mercoledì 10 gennaio 2018

Lady Bird

di Greta Gerwig.

con: Saoirse Ronan, Laurie Metcalf, Tracy Letts, Lucas Hedges, Lois Smith, Timotheè Chalamant.

Usa 2017





















Il film dell'anno 2017 è, almeno per la critica, "Lady Bird", che con quel suo titanico 99% su Rottentoamtoes è stato consacrato come l'opera più importante di questa stagione; senza contare i recenti riconoscimenti che ha ricevuto ai Golden Globes: miglior attrice alla sempre ottima Saoirse Ronan e miglior commedia, tra gli altri.
Opera prima di Greta Gerwig, che scrive e dirige il tutto da vera autrice, "Lady Bird" è una storia vista e stravista: giovane adolescente nata e cresciuta in un ambiente chiuso e bigotto, incompresa ed in rotta di collisione con l'intero mondo, sogna la grande città ed un avvenire di successo lontano dal nido; ciò che convince, per fortuna, è il risvolto finale della storia e, in parte, il tono con cui tutto viene narrato, che finiscono per rendere questo esordio d'autrice quanto meno digeribile.




Musa di Noah Baumbach, la Gerwig viene da quel cinema mumblecore che da qualche anno sembra finalmente essere stato disincrostato dalla scena indie americana; ma nel suo film, di quel piccolo e sopravvalutato movimento, porta poco o nulla, giusto il gusto che un'estetica hipster ed il registro dimesso; nessuna improvvisazione, nè citazioni snob, per quanto il film sia un indie al 100%.
Anzi, tutto in "Lady Bird" potrebbe far pensare ad una decostruzione del mumblecore; anche al di là dell'abbandono di alcuni tratti essenziali di quel modo di fare cinema, a colpire è già la storia in sè stessa, che pur partendo e sviluppandosi da luoghi comuni, finisce per arrivare ad una risoluzione decisamente inedita, dove la protagonista realizza quanto tenesse a quella Sacramento tanto disprezzata.




Perchè la Lady Bird del titolo, pseudonimo voluto da Christine al posto del suo nome cattolico, è un personaggio che trasuda stereotipi del cinema americano: capelli tinti come forma inutile di affermazione anticonformista, rabbia verso una figura materna passivo-aggressiva mal sopportata, passione sfrenata per la cultura europea ed una migliore amica brutta ma dal cuore d'oro.
E' il suo percorso, semmai, a colpire: alla fine del suo viaggio, torna idealmente indietro, riscopre il sentimento affettivo verso tutto quello che ha lasciato alle spalle e giunge ad una riconciliazione totalizzante, sia verso l'antipatica madre, sia verso quell'educazione cattolica tanto vituperata.




Allo stesso tempo, il modo in cui la Gerwig si avvicina al personaggio è ambivalente; da un lato vi è una forma di affetto verso questa ragazza vicinissima alla sua esperienza personale, dall'altra una forma di distacco che ne condanna lo snobbismo spicciolo, quasi a criticare il compiacimento di tanto cinema hipster del quale lei stessa è stata volto riconoscibile.
A non convincere, di conseguenza, non è lo script, che pur si affida sin troppo a formule collaudate, quanto la messa in scena, priva di mordente.




La Gerwig si affida troppo alla scrittura, troppo poco alle immagini; pur sapendo creare inquadrature degne di nota (i carrelli laterali a sottolineare il percorso di crescita della protagonista), non si affida mai alla scena in sè per narrare, quanto alle parole ed alle relazioni dei personaggi, finendo per dirigere il tutto con il pilota automatico; non c'è vero mordente, di conseguenza, ed il tono risulta sin troppo docile e dimesso, quando un pò di coraggio e di enfasi in più ben avrebbero potuto rendere "Lady Bird" un film memorabile, piuttosto che un semplice esordio raccattapremi di cui, forse, tra un anno ci saremo tutti scordati.

lunedì 8 gennaio 2018

Munich

di Steven Spielberg.

con: Eric Bana, Daniel Craig, Geoffrey Rush, Ciàran Hinds, Mathieu Kassovitz, Hanns Zischler, Mathieu Amalric, Ayelet Zurer, Michael Lonsdale, Valeria Bruni Tedeschi.

Drammatico/Storico

Usa, Francia, Canada 2005
















La vendetta come sacra missione, la legge dell' "occhio per occhio, dente per dente" è, nella comunità ebraica, ancora oggi molto spesso un imperativo. Imperativo criticato dagli stessi appartenenti, consci della futilità del ripagare la violenza con la violenza, di perpetrare un castigo inutile come pura forma di riscatto.
Steven Spielberg non si è mai sbilanciato in critiche verso la propria comunità; unico tassello della sua filmografia a porre lo sguardo verso le proprie origini era "Schindler's List" , divenuto (anche giustamente) perfetto manifesto delle tragedie che colpiscono il popolo ebraico, di certo non una forma di catarsi verso i possibili limiti culturali del medesimo. Ciò fino al 2005, fino a "Munich", il suo film più spiazzante, la sua opera più cupa e disperata, un film agli antipodi della sua canonica produzione, anche considerando un altro film inusuale della sua carriera come "L'Impero del Sole". Un apologo morale ai limiti del j'accuse, che parte da un fatto storico preciso per divenire perfetta parabola universale, oltre che perfetto film intimista.




