giovedì 22 marzo 2018

Il Tentacolone contro il Pornogatto, ovvero: quando l'infanzia della razza umana ebbe fine


---WARNING!!!!!!---
Il seguente post contiene immagini e temi altamente zozzi e viulenti.

Se siete facilmente impressionabili, minorenni, minorati, femminazi, teste d'uovo o mormoni, siete pregati di non leggere.



Ok, intanto io vi ho avvisato!



La verità è che sto invecchiando.

No, non lo dico perchè ho la faccia come una prugna, la pelata lucente, i denti più marci del cervello di Vittorio Sgarbi e il pizzettone bianco lercio. Quelli li ho da quando avevo 12 anni.

O perchè è passato più di un anno dall'ultimo post.

E' perchè da qualche tempo a questa parte non faccio che pensare a quando ero un bimbino.

Quando ero alto mezzo metro, ogni pomeriggio facevo casino con gli amichetti prendendo a pallonate in faccia i pensionati e toccando il culo alle quattordicenni senza essere denunciato.

O quando qualche anno dopo alla mattina mi divertivo a mettere un cetriolo da mezzo metro sulla sedia della cattedra ed il professor Arnaldo F****** passava l'ora di lezione con un sorriso da 135 denti in faccia.

Che bello avere 8 anni.


BBP- Bambini Ben Pasciuti



Tanto che non ti accorgi quando finisce.

Cioè io me ne sono accorto. Eccome se me ne sono accorto.

Ma no, non come i deboscia più famosi dei film anni '80 che mò avete scoperto che vi piacciono perchè Netflix ci si fa i rasponi sopra.

Non ho trovato il cadavere di un compagno di scuola nel bosco e non ho neanche ricacciato nelle fogne un pagliaccio assassino mezzo pedofilo. Nulla di così tranquillo.

La mia infanzia è finita quando ho scoperto che anche i cartoni animati fanno sesso.

Chiariamoci subito, perchè se come me anche voi siete cresciuti a pane e canali del Berlusca allora sapete da quando sapete parlare cosa sono tette e culi.

E anche nei cartoni, visto che c'era Fujiko o Margot o come la volete chiamare a turbare i vostri sogni da pre pre pre pre adolescente.


Se la riconosci hai avuto un'infanzia perversa


Però Fujiko era sexy.

Lamù?

Pure.

Rensie la strega?

La fidanzatina un pò porcellina e tanto bellina.

Cioè al massimo a queste le volevi toccare le tette, non pensavi che potevano fare all'ammmmore.

E poi un giorno scopri, per caso, per destino o per boh chi lo sa che ci sono pure anime da adulti.

Cioè più da adulti rispetto a Lupin e Lady Oscar, che di certo da bambini non sono ma vaglielo a spiegare ai capoccia di Merdaset.

Anime con tanta viuuuuuuleeeeeeenzaaaaaaaa e tanto ma tanto ma tanto ma tanto sesso.

Per intenderci: se da bambino pensavo che il massimo del sesso e della violenza stava in Ken il Guerriero, da bambino non più bambino ho scoperto Violence Jack e la mia infanzia è finita.


"Ciao piccolino! Vuoi vedere qualcosa di davvero rivoltante?"



Perchè se questo è Kenshiro l'amicone nostro:




Questo è Violence Jack:





Cioè se Kenshiro è un softcore di Tinto Brass o al massimo na roba che farebbero i nostri amici della Troma, Violence Jack è un pornazzo bondage di Rocco o una cosa che alla Troma la guardano e dicono "minchia che cattivo gusto!".

E' pornografia splatter, pornosplatter, pornogore. sventramenti e scopamenti come non ci fosse un domani.
SPOILER: e infatti nel mondo di VJ non c'è.

Ora, inutile dire cos'è VJ, che lo ha inventato quel pazzo genio di Go Nagai, che il manga è n'altra roba rispetto agli oav, sono tutte cose che se non le sapete le trovate qui sull'internet.

Quello che ci serve sapere è che VJ è il gran visir di tutti gli anime adulti, quelle robe che facevano negli anni '80 in un Giappone che pareva uscito da Blade Runner per far sfogare i salariman repressi. E che poi arrivava in occidente e tutti a dire "Sta minchia! Non so se fa schifo o mi piace!".

Roba come Mad Bull 88, Angel Cop, MD Geist, Genocyber e qualsiasi cosa fatta da Yoshiaki Kawajiri.


ROBE
PARECCHIO
DISTURBANTI


E diciamo la verità: Jack Violenza ci piace proprio perchè fa schifo, proprio perchè è talmente perverso da farci sentire normali nelle nostre fantasie sessuali spinte, quelle che al massimo bondage o role play o un paio di sculacciate alla buona vestiti da professore e studentessa.

A farci stare male in tutti i sensi ci pensano gli hentai.

Ed è qui che finiva definitivamente e incontrovertibilemnte, perlappuntamente, la mia infanzia. Chè finchè vedi un gigante armato di coltello a serramanico decapitare violentatori transgender arrapati, un minimo di senso ci sta.

Ma quando arrivano i tentacoli è la fine.


La FINE

Perchè quella sera volevo vedere gli anime dei grandi su Canal Jimmy.

Si quel canale dove davano i cavalieri dello zodiaco, doctor who, il Devilman ultraviolento e gli hentai e poi ti stupisci che dopo che lo chiudono nessuno guarda più la televisione.

E mi aspettavo al massimo il mio amicone Jack, quindi una tipa stile Fujiko che fa le cose zozze o a cui fanno robe zozze e violente.

E invece mi trovo davanti Demon Beast Invasion, quella cosa tratta dal manga di Toshio Maeda.

Cioè un demone tentacolare che se ne fa tre alla volta.

Ed il cervello non sa che cosa fare... se mandare sangue al pippo o far risalire la cena.

E alla fine fa entrambi.

A destra Toshio Maeda, a sinistra la vostra innocenza


Anyway.

Roba come Demon Beast Invasion o Urotsukidoji è perversa. C'è quel mix di sesso deviato, bestiale, cattivo, stronzo.

E splatter NEL sesso.

Che se in VJ ci stava il sesso da una parte, la violenza dall'altra, che quando si mischiano comunque restano separati, nelle immagini di ste robe il sesso è violenza, la violenza è sesso, c'è dolore fisico e psicologico e misoginia a fiumi.

La donna è sempre oggetto da scopare, anzi da violentare, da distruggere, possedere fino a fare a pezzi.

