sabato 19 maggio 2018

Deadpool 2



di David Leitch.

con: Ryan Reynolds, Josh Brolin, Morena Baccarin, T.J. Miller, Zazie Beetz, Brianna Hildebrand, Bill Skarsgaard, Terry Crews, Lewis Tan.

Azione/Commedia

Usa 2018
















Quasi una favola, quella di Deadpool, è proprio il caso di dirlo, dato anche il carattere folle e beffardo del personaggio. La favola di un fumetto che nessuno voleva portare su Grande Schermo, snobbato a causa della sua non convenzionalità, che riesce ad ottenere il via libera come progetto filmico solo a fronte di un budget modesto e a causa della caparbietà di Ryan Reynolds; solo per poi rivelarsi un successo globale, far divenire in brevissimo tempo il suo protagonista un'icona pop e rinverdire la carriera del suo interprete, oltre a dimostrare come il pubblico sappia accettare comic movie meno mainstream, meno ancorati ai canoni del "genere".
Così da reietto di Hollywood, Deadpool diviene proprietà calda, mezzo perfetto per vendere merchandise (destinato ovviamente ad un pubblico adulto) e sinonimo di blockbuster. Tanto che il relativo sequel arriva a poco più di due anni di distanza, con un budget più sostanzioso ed una campagna promozionale ancora più aggressiva. Nonostante le difficoltà produttive (il licenziamento di Tim Miller durante la pre-produzione, sostituito dal David Leitcth di "John Wick"), questo seguito si rivela bene o male riuscito: più grande, più casinario, più divertente e più adrenalinico.
Ma più che un sequel vero e proprio, "Deadpool 2" è una sorta di espansione dell'universo del Mercenario Chiaccherone, che ora come non mai diviene parte integrante di quello degli X-Men. Tanto da poterlo vedere come un perfetto adattamento di una delle testate "sorelle" degli Uomini X: la X-Force di Rob Liefeld.




"X-Force" nasce dalle ceneri di un'altra X-testata, "New Mutants" (il cui adattamento per il Grande Schermo è anch'esso imminente): dal n°100, "New Mutants" viene ribattezzata come "X-Force" da Liefeld e Fabian Nicieza, i quali introducono anche nuovi personaggi (tra i quali Deadpool nei panni di un villain) per riorganizzare il roaster da super gruppo ad organizzazione paramilitare; d'altronde sono gli anni '90: il machismo fascistoide e la violenza gratuita imperano nei comics ed "X-Force" ne è la rappresentazione più fulgida; pregno di azione priva di senso, disegni sproporzionati e testosteronici, storie puramente pretestuosa e personaggi fatti con lo stampino, "X-Force" è il perfetto figlio della filosofia di Rob Liefeld, vero e proprio trash fumettistico nell'accezione peggiore del termine.
Ma come tutta la spazzatura che si rispetti, anche in "X-Force" non mancavano delle trovate di valore: oltre alla prima apparizione di Deadpool, in essa compare anche (già dai tempi di "New Mutants") l'altra celebre creazione di Liefeld, ossia Cable.




Apparso per la prima volta nel 1990, Cable, vero nome il chilometrico Nathan Dayspring Askani'son Christopher Charles Summers, è un personaggio a dir poco bislacco, eppure incredibilmente affascinante. Il suo aspetto fisico, iperpompato, ibrido uomo-macchina con un occhio sfregiato ed uno cibernetico, dotato di poteri psichici ma perennemente armato con fucili enormi, è puro stile Lifeld anni'90, ma sono la sua caratterizzazione e la complessa biografia a renderlo carismatico.
Cable è figlio di Scott Summers, alias Ciclope, e Madeline Pryor, clone di Jean Gray creata dall'eugenetista Sinistro; il piano originale del villain era quello di creare il mutante più potente mai esistito, ma le cose non vanno per il verso giusto: ancora in fasce, Nathan viene infettato dal tecno-virus, un agente patogeno che muta gli organismi in macchine; per evitare la sua totale conversione, viene inviato nel futuro dagli X-Men, dove cresce nel clan Askani, ultimo baluardo nella lotta contro Apocalisse, di cui Cable diviene la nemesi, sopratutto dopo aver scoperto come sia stato lui la causa dell'infezione del tecno-virus: il mutante dai poteri divini, in cerca di un nuovo corpo-ospite, ha usato la malattia per testare i poteri del giovane Summers, trasformandolo in un cyborg.