Alle olimpiadi di Monaco del 1972, durante la notte del 5 settembre, un commando di soldati dell'organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero irrompe nel villaggio olimpico, uccide due atleti della delegazione israeliana e ne prende in ostaggio il resto. Dopo il fallimento delle operazioni di liberazione ad opera della polizia tedesca, l'intera squadra viene trucidata.
Come forma di ritorsione, il governo israeliano guidato da Golda Meir dà il via libera ad una serie di operazioni del Mossad volte ad individuare ed uccidere i mandanti dell'attentato e tutti i soggetti coinvolti o comunque collegati all'estremismo islamico; l'operazione viene battezzata "Ira di Dio" per sottolinearne la sacralità. In particolare, per eseguire l'omicidio di 11 sospettati, il Mossad assume un gruppo di mercenari; e nella ricostruzione di Spielberg, è il neo padre Avner (Eric Bana, perfetto nel ruolo), agente del Mossad licenziato ad hoc per evitare collegamenti, a guidare una squadra composta da freelance incaricata di decapitare il vertice di Settembre Nero.




"Munich" non è semplicemente una ricostruzione storica, nè un film sull'antisemitismo, tantomeno una semplice critica all'operato dello Stato di Israele nei fatti successivi all'attentato a Monaco; o meglio, è, sì, tutto questo, ma anche un film sull'empatia, un apologo morale ma mai moraleggiante sul cocectto di tolleranza, fratellanza e sull'importanza della figura paterna.
La "sacra vendetta" viene spogliata di ogni gloria, ma anche di ogni retorica; Spielberg dà per assodato che lo spettatore conosca i limiti insiti nel concetto di ritorsione e decide di concentrarsi sulle emozioni provate dal suo gruppo di personaggi, in particolare su quello di Avner.
Il sentimento amoroso, la paternità come protezione, viene a lui negata a causa dell'inizio delle operazioni; una delle prime vittime vive con la figlia, per questo decide di rinviarne l'esecuzione; la comunanza sentimentale porta ad una forma di empatia: l' "altro" non può di conseguenza essere visto come estraneo, come nemico distante sul piano umano ed ideologico.
Cosa che invece non accade ad Atene, dove il leader del gruppo palestinese che si trova (per caso o per macchinazione?) a condividere la casa sicura viene ucciso nello scontro successivo ad un dialogo nel quale i due non avevano trovato un terreno comune di confronto. Il nucleo familiare, l'importanza dello stesso ed il ruolo del padre, divengono così comune denominatore per accomunare i popoli, tutti figli dello stesso Dio, tutti padri di figli nati uguali.
Avner è di fatto un uomo privo di una figura paterna, che trova nel misterioso "Papa" (Michael Lonsdale) un riferimento solo temporaneo, ma che in quei valori da questi tanto esibiti riesce ad identificarsi. E per quanto possa suonare melenso, Spielberg riesce a convogliare l'idea e la morale annessa in modo asciutto, per questo estremamente convincente.




Contrapposta all'empatia, la vendetta e con essa la violenza, che per una volta Spielberg non cela, anzi mostra in tutta la sua carica disturbante, con spruzzi di sangue ad ogni uccisione, purgando l'atto da ogni possibile risvolto catartico; la violenza è pura distruzione, annientamento non di un obbiettivo, ma di una persona vera e propria, in grado di provare paura e chiedere pietà al proprio assalitore. L'atto dell'uccisione viene spesso dilatato, portato verso un piano temporale più esteso, che ne sottolinea la brutalità, come con il primo omicidio o con l'uccisione dell'assassina belga: la morte è furto di vita, che scivola via dalle vittime in modo doloroso, tra lacrime e fiotti di sangue che lentamente fuoriescono dal corpo, come a sottolineare l'anima che se ne distacca.
Da qui l'inutilità dell'atto vendicativo: per ben due volte Avner chiede al suo referente se le proprie azioni servono a qualcosa ed in entrambi i casi la risposta è evasiva; come le unghie che ricrescono, anche i vertici di Settembre Nero e delle altre organizzazioni connesse sono pronti a sostituire i propri capi con altri più feroci e privi di scrupoli. Non c'è nessuna catarsi neanche nell'atto vendicativo, oltre che nell'omicidio in sè; tant'è che nel climax Avner non ha una realizzazione, già posseduta sin dalle prime battute della storia, quanto il raggiungimento di una forma di comunanza definitiva verso le vittime di Monaco, ora uguali anche a coloro che ne hanno ordinato o hanno comunque partecipato alla loro esecuzione.




La fotografia del sempre ottimo Janusz Kamiski spoglia le immagini di ogni colore e le immerge in luci contrastate; le ombre divorano la luce allo stesso modo in cui il sentimento negativo divora l'anima di Avner e dei suoi compagni. Mano a mano che la storia procede e la loro paranoia strisciante si fa più marcata, anche le immagini si fanno più cupe e fredde, forma espressionista di quel nugolo di emozioni vere protagoniste del film.
Mentre la mano di Spielberg è sicurissima, imprime il giusto ritmo ad ogni sequenza ed al racconto in generale, sapendo sempre quando accelerare e quando rallentare, riuscendo sempre a tenere alta la tensione.




Una negatività, quella di "Munich", totale, che non fa sconti, nè si arrocca in un finale consolatorio; per quanto il valore familiare sia importante, Spielberg decide di chiudere la storia con un finale aperto, con una nota amara di definitiva realizzazione dell'inutilità della violenza e, di conseguenza, di tutto il dolore causato.
Il coraggio qui mostrato è più unico che raro: se persino in "Schindler's List" il Re Mida di Hollywood cadeva talvolta nelle trappole più ovvie, in "Munich" le evita tutte, creando la sua opera più compatta e, di conseguenza, coraggiosa, un capolavoro di stile e contenuti che pur non essendo rappresentativo del suo cinema, ne è al contempo uno degli apici indiscussi.

mercoledì 3 gennaio 2018

The Disaster Artist

di James Franco.

con: James Franco, Dave Franco, Allison Brie, Ari Graynor, Jackie Weaver, Seth Rogen, Zac Efron, Paul Scheer, Josh Hutcherson.

