venerdì 27 ottobre 2017

Space Vampires

Lifeforce

di Tobe Hooper.

con: Steven Railsack, Mathilda May, Peter Finch, Patrick Stewart, Frank Finlay, Michael Gothard, Aubrey Morris, Nicholas Ball.

Fantastico/Horror/Catastrofico

Usa, Inghilterra 1985














L'esperienza con il tirannico Spielberg è stata a dir poco deleteria per il povero Tobe Hooper; benché in successive interviste egli stesso specifichi come i lavori sul set di "Poltergeist" siano stati più tranquilli di quanto si possa credere e che lui avesse più controllo di quanto si possa immaginare (maledizione compresa), è chiaro, a giudicare dal prodotto finito, come l'ingerenza di Spielberg sia stata pressoché totale. Ed è inutile continuare a sottolineare come la stessa cosa sia avvenuta, in precedenza, sui set di "Eaten Alive" e "The Dark", abbandonati da Hooper per disperazione. Ma la svolta sarebbe arrivata proprio all'indomani della collaborazione, pur fruttuosa, con il Re Mida di Hollywood; ed aveva la forma della mitica Cannon Films.




La Cannon, ossia croce e delizia di ogni appassionato di B-Movies; capitanata dal dinamico duo di cugini Menahem Golan e Yoram Globus, questa piccola ma integerrima casa di produzione indipendente si era ritagliata un posticino di quasi-prestigio a L.A. negli anni '80, producendo soft-core in costume, horror di serie B, sequel su sequel de "Il Giustiziere della Notte", strampalati action movies con Chuck Norris ed avviando la moda ultratrash dei film con ninja bianchi.
Ma nel 1985, Menahem Golan, vera mente dietro la Cannon e dotato di un'ambizione incredibile, decide di fare il colpaccio: investire i proventi dati dalle piccole produzioni in veri e propri kolossal e pellicole d'autore; ecco dunque Golan portare dalla sua autori del calibro di John Cassavetes, Roberto Rossellini (il quale affermerà in seguito come Golan sia stato il miglior produttore che abbia mai conosciuto) e finanche Jean-Luc Godard, ai quali consente di dirigere le proprie opere in totale autonomia, pur contando su budget ristretti.
Per quel che riguarda le grandi produzioni, la Cannon punta davvero in grande: acquisisce i diritti di sfruttamento del franchise di Superman dai fratelli Salkind, quelli dell'Uomo Ragno dalla Marvel e di "He-Man and the Masters of the Universe" dalla Mattel; in sostanza, la Cannon, a metà degli anni '80, cercava di divenire ciò che la Miramax e la New Line sarebbero diventate nel decennio successivo, ossia un ex casa di produzione di pellicole exploitation evolutasi in major. Purtroppo, nulla andò secondo i piani.
"Superman IV" e "I Dominatori dell'Universo" si rivelarono dei cocentissimi flop al botteghino, anche a causa della pessima gestione del budget da parte del duo di produttori; il che porterà la Cannon al fallimento nei primi anni '90.
Ma per Tobe Hooper, la collaborazione con Golan sarà più che propizia; ottenuto un contratto per tre film, con buoni budget e sopratutto la piena libertà artistica, il compianto autore riesce così a creare quelle che saranno le sue ultime pellicole davvero degne di nota, per un motivo o per l'altro: lo stralunato "The Texas Chainsaw Massacre part II", il nostalgico ma poco riuscito remake di "Invaders from Mars" e, sopratutto e prima di questi, quell'incredibile amalgama di generi e situazioni che è "Lifeforce", vero e proprio "kolossal extravaganza" costato 25 milioni di dollari, una delle produzioni più grandi di tutta la storia della Cannon, che purtroppo si rivela anch'esso come un incredibile flop di cassetta, ma che nel corso degli anni è giustamente riuscito a divenire un'amatissima pellicola di culto.




Affidata la sceneggiatura al compianto Dan O'Bannon, che riprende solo formalmente il romanzo "Space Vampires" di Colin Wilson (benché il titolo italiano possa far pensare ad una trasposizione vera e propria), Hooper si diverte a fondere in poco meno di due ore di film fantascienza classica, fantahorror post "Alien", thriller, poliziesco, horror splatter, reminiscenze sul mito del vampiro ed i B-Movie anni '50 e cinema catastrofico, condendo il tutto con una massiccia dose di erotismo.
La trama escogitata da O'Bannon gli permette infatti di sbizzarrirsi: durante una spedizione spaziale inglese, incaricata di osservare il passaggio della Cometa di Halley, un gruppo di astronauti capitanati dal Colonnello Carlsen (Railsbeck) si imbatte in un misterioso vascello alieno, a bordo del quale rinvengono, ibernate, tre forme di vita umanoidi, dalle fattezze a dir poco sensuali.
Dopo un incidente, lo shuttle di Carlsen torna sulla Terra, portando con sé anche i visitatori; dei tre, la prima a risvegliarsi è la donna, che con il suo aspetto conturbante mesmerizza chiunque le capiti a tiro; sfortunatamente, si tratta di una sorta di "vampiro alieno", una creatura che risucchia le energie vitali dei partner sessuali (anche solo tramite un bacio), che finiscono per divenire dei cadaveri semicoscienti; libera per l'Inghilterra, la "space girl" comincia a mietere vittime; sulle sue tracce si mettono, oltre Carlsen (il quale ha sviluppato con lei una sorta di connessione psichica), anche il colonnello Caine (Firth), gli scienziati Fallada (Finley) e Bukovsky (Gothard) ed il rappresentante del Parlamento sir Heseltine (Morris). La "caccia all'aliena" culmina in un finale catastrofico, con Londra messa a ferro e fuoco dai vampiri spaziali.




Di tutti i "generi" amalgamati, Hooper si rivela perfetto artigiano; l'incipit, da hard sci-fi che poi sconfina nel fantastico, è una sequenza a dir poco visionaria: scenografie che rivaleggiano davvero con le visioni di Scott, dove l'astronave aliena sembra essa stessa un essere vivente, una sorta di mostro gotico venuto dallo spazio profondo, un'entità viva anche se inerte, i cui interni sembrano organici e pulsanti.
L'erotismo, componente essenziale nello sviluppo della trama, è cucito addosso alla bellissima diciannovenne Mathilda May, le cui forme prorompenti graziano l'occhio dello spettatore in ogni singola scena in cui appare; impossibile restare freddi dinanzi alla sua bellezza carnale eppure quasi angelica, un mix perfetto di eros e thanatos che eccita e turba.




Mentre la componente più spiccatamente horror è suddivisa a sua volta in due sottocategorie; nei flashback assistiamo al collasso dell'equipaggio dello shuttle, in una variazione del classico della "casa infestata" come in "Alien", dove però a far da padrone è l'atmosfera onirica e morbosa, data dalla presenza della Space Girl e della sua malia irresistibile, piuttosto che da quella di un mostro sanguinario.
Sulla Terra, l'orrore è quello fisico dei corpi martoriati dall'erotismo cannibale, trasformati in ghoul urlanti che si disintegrano al contatto, animati grazie ad effetti pratici forse troppo ambiziosi per l'epoca, che risultano purtroppo palesemente finti, ma che riescono lo stesso ad incutere una forma di timore grazie al sound design e all'uso, al solito magistrale, che Hooper fa dei jump-scare.