Folle?

Sicuramente.

Disgustoso?

Pure.

E se vi dicessi che uno schifo così ha radici culturali ben più profonde?

Cultura moderna

Toshio Maeda, creatore di Urotsukodji, Demon Beast Invasion e La Blue Girl, tutta roba che gli spettatori di canal Jimmy conoscono bene, si è rifatto ad una corrente artistica pittorica nipponica.

Si: gli anime zozzi perversi hanno una base artistica vera e propria, non sono solo il parto di una mente deviata qualsiasi. Viviamo in un pazzo, paaaaazzzzo mondo.


All'inizio c'era il sogno della moglie di un pescatore, dipinto del 1814, con il tentacolone originale


Erotismo Lovecraftiano


che fa parte dell'arte erotica giapponese detta "Shunga".

Arriva la II Guerra Mondiale... anzi no, scusate, un pò prima arriva la dittatura militare di Hirohito e gli Shunga divengono più deviati, con la violenza che si aggiunge al sesso, in segno di protesta contro il regime opprimente.

Cioè gli hentai contro i fasci, la realtà contro la fantasia vince 200 a 0.

Passa il tempo, cade il regime ma la censura in Giappone rompe, che se mostri i genitali o la penetrazione è reato.
Cioè, Takashi Miike può fare vedere tutte le devianze sessuali possibili e immaginabili più altre che vengono chiamate "devianze alla Miike", ma il pippo e la patonza no, che è roba perversa.

Cioè, puoi fare il film e far vedere pippo, patonza, pippo dentro patonza, pippo tra poppe e pippo che gioca a nascondino in bocca, ma poi devi pixellare tutto.

I Jappi sò strani.

E quindi come fare?

Semplice, basta usare tentacoli al posto dei falli.

E l'incubo è servito.

Maeda invece se ne frega della censura e si rifà alle forme deviate di shunga degli anni '20 e '30 per puro (dis)gusto personale.

E vabbeh. Cultura o meno, fatto sta che preferisco roba più soft, tipo Rocco che schiaffeggia con il suo godzillone le ex candiate del PD.

O se proprio devo guardare un hentai mi riguardo quel cultazzozzo di Bible Black, che si c'è pure un tentacolo, ma non più di tanto.

In compenso c'è parecchio futanari.

Cos'è il futanari?

Eheheheheheh

Googlolatelo se avete il coraggio, và! Che sennò qua non arrivo più al punto.


Liceali porcelle e professoresse con sorpresa incorporata



Il punto è che l'animazione zozza è roba fatta da quei pazzi giapponesi, che si sa sono pervertiti repressi, che vivono il sesso come vogliono e se quelli delle Iene dicono che sono pure tutti pedofili io ci credo, si si.

Noi occidentali col cacchio che ci sogniamo di fare una roba del genere.

Cioè no, aspetta, che in Italia abbiamo Milo Manara che è un eroe nazionale.

E tanti di quei fumetti zozzi che pure Maeda ad un certo punto si è scandalizzato. Che saranno pure roba meno perversa di un polpo arrapato, ma lo stesso sono roba un pò parecchio porno.

In compenso in America non le fanno ste cose, no no!

Che là sò tutti quaccheri timorati di Dio e credono che le tette sono il diavolo.

Solo che no, in compenso gli Americani hanno fatto l'animazione per adulti anche prima dei Giappi.

Che se l'hentai nasce più o meno negli anni '80, il fumetto americano underground aveva sfornato qualcosa di più scioccante (sort of) già nei mitici anni '60.

E sto parlando di Fritz il Gatto.



E chi è Frtiz il gatto?

Fritz il gatto è un gatto antropomorfo. E fin qui tutto bene. E' come Topolino che è un topo antropomorfo, Paperino che è un papero antropomorfo e Pippo che è una pippa antropomorfo.

Solo che no, non è una pippa e non c'entra nulla con Pippo, Paperino e Topolino.

Che se sti tre tizi creati da Adolf Hitler Walt Disney sono antropmorfi perchè parlano, stanno ritti su due zampe e guidano la macchina per andare a lavoro, il nostro gattaccio Fritz è antropomorfo anche perchè fuma canne e fa le orge.

Vi lascio un momento per somatizzare anche sta roba.

E tranquilli che questo non è un hentai.

Fatto?

Bene.

Ora vi starete chiedendo qualcosa come "Ma chi è sto Toshio Maeda merregano che ha inventato il gatto arrapato? Uno stupratore seriale di pulcini? Un serial killer con la mamma scassamenghia? Un impiegato del catasto con la passione per lo strapon? Un elettore di Donald Duck Trump?

No cari bambini, chè il buon Robert Crumb è a dir poco un signore.

Ma prima di lasciare la parola al mio coinquilino dalla fluorescenza rettilia nucleare, cerchiamo di capire chi è Fritz per poi capire chi è la mente (non poi tantissimo) malata dietro Fritz.


Provate a fissare quest'immagine per più di cinque secondi senza distogliere gli occhi


Fritz appare per la prima volta in un fumetto rigorosamente underground nel 1959.

Una storia breve, brevissima anzi e semplicissima: c'è Fritz che è un gatto partito per la città per fare fortuna. Ed è un testa di cazzo, tanto che non tira fuori un topo da un buco. Quindi, scroccando un passaggio ad un treno stile hobo degli anni '30, torna dalla mamma in campagna e ritrova pure la sorellina, che nel frattempo è diventata una bella gattina.

E se la tromba.

E mò so che pensate: "Maledetto Crumb sei un maschilistazoticoperververso condividi se se indiniato !!!!!11!1!!!!!11"

Solo che no, Crumb non era nè maschilista, nè zotico, nè veramente perverso. Almeno non più di tanto.

La sua è una provocazione bella e buona, un pugno in faccia agli animali parlanti Disney di sta ceppa che dopo 20 anni avevano già rotto i coglioni, figuriamoci ora che ne sono passati quasi 100.

Perchè Fritz è un gatto e i gatti si accoppiano pure tra consaguinei.

Quindi: SE Fritz è un GATTO, i gatti lo fanno TRA CONSANGUINEI, allora non c'è nulla di male.

Vai a contestare sto sillogismo, vai!

Quindi semmai sono gli animali di Adolf Disney ad essere storti perchè privi di sesso, perchè sono parrucconi.

Quaccheri asessuati


Ma chi è davvero Fritz?