Commedia/Biografico

Usa 2017

















Chi è Tommy Wiseau e come è riuscito a creare "The Room"? Quesiti senza risposta. Perchè Wiseau è davvero un uomo del mistero, come il suo aspetto paragrottesco suggerisce: nessuno sa da dove venga, se il suo nome sia uno pseudonimo o meno, nè dove abbia trovato gli oltre sei milioni di dollari utilizzati per creare quello che è comunemente definito il peggior film di tutta la Storia dell'Essere Umano.




"The Room" è il classico esempio di "so bad it's good", anzi l'esempio definitivo: non c'è un solo aspetto, inquadratura o linea di dialogo che possa essere definito come riuscito per tutta la sua durata. Persino in quel mucchio di film solitamente amato dai movie-junkers c'è sempre almeno qualcosa di apprezzabile; in "Troll 2" ci sono un paio di inquadrature decenti, nei film di Uwe Boll almeno c'è l'avvenenza delle attrici e i volti noti sprecati, in tanto cinema spazzatura italiano c'è, il più delle volte almeno, una forma di dignità data dalla decenza (sfiorata) dai valori produttivi. In "The Room" tutto è pura spazzatura: lo script ridicolo e superficiale, gli attori cani anche quando si sforzano di essere credibili, le scenografie scarne con un green-screen che fa somigliare quelli di Lucas a scenografie di Tony Masters, i dialoghi senza senso; e su tutto la presenza di Wiseau: se Boll è il "Kubrick della merda", Wiseau è l'Orson Welles della merda, che scrive, dirige, produce ed interpreta il "Quarto Potere" del trash involontario.





Ma cos'è, innanzitutto, o cosa vuole essere "The Room"? Sembrerebbe un classico film indie dei primi anni 2000, quando ancora lo stile hipster non si era imposto ed il cinema americano si rifaceva ancora ai dettami del cinema europeo o del teatro della prima metà del '900 per cercare un registro intimista in grado di rendere personaggi e situazioni credibili e coinvolgenti. Il che, nelle mani di Wiseau, diviene perfetto mezzo comico. L'autore-demiurgo non riesce a padroneggiare nessuno degli elementi filmici, dalla scrittura alla messa in scena, con conseguenze ilari.
La sceneggiatura sviluppa malamente una storia ovvia e stravista: Johnny, ossia Wiseau, è un uomo (?) tranquillo e ben voluto, impiegato di banca di successo, fidanzato con Lisa (Juliette Danielle), la cui passione è a dir poco esplosiva; ma Lisa è una ragazza fin troppo volitiva, al punto di tradire il buon protagonista con il suo migliore amico Mark (Greg Sestero), il che porta lo porta ad una forte crisi interiore.




A leggerla così, sembrerebbe la storia più innocua dell'Universo, nonchè uno spunto interessante per un possibile omaggio al cinema della Nouvelle Vague. Se non fosse che tutto viene eseguito in modo rovinoso. Il ridicolo trasuda da ogni fotogramma: tutti i personaggi secondari sono memorabilmente ridicoli, come il ragazzino guardone inguaiato con uno spacciatore che viene trascinato da Johnny e Mark fuori dal piano dell'esistenza, sparendo tra una scena e la successiva; oppure la coppia di amici che ha una scena di sesso orale sul divano dell'appartamento del titolo che sembra uscita da un cinepanettone; o la mitica scena in cui la madre di Lisa le confessa di come abbia scoperto di avere un cancro al seno, parlandone come se si trattasse di un semplice raffreddore; e che dire della scena in cui, non si sa per quale motivo, tutti i personaggi maschili indossano uno smoking e giocano una partita di football in un vicolo? O delle imbarazzanti sequenze di sesso tra Johnny e Lisa? Di quel "chip chip chip chip" usato più volte come verso del pollo? Di quei dialoghi recitati in fast-forward e senza la benchè minima enfasi? O degli orrori tecnici, con scene in cui il doppiaggio non coincide con il labiale, lo sfondo è appiccicato all'inquadratura dal vivo con lo sputo e le singole inquadrature sono infilate a caso nel montaggio?
Ma su tutto svetta ovviamente Wiseau.




La sua sola presenza su schermo è imbarazzante ed un pò sinistra; con quel volto che sembra una parodia di Brad Durif con il make-up di Grima Vermilinguo fuggito di gran lena dal set de "Le Due Torri" ed un fisico emaciato ma muscoloso come quello di un tossico palestrato, Wiseau sembra un vero e proprio alieno sceso sulla Terra che non riesce a sembrare umano neanche sforzandosi; e ciò anche senza tenere in conto il suo pessimo (non) stile recitativo; è vero che i dialoghi sono pura cacca e persino Laurence Olivier e Marlon Brando avrebbero faticato non poco a recitarli in modo credibile, ma lui in compenso non si sforza neanche di provarci: non ci sono vere emozioni, nè la capacità di trasmettere qualcosa; su schermo, Wiseau è la parodia di un essere umano, con effetti a dir poco spiazzanti prima ancora che divertenti.