La parte poliziesca, che occupa circa tutta la parte centrale, è affidata totalmente alla maestria del gruppo di attori e consente ad Hooper di confrontarsi con un genere a lungo inseguito; la progressione, pur lineare, porta ad un paio di colpi di scena ben congegnati e sopratutto ad una scena scult, ma lo stesso divertente e riuscita, in cui Steven Railsback copula con Mathilda May... mentre quest'ultima  si trova nel corpo di Patrick Stewart.





E nell'ultimo atto, tutto esplode, in un modo o nell'altro; il grosso budget consente ad Hooper di creare sequenze di distruzione incredibili, graziate anche dai bellissimi effetti ottici, tutt'oggi incredibili. Sfortunatamente, laddove il tocco del regista trionfa, quello di O'Bannon vacilla.
La ripresa di una mitologia gotica e terrena è fuori luogo, inserita a forza nella storia per avere un mezzo di risoluzione, una specie di deus ex machina che viene fuori dal nulla e senza preavviso alcuno, una vera e propria pistola di Chechov che però non appare mai negli atti precedenti. Così come forzato è il colpo di scena riguardante uno dei "buoni", che decide di punto in bianco di tradire tutti, senza peraltro nemmeno riuscire ad incidere in modo significativo sugli eventi. Ancora più fuori luogo è poi il finale, dove la risoluzione di tutto viene affidata ad una rivelazione che, letteralmente, non sta né cielo nè in terra.




Caduta di tono finale che però non toglie un grammo al godimento; Hooper riesce sempre a tenere alta l'asticella dello spettacolo, a rilanciare costantemente con situazioni sempre divertenti, dimostrando una padronanza totale di tutti i registri tirati in gioco. Il suo è una sorta di vero e proprio "trash d'autore", dove l'epiteto è tutto fuorché dispregiativo: come nella letteratura trash delle origini, riprende stili e generi che il cinema mainstream ha quasi del tutto dismesso, per elevarli ad un livello successivo, a puro spettacolo di intrattenimento magnificamente divertente. Prova del suo innato ed innegabile talento.

giovedì 26 ottobre 2017

Thor: Ragnarok

di Taika Waiti.

con: Chris Hemsworth, Tom Hiddleston, Cate Blanchett, Mark Ruffalo, Jeff Goldblum, Tessa Thompson, Idris Elba, Benedict Cumberbatch, Karl Urban, Anthony Hopkins.

Fantastico

Usa 2017

















"Thor: Ragnarok" sembrava essere uno di quei film destinati a fallire; fin dal rilascio del primo trailer, quelle immagini ipercinetiche e kitsch condite dal solito umorismo made in Marvel Studios, facevano presagire un risultato a dir poco trash, che riprendeva quell'immaginario anni '80 stile "Guardiani della Galassia" aumentandone esponenzialmente i caratteri, senza avere il minimo controllo su storia e messa in scena.
Eppure, per una qualche stramba ed inaspettata congiunzione astrale, una volta in sala ci si accorge di come si sia verificato un piccolo miracolo: questo terzo capitolo delle avventure del dio del tuono di Jack Kirby non solo riesce a divertire, ma anche a non scivolare praticamente mai nel ridicolo involontario.



Ridicolo che, davvero, viene schivato per un soffio; perché quelle scenografie e quei costumi colorati e pacchiani, che sembrano usciti dal "Flash Gordon" di De Laurentiis piuttosto che da una produzione odierna ispirata alle tavole visionarie e colorate di Kirby, potevano davvero non funzionare su schermo, sopratutto se appaiate ad una storia basica e alle battutine da quarta elementare tipiche del MCU.
Eppure tutto resta in equilibrio; Waiti, di origine neozelandese e proveniente dal cinema indie più puro, riesce sempre a tenere in mano le redini della messa in scena; il suo stile colorato e dinamico colpisce per fantasia, donando al mondo di Thor e soci quella carica visionaria, pur para-cartoonesca, che davvero mancava. E pur se di grana grossissima, l'umorismo non è mai tedioso, le battute raramente risultano forzate e fuori posto, sono spesso godibilissime.



Equilibrio che si mantiene anche quando la narrazione si prende più sul serio, quando viene iniettata una dose di dramma familiare in quella che è a tutti gli effetti una semplice avventura cosmica. Il cammino di Thor, di suo fratello Loki, della redenta Valkyria e di un ritrovato Hulk, benché ultralineare e privo di sorprese, non scade nel pretenzioso. Ciò, come sempre, anche quando il rischio risata di pancia è dietro l'angolo, con un simil-villain interpretato da un gigionissimo Jeff Goldblum, che invece regge bene ogni volta che entra in scena, risultando dannatamente irresistibile; e con una Valkyria interpretata da Tessa Thompson che, pur bellissima ed affiatata, resta pur sempre un'afroamericana chiamata ad interpretare un'eroina in origine dai lineamenti nordici; il che, assieme al Heimdall, il dio dalla pelle diafana, interpretato da Idris Elba, poteva essere davvero indigesto, scadere nel politicamente corretto d'accatto, ma che, ancora per puro miracolo, riesce a non infrangere la sospensione dell'incredulità.



Persino i villain, per una volta, sono credibili; la Hela di Cate Blanchett, agghindata in uno stile simil punk-goth che ne esalta ancora di più l'innata sensualità, ha un pretesto credibile per spaccare tutto, a differenza di quanto accadeva con il Malekith di "Thor: The Dark World"; mentre del tutto inaspettato è l'arco narrativo completo del personaggio di Karl Urban, che aggiunge un tocco di profondità ad un personaggio che sembrava introdotto solo per motivi squisitamente umoristici.
E a Waiti va inoltre riconosciuto il merito di aver finalmente inserito una colonna sonora in un film Marvel che non fosse diretto da James Gunn; anche qui ispirato dal suo lavoro sul suo gruppo di guappi spaziali, usa uno score synth molto retrò che ben si sposa con le immagini barocche; e, ancora meglio, usa la mitica "The Immigrant Song" dei Led Zeppelin come tema per il protagonista, creando una spassosa sinergia.



Pur se figlio di una visione altrui, "Thor: Ragnarok" resta un buon esempio di film di intrattenimento ben riuscito; privo di pretese, ma non privo di stile, riesce a far passare 130 minuti di divertimento senza mai tediare; il che, per un film di Kevin Feige, è davvero tanto.

mercoledì 25 ottobre 2017

La Casa Nera

The People under the stairs

di Wes Craven.

con: Brandon Adams, Everett McGill, Wendy Robie, A.J. Langer, Ving Rhames, Sean Whalen, Bill Cobbs.

