da puntualizzare due cose.

Primo. La violenza è splatter. 

Parecchio splatter. 

ché negli anni '70 lo splatter piaceva, ma fuori dai film dell'orrore non era tanto usato. Death Race 2000 ha invece un tasso splatter simile ai film della Troma, ma 10 anni prima e con effetti fatti un pò meglio.

Bartel non ci insiste più di tanto, ma se cercate teste spappolate e tizi impalati dai fregi assassini sui cofani, qui ci stanno per la vostra contentezza.



For Your Consideration

Ma la violenza non è cattiva. Cioè, si la cattiveria c'è. Ma tutto è talmente sopra le righe che sembra un cartone animato.

Per farvi capire: c'è la scena dove ---SPOILER--- i ribelli che non sono francesi fanno precipitare Grimilda la FemmiNazi in un burrone e per farlo usano un cartonato a forma di tunnel come nei cartoni animati.

Oppure quando Mitraglia Joe incrocia un pescatore che lo scambia per Frankestein e decide che c'ha le palle girate pure troppo, lo mette sotto e partono effetti sonori stile Tom & Jerry.

La violenza è cartoonesca, usata per divertire e colorata in modo da non essere di cattivo gusto. 

Ancora come la Troma, ma prima e meglio.

Per questo, nonostante sia un film dove lo spettatore è chiamato a divertirsi guardando un gruppo di maniaci che si eccitano investendo poveri stronzi, non ci si sente sporchi. 

Non c'è mai vero cattivo gusto, è come vedere le Wacky Races con attori dal vivo. Al che io grido "Miracolo!" e dovreste pure voi.

Raro storyboard di una scena del film


La morale della favola è che Death Race 2000 è un bel filmazzo e che fareste bene a recuperarlo, guardarlo, amarlo, poi magari riprendere in mano il joystick e giocarvi un qualsiasi Carmageddon, anche uno dei più brutti, così, per celebrare forme di divertimento un pò decerebrate, ma innocue.

E sopratutto fatte con tanto amore.



INTERMEZZO

Che dopo che è uscito, Death Race 2000 è diventato tipo il film preferito di un sacco di gente.

E cosa succede quando un film degli anni '70 viene adorato da tanta gente, ci fanno pure i videogames che lo omaggiano e tutti quelli che ci hanno perso parte, compreso Stallone che inizialmente se ne vergognava, ne parlano bene?

Esatto bambini, i superstudios di Hollywood, quelli che c'hanno i ca$h ci fanno un remake senz'anima




Che uno nel 2007, quando questa "cosa" è stata annunciata magari pensava "vabbeh dai, sicuramente non ci metteranno i pedoni schiantati, però un pò di satira politica alla buona e scene d'azione decenti si, dai. E c'è pure il nostro british stempiato preferito, vai Jason, vai!"

E invece no, perché alla regia ci hanno messo un tizio che da quando ha annusato la fica non capisce più un cazzo, ossia Paul W.S. Anderson.

Che di Anderson di talento ci stavano già Wes e Paul Thomas, in tre erano troppi e lui che pure qualcosa di carino nei nostri mitici anni '90 lo aveva fatto, decide di mandare all'aria tutto con quelle cagate tratte da Resident Evil che l'unica cosa buona è la vagina della Jovovich. E infatti se l'è sposata.

"Signor Anderson, per questa foto vorrei che facesse un'espressione intelligente"

E da quando se l'è sposata, non ne ha azzeccata una.

Perché Anderson deve fare il remake di Death Race, un film che poi è diventato un videogioco di culto delle masse di noi deboscia di 20 anni fa.

E che fa? Fa praticamente un film che è un videogioco.

Solo che siccome è un ignorante anche del joystick oltre che della macchina da presa, fa un film che è praticamente l'adattamento di Mario Kart.

Perché in questo Death Race ci sono i piloti che per poter usare le armi devono passare sui bottoni giganti che le attivano.

No, sul serio, di che cazzo stiamo parlando?!?!?!


Mario Kart- The Movie

E Frankestein?

Nulla, nella prima scena c'è tipo uno stuntman che parla con la voce di David Carradine, che metterci David Carradine per davvero pareva brutto, no? Cmq questa controfigura muore male e la maschera viene passata a Jason Statham, che diventa il nuovo ipercampione.

Che è un ribelle, giusto?

Sort of.



Lo sguardo intenso di chi non crede più nel sistema

Che all'inizio Statham è tipo un working class man che lo licenziano, arriva la madama e vuole picchiare tutti gli operai, ma lui è un eroe proletario e apre il culo a quei fasci di merda. Poi torna a casa e siccome è pure un bravo padre di famiglia, bacia la moglie e la figlioletta. Solo che poi, boh, arriva un tizio che gliele ammazza e fa ricadere la colpa su di lui perché si e il nostro finisce in galera.

Perché ora la death race è fra detenuti ed è parte di una specie di programma sperimentale fatto da un direttore donna senza scrupoli al fine di.... boh, chi cazzo ci capisce qualcosa, che qui i metaforoni sulla pay per view sono usati solo per darsi un tono. 

Ché Corman era un vero anticonformista, come abbiamo visto. Paul W.S. Anderson è solo un ragazzo agitato nel corpo di un adulto privo di talento.

Che per farci gradire spreca pure il talento di due attori come Ian McShane e Joan Allen, in ruoli ridicoli, che forse loro si vergognano pure di averci preso parte solo per motivi alimentari.


"Continua a ripeterti: lo stai facendo per il mutuo"

Che uno pensa, ma perché sono finiti a fare le Wacky Races della morte in galera? Per avere una scusa per non arrotare i pedoni?

Anche. Ma il vero motivo è pure più vergognoso.

Che dice che inizialmente doveva essere un remake vero e proprio, con la transcontinentale da New York a L.A.

Solo che poi si sono accorti che sarebbe costato troppo (???) e quindi per risparmiare hanno deciso di girare il tutto tra le scenografie raccattate allo scasso comunale.

Cioè, hai un budget di 45 milioni di dollari e non riesce a fare una cosa che Corman la faceva con 300 mila oltre 30 anni prima?

Ma che razza di inetti hanno prodotto sto film? E sopratutto perché non si sono ancora suicidati?


E niente auto-rettile o tutina sadomaso, che c'è crisi


Il reparto gnocca?

Tolta la Allen, che magari qualcuno col complesso della imprenditrice dominatrix può apprezzare, ci sarebbe lei

Natalie Martinez <3

Solo che questo non è un film di Corman, ma di un gruppo di bigotti incapaci, quindi non le esce e per quanto sbatta in faccia il decoltè in ogni inquadratura, no, non si possono vedere, che sarebbe di cattivo gusto.