Nella sua lunga vita editoriale, Cable diverrà il protettore della mutante Hope, chiave per la distruzione di Apocalisse, ospite dell'entità cosmica nota come Fenice, sovrano di una nazione dell'est Europa, oltre che protagonista della fortunata serie "Cable & Deadpool", in coppia con il suo ex nemico; e scoprirà due fatti inconcepibili: il suo arcinemico della prima ora Stryfe altri non è che un suo clone; e, ancora peggio, il tecno-virus del quale lo stesso Apocalisse si serve per potenziarsi è lo stesso che lo ha infettato alla nascita: a causa di un loop temporale, Cable ha infettato Apocalisse e Apocalisse ha poi infettato il piccolo Cable.



Di tutta la complessa biografia del personaggio, in "Deadpool 2" non c'è nulla, forse per evitare di concedergli fin troppo spazio in un film concepito per essere solo un ponte verso "X-Force", oltre che one-man-show del Mercenario Chiaccherone.
Se il primo "Deadpool" era un piccolo film coraggioso e beffardo, il secondo è una pellicola più convenzionale e meno ardita. Il che non deve neanche stupire: l'alto budget speso per dar vita alle belle sequenze action necessitava di un approccio più vendibile al grande pubblico. Ecco dunque Wade Wilson divenire anch'egli una figura paterna come il Wolverine di "Logan", alle prese con un giovane mutante mentalmente instabile e bisognoso d'affetto; nuovamente, un adulto in cerca di un figlio trova un ragazzo in cerca di punti di riferimento, episodio che porterà alla crescita interiore di entrambi. Figura paterna che torna anche nella caratterizzazione di Cable, ora padre in cerca di vendetta. Da qui una serietà forse a tratti sin troppo insistita in una storia fin troppo semplice.



Leitch riesce a muovere bene stuntmen e veicoli, la sua padronanza del mezzo filmico nelle sequenze d'azione è sempre avvertibile. Ma la mancanza di una verve acida talvolta si sente: la serietà finisce talvolta per far cascare a vuoto le gag e l'umorismo, pur beffardo, è più edulcorato rispetto al primo film. Non mancano pezzi di pura genialità, come la prima missione della X-Force, davvero da antologia, ma in generale è avvertibile la volontà di rendere il tutto più digeribile per le masse.




Mancanza di verve che rende questo secondo exploit di Reynolds e soci riuscito, ma meno memorabile rispetto al pur imperfetto esordio. "Deadpool 2" è sicuramente un blockbuster ambizioso, ma la cui carica ironica non viene talvolta valorizzata a dovere.

lunedì 14 maggio 2018

Io sono un Autarchico

di Nanni Moretti.

con: Nanni Moretti, Luciano Agati, Lorenza Cordignola, Simona Frosi, Fabio Traversa, Andrea Pozzi.

Italia 1976



















Si può pensare quel che si vuole di Nanni Moretti, ma due cose sono assolutamente vere riguardo il suo conto. Primo: è un narcisista convinto, compiaciuto di sè stesso e delle proprie posizioni, arroccato in un egoismo/egocentrismo che trasuda da ogni singolo fotogramma di qualsiasi dei suoi film. Secondo: è impossibile dire che la sua filmografia, almeno nel primo decennio della sua carriera, sia mediocre o trascurabile.
Perchè Moretti incarna, nel bene e nel male, l'italiano tipo, con le sue elucubrazioni politiche del tutto autoreferenziali, i girotondi inutili bisnonni degli "indignati", la megalomania irredenta, tutti atteggiamenti e conseguenze proprie dell'italianità moderna. E di conseguenza, i suoi film sono sempre testimonianza preziosa di un periodo storico, oltre che dissertazioni spesso riuscite sulla crisi politica della sinistra e dell'Italia intera. A partire dal suo esordio, l'autoprodotto "Io sono un Autarchico".




