domenica 15 aprile 2018

R.I.P. Milos Forman


1932-2018


Un ribelle? Di sicuro un ottimo narratore dell'anticonformismo, Forman è stato uno dei più celebrati registi della New Wave americana per aver diretto quell'indimenticabile capolavoro di "Qualcuno volò sul nido del cuculo".
Ma è stata tutta la sua stagione americana a regalare pellicole bene o male indimenticabili, da "Taking Off" sulla scoperta della controcultura da parte della borghesia, a "Man on the Moon", con un Jim Carrey in stato di grazia, passando ovviamente per quel piccolo capolavoro di "Amadeus", biografia apocrifa, eppure eccellente di un genio mai troppo celebrato.
Se ne va in silenzio, Forman, ormai lontano dalla macchina da presa da quasi un decennio. E con lui scompare un pezzo importante del cinema.

sabato 14 aprile 2018

I Segreti di Wind River

Wind River

di Taylor Sheridan.

con: Jeremy Renner, Elizabeth Olsen, Jon Bernthal, Apesanahkwat, Kelsey Asbille, Graham Greene.

Usa, Canada, Inghilterra 2017


















---CONTIENE SPOILER---

Non esistono statistiche sulla scomparsa delle donne nativo-americane; così Sheridan chiude il suo secondo film e terzo tassello di un'ideale trilogia sulla frontiera americana, iniziata con "Sicario" e proseguita con "Hell or High Water". Un dato assente, un silenzio su di una realtà scomoda, neanche la più tragica di quelle vissute nelle riserve, veri e propri ghetti in pieno nulla dove la vitalità media è di neanche 50 anni.
Un' America nell'America, non differente dai quartieri più malfamati di L.A. o New York, lontana da quell'immagine di paradiso incontaminato che potrebbe servare. Ed il Wyoming protagonista di "Wind River" aggiunge un qualcosa in più al quadro di desolazione: il paesaggio ai limiti dell'alienante, immerso in nevi perenni ed ancora più perenni silenzi.




Succede poco in "Wind River"; anzi, il più è già accaduto: il cadavere della giovane nativa Natalie (Kelsey Asbille) viene ritrovato dal trapper Cory Lambert (Renner) immerso nelle nevi; per investigare sulla strana morte, arriva in paese una giovane ed avvenente agente dell' F.B.I., Jane Banner (Elizabeth Olsen), che assieme a Lambert e allo sceriffo Ben (Graham Greene) inizia a seguire la pista dell'omicidio.




Una trama semplice, "classica" che più non si può; perchè a Sheridan non interessa il meccanismo del "whuddunnit", tantomeno lo scompagimento dello stesso, quanto gettare uno sguardo umano ed empatico su di un pugno di personaggi segnati dal dolore.
Il dolore della perdita di una figlia, che segna Cory così come il padre di Natalie; lei, migliore amica di Emily, figlia di Cory, anch'ella trovata morta nella neve qualche anno prima, in circostanze tanto simili.
Famiglie a pezzi, distrutte da una desolazione interiore che fa il verso a quella esteriore: il consumo di droga come escapismo forzato, l'alcool come passatempo, la violenza come forma di intrattenimento.
E la tensione tra i nativi ed i bianchi è sempre alle stelle; se Cory è un un bianco che ha abbracciato le tradizioni indiane, riconoscendone la bellezza, i "cattivi" della situazione altro non sono che la versione moderna di quei colonizzatori che ricacciarono i figli del Grande Spirito nelle roulotte ai margini della società.




Il lutto diviene il perno su cui i personaggi sono chiamati a muoversi. L'assimilazione del dolore è passaggio necessario per ritrovare sè stessi, superare la perdita e, forse, ricostruire quel nucleo familiare distrutto dagli eventi.
Tanto che Sheridan decide di chiudere la vicenda, prima ancora che con il dato statistico fantasma, con un confronto tra i due personaggi cardine, i quali forse hanno avuto una pure minima catarsi dalla vicenda.




