sabato 5 agosto 2017

A.I.- Intelligenza Artificiale

A.I.- Artificial Intelligence

di Steven Spielberg.

con: Haley Joel Osment, William Hurt, Jude Law, Frances O'Connor, Sam Robards, Ken Leung, Brendan Gleeson, Jack Angel.

Fantascienza/Favolistico/Drammatico

Usa 2001

















---CONTIENE SPOILER---

Ai più potrebbe sembrare sciocco, impossibile, scandaloso ed increscioso, ma Steven Spielberg era il regista preferito di Stanley Kubrick. Ebbene si: una delle menti creative più geniali del secolo scorso, forse il più grande regista che sia mai vissuto (anche più di Orson Welles, che pur raggiungeva uno status quasi divino, anche solo per le proporzioni del proprio ego) guardava con ammirazione le opere di un ragazzetto divenuto celebre grazie ai successi di cassetta, nonché per aver contribuito alla fine della New Wave americana, per aver reintrodotto lo studio system ad Hollywood ed instupidito, un pò per volta, il cinema commerciale.
Sia chiaro, i momenti di frizione tra i due non sono mancati, come le aspre critiche che Kubrick mosse al pur capolavoro "Schindler's List", ma in generale e fino alla fine dei suoi giorni, egli ha comunque ammirato i film di Spielberg; e bisogna ricordare come l'Imperatore di Hollywood, tra una stupidata commerciale ed un film sopravvalutato, sia stato anche l'artefice di opere come "I Predatori dell'Arca Perduta" e "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo", veri e propri emblemi alla forza della Settima Arte; è da qui che, probabilmente, nasceva la simpatia di Kubrick: nell'aver compreso la sua maestria come creatore di storie e di forme immaginifiche in grado di imporsi con forza nell'immaginario del pubblico; oltre alla sua capacità di controllo sull'intera visione dell'opera, la sua "vis autoriale" vera e propria. Ed è stata forse proprio la visione di "Incontri Ravvicinati" che ha convinto Kubrick ad avviare con lui una collaborazione per l'adattamento di un piccolo racconto di fantascienza, breve mal dal potenziale visionario inusitato: "Supertoys last all summer long" di Brian Aldiss, pubblicato per la prima volta nel 1969, sorta di rilettura in chiave fantascientifica di "Le Avventure di Pinocchio" di Collodi.
Collaborazione che purtroppo non si è mai avverata: il 7 Marzo 1999, Kubrick sarebbe morto nel sonno, nel pieno della post-produzione di "Eyes Wide Shut", mesi prima dell'inizio della lavorazione dell'adattamento.
Ma da buon amico qual'era, Spielberg decise di portare su schermo quella visione, facendola propria e onorando il Maestro menzionandolo nei credits come produttore, proprio in un anno, il 2001, essenziale nella mitologia kubrickiana. Ottenuto il pieno controllo dell'opera, Spielberg finisce per creare una favola cyberpunk commovente e riuscita, nonostante le imperfezioni che ne fiaccano spesso la visione, che all'uscita fu letteralmente massacrata dalla critica (che si attendeva un film più "kubrickiano", vai poi a sapere perché, visto che è stato concepito fin dall'inizio per essere portato in scena da Spielberg, non da Kubrick) ma che oggi meriterebbe di essere riscoperta.




Spielberg scrive di suo pugno la sceneggiatura, rimaneggiando la prima stesura ad opera di Ian Watson. L'influenza di Kubrick è spesso avvertibile, sopratutto nella forma: tre atti, distinti in maniera netta, compongono l'intero film, come in "2001: Odissea nello Spazio" e "Full Metal Jacket". Al centro, la figura di David, che vive grazie ad una interpretazione straordinaria di Haley Joel Osment: nonostante la giovane età, Osment ha il talento ed il metodo di un veterano, caratterizza il piccolo mecha in modo empatico, ma lasciando sempre trasparire un che di sintetico, di falso, dal suo sguardo.
David è il Pinocchio dell'era post-cyberpunk: un robot che compie un'immane odissea per divenire un bambino vero e tornare a riabbracciare l'amata mamma. E Spielberg caratterizza in modo netto i tre episodi, concedendosi spesso di omaggiare Kubrick in modo diretto (l'arrivo a Rouge City, reminiscenza del "trip" di un altro David, l'astronauta di "2001") e di riprendere stilemi del suo stesso cinema (le creature del terzo atto, nel racconto originario mecha di ultima generazione che si erano "autoevoluti" a seguito dell'estinzione della razza umana ed ora in cerca delle proprie radici, vengono invece caratterizzati come alieni benevoli, benchè accreditati come "mecha", la loro natura non viene mai palesata forse proprio per cercare un parallelo con le altre creature benevole di Spielberg, gli alieni di "Incontri Ravvicinati"); con qualche caduta di stile ed una superficialità a tratti troppo marcata, fa sua la storia, crea una fiaba perfetta erede di quell' "E.T." che tanta fortuna gli garantì quasi 20 anni prima.




