lunedì 16 aprile 2018

R.I.P. Vittorio Taviani


1929-2018

Assieme al fratello Paolo era tra i maestri del cinema italiano. Con pellicole come "Padre Padrone", "Kaos" e "La Notte di San Lorenzo" il loro cinema si è impresso per almeno un decennio nella memoria collettiva. E con "Cesare deve Morire" hanno dimostrato di avere ancora grinta e talento anche dirigendo un piccolo film con un budget inesistente e con oltre 80 anni di età a testa.

domenica 15 aprile 2018

War Horse

di Steven Spielberg.

con: Jeremy Irvine, Emily Watson, Peter Mullan, Niels Arestrup, Celine Buckens, David Thewlis, Benedict Cumberbatch, Tom Hiddleston, Toby Kebbell.

Avventura/Guerra

Usa, India 2011















Sembrava che con "Le Avventure di TinTin" Spielberg avesse ritrovato un gusto per il cinema d'avventura che si credeva ormai estinto, oltre che la voglia di sperimentare soluzioni visive ardite, che solo il cinema d'animazione può permettere.
Con "War Horse", invece, il Re Mida di Hollywood ritorna ad un cinema classico, adattando un famoso libro per ragazzi di Michael Morpurgo, in quello che è uno dei suoi exploit peggiori.




Il target del film deve essere sempre tenuto a mente: giovani ragazzi e bambini; ecco perchè la premessa della storia è labile, ossia le peripezie di un cavallo che vaga per l'Europa della Prima Guerra Mondiale, mentre il suo giovane padrone (Jeremy Irvine), quasi innamorato di lui, si arruola per ritrovarlo.



Una trama ai limiti dell'idiozia, che però serve ad imbastire un racconto sui buoni sentimenti: il cavallo Joey attraversa la guerra risvegliando il meglio di coloro che incontra, rappresentando una metafora dello spirito dell'essere umano, che può essere ferito ma mai distrutto; ecco dunque Joey spaccare in due un masso con l'aratro come se niente fosse, arare in un giorno un intero campo, scavalcare un carro armato e sopravvivere ad un ginepraio di filo spinato.
Se la metafora è forte e condivisibile, decisamente pacchiano e al contempo misero è il racconto che Spielberg imbastisce.




Tutti i personaggi che il buon cavallo incontra sono delle macchiette: due fratelli inseparabili, due amici buoni, una ragazzina malata ma vitale, suo nonno filosofo, soldati buoni ed altri cattivi e persino un commilitone equino di colore, giusto per non mancare nessuno stereotipo.
Personaggi piatti, privi di mordente, prigionieri di una caratterizzazione monodimensionale che ne imprigiona le azioni nella prevedibilità più pura; impossibile empatizzare con loro, in primis con il protagonista, sin troppo ottimista e buono.




Se la sostanza diviene subito fredda, la forma è quantomai ricercata; Spielberg si rifà al classicismo americano, caricando le inquadrature di una vis epica, allargando il campo il più possibile e regalandoci un finale talmente barocco nei colori e nelle forme da sfiorare il ridicolo; molte delle immagini, sopratutto quelle della campagna irlandese, appaiono posticce, sciupate da un eccesso di color correction per esasperarne i colori, sino a divenire cartoline patinate.




Decisamente più riuscito è il racconto bellico; confrontandosi per la prima volta con la Grande Guerra, colui che si è autoproclamato depositario della memoria storica della Seconda Guerra Mondiale abbandona ogni retorica e dipinge un conflitto dove non ci sono nè buoni, né cattivi, solo soldati chiamati a morire; non per nulla, le sequenze più riuscite sono quelle con protagonisti i due giovani fratelli tedeschi, disertori, la cui morte viene "celata" per pudore; nonchè l'assalto alla trincea nemica, dove giunge l'omaggio al Kubrick dell'immenso "Orizzonti di Gloria", tra camera a mano che anticipa i movimenti dei personaggi nei fossati ed un maestoso crane che li segue durante la carica.