Horror

Usa 1991
















---CONTIENE SPOILER---


Il 3 Marzo 1991, la polizia di Los Angeles diviene protagonista di un caso destinato a scioccare l'intera opinione pubblica americana: il tassista afroamericano Rodney King, segnalato per eccesso di velocità, per paura di vedere revocata la propria licenza, tenta di fuggire dal controllo, scatenando un lungo inseguimento che si conclude con la resa di questi; ma una volta uscito dal veicolo, disarmato e senza intenzioni ostili, King viene pestato a sangue dagli agenti. Poco più di un anno dopo, i protagonisti del pestaggio vengono processati e, nonostante le prove audiovisive ne dimostrino la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, si ritrovano tutti assolti. La reazione della comunità nera di L.A. è durissima: una rivolta durata oltre tre giorni, durante i quali la città viene messa a ferro e fuoco, e che causa circa una sessantina di vittime.
Un anno prima, quasi a preconizzare tale evento, esce nei cinema "The People under the Stairs", arrivato poi in Italia con il titolo "La Casa Nera", una delle pellicole più curiose di Wes Craven, che si chiude proprio con la rivolta della comunità nera del ghetto di Los Angeles contro i dispotici proprietari terrieri bianchi.




Così come in "Nightmare", anche questa volta Craven struttura la storia come una sorta di favola nera; protagonista è ora un bambino, Poindexter (Brandon Adams), detto "Grullo", come la carta dei tarocchi de Il Matto che ne segna il destino nella prima sequenza; Grullo, piccolo ma pieno di risorse, sogna di diventare medico, ma ogni sua ambizione è castrata da una realtà fatta di fame e miseria: costretto a vivere in una crackhouse con una madre malata di cancro, impossibilitata a sostenere le spese mediche necessarie per l'operazione e con un esercito di figli e nipoti a carico; l'ultima stoccata arriva con la minaccia di sfratto: i padroni di casa, speculatori indefessi, vogliono abbattere l'immobile per far spazio ad una nuova e più redditizia costruzione.
Uno spiraglio di luce arriva con la forma di un furto: Leroy (Ving Rhames) coinvolge Grullo in una rapina ai danni di quegli stessi padroni, che vivono arroccati in una gigantesca e tetra magione, isolati dal mondo, custodendo un vero e proprio tesoro. Ma una volta giunti all'interno della casa, i due si renderanno conto di essere prigionieri di una trappola mortale.




Prima ancora di essere una perfetta metafora sullo sfruttamento, "The People under the Stairs" è un perfetto meccanismo di intrattenimento, nel quale Craven fonde un registro orrorifico raccapricciante, oltre che allegorico, con una dose di umorismo nero talmente elevata da far somigliare il tutto, a tratti, ad una sorta di cartone animato ultraviolento. Un tentativo, quello di far convivere tante anime diverse in un unico racconto, già riuscitogli perfettamente ne "Il Serpente e l'Arcobaleno", ma che giusto un paio di anni prima non era riuscito a replicare nel flop "Sotto Shock" e che qui trova un equilibrio più o meno stabile.
L'esecuzione di alcune sequenze è magistrale: l'uso della steadycam per seguire le fughe dei personaggi attraverso i cunicoli della magione imprime una dinamicità incredibile ad ogni scena; la tensione è alta, anche se più che sulla paura o la suspense in sé, Craven gioca questa volta con un orrore più diretto, dato dal pericolo di una morte truce ed immediata, da un orco questa volta prettamente terreno ed infuriato, che si diverte a massacrare chiunque gli capiti a tiro.




I villain, i due mostri, sono nuovamente creature fin troppo umane, rese demoniache dal vizio, in questo caso una cupidigia deviata che li ha trasformati in sadici reclusi, probabilmente incestuosi (si scopre circa a metà film la loro parentela uterina) e soprattutto cannibali. I due coniugi, Papi e Mami, o "Man" e "Woman", hanno il volto di una celeberrima coppia, Everett McGill e Wendy Robie, ossia Big Ed e Nadine Hurley di "Twin Peaks", e qui sono entrambi corrosi dalla follia. Due ricchi che succhiano letteralmente soldi dal ghetto nero per accumularli in un deposito a là Zio Paperone, dove il denaro esiste per il denaro, una forma di onanismo pecuniario; due orchi che rapiscono i bambini in cerca dell'erede perfetto, ossia un figlio usato anch'esso come una res, un oggetto da custodire gelosamente e distruggere quando mostra segni di individualità, quando vede, dice o sente cose che non dovrebbe conoscere.




La metafora sociale è presto servita: i due bianchi sono gli schiavisti, che vivono in un contesto domestico fermo ai tempi della segregazione, come una singolarità che dai primi anni '90 retrocede di oltre cinquant'anni nel passato. Le persone del ghetto, così come i giovani rapiti e sottomessi, sono la massa che viene cannibalizzata per la sussistenza di una classe dirigente post-reaganiana ormai assuefatta ad ogni tipo di privilegio e che sfoga con la violenza tutti i suoi istinti.
Una massa che alla fine trova la forza di ribellarsi, grazie alla forza di un bambino, un pollicino che sfugge agli orchi proprio grazie alla sua sfrontatezza di un "grullo", per divenire esempio che porta i sottomessi a massacrare i carcerieri: i ragazzi reclusi, ridotti a veri e propri morti viventi, si vendicano della propria "madre" e ritrovano la libertà; e che, in un secondo momento, distrugge il giogo dei padroni sulla comunità, ridando a questa quel capitale ingiustamente sottrattole.




L'umorismo, più che stemperare la tensione, serve a deformare ulteriormente personaggi e situazioni, virando tutto verso un grottesco malato; come l'uso del costume sadomaso di Papi, talmente sopra le righe da non essere inquietante, ma lo stesso disturbante; o le folli corse tra le intercapedini ed i condotti di aerazione ricoperte di trappole, passaggi segreti e trabocchetti, marchio di fabbrica dell'autore che qui diviene definitivamente parte integrante della storia e che spesso culminano in una violenza cartoonesca, per quanto viscerale.




Ed è forse l'abuso del registro comico a castrare in parte le intenzioni di Craven; si resta fin troppo spiazzati dalle gag, dalle espressioni stralunate di Everett McGill che riceve botte in testa o dalle battute stile macho di Grullo; per quanto simpatico, il tono strampalato porta ad un allontanamento della materia narrata a tratti troppo marcato.
Ma al di là di tale freddezza, Craven riesce lo stesso ad intessere una storia che intrattiene e che riesce davvero ad imporsi come ottima metafora sociale, prova di come il suo talento sia ancora forte, nonostante l'altalenante esito della sua carriera.

lunedì 23 ottobre 2017

It

di Andy Muschietti.

con: Bill Skarsgaard, Jaeden Lieberher, Sophia Lillis, Finn Wolfhard, Jeremy Ray Taylor, Wyatt Oleff, Jack Dylan Grazer, Chosen Jacobs, Nicholas Hamilton.