E siccome non è la Jovovich, ad Anderson non frega un cazzo e l'unica volta che decide di darle spazio e farla risultare davvero sensuale, dirige la scena come lo spot di un'auto. Stay classy, mi raccomando.

A proposito di auto: che fine hanno fatto i bolidi kitsch?

Rottamati, che qua le auto sembrano uscite da un clone di Mad Max da due soldi

Ma i colori? Uscite almeno quelli!

Eh già, niente forme stravaganti e niente colori, che qui si fa il cinema serio, mica l'exploitation cartoonesco di Corman, quindi deve essere tutto dark e gritty e se ti diverti sei un coglione.

Siccome Anderson non ha personalità, gira tutto con il pilota automatico e senza navigatrice. Quindi le scene d'azione (che ricordiamolo, c'hanno 45 milioni di budget) sono robetta, a parte quella del tir corazzato, quella si che è ganza.

E sopratutto, siccome Anderson non ha davvero personalità, ci mette tutti gli zoom e il montaggio a cazzo di cane alla Michael Bay che può, giusto per romperci meglio l'anima e farci venire il giramento di testa oltre che di palle.

Ora so cosa state pensando, bimbi miei: "Ma no, dai Zio! Ma se lo prendi a sè, sto Death Race non è male!".

E avete pure ragione, che Paul W.(hat a) S.(hit) Anderson ha fatto moooooolto di peggio (mi senti, Resident Evil Afterlife? Un giorno verrò a prenderti!).

Ma non posso far finta che non sia il remake di un cultone, di un film che con due soldi sciorina tanta di quella roba, tante di quelle idee e tanta di quella classe che levati.

E il bello è che sta roba ha avuto pure successo e ci hanno fatto due sequel per il mercato dvd altrettanto indegni.

E ora vi prego ammazzatemi.


FINE INTERMEZZO


Ora, il mondo di Roger Corman era bello, divertente, colorato e sopratutto pieno di piccoli, grandi e grandissimi talenti.

Era normale che sarebbe finito con la fine degli anni '70.

[DEPRESSION MODE ON]

Perché se già quei talenti che Corman aveva incubato e cresciuto, quei Coppola, Scorsese e simili se la presero nel didietro, immaginatevi cosa accadde quando gli studios si resero conto che dando pochi soldi a registi incapaci potevano fare tanti soldi.

Ossia quando capirono che il cinema di genere tirava davvero.

E i pochi soldi dei grandi studios erano soldi che Corman si sognava. 

Perché la sua filosofia era chiara: budget ultramilionari erano inutili, oltre che eticamente sbagliati.

A suo dire, con 30 milioni di dollari si può rimettere a nuovo un quartiere disagiato di una grande città, è immorale spenderli per il divertimento delle masse. Sono parole sue. Ed è per questo che lo rispetto.

Ma alla Hollywood che conta fregava un cazzo se non fare money.

E la colpa di chi era?

Di Lucas e Spielberg, tanto per cambiare. Che avevano fatto Lo Squalo e Star Wars che, sopratutto il primo, erano praticamente la stessa cosa che faceva Corman con meno soldi e da molto più tempo.


I nonni che invece vorremmo abbandonare in autostrada


E BOOM! Magicamente i B-Movies venivano scalzati via dalle mega-produzioni.

E al nostro beniamino non resta che ripiegare sull'horror: negli anni '80 la New World Pictures diventa una delle principali case di produzione e distribuzione di B-Movies dell'orrore.

Quindi addio avventure spericolate stile Death Race 2000, The Trip, film sugli Hell's Angels, la Piccola Bottega degli orrori, Blaxploitation, mostri marini e così via.

In compenso, poi va pure peggio e Corman tutt'oggi fa film solo per Syfy con i mostri di cartapesta.

Senza perderci un soldo e mettendoci tutta la grinta, ma inutile prendersi per il culo: il periodo d'oro è finito.

Da decenni.

E ora scusatemi un attimo




Se non fosse che...

Ora, il 2016 è stato un anno a dir poco weirdo.

Grandi celebrità morte di punto in bianco, Trump che diventa presidente realizzando la profezia di Homer Simpson, gli europei di pallone con un Zazza che ha tirato tipo il rigore più ridicolo della storia dell'umanità intera e so on.

E quindi ci stava un altro colpo di scena, un qualcosa che è arrivato dalla sera alla mattina ed ha spiazzato un pò tutti.

Ossia Roger Corman si è rotto il cazzo con quel remake di merda e quei suoi seguiti ancora più di merda e ti sgancia a sorpresa la bomba: il sequel ufficiale di Death Race 2000





Che quando quei nerd senzapalle drogati di supereoi hanno visto l'anteprima al Comic-Con, hanno storto il naso, forse perché con ci stavano coglionazzi in costume.

Io invece quando ho visto il trailer ho avuto molti dubbi, ma anche erezioni multiple.

E quindi vai con la domanda da un milione di dollari: com'è questo ritorno alla serie B pura a base di tette, motori, squartamenti, scorribande e viuuulenza?

Eh... così così.

Anzi, pure bruttino.

Che il suo problema è che è un B Movie del 2017. Che oggi i B Movie non sono roba come negli anni '70 e '80, si vede che sono fatti DAVVERO con quattro soldi. E c'hanno tutti la CGI brutta. E qui ce n'è.


Il futuro visto con un budget sempre di 2 dollari, ma più merdoso


E c'ha pure il problema di essere un revival fatto quando revival vuol dire remake travestito da seguito.

Come Star Wars, guarda caso.

E finisce per essere una fotocopia bruttarella del primo Death Race.

Che è comunque meglio di quella cagata di Anderson, ma mica poi tantissimo.

Fatto sta che quando ho letto su schermo "Roger Corman's Death Race 2050" ho avuto un momento di emotività che Maria De Filippi levati dalle palle.


Death Race: The Next Generation


Cmq. Cosa c'è in Death Race 2050 che vale la pena vedere?

Beh inutile dire che ci sono le tette random (ma non quelle delle protagoniste, vai a sapere perché).

E il sangue. Tanto sangue. Con gli sbudellamenti al ralenty, nel caso perdi qualche particolare con i normali 24 fps.


Dichiarazione di intenti


Ci sono i colori, grazie a Dio!

Ci sono dei personaggi simpatici. Alcuni.

C'è pure una sorta di sottotesto di satira politica un tanto al kilo. Solo che questa volta non graffia come nel '75.

Ché nel 2050, gli Americani hanno dimenticato la lezione del presidente Frankestein il Giusto un pò come gli Italiani hanno fatto con Pertini, quindi la nazione è stata conquistata dalle multinazionali.

Cioè, conquistata ancora di più.

E gli americani sono dei ciccioni buoni a nulla che passano le giornate chiusi in casa a guardare Internet con i visori e a tracannare schifezze.

Cioè ancora di più.