C'è un senso di disfatta perenne in questa storiella che Moretti si inventa per dar sfogo alle sue ossessioni: un gruppo di personaggi scalcinati che tenta di mettere in scena una piece sul comunismo e finisce per essere presa a fischi. Ogni singolo personaggio è chiuso in sè, prigioniero della propria inettitudine, a partire dall'alter ego morettiano doc, che qui esordisce al pari del suo creatore: Michele Apicella.




Apicella si nasconde dietro piccoli gesti, frasi sconnesse, veri e propri frammenti di un discorso esistenzialista/politico fatto a pezzi e fagocitato un pò alla volta solo per essere rigurgitato a tratti. Un discorso, il suo, che non va da nessuna parte, fatto di proclami intellettualistici che oggi definiremo "radical chic", ma che all'epoca erano la perfetta testimonianza di una classe piccolo-intellettuale lasciata allo sbando.
Non ci sono più punti di riferimento: l'ideologia comunista si è imborghesita dopo il furore del '68, cristallizzata in vuoti proclami e ancora più vuoti gesti. Da qui la borghesizzazione del comunista, che vive grazie all'assegno da duecentomila lire del papà, in totale antitesi con l'autarchia proclamata dal titolo.
Autarchia che è cifra stilistica, con tutto il film girato in 8mm, camera quasi sempre fissa, movimenti ridotti al minimo ed inquadrature strettissime, per lo più primi piani del cast.




Autarchia che, nella narrato, porta ad uno costante scollamento da tutto. Scollamento dalla realtà quotidiana e dal cinema che si nutre di piccole storie e piccoli personaggi (l'odio di Apicella per la Wertmuller, esplicitato dal vomito conseguente alla notizia del suo successo in America); scollamento tra i personaggi, con Apicella che si separa dalla moglie nella prima scena ed è destinato a non rivederla mai più, così come il suo amico non riesce mai ad avviare un dialogo con la vicina di casa, suo oggetto del desiderio. Scollamento verso la vecchia generazione, tanto odiata, ritenuta superata, con una pernacchia divertita a Moravia che il buon Moretti poteva tranquillamente risparmiarsi.




Scollamento, infine, verso quella stessa ideologia di sinistra nella quale nessuno riesce più a rivedersi, perso nelle proprie ossessioni e miserie; non c'è dialogo, nè retorica: come il pubblico dello spettacolino fugge dal confronto post-rappresentazione, anche i personaggi vivono di dialoghi autoreferenziali, dove non c'è alcuna comunione dialogica, solo una forma di individualismo intellettuale.




Il limite del discorso morettiano è anche scontato: il totale arroccamento nelle proprie posizioni; non c'è vero confronto, non ci sono dubbi sulla tesi propugnata, nè volontà di apertura verso possibili appigli o soluzioni alla crisi ritratta. Moretti è chiuso in sè già in questo primo film, proprio al pari del pubblico che abbandona il teatro, trasformando un possibile dialogo in una masturbazione esibita che, di conseguenza, assume valore solo in quanto istantanea di un mondo che oggi, nelle ceneri della Seconda Repubblica, non esiste più e del quale restano solo gli intellettualismi compiaciuti, sia quelli dell'autore che della classe pseudo intellettuale che tanto odia.

sabato 12 maggio 2018

Loro 2

di Paolo Sorrentino.

con: Tony Servillo, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Roberto Erlitzka, Alice Pagani, Elena Sofia Ricci, Fabrizio Bentivoglio, Ricky Memphis, Iaia Forte.

Italia, Francia 2018


















Che piaccia o meno, un merito assoluto va riconosciuto a Sorrentino: con "Loro" ha avuto il coraggio di dare al pubblico un ritratto impietoso e diretto di Berlusconi, senza abbellimenti, filtri, retorica o codardia di sorta. Il Berlusconi di Sorrentino, la sua "maschera priva di volto", è il Berlusconi più vicino al reale che si sia mai visto al cinema e, in generale, in un'opera di fiction (ed in proposito, Nanni Moretti dovrebbe solo zittirsi ed imparare). Un coraggio, quello di Sorrentino e di Umberto Contarello, che nella seconda parte del dittico si fa più spiccato, in un racconto più compatto e sicuro. Ed ancora più corrosivo.