Horror

Usa 2017

















---CONTIENE SPOILER---


Nella sua oramai ultraquarantennale carriera, Stephen King ha scritto circa 50 romanzi (più altri 7 con lo pseudonimo di Richard Bachman), una decina di raccolte di racconti, un pugno di ebook e circa 6 saggi sul mestiere di scrivere. Si può dire tranquillamente che abbia scritto anche troppo.
Il che è anche più vero quando, messi da parte i meri numeri, si tiene conto della qualità dei suoi libri. Gli esordi sfavillanti sono intoccabili, la qualità delle sue storie è sempre stata medio-alta (persino nella lunga serie de "La Torre Nera"), almeno fino ai primi anni 2000; dopodicché, complice anche i postumi per il terribile incidente che lo colpì nell'estate del 1999, le sue storie sono divenute spesso ridondanti, quando non insipide, inutili o semplicemente brutte, come nei casi di "L'Acchiappasogni" e "Doctor Sleep".
Eppure, non si può negare come esista un gruppo di romanzi di King che ogni amante dell'orrore dovrebbe leggere; ed anzi, forse tutti dovrebbero leggere; sono questi il mitico "Le Notti di Salem", "L'Ombra dello Scorpione" (che ben potrebbe ambire al titolo di suo miglior romanzo e capolavoro tout court) ed ovviamente quella che forse la sua opera più famosa e per certi versi rappresentativa: "It".




Scritto tra il 1980 ed il 1985, "It" è l'horror definitivo di King, nel quale confluiscono la sua passione per i mostri, quella per lo spaccato umano di una comunità affetta da un "male" di origine sovrannaturale, la descrizione del passaggio dall'infanzia all'adolescenza (già splendidamente descritto in "The Body", racconto alla base di "Stand by Me- Ricordo di un'estate"), l'omaggio agli orrori cosmici di H.P. Lovecraft ed uno spiccato senso per la tensione. Il tutto in un racconto magmatico di circa 1300 pagine, scritto in un periodo caotico della sua vita, durante il quale la dipendenza da alcool e cocaina raggiunse il suo culmine.
Si può dire con un pò di malizia come la mole di personaggi, descrizioni e sottotrame presenti nel libro possono essere solo il frutto di un delirio. E forse si sarebbe in ragione: la passione di King per l'accumulo di personaggi e situazioni è in "It" a tratti sfiancante; davvero troppe le pagine dedicate agli "interludi", utili ad ampliare lo spettro della narrazione riportando episodi del passato dell'immaginaria cittadina di Derry, dove spesso per molte pagine (a volte anche più di 50) la narrazione principale si interrompe per concentrarsi su quella di fatti che a stento si ricollegano al gruppo di protagonisti ed alle loro azioni. Così come è delirante l'ossessione per la caratterizzazione estrema di ogni singolo personaggio che viene presentato: ogni comparsa ha un suo arco narrativo, talvolta del tutto inutile ai fini della trama, usato per creare tensione o, ancora, per allargare artificialmente la grandezza della tela sulla quale la storia viene impressa.




Ancora più evidente, è il delirio dato dalla ripresa di una mitologia para-lovecraftiana, che però non ha un grammo del fascino dei racconti dello scrittore di Providence. Una volta giunti all'ultimo (duplice) atto, la creatura di "It" si rivela come un essere cosmico, giunto nella nostra dimensione da un'altra (da qui il collegamento con la serie de "La Torre Nera", dove un essere a lui simile, chiamato "Dandelo", appariva poco prima del finale) con lo scopo di divorare il nostro mondo, ma chissà per quale motivo si accontenta di cenare solo con la cittadina di Derry; un essere che si risveglia ogni 27 anni circa per mangiare, appunto, carne umana, in particolare quella dei bambini, poiché la paura rende più saporita la carne degli uomini e i bambini sono più facili da spaventare. Un essere di puro male, al quale si contrappone un altro essere, presente ancora prima del Big Bang: una tartaruga cosmica (Maturin, la guardiana del Vettore su cui Roland ed il suo ka-tet si incamminano) che è invece puro bene.
Mitologia ad un passo del ridicolo, un pò per i riferimenti faunistici, un pò per la mancanza di una vera visionarietà, una vera "vena di follia" che la renda davvero affascinante. Follia che però viene riversata nello scontro tra i ragazzi/adulti con l'entità malvagia, talmente delirante da sembrare uscito da un film horror psichedelico anni '70. Senza contare come, ad un certo punto, King decida di affossare tono e stile descrivendo una delle scene di maggior cattivo gusto che si possa immaginare: un'orgia tra pre-adolescenti in una fogna.
E' dunque "It" un romanzo sopravvaluto? Uno scritto in realtà mediocre che deve la sua fortuna solo al nome del suo autore? Assolutamente no.





Tolta la rivelazione sulla vera identità del mostro, la cosmogonia e l'inutile (e a dir poco vomitevole) scena dell' "orgia preadolescenziale" che fa da improponibile catarsi, la storia di Pennywise il Clown ed il gruppo dei Perdenti è a dir poco affascinate; e lo stile magmatico ma fluido della scrittura di King riesce a rendere la lettura avvincente, oltre che dannatamente disturbante.
Al di là dell'orrore che racconta, al suo nocciolo, "It" è la storia di un gruppo di ragazzi chiamati a divenire anzitempo uomini, a confrontarsi con un male la cui natura è sicuramente sovrannaturale, ma le cui azioni sono dannatamente terrene: un assassino di bambini, un uccisore di quell'innocenza che loro stessi devono perdere per sopravvivere. Un confronto, questo, che i ragazzini vincono trovando quel coraggio necessario ad affrontare le loro paure (Pennywise assume le forme della paura più inconscia di ciascuno di loro); coraggio che si materializza tramite la forza della fede in sé stessi: il potere di It risiede nella convinzione del suo potere (lo stesso termine "it" si riferisce ad una paura ed irrazionale verso qualcosa di oscuro, di ignoto, che non ha una forma precisa ma che è lo stesso avvertibile nella propria mente), cosicché l'unica vera arma da usare contro di lui viene data dalla distruzione di quella paura che incute tramite la fiducia in sé stessi, nei propri compagni e nella ridicolizzazione di quel male che, una volta spogliato di quella sua carica intimidatoria, non ha più potere alcuno.
Affrontato faccia a faccia quel male supremo, i ragazzi divengono uomini, coscienti di quel male che affligge l'intera città (società) in cui sono cresciuti. E 27 anni dopo, da adulti, sono chiamati a affrontare nuovamente quel passato rimosso, a riprendere coscienza di un episodio fondamentale per la loro formazione, a riguadagnare quella coscienza del male che li aveva resi adulti da una nuova angolazione, per poter definitivamente chiudere i conti con la propria infanzia.