E c'è un nuovo presidentissimo, che ha la fazza di Malcolm McDowell (che tanto basta che lo paghi) e il ciuffo di Donald Trump, che già l'anno scorso Corman se l'era capita che sarebbe successo a novembre.


Make America ridiculous again!


Poi c'è la corsa, che in italiano si chiama "corsa della morte" anche se il film purtroppamente non l'hanno chiamato "Anno 2050- La Corsa della Morte 2", mannaggia!

E ci sono i ribelli, che questa volta non sono i comunistelli del liceo, ma un gruppo di scappati dal set di Mad Max Gay Furiosa.

E che poi si scopre che in realtà sono in combutta con il Grande Ciuffo, che Corman e soci Orwell lo hanno letto davvero, non come quei coglioni che hanno fatto Hunger Games.

Che a proposito, certi costumi parono usciti da lì e da un trip di Philip K.Dick, ma vabbè su, non sottilizziamo.

Solo che nulla, proprio non si riesce a credere allo spirito ribelle del tutto.

Forse perché G.J. Echternkamp di ribelle c'ha solo il nome e non sa far altro che fotocopiare quanto fatto da Bartel 42 anni prima e tutto pare brodo allungato.

Che alla fine Frankenstein fa pure partire una rivolta che a confronto V per Vendetta sembra un episodio dei Puffi al posto di diventare il nuovo uberpresident, ma nulla, non siamo convinti, torna a settembre.


Not so impressed

E dai che almeno i personaggi ci sono.

Cioè pure quelli non sono all'altezza del primo, che Mitraglia Joe è vero che non lo eguagli mai, ma almeno nel loro piccolo sono simpatici, a differenza di quelli del remake (si, non dimentico. Chi dimentica è complice!)

A partire dalle donne, che a stò giro sono 3 su 5. Con Tammy, una tizia che in pratica è quello che succede quando Harley Quinn decide di diventare una predicatrice zozzona



 E che siccome è coerente con le sue convinzioni, si accoppia con il suo manzo così




Che una cosa del genere nel cinema mainstream te la continui a sognare.

Poi c'è Minerva, la tizia niggaz from da hood popstar black power trinciapalle di turno



solo che poi si scopre che legge Pascal e che lo stile truzzo road road kill kill è solo facciata.

Si bambini: è un personaggio che ha una profondità, a modo suo. Che nel cinema americano commerciale è una cosa ancora più rara delle tette e della violenza.

Al posto di Mitraglia Joe abbiamo sto tizio qua




culturista geneticamente modificato e sessualmente ambiguo, quindi pure un pò Cesare.

Solo che no, mi spiace, come cattivo non vali una fava. Prossimo!

Ci sta pure la macchina con l'intelligenza artificiale, A.B.E., progettata dalla navigatrice porca che mentre stira i passanti usa il sedile come vibratore per farmi innamorare


Altro che il GPS con DVD incorporato

E poi c'è Frankestein, che a sto giro è un duro disilluso sotto sotto tenerone e c'ha la fazza da scaricatore di porto di Manu Bennett, uno che è diventato famoso per fare il gladiatore in Spartacus 300 style e Kratos ne Lo Hobbit, che io apprezzerò sempre per aver fatto Deathstroke, quello che piglia a calci in culo il fighetto Oliver Queen ristabilendo la gerarchia della badassitudine su schermo


"Stupido Arrow, mò ti faccio vedere io chi è più duro!"


Quindi vale la pena sorbirsi un ora e mezza di brutta CGI, sceneggiatura riciclata, sequenze action tirate su alla bene e meglio e tanta delusione?

Eh no, non vale.

Però Death Race 2050 ha qualcosa che molte cagate hollywoodiane non hanno.

Ossia le palle.

Le palle di essere una roba da due soldi, dove quei due soldi fanno rima con libertà.

Le palle di scadere nella parodia per poi rialzarsi e tirare fuori qualche passaggio ispirato.

Le palle di sparare in faccia tette, culi, cosce, gnocche che si masturbano e sventramenti vari per il divertimento di chi guarda senza chiamarsi Game of Thrones o Boardwalk Empire.

Le palle di essere un film trash nel senso primitivo del termine, fatto con gli scarti di quel cinema che nessuno ha più il coraggio di fare, senza rinnegare nulla.

Le palle di essere sè stesso.


A testa alta, sempre!

Ed anche per questo Corman e soci meritano rispetto: non si sono persi, non sono scesi a compromessi con e per nessuno.

Corman continua a fare il cinema che gli piace, come gli piace.

Perché gli piace.

E per questo a noi piace.

E per questo merita il massimo rispetto.


Keep on Rockin'!

giovedì 9 marzo 2017

Il Disprezzo

Le Mépris

di Jean-Luc Godard.

con: Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance, Fritz Lang, Giorgia Moll.

Italia, Francia 1963

















"Il cinema. disse Andrè Bazin, sostituisce al nostro sguardo un mondo più in armonia con i nostri desideri. Il Disprezzo è la storia di quel mondo" esclama Godard in apertura. Una frase che sola contiene quasi l'intero significato de "Il Disprezzo", suo sesto lungometraggio e forse il suo capolavoro più genuino, dove la sua riflessione ora si contrae su sé stessa, riprendendo parte degli stilemi e delle situazioni di quell'inimitabile esordio che fu "A' Boute de Souffle" per elevarli ad un piano successivo, dove lo sguardo si fa più acuto eppure sempre posato sulla medesima ossessione, sul quell'incredibile caleidoscopio che è il linguaggio filmico in tutta la sua insidiosa complessità.
Sguardo che ora va oltre il filmato per posarsi in quel mondo che vive al di là della quarta parete, quella babilonia di culture e frenesie che porta alla creazione dell'opera filmica. Perché "Il Disprezzo", come e prima di "Effetto Notte", è sopratutto un film sul cinema, che però sa anche riflettere sull'altra grande ossessione godardiana, ossia il rapporto di coppia.




Il che è doppiamente ironico se si tiene conto della gestazione del film. Chiamato da Carlo Ponti a dirigere un semplice adattamento del romanzo omonimo di Alberto Moravia del '54, il grande artista si vede tolto il final cut per la versione distribuita in molti paesi, compresa l'Italia, similmente a quanto già accaduto con "La Donna è Donna".
Un rapporto, quello tra Ponti e Godard, che da qui non si sarebbe più sanato e che come risultato ha privato il pubblico italiano della visione dell'autore per decenni: solo a partire dagli anni '00 la versione integrale è stata trasmessa sui canali satellitari italiani e poi editata in DVD, mentre per la proiezione in sala si è dovuto addirittura attendere quest'anno.