Il primo atto è anche il più riuscito sul piano della tematica; in un prologo forse troppo verboso, il demiurgo interpretato da William Hurt pone un quesito che richiama alla mente i lavori di Mamoru Oshii: è possibile che un robot provi emozioni? Ed anche riuscendo a costruire una I.A. in grado d provare vere emozioni, non semplici simulazioni, che rapporto dovrebbe avere con lui un umano? I sentimenti di quest'ultimo devono anch'essi essere veri?
Spielberg ovviamente dà una risposta diretta ed inequivocabile: David, anche se di natura artificiale, ha veri sentimenti, dunque è in tutto e per tutto un bambino vero, punto. Facile, qui, tracciare una distinzione con una possibile declinazione da parte di Kubrick, il quale avrebbe certamente trattato il tema in modo più adulto e complesso. Eppure questa semplicità non è per forza un difetto, data la natura fiabesca che Spielberg concede alla narrazione.
E nel primo atto, si sbizzarisce a creare un'atmosfera che combina perfettamente il calore familiare con l'alienazione provata dai genitori verso la strana creatura che hanno deciso di adottare. Con inquadrature dalla plasticità sorprendente, tutta la storia viene rinchiusa nelle quattro mura di casa (salvo una breve escursione nel giardino); usando in modo creativo le scenografie, David viene costantemente "staccato" dagli altri personaggi, incorniciandone il volto nel lampadario al neon, celandolo attraverso superfici trasparenti o riflettenti; da antologia la sua entrata in scena, con un fuori fuoco che piano piano ne definisce l'immagine.
La sua natura sintetica ne fa un essere sia empatico, a causa del suo processo emozionale reale, che del tutto mostruoso, dato il suo essere una creatura artificiale; i sentimenti di commozione e repulsione sono perfettamente mischiati. Al punto che quando alla fine la madre decide di abbandonarlo, non si può non piangere dinanzi alla cattiva sorte che lo perseguita.




E' in questo atto che Spielberg declina anche la tematica del rapporto uomo-macchina; e lo fa, purtroppo, in modo semplicistico, lasciando sulle spalle del personaggio della madre tutta l'empatia e caratterizzando tutti gli altri come mostri; il piccolo Martin, vero figlio della coppia, è un semplice bulletto che si diverte a perseguitare David per il solo gusto di farlo, talvolta neanche a causa della sua natura; così come il personaggio del padre si colora presto di quell'apprensione negativa che lo caratterizza come un cattivo vero e proprio.
Più riuscita la descrizione di David, a tratti, come moderno Mostro di Frankestein, che finisce per ferire gli altri inavvertitamente e convinto di fare del bene; la scena della piscina, in particolare, sembra un omaggio esplicito ad una delle sequenze più emblematiche del capolavoro di James Whale,quella dove la Creatura finisce per far annegare una bambina.




Il secondo atto è il più ameno e visionario. Spielberg paga un tributo sentito a Scott e al mito di "Blade Runner" nelle visioni di metropoli ammantate da una notte perenne, rischiarata unicamente dai neon delle insegne dei locali.
Ma del tutto originale è l'immaginario che popola una delle sequenze più vivide dell'intera pellicola, la "Fiera della Carne", dove gli umani si vendicano dei mecha linciandoli in uno spettacolo da baraccone condotto da un moderno Mangiafuoco (Brendan Gleeson); immagini di volti sorridenti sciolti dall'acido, teste volanti infuocate che si schiantano tra le sbarre di una prigione ed arti strappati sono il perfetto innesto orrorifico che permette alla storia di evolversi, di far avvicinare lo spettatore ancora di più e questa volta del tutto al protagonista, ora futuribile "Elephant Man" perseguitato però a causa del suo aspetto troppo umano.