Crumb lo modella più attentamente quando comincia a scrivere la miniserie che lo rende famoso, pubblicata tra il 1964 ed il 1972 (almeno così dice wikipedia).

Fritz è uno studente universitario degli anni '60, quindi un deboscia come pochi.

Sul serio: non fa un cazzo, pensa solo a cazzeggiare con gli amici, un coniglio ed un porco (no, non sono metafore) e a fare proclami tipo


Si, i corvi sarebbero gli afroamericani, ma vabbeh vi rimando a quanto scrive il Cobra per ogni delucidazione.

Anyway, Fritz vorrebbe essere un ribelle, un anarchico, una spina nel fianco del sistema fascista che lo sottomette assieme ai suoi amici corvi.

Ma in realtà è solo un fanfarone arrapato.

Fritz è la quintessenza del fancazzismo, passa le giornate a bere, fumare tromboni e fare orgette con altre gatte o giumente o qualsiasi altro animale di sesso femminile.


La contestazione, quella bella


Questo quando non cerca di riconquistare la sua ex, chiamata Winston, una tizia un pò snob che giustamente lo sfancula in quanto incapace.

True Love

Capito?

Fritz in fondo è un pò come tutti noi.

Un codardo che si crede idealista, un rivoluzionario che in realtà è un debosciato, un puttaniere che fa l'innamorato, un grand'uomo che non sa neanche cambiare una ruota alla macchina.

Insomma, l'italiano medio.

Ma ora, per andare più a fondo, lascio la parola al padrone di casa, che ci parlerà di Robert Crumb partendo da un documentario che il nostro amico Terry Zwigoff e il mitico David Lynch gli hanno dedicato nel 1994:





Crumb è un anticonformista di quelli veri, quelli non si omologano a nulla e raramente rettificano le affermazioni fatte. Non è mai stato un cultore dei valori borghesi, tantomeno un fautore della controcultura vera e propria.
Nel film di Zwigoff, Crumb è messo a nudo, parla di sè, del sesso e della famiglia. Il rapporto con i due fratelli, votati alla tragedia, è l'unico accenno verso il dramma. Per il resto, appare come una persona normale, con una moglie e due figli, di cui il maggiore ha cercato di seguire le orme del padre.
Una figura, la sua, che non conosce, nè vuole conoscere la vergogna. Le accuse di misoginia e razzismo piovutegli addosso forse sono veritiere, forse no, a Zwigoff non interessa. Quel che gli interessa è catturare in un momento l'immagine di un'uomo introverso eppure geniale, un autore totalmente calato nelle proprie idee, a partire dal suo rapporto con l'altro sesso.
La donna per Crumb è oggetto sessuale, lo dice con franchezza ed ironia. Spesso ritratta in un coito posteriore, sempre disegnata con proporzioni esagerate, con gambe e didietro torreggianti. Ma cos'è che lo spinge a dipingerla in questo modo?
Stando alla testimonianza di una psicologa, una possibile paranoia verso il mondo esterno, che lo porta sin da piccolo a trovare riparo dietro le gambe della madre, vista come ultima difesa verso il dolore causato dall' "altro".
Il suo, in sostanza, non è mero feticismo, quanto una visione dettata da una particolare conformazione mentale. Il che, unito alla sua totale franchezza, lo rende quasi morboso nel ritrarre il sesso, sopratutto quando lo usa come strumento per distruggere i tabù.
Di sicuro la sua opera più controversa è "Joe Blow", vero e proprio pugno allo stomaco ai benpensanti, dove una normale famiglia americana si rivela dedita all'incesto e alla sottomissione violenta della prole. Ma non c'è una vera vena polemica, se non la voglia di scandalizzare, di scardinare quel velo di ipocrisia con cui i "normali" talvolta si coprono; non c'è volontà di abbattere un sistema di valori, quanto quella di smascherare una tendenza conformista che porta a voler celare ogni devianza e ad esaltare al contempo quei valori "benigni" che in realtà non si seguono nel privato.
La sua è una provocazione pasoliniana, dove però non c'è alcuna carica politica. Una provocazione quasi onanista, che sarebbe tale se non fosse sorretta da un'indole franca e sopratutto da un umorismo sarcastico che rende tutto apprezzabile, anche quando ritrae le peggiori nefandezze.
Ed è proprio questa sua spontaneità, che si evince anche quando parla dei deliri del consumismo, a renderlo un autore anomalo nel panorama americano: per sensibilità e carica satirica, Crumb è più vicino a molti autori europei.





Capito?

Crumb faceva gli shunga nel periodo della contestazione ed era weirdo fino al midollo and proud to be.

E giustamente ci ha avuto il successo.

Tanto che pure a Hollywoo hanno pensato di farci un film.

Ma a chi lo fai dirigere un film su di un gatto finto contestatore arrapato?

Semplice, ad uno che ha fatto dell'anti-Disney il suo credo


Enter Ralph Bakshi



Ralph Bakshi è uno che ha le palle. Le palle di vivere sempre fuori del sistema, per fare il cazzo che vuole.

Bakshi è uno che sperimentava pur avendo quattro soldi di budget. E sopratutto che crede che l'animazione non deve essere per forza una cosa da bambini scemi o adulti ancora più scemi.

Come i migliori animatori jappi insomma.

E lo faceva dai primi anni '70. E ha fatto roba come American Pop e Ice and Fire che spero un giorno il crotalo ci scriva qualcosa.

Fritz il Gatto è il suo esordio, dopo anni passati a disegnare Spider-Man e Iron Man.

E che esordio.

Ma prima una piccola precisazione: la versione da vedere è quella inglese. Quella italiana l'ha doppiata Oreste Lionello. Che era un grandissimo doppiatore, ma quando si trattava di adattare testi non si sa perchè andava nel modo più libero possibile.

Così i corvi, cioè i neri di Harlem, diventano i Milanesi di Brooklyn (eh?), la rivoluzione contro il capitalismo diventa la rivoluzione per la topa gratis (MA?!?!?) e l'inno all'amore contro la violenza diventa nulla... insomma, un altro film.

Per carità, i colpi di genio ci stanno pure, come la canzoncina sul pornogatto che apre e chiude il film e la mitica "se arriva Settembre Nero finiamo tutti al cimitero!", ma mooooooolto del succo finisce fuori dal bicchiere.

Ma non perdiamo tempo e occupiamoci del Fritz il Gatto rivisto da Bakshi.



Anche qui Fritz è un deboscia, un micio che non fa altro che seguire il suo chiodo fisso, la micia, e combinare casini. Ma casini grossi.