La descrizione dei sette protagonisti è certosina, complessa e perfettamente riuscita. Bill Denbrough, fratello del piccolo Georgie, ossia la prima vittima del mostro che viene mostrata nel racconto, è un protagonista affascinante, un ragazzetto comune (poi adulto in realtà insicuro) che però viene idealizzato dai suoi compagni e che per questo riesce ad avere la forza di opporsi agli eventi orrorifici di cui è suo malgrado protagonista; allo stesso modo affascinanti sono Ben Hanscom, il "ciccione" dal cuore grande e dal cervello fino, la maschiaccia Beverly Marsh, il realtà dolce ed amorevole, ma anche dura come una roccia; Richie Tozier, il buffone la cui forza d'animo è però essenziale; Eddie Kaspbrak, in apparenza il più debole, ma anche lui dotato di una volontà ferrea; poi Mike Hanlon, ragazzo di colore in una cittadina di soli bianchi la cui caparbietà è pari solo alla sua intelligenza; e Stan Uris, il vero anello debole, che pur annegando nella paura riesce a combatterla e sconfiggerla.
Magnifica è anche la descrizione (ancora, talvolta fin troppo accurata) di una cittadina, Derry appunto, ormai totalmente asservita al Male, dove la violenza e la sopraffazione sono superate solo dal conformismo, dallo spirito menefreghista che porta gli abitanti ad ignorare i fatti orribili che ciclicamente avvengono per le sue strade e a rintanarsi vigliaccamente nelle proprie case.
Perfettamente riuscita è l'atmosfera malata che avvolge gli eventi, dove un sentimento costante di paura attanaglia i personaggi e con loro il lettore; in un mondo dove il confine tra realtà ed allucinazione è labilissimo, dove la fantasia e la forza d'animo sono le uniche armi per contrastare il mostro, il lettore è costantemente chiamato a domandarsi quanto di quello che viene narrato sia vero, quanto sia frutto della "malia" di It; assistendo sempre ad immagini, descritte sin nei minimi particolari, nelle quali King fa confluire tutto il suo gusto per la cattiveria e per lo splatter, rese ancora più disturbanti a causa dell'età infantile delle vittime.
Un racconto dove la situazione orrorifica presentata di volta in volta non è mai uguale a quanto visto in precedenza; King, d'altro canto, è sempre stato chiaro sulle intenzioni alla base del romanzo: riunire in un unico racconto tutti i suoi mostri preferiti, basati sulle sue esperienze al cinema; ecco dunque It abbandonare le vesti di clown quando deve uccidere per assumere le forme, ben più spaventevoli agli occhi dei personaggi, di un licantropo, della mummia, di un vampiro con lamette al posto delle fauci, del mostro di Frankenstein e della creatura della Laguna Nera; ma, anche al di là dei riferimenti filmici, le fattezze, ben più inquietanti, di un barbone sifilitico, di una mefistofelica strega di Hansel e Gretel e di uno stormo di sanguisughe volanti, in una varietà sempre fresca e spiazzante.
Il successo ed il blasone del romanzo sono quindi più che meritati: tolte alcune lungaggini e cadute di stile, "It" è davvero un piccolo capolavoro di narrativa di genere.




Nonostante lo status di best-seller già conquistato negli anni '80, la notorietà della creatura di King è però dovuta, guarda caso, ad una sua prima trasposizione audiovisiva, che come da tradizione ha dato ulteriore lustro al romanzo; caso strano per l'epoca, questa prima trasposizione di "It" non è stata un'opera destinata alle sale cinematografiche, bensì una miniserie televisiva prodotta dalla Warner Bros. Television; scelta forse dovuta alla mole del romanzo, che meglio si adattava ai tempi di trasmissione: due episodi di 90 minuti circa ciascuno. E nonostante lo scarso budget, i limiti dovuti alla censura televisiva dell'epoca (i tempi dell'eros spinto e dello splatter gettati in faccia allo spettatore di "Game of Thrones" erano lontani anni luce, sopratutto quando si tiene conto che l'emittente che ospitava la serie non era via cavo) e alle ristrettezze di visione proprie delle produzioni televisive dell'epoca, la miniserie di "It" resta un adattamento riuscito e molto fedele alla fonte letteraria, invecchiato persino meglio di quanto si possa pensare.




Merito, anzitutto, della regia di Tommy Lee Wallece (ma inizialmente al timone dell'opera doveva esserci niente meno che George A.Romero), il quale, proveniente dal mondo del cinema, imprime alla narrazione televisiva quella dinamicità che all'epoca mancava; movimenti di macchina fluidi, ritmo incalzante e, sopratutto, una fotografia curatissima, che cita persino il gotico baviano classico nella fase finale; Wallace riesce a creare un'atmosfera da incubo pur ambientando tutto il racconto in pieno giorno e trova in Tim Curry un Pennywise semplicemente perfetto. L'istrionismo del grande attore britannico si colora di una luce sinistra, apertamente inquietante: il suo ghigno satanico, la sua voce melliflua, i suoi lineamenti mostruosi si sposano perfettamente con un make-up che è invece "classico", laddove non ricerca un'iconografia strettamente orrorifica; Pennywise inquieta proprio a causa della sua apparenza da clown "normale", sotto la quale Curry riesce a far emergere con livore una carica disturbante a dir poco prorompente.




Non è da meno il resto del cast, tra i quali figurano volti noti della televisione e del cinema quali il compianto John Ritter nei panni di Ben Hanscom da adulto, la bellissima Annette O'Toole in quelli di Beverly Marsh, Olivia Hussey ed un giovanissimo Seth Green semplicemente perfetto nei panni di Richie "boccaccia" Tozier. Senza contare un altro compianto interprete, Joanthan Brandis, il vero "bambino prodigio" degli anni '90, poi suicidatosi a soli 27 anni nel 2003, il quale interpreta il giovane Bill Danbrough con un trasporto eccezionale.




Una miniserie che ha davvero fatto la storia della cultura popolare e non solo; a seguito della sua prima trasmissione in prima serata nel 1990 (in Italia arrivò un paio di anni dopo, trasmessa sempre in prime time da Canale 5, riscuotendo equanime successo), i casi di coulorofobia infantile si sono centuplicati: la fobia dei clown è divenuta una vera e propria epidemia presso i giovanissimi spettatori che hanno inavvertitamente deciso di guardare un prodotto a loro non destinato; persino qui in Italia, un'intera generazione, quella nata nella seconda metà degli anni '80, ha cominciato a soffrire di fobia dei pagliacci dopo aver visto Tim Curry in azione sul piccolo schermo.
Ma, ancora di più, è stato grazie a questo primo exploit se Pennywise è riuscito a divenire, in pochissimo tempo, una delle maschere horror più famose, apprezzate ed immediatamente riconoscibili, al pari di Freddy Krueger, Jason Voorhees e Michael Myers.




Nonostante la lunga durata, la miniserie si prende alcune libertà con il testo originario. Alcuni personaggi hanno diversi background: Ben è ora un orfano di padre, che viene avvicinato da It sotto le spoglie del defunto genitore; Stan Uris è un boy-scout... ebreo, se mai una cosa del genere sia possibile; Eddie, qui soprannominato "spaghetti" da Richie, sempre sottomesso all'ingombrante figura materna, anche da adulto vi resta legato e persino vergine. Molte sottotrame sono state eliminate, come quelle sul passato di Derry o su Patrick Hockstedder; così come lo scontro con It è semplicemente fisico: il "rito di Chud" che porta Billy e Richie ad incontrare la vera entità che si cela dietro il corpo aracniforme non trova equivalente su schermo, a causa dell'estrema complessità visiva nella messa in scena che avrebbe richiesto, troppo per una produzione televisiva dal budget medio.
Nota dolente sono, immancabilmente, gli effetti visivi; invecchiati malissimo, pur se curati dalla mitica Fantasy II che già aveva lavorato al "Termiantor" di Cameron, si compongono di scarnissime animazioni passo-uno, fuori tempo massimo e, a causa del budget ristretto, davvero poco convincenti.
Eppure, se si riesce ad andare al di là dei limiti tecnici, ancora oggi la carica visionaria ed orrorifica di questa piccola miniserie è apprezzabilissima; il che la rende una visione, se non propriamente obbligatoria, quanto meno piacevole.