La cosa peggiore è che questo strambo Wells della spazzatura è totalmente convinto di poter essere un autore; e forse lo è per davvero: dopotutto il suo è uno stile immediatamente riconoscibile e tutto quello che si vede su schermo è pura farina del suo sacco, pur essendo farina scaduta.
Ed i numi tutelari ai quali Wiseau si rifà sono a dir poco aulici; su tutti, James Dean ed il suo personaggio di "ribelle senza causa" e, prima ancora, vittima degli affetti, citato in uno dei momenti cult del film, dove Johnny esclama la mitica "you're tearing me apart, Lisa!". Il che porta ad una più forte considerazione: per lungo tempo, Wiseau ha sostenuto come "The Room" sia un'opera totalmente seria, il parto artistico di una mente brillante ed impegnata, dando sfoggio della sua proverbiale modestia; al punto di denunciare tutti quegli youtuber che hanno osato prendersene gioco, su tutti Nostalgia Critic, che per un periodo ha dovuto cancellare la sua recensione del film per false accuse di infrazione del copyright. Salvo poi decidere di affermare come tutto non fosse che uno scherzo, una parodia dei film impegnati visti e stravisti nei festival, il che per cercare di recuperare una forma di credibilità una volta che il suo aborto artistico ha ottenuto una forma di riconoscimento, anche se solo come film scult.
Dove sta la verità? Sicuramente nella prima versione dei fatti: l'umorismo nel film è sempre involontario e la goffaggine è talmente marcata e presente in tutti gli aspetti da non far mai pensare ad una versione iperbolica del cinema dei sentimenti. "The Room" è semplicemente una trashata tout court, un film che vuole essere arte ma che è solo pura e semplice spazzatura; spazzatura divertente, ottima per passare una serata tra amici, al punto che il suo status di scult e persino quello di cult sono perfettamente meritati; ma pur sempre una trashata.




Restano lo stesso gli interrogativi su chi sia davvero Wiseau e come abbia fatto a trovare i soldi per realizzare il suo sogno; stando alle sue storie, è nato a Parigi ma cresciuto a New Orleans, da qui il suo strano accento; ed ha trovato i fondi grazie ad uno zio che glieli ha lasciati in eredità, neanche si fosse in un libro di Henry James. La versione più credibile è però quella che lo vede in realtà come un immigrato di origini polacche che ha fatto fortuna negli States lavorando sodo, anche se nessuno sa davvero come abbia racimolato ben sei milioni di dollari.
Mistero che non trova risposta neanche nelle pagine di "The Disaster Artist", libro scritto da Greg Sestero dopo l'esplosione del caso di "The Room", dove confessa la sua esperienza sul set, narrando aneddoti e fatti ancora più allucinanti di quelli mostrati dal film, utili a ricostruire un quadro psicologico, illuminante pur se parziale, di Wiseau.
E a portare su schermo "The Disaster Artist", con un ottimo successo di critica davvero meritato, ci pensa James Franco, ossia colui che ad inizio carriera aveva prestato il proprio volto ad una bella biografia su quel James Dean tanto amato da Wiseau e che più volte si è addentrato nei "dietro le quinte" di pellicole di culto, come con "Interior. Leather Bar", splendido documentario sulla leggendaria versione integrale di "Cruising", il capolavoro maledetto di William Friedkin. E che proprio grazie al suo lavoro sul biopic su Dean ha ottenuto la benedizione dello stesso Wiseau.
"The Disaster Artist" è un gustoso esempio di "cinema sul cinema", una specie di "Effetto Notte" basato su di una storia reale, che ha per oggetto la lavorazione di un "Vi presento Pamela" che odora di immondizia.





Ma prima ancora di essere una ricostruzione dei 50 e passa giorni di lavorazione di "The Room", "The Disaster Artist" è la storia di una stramba amicizia, quella tra Greg e Tommy, due ragazzi che inseguono un sogno, quello di Hollywood, solo per trovare porte sbattute in faccia; e che senza perdersi mai davvero d'animo, decidono di seguire il sentiero americano e creare un proprio film.
Un'amicizia fuori dal comune, la loro; Tommy è letteralmente sbucato fuori dal nulla con un pozzo di soldi ed una volontà ferrea, che lo porta a non curarsi delle critiche, nè della mancanza di talento; un personaggio che James Franco interpreta similmente a quanto fatto da Kurt Russell nel biopic su Elvis diretto da John Carpenter: un'immedesimazione totale e l'uso dei tic e delle frasi che lo hanno reso famoso su schermo adoperati anche nella vita quotidiana, fino a sopprimere la linea di demarcazione tra la persona ed il personaggio.



Un personaggio un pò Ed Wood di Burton, un pò Riggan di "Birdman", Wiseau è un "artista" che ha il cuore accordato, ma non la testa: del tutto privo di talento, si butta a capofitto nella recitazione e nella regia, mette a nudo i suoi sentimenti, si mette in gioco sperperando i propri misteriosi fondi pur di ottenere l'amore del pubblico ed il rispetto di Greg. L'amicizia tra i due è il leitmotiv della lettura che Franco da al personaggio, un'amicizia che permette di tracciare un quadro completo del personaggio di Tommy: un uomo che si illude di essere giovane, che non vuole confessare la sua vera identità, che si identifica in Dean e Brando, ossia nei giovani ribelli, pur dimostrando un età avanzata; e che è pronto a tutto pur di realizzare la sua visione di cinema, una visione netta e definita, che ha come fonti di ispirazione Tennessee Williams e Shakespeare, oltre che spunti autobiografici; ma che, ovviamente, non si concretizza mai in ciò che si vorrebbe effettivamente portare su schermo.
"The Room" si rivela un fiasco, una schifezza delirante lontana anni luce dall'intensità drammatica e drammaturgica che il suo scalcinato autore aveva immaginato. E da qui, un'ulteriore realizzazione: non basta volere qualcosa per ottenerla, serve del talento, schiaffo morale a quella visione tipicamente americana secondo cui chiunque può fare qualsiasi cosa pur credendoci. E, di conseguenza, una salvezza insperata: il successo arriva per una via traversa, "The Room" viene acclamato proprio per la sua bruttezza, rivelandosi un ottimo successo di cassetta, pur se tardivo; e Wiseau può, nelle parole di quell'unico amico, essere soddisfatto di aver creato qualcosa che regala pur sempre un'emozione a chi la osserva.