Bakshi prende solo spunto dal fumetto di Crumb e fa un film suo, che dal fumetto riprende giusto due scene, quella imprescindibile, cioè l'orgia, dove a Fritz gli va pure meglio che nei fumetti, e quella di lui e Winston on the road.

Tutto il resto è farina del suo sacco. E che sacco.

Il pornogatto in azione
Ci sono i poliziotti, che sono maiali. Tutti.

Ma prima c'è Fritz che fa l'orgia. E gli sbirri, gelosi, entrano per fargli il culo. E sono razzisti e pure omofobi. E già qui Bakshi dimostra di avere le palle.

Poi Fritz va dai compagni che studiano e fa una filippica contro l'intellettualismo. Ed ha pure ragione, vivete la vita, cazzo!


Anti-Intellettualismo


Poi se ne va ad Harlem e conosce il corvo Duke, con cui si ammazza di canne.

E le canne si sa fanno bene. E se poi aggiungi il sesso con una corva, che lo sfotte perchè non è abbastanza corvo, arrivi all'illuminazione.

E quando arriva all'illuminazione, il gatto bianco afflitto dai sensi di colpa per aver reso impossibile la vita ai corvi neri che fa?

Detroit a Harlem

E quindi giù di casino, arrivano i poliporci che picchiano tutti e ammazzano pure Duke. E qui Bakshi dà un bel pugno allo stomaco, con una scena di morte straziante.

E dopo aver ucciso un suo amico, che li aveva pure salvato la vita, Fritz che fa?

Ovviamente scappa, perchè è il gatto bianco medio.



Ma il punto non è la rivoluzione, che Fritz resta pur sempre il buono a nulla di Crumb.

Il punto è la fica.

E a Bakshi frega un cazzo della censura e schiaffa tette, patate e piselli in bella mostra.


SCANDALO

Per i benpensanti, almeno.

Per quelli che pensano che l'animazione debba essere solo Biancaneve e Rapunzel e cazzate simili.

Perchè tutti gli altri stanno al gioco e si divertono a prendere per il culo i parrucconi.

Parrucconi ipocriti, come Topolino e Paperino, che in una scena acclamano la venuta dei bombardieri su Harlem. Perchè puoi pure essere il personaggio più politicamente corretto di questo mondo, ma se sei figlio di un antisemita misogino, sei comunque qualcosa di incredibilmente storto.

Quindi bisogna distruggere ciò che rappresenti, anzi sbeffeggiarlo in modo divertito, togliendo i buoni animali antropomorfi e mettendoci un pornogatto un pò stronzo.

Ed il sesso, che è la prerogativa di ogni essere umano. Il sesso libero, quello allegro, spensierato, dolce.

Opposto al sesso violento della gang di nazi. Perchè se vivi nella violenza, se sei un catatonico che si ripiglia solo bucandosi e facendo saltare in aria i palazzi, non puoi che essere un pervertito e prima ancora una testa di cazzo che al confronto il gatto bianco medio è un santo.

Morte ai porci


Il film di Fritz esce nel 1972 e sbanca in tutto il mondo. Bakshi diventa una star ed avvia una florida carriera di regista, mentre il nome di Crumb viene conosciuto anche fuori dall'underground.

Solo che poi Crumb si incazza. Perchè non gli sta bene cosa Bakshi ha tirato fuori dal suo fumetto. E come lo dimostra?

Semplice: ammazza Fritz.


Nell'ultima storia a lui dedicata, troviamo il pornomicio diventato famoso, anzi ebbro di successo, con una hybris a livelli totogalattici.

E tra una dose ed una sbronza, incontra una sua ex tipa, una struzza con le gambe giganti come piacciono a Crumb. Che gli pianta un rompighiaccio nella schiena e kaput, addio Fritz.

Ed ogni volta che viene chiamato a parlare di Fritz, Crumb tira in ballo il film e ricorda come non abbia avuto un cazzo a che farci.

Ma sai quanto gliene frega ai produttori?

Tanto che nel 1974 fanno un seguito, che a sfregio si chiama Le 9 vite di Fritz il Gatto, a farti capire che una gliel'hai pure tolta, ma lui è ancora vivo.

Solo che anche Bakshi da forfait e tanti saluti.

In compenso a dirigere c'è Robert Taylor, già assistente di Bakshi nostro e che purtroppo finirà a lavorare per la Disney, anche se ha fatto roba come Bonkers, Tale Spin e Ecco Pippo! che sono ancora belli.

E com'è sto sequel?

Diciamo che è quello che succede quando prima ti droghi e poi guardi Fritz il Gatto, che già di suo era bello psi-drogato-chedelico-fatto.




Mettiamola così. Fritz il gatto era sgangherato e certi sketch non erano riuscitissimi. Le 9 vite eccetera è ancora più sgangherato e molti sketch non fanno ridere e c'è pure meno sesso. Quindi è uguale, un pò meno riuscito e molto più psichedelico.

Perchè comincia con Fritz che fa quello che gli riesce meglio, ossia un cazzo, stravaccato sul divano a fumare fumo mentre la moglie allatta il figlio, che pure lui è un gatto di casa e famigghia.
Poi la moglie sbotta e gli fa un cazziatone, ovviamente poppe al vento, perchè è un fancazzista (e che l'hai sposato a fare), quindi il nostro vaga con la mente in altri luoghi. Ma parecchi altri luoghi.

Menage familiare

Andando con ordine, finisce a bombarsi la sorella di un amico ispanico e fin qui tutto nella norma, se non fosse che quando arriva il padre della tipa lo fa saltare in aria a fucilate.

Poi incontra un barbone che dice di essere Dio e si scopre che alla fine è veramente Dio che si è rotto le scatole di essere Dio.


Raggiungere l'illuminazione


Poi di punto in bianco finiamo con Fritzetto nostro nella Germania Nazi sotto le bombe merregane ed il pornogatto si ritrova a fare lo psicanalista di Hitler... minchia se era roba buona.

E Hitler che fa? Ad un certo punto se lo incula... roba buonissssssssima.


E usa pure il vecchio trucco della saponetta!!!!11!1!!1!


Poi boh, Fritz fa un casino per un preservativo usato, finisce nello spazio, esplode tutto.... mi sa che abbiamo fumato troppo.

In compenso gli ultimi due episodi sono gustosi.