Ed in un periodo in cui ad Hollywood ogni brand ed ogni pellicola cult viene "rigenerata" per poter essere rivenduta al pubblico, una nuova trasposizione di "It" era solo una questione di tempo.
I progetti per un adattamento cinematografico vero e proprio iniziarono già verso il 2010, ma solo un paio d'anni fa il film è entrato in fase produttiva vera e propria. Al timone era stato inizialmente scelto Cary Fukanaga, che, reduce dal successo della prima stagione di "True Detective", aveva cominciato la pre-produzione compiendo una scelta di cast inedita e spiazzante: il giovane Will Poulter come Pennywise, sostituto a sorpresa della favorita Tilda Swinton (e resta l'amaro in bocca se si pensa a cosa avrebbe potuto fare un'attrice del suo calibro in un ruolo del genere).
Ma a causa di vicissitudini produttive, dovute principalmente al budget stanziato, il film ha perso non solo il suo autore, ma anche il suo protagonista, sostituiti da Andreas Muschietti e da Bill Skarsgaard.
Il tocco di Muschietti. qui al suo secondo lungometraggio dopo "La Madre", sembra però essere stato in parte propizio: è stata sua l'idea di creare un film che adattasse solo la prima parte del romanzo, quella con i protagonisti ancora pre-adolescenti, che condensasse tutta la narrazione che riguarda la prima parte della storia, lasciando il resto ad un ipotetico seguito. Così come sua è stata l'idea, vincente, di aggiornare il tempo della storia, che passa dalla fine degli anni '50 alla fine degli anni '80; scelta probabilmente dettata dalla moda del revival post "Stranger Things" e "Super 8" (acuita dalla presenza di Finn Wolfhard nei panni di Richie), che tuttavia si rivela azzeccata. Meno felice è tuttavia la riuscita generale del film, che pur giocando bene con il materiale di partenza finisce per sprecare più di un'occasione.



L'opera di adattamento, innanzitutto, è alquanto bislacca. Le linee generali della storia, tutti i personaggi più importanti, così come le tematiche e le scene clou sono rimaste pressocché intatte; torna l'iconica scena della pioggia di sangue nel bagno di Bev, alla quale viene aggiunto il dettaglio dei capelli posseduti che cercano di strozzarla; così come l'incipit è una trasposizione quasi parola per parola del primo incontro tra Pennywise e Georgie. Ma, al di là del decennio in cui viene ambientata, il resto della trama si discosta molto dalle pagine di King.
Non ci sono riferimenti alla natura "lovecraftiana" di Pennywise, né viene detto esplicitamente come sia la forza dell'immaginazione a distruggerlo (non si capisce, di conseguenza, come faccia Bill a ferirlo con una pistola scarica), tantomeno riferimenti espliciti alla Tartaruga; la natura mutaforme del mostro viene enfatizzata ancora meno che nella miniserie del '90, anche se fa la sua comparsa l'incarnazione del barbone sifilitico che perseguita Eddie; viene inoltre aggiunta un'altra incarnazione, inedita, quella della donna di un quadro stilizzato che perseguita Stan; dei mostri "classici", invece, non c'è quasi traccia, esclusa una fugace apparizione della Mummia nel finale.
Alcuni passaggi della storia sono stati eliminati, nonostante la lunga durata, altri semplificati; non c'è più la sequenza del cinema con la conseguente lotta con i bulli, nè tutta la parte dedicata alle escursioni nei barren.



Anche la caratterizzazione dei personaggi è stata in parte stravolta; Bill, Eddie, Richie e Bev sono bene o male gli stessi che apparivano nel romanzo e nella miniserie; ma, non si capisce per quale motivo, Ben sia divenuto lo studioso che spiega tutta la storia di Derry e dell'influenza nefasta di Pennywise; di conseguenza, il personaggio di Mike, ora orfano che lavora in un mattatoio, è un vero e proprio foglio bianco, privo di peso e di una vera caratterizzazione, una sorta di "token black guy" messo nel gruppo tanto per.
Diverse sono anche le fobie di alcuni dei Perdenti. Richie soffre ora di coulorofobia, con tanto di omaggio seminascosto, in una sua visione, al Pennywise di Tim Curry; Mike rivede l'incendio che ha ucciso i genitori, mentre Stan è perseguitato dalla visione del quadro.
Anche il personaggio di Bill ha un arco diverso; sempre leader suo malgrado e membro più coraggioso del gruppo, è ossessionato dal ritrovare il fratellino, che crede ancora in vita, piuttosto che vendicarsi di chi lo ha ucciso; più stretto e romantico è anche il suo rapporto con Bev, a discapito del povero Ben.



Differenze a parte, a non funzionare del tutto nell'adattamento è l'arco evolutivo dei personaggi; se Bill, Ben e Bev riescono davvero a crescere e ad affrontare le loro paure confrontandosi con il Clown, gli altri Perdenti fanno quasi da spalla, con tanto di linea comica spezzatensione cucita addosso a Richie. L'ensamble funziona solo in parte e l'aver alleggerito i toni non sempre paga: il costante spezzare la tensione stempera troppo l'atmosfera in teoria cupa ed opprimente.
Per cercare lo spavento, Muschietti opta per la via più semplice e ricorre costantemente ai jump-scare, rendendo presto prevedibile l'entrata in scena del mostro e poco iusciti quando basati sui semplici primi piani delle creature; ma, prevedibilità a parte, molti si rivelano azzeccati; la bella fotografia e l'uso di scenografie ed location aride e desolate, sottolineate da una colonna sonora d'antan azzeccatissima, riescono lo stesso a creare una buona atmosfera, sempre sottilmente inquietante.



La parte del leone, alla fine, la fa però lui, Pennywise, che Bill Skarsgaard interpreta con piglio molto meno istrionico rispetto a Curry. Non più un Freddy Krueger dal naso rosso, il clown assassino è ora una creatura sottilmente inquietante, che fa dei tic e della voce buffa un perfetto strumento di spavento; azzeccato anche il suo design, che si rifà ai clown sette-ottocenteschi, più inquietanti di quello moderni, così come la trovata di dotarlo di fauci disumane, che lo rendono ancora più mostruoso.



Nonostante la lunga durata, l' "It" di Muschietti riesce a non annoiare; le cadute di stile non mancano e storia e personaggi avrebbero potuto rendere meglio in un lungometraggio. Ma anche così, questo adattamento parziale del fluviale romanzo di King resta un piccolo horror divertente, anche se un pò goffo.

sabato 21 ottobre 2017

Il Serpente e l'Arcobaleno

The Serpent and the Rainbow

di Wes Craven.

con: Bill Pullman, Cathy Tyson, Zakes Mokae, Michael Gough, Paul Winfield, Brent Jennings, Conrad Roberts.