Un racconto che, al contempo, perde un pezzo che sembrava essenziale: la storia di Sergio Morra finisce nel dimenticatoio, obliata dal ritratto di "Lui", tanto che ci si chiede a cosa sia servita la prima parte di "Loro 1"; un'opera di montaggio più articolata e meno compiaciuta avrebbe sicuramente giovato al film, che poteva tranquillamente essere ridotto ad un unico episodio di due o tre ore massimo.
Quello che si perde in narrazione, lo si recupera in descrizione. Si parte con la rimonta di Berlusconi, la corruzione dei sei senatori che hanno portato al ribaltone del 2008, con Ennio Doris (interpretato sempre da Servillo, che fa gara di bravura con sè stesso) che diviene subcosciente personificato di Silvio, impegnato a trovare un modo per risalire quella cresta da cui sembra essere stato spodestato.




Berlusconi diviene protagonista assoluto e lo sguardo di Sorrentino si fa privo di compromessi. Con uno stile più secco, meno compiaciuto della bellezza delle immagini, lo descrive come il peccatore di Abel Ferrara, un uomo perso nel suo male e per questo incredibilmente patetico. Da qui il confronto con la giovane Stella, l'aspirante attricetta che ora si fa coscienza morale, la quale, di fronte alla buffoneria esibita, ha il coraggio di sottolineare quanto sia squallido il mondo che ha costruito e, prima ancora, i suoi atteggiamenti da finto giovane.



Ma ancora più penetrante è il confronto con Veronica, qui divenuta controcanto drammaturgico che infrange le illusioni di cui Berlusconi si copre; la messa in scena del loro confronto, ideale climax di tutta la pellicola, è quantomai secca e basata, purtroppo, solo sul dialogo: tolti i fronzoli, i colori sgargianti, i movimenti di macchina arditi, quel che resta è il pugno duro della verità, vomitata in direttamente in faccia; "Lui" viene finalmente smascherato per il bugiardo che è, per l'ossessivo onanista egocentrico che ha un disperato bisogno di attenzioni. Il peccatore si scopre bambino, che si diverte a giocare con un balocco mentre il paese che dice di amare muore.
Da qui quell'ultima, fulgida immagine, quella di un Cristo di marmo, un Dio morente, duplice simbolo di un uomo finito, schiacciato dal suo stesso vizio, ma anche di un'intera nazione collassata sotto il suo peso, distrutta dall'arrivismo di un piazzista da strapazzo. Ed alla fine non restano che macerie, in quel post-terremoto ennesima occasione per lucrare, dal quale tutti sono usciti sconfitti, persino "Lui", ormai privo di qualsivoglia credibilità.




Ma non c'è vera pietà verso questo freak, questa caricatura di sè stesso, solo uno sguardo lucido verso quel disastro che il suo egocentrismo ha causato. E, prima ancora, verso quell'immensa pagliacciata che è la sua esistenza.
Se in "Loro 1" le immagini erano fin troppo barocche, in "Loro 2", paradossalmente, non lo sono abbastanza; c'è un abuso della forma dialogica per portare avanti la storia, la descrizione e il dramma, come in "Youth", colpa dello script troppo verboso, lontano dai migliori esiti del cinema di Sorrentino.
Eppure, nonostante tale limite stilistico, questo ritratto impietoso riesce davvero a colpire nel profondo, a scuotere la coscienza per la sua incredibile carica di onestà. Tanto che, forse, non sarebbe sbagliato mostrarlo nelle scuole, per far capire a tutti chi è davvero l'Uomo che ha fottuto l'Italia.

lunedì 7 maggio 2018

R.I.P. Ermanno Olmi



1931-2018


Un ultimo pezzo del grande cinema italiano del passato se ne è andato. Olmi era un visionario, dotato di un senso del mistico unico, pronto a mettere in discussione tutto e tutti, nonostante l'ultima fase della sua carriera sia stata poco memorabile.

L'Isola dei Cani

Isle of Dogs

di Wes Anderson.