In uno finisce nel New Jersey, che il presidente Kissinger ha trasformato nella Nuova Africa, ossia ci ha ghettizzato tutti i niggaz e i niggaz ci ammazzano tutti i non-corvi che ci mettono piede, perchè un pò di razzismo ogni tanto non fa male.

L'incubo di Salvini

Poi finisce a fare il filosofo nelle fogne e incontra prima un regista snob, poi il caprone in persona, che però è una checca... datemi il nome di quello spacciatore ora!!!!!!!!!!


Arte


E quindi nulla, Fritz tromba di meno ma in compenso è più scoppiato che mai.

E questa è pure la sua ultima apparizione... peccato, ci vorrebbe oggi come oggi un bel Fritz in 3D che rompe le palle agli animali parlanti della Dreamworks di stocazzo.

Cioè, ve lo immaginate Fritz in computer graphic, magari con la voce di Jonah Hill o Seth Rogen, che parte per un' avventura stile Madagascar o Rio ma finisce solo nel vicolo sotto casa a bombare e fumare?????????

Lo voglio!!!!!!!


L'eroe di cui abbiamo bisogno



Bene, vediamo di ricapitolare cosa abbiamo imparato oggi:


  1. Le droghe pesanti fanno bene;
  2. Anche i polipi lo fanno;
  3. Walt Disney è il Male;
  4. Il Pornogatto ci salverà.

E per finire, vediamo che fine hanno fatto i nostri protagonisti:

  • Robert Crumb, a prescindere dalle polemiche o forse proprio per questo, è considerato ampiamente come il più importante fumettista vivente;
  • Ralph Bakshi, dopo anni passati a produrre i suoi film in modo indipendente, si è accostato ad una major. Correva l'anno 1993 e doveva dirigere Fuga dal Mondo dei Sogni, che nei suoi piani doveva essere la storia del figlio bastardo di un essere umano ed un cartone animato; solo che gli stronzi della Paramount e quella stronza di Kim Basinger alla fine gli hanno fatto cambiare tutto. Da allora non ha diretto più nulla, ma è comunque considerato uno dei massimi geni dell'animazione;
  • Il prof. Arnaldo F****** è divenuto parlamentare con il nome di fantasia di Re**to Bru**tta e ne spara una quasi ogni giorno;
  • Capitan Spaulding è stato arrestato per oltraggio al pudore e post di cattivo gusto. Attualmente sta scontando una pena a Rebibbia assieme a molti ex politici di Forza Italia.


THAT'S ALL FOLKS!

giovedì 15 marzo 2018

Le Avventure di TinTin- Il Segreto dell'Unicorno

The Adventures of TinTin

di Steven Spielberg.

con: Jaime Bell, Andy Serkis, Daniel Craig, Simon Pegg, Nick Frost, Toby Jones, Daniel Mays.

Animazione/Avventura

Usa, Nuova Zelanda 2011
















Un incontro scritto nel destino, quello tra Spielberg ed Hergè, che risale ai primi anni '80. Impegnato nella promozione europea de "I Predatori dell'Arca Perduta", il Re Mida di Hollywood vede costantemente paragonato dai recensori il suo Indiana Jones con TinTin, protagonista di un fumetto a lui sconosciuto, ma molto popolare in Europa, cosa che lo incuriosisce.
La successiva lettura della bande dessinèe lo colpisce al punto di decidere di portarla sullo schermo: quel mix di avventura esotica, mistero ed azione è perfetto per il suo cinema rocambolesco e genuinamente escapista; ma vi è un problema, ossia come trasporre le avventure del reporter dai capelli rossi senza creare una pellicola manierista, una sorta di inutile variazione de "I Predatori". Ed è questo l'inizio di un progetto che si realizzerà solo 30 anni dopo, con l'aiuto di Peter Jackson e, in sede di script, di Edgar Wright, Joe Cornish e Steven "Doctor Who" Moffat. Una trasposizione rispettosa del materiale di partenza, che riesce perfettamente nell'essere un ottimo film di avventura, dal ritmo sempre alto e dall'inventiva, sia visiva che narrativa, stupefacente.



Creato dal belga Georges Remi, in arte Hergè, già nel 1929, il personaggio di TinTin è protagonista di una serie regolare che dura sino al 1983, anno della morte del suo autore. Reporter integerrimo, vive una serie costante di avventure che lo portano ad intrecciare sovente il cammino con personaggi ed eventi reali, in contesti storici sempre credibili, anche quando finisce sulla luna prima di Armstrong.
Il tono picaresco, spensierato ed il ritmo veloce conquistano da subito il pubblico francofono prima, europeo in un secondo momento, dove i libri di Hergè conoscono un successo sempre crescente. Merito anche della bella caratterizzazione dei personaggi: TinTin è un idealista pronto a tutto pur di svelare il mistero di turno, il suo migliore amico, il capitano Haddock, un burbero lupo di mare dall'imprecazione sempre pronta, il duo Dupond e Dupont, gemelli mancati, due poliziotti un pò imbranati, perennemente in giacca e bombetta, o lo stralunato professor Girasole, uno scienziato un pò toccato; senza dimenticare il fido Milù, cagnolino dall'intelligenza spiccata e perfetta spalla, che spesso si rivela essenziale per uscire dai guai.


Già trasposte in una bella serie televisiva a cartoni dei primi anni '90 e prima ancora in un film del 1961, le avventure di TinTin arrivano per la seconda volta sul grande schermo nel 2011, come un film d'animazione in performing capture, quella tecnologia che negli stessi anni ossessionava Robert Zemeckis, ma che Spielberg riesce ad usare in modo decisamente più convincente.
Chiusi gli attori nel volume, usando una macchina da presa radiocomandata e forte di un budget di quasi 100 milioni di dollari, Spielberg crea movimenti di macchina funambolici ed impossibili da replicare nella realtà, interi piani sequenza che seguono costantemente il protagonista nelle sue corse e capriole, in movimenti velocissimi, quasi sincopati, che donano un ritmo unico alla pellicola. Il controllo totale sull'inquadratura, data dallo strumento dell'animazione con cui si cimenta per la prima volta, lo porta anche a creare immagini più plastiche del solito, che divengono veri e propri quadri nei passaggi di scena, con dissolvenze analogiche che giocano sulle forme degli oggetti e paesaggi. Il che, mixato con una storia di ampio respiro, rende questa trasposizione come un vero e proprio nuovo capitolo di Indiana Jones: il senso dell'avventura e della velocità proprio dei film con l'archeologo armato di frusta e fedora si ritrovano più qui che nell'orrendo "Il Regno del Teschio di Cristallo", tanto che il reporter belga di Hergè può davvero essere considerato come il suo perfetto erede cinematografico.