E se la regia a tratti imprecisa nella costruzione delle scene, un plauso va però fatto a Sheridan per l'uso sapiente dei silenzi, dei dialoghi asciutti e per la scelta di immagini mozzafiato, dove la magnificenza del paesaggio diviene perfetta incarnazione dello smarrimento dei personaggi.

martedì 10 aprile 2018

Fires on the Plain

Nobi

di Shinya Tsukamoto.

con: Shinya Tsukamoto, Lily Franky, Tatsuya Nakamura, Yuko Nakamura, Dean Newcombe, Hiroshi Suzuki.

Guerra/Horror

Giappone 2014














Già in "Kotoko", per Tsukamoto l'ossessione per la mutazione del corpo/mente e per la relativa disgregazione incontrava un'altra fobia, quella della guerra, che faceva capolino in una breve ma intensa sequenza. Fobia condivisibile, di questi tempi, con la Corea del Nord ed il suo atteggiamento ambivalente verso l'occidente e lo stesso Giappone, tanto che il grande artista, nel 2014, decide di elaborarla in un'opera completa.
"Fires on the Plain", basato sul romanzo omonimo di Shoei Ooka, già portato con successo al cinema nientemeno che da Kon Ichikawa nel 1959, è un viaggio allucinato nella testa dell'autore e nel suo rapporto con tutto l'orrore che scaturisce da un conflitto armato, dove le coordinate spazio-temporali proprie della II Guerra Mondiale vengono presto trasfigurate in un discorso universale, per un ritratto a tinte forti, ma sin troppo semplice.



Un inizio in medias res, con il soldato interpretato da Tsukamoto che fa avanti ed indietro dall'ospedale da campo alla base. Malato ai polmoni, il milite non trova conforto nei medici ed è costretto a scegliere tra il vegetare fuori dalla capanna-lazzaretto o il suicidio; finchè il conflitto non irrompe anche in quel pezzo di giungla, forzandolo ad un'odissea verso una salvezza apparentemente irraggiungibile.
Una giungla, quella ritratta, rigogliosa, dai colori sgargianti e vivi, contrapposti allo sporco dei soldati, macchiati di sangue e sporcizia per tutta la durata del film.
Un viaggio nei meandri della stessa dove essa diviene labirinto mentale e costrizione fisica: la mancanza di cibo mette sovente alle strette il protagonista, forzandolo a cibarsi di radici selvagge che gli causano malanni.
Fino all'incontro con altri sopravvissuti: l'allucinato Caporale, dal quale i proiettili sembrano davvero stare alla larga, il soldato piagnucolone ed il "Vecchio" ferito ad una gamba, strana coppia perennemente affamata.



L'orrore si dipana a poco a poco, la follia sprizza pian piano dalla mente. L'atmosfera si fa subito distorta, allucinata, mentre il personaggio di Tsukamoto regredisce a poco a poco ad uno stato ferino; sino a giungere al più basso grado possibile: un cannibale che per la disperazione divora la sua stessa carne pur di sopravvivere.
Intorno a lui, solo disperazione: dai commilitoni resi cinici e folli dagli eventi, ai civili spaventati a morte dalla sua sola presenza, tutto è votato alla distruzione, come in un Inferno dantesco risalito in terra nel quale i personaggi sono rimasti intrappolati.




Non c'è progressione vera e propria negli eventi, nè una vera e propria discesa nelle maglie della follia; benchè la regressione del protagonista sia lo stesso avvertibile, essa è già in atto all'inizio della narrazione; questa si sviluppa così in una serie di sequenze slegate tra loro, quasi episodiche, nel quale il protagonista resta isolato e chiamato a sopravvivere contro tutto e tutti.
Di conseguenza, ogni cosa è già scritta nell'incipit, il resto è pura ripetizione. Lo stile viscerale proprio del primo cinema di Tsukamoto rende le immagini incredibilmente disturbanti, come quelle di un horror vero e proprio: quando la violenza irrompe, non lascia scampo a nessuno, sia quando mostrata in modo diretto e cinico, sia quando lasciata in parte fuori campo.