Un lettura benigna, quella di Franco, visibilmente affascinato da questo grottesco personaggio; ma mai idealizzante: Wiseau viene sempre descritto come un egoista, un uomo volitivo che si fa in quattro per ottenere il riconoscimento da parte di Greg e di chiunque lo osservi, che vuole essere sempre e solo protagonista della storia, anche quando ha un volto ed una fisicità da villain; una specie di bambino senza età, la cui semplicità è puro egocentrismo. Ma anche altruismo e necessità di accettazione.





E nel portare in scena questa storia di amicizia e fallimentare trionfo, Franco usa un registro dimesso, messo preciso di quello mostrato in "Child of God" sia nella messa in scena che nei toni; si affida, come sempre, al cast, regalando camei d'autore a Melanie Griffith, Sharon Stone, Bob Odenkirk e Bryan Cranston, tra gli altri, oltre che allo stesso Wiseau, che in una gustosissima scena post-credits incontra il suo alter ego filmico. Ed è il tono di complicità e compassione che alla fine rende il tutto memorabile, anche se prevedibile.




"The Disaster Artist" è quasi un atto d'amore verso un personaggio troppo sopra le righe per essere vero, eppure incredibilmente umano nelle sue debolezze. Un ritratto divertente, a tratti squisitamente coinvolgente, definitivamente affascinante nel tono, oltre che nei contenuti.

mercoledì 27 dicembre 2017

Better Watch Out

di Chris Peckover.

con: Olivia DeJonge, Levi Miller, Ed Oxenbould, Aleks Mikic, Dacre Montgomery, Patrick Warburton, Virginia Madsen.

Thriller

Usa, Australia 2016

















---CONTIENE SPOILER---


Un film come "Mamma ho perso l'Aereo" (o "Home Alone" che dir si voglia) è facile da inquadrare come un perfetto prodotto per famiglie: l'atmosfera natalizia, la simpatia (per i più piccoli e solo per loro) del giovane Macauley Culkin, le gag slapstick iperboliche ed un messaggio a favore dei reietti per rendere contenti anche i più esigenti.
Ma a guardarlo con gli occhi di un adulto, il campione di incassi del duo Chris Columbus-John Hughes non può che lasciare perplessi; dopotutto è pur sempre la storia di un ragazzino che sconfigge a suon di botte un duo di rapinatori incalliti. 
Si tratta, in buona sostanza, della trama di un thriller, declinata come una commedia. E proprio il grosso successo di pubblico fa sorgere un dubbio: perchè si è dovuto aspettare 26 anni per avere un thriller che riprendesse quella trama per declinarla in chiave più seria?
Non che in passato accenni di parodia di "Home Alone" in chiave horror siano mancati; basti pensare al personaggio del bambino pestifero nel cult "Phantasm III", ma tratta pur sempre di una singola sequenza inserita in un film di ben altro tipo.
"Better Watch Out" arriva così nelle sale americane ad Ottobre 2017, ad un anno dalla fine della produzione e quasi in contemporanea con la distribuzione via Netflix de "La Babysitter", thriller con il quale ha molti punti in comune (su tutti, l'attrazione tra un ragazzino alle prese con la pubertà verso la sua attraente babysitter) ed anch'esso volto a ribaltare alcuni luoghi comuni visti e stravisti; ma laddove "La Babysitter" usa un registro comico, "Better Watch Out" ha un tono più serio, benchè talvolta virato verso il grottesco ed il citazionista (non mancano richiami allo "Scream" di Wes Craven"); e senza mai scadere nel ridicolo, con uno script equilibrato ed intelligente, riesce perfettamente a rileggere in chiave disturbante le disavventure di Kevin McCallister e soci.




Il paragone con "Home Alone" è palese sin dalla tag-line per la promozione, che recita: "You might be home but you're not alone", ma la ripresa del modello copre in realtà solo metà film.
La trama è praticamente quella di "La Babysitter": il dodicenne Luke (Levi Miller, che aveva interpretato il Fauno di Pelli Vestito nell'orrendo "Pan") ha seri disturbi del comportamento, quali la necessità di un utero sintetico per dormire, il sonnambulismo e sopratutto un'attrazione irrefrenabile per la sua bambinaia, la bella neo-diciottenne Ashley (Olivia DeJonge); sotto le feste natalizie, durante una serata passata con l'amico di sempre Garrett (Ed Oxenbould, che interpretava "The Visit" proprio al fianco della De Jonge), i tre vengono presi in ostaggio da un misterioso rapinatore armato di fucile. Ma forse non tutto è come sembra.




Diviso letteralmente in due parti distinte, "Better Watch Out" parte come il più classico degli home invasion, dove suspanse e jaump-scare si amalgamano a dovere, senza che questi ultimi prendano il sopravvento; e quando arrivano, centrano il bersaglio quasi sempre.
Ma a metà film tutto cambia e la storia piega di 180 gradi. Perchè Lucas non è un semplice giovane adolescente con irrisolti problemi materni, ma uno psicopatico vero e proprio, un killer in piena pubertà che prova più empatia verso i ragni che nei confronti delle persone.
L'home invasion lascia così spazio ad una sorta di "Funny Games" natalizio, dove Lucas si diverte a torturare sia fisicamente che psicologicamente l'oggetto del suo amore deviato.