Un plauso fa fatto all'intero team degli effetti speciali (circa 900 animatori) per essere riusciti a ricreare con credibilità i lineamenti e le espressioni degli attori senza far scadere la percezione dei personaggi in quell' "uncanny valley" che li renderebbe mostruosi, cosa che invece accadeva sia in "Polar Express" che nel successivo "Mars needs Moms".
Ma la riuscita definitiva è dovuta ad uno script che fonde con gusto ben tre delle storie di Hergè, per creare un'avventura dal ritmo indiavolato, dove il mystery e l'azione si inseguono sino alla risoluzione.




Spielberg dal canto suo riesce perfettamente a mischiare i due registri; il ritmo è sempre alto, ma quando c'è bisogno di dar spazio alla storia, questo rallenta senza incepparsi. Sopratutto, capisce quando il tono necessita serietà e quando no: incredibile vedere TinTin impugnare una pistola per difendersi, come se si fosse ancora il quel bel cinema per ragazzi anni '80, dove le maglie della censura permettevano un tono adulto alla narrazione; e quando arriva lo splapstick, lo fa in grande stile e senza far scadere il tutto nella farsa, persino quando la gag di turno consiste nel vedere il capitano Haddock ruttare nel serbatoio di un aeroplano.




Un'avventura dal gusto retrò perfettamente riuscita, questa prima trasposizione di TinTin da parte di Spielberg; il vero erede del suo miglior cinema d'avventura, uno spettacolo incredibile ed ammaliante, puro e magnifico cinema di intrattenimento, quello della miglior specie.

lunedì 12 marzo 2018

La Signora della Porta Accanto

La Femme dà Còtè

di François Truffaut.

con: Fanny Ardant, Gerard Depardieu, Herni Garcin, Michèle Baumgartner, Roger Van Hool, Vèronique Silver.

Drammatico

Francia 1981















Dopo otto anni, due ex manti si ritrovano, adulti e sposati, e la loro passione riesplode. Un assunto convenzionale, già visto, forse anche piatto; che, però, nelle mani di quel sommo scandagliatore dei sentimenti che era Truffaut diviene il canovaccio di un film, il suo penultimo, che di convenzionale non ha nulla.
"La Signora della Porta Accanto" è infatti un melodramma a tinte fortissime, dove il grande autore rinuncia alla leggerezza per immergersi del tutto nei panni dei due protagonisti, Gerard Deparidieu e Fanny Ardant, bellissimi e dall'ottima alchimia, fino a dar vita ad un ritratto fosco ed appassionato.




Una storia, quella di Mathilde e Bernard, il cui esito è già scritto; l'epilogo coincide con il prologo ed è tragico; tutto viene narrato dalla signora Jouve (Veronique Silver), che nei primi minuti infrange la quarta parete e dimostra l'inconsistenza del narrato: quella a cui assisteremo è solo una storia, per di più già scritta; ciò che conta non e l'intreccio, quanto i personaggi che la vivono.




Due persone separate dalla paura  del matrimonio, di quella famiglia che ora bene o male hanno. La rottura, dovuta ad una gravidanza non tanto desiderata e sopratutto dalla paura della fuga dal nido familiare, si ricompone: l'attrazione è immediata e cocente, erompe irrefrenabile e si consuma in un attimo.




A Truffaut non interessa tanto il ritorno di fiamma in sè, quanto le sue conseguenze; Bernard si perderà nel sentimento, fino ad esternarlo dinanzi a famiglia ed amici; Mathilde, impossibilitata a dimenticare il suo vecchio amore, ora a portata di sguardo, avrà un crollo mentale. La follia d'amore, la stessa che in "Adele H." era dovuta alla mancata corresponsione del sentimento, li consuma entrambi fino a divorarli del tutto, innescata dall'ineluttabilità di ciò che provano.




Sullo sfondo, una storia speculare a quella dei due amanti, ossia quella della narratrice, la signora Jouve, abbandonata in gioventù dal suo unico, grande amore; episodio portò anch'ella a tentare il suicidio, dal quale però è sopravvissuta ferita nel corpo prima che nell'anima; amante che ora ritorna, venti anni dopo l'abbandono, ma la cui passione non riesplode.




E' il passato che ritorna l'agente essenziale nella storia, che Truffaut declina quasi come un noir; l'impossibilità di fuggirlo diviene trappola per i personaggi principali, che finirà per stritolare. Ed il tono è anch'esso forte, virato verso una sensualità inusitata, incarnazione dell'attrazione selvaggia, laddove invece la regia si fa più sensibile, tutta giocata sui campi medi, come ad allontanarsi da quei volti e corpi con una forma di pudore.
Il melò diviene così supremo mezzo espressivo e Truffaut riesce a raggiungere un'ulteriore vetta nella sua carriera.

giovedì 8 marzo 2018

Quello che non so di lei

D'apres une histoire vrai

di Roman Polanski

con: Emanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Dominique Pinon.

Thriller

Francia, Belgio, Polonia 2017













---CONTIENE SPOILER---


La paranoia che porta alla destrutturazione percettiva è uno dei temi essenziali nel cinema di Polanski; bene o male, quasi tutti i suoi personaggi si ritrovano a vivere in uno stato di paura inconscia che altera la realtà che li circonda, catapultandoli in incubi ad occhi aperti. Basti pensare a "Rosemary's Baby" ed alla paranoia del parto, alla penefobia di "Repulsion" o al mistero di "La Nona Porta".
Con "Quello che non so di lei", Polanski ritorna alla tematica della paranoia e dell'inscindibilità tra percezione e reale, declinandola in chiave para-oggettiva, perdendo in toto il fascino che ha da sempre caratterizzato il suo stile.