Ma il racconto non è davvero incisivo, risulta sin troppo ovvio nella premessa e ancora più nell'esecuzione. Non graffia, nè riesce ad imprimersi a dovere nella mente. Nonostante la violenza e gli orrori, tutto diviene subito freddo, si assiste alle peripezie dei personaggi in modo distaccato, senza essere davvero coinvolti persino quando è l'atrocità pura a divenire protagonista.




Non un passo falso nella carriera di un grande autore, quanto un passaggio forse sin troppo obbligato nella sua riflessione, per questo privo di quella forza dirompente ed incontenibile che ha da sempre caratterizzato il suo cinema.

venerdì 6 aprile 2018

R.I.P. Isao Takahata


1935-2018


Co-fondatore dello Studio Ghibli assieme all'amico Miyazaki, Takahata è stato l'anima più sensibile dello studio, come testimoniato dalla sua lunga carriera, costellata da opere del calibro di "Only Yestarday" e "My Neighbors the Yamadas".
Ma la sua opera più rappresentativa resta il vibrante "La Tomba delle Lucciole", sentito e potente dramma sugli orfani di guerra, tra le pellicole più impressionanti mai dirette sull'argomento.

Finalmente Domenica!

Vivement Dimanche!

di François Truffaut.

con: Fanny Ardant, Jean-Louis Trintignant, Philippe Laudenbach, Jean-Pierre Kalfon, Philippe Morier-Genoud, Xavier Saint-Macary, Jean-Louis Richard, Caroline Sihol.

Noir/Commedia

Francia 1983















Sembra fatto apposta. Il fatto che un film come "Finalmente Domenica!" sia l'epilogo della carriera di Truffaut è straordinario, poichè in esso convergono tutte le tematiche del suo cinema in un ultima, perfetta, pellicola: l'amore per il noir e, prima ancora, per il cinema hollywoodiano classico degli anni '40, la passione per una figura femminile scaltra e dalla bellezza irresistibile (Fanny Ardant, la sua ultima musa), l'attrazione per la donna visto come motore che muove ogni cosa, l'affetto verso il cinema del maestro Hitchcock, che qui rivive nella messa in scena prima ancora che nella trama (basata su di un romanzo di Charles Williams).



Trama che si fa classicheggiante, con un imprenditore accusato d'omicidio (Trintignant) e costretto a nascondersi, mentre la sua bella segretaria (la Ardant) porta avanti un'indagine privata.
Indagine che come da tradizione del cinema americano classico è del tutto non lineare, con false piste e coincidenze per far avanzare il tutto; e che Truffaut, come Melville prima di lui, scompagina ulteriormente inserendo flashback ed uno sparuto flashforward.




L'omaggio alla donna ritorna per tutta la durata, prima nella forma (e nelle forme) della musa Ardant, la cui bellezza genuina è proporzionale alla propria intelligenza e caparbietà, contrapposta a quella delle "donne oggetto", finte bionde con finte ciglia, bellezze di plastica ridicolizzate in una divertente scena. Dopotutto, è lo stesso assassino, nel finale, a parlare della "magia" delle donne, della loro intrinseca capacità di far perdere la testa agli uomini, per Truffaut grazie innanzitutto alle loro gambe, viste con occhio intrigato qui ancora più che ne "L'Uomo che amava le donne".




Ma a farla da padrone è innanzitutto l'amore per il compianto maestro Hitchcock, che fa capolino durante tutto il film. Al di là dell'intreccio, è nella costruzione e nella messa in scena che si palesa l'omaggio. Tutte le situazioni sono inverosimili, quasi tirate via, sopra le righe (catene di night club con traffico di donne, la confessione finale dell'assassino), possibili solo in un universo fittizio quale quello filmico, dove la macchina da presa si muove in modo libero, quasi di propria volontà, divenendo punto di vista obbligato che crea tensione o ritrova fattori estetici del tutto "artistici", di concerto con la fotografia, che rifiuta categoricamente la modernità per dare al tutto un tono d'antan, come se si trattasse di un film del 1943 anzicchè dell' '83.