L'affiatamento di Spielberg è tangibile, ma il suo racconto langue; a differenza di Joey, si accascia subito nei luoghi comuni per farsi smielato e fin troppo improbabile, anche per essere un film per ragazzi.
Il ridicolo involontario non fa sempre capolino, ma davvero non si riesce a credere ad una storia del genere; ben si sarebbe potuto alzare il tiro, creare un'epica bellica da un punto di vista neutrale omettendo parte del racconto, la più inutile, quella della fattoria; ma l'enfasi forzata sull'amicizia tra uomo e animale e la mano pesante di Spielberg rendono il tutto, alla fine, indigeribile.

R.I.P. Milos Forman


1932-2018


Un ribelle? Di sicuro un ottimo narratore dell'anticonformismo, Forman è stato uno dei più celebrati registi della New Wave americana per aver diretto quell'indimenticabile capolavoro di "Qualcuno volò sul nido del cuculo".
Ma è stata tutta la sua stagione americana a regalare pellicole bene o male indimenticabili, da "Taking Off" sulla scoperta della controcultura da parte della borghesia, a "Man on the Moon", con un Jim Carrey in stato di grazia, passando ovviamente per quel piccolo capolavoro di "Amadeus", biografia apocrifa, eppure eccellente di un genio mai troppo celebrato.
Se ne va in silenzio, Forman, ormai lontano dalla macchina da presa da quasi un decennio. E con lui scompare un pezzo importante del cinema.

sabato 14 aprile 2018

I Segreti di Wind River

Wind River

di Taylor Sheridan.

con: Jeremy Renner, Elizabeth Olsen, Jon Bernthal, Apesanahkwat, Kelsey Asbille, Graham Greene.

Usa, Canada, Inghilterra 2017


















---CONTIENE SPOILER---

Non esistono statistiche sulla scomparsa delle donne nativo-americane; così Sheridan chiude il suo secondo film e terzo tassello di un'ideale trilogia sulla frontiera americana, iniziata con "Sicario" e proseguita con "Hell or High Water". Un dato assente, un silenzio su di una realtà scomoda, neanche la più tragica di quelle vissute nelle riserve, veri e propri ghetti in pieno nulla dove la vitalità media è di neanche 50 anni.
Un' America nell'America, non differente dai quartieri più malfamati di L.A. o New York, lontana da quell'immagine di paradiso incontaminato che potrebbe servare. Ed il Wyoming protagonista di "Wind River" aggiunge un qualcosa in più al quadro di desolazione: il paesaggio ai limiti dell'alienante, immerso in nevi perenni ed ancora più perenni silenzi.




Succede poco in "Wind River"; anzi, il più è già accaduto: il cadavere della giovane nativa Natalie (Kelsey Asbille) viene ritrovato dal trapper Cory Lambert (Renner) immerso nelle nevi; per investigare sulla strana morte, arriva in paese una giovane ed avvenente agente dell' F.B.I., Jane Banner (Elizabeth Olsen), che assieme a Lambert e allo sceriffo Ben (Graham Greene) inizia a seguire la pista dell'omicidio.




Una trama semplice, "classica" che più non si può; perchè a Sheridan non interessa il meccanismo del "whuddunnit", tantomeno lo scompagimento dello stesso, quanto gettare uno sguardo umano ed empatico su di un pugno di personaggi segnati dal dolore.
Il dolore della perdita di una figlia, che segna Cory così come il padre di Natalie; lei, migliore amica di Emily, figlia di Cory, anch'ella trovata morta nella neve qualche anno prima, in circostanze tanto simili.
Famiglie a pezzi, distrutte da una desolazione interiore che fa il verso a quella esteriore: il consumo di droga come escapismo forzato, l'alcool come passatempo, la violenza come forma di intrattenimento.
E la tensione tra i nativi ed i bianchi è sempre alle stelle; se Cory è un un bianco che ha abbracciato le tradizioni indiane, riconoscendone la bellezza, i "cattivi" della situazione altro non sono che la versione moderna di quei colonizzatori che ricacciarono i figli del Grande Spirito nelle roulotte ai margini della società.




Il lutto diviene il perno su cui i personaggi sono chiamati a muoversi. L'assimilazione del dolore è passaggio necessario per ritrovare sè stessi, superare la perdita e, forse, ricostruire quel nucleo familiare distrutto dagli eventi.
Tanto che Sheridan decide di chiudere la vicenda, prima ancora che con il dato statistico fantasma, con un confronto tra i due personaggi cardine, i quali forse hanno avuto una pure minima catarsi dalla vicenda.