Delphine (Emanuelle Seigner) è una scrittrice acclamata che entra in una spirale depressiva a causa del blocco dello scrittore. Situazione che sembra aggravarsi quando conosce la bellissima e misteriosa "Lei" (Elle in originale, interpretata da Eva Green).
La specularità tra i due personaggi è presto servita: entrambi scrittrici (Lei è una ghost writer, come in un exploit decisamente più riuscito del regista) e donne indipendenti, ma Delhpine è acclamata, Lei vive nell'ombra, dapprima delle star di cui scrive le autobiografie, poi di Delphine, che cerca di far uscire dal suo stato di blocco.
La metafora è ancora più lampante: Lei è l'ispirazione che si insinua nella psiche e che porta la scrittrice ad un passo dalla morte; un' "amante" esigente e violenta, che domina il suo oggetto del desiderio e non concepisce interferenze esterne.
Il colpo di scena è prevedibile sin dalla prima apparizione della Green: Lei altro non è che un'emanazione della psiche di Delphine, che prende di volta in volta ruoli differenti; dapprima amica sincera, poi invidiosa, poi ancora doppio totale che si appropria della sua identità (richiamando alla mente il purtroppo dimenticato "Inserzione Pericolosa") ed infine matrigna diabolica (come in "Misery"); tutto già visto in altre pellicole, oltre che ovviamente prevedibile in ogni sua svolta.




Prevedibilità a parte, è lo stile di Polanski ad affossare ogni tipo di velleità; l'estetica espressionista di "Repulsion" e "L'Inquilino del Terzo Piano" è lontana mille miglia; la messa in scena, ora, non è deformazione del reale filtrato dalla mente della protagonista, ma una realtà puramente oggettiva nella quale si muovono i due personaggi, sia quello reale che quello immaginario. Viene a mancare, di conseguenza, ogni tensione, sia letterale che psicologica; non ci sono simbolismi, né vere metafore, solo una narrazione diretta e piattissima, scene che si incastrano in un collage che ritrae un quadro già visto e lo fa con colori sbiaditi.




Ogni motivo di interesse finisce per perdersi subito: la noia prende sovente il posto della tensione, come se Polanski fosse troppo vecchio e stanco per girare un vero thriller. Adagiandosi sul confronto tra due figure simili e speculari, d'altro canto, porta a casa un risultato scialbo e dimenticabile, davvero indegno del suo nome e di quello di Olivier Assayas, qui sceneggiatore, anche se non si direbbe.

lunedì 5 marzo 2018

Film Socialisme

di Jean-Luc Godard.

con: Jean-Marc Stehlé, Patti Smith, Agatha Couture, Quentin Grosset, Lenny Kaye.

Francia, Svizzera 2010





















Ad 80 anni suonati, Godard continua il suo discorso sul linguaggio e si dimostra ancora poliedrico ed aperto alle nuove influenze. "Film Socialisme" è in un certo senso il suo film più radicale, ancora più di "Prènom Carmen" e "Due o Tre Cose che so di Lei", formando con il successivo "Addio al Linguaggio" un dittico definitivo sulla frantumazione dello sguardo.



Il filo conduttore dei 97 minuti di immagini e dialoghi è labile, dato unicamente da una ricerca estetica e linguistica costante. Ricerca che si adagia su di una tecnologia impensabile ai tempi della Nouvelle Vague: l'Era Digitale ha disintegrato il concetto stesso di cinema, di cui resistono ora solo le vestigia. L'occhio digitale è, come in Cronenberg, nuovo organo umano: la fotografia diviene azione scontata nella vita, ordinaria, volta non tanto a creare ricordi, quanto ad immortalare l'attimo in una singola istantanea in moto automatico.




Da qui la definitiva perdita del punto di vista e la conseguente fluidità di linguaggio propria del XXI secolo (prima ancora dell'avvento dei social network). La narrazione si sfalda, macellata da una riflessione costante su cosa è stato il passato, con un'ossessione continua verso i mostri del XX secolo e gli ideali perduti. L'immagine stessa è qualcosa di diverso: privata della pellicola essa si fa sgranata, ancora più artificiale, i cui colori possono essere facilmente virati verso cromature del tutto impossibili, per alterare in modo ancora più profondo ciò che viene ripreso.
Ed il cinema diviene così "socialismo", al pari della comune familiare ritratta nel secondo atto: ogni singolo membro della società ne crea un pezzo, con le proprie storie immortalate dalla ripresa digitale.




Ne consegue un discorso volutamente astruso e scostante, dove più voci si accavallano sino a dare forma ad un magma di immagini e suoni, alcuni pregni di significato, altri meno.
Distruzione che è punto d'arrivo della ristrutturazione del linguaggio filmico. Oltre ci sarà solo la sua completa obsolescenza e la successiva rinascita a nuova forma narrativa-stilistico-estetica.

lunedì 26 febbraio 2018

Il Filo Nascosto

Phantom Thread

di Paul Thomas Anderson.

con: Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Sue Clark, Joan Brown, Harriet Leitch, Dinah Nicholson.

Usa 2017
















---CONTIENE SPOILER---


L'amore come controllo e manipolazione, sottomissione ed affabulazione; no, non è uno dei celebri drammi di Rainer Werner Fassbinder, ma l'ultima fatica di un Paul Thomas Anderson, che si conferma artista poliedrico per tematiche e stile. Dopo le forme stroboscopiche di "The Master" ed il caos di "Vizio di Forma", Anderson si cala nelle geometrie di un atelier di moda inglese degli anni '50 per dar vita ad un dramma volutamente freddo e formale, graziato da quella che è probabilmente l'ultima performance del grande Daniel Day-Lewis.




Al centro della vicenda, come ne "Il Petroliere", una figura egomaniaca, Reynolds Woodcock (Lewis), proprietario dell'omonima casa di moda che gestisce coadiuvato unicamente dalla sorella Cyril (Lesley Manville) e che trova nella cameriera Alma (Vicky Krieps) una modella ed amante perfetta.




Una storia semplice, quella di "Phantom Thread", ossia il filo nascosto che permette a sua volta di cucire ogni cosa dentro un abito. Un filo che unisce due esistenze e che ne cela le emozioni, raggelate sino a renderle eteree.
Reynolds è un maniaco del controllo, un uomo che vive in modo meticoloso una routine quotidiana sacrosanta, la cui perfezione è pari solo alla maestria che riversa nel suo lavoro; lavoro per il quale sembra provare l'unica passione smodata della sua esistenza, al punto da non lasciare che delle clienti indegne indossino i suoi abiti.
Alma diviene così un elemento di disturbo, una donna che con le sue esigenze ed il suo carattere più semplice infrange quell'equilibrio ferreo nella vita di Reynolds; da qui le crisi continue, il rincorrersi di due figure quasi antitetiche, che combattono una battaglia caratteriale in nome di un amore totale.