Animazione/Commedia

Usa, Germania 2018

















Dimensioni lineari, piatte ma ricercatissime e colorate in modo sgargiante; un linguaggio unico e personalissimo quello di Wes Anderson, fatto di immagini geometriche e bidimensionali, dove l'animazione spesso si fonde con il live-action per creare qualcosa di unico. I numi tutelari sono avvertibili: il Kubrick di "Shining" e sopratutto Yasujiro Ozu.
Per la sua escursione nipponica era quindi d'obbligo aspettarsi un gusto ancora più sfrenato per il classicismo del cinema giapponese, per quelle immagini con forme speculari, dove la macchina da presa è sempre rasoterra ed inquadra i personaggi di fronte o di lato, mai a tre quarti. Ed invece Anderson stupisce tutti aggiornando il proprio stile, conferendoli un'inedita profondità.



Profondità d'immagine che va di pari passo con un racconto sfaccettato e dalla sottile metafora politica. I cani divengono gli oppressi, vittime di un sistema che li emargina in quanto diversi, sino a relegarli su di un isola-lager, letteralmente in mezzo ai rifiuti, ossia gli scarti della società. Chief, il più ruvido del branco dei protagonisti, e la sua ideale controparte Spots sono due facce di una stessa medaglia: Spots è il servitore fedele, un samurai il cui padrone, Atari, percorre mari e monti (di immondizia) pur di ritrovare; Chief, d'altro canto, è un ronin in tutti i sensi, un cane senza padrone alla deriva, perso nella sua propria ossessione per la libertà, che finisce per compiere un viaggio di formazione con il quale scoprirà l'importanza dell'appartenenza.




Se nel cinema di Anderson precedente il fulcro era sempre dato dalla figura paterna o dalla sua assenza, qui il valore diviene quello della famiglia in toto, dove la ritrovata catarsi (presente da "Moonrise Kingdom in poi) porta alla riscoperta di tale valore da parte del randagio e del malvagio.




Ed Anderson si diverte a giocare con il linguaggio. Al di là dell'inedito senso di profondità, è semplicemente geniale la trovata di lasciare in giapponese tutti i dialoghi degli umani, tradotti in simultanea nei passaggi più importanti, ponendo al centro di tutto il migliore amico dell'uomo come creatura più "umana"; lo stesso Atari, nella sua odissea, ricorda il comportamento di un amico fedele alla ricerca del proprio padrone, mentre l'evoluzione di Chief ricorda quella di un personaggio in tutto e per tutto umano.
Gioco che continua nell'animazione, dove la tridimensionalità dell'animazione passo-uno è intercalata con la bidimensionalità di quella classica, dove la profondità viene alternata sapientemente alla pura geometricità e dove lo split screen duplica i centri di interesse.




Da qui la perfetta riuscita di un'opera sorprendente e divertente, in cui l'umorismo non è mai forzato, rendendo il tutto ancora più fresco.

venerdì 4 maggio 2018

Per un Pugno di Dollari


di Sergio Leone.

con: Clint Eastwood, Gian Maria Volontè, Marianne Koch, Mario Brega, Josef Egger, Josè Calvo, Wolfgang Lukschy, Sieghardt Rupp.

Spaghetti Western

Italia, Spagna, Germania Ovest 1964
















E' abitudine consolidata affermare come nel cinema italiano non ci siano mai stati veri innovatori, ma solo autori in grado di riprendere generi e registri per rigenerarli; le eccezioni si conterebbero su poche dita: Fellini e le sue fantasmagorie, Mario Bava ed i cineasti dei primi del '900. Posizione alquanto ingenerosa se si pensa alla portata del neorealismo di Rossellini, in grado di ispirare quella Nouvelle Vague in grado di cambiare per sempre il volto del cinema. Ma ingenerosa anche nei confronti di un altro grande cineasta nostrano, un uomo in grado sia di ricreare da zero un genere che di creare quasi dal nulla uno stile: Sergio Leone.