E se la regia a tratti imprecisa nella costruzione delle scene, un plauso va però fatto a Sheridan per l'uso sapiente dei silenzi, dei dialoghi asciutti e per la scelta di immagini mozzafiato, dove la magnificenza del paesaggio diviene perfetta incarnazione dello smarrimento dei personaggi.

martedì 10 aprile 2018

Fires on the Plain

Nobi

di Shinya Tsukamoto.

con: Shinya Tsukamoto, Lily Franky, Tatsuya Nakamura, Yuko Nakamura, Dean Newcombe, Hiroshi Suzuki.

Guerra/Horror

Giappone 2014














Già in "Kotoko", per Tsukamoto l'ossessione per la mutazione del corpo/mente e per la relativa disgregazione incontrava un'altra fobia, quella della guerra, che faceva capolino in una breve ma intensa sequenza. Fobia condivisibile, di questi tempi, con la Corea del Nord ed il suo atteggiamento ambivalente verso l'occidente e lo stesso Giappone, tanto che il grande artista, nel 2014, decide di elaborarla in un'opera completa.
"Fires on the Plain", basato sul romanzo omonimo di Shoei Ooka, già portato con successo al cinema nientemeno che da Kon Ichikawa nel 1959, è un viaggio allucinato nella testa dell'autore e nel suo rapporto con tutto l'orrore che scaturisce da un conflitto armato, dove le coordinate spazio-temporali proprie della II Guerra Mondiale vengono presto trasfigurate in un discorso universale, per un ritratto a tinte forti, ma sin troppo semplice.



Un inizio in medias res, con il soldato interpretato da Tsukamoto che fa avanti ed indietro dall'ospedale da campo alla base. Malato ai polmoni, il milite non trova conforto nei medici ed è costretto a scegliere tra il vegetare fuori dalla capanna-lazzaretto o il suicidio; finchè il conflitto non irrompe anche in quel pezzo di giungla, forzandolo ad un'odissea verso una salvezza apparentemente irraggiungibile.
Una giungla, quella ritratta, rigogliosa, dai colori sgargianti e vivi, contrapposti allo sporco dei soldati, macchiati di sangue e sporcizia per tutta la durata del film.
Un viaggio nei meandri della stessa dove essa diviene labirinto mentale e costrizione fisica: la mancanza di cibo mette sovente alle strette il protagonista, forzandolo a cibarsi di radici selvagge che gli causano malanni.
Fino all'incontro con altri sopravvissuti: l'allucinato Caporale, dal quale i proiettili sembrano davvero stare alla larga, il soldato piagnucolone ed il "Vecchio" ferito ad una gamba, strana coppia perennemente affamata.



L'orrore si dipana a poco a poco, la follia sprizza pian piano dalla mente. L'atmosfera si fa subito distorta, allucinata, mentre il personaggio di Tsukamoto regredisce a poco a poco ad uno stato ferino; sino a giungere al più basso grado possibile: un cannibale che per la disperazione divora la sua stessa carne pur di sopravvivere.
Intorno a lui, solo disperazione: dai commilitoni resi cinici e folli dagli eventi, ai civili spaventati a morte dalla sua sola presenza, tutto è votato alla distruzione, come in un Inferno dantesco risalito in terra nel quale i personaggi sono rimasti intrappolati.




Non c'è progressione vera e propria negli eventi, nè una vera e propria discesa nelle maglie della follia; benchè la regressione del protagonista sia lo stesso avvertibile, essa è già in atto all'inizio della narrazione; questa si sviluppa così in una serie di sequenze slegate tra loro, quasi episodiche, nel quale il protagonista resta isolato e chiamato a sopravvivere contro tutto e tutti.
Di conseguenza, ogni cosa è già scritta nell'incipit, il resto è pura ripetizione. Lo stile viscerale proprio del primo cinema di Tsukamoto rende le immagini incredibilmente disturbanti, come quelle di un horror vero e proprio: quando la violenza irrompe, non lascia scampo a nessuno, sia quando mostrata in modo diretto e cinico, sia quando lasciata in parte fuori campo.




Ma il racconto non è davvero incisivo, risulta sin troppo ovvio nella premessa e ancora più nell'esecuzione. Non graffia, nè riesce ad imprimersi a dovere nella mente. Nonostante la violenza e gli orrori, tutto diviene subito freddo, si assiste alle peripezie dei personaggi in modo distaccato, senza essere davvero coinvolti persino quando è l'atrocità pura a divenire protagonista.




Non un passo falso nella carriera di un grande autore, quanto un passaggio forse sin troppo obbligato nella sua riflessione, per questo privo di quella forza dirompente ed incontenibile che ha da sempre caratterizzato il suo cinema.

venerdì 6 aprile 2018

R.I.P. Isao Takahata


1935-2018


Co-fondatore dello Studio Ghibli assieme all'amico Miyazaki, Takahata è stato l'anima più sensibile dello studio, come testimoniato dalla sua lunga carriera, costellata da opere del calibro di "Only Yestarday" e "My Neighbors the Yamadas".
Ma la sua opera più rappresentativa resta il vibrante "La Tomba delle Lucciole", sentito e potente dramma sugli orfani di guerra, tra le pellicole più impressionanti mai dirette sull'argomento.

Finalmente Domenica!

Vivement Dimanche!

di François Truffaut.

con: Fanny Ardant, Jean-Louis Trintignant, Philippe Laudenbach, Jean-Pierre Kalfon, Philippe Morier-Genoud, Xavier Saint-Macary, Jean-Louis Richard, Caroline Sihol.

Noir/Commedia

Francia 1983















Sembra fatto apposta. Il fatto che un film come "Finalmente Domenica!" sia l'epilogo della carriera di Truffaut è straordinario, poichè in esso convergono tutte le tematiche del suo cinema in un ultima, perfetta, pellicola: l'amore per il noir e, prima ancora, per il cinema hollywoodiano classico degli anni '40, la passione per una figura femminile scaltra e dalla bellezza irresistibile (Fanny Ardant, la sua ultima musa), l'attrazione per la donna visto come motore che muove ogni cosa, l'affetto verso il cinema del maestro Hitchcock, che qui rivive nella messa in scena prima ancora che nella trama (basata su di un romanzo di Charles Williams).



Trama che si fa classicheggiante, con un imprenditore accusato d'omicidio (Trintignant) e costretto a nascondersi, mentre la sua bella segretaria (la Ardant) porta avanti un'indagine privata.
Indagine che come da tradizione del cinema americano classico è del tutto non lineare, con false piste e coincidenze per far avanzare il tutto; e che Truffaut, come Melville prima di lui, scompagina ulteriormente inserendo flashback ed uno sparuto flashforward.




L'omaggio alla donna ritorna per tutta la durata, prima nella forma (e nelle forme) della musa Ardant, la cui bellezza genuina è proporzionale alla propria intelligenza e caparbietà, contrapposta a quella delle "donne oggetto", finte bionde con finte ciglia, bellezze di plastica ridicolizzate in una divertente scena. Dopotutto, è lo stesso assassino, nel finale, a parlare della "magia" delle donne, della loro intrinseca capacità di far perdere la testa agli uomini, per Truffaut grazie innanzitutto alle loro gambe, viste con occhio intrigato qui ancora più che ne "L'Uomo che amava le donne".




Ma a farla da padrone è innanzitutto l'amore per il compianto maestro Hitchcock, che fa capolino durante tutto il film. Al di là dell'intreccio, è nella costruzione e nella messa in scena che si palesa l'omaggio. Tutte le situazioni sono inverosimili, quasi tirate via, sopra le righe (catene di night club con traffico di donne, la confessione finale dell'assassino), possibili solo in un universo fittizio quale quello filmico, dove la macchina da presa si muove in modo libero, quasi di propria volontà, divenendo punto di vista obbligato che crea tensione o ritrova fattori estetici del tutto "artistici", di concerto con la fotografia, che rifiuta categoricamente la modernità per dare al tutto un tono d'antan, come se si trattasse di un film del 1943 anzicchè dell' '83.





E nell'epilogo, Truffaut gioca come farebbe uno dei suoi bambini terribili, prendendo a calci il parasole di una macchina fotografica, per farci intendere come il tutto sia, alla fin fine, un gioco affettuoso, un omaggio scherzoso ma profondamente sentito (per questo incredibilmente vivo) a quel cinema e a quelle tematiche che nel corso della sua lunga e pregiata carriera sono divenuti vere e proprie ossessioni di un autore mai troppo celebrato.