La visita a Rouge City e al Dr. Know è la tappa obbligatoria in quella megacity cyberpunk dove gli umani riversano tutti i loro piaceri più lascivi, sorta di Sodoma al silicio. Il personaggio di Joe il Gigolo (Jude Law) diviene guida e compagno, strampalato eppure carismatico, un Lucignolo dall'indole buona che accompagna il piccolo Pinocchio nel Paese dei Balocchi per adulti.




Sino a giungere alla fine del mondo, quella Manhattan sommersa dalle acque del discioglimento delle calotte polari, ove ad attendere David non vi è la Fatina, bensì il suo creatore, che lo ha modellato sulle forme di un figlio morto prematuramente.
E dove lo attende la realizzazione più sconvolgente: al pari della Motoko Kusanagi di "Ghost in the Shell", anche David non è un essere dotato di una proprio unicità, bensì una creatura prodotta in serie (c'è persino una sua versione femminile battezzata "Darlene"); eppure l'imprint attivato dalla madre e la sua singolare esperienza ne hanno creato un carattere unico; ed un robot in grado di amare è anche in grado di odiare: nella sequenza più disturbante del film, David fa a pezzi un suo doppio, affermando con fervore la sua individualità. E qui Spielberg dà per scontato come l'empatia che proviamo per lui sia sufficiente per attestarne l'effettiva "anima", mostrando di nuovo il fianco alla superficialità più pura.




Nell'ultimo atto, giungono loro, i tanto criticati alieni, le cui fattezze ricordano quelli di "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo"; va sempre tenuto conto come si tratti in realtà di androidi super-evoluti, benché mai specificato nei dialoghi; solo verso le fine del seondo atto, è Joe a sottolineare come sia possibile che i mecha possano sopravvivere ai loro creatori, anticipandone la comparsa.
E David può finalmente coronare il suo sogno, tornare tra le braccia della madre, in un'atmosfera onirica dal grande fascino. Un lieto fine lungo, forse troppo, ma che porta lo stesso alla commozione.




E come Kubrick, anche Spielberg decide di ridurre all'osso i dialoghi, presenti perlopiù nel primo atto. A farla da padrone sono le immagini, le atmosfere oniriche ed ipnotiche. L'influenza del Maestro è spesso avvertibile: lo stile visivo di Spielberg si fa più posato, i suoi movimenti di macchina più fluidi, le inquadrature più ricercate, mentre il montaggio è spesso di puro servizio, subordinato ad una costruzione delle sequenze più plastica e ferma.




La mano di Spielberg, che pur vacilla quando si avvicina alle tematiche della morale e del rapporto uomo-macchina, è invece fermissima nel ritrarre lo stato emotivo del suo protagonista, a dar corpo alla sua solitudine, alla sua disperazione, alla sua incrollabile fede verso qualcosa di più grande; quello di David è un percorso irrazionale, tipicamente "umano", prova di come lo spirito dell'Uomo sia incrollabile, pur quando poggi su di una premessa irrazionale; è per questo che David resta l'empio più umano, appunto, di androide apparso al cinema, al pari dei replicanti di "Blade Runner".
E con la sua fiaba, il suo autore dimostra ancora di possedere un tocco "magico", in grado di regalare emozioni vere e forti anche agli adulti.



EXTRA

Diversi e gustosi i camei di star nei panni di personaggi secondari.
Chris Rock doppia e dona le sue sembianze al robot sparato dal cannone alla Fiera della Carne.





Ben Kingsley doppia il Mecha/alieno che accoglie David durante la Seconda Glaciazione.




Nella versione italiana, il personaggio è invece doppiato da Dario Penne, voce storica di Anthony Hopkins, che lo caratterizza come se fosse il grande sir Anthony a celarsi dietro i pixel della creatura.

La voce della Fata Turchina è quella di Meryl Streep.