Un amore che ciascuno vive a modo suo. Alma manipolando il marito, ferendolo nel corpo per averlo fisicamente tutto per sè. Reynolds sopportando i modi un pò rozzi ma sempre genuini della moglie. Due amanti agli antipodi, la cui attrazione è per questo irrefrenabile. Attrazione che diviene controllo, sottomissione dell'amato per non doverlo dividere con il mondo.
Anderson esplora così queste due psiche ai limiti della devianza: Reynolds perso nella sua mania, orfano di quella figura genitoriale al solito assente persino quando si fa visione, in grado unicamente di seguire pedissequamente le proprie pulsioni caratteriali sino a chiudersi sovente in sè; Alma ossessionata dall'avere quell'oggetto misterioso che è il suo uomo, divenire parte integrante della sua vita, rivoltarla come un calzino pur di farla propria.
Laddove Anderson va oltre l'eventuale modello fassbinderiano è nella coscienza che i personaggi hanno della reciproca impossibilità di soffrire il carattere altrui. Da qui il compromesso, in un finale eseguito con maestria per celare l'atroce ferocia insita nelle loro azioni.




Se le passioni sono ardenti ed impossibili da sopprimere, la regia le nasconde tra le pieghe di immagini glaciali, dalla geometria sempre ricercata. La bellezza delle immagini, di quel mondo della moda tanto distante nel tempo eppure tanto simile a quello odierno, si fa gelido tessuto che copre ogni calore umano sino a trasformare i personaggi in automi, schiavi di sè stessi. Da qui una compattezza stilistica perfetta, dove ogni sbavatura viene evitata con un'attenzione maniacale, al pari di quella usata dal protagonista nel confezionare i propri abiti.




Anderson crea così un perfetto esempio di melò postmoderno, raffinatissimo e dalla cattiveria inusitata, un altro perfetto tassello in una carriera a dir poco impeccabile.

domenica 25 febbraio 2018

Mute

di Duncan Jones.

con: Alexander Skarsgaard, Paul Rudd, Justin Theroux, Seyneb Saleh, Noel Clarke, Dominic Monaghan, Nikki Lamborn, Anja Kaminski.

Noir/Cyberpunk

Inghilterra, Germania 2018

















Un progetto a lungo inseguito, quello di "Mute", che Duncan Jones mise in cantiere già all'indomani dell'uscita del suo esordio "Moon"; un progetto che doveva essere il riscatto di un autore che con "Warcraft" ha fallito nell'avviare un franchise e, ancora prima, nel creare un fantasy credibile.
Un film personalissimo, che Jones dedica ai genitori, in cui torna la figura paterna come martire predestinato, segno del suo rapporto difficile con il padre David Jones, alias David Bowie.
Un'opera che, come purtroppo spesso accade con i progetti più personali ed ambiziosi, scivola verso il baratro del malriuscito, senza mai riuscire a rialzarsi, schiacciata da una mole di ambizioni che restano sempre totalmente inespresse.




Se con "Moon" il punto di riferimento era il "Solaris" di Tarkovsky, in "Mute" Jones segue il tragitto di "Blade Runner" (anche se l'uso di auto d'epoca lo fa somigliare più ad "Innocence- Ghost in the Shell 2"); l'impianto è quello di un noir classico, che richiama alla mente anche il "Frantic" di Polanski: in un futuro cyberpunk, a Berlino, l'amish Leo (Skarsgaard) deve ritrovare l'amata Naadirah (Sayneb Saleh) e nella sua ricerca incrocerà Cactus Bill (un baffutissimo Paul Rudd), medico dell'esercito disertore che cerca con tutti i mezzi di lasciare il paese.




Una trama classica, cui si affianca uno svolgimento del tutto lineare, con un unico e duplice colpo di scena per tenere alta la tensione verso il finale.
L'enfasi viene posta più che altro sui personaggi. Da una parte Bill, sboccato ed irriverente genio della chirurgia, ammanicato con il sottobosco criminale berlinese, in grado di compiere ogni gesto malsano pur di dare un futuro alla propria figlioletta. Assieme a lui, lo stralunato Duck (Theroux), ingegnere della bionica nonchè pedofilo irredento, a formare una strana coppia di folli a spasso per la metropoli distopica.




Se lo spassoso duo Rudd-Theroux regge bene la scena, del tutto fuori luogo si rivela la scelta di Alexander Skarsgaard per il ruolo di Leo; un amish che si lascia tentare dalla modernità pur di ritrovare il grande amore della sua vita, che lo statuario interprete finisce per cementificare in giusto un paio di espressioni, una vera e propria maschera di cera che non riesce a comunicare quelle emozioni che si celano nel profondo del personaggio.
Miscasting a parte, è l'esecuzione della storia a lasciare davvero perplessi.




L'ambientazione futuribile non aggiunge nulla alla trama, anzi non si capisce come mai una storia del genere non sia stata ambientata in epoca contemporanea: tutti i temi che tocca non hanno nulla a che vedere con il cyberpunk o la fantascienza in generale e la scelta si rivela puramente derivativa, giusto per dare un tono ancora più cupo alla vicenda.
Trama che già dopo pochi minuti si rivela esilissima. Dopo una prima parte intimista (la più riuscita), Jones tenta malamente di costruire un mistery accumulando personaggi e situazioni viste e straviste, sino ad una forzatura ridicola quando si tratta di unire la storyline di Leo con quella di Bill: non  paga davvero quel punto di giunzione del tutto improbabile, così come ancora più improbabile è tutto l'ultimo atto, con una risoluzione degli eventi a dir poco convenzionale.




Ed anche al di là di uno script fallace, ci si accorge sin da subito come vi sia qualcosa di profondamente sbagliato in "Mute", attribuibile alla produzione targata Netflix: tutto il film ha il look di un episodio di una serie televisiva. La fotografia, pur curata, dona a tutte le immagini le sembianze di un prodotto smaccatamente televisivo, un video a 1080p piuttosto che un lungometraggio che ha mancato la sala solo per questioni distributive, difetto che non avveniva di certo con altre produzioni del colosso dello streaming, su tutte il bel "Okja" di Bong Joon-Oh. E come se non fosse abbastanza, a tratti gli effetti in CGI scadono nel trash, risultano vistosamente finti (come nel caso del robot lap dancer), come se non fossero stati ultimati.




Praticamente nulla risulta riuscito in questo strambo esperimento di sci-fi un pò nostalgica e parecchio derivativa. Un'occasione sprecata, un film piatto, improbabile e freddo che finisce inevitabilmente per scadere nel noioso.