E nell'epilogo, Truffaut gioca come farebbe uno dei suoi bambini terribili, prendendo a calci il parasole di una macchina fotografica, per farci intendere come il tutto sia, alla fin fine, un gioco affettuoso, un omaggio scherzoso ma profondamente sentito (per questo incredibilmente vivo) a quel cinema e a quelle tematiche che nel corso della sua lunga e pregiata carriera sono divenuti vere e proprie ossessioni di un autore mai troppo celebrato.

venerdì 30 marzo 2018

Ready Player One

di Steven Spielberg.

con: Tye Sheridan, Olivia Cooke, Lena Waithe, Win Morisaki, Philip Zaho, Hannah John-Kamen, Ben Mendelsohn, Simon Pegg, Mark Rylance, T.J. Miller.

Fantastico/Avventura/Animazione

Usa 2018

















Solo Steven Spielberg poteva trasporre su schermo le pagine di Ernest Cline; quell'immenso e densissimo museo di citazioni di cultura pop anni '80 che è "Ready Player One" è di fatto figlio del cinema spielberghiano (oltre che di quello di Lucas), da "I Predatori dell'Arca Perduta" a "I Goonies", al punto di trascendere lo status di semplice omaggio nostalgico per divenire vero e proprio manifesto della cultura geek.




Pubblicato nel 2011, "Ready Player One" è uno strano mix di fantascienza distopica, con un futuro che sembra uscito dalle pagine di Philip K.Dick, cyberpunk alla William Gibson (la struttura da caper di "Neuromante" si ritrova bene o male anche qui) e tonnellate di rimandi al mondo dei videogames e del cinema pop d'antan. Un calderone nel quale finiscono amalgamati Pac Man e i Monty Python, "Highlander" e "Star Wars", il cinema di Stanley Kubrick con "Mobile Suit Gundam", il tokusatsu di Spider-Man e "Ritorno al Futuro", "Zork" e "Wargames" (stranamente assente, invece, qualsiasi riferimento a "Star Trek"). Il tutto cucito addosso ad una struttura narrativa semplicissima, che fa capo ad una trama a dir poco classica.
Wade Watts, orfano e spiantato, vive in un mondo in preda alle carestie, dove però l'intera popolazione è immersa nel mondo virtuale di OASIS, sorta di Second Life che contiene simulazioni di ogni opera ed attività possibile ed immaginabile, vero e proprio coacervo di universi nell'universo. Il mondo di Wade viene però sconvolto quando, alla morte del creatore di OASIS, James Halliday, viene rivelato come questi abbia lasciato in eredità il suo patrimonio multimiliardario a chiunque trovi un easter egg nascondo nei meandri della simulazione; il rischio è quello che la IOI, società rivale, ne approfitti per fare proprio OASIS e renderlo a pagamento, trasformandolo in un passatempo d'elite. Con il suo avatar Parzival e aiutato dai compagni virtuali Each, Sho, Daito e Art3mis, Wade decide di unirsi agli egg hunter (o "gunter") per salvare OASIS dai Sixer, i lacchè della IOI, guidati dallo spietato Nolan Sorrento.