Mentre il divertente Dr.Know ha invece la voce del compianto Robin Williams.



martedì 1 agosto 2017

R.I.P. Sam Shepard


1943-2017


Attore, sceneggiatore e commediografo, una carriera, quella di Shepard, variegata, multiforme e pluripremiata. Il suo era il classico volto immediatamente riconoscibile, dai lineamenti tipicamente yankee; ed i suoi ruoli erano sempre vicini alle sue origini di persona semplice, ma dalle capacità straordinarie, proprio come lui, che alla fine della sua carriera può vantare quasi 70 ruoli ed una doppia (e sempre ottima) collaborazione con Wim Wenders nelle vesti di scrittore.



I Giorni del Cielo (1978)



Uomini Veri (1983)



Paris, Texas (1984)



Fiori d'Acciaio (1989)



Cuore di Tuono (1992)



Il Rapporto Pelican (1993)



Hamlet 2000 (2000)



La Promessa (2001)



Non bussare alla mia porta (2005)



L'Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (2007)

lunedì 31 luglio 2017

R.I.P. Jeanne Moreau



1938-2017


Dapprima musa, poi icona, Jeanne Moreau ha incarnato alla perfezione lo spirito artistico di quel cinema francese (e non solo) che a partire dalla fine degli anni '50 ha scompaginato tutte le regole (scritte e non) della Settima Arte. 
Donna dai lineamenti forti, eppure incredibilmente femminili, ha prestato il suo volto quasi sempre a personaggi duri, talvolta ruvidi, padroni del proprio destino in un mondo che ancora tendeva a relegare le interpreti femminili a ruoli ancillari.




Ascensore per il patibolo (1958)



Relazioni Pericolose (1959)



La Notte (1961)



Jules & Jim (1962)



Il Processo (1962)



Eva (1962)



Mata-Hari, agente segreto H21 (1964)



Falstaff (1965)






Gli Ultimi Fuochi (1975)






Nikita (1990)

mercoledì 26 luglio 2017

Dracula 3D

di Dario Argento.

con: Thomas Kretschmann, Asia Argento, Rutger Hauer, Marta Gastini, Unax Ugalde, Miriam Giovannelli, Maria Cristina Heller, Augusto Zucchi, Giovanni Franzoni.

Horror/Trash

Italia, Francia, Spagna 2012
















L'Italia è un paese di sicofanti; affermazione indubbia, quasi superficiale e scontata; in ogni ambiente, sia quello cinematografico che quello lavorativo in genere (senza contare quello politico, poiché sarebbe come sparare su di una crocerossina obesa e zoppa usando un cannone) è appestato dai lecchini, con la loro sfrontata carica di arrivismo, i loro nauseanti salamelecchi, le loro ridicole genuflessioni, le smielate parole dolci gridate a petto in fuori per compiacere il potente di turno, alle volte neanche per ottenere qualcosa, per il semplice gusto di farsi notare.
La stampa ovviamente non fa differenza; e come potrebbe? Dopotutto l'Italia è 57ma tra i paesi con la maggiore libertà di stampa, ovverosia non esiste una vera libertà di espressione sulla carta stampata o sulle versioni On-Line dei maggiori quotidiani. L'asservimento al potere, pratica fantozziana della quale l'italiano medio è cosciente ma non può liberarsi, è uno sport nazionale; è nel DNA dell'italiano leccare culi, prostrarsi dinanzi al soggetto dotato di potere, umiliarsi per compiacerlo, obliterare la verità ad hoc solamente per ottenerne i favori (o sperare di ottenerli, poiché la bassezza non ha mai fine).
Si potrebbero citare centinaia di esempi di "leccaculismo" che quotidianamente vengono riportarti da quel rimasuglio di stampa libera o che, peggio, si verificano sotto i nostri occhi. Eppure, nessun esempio sarebbe illuminante quanto le reazioni che neanche cinque anni fa scatenò l'uscita nelle (poche) sale di "Dracula 3D"; molti critici, di molte importanti testate giornalistiche, scrissero pezzi entusiastici sull'ultima fatica di Dario Argento, il grande maestro del brivido nazionale che si confrontava per la prima volta con la ripresa stereoscopica e ne usciva trionfante.
E forse, quelle ipocrite, luride, stupide e (inutile dirlo) false recensioni erano invece la prova di un talento latente; perché ci vuole davvero un coraggio da leoni (oltre che una faccia di bronzo) per scrivere qualcosa di positivo sull'ultima fatica del fu Maestro Argento; un film talmente brutto, mal scritto, mal diretto, mal interpretato, mal concepito, afflitto da una sciatteria totale e totalizzante che al confronto un qualsiasi film della Troma sembra diretto da Kubrick e Welles messi assieme, "La Terza Madre" sembra "Suspiria" e "La Sindrome di Stendhal" diviene uguale a "Profondo Rosso".