Perchè le fonti di ispirazione di Leone sono state sicuramente molte ed eterogenee tra loro. Lo spaghetti western trova infatti il suo antecedente negli sperimentali western tedeschi, primi tentativi di riprendere il genere americano per antonomasia e declinarlo in modo diverso, senza però riuscire ad imporsi in alcun modo.
Altra importante fonte di ispirazione è il cinema di Akira Kurosawa, con i suoi jidei-eiga veri e propri equivalenti del western in veste nipponica. Al di là del fatto che il primo vero spaghetti-western della Storia, il mitico "Per un Pugno di Dollari", altro non è se non un remake non dichiarato di "Yojimbo- La Sfida del Samurai", Leone riprende da Kurosawa anche il gusto per la manipolazione del ritmo, con la dilatazione temporale che, sopratutto nei duelli, porta a lunghe pause riflessive prima di uno scontro fulmineo.
Ma allora in cosa consiste l'originalità nel cinema dell'immenso cineasta romano?
Per prima e più ovvia cosa, Leone è stato in grado di fare proprio un genere che si credeva inscindibile dalla propria terra di origine per trasformarlo in qualcosa di nuovo e mai visto prima. Lo spaghetti-western è infatti una vera e propria antitesi del western fordiano: laddove in quest'ultimo eroi senza macchia e senza paura si muovevano sullo sfondo del bellissimo panorama americano per difendere valori fondativi della società yankee o comunque per compiere gesta eroiche, nella sua versione italiana sono protagonisti sempre dei taciturni anti-eroi, che spesso fanno la cosa giusta solo per un tornaconto personale e che si muovono in ambienti desertici, brulli, lontani anni luce dalla maestosità della Monument Valley; la violenza di personaggi ed ambienti, inoltre, non viene celata, nè edulcorata: nei duelli i personaggi sanguinano ed imprecano, quando muoiono lo fanno gridando di dolore e versando ettolitri di emoglobina nella sabbia.



Ma cosa ancora più importante della sovversione dei canoni del western, Leone è stato in grado di creare uno stile personale subito riconoscibile e che ha fatto scuola, caratterizzato anzitutto da un nuovo tipo di inquadratura, un primissimo piano che ritrae da vicino i volti dei personaggi sino a far loro bucare lo schermo con i loro lineamenti. Magistrale è poi l'uso del montaggio nell'alternare questa inquadratura strettissima con campi lunghi e lunghissimi, a creare un vero e proprio ossimoro visivo che aggiunge stile e personalità al classicismo proprio del genere.
Ed è proprio lo stile ciò che rende immenso il cinema di Leone: elegante, ricercatissimo e ultramoderno, in grado di rinvigorire un filone che sembrava condannato alla ripetizione ad oltranza dei clichè delle sue origini in un nuovo codice grammaticale cinematografico. Impresa già perfettamente riuscita nel suo primo western, il mitologico "Per un Pugno di Dollari".




Va sottolineato come Leone non era di certo estraneo al mondo del cinema prima di questo suo celebre exploit; il suo esordio alla regia arriva infatti già nel 1961 con il peplum "Il Colosso di Rodi"; senza contare le partecipazioni alle grosse produzioni di Hollywood sul Tevere, tra tutte "Ben Hur" (1959), del quale dirige non accreditato la mitica corsa delle bighe. Ma è solo nel 1964 che trova la fortuna grazie al suo esordio nel western.
Lo stile di Leone nasce da una forma nostalgica, quella del western classico che parte con "Ombre Rosse"; ma laddove John Ford ed Howard Hawks cercavano una forma di verosomiglianza con il vero west, quello di Leone è un west più artefatto. Non che non ci sia una meticolosità nella ricostruzione storica: da manuale è il suo perfezionismo nel ricreare costumi e scenografie; ma a tale ricerca dell'autentico si aggiunge un che di fantastico, la visione di un bambino cresciuto ammirando quel mondo su di uno schermo, piuttosto che quella di coloro che hanno in parte vissuto nei luoghi dei pionieri. Da qui la definizione di "fiabe per adulti" che lo stesso autore conierà per le sue opere; e da qui un primo record per Leone, il primo cineasta sottilmente post-modernista italiano, che fa film ispirati ad altri film.
Ispirazione che deriva anche dall'influenza paterna: il padre di Leone era un regista del cinema muto, da qui l'uso espressivo di corpi e volti e la plasticità dell'inquadratura. E sopratutto l'uso della musica, che colora i silenzi con le note indimenticabili di Morricone ed i fischi di Alessandro Alessandroni. Nasce così uno stile moderno, fatto di immagini scandite a tempo di musica, che troverà il suo apice in "C'era una volta il West" e che in nuce è già presente in "Per un Pugno di Dollari".




Si apre con un lungo silenzio, "Per un Pugno di Dollari", accompagnato solo dalle note di Morricone; un crane che segue lo Straniero senza Nome (o anche "Joe") al suo arrivo al paese, per poi tagliare verso i primi piani. Già da questa prima scena sappiamo cosa aspettarci: qualcosa di nuovo rispetto ai classici.
Novità che arriva anche dall'ambientazione messicana, ricostruita in Spagna: i paesaggi brulli, desolati, lontani migliaia di miglia dall'imponenza di quelli di "Sentieri Selvaggi" sono il perfetto sfondo per un pugno di personaggi ruvidi. Se lo Straniero senza Nome è un cinico affarista, la cui ultima goccia di umanità finisce per mettere nei guai, Ramon Rojo, il cattivo, è un sadico, a cui il volto di Gian Maria Volontè (tutt'oggi forse il più grande attore che l'Italia abbia partorito) dona una cattiveria sottile, mai caricata, lasciata sempre tra le righe (a differenza di quanto farà con il folle Indio in "Per qualche dollaro in più").


Il ritmo è veloce e al contempo lento: la dilatazione temporale giunge nelle scene di duello, mentre la velocità del racconto è sempre alta.
Da antologia anche l'uso dell'ironia: anzicchè creare personaggi che portano avanti una linea comica, Leone cuce l'umorismo addosso alle singole situazioni, come l'introduzione del becchino Piripero, che coinvolge il serissimo protagonista.
Ancora più memorabile è la scelta del cast; al di là del sempre ottimo Volontè, Leone inaugura qui una galleria di volti scarni, perfetti per dei personaggi ironici ed un pò malinconici. Oltre a trovare un protagonista granitico, dal fascino naturale e dalla presenza scenica enorme, che da qui inizierà una fulgida carriera: Clint Eastwood.


Il resto è semplicemente Storia: proiettato in anteprima a Firenze, l'esordio nel western del regista romano diviene un successo globale in brevissimo tempo (nel mercato asiatico verrà distribuito da Akira Kurosawa, dopo un processo che lo ha riconosciuto come vittima di plagio da parte di Leone e soci); il nuovo paradigma del western all'italiana (o spaghetti-western, appunto) si imporrà nella memoria collettiva scalzando via quello classico e divenendo il "genere" più popolare del decennio, detronizzando definitivamente il peplum.
E Leone inaugura una carriera a dir poco straordinaria.

giovedì 3 maggio 2018

Avengers- Infinity War

di Joe e Anthony Russo.

con: Robert Downey Jr., Chris Evans, Josh Brolin, Scarlett Johansson, Chris Pratt, Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Benedict Cumberbatch, Tom Holland, Chadwic Boseman, Sebastian Stan, Elizabeth Olsen, Paul Bettany, Zoe Saldana, Dave Bautista, Pom Klemeniteff, Karen Gillan, Tom Hiddleston, Peter Dinklage.

Avventura/Fantastico

Usa 2018












---CONTIENE SPOILER---


Ed arriva dunque un primo epilogo al Marvel Cinematic Universe, un climax anticipato sin dai tempi del primo "The Avengers" che chiude la storyline parallela a tutte le pellicole, quella di Thanos il Titano Folle.
Licenziato Joss Wheadon, che forse troverà maggior fortuna in casa DC (anche se il siluramento dall'adattamento di "Batgirl" non lascia ben sperare), Kevin Feige affida le redini di una produzione da circa 500 milioni di dollari ai collaudati fratelli Russo, che dividono "Infinity War" in due parti, una prima da far uscire subito, una seconda dopo la distribuzione di "Ant-MAn and the Wasp", "Guardiani della Galassia vol.3" e "Captain Marvel". Ne sarà valsa la pena?