Ed è qui che arriva il riferimento più diretto ad "Home Alone": il famoso sketch dei secchi di vernice lanciati in faccia a Joe Pesci e Daniel Stern viene rifatto in modo disturbante, con una testa che esplode fuori scena, raggiungendo un'inusitata vetta di shock.
I ruoli si ribaltano, Ashley, da personaggio attivo, rimane legata ad una sedia fino alla fine, mentre gli adulti, gli ex fidanzati della ragazza, da ostacoli divengono pura carne da macello, idioti la cui prestanza fisica è del tutto inutile contro la malignità del piccolo serial killer.
Man mano che la durata procede, il tono si fa sempre più cupo e crudo: non c'è speranza per nessuna delle vittime ed il carnefice riesce sempre a sventare i loro piani di fuga, con una dovizia maniacale per i singoli dettagli. Fatto salvo l'epilogo, per tutta la seconda parte Lucas è un villain perfettamente odioso, meticoloso calcolatore e bestia feroce nell'esecuzione degli assassinii, maschera davvero memorabile.




Tanto che l'unica vera pecca di "Better Watch Out" finisce per essere la semplicità nell'esecuzione delle scene di suspanse e gore; tolta la rielaborazione dello sketch di "Home Alone", nulla di innovativo viene presentato, anche laddove uno script intelligente ben avrebbe potuto avere più inventiva. Ma anche così, resta una pellicola spiazzante e divertente.

domenica 24 dicembre 2017

La Vita è Meravigliosa

It's a Wonderful Life

di Frank Capra.

con: James Stewart, Donna Reed, Lionel Barrymore, Thomas Mitchell, Henry Travers, Beluah Bondi.

Commedia/Fantastico

Usa 1946















Cosa trasforma un film in un classico? Sicuramente la passione che il pubblico dimostra nei suoi confronti. Ma questa passione come fa a sedimentarsi, a trasformare un film da semplice oggetto di culto a pellicola impressa nella memoria collettiva?
Una risposta può essere trovata nella tempistica. E "La Vita è Meravigliosa" è il perfetto esempio di flop divenuto uno dei film più amati in America, nonchè capolavoro riconosciuto anche dalla critica.
Alla sua uscita, il classico diretto dal sempreverde Frank Capra fu massacrato dalla critica ed ignorato dal pubblico; un duro colpo per il regista italoamericano, la cui carriera non si riprenderà mai più: da creatore di successi le cui nuove pellicole erano un vero e proprio evento, divenne un semplice artigiano le cui opere non avrebbero più smosso le folle.




Situazione che per fortuna non sarebbe durata più di tanto: a partire dal 1974, un errore nel rinnovo del copyright ha reso il film di pubblico dominio, così da permettere alle emittenti locali americane di trasmetterla senza dove pagare alcun diritto di distribuzione; cosicchè ogni Natale, alla Vigilia, in praticamente tutti gli Stati Uniti il film si trovava trasmesso "in syndacation", raggiungendo ogni angolo del paese; il pubblico, composto ora dai figli chi lo aveva fischiato in sala, lo riscoprì e, grazie allo stile unico di Capra che lo caratterizza, divenne immediatamente IL film per le feste natalizie, tanto da essere trasmesso ogni Natale anche dalle emittenti nazionali.




Amore dovuto alle tematiche messe al centro della narrazione, ossia l'importanza della figura paterna, la famiglia vista come nucleo essenziale per l'individuo ed i rapporti interpersonali come legame essenziale per lo sviluppo della persona; tutte tematiche buoniste, che Capra, come sempre, riesce a declinare senza far scadere il tutto nel solito apologo smielato sui buoni sentimenti. Senza contare come lo spunto iniziale sia divenuto un vero e proprio luogo comune ripreso in decine e decine tra film, telefilm, fumetti e qualsiasi altro medium possibile.




Perchè la storia di George Bailey forse era archetipica già in sè stessa: uomo dall'indole altruista, che rinuncia ad ogni felicità per il bene del proprio borgo natio di Bedford, in opposizione all'avido speculatore Harry Potter (nome anch'esso divenuto d'uso comune, ma per ben altri motivi), sorta di moderno Scrooge privo di ogni forma di redenzione.
George, che buca lo schermo grazie alla perfomance energica del sempre ottimo James Stewart, è un magnanimo, si, ma che cova in sè un sottile rancore, dovuto al fatto di non essere mai riuscito a coronare il suo sogno di divenire architetto di fama e girare il mondo. Rancore che sfocia in rabbia alla Vigilia, quando lo zio e socio perde la somma di otto mila dollari (all'epoca vero e proprio capitale) per un futile errore; ed è qui che giunge il colpo di genio: salvato dall'angelo Clarence, a George viene mostrato come sarebbe stata Bedford se lui non fosse mai esistito.




La ragnatela di relazioni intessute sin dall'infanzia arriva a cambiare in meglio i destini di ciascuno degli abitanti; George è responsabile della felicità altrui, sia direttamente che indirettamente, per di più anche grazie al suo spirito di abnegazione che lo porta ad aiutare anche a proprie spese materiali i suoi concittadini, come quando salva i risparmiatori dal crack del '29. Abnegazione che diviene pura bontà quando arriva a rifiutare l'ingaggio da parte dell'odiato Potter, il che lo rende un idealista totale, certamente naif per gli standard odierni, ma al contempo la perfetta incarnazione di quei valori umani che Frank Capra ha da sempre eretto a bandiera del proprio cinema.
Da qui la visione di una realtà alternativa governata invece dal caos, dove Bedford finisce nelle mani di Potter per divenire la città del vizio ed i destini salvati da George (il fratello Harry, il suo primo datore di lavoro, la bella Violet) disintegrati a causa della mancanza di amore e solidarietà.





La comunione spirituale, sia all'interno del nucleo familiare che nel macronucleo della comunità cittadina diviene un imperativo morale; tanto che alla fine, per salvare il loro salvatore, gli abitanti di Badford dimostrano tutta la loro benevolenza con una colletta per toglierlo dai guai con il fisco, il tutto durante una Vigilia in cui George recupera tutto, dall'unione familiare allo spirito d'appartenenza, passando ovviamente per la gioia di vivere.
E Capra sa perfettamente come dosare dramma, humor e buoni sentimenti; nonostante un assunto talmente buonista da arrivare persino ad elidere lo scontro tra il buono e la propria nemesi, la narrazione non risulta mai forzata, il tono mai zuccherosa o ruffiana.