Ma prima di capire cosa non funzioni in "Dracula 3D" e perché, meglio portare un pò di numeri; Argento lavora con un budget di 5 milioni e 600 mila dollari in un periodo in cui la produzione italiana media ha un budget di 2 milioni stentati (e di lì a qualche anno, il budget medio crollerà ad 1,2 milioni); i soldi dunque non mancano. E per essere chiari oltre che precisi, di questi 5 milioni e passa, un cifra imprecisata è stata concessa dallo Stato in quanto il film è stato ritenuto "di interesse culturale", mentre circa 300 mila euro sono stati concessi dalla Lazio Film Commission, ossia fondi pubblici, sborsati dal contribuente italiano; tuttavia, in una nazione che elargisce fondi a film come "Natale a New York" classificandoli come "cinema d'essai", verrebbe quasi da scusare lo sborso di una tale cifra per finanziare un film semplicemente brutto e non anche offensivo (anche se solo fino ad un certo punto). Va inoltre sottolineato come l'intera storia del Conte Vampiro venga riadattata molto liberamente e si svolge adesso totalmente in Tansilvania; il che è una scusa per Argento e soci per andare a girare l'intero film in Romania e risparmiare sui costi; e chi se ne importa se tra quei soldi ci sono anche fondi pubblici che non vengono reinvestiti sul territorio.
Già queste considerazioni sarebbero sufficienti a far sbarrare gli occhi, ma impallidiscono dinanzi al prodotto finito e alla sua oscena qualità; e per essere sempre il più chiari e completi possibile: Argento qui lavora accanto a tre suoi collaboratori storici, ossia Claudio Simonetti per le musiche, Sergio Stivaletti per gli effetti pratici e Luciano Tovoli alla fotografia, lo stesso di "Suspiria", anche se si stenta a crederlo; i talenti, sulla carta, non mancano, dunque la pessima riuscita del tutto la si deve a lui, all'autore, ossia alla mente dietro il progetto, evidentemente incapace di creare qualcosa di riuscito, figuriamoci di bello. E sempre per essere onesti: anche la scelta di mettere Thomas Kretschman nei panni di Dracula e Rutger Hauer in quelli di Van Helsing. sulla carta aveva senso. Sulla carta.



Hauer fa il suo dovere, il suo Van Helsing tutto sommato funziona, pur essendo un personaggio totalmente piatto, messo lì giusto per arrivare a chiudere l'ultimo atto; la sua performance è priva di guizzi, ma almeno riesce a non scadere nel ridicolo; di tutt'altra pasta è però l'esperienza che ha passato sul set: forse a causa dell'aggravarsi del suo stato di salute a causa dell'età, non proprio da virgulto, pare si sia perso nei boschi durante le riprese; notizia che fa tristezza, data la sua caratura di attore, spesso bistratta a causa dell'infima qualità delle produzioni in cui prende parte.
D'altro canto, il Conte di Kretschmann non ha nulla di affascinante, figuriamoci di spaventoso; è una specie di Don Matteo vampiro, bardato com'è in un improbabile pastrano nero ed agghindato con un foulardino di seta nera al collo da dandy di provincia; ricorda in parte il Dracula del "Van Helsing" di Sommers (sempre per restare in tema di pessime trasposizioni con pessima CGI e pessimo gusto estetico), ma perlomeno le sue movenze ed i suoi dialoghi non sono ridicoli; il più delle volte. A discolpa di Kretschmann va detto che aveva davvero pochissimo con cui lavorare; Dracula qui è un semplice mostro ammazzatutti dai modi affabili, il cui ruolo di monarca del paesino rumeno vorrebbe quasi portare ad una lettura metaforica sulla malvagità del potere, che puntualmente non arriva; in compenso, la componente romantica che tanta fortuna gli ha garantito negli ultimi anni, viene recuperata in extremis nell'ultimo atto, giusto per dargli qualcosa da fare e per consentire a Van Helsing di avere una scusa per confrontarlo. Certo che quel ghigno ridicolo che ogni tanto fa capolino sul suo volto fa cadere anche l'ultimo barlume di decenza data dall'impegno dell'attore; decenza che manca in praticamente ogni altro singolo aspetto del film.