Al centro di tutto c'è lui, Thanos, portato su schermo da quel Josh Brolin che tra il titano di casa Marvel, Cable e Jonah Hex si è imposto come lo Steve Reeeves dei cinecomic e che sotto i pixel del mocap finisce per somigliare, incredibilmente, a Bruce Willis.
Creato da Jim Sterlin e apparso per la prima volta nel 1973, il personaggio di Thanos è un omaggio del suo autore al maestro Jack Kirby, in particolare all'arcidemonio Darkseid, con il quale condivide parte del design e sopratutto il ruolo di villain per antonomasia dell'intero roaster di supereroi della casa di riferimento: laddove Darkseid è la nemesi perfetta di Superman e della Justice League, tanto da apparire anche nel DC Extended Universe, Thanos è la nemesi di tutti gli eroi Marvel, in particolare di quelli galattici e, incredibile ma vero, di Deadpool, con il quale condivide un'infatuazione per l'incarnazione della Morte.




Ed è proprio la Morte a muovere le fila dell'equivalente su carta di "Infinity War"; pubblicato per la prima volta nel 1991, "Infinity Gauntlet" vede il Titano Folle riunire le arcane Gemme dell'Infinito nel guanto omonimo, ottenendo poteri divini; il tutto per impressionare la Morte, la quale però si dimostra ritrosa.
Cross-Over tra i più celebri di casa Marvel, "Infinity Gauntlet" riesce ad avvincere nonostante la premessa a dir poco bislacca. E la grandezza della saga risulta perfetta per riunire in un unico film tutti gli eroi del MCU, a formare un cast a dir poco incredibile: tutti gli Avengers, i Guardiani della Galassia, Doctor Strange, lo Spider-Man di Tom Holland e Black Panther, senza contare i relativi comprimari, in un ensamble che ricorda davvero, per amenità e ricchezza di nomi degli interpreti, i vecchi peplum hollywoodiani, a riprova di come il cinecomic ne sia il naturale erede.




Anche nella sua versione filmica, il centro della storia è sempre Thanos, non solo motore degli eventi, ma anche personaggio a tutto tondo; non più folle tiranno innamorato, il titano folle diviene su schermo una vera e propria controparte di Darkseid, che riunisce le gemme dell'infinito per portare una forma di equilibrio nell'universo. Ed è sempre lui il personaggio meglio caratterizzato di tutto il film, nonchè uno dei pochi villain degni di nota di tutto l' MCU: un demonio che prova sentimenti, che arriva persino a piangere quando capisce di dover sacrificare tutto pur di realizzare il proprio scopo e per il quale alla fine non è difficile empatizzare.




Decisamente meno riuscita la caratterizzazione del cast di eroi. E la colpa non è certo dello script: con un roaster di ben 21 personaggi principali era impossibile dare adeguato spazio a tutti; Iron Man diviene così l'eroe senza macchia e senza paura, il Dottor Strange quello più machiavellico e combattuto, Steve Rogers il picchiatore, Scarlet Witch l'innamorata, Visione il mcguffin, l'Uomo Ragno la linea comica, Thor il presunto deus ex machina, mentre Star Lord, nonostante gli eventi di "Guardiani della Galassia vol. 2" regredisce a puro idiota; di tutto contorno è invece il resto dei personaggi, compreso il Bruce Banner di Mark Ruffalo.
Non mancano buchi e forzature nella progressione degli eventi: Scarlet Witch e Visione divengono improvvisamente amanti per il gusto di aggiungere drammaticità, il Tesseract dà vita a due gemme (quella di Visione, nata in "Avengers: Age of Ultron" e quella propria dell'artefatto), l'antefatto sulle gemme e sugli Eterni non ha nulla a che vedere con quanto mostrato in "Guardiani della Galassia"; e non si capisce per quale motivo il redivivo Teschio Rosso sia divenuto onnisciente. Si tratta ovviamente di "licenze" usate per far progredire l'intreccio da un punto all'altro, ma che finiscono per azzerare, talvolta, il coinvolgimento.




Tanto che, anche a fronte di una storia praticamente inesistente, a colpire, al di là di scene di combattimento ben coreografate ed una battaglia finale fin troppo confusionaria, resta il tragico finale, unico vero colpo di scena in grado di destabilizzare le aspettative. Un pugno allo stomaco sorprendente ed intrigante che risolleva le sorti di una pellicola ricca, ma al contempo esile.