Un mondo del cinema, quello de "Il Disprezzo", che si muove tra le coordinate di una Cinecittà all'epoca già divorata dalla speculazione, dove un produttore americano della "Hollywood sul Tevere" aggressivo, Prokosch (Jack Palance), tenta di portare a compimento un adattamento dell' "Odissea" diretto niente meno che da Fritz Lang e scritto da uno sceneggiatore smarrito tra le ingerenze di entrambi, lo strambo Paul (Michel Piccoli), sposato con la bellissima Camille (Brigitte Bardot).
Un rapporto, il loro, che comincia in modo intimo e quasi giocoso, dove le forme prosperose ed irresistibili della Bardot (perfetta incarnazione della femme godardiana, ancora più dell'amata Anna Karina) divengono l'incarnazione definitiva di una comunione amorosa totale.




Sullo sfondo, comincia a muoversi quel mondo folle della produzione, introdotto nel modo più genuino possibile in un prologo da antologia: la prima scena viene rivista dal punto di vista di chi osserva l'osservatore, finché la macchina da presa, ora personaggio, infrange la quarta parete e si rivolge al pubblico ricambiandone lo sguardo, divenendo protagonista effettivo della narrazione assieme agli attori.
Un mondo che è una Babilonia di lingue e culture che tentano di mescolarsi riuscendoci a malapena, quando ci riescono, poiché le controversie di vedute sono inconciliabili. La necessità di un punto di vista sul racconto diviene il punto focale delle discussioni; Odisseo si trasforma così in un marito in fuga dagli obblighi coniugali ed ogni velleità artistica viene persa in piccolezze, scempiaggini che mandano all'aria ogni buona intenzione. Questo perché il punto di vista sull'opera deve essere unico, quello di un unico autore, come la politica dei "Cahiers" insegna: il caos generatosi dall'incontro di tre personalità forti la fa collassare su sé stessa. L' "Odissea" finisce per vivere solo di frammenti, di immagini sconnesse che appaiono e scompaiono nel corso del film senza alcuna logica, veri e propri UFO orfani di un collante che dia loro un senso.




Nel frattempo la crisi matrimoniale prende il via da un'incrinazione quasi impercettibile: Paul non presta attenzione alle avanches che il produttore Prokosch indirizza a Camille, la quale si sente usata come una merce di scambio. La famosa indole libertina francese viene contraddetta, forse a causa della matrice letteraria non francofona; e, in assenza di ogni schematismo, i due personaggi si rincorrono per il loro appartamento similmente a quanto facevano Michel e Patricia in "A' Boute de Souffle". Il conflitto tra i due si esaspera a causa dell'incomunicabilità: uomo e donna parlano due linguaggi differenti, agiscono su due lunghezze d'onda distinte, non c'è un punto di incontro, né possibile riconciliazione proprio a causa dell'assenza di quello schema portante che ne avrebbe invece consentito una più diretta comprensione, quell'ipertesto dato da uno script ferreo che ne avrebbe indirizzato la parole.
Privati di un sentiero da seguire, i due personaggi finiscono per perdersi, per girare intorno a sé stessi nell'incomprensione più totale perché mancanti di quel sostegno gnoseologico alle loro azioni, ora non più dirette da un deus ex machina se non in minima parte; personaggi che così, pur restando confinati all'interno delle tre pareti della messa in scena, finiscono per essere estremamente reali, più simili a persone, in perfetto stile "Nouvelle Vague".




Se la loro incapacità di giungere ad una comprensione porta ad un caos emotivo definitivo, che sfocia nel "disprezzo" del titolo sino ad arrivare alle conseguenze più estreme, lo sguardo di Godard, al contrario, è fermo, perfettamente ancorato ad una geometricità tra i corpi ed i luoghi che crea immagini ineccepibili nella loro bellezza.
Immagini ipnotiche, rese ancora più affascinanti dalle forme di una musa all'apice della sua bellezza e dalla colonna sonora onirica e suggestiva di Georges Delerue. Al contempo, immagini volutamente fredde, in cui i personaggi sembrano perdersi in quei luoghi a loro così familiari eppure incredibilmente alieni.







Freddezza che, tuttavia, non rende la visione mai scomoda; la suggestione data da forme e suoni riesce sempre a fare colpo, a stupire l'occhio ed ammaliare la mente, in un trionfo di quel mezzo filmico forse mai così osannato dal suo autore. Un'opera incredibilmente bella, infinitamente perfetta nel suo continuo ed ostentato rifiuto di una perfezione che non sia quella strettamente formale.
Un capolavoro genuino.

sabato 4 marzo 2017

Logan- The Wolverine

Logan

di James Mangold.

con: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Dafne Keen, Boyd Holbrook, Richard E.Grant, Stephen Merchant, Elizabeth Rodriguez.

Azione

Usa 2017














17 anni nei panni di un unico personaggio; descrivere così la carriera di Hugh Jackman sarebbe sicuramente riduttivo, ma in fondo veritiero. Perché nonostante delle eccezioni sensazionali ("The Prestige" e "Prisoners" su tutti), il volto dello statuario interprete australiano è stato sempre e comunque legato all'artigliato mutante Marvel, quel Wolverine che nel 2000 lo consacrò a superstar nel primo adattamento degli Uomini X al cinema.
E di tempo ne è passato, sia per Jackman che per Logan. Se l'attore è divenuto uno dei volti più noti di Hollywood degli ultimi anni, il personaggio ha attraversato una fase decostruttiva che ne ha poi sancito la scomparsa (che ovviamente sarà solo temporanea, come da tradizione nella Casa delle Idee), in favore di un'erede, quella X-23 che ora approda per la prima volta la cinema. Così come anche per il Wolverine filmico sembra essere arrivata l'ora di un ritiro, non dopo un ultimo exploit, il primo della serie ad avere ottenuto un rating R che meglio si adatta alle atmosfere ed al carattere ferino del personaggio (ed il merito è tutto di quel "Deadpool" per il quale si attende un possibile cross-over). E questo terzo film in solitaria di Wolverine, seguito del buon "L'Immortale" (2012), testimonia perfettamente questa transizione, rifacendosi in parte ad una delle storie più recenti e curiose del personaggio: il crepuscolare "Old Man Logan" di Mark Millar.




Pubblicata tra il 2008 e il 2009, quasi in contemporanea con l'uscita di "X-Men le Origini- Wolverine", "Old Man Logan" si inserisce nel solco tracciato dal mitologico "The Dark Knight Returns" per presentare un eroe invecchiato in un contesto distopico, in questo caso post-apocalittico. Wolverine è ormai un anziano agricoltore dedito alla famiglia, che stenta a sopravvivere in una remota zona dell'ovest degli Stati Uniti, in un mondo dove la guerra tra supereroi e supercattivi è stata vinta da questi ultimi. Traumatizzato da un evento misterioso, accorso durante la notte della catastrofe in cui i villain hanno trionfato, Logan non sfodera più gli artigli e cerca solo di mettere insieme i soldi per pagare l'affitto dovuto per i terreni che occupa, di proprietà del suo vecchio nemico Bruce Banner, ora anziano capofamiglia di un branco di aberrazioni mutanti figlie di incesto che spadroneggiano per le wasteland incontrollati. Ma forse l'occasione per il riscatto non è poi lontana: un Occhio di Falco cieco e disilluso lo ingaggia come scorta per portare uno strano McGuffin nel cuore dell'impero di Teschio Rosso, in cambio dei soldi necessari per garantire un avvenire sereno a lui ed alla sua prole.




Quella di Millar è una rilettura straniante del personaggio. Riprendendo la lezione del quasi omonimo Miller, posa lo sguardo su di una versione invecchiata del personaggio, che per forza di cose si è allontanato dal suo passato di eroe e, riluttante, torna a vestirne i panni; ma Wolverine non è Batman e la sua risoluzione di non essere coinvolto persiste sino alla fine della mini-serie; restando sempre in secondo piano, Logan attraversa il mondo devastato, incontra strani personaggi (tra cui l'avvenente ed infida figlia di Peter Parker) e finisce solo alla fine per farsi coinvolgere, concludendo la sua odissea con uno scontro definitivo con la sua vecchia nemesi Hulk. E straniante è anche lo stile, che fonde un incipit ed un'atmosfera melancolica ripresi dal capolavoro di Clint Eastwood "Gli Spietati" (1992) con dosi massicce di humor nero e splatter incontenibile, in un mix non sempre riuscito, che annacqua talvolta troppo i risvolti più drammatici in un bagno di grottesco spicciolo.




Una storia che su schermo difficilmente avrebbe funzionato, ma che evidentemente ha esercitato un'attrazione forte su Jackman e Mangold, che ne hanno ripreso alcune delle idee di base. Torna il futuro distopico, dove una strana malattia sembra aver colpito i mutanti portandoli sulla via dell'estinzione; così come l'idea di un Logan vecchio, solitario e rancoroso ritiratosi dalle scene in isolamento. Al posto di Clint Burton, troviamo il Professor X, mentre il McGuffin è un essere umano, quella X-23 figlia putativa di Wolverine che ne ha preso il posto nei comics.




Personaggio che al pari della Harley Quinn di casa DC, viene creato per un'incarnazione televisiva del fumetto, la serie "X-Men Evolution". Introdotta come Laura Kinney, X-23 scopre le sue origini di clone di Wolverine e fa subito presa sul pubblico, incantato dalla sua particolare psicologia. Il successo è tale che anche nelle testate a fumetti X-23 trova presto un suo spazio, affiancandosi all'altro erede di Wolverine, quel Daken suo figlio naturale avuto con Mariko Yashida del quale è quasi un opposto.




Riprendendo le tematiche crepuscolari dalla grapihic novel quasi omonima e il personaggio femminile dalla serie regolare, "Logan" si configura come la prima decostruzione filmica del personaggio. Il lavoro di base è comunque simile a quello visto in "Wolverine l'immortale": il protagonista è fallibile, privato dei suoi poteri (il fattore rigenerante sembra non funzionare più), calato in un contesto tutto sommato credibile benché ambientato nel futuro.
Cambio di toni rispetto ai roboanti esordi che si avverte sin dalla prima scena: Logan è vecchio e stanco e dinanzi al tentato furto delle ruote della limousine che usa per vivere, ricevere un sonoro pestaggio. L'imperativo non è sconfiggere il cattivo di turno, incarnato dai personaggi di Boyd Holbrook e Richard E.Grant, relegati per la maggior parte del tempo sullo sfondo ed usati unicamente come motore della vicenda; quanto sopravvivere e riscoprire quell'umanità andata perduta.
Logan è ora un figlio putativo di quello Xavier moribondo e al contempo padre putativo di una figlia mai voluta, forzato a ricostruire un amato e al contempo odiato nido familiare che lo allontani dalla miseria. La sua trasformazione da bestia ad essere umano, il suo cammino verso una insperata normalità e tutte le conseguenti difficoltà sono le vere "quest" dell'eroe.




La melanconia di parte di "Old Man Logan" ed il tono crepuscolare del western di Eastwood la fanno fanno da padrone; non c'è rievocazione nostalgica dei tempi andati: gli X-Men sono finiti e vivono solo nelle pagine dei fumetti, che in un inserto metareferenziale (purtroppo usato unicamente per fini strettamente narrativi) vengono adoperati per distruggere le speranze dei personaggi. E Jackman riesce davvero a trasmettere lo stato d'animo di un personaggio disilluso, al limite (dis)umano delle sue possibilità e sotto sotto spaventato dall'assenza di futuro.




La decostruzione può quindi dirsi riuscita ed affascinante, anche grazie alle magie del rating R: per la prima volta vediamo Wolverine trapassare i nemici ed usare gli artigli per mozzare arti; la sua rabbia ferina trova un giusta rappresentazione anche su schermo, riuscendo ad aggiungere davvero qualcosa ad un personaggio fino a ieri sin troppo edulcorato per i gusti delle masse.
Eppure c'è qualcosa in "Logan" che non gli permettere di raggiungere le vette dei migliori adattamenti supereroistici su schermo, ai quali ben avrebbe potuto ambire. Lo script è a tratti troppo veloce e confuso: tutte le tematiche trattate non trovano il giusto spazio, né tutti i personaggi il giusto approfondimento; come ai tempi del primo "X-Men" vengono tirati in ballo temi quali l'eugenetica, l'intolleranza e la sopraffazione, ma nessuno di questi ha il peso necessario per imprimersi a dovere nella testa dello spettatore. Allo stesso modo, il dramma umano di alcuni personaggi secondari viene relegato a puro orpello, prosciugandone le potenzialità. Persino alcuni passaggi narrativi risultano confusi, quasi come se la sceneggiatura filmata fosse in realtà una bozza di quella definitiva.




Il che non rende giustizia ai toni usati, né all'impegno del cast. Eppure, anche al netto di un tale neo, certo non da poco, "Logan" riesce a stupire per il modo in cui tratta il suo pubblico, a cui regala uno spettacolo adulto, scevro dai compromessi e dalle facilonerie di tanto cinema di intrattenimento a tema supereroistico, in una decostruzione che si sposta così dal personaggio al filone, riuscendo in larga parte a convincere.

lunedì 27 febbraio 2017

T2 Trainspotting

di Danny Boyle.

con: Ewan McGregor, Jonny Lee Miller, Ewen Bremmer, Robert Carlyle, Anjela Nedyalkova, Kelly MacDonald, Steven Robertson, James Cosmo.

Inghilterra 2017

















Dove li avevamo lasciati? Rent, Sick Boy, Begbie e Spud avevano fatto il colpo della vita: 16 mila sterline per una partita di eroina piovuta dal cielo. Ma all'occasione segue il tradimento, quello di Renton, che sfancula tutti (tranne Spud) e fugge con il malloppo. Fino a 20 anni dopo.
Nel frattempo tutto è cambiato. Danny Boyle si è imborghesito, ha gettato via lo stile grottesco e corrosivo e ha scambiato l'umorismo nerissimo per le favolette a lieto fine, anche a causa della non rosea collaborazione con Alex Garland. Ewan McGregor non ha mantenuto il suo status di giovane promessa, incagliandosi in ruoli ripetitivi o inutili, rompendo il sodalizio con Boyle a causa di "The Beach" (2000) e trasformando la sua carriera in quella di un ottimo interprete, ma non di una vera superstar. Jonny Lee Miller non ha trovato l'affermazione che lasciava presagire, così come John Hodge, il quale non si ripeterà mai più ai livelli degli esordi. Mentre Irvine Welsh ha cercato di bissare il successo ottenuto, anche su schermo, dapprima con "The Acid House", poi regalando due sequel al suo romanzo di culto, "Porno" e "Skagboys", che purtroppo non hanno riscosso i consensi sperati.




E con loro l'intera Generazione X si è arenata sulla spiaggia della vita, crescendo, trasformandosi da massa di giovani esagitati ad armata di adulti insoddisfatti, con la disillusione divenuta rassegnazione e la rabbia priva di fondamento e controllo spentasi sotto la cenere dell'autodistruttivismo inutile. Intorno a loro, le macerie di una società che si è riplasmata nelle forme della massificazione, del perbenismo imposto, dei finti sorrisi e della globalizzazione alienante.
L'idea di un seguito su schermo a quel cult tanto amato stuzzicava da anni la mente degli autori, ma sia Boyle che Hodge si sono sempre dichiarati insoddisfatti delle bozze di adattamento di "Porno"; al punto che, pur di creare una continuazione convincente, hanno deciso di distanziarsi quasi definitivamente dalla fonte narrativa per creare una storia quasi inedita, che desse più spazio ai personaggi ed alla loro evoluzione.
"T2 Trainspotting" finisce così per essere una testimonianza di questo passaggio, di questa crescita decostruttiva, del fallimento loro e dell'intera società con loro. E del rimpianto, della presa di coscienza di quel vuoto interiore che non ha generato nulla e nulla ha portato. E lo fa con stile, senza scadere nelle trappole della retorica o della facile nostalgia, configurandosi come una continuazione quasi perfetta di quella visione lisergica, folle, cinica, graffiante ma non compiaciuta.




Vent'anni dopo. Tutto è uguale, nulla è lo stesso. Sick Boy cerca sempre di sbarcare il lunario come mezza tacca criminale, ora impegnato nel ricatto di facoltosi signori patiti di strap-on, che finiscono puntualmente nella sua rete grazie alla bella Veronika; Spud, dopo una dipendenza da eroina ultratrentennale, si ritrova senza lavoro, senza un soldo e senza poter rivedere Gail, dalla quale ha avuto un figlio ventenne che, per vergogna, lo ignora. Begbie, finito in galera, organizza una rocambolesca fuga e torna nel giro dei piccoli furti, tentando di portarsi dietro un figlio che finora ha intrapreso uno stile di vita del tutto antitetico. E Rent, fuggito con la grana, subisce un principio di infarto che lo porta a riflettere sul passato e a decidere di tornare in quella Edimburgo, per riallacciare i rapporti con la famiglia e con quegli amici ai quali, forse, deve davvero qualcosa in più di una fuga all'inglese.




Una presa di coscienza, quella di Rent, che è anche quella di Danny Boyle. Vent'anni e rotti dopo, trascorsi gli scandali, lo status di cult e di film-manifesto, cosa resta di quell'incredibile esperienza? La coscienza del tempo trascorso, che ora riaffiora a tormentare autore e personaggi, con le immagini del primo film che appaiono e scompaiono dinanzi ai loro occhi come fantasmi, a testimonianza della poca strada che hanno percorso. Così come ritornano gli spettri di quel cinema che tanto ha influito sullo stile, da Scorsese a Ridley Scott passando per De Palma, gli omaggi e le reminiscenze più o meno esplicite prendono una forma precisa.
Nostalgia del passato? Assolutamente no: quella di "T2" è semmai una riflessione amara sul fallimento umano di una generazione di ragazzi vuoti ora cresciuta sino a divenire quella di uomini falliti, privi di un nucleo familiare di riferimento; laddove quello primigeneo è stato rifiutato sin dall'adolescenza, quello neocostituito diventa evanescente, uno spettro che si rincorre costantemente (nel caso di Spud) o che si tenta di agguantare per i propri comodi (Begbie), quando non addirittura una menzogna usata per imbellettare una realtà vacua (Rent).
Sullo sfondo, un mondo alienante, con ragazze slovene vendute come scozzesi negli aeroporti, costumi sessuali spiazzanti ed imbarazzanti ed una riqualificazione gentrificatrice della città che trasforma in spazzatura tutto quello che non riesce a riplasmare in un'immagine piacevole.




Cosa resta quindi a questo quartetto di scavezzacollo ex tossici prossimi al fallimento definitivo? Nulla, o quasi. Il tentativo di ricostituire una serie di rapporti umani in grado di dare un senso all'esistenza, la ricerca vana ed ossessiva di una rivincita verso il tradimento ed il ritorno a quel nido familiare tanto detestato. Su tutto svetta il rimpianto, con il "Choose Life" tanto amato e citato da quella generazione che ora diventa presa di coscienza ineludibile di quel vuoto opprimente autoinflittosi.
Evoluzione che porta con sé anche la scompaginazione di quello stile acido che aveva reso celebre il primo film. Il punto di vista diviene multiplo, con la voce narrante di Rent che si riaffaccia timidamente in una sola scena. Lo humor nero la fa sempre da padrone, ma Boyle non vuole essere graffiante o acido, quanto melanconico, lasciando che la tristezza dei personaggi trasudi dalle immagini; e riesce a non scadere mai nell'elegiaco, nella nostalgia compiaciuta, in un equilibrio di toni che mancava da anni nel suo cinema.




Tanto che, al netto di un climax in parte poco convincente, "T2" rappresenta una delle opere migliori della sua filmografia. Un sequel che riesce ad aggiungere molto ad un pugno di personaggi che sembrava già aver detto tutto e che come l'originale ben può essere un manifesto della sua generazione. Un manifesto smaccatamente più amaro e meno cinico, ma non per questo meno riuscito.