Argento dimostra di aver completamente dimenticato come si costruisce una scena, come si inquadra un soggetto e come si adoperi il montaggio; forse a causa dell'uso di cineprese stereoscopiche e nella futile ricerca di una profondità data unicamente dall'effetto tridimensionale, costruisce ogni singola inquadratura in modo bidimensionale, spesso lasciando i soggetti di lato, adoperando sempre il campo americano e qualche sparuta volta, per concedere finalmente un filo di profondità, un'obliqua dall'alto; l'uso dei dettagli, che pur fece la fortuna del suo stile, qui è praticamente bandito, così come i primi piani si contano sulle dita di una mano monca. La grammatica filmica, in sostanza, va a farsi benedire, tanto che le immagini sembrano quelle di un filmino amatoriale.
Bruttezza delle inquadrature che fa il paio con l'orrenda fotografia; Tovoli illumina a giorno ogni scena, persino quelle in notturna (facendo aumentare ancora il tasso di ridicolo involontario) e spesso sovraespone i soggetti, facendo somigliare il film ancora di più ad una produzione amatoriale; il che va unito all'uso della brutta CGI per gli effetti ambientali e di una color correction che sembra fatta da un daltonico, al punto che talvolta le inquadrature di una medesima scena finiscono per non combaciare sul piano dei colori.
Le immagini finiscono così per essere semplicemente brutte per la maggior parte della durata; brutte e ridicole quando di mezzo c'è la computer graphic.




Gli effetti in CGI, sia quelli adoperati per fini estetici che per dar vita alle creature, sono talmente falsi che sembrano usciti dritti dritti dagli anni '90; la qualità del rendering e delle animazioni è talmente scarsa che verrebbe voglia di rivalutare gli effetti si "Spawn" e "Mortal Kombat- Distruzione Totale"; sembrava impensabile presentare dei modelli 3D così poveri nel 2012, eppure Argento ha avuto l'ardore di farlo; la bruttezza delle immagini si fa così insostenibilmente comica quando Dracula si trasforma in un lupo palesemente falso; o quando verso lo spettatore vola un Dracula trasformato in una civetta talmente finta da perdere in qualità persino se paragonata a quella che appariva nel "Labyrinth" di Jim Henson... nel 1986!





Ma il pessimo gusto per gli effetti è finanche scusabile, laddove si tiene conto del pessimo gusto adoperato per ricreare la figura del Conte e cercare di spaventare il pubblico; non si capisce perché Dracula debba trasformarsi in un trio di scarafaggi o in uno stormo di mosche, neanche fosse una specie di abitante delle fogne in vacanza; così come l'uso della civetta, animale che di certo non spaventa quando ricreato al computer (su questo Argento avrebbe molto da imparare da Lynch ed i suoi gufi della Loggia Nera); evidentemente Argento crede che il pipistrello e la nebbia siano simboli superati; cosa c'entri però una civetta con un succhiasangue è tutto da capire.
E poi c'è lei, la trasformazione a cavolo per antonomasia, divenuta vero simbolo del film: una mantide da 80 chili. Perché? Cosa c'entra la mantide religiosa con il mito del vampiro? Con una creatura dai canini appuntiti che beve sangue? Impossibile saperlo. Fatto sta che la sua entrata in scena è da antologia del cinema trash, grazie anche al solito pessimo rendering e alle animazioni da due soldi; ancora più memorabile è però la battuta che chiude la scena: Mina chiede al Conte "Che cosa ho visto?" in un involontario sfondamento della quarta parete che dà voce ai pensieri dello spettatore, facendo schizzare il tasso di ridicolo alle stelle.