Un equilibrio perfetto, un'alchimia unica, dovuta forse alla peculiare costruzione della storia; per quasi due ore di film assistiamo a tutta la vita di George, il quale messo alle strette, risponde urlando e piangendo, soffrendo come un vero essere umano, lontano da ogni idealizzazione; tanto che sia la sua bontà, sia lo sfogo di rabbia divengono naturali e coerenti con il personaggio e non vi sono mai forzature di sorta nello sviluppo degli eventi. A differenza di quanto farà Spielberg, Capra sa come rendere credibile un personaggio che riscopre l'importanza del focolare casalingo e che soffre quando questo viene disintegrato; questo perchè George è un personaggio a tutto tondo: un "buono" afflitto dal rancore, un idealista ferito, un uomo costretto dagli eventi ad intraprendere determinate strade per rinunciare a tutto a favore dei propri concittadini.




Ed è per questo che "La Vita è Meravigliosa" merita davvero il suo status di classico e, prima ancora, di perfetta pellicola sui buoni sentimenti, giacchè mai scontata o ricattatoria; una visione perfetta per il Natale (magari alternandolo con l'acidissimo eppur equamente profondo "Babbo Bastardo") che anche in Italia merita di essere apprezzato. Sopratutto laddove si tenga conto di come il film per le feste qui sia "Una Poltrona per Due", altro classico della commedia, ma di certo non il miglior esempio di film sulla famiglia ed i buoni sentimenti natalizi.

sabato 23 dicembre 2017

La Ruota delle Meraviglie

Wonder Wheel

di Woody Allen.

con: Kate Winslet, Justin Timberlake, James Belushi, Juno Temple, Jack Gore, Max Casella, Tony Sirico, Steve Schirripa.

Drammatico

Usa 2017















Dirigere un film all'anno è una cattiva abitudine che Allen ha avuto per tutta la sua carriera, con la conseguenza di avere una filmografia a dir poco altalenante, nella quale, sopratutto negli ultimi dieci/quindici anni, si alternano prove irresistibili ad altre decisamente dimenticabili.
In un'ideale via di mezzo si pone "Wonder Wheel", ultima fatica con cui il grande autore newyorkese si trasferisce a Coney Island per un dramma in costume. Un film che vive di contrasti, che riflette sulla struttura stessa del dramma e porta in scena un pugno di personaggi archetipici interpretati da un grande cast, sprecati però in una storia ovvia.




Contrasti che animano ogni singolo aspetto della narrazione e della messa in scena. Il contrasto tra una storia cupa ed una fotografia dai colori sgargianti, tra un'impostazione di scrittura tipicamente teatrale ed uno stile visivo smaccatamente filmico e tra personaggi che sono tra loro opposti e complementari.
La collaborazione con Vittorio Storaro si rivela vincente: la fotografia dinamica gioca anch'essa sui contrasti di colore (al solito i due opposti: ciano e magenta) e sulla monocromia dalle tonalità caldissime, per ricreare un clima di pace ed allegria tipico del periodo (la fine degli anni '50) che si scontra con la storia di tradimenti e gelosie.




Ancora di più, Allen imposta lo script come un dramma classico, reminiscente del teatro greco come in "Interiors"; solo per poi andare al di là della storia ed usare i personaggi come specchio metareferenziale di sè stessi. Ecco dunque il terzo incomodo Mickey (Timberlake), studente di drammaturgia, disquisire con la protagonista Ginny (Winslet), ex aspirante attrice caduta in disgrazia, disquisire sulla struttura del dramma, sulla forza del caso o del destino in tragedie apparentemente causate dall'uomo.
Cast di personaggi impersonati da un pugno di attori che, come sempre nei film di Woody Allen, sono tutti magistralmente in parte; è pleonastico lodare la performance della Winslet, che buca lo schermo sia quando va sopra le righe, sia quando usa uno stile più asciutto; pleonastico perchè è solo la punta di diamante di un'ensamble brillante, dove forse la vera sorpresa, per espressività ed incisività, è Jim Belushi, che quest'anno, tra questo exploit e quello visto in "Twin Peaks" ha davvero dimostrato un talento fin troppo a lungo sopito.




Cast messo al servizio di personaggi talmente archetipici da sfondare nel luogo comune; troppo ovvia la storia di gelosia tra una donna matura ed una più giovane, basata sull'attrazione di un giovane e bello intellettuale ed ex soldato contro la vita magra vissuta al fianco di un sottoproletario ignorante ed incapace di comprendere le necessità e le passioni della partner; intreccio talmente trito da divenire subito prevedibile. Più interessante, nella storia ed a discapito dei protagonisti, come sovente accade nei film meno riusciti di Allen, è la figura del piccolo Richie, bambino che si trova in mezzo al fuoco incrociato dei difetti degli adulti, che sfoga la sua frustrazione nella piromania; peccato che sia rilegato sullo sfondo degli eventi, vanificandone la carica drammaturgica.