Un'avventura, quella concepita da Cline, che omaggia affettuosamente la cultura pop anni '80 e riprende dal cinema dell'epoca tutte le tematiche e sinanche la struttura della storia. Il che non è sempre un pregio.
Se la lettura è sempre piacevole, il ritmo elevato ed i personaggi simpatici, non si può che essere stupiti, talvolta, per l'acerbità dell'intreccio e sopratutto del suo sviluppo. A partire dalla caratterizzazione del protagonista, super buono, figlio del sottoproletariato futuro come da tradizione, che però, nella migliore tradizione della "Mary Sue", riesce sempre e comunque ad uscire dai guai grazie alle sue doti di tuttologo; non si riesce davvero a credere ad un Wade Watts che riesce a completare alla perfezione "Pac-Man" e "Jouste" giustificandosi con il classico "mi sono allenato per anni", ad hackerare il sistema della IOI con una console da passatempo, a sfuggire a tutti gli attentati possibili ed immaginabili elaborando piani che farebbero invidia ad ud un James Bond immerso in un film di Hitchcock; senza contare quando comincia a recitare a memoria tutte le battute di "Wargames" e "Monty Python e il Sacro Graal".
La risoluzione di tutte le barriere è sempre lineare; le prove che Wade è chiamato ad affrontare vengono superate praticamente senza sforzo, affossando spesso la sospensione dell'incredulità; e non aiuta l'aver caratterizzato la IOI come una vera e propria corporation satanica ed i creatori di OASIS come dei monarchi illuminati: tutto è fin troppo semplice, quasi infantile, pur quando i toni si fanno cupi e violenti.
Per di più, Cline prende una posizione ambivalente verso l'abuso dei videogames. Per quasi tutto il romanzo li descrive come una forma di escapismo necessario per sfuggire alle brutture le mondo reale e per trovare fiducia in sè stessi, preconizzando finanche un possibile uso didattico degli stessi; ma a tratti, sopratutto nelle ultimissime battute, inverte rotta, dandone una descrizione negativa, come una forma di alienazione superabile solo conquistando tutto il conquistabile nella vita reale. Ambivalenza forse utilizzata per non scontentare nessuno, nè i fan, nè i detrattori del medium.



Forse proprio per tutti questi motivi, sia il supernerd Zak Penn che lo stesso Ernest Cline in sede di script hanno deciso di cambiare molti elementi della storia per il passaggio su Grande Schermo. Sparita, innanzitutto, la caratterizzazione cupa della IOI, con alcuni dei passaggi più drammatici; il tono generale è così più leggero ed anche credibile. Così come diversa è la caratterizzazione dei personaggi: Wade non è più il genio tuttofare, Aech diviene un hacker esperto, Art3mis il capo di un piccolo gruppo di ribelli che combattono i Sixers e iRok da comparsa diviene il braccio destro di Nolan Sorrento. La struttura da caper diviene poi meno lineare e con passaggi inediti, come le prove da superare, che ora non si svolgono più dinanzi a cabinati d'epoca ma dentro simulazioni a 360 gradi.
Dal canto suo Spielberg allarga i riferimenti pop, non più solo quelli anni '80 (forse per evitare di trasformare tutto in una versione cinematografica di "Stranger Things"), presenti più che altro nella colonna sonora. Con il risultato di creare un incredibile sarabanda di rimandi a tutti i fenomeni geek filmici, televisivi e videoludici possibili ed immaginabili; entrano così nella "collezione": la moto di Kaneda di "Akira", il Batman del '66 ed Harley Quinn, King Kong, "Jurassic Park", "Battlestat Galactica", "Aliens", "Minecraft", "Street Fighter"e "Mortal Kombat", "Overwatch", le Tartarughe Ninja, "Halo", "RoboCop", Freddy Krueger, Jason Voorhees e la bambola Chucky solo per citare i più evidenti; nelle scene di massa è letteralmente impossibile contare tutti i vari "easter eggs" senza un fermo immagine. Stranamente assenti, invece, riferimenti espliciti a "Star Wars", forse per motivi di diritti d'autore.



Ma la parte del leone, Spielberg la riserva al compianto amico Stanley Kubrick: l'ormai mitologico "Shining" diviene protagonista di quella che è la sequenza più sorprendente, in cui le immagini del film originale vengono rielaborate in chiave ludica e a tratti comica; un'omaggio sincero, divertito e per questo quasi commovente.
Ed è nelle sequenze delle varie prove che l'immaginazione del trio di autori si sbizzarrisce, tra corse indiavolate e battaglie epiche in cui Gundam combatte contro Mechagodzilla.