Usa 1988


















Ottenuto lo status di Re dell'horror grazie al successo planetario di "Nightmare- Dal Profondo della Notte", Wes Craven non è riuscito, nel momento immediatamente successivo della sua carriera, a creare opere che fossero all'altezza del suo nome. Il sequel al suo cult del 1977, "Le Colline hanno gli Occhi II", uscito quasi in contemporanea con "Nightmare", si è presto rivelato uno degli esiti peggiori della sua carriera, un film fiacco e poco ispirato; il successivo "Dovevi essere morta", concepito come una sorta di love-story horror echeggiante il mito di Frankestein, è stato letteralmente sabotato dalla produzione per divenire un horror più convenzionale e decisamente malriuscito; senza contare i pessimi exploit televisivi di "Invito all'Inferno" e "Sonno di Ghiaccio".
Ma nel 1988 a Craven capita il giusto progetto per un rilancio, che gli permette anche di sperimentare con il registro orrorifico sovvertendone schematismi e luoghi comuni; "Il Serpente e l'Arcobaleno" è infatti un film scostante, che vive di due anime apparentemente inconciliabili, ossia la fascinazione per il sovrannaturale e la predilezione per il pragmatismo scientifico; giustapponendo questi due mondi, il cielo e la terra simboleggiati dal titolo, Craven crea un film anticonvenzionale e convincente, che immerge lo spettatore nel mondo degli zombi senza scadere nelle solite trappole del filone.



La trama è una versione romanzata del libro omonimo scritto da Wade Davis nel 1985. Antropologo di Harvard di origine canadese, Davis ha condotto una serie di ricerche ad Haiti per cercare di svelare il mistero sui morti viventi, basandosi sul racconto di un uomo apparentemente resuscitato a sette anni dalla sua morte. La ricerca ha portato alla scoperta di una tossina presente nella "polvere" usata per i malefici dagli stregoni vodoo, derivata in parte dal veleno del pesce palla, che agirebbe come un potente anestetico in grado di addormentare il corpo delle vittime, lasciando tuttavia il cervello attivo ed il sistema sensoriale iperstimolato, per un periodo di tempo di circa 12 ore; i non-morti della tradizione altro non sarebbero che soggetti caduti in una sorta di coma farmacologico e successivamente traumatizzati dalla coscienza dell'esperienza di morte apparente.
Ricerca i cui risultati sono stati in realtà fortemente contestati in sede accademica, ma che risulta tutt'oggi di grandissimo fascino. Nel portare in scena l'esperienza di Davis, ribattezzato in sede di script con il nome di fantasia "Dennis Alan" ed interpretato su schermo da un convincente Bill Pullman, Craven ne intreccia le ricerca con lo spaccato della società haitiana degli ultimi anni della sanguinaria dittatura di Jean-Claude "Bebe Doc" Duvallier.




Veri antagonisti nella storia non sono i non morti, né i "loa", gli spiriti dei defunti, bensì i Tom Tom Macute, gli stregoni componenti la polizia segreta dell'epoca, che usavano la polvere per eliminare e manipolare gli oppositori politici del regime; minaccia incarnata dal personaggio di Peytraud (Zakes Mokae), alla quale è contrapposto quello di Lucien Celine (Paul Winifield), incarnazione della tradizione arcana e più benigna del vodoo.
Nel mezzo a queste forze, immerso in un contesto a lui estraneo, Alan è il punto di vista dello spettatore medio; ateo, credente solo nella scienza (nel solo serpente, che di fatto gli appare costantemente in sogno minacciando di distruggerlo), si trova del tutto spiazzato in un mondo dai colori vividi e pulsanti (la fotografia enfatizza a dovere gli abiti vivaci degli haitiani), dove la spiritualità trasuda da ogni contesto, persino quello più materiale.




La forza de "Il Serpente e l'Arcobaleno" risiede proprio nel contrasto, nello scontro tra un punto di vista materiale su di un mondo pullulante di suggestioni metafisiche, dove il confine tra vita e morte, tra Terra e Cielo, è labilissimo, dove il Cattolicesimo convive con i culti pagani (anche mediante la semplice mistificazione della santeria, che però non sminuisce la carica del fenomeno religioso). Un mondo minacciato e letteralmente ucciso proprio da quella materialità che Davis propugna; i Tom Tom Macute sono semplici uomini, usurpatori del potere dei loa; mentre i non-morti, gli spiriti catturati (non conta se per davvero o solo per pura manipolazione psicologica  della popolazione) sono le vittime. Un orrore nuovamente materiale, dove la paura più grande non è data dalla morte, ma dall'essere seppelliti vivi, dal perdere il contatto con la realtà, dall'essere privati di quella spiritualità che rende davvero liberi.




Davis effettua così un viaggio verso quel mondo spirituale del quale sottovalutava l'esistenza, per venirne letteralmente risucchiato; benché le visioni e gli incubi a cui assiste potrebbero essere spiegati con lo stato di suggestione ed alterazione mentale al quale è sempre sottoposto, Craven spinge lo stesso il pedale sul fantastico, limitando però l'uso di effetti speciali praticamente al solo ultimo atto, dove si diverte a creare nuove visioni da incubo simili a quelle dell'universo del suo Fred Krueger. Ed inscenando un confronto con il villain un pò forzato, fuori luogo in un film che trova nella sua forza proprio nella costante contestazione della sospensione dell'incredulità.




Ma la capacità di fondere due registri antitetici in modo pressocché convincente ed il fascino della storia di Wade Davis rendono  lo stesso "Il Serpente e l'Arcobaleno" uno degli esiti migliori del cinema di Wes Craven; un film orgogliosamente anticonvenzionale, che arranca un pò nel finale, ma che riesce lo stesso ad imporsi come una visione obbligatoria tra le opere del compianto cineasta.

venerdì 20 ottobre 2017

R.I.P. Umberto Lenzi



1931-2017


Ricordarlo come il regista di filmacci quali "Demoni 3", "La Casa 3" o "Incubo sulla Città Contaminata" non gli renderebbe affatto giustizia. Perché Umberto Lenzi è stato, prima e sopratutto, uno dei più grandi mestieranti del cinema italiano. Quando anche la Penisola conosceva un'industria filmica vera e propria, Lenzi era in grado di spaziare tra tutti i generi e sottogeneri: dal cinema d'avventura (il mitico "Sandokan la Tigre di Mompracem") al thriller ("Orgasmo" e ""Sette Orchidee macchiate di Rosso"), dal poliziottesco ("Milano odia: la Polizia non può sparare") sino ad anticipare il cannibal movie con "Il Paese del Sesso Selvaggio".
Con lui se ne va uno degli ultimi pezzi di quella stagione in cui l'Italia era davvero una terra di cinema; anche a prescindere dall'effettivo valore dei suoi film.

giovedì 19 ottobre 2017

Il Tunnel dell'Orrore

The Funhouse

di Tobe Hooper.

con: Elizabeth Berridge, Kevin Conway, Shawn Carson, Jack McDermott, Wayne Doba, Sylvia Miles, William Finley, Cooper Huckbee, Largo Woodruff, Miles Chapin.