Alla bruttezza delle immagini, all'orrenda CGI e alle inquadrature povere, va poi aggiunto il pessimo commento musicale; la colonna sonora di Simonetti sembra la vecchia OST di un film di serie B americano degli anni '50; tutte le sonorità sono ricreate con un theremin che sembra costruito in casa, le melodie sono scarne e l'effetto creato non ha nulla a che spartire con le pretese gotiche delle immagini; sembra quasi che in sede di montaggio, l'addetto al mixaggio audio abbia voluto fare un brutto tiro ad Argento e soci e sostituito la colonna sonora con quella di un vecchio film; e invece no, purtroppo è tutta farina del sacco di Simonetti, approvata da un Argento che oramai forse non ci prova neanche più a cercare di ricercare una forma estetica convincente.
L'unico che riesce a fare ancora il suo dovere, a prescindere dagli anni sul groppone, è Stivaletti, i cui effetti artigianali sono semplicemente perfetti e la cui cura certosina stride con la pessima CGI, facendola apparire, se possibile, ancora più povera.




C'è però un difetto anche peggiore della bruttezza estetica, della stupidità e del ridicolo involontario; ossia la noia. "Dracula 3D" è un film incredibilmente noioso; persino al netto del ridicolo, delle risate di pancia che di certo non mancano, il ritmo è lento e la storia inesistente.
Argento tenta di rileggere il classico di Bram Stoker più che adattarlo, ma non è Coppola e non riesce a farlo suo. La tensione è inesistente (e non potrebbe essere altrimenti, date le abbondanti dosi di humor non voluto), l'intreccio è basico: il Conte è cattivo perché cattivo, il Conte vampirizza una tipa tanto per, il Conte chiama come bibliotecario Jonathan Harker, nulla per una mezz'ora buona, il Conte fa una mezza strage in una locanda, il Conte si ricorda della trama e rapisce Mina, Van Helsing all'arrembaggio, il Conte muore, Van Helsing fa un monologo dove spiega, a fine film, la caratterizzazione di "innamorato folle" del Conte. Tutto qui, tutto lineare, tutto basico, senza guizzi. Ed in fondo è anche normale che sia così: non ci si possono certo aspettare miracoli quando alla sceneggiatura ci sono, oltre al fu Maestro del Brivido ormai bollito, un produttore di melodrammoni spagnoli (Enrique Cerezo, che dalla sua può almeno vantare le collaborazioni con Alex de la Iglesia), uno scrittore di fiction RAI (Stefano Piani) ed uno stagionato sceneggiatore di horror di serie B (Antonio Tentoni), a creare un ideale "dream team" del trash.




Un'ultima prova, questa di Argento, che ne sancisce la totale, definitiva ed incontrovertibile morte artistica; anzi, tenendo conto di come questa sia in realtà avvenuta già da decenni, si può parlare di resurrezione, di ascesa ai cancelli del trash: se quando si tocca il fondo non si può che scavare fino a giungere a "La Terza Madre" e non ci si ferma, ci si evolve in qualcosa di altro, in una caricatura di tutto ciò che si era prima. Ed Argento ha avuto davvero un cursus honorum strambo: innovatore, maestro del giallo, vanto nazionale, poi mestierante, pessimo mestierante, regista di filmacci ed ora leggenda del trash. E guardando indietro, a cosa furono i suoi film nel periodo d'oro, non si può che dolersene.




Ma tant'è, per un sicofante che vuole farsi notare è stato persino facile scrivere come, in realtà, "Dracula 3D" sia un film che vuole essere ridicolo, che vuole far ridere perché vuole essere una parodia e che per questo non deve essere preso sul serio; da cosa lo si evinca non è dato saperlo: il Dracula di Argento è invece un film che si prende sempre e comunque sul serio, per questo è una vera perla del trash. Negarlo equivale a mentire. Anzi, di più: negarlo per cercare il consenso di Argento, equivale a sputargli in faccia, a mancargli di rispetto, a fargli credere che il suo lavoro abbia ancora un valore effettivo.
Se davvero si ama Argento ed il suo lascito, bisogna esseri sinceri, per quanto offensivi: "Dracula 3D" potrebbe tranquillamente rientrare nella top five dei film più brutti mai concepiti (ed insidiare persino "Troll 2" per i primi posti) ed Argento, con esso, dimostra di non essere neanche più l'ombra del cineasta che fu.