R.I.P. Bill Paxton


1955-2017




Un fulmine a ciel sereno, una notizia inattesa che spiazza, come al solito, anche quando si tratta di un volto meno noto. Perché Bill Paxton non è mai stato una star, ma il suo viso da perfetto americano, con mascella quadra d'ordinanza, era subito riconoscibile. Ed il suo stile, pur da caratterista, era in realtà variegato, permettendogli di interpretare ruoli che spaziavano dal drammatico al leggero con estrema nonchalance.




"ALIENS- SCONTRO FINALE" (1986)





"NEAR DARK- IL BUIO SI AVVICINA" (1987)




"PREDATOR 2" (1990)




"I TRASGRESSORI" (1992)





"TRUE LIES" (1994)




"SOLDI SPORCHI" (1998)

giovedì 23 febbraio 2017

Trainspotting

di Danny Boyle.

con: Ewan McGregor, Jonny Lee Miller, Kelly MacDonald, Robert Carlyle, Ewen Bremmer, Kevin McKidd, Peter Mullan, Susan Vidler, James Cosmo.

Inghilterra 1996

















Anni '90: boom della generazione X; quella silenziosa "massa" di giovani, giovani adulti e giovinastri cresciuta senza punti di riferimento ora è al potere e porta con sé quel vuoto di valori che strisciava nella sottocultura anni '80, poi sedimentatosi come substrato culturale comune. Il nichilismo è un vanto, la disillusione un valore, l'a-moralità un imperativo morale.
Senza punti di riferimento, senza freni, senza autocontrollo, il cinema underground rifiorisce, riesce ad affacciarsi nei circuiti delle grandi città, permettendo a giovani cineasti di talento di imporsi come nuovi autori nel panorama mondiale con opere che danno forma e voce a quella generazione votata alla vana ricerca di qualcosa. Se in America il Sundance porta alla luce i talenti di cineasti quali Kevin Smith e Quentin Tarantino e fa riscoprire il talento di Jim Jarmusch, in Inghilterra la ripresa delle intuizioni del Free Cinema degli anni '60 riforgia la filmografia nazionale grazie al talento di una generazione di esordienti, la cui strada è stata spianata alla fine del decennio precedente da Stephen Frears (tra gli altri). E tra tutti ad imporsi è Danny Boyle, che al suo secondo lungometraggio dirige l'adattamento del best-seller di Irvine Welsh, scrittore già in quegli anni di culto, inizialmente concepito come un semplice special televisivo contro l'abuso di droga ma presto evolutosi in qualcosa di decisamente diverso. Un film che si sarebbe imposto in brevissimo tempo come un manifesto di quegli anni, di quella generazione, di quel modo di (ri)fare cinema; un film che è cult tra i cult, spaccato generazionale tra gli spaccati generazionali ed esempio di stile e cattiveria mai più raggiunto neanche dai suoi stessi autori: "Trainspotting".




Un film che è provocazione, sradicamento sistematico di ogni tipo di valore condiviso e condivisibile, inno all'autodistruzione, sberleffo sadico ai sistemi morali e materiali e, paradossalmente, in una lucida contraddizione con e da sé stesso, perfetto apologo morale, amarissimo ritratto un pugno di personaggi distrutti da sé stessi, sferzante pugno allo stomaco a quella stessa generazione che vuole infrangere ogni sorta di legame comune e ritratto impietoso dell'autodistruzione indefessa ed orgogliosa, del nichilismo blando e dell'anticonformismo un tanto al chilo.
Due anime che in realtà sono due facce della stessa medaglia, due volti di un Giano Bifronte che si chiama Occidente anni '90, i cui strascichi, vuoi anche per il revival vintage di mode e modi, si accumulano tutt'oggi. Due sguardi che sono uno, si congiungono proprio a causa e per forza di cose dinanzi a quei non-valori, a quella voglia beffarda di distruzione che quella generazione porta(va) con sé e che una volta fissati su schermo è impossibile non biasimare, anche solo in minima parte. Lo sguardo è quindi irriverente, ma anche caustico verso quei personaggi per i quali non dimostra empatia, riducendone a pezzi tutti i difetti ed i tic, a partire dal più distruttivo: l'ossessione per l'eroina, per il "buco facile" e la dipendenza.




Renton è un drogato, perso nella spirale di ogni tipo di droga; e come lui lo sono i suoi amici Sick Boy, Spud, Allison ed i loro pusher di fiducia Swanney "Madre Superiora", i quali si riuniscono in un fatiscente monolocale per bucarsi; non c'è un motivo valido per il buco, non è solo lo squallore di una Edimburgo dei quartieri più malfamati; la ricerca dello sballo viene descritta per quella che è: pura evasione, corsa verso il piacere ("prendete l'orgasmo più forte che abbiate mai avuto, moltiplicatelo per mille e neanche allora ci sarete vicino") e fuga da ogni forma di vera responsabilità, perfettamente sintetizzato nell'intro, quello sfotto al "Choose Life" della campagna anti-droga.
Il pubblico del '96 certo era abituato alle immagini forti dei "buchi" già dai tempi di "Christiane F." e giusto qualche anno prima "Pulp Fiction" mostrava in modo esplicito il "rito" dell'eroina; ma in "Trinspotting" c'è di più: il piacere della droga viene ritratto per il tramite del punto di vista unificante di chi lo insegue; il tono usato è grottesco ed ironico e la condanna è si presente, ma filtrata per il tramite dello sguardo di chi vede nell'ago non una dannazione, ma un passatempo; lo "scandalo" è tutto qui e, a ben guardare, neanche tanto euforico; perché la condanna è immediata: basti vedere la sequenza della quasi overdose, dove lo sguardo di Rent sprofonda in una fossa dalla quale riemerge a stento. O, ancora e sopratutto, la sequenza della morte della piccola Dawn, che da sola vale più di mille spot ani-abusi.
Ma è il cinismo beffardo a far da padrone; non per nulla, il punto di vista è sempre quello di Renton, a differenza di quanto accadeva nel romanzo di Welsh, ossia quello del personaggio più distaccato.




Distacco che permette a Boyle l'uso di un tono grottesco, intriso di un'ironia nera corrosiva ed irresistibile; il viaggio nella mente di Rent è allucinato, spiazzante e buffo, un caleidoscopio di immagini distorte e situazioni estreme, che si sostanziano nella sistematica "sfanculazione" delle istituzioni sociali di base; al di là del ritratto a tinte forte della generazione di vuoti a perdere, lo sguardo truce si posa sui nuclei familiari e quelli amicali.
La famiglia in "Trainspotting" è al contempo luogo salvifico ed ipocrita; non c'è differenza tra i giovani drogati e quei genitori distanti, quei cervelli fritti dal tubo catodico e rigonfi di psicofarmaci e cibi-spazzatura, zombizzati da una normalità asfissiante che fa paura quanto l'autodistruzione e che viene ridicolizzata costantemente, letteralmente sommersa dalle feci di chi non la può soffrire. Ma è proprio la famiglia a "salvare" Rent, a condurlo tramite quel sogno allucinato che gli permette di disfarsi dell'eroina e di realizzare pianamente il suo status di vuoto totale.