Decisamente meglio riuscita è la riflessione sui meccanismi del dramma che viene inscritta nella vicenda. Ginny è un'attrice, Mickey un drammaturgo; al di là dei dialoghi, al solito fantastici e mai didascalici, sui loro ruoli, a convincere è il loro comportamento, con Ginny che nel climax diviene femme fatale dopo essere stata la donna fragile e demotivata e, ancora più, arriva ad interpretare lo stesso ruolo in un gioco di specchi volto a rivelare la fallacia dell'archetipo nella vita reale, in una storia che sia più ancorata alla realtà rispetto alla stilizzazione drammatica. Al punto che il finale, amarissimo, evita la tragedia vera e propria, la lascia fuori campo, per concentrarsi sulle conseguenze materiali ed emotive che questa provoca, per restare ancora più vicino ai personaggi che alla mera vicenda.
Stilisticamente, Allen contrappone alla scrittura una costruzione della scena dinamica, con la macchina da presa perennemente in movimento, che segue i personaggi, si avvicina ai loro volti, ne anticipa i movimenti all'interno di inquadrature plastiche, smantellando la costruzione teatrale dello script sul piano strettamente visivo.




"Wonder Wheel" è una riflessione interessante sul dramma, ma al contempo una storia ovvia, una pellicola al solito per Allen elegantissima ed interpretata in modo impeccabile, ma sin troppo prevedibile, non regalando mai vere sorprese; un'esercizio di stile riuscito, ma un pò sterile.

mercoledì 20 dicembre 2017

Babbo Bastardo 2

Bad Santa 2

di Mark Waters.

con: Billy Bob Thornton, Kathy Bates, Tony Cox, Christina Hendricks, Brett Kelly, Ryan Hansen, Jenny Zingaro.

Commedia Nera

Usa 2016















---CONTIENE SPOILER---

L'idea di un sequel di "Babbo Bastardo" pare sia venuta in mente ai fratelli Coen già all'indomani della sua uscita; peccato che per la sua entrata in produzione effettiva siano dovuti trascorrere ben 11 anni, più un'altro paio per l'uscita in sala; il famoso "developement hell" che molte produzioni americane ha distrutto non ha risparmiato certo la seconda avventura dello sboccato Santa Clause di Billy Bob Thornton, sopratutto a causa della defezione di tutto il cast artistico, rimpiazzato da un pugno di mestieranti a buon mercato; ed il risultato è scontato: "Babbo Bastardo 2" oltre ad essere un seguito uscito fuori tempo massimo è anche una commedia fin troppo convenzionale, che non aggiunge nulla a quanto detto o fatto dal primo film, risultando del tutto inutile e fin troppo poco divertente.




Tredici anni dopo essersi ritrovato ferito davanti la casa del suo figliolo, Willie è di nuovo al punto di partenza, a vomitare nel vicolo in cui si trovava all'inizio del primo film. La sua vita è di nuovo un casino, ma, durante l'ennesimo tentativo di suicidio, qualcosa accade: Thurman, ormai diciottenne, gli comunica come il suo ex collega Marcus (Tony Cox) lo voglia ingaggiare per un nuovo colpo a Chicago. Pur riluttante, Willie accetta e, giunto sul posto, scopre come il mandante e terzo socio altri non sia che sua madre (Kathy Bates).




Non c'è evoluzione del personaggio, questa volta; se "Babbo Bastardo" era la storia di un bastardo (appunto) che si riscatta tramite la costruzione di un nucleo familiare, il suo seguito è una copia carbone del primo, che cambia toni e personaggi lasciando praticamente inalterato il loro ruolo.
New entry è la figura materna Sunny, che la sempre ottima Kathy Bates interpreta con brio; ma non si capisce come mai gli sceneggiatori abbiano deciso di optare per lei piuttosto che per una figura paterna, originale o surrogata che fosse, visto l'importanza che aveva nel primo film; di certo non per declinare la storia in chiave materna, nè per creare un apologo differente sulla famiglia; tant'è che alla fine, nonostante la riconciliazione iniziale, Willie si trova da lei tradito e, ancora come nel primo film, con una pallottola in corpo ed una nuova famiglia, il cui legame è più saldo di quello sanguigno. A cambiare è quindi giusto la presenza di un villain ed il suo sesso. E il rapporto materno, le sue problematiche, l'affetto reciproco che sussiste nonostante gli anni e le fregature, sono tutti argomenti che tirati in ballo, finiscono prontamente gettati alle ortiche, senza trovare mai una risoluzione che sia una, al di là del finale-fotocopia.



Sarebbe quindi lecito aspettarsi un lavoro migliore sugli altri personaggi, in particolare il nuovo "interesse sessuale" che ha fatto della carità un mestiere; peccato che il personaggio di Diane, interpretato dalla sempre bellissima Christina Hendricks, sia poco più di un clone del personaggio di Lauren Graham e non abbia praticamente peso alcuno nella storia, tanto che sembra esistere solo per il piacere dello spettatore.
Anche l'umorismo è di grana grossa; il cattivo gusto, sempre evitato nel primo film, qui giunge sovente, sopratutto nella gag sui titoli di coda, che poteva tranquillamente essere risparmiata. Ma anche andando al di là della volgarità inutile, il più delle volte gag e battute cadono a vuoto, non divertono, tanto meno graffiano.
In generale è sempre percepibile l'incapacità degli autori di fare qualcosa con i personaggi, di far di loro qualcosa di nuovo o anche solo di intelligente; ecco perchè finiscono per ricalcare quanto fatto da gente decisamente più talentuosa.; ma si sa che giocare sul sicuro non sempre paga e di conseguenza la visione è perennemente blanda.




L'unico vero pregio di questo "Babbo Bastardo 2" sta nel fatto che, anche al netto dell'umorismo volgare e delle pochissime risate, riesce a non scadere mai nel tedioso o nel fastidioso; non si ha mai quella sensazione di essere presi in giro, nè si è davvero disturbati dalla pochezza del tutto, come invece sovente accade in molte mediocri commedie a stelle e strisce; e forse il merito è tutto del cast, che, pur avendo davvero poco con cui lavorare, si impegna lo stesso ai massimi livelli, garantendo il minimo sindacale di piacere dalla visione, sia per lo spettatore casuale che per quello più più esigente.