Horror

Usa 1981















---CONTIENE SPOILER---

I contrasti con i produttori hanno sempre e per sempre danneggiato la carriera di Tobe Hooper; anche all'indomani dell'ottimo successo di quel "Eaten Alive" sottrattogli verso la fine delle riprese, Hooper si vede costretto ad abbandonare nuovamente un set, quello di "The Dark", horror sovrannaturale che Dick Clark decide di trasformare in fantahorror a riprese già avviate, causando le furie dell'autore e trasformando il film in un pastrocchio senza né capo nè coda.
Bisogna quindi aspettare il 1981 per vedere un nuovo film di Hooper nelle sale, uno dove ha avuto pressoché il pieno controllo; e la data è fatidica: il filone slasher, che lui stesso aveva in parte anticipato con "The Texas Chainsaw Massacre", è al culmine della fama grazie ai successi di "Halloween" e "Venerdì 13", i cui primi seguiti escono quello stesso anno. Lo script di "The Funhouse" è, alla base, nulla più di classico horror sequenziale, con il canonico gruppo di teen-ager in un contesto ostile (in questo caso un sinistro luna park) ed alle prese con un mostro. Ma ad Hooper non interessa perorare quei luoghi comuni e quegli stereotipi da lui stesso in parte coniati e, con un controllo maggiore in sede di produzione riesce ad evitare molte delle trappole proprie del filone e ad iniettare nel film un'anima cinefila ed un forte tocco di empatia verso il mostro, creando uno degli horror più interessanti e riusciti del decennio.




Fin dall'incipit, Hooper è chiaro: quello a cui assisteremo non sarà un canonico slasher; alternando un piano sequenza in soggettiva ad una scena di nudo della bellissima protagonista Elizabeth Berridge (che comparirà in "Amadeus" per poi eclissarsi, nonostante le ottime doti recitative), costruisce una vera e propria parodia del filone; il killer con i guanti neri, reminiscenza di quel "giallo movies" a cui lo slasher tanto deve, la maschera che copre parte della visuale come nel capolavoro di Carpenter e poi l'omicidio nella doccia, la cui costruzione riprende inquadratura per inquadratura quello di "Psycho" del maestro Alfred Hitchcock, ossia colui che assieme a Mario Bava è il padre putativo dell'horror degli anni '70 e '80.
Solo che questa volta, il ragazzino armato di coltello non è un assassino, ma un burlone che si diverte a tirare un brutto scherzo alla sorella; e che come Jamie Lee Curtis si chiude in un armadio solo per essere braccato e ricevere un sonoro rimprovero.
Sempre nella prima scena, "The Funhouse" introduce quella che sarà la maschera ricorrente del film; con un tocco post-modernista in largo anticipo sui tempi, Hooper riprende un classico, il "Frankenstein" di James Whale e ne eleva la creatura a feticcio.




Anche qui il mostro è generato da un folle; e come Leatherface è figlio dell'America ignorante e violenta, per di più nato probabilmente dall'incesto: i suoi lineamenti animaleschi ricordano quelli degli inbread dell'America più rivoltante. Ma questa creatura, sprovvista persino di un nome, individuata nei titoli semplicemente come "the monster", non l'incarnazione di una violenza atavica, ma quella dell'intolleranza altrui. Prima fra tutte, quella del padre (il caratterista Kevin Conway, che interpreta anche tutti gli altri imbonitori del luna park), che lo picchia e lo insulta ogni volta che ne ha la possibilità, benché provi lo stesso affetto nei suoi confronti; poi quella della fattucchiera Madame Zena (Sylvia Miles), che lo circuisce con la promessa del sesso solo per derubarlo; la violenza che avvia la sequenza di morti è iraconda, quasi involontaria; e verso questo mostro sofferente non si può che provare pena, oltre che orrore; tanto che Hooper, nel finale, estremizza i toni e ne trasforma la dipartita in un vero e proprio circo dell'orrore, dove la violenza viene esasperata e la tempistica dilatata al fine di rendere la visione ancora più dolorosa, persino di quella delle vittime, dei giovani che, di fatto, trapassano tutti fuori schermo.




Ragazzi la cui caratterizzazione, pur basica, sfugge a quegli stereotipi che di lì a poco diverranno marchio di fabbrica dello slasher (la final girl vergine, il duro, il fattone, il nerd e la troietta): il loro ruolo negli eventi sovverte quello che dovrebbe il loro carattere, riuscendo a spiazzare. La final girl Amy è si illibata, ma alla fine non trova la forza per uccidere il mostro, la cui morte avviene per puro accidente; la più libertina Liz, bionda d'ordinanza, non è in fondo cattiva e si rivela davvero innamorata del suo accompagnatore; il duro Buzz viene introdotto come un personaggio intollerante ed ai limiti dell'antipatia, solo per rivelarsi perfetto maschio alfa, che però cede al confronto con quello che è il vero villain, il padre della creatura; ed il simpaticone Richie si rivela un cleptomane dall'avidità spietata, che muore facendo volare quel denaro tanto rapacemente ed ottusamente inseguito nel bel mezzo dell'incubo.




L'ambientazione permette ad Hooper di dar sfogo alla sua fantasia, di intessere un'atmosfera simile a quella di "Eaten Alive", ma virata verso il gotico onirico più che al lisergico; la fonte di ispirazione, ovviamente, è il gotico baviano, con luci verdi, rosse e rosa, colori accesi e pulsanti che donano un'aura ancora più sinistra alle scenografie.
Ambientazione che permette anche di esplorare un'altra paura inconscia, questa volta totalmente moderna, quella del bizzarro che si cela dietro ai luoghi di divertimento, a questi strambi circhi costellati da freak e loschi figuri; il luna park di "The Funhouse" è una sorta di versione deviata del circo di Chaplin, dove al posto del dramma si cela un orrore al solito terreno, eppure ineludibile. Un luogo pregno di un che sinistro anche quando l'orrore non ha ancora preso piede: c'è sempre qualcosa di sbagliato, di fuori luogo tra quei tendoni, qualcosa pronto a spaventare o a spiazzare, anche quando si rivela semplicemente essere un barbone o una vecchia megera.
E se l'atmosfera è, come da manuale, da metà film in poi cupa ed opprimente, l'uso dei jump-scare è semplicemente magistrale; piuttosto che usare finti sussulti, Hooper opta per vere minacce, salvo che in un paio di occasioni; le apparizioni a sorpresa del mostro sono sempre ben congegnate e colpiscono sempre nel segno.




Con la sua originalità e la perfetta esecuzione, "The Funhouse"  è uno dei film più riusciti di Hooper; una sorta di anti-slasher che meriterebbe più attenzione da parte dei patiti del cinema del terrore; lo status di piccolo cult, in fondo, gli calza fin troppo stretto.