Una sequenza, quella del sogno da crisi di astinenza, che da sola basta a sconvolgere la mente ed i sensi, un incubo infinito dove il gusto visionario si fonde con quello pop per dar vita all'incubo dell'A.I.D.S. che scaccia l'indole autodistruttiva. E quando Rent si allontana dai suoi amici, ne realizza la pochezza: Sick Boy è un ciarlone, una sorta di pseudo-yuppie innamorato della sua finta sagacia, che colma la propria vacuità con l'apparenza ed una superiorità basata sul nulla e sulla passione per Sean Connery. Begbie, quello "che si fa di gente", è un drogato di adrenalina, un sociopatico in grado solo di combinare casini. Spud e Tommy sono due povere vittime, destinate alla sconfitta perenne e totale, quasi due rifiuti umani votati alla miseria più totale.




Ma non c'è redenzione per Rent; la catarsi è distruzione totale (anche se non indiscriminata), atto supremo di sberleffo con il quale liquida quei compagni oramai palla al piede e si incammina verso un futuro modesto, quella "normalità" tanto aberrata eppure migliore del vuoto pneumatico dato dalla compagnia dei perdenti.
Il rifiuto di ogni valore è così definitivo ed incontrovertibile, eppure mai davvero immorale; nel rifiutare gli eccessi, pur ridicolizzando l'universo di chi "sceglie la vita", Rent realizza l'inutilità dell'autodistruzione; lo scandalo semmai risiede nello strumento adoperato, ossia quell'indole distruttiva che lo porta a tradire e a non provare rimorsi. Di qui, paradosso puro, la natura "morale" del film, che di concerto con le immagini crude e dirette ben potrebbe rappresentare fonte di educazione per quelle giovani generazioni affascinante dagli eccessi.





Boyle ritrae il tutto con uno stile vivace, frizzante quanto l'interpretazione di Ewan McGregor, perfetta maschera dello sbandato totale. Il riferimento è sicuramente il Free-Cinema, ma anche il cinema metropolitano di Scorsese e Spike Lee, in una fusione che crea un registro nuovo e di sicuro impatto. Dove il montaggio spezza scene ed inquadrature per ricostruirle grazie alla colonna sonora, che mischia agilmente musica classica ad Iggy Pop, dance e Lou Reed, giustapponendo, in modo al solito beffardo, immagini drammatiche a sonorità leggere, per creare un'aura di cinismo ancora più marcato.





Al punto da divenire semplicemente memorabile. Ed il merito di Boyle non sta tanto nell'essere riuscito a dare una forma sgargiante alle pagine di Welsh, quanto nel aver saputo evitare le trappole più ovvie, da quelle dell'autocompiacimento spicciolo a quelle del moralismo sensazionalista, in un equilibrio sempre pressocché perfetto di forma e contenuto. Come solo il buon cinema riesce.

martedì 21 febbraio 2017

Manchester by the Sea

di Kenneth Lonergan.

con: Casey Affleck, Lucas Hedges, Michelle Williams, Kyle Chandler, Gretchen Mol, Matthew Broderick.

Drammatico

Usa 2016
















Piccole navi da pesca solcano acque calme, mentre il gelo d'inverno batte le strade innevate; Manchester sul mare, non quello inglese ovviamente, ma quello della costa est degli Stati Uniti, a pochi chilometri da Boston; avvolta in un silenzio glaciale, immersa nei colori chiari e freddi del lutto, nel silenzio della tristezza; emozioni a cui Kenneth Lonergan dà un corpo essenziale, racchiude in spazi stretti, insegue in silenzio, osserva quasi con discrezione.




Al centro, due personaggi quasi speculari: Lee, quarantenne a pezzi, che trascina la sua vita tra un lavoretto ed una rissa anonima in un bar; e suo nipote Patrick, sedicenne perso nella vita vuota dell'età inquieta; entrambi chiamati a confrontarsi con la scomparsa di Joe, fratello e padre. Due vite, le loro, quasi allo specchio; Lee è un uomo-ragazzo, che fugge dalla vita, ferito dal dramma causato dalla sua vacuità, rincorrendo silenziosamente l'autodistruzione; Patrick evita il dramma, perdendosi in futili amori giovanili, prove della band ed allenamenti di hockey usati per ammazzare il tempo.
L'elaborazione del lutto viene schivata, rifuggita perdendosi nelle faccende ordinarie (la scuola, l'organizzazione del funerale), rielaborata per il solo tramite del subconscio (gli attacchi di panico, i flashback); mentre il ruolo genitoriale di Lee, strappato in passato, diviene peso affrontato in modo goffo, senza mai prendersi la responsabilità.
Lonergan si avvicina ai due personaggi in modo semplice, utilizzando uno stile che non può prescindere dalla scrittura, in parte eredità delle sue radici teatrali, fatta di sovrapposizioni temporali repentine, quasi confuse; chiude i personaggi in inquadrature scarne, immobili, rischiarate dalle fredde luci d'inverno anche negli interni notturni; una ricerca della genuinità della non-emozione, la sua, quasi stoica, che si poggia tutta sulle spalle dei due attori, sull'empatia di un Casey Affleck che quasi riprende il suo personaggi di "Lonesome Jim" (2005) per rileggerlo in chiave drammatica; oltre che sull'acerbezza, sopratutto espressiva, di Lucas Hedges, perfetta per il suo personaggio. E che finisce per colpire nel segno.




Uno stile quasi minimale, ma mai minimalista, attento alle interpretazioni come nella migliore tradizione del mumblecore, ma senza le sue derive più aride e sciocche. Uno sguardo che si fa così meramente contemplativo, totalmente coordinato ai tempi dei personaggi ed ai suoi moti interiori; ma che purtroppo non paga fino in fondo.
La contemplazione del dramma si fa presto ridondante, persa in sequenze. personaggi e piccole sottotrame spesso inutili, che non aggiungono nulla ai personaggi; la catarsi, volutamente blanda, non riesce davvero a convincere, essendo basata su di un episodio davvero troppo modesto rispetto agli altri eventi raccontanti per essere credibile; al punto che l'ultimo atto finisce per essere sconclusionato, arroccato in un finale volutamente aperto, ma vuoto, dove la volontà di non ricercare un punto di uscita si fa svogliatezza facilona, che cozza irrimediabilmente con quanto sviluppato fin prima.
Il che non toglie al dramma di essere credibile, questo è sicuro; ma al contempo gli impedisce di essere davvero doloroso e vivo.