Al di là dell'ovvia componente spettacolare, a stupire davvero è la lettura che Spielberg dà del romanzo a convincere; laddove nel libro il giudizio sull'abuso della realtà virtuale restava ondivago, nel film vi è una predilezione per il reale, che tuttavia non si traduce mai in una condanna verso i videogames, quanto verso il loro abuso. Spielberg in questo è chiaro: l'escapismo è necessario (d'altro canto, come potrebbe essere diversamente per lui?), tuttavia bisogna arrivare a comprendere come pur sempre di finzione si tratti; per quanto bello, un gioco resta un gioco, la realtà è l'unico vero mondo nel quale vale la pena di vivere. Il che potrebbe anche riportare alla mente il nostrano "Game Therapy"... con tutte le differenze possibili, naturalmente. Posizione, comunque, netta, che rende automaticamente l'adattamento filmico superiore al romanzo d'origine.




Ma ancora prima, "Ready Player One" convince per il modo in cui riprende i toni da cinema per ragazzi anni '80 e li traduce in uno spettacolo moderno, per farsi monumento spettacolare e divertente di un mondo sicuramente infantile per il modo in cui appiattisce tutti i riferimenti, ma al contempo intrigante.

Maria Maddalena

Mary Magdalene

di Garth Davis.

con: Rooney Mara, Joaquin Phoenix, Chiewtel Ejiofor, Tahar Rahim, Tchéky Karyo, David Schofield.

Storico/Drammatico

Usa, Inghilterra, Australia 2018
















Un'impresa interessante, quella di "Mara Maddalena", ossia rileggere la figura, storica ancor prima che religiosa, della Maddalena come centrale tra gli Apostoli, sorta di versione progressista ( o volendo "ancora più progressista") del Vangelo, che si rifà agli scritti apocrifi per storia e caratterizzazione.
Interessante, ma al contempo soggetta al rischio più ovvio, ossia quella di appiattire lo scontro tra una visione moderna ed inclusivista con quella più arcaica e patriarcale propria della Chiesa e della religione in generale. Trappola in cui purtroppo il film di Garth Davis finisce per cadere in pieno.


Al centro, ovviamente, c'è la Predicazione, la parola del Cristo che invita ad un rinnovamento spirituale. Un Gesù che ha il volto sofferente e lo sguardo torvo di un perfetto Joaquin Phoenix, un profeta tremendamente umano, quasi come quello de "L'Ultima Tentazione di Cristo", il quale è però cosciente della propria natura divina. Un umile tra gli umili, che sviene quando lo calca lo accerchia ed è terrorizzato dal proprio destino di morte, che comunque accetta in quanto parte di un piano superiore.


La Maddalena diviene così la depositaria della sua parola; donna salvata da una vita di sottomissione alla figura maschile, che trova in un uomo diverso da tutti una vera ragione di vita e si fa portatrice del suo messaggio d'amore, nonchè perfetta incarnazione, in quanto donna, quindi misericordia e madre.
Il conflitto contro l'ottusità ed il patriarcato finisce per essere fatalmente cucito addosso al personaggio di Pietro, il quale, pur caratterizzato come un vero credente, resta pur sempre un rivoluzionario materialista, un uomo che travisa il messaggio di salvezza affermando l'esistenza del Regno di Dio in Terra, non in una dimensione trascendentale. Con la conseguenza di una spaccatura con la Maddalena ed una contrapposizione inconciliabile.



Da qui la presa di posizione più ovvia, che risente fortemente della cultura ultraprogressista e sicuramente protestante degli autori: Pietro è insindacabilmente in errore, la Maddalena ha ragione. Non c'è sospensione del giudizio dinanzi ad una posizione che non si condivide, né la fascinazione verso un dogma alieno rispetto alle proprie credenze. Tanto che quel finale risulta ridicolo, con un proselitismo al femminile che nei fatti non si è mai verificato.



Finiscono così alle ortiche i bei dialoghi e le immagini spettacolari, con le ambientazioni dell'Italia Meridionale, aride eppure affascinanti, a fare da perfetta cornice ai tormenti interiori dei personaggi. E vien da chiedersi che cosa sarebbe potuta essere questa rilettura se fosse stata affidata ad un autore più aperto e sensibile, come ad esempio Abel Ferrara, il cui "Mary" resta uno dei capisaldi del cinema spirituale.