martedì 3 luglio 2018

Non Essere Cattivo

di Claudio Caligari.

con: Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D'Amico, Roberta Mattei, Alessandro Bernardini, Valentino Campitelli.

Italia 2015


















Il caso produttivo che purtroppo ha afflitto la lavorazione di "Non Essere Cattivo" può essere visto come un perfetto esempio di quanto ci sia di sbagliato nell'industria del cinema italiano. Un caos che parte da un episodio che definire doloroso sarebbe eufemistico: la morte di Claudio Caligari a riprese ancora non ultimate; lui, il grande escluso del cinema italiano, che con appena due lungometraggi di fiction è riuscito ad imporsi tra i filmmaker più interessanti degli ultimi 30 anni, se ne è andato fin troppo presto, come la riuscita del film dimostra.
Morte che getta la produzione in un limbo: la cabina di regia viene occupata dall'amico Valerio Mastandrea, ma il budget necessario ad ultimare riprese e post-produzione è introvabile; il che, per una produzione di appena 1 milione e 300 mila euro, è a dir poco vergognoso.
Per uscire dal pantano produttivo, Mastandrea lancia addirittura un appello a Martin Scorsese per ricevere aiuto; ma lo fa non tramite i canali tradizionali, bensì con una lettera aperta, come se il regista italoamericano fosse un mammasantissima nostrano qualsiasi. Ovvio che ad un'azione del genere non sia corrisposta alcuna reazione diversa dal silenzio.
E' stato così necessario creare una vera e propria cordata di produttori per finire il film: nessuno ha voluto farsi carico, da solo, dei pochi finanziamenti necessari, neanche si trattasse di un film maledetto o appestato da qualche rara malattia tropicale; senza pensare a come un investimento accompagnato da una buona campagna promozionale ben avrebbe potuto generare profitto. Ma si sa che l'Italia è qual paese dove "con l'arte non si mangia".
Polemiche a parte, l'opera postuma di Caligari svetta in un panorama filmico e televisivo che da qualche anno ha riscoperto il genere (grazie alle produzioni Sky), imponendosi come un perfetto spaccato sulla disperazione della periferia romana, terzo capitolo di un'ideale trilogia iniziata con "Amore Tossico" e proseguita con "L'Odore della Notte".



Il luogo è sempre quello, Ostia, questa volta nel 1995; un luogo che sembra fuori dal tempo, tanto che i due protagonisti, Cesare (Marinelli) e Vittorio (Borghi) entrano in scena come quelli di "Amore Tossico"; ma questa volta la storia è uguale e diversa: le due anime perse sono quelle di due piccoli spacciatori, pusherini da strapazzo che passano le giornate muovendosi per la periferia in cerca di un brivido, sia quello delle pasticche che quello di qualche rapina alla buona.
Finchè qualcosa cambia; Vittorio ha una catarsi durante un trip, realizza il vuoto che lo affligge e decide di cambiare vita, di lavorare onestamente, mettere su famiglia e allontanarsi dalla piccola criminalità.



Il ritratto è quello del vuoto pneumatico, di una vita votata al nulla. Ed il mondo in cui Vittorio e Cesare si muovono è in tal senso esemplare: una periferia da sempre afflitta dallo squallore, frequentata da personaggi inutili, donne sboccate in cerca solo di una botta di vita, piccoli gangster che si affaccendano tra piccoli furti e piccolo spaccio; persino il lavoro, la via d'uscita da quel mondo, è quello dei cantieri perenni, della speculazione dove tutti sono pagati a nero, con l'illegalità che diviene perfetto paradigma dello squallore morale e materiale che affligge Ostia e l'Italia intera.



Il riscatto, la risalita sociale e morale, è ardua: non sappiamo se alla fine Vittorio è davvero riuscito a cambiare vita; la sola speranza è per il futuro, per quei figli che, orfani o meno, meritano una vita migliore di quella fatta di stenti e violenza spicciola e dalla quale non è detto che riescano ad affrancarsi.
Vita che Cesare, a differenza dell'amico, abbraccia con tutto sè stesso: non c'è voglia di riscatto per lui, nè alternativa alla microciminalità. Pur toccato dalla tragedia, la perdita della sorella per prima, della nipote dopo, a causa del HIV, Cesare preferisce rispondere alla vita con la cattiveria da quattro soldi che la vita della borgata gli ha insegnato. Quel "non essere cattivo" resta un monito inascoltato, sino alle conseguenze estreme, con la tragedia che si ripete, inutile ma inevitabile.
La sua è un'indole autodistruttiva, che si compiace degli stenti in cui sguazza; un "matto", un uomo che foraggia avidamente i propri difetti per vivere alla giornata, persino nei rapporti con la propria amata. Una tragedia, la sua, che si consuma ben prima del finale, sin dalle prime battute, concretizzandosi nella ripetizione perenne ed ostinata di gesti autodistruttivi (la droga) o lesivi (le truffe, le rapine), generando una sarabanda di violenza spicciola che finisce per affogarlo.



E se il racconto è quello di uno spaccato di vita, Caligari usa un registro più vicino al noir che al dramma; non c'è stilizzazione, tuttavia, ma solo crudezza, una vicinanza al reale più simile a quella di "Amore Tossico" piuttosto che a "L'Odore della Notte". I movimenti di macchina fluidi e la bella fotografia restituiscono al narrato un respiro che da sempre manca al nostro cinema; mentre il ritmo, pur dilatato verso la fine, è sempre calzante.
La realtà, filtrata attraverso il registro di genere, diviene così iperbolica, eppure incredibilmente vera, in un'armonia di dissonanze che crea uno stile unico, personale, degno di un vero autore.

domenica 24 giugno 2018

Jurassic World- Il Regno Distrutto

Jurassic World: Fallen Kingdom

di J.A. Bayona.

con: Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Jeff Goldblum, Justice Smith, Geraldine Chaplin, B.D. Wong, Rafe Spall, Daniella Pineda, James Cromwell, Toby Jones.

Avventura/Fantastico

Usa 2018















Quel coacervo di idiozia gratuita di "Jurassic World" incassò, appena tre anni fa, oltre un miliardo di dollari al botteghino mondiale; inevitabile è dunque un sequel, che arriva puntuale nel medesimo slot estivo del predecessore, con un cambio di regia quasi all'ultimo momento e, paradossalmente, ambizioni ribassate: più piccolo ma anche meno ridicolo; il che, fino ad un certo punto, è un bene.




Perchè se in "Jurassic World" c'era un intero, gigantesco, parco a tema pieno di sauri, ne "Il Regno Distrutto" la maggior parte dei lucertoloni viene eliminata circa a metà film e, di conseguenza, il setting cambia dall'isola centroamericana ad  una magione con annesso laboratorio biogenetico.
Ambientazione piccola, che impedisce di utilizzare gli espedienti classici del cinema di intrattenimento per creare spettacolo: niente più esplosioni o corse a rotta di collo, presenti solo nella prima metà del film. Tutto viene confinato in spazi stretti, quasi claustrofobici, per cercare una forma di originalità; il che a tratti funziona, come nella scena del t-rex ingabbiato.



Bayona, chiamato a sostituire Colin Treverrow, si affida più alla tensione che alla distruzione, riuscendo a creare un che di originale: ben eseguite sono le sequenze di terrore, come la caccia finale, reminiscente di quella del primo "Jurassic Park"; la tensione, di conseguenza, non manca, anche se la risoluzione delle singole scene è sempre, ovviamente, prevedibile.
Nella sua piccolezza, "Il Regno Distrutto" trova così una dimensione che gli permette di sperimentare qualcosa di nuovo nella serie; peccato che, come al solito, trama e personaggi siano inesistenti.




I personaggi di Pratt e della Howard sono messi in mezzo ad una storiella pretestuosa al solo fine di avere un punto di vista conosciuto; le new entries sono tutte rigorosamente stereotipate, compreso il cattivo di turno, al solito interessato solo al profitto e privo di qualsivoglia valore. Sparita è ogni traccia di presunta morale, con il quesito sull'effettiva sacralità della vita dei redivivi dinosauri usato meramente come pretesto narrativo. E non aggiunge nulla l'inclusione della tematica della clonazione umana, messa lì giusto giusto per cercare di dare un pizzico di sapore in più al tutto.



"Il Regno Distrutto" è così un blockbuster mediocre, ma non disprezzabile: intrattiene bene o male a dovere per tutta la sua durata, nonostante qualche inutile lungaggine. Non ha pretese spettacolari che non vanno oltre il puro thrilling, nè falsi moralismi per cercare di darsi un tono. E' pura aurea mediocritas applicata al cinema di intrattenimento: piccolo, privo di mordente ed ambizioni vere, ma per una volta non scemo; il che lo rende automaticamente migliore del primo "Jurassic World".

sabato 23 giugno 2018

Obbligo o Verità

Truth or Dare

di Jeff  Wadlow.

con: Lucy Hale, Violett Beane, Tyler Posey, London Liboiron, Nolan Gerard Funk, Sam Lerner.

Horror

Usa 2018















La Blumhouse è riuscita ad imporsi in una decina d'anni come la principale casa di produzione horror americana, il cui catalogo ora può vantare persino il nuovo capitolo della serie di "Halloween". Ed il trend che oggi va per la maggiore è quello del "gimmick horror", dove l'orrore scaturisce non da una leggenda, da un assassino o da un mostro, bensì da un rituale che gli incauti protagonisti ripetono nel corso del film. Basti pensare al sesso di "It Follows", motore di tutti gli eventi distruttivi, o alla tavola di "Ouja".
"Obbligo o Verità" rientra in pieno in tale categoria, proponendo una variante mortale del celebre giochino; ma una gimmick, da sola, non basta a fare un buon film.



L'idea alla base aveva certo del potenziale, basti vedere le capacità catartiche che un gioco simile aveva nel capolavoro di Fassbinder "Roulette Cinese"; nel film Blumhouse, invece, i segreti che i protagonisti celano sono di quanto più convenzionale possibile, classiche storie di gelosie e tradimenti trite e ritrite. Non c'è vera cattiveria nello svelarli, nè, in generale, in una storiella pretestuosa priva di mordente, che riesce ad essere banale persino in un finale teoricamente apocalittico.



In cabina di regia troviamo il Jeff Wadlow di "Kick Ass 2", che torna al genere anni dopo "Cry Wolf" e non prende nessun rischio: tutto il film è piatto, gli spaventi cuciti addosso ai jump-scare, veri e finti che siano, e solo pochi movimenti di macchina dimostrano il carattere del regista; per il resto calma piatta e tensione latitante.




Tant'è che 100 minuti di durata sono anche troppi per un horroretto poco riuscito, le cui pretese si esauriscono nella sola premessa.

venerdì 22 giugno 2018

Sfida nell'Alta Sierra

Ride the High Country

di Sam Peckinpah.

con: Randolph Scott, John McCrea, Mariette Hartley, Ron Star, R.G. Armstrong, L.Q. Jones, Warren Oates.

Western/Crepuscolare

Usa 1962















---CONTIENE SPOILER---

L'esordio con "The Deadly Companions" servì a Peckinpah. alla fin fine, unicamente a dimostrare la sua capacità di dirigere un lungometraggio. Appena un anno dopo, tuttavia, eccolo tornare sugli schermi con "Sfida nell'Alta Sierra", un piccolo western dove riesce a condensare, in neanche 90 minuti, tutta la sua poetica: prima ancora che nei capolavori "Il Mucchio Selvaggio" e "Pat Garrett & Billy the Kid" è qui che il grande autore comincia a riflettere sulla fine del mito del west, sulla mancanza di valori e su di un'amicizia votata alla tragedia.




Lo sfondo è quello di una California più simile a quella degli spaghetti western che ai classici americani, un paesaggio aspro e brullo, dove il vecchio Steve Judd (McCrea) ritrova l'amico Gil Westrum (Scott), proponendogli un lavoro: 10 dollari al giorno per scortare un carico d'oro; ai due si unisce il giovane scavezzacollo Heck Longtree (Starr), il quale, lungo la strada per il sito minerario, si innamora della bella Elsa (Mariette Hartley).




Una storia lineare, quella intessuta, una semplice andata e ritorno dal picco della sierra, dove però nulla andrà come preventivato. E dove nulla è quello che sembra.
Prima fra tutti, la caratterizzazione dei personaggi. Judd e Westrum sono due pistoleri oramai sul viale del tramonto: gli anni d'oro sono oramai alle spalle e le imprese eroiche rivivono solo nei lunghi dialoghi sul tempo perduto che i due snocciolano durante il tragitto.
Judd è un uomo tutto d'un pezzo, ancora ancorato al codice d'onore cavalleresco del vecchio west; per lui la missione ha la priorità, non vuole grane, nè ha altri desideri al di là della buona paga. Westrum d'altro canto è un'immagine ad egli speculare: lo incontriamo ad una fiera dove vende le leggende del west per pochi soldi, in una parodia di ciò che era in passato; laddove Judd ha un carattere granitico, che resta saldo per tutta la durata dell'avventura, Westrum parte come un buono per poi rivelarsi un traditore, pronto a derubare il compagno di mille avventure di punto in bianco.




In mezzo ai due grandi vecchi, ci sono i giovani. Heck è una versione non svezzata dei due anziani pistoleri, ancora vigoroso e pronto a cacciarsi nei guai. Un giovane che non conosce alcun codice d'onore, ma che finisce per impararlo a suon di sganassoni da parte dei compagni; laddove Westrum ha un arco decostruttivo, che lo porta a perdere il valore dell'onestà, Heck ne ha uno costruttivo, grazie al quale diviene idealista al pari di Judd.
Elsa è invece la donna da proteggere, nata e cresciuta dentro un sistema di valori di stampo puritano, del tutto lontana dalle brutture del selvaggio west, che scopre a sue spese; una ragazza volitiva, in cerca di libertà, ma al contempo troppo naif per poter sopravvivere da sola in un ambiente dove la sopraffazione del più debole è un imperativo.




Un "male" che viene incarnato dai luridi fratelli Hammond (tra cui spiccano L.Q. Jones ed un giovane Warren Oates), veri e propri selvaggi che non conoscono alcuna forma di rispetto, nemmeno quello della sacralità del talamo nuziale. Il conflitto viene così innescato dallo scontro tra un trio di uomini che ha ancora dei valori ed un pugno di desperados la cui vita fatta di avidità e sporcizia ha ridotto ad animali parasenzienti.
Scontro che prende le forme di un'esecuzione, uguale a quella che chiuderà "Il Mucchio Selvaggio" anche se in scala ridotta; non c'è più posto per gli eroi in un mondo oramai popolato da belve affamate d'oro: il pistolero tutto d'un pezzo Judd deve così morire, lasciare spazio ad una coppia di giovani che forse hanno imparato a rispettare i valori d'un tempo e ad un amico che, grazie al suo sacrificio, li ha riscoperti.




Se le tematiche che ne faranno grande il cinema sono già tutte presenti, lo stile di Peckinpah è ancora un pò acerbo, ancorato al classicismo del western americano, dove solo gli splendidi movimenti di crane restituiscono una forma di modernità. "Sfida nell'Alta Sierra" è così un film a metà tra il classico ed il crepuscolare, una perla struggente e ancora oggi interessante sulla fine di un mondo e dei suoi eroi.

lunedì 18 giugno 2018

Per qualche dollaro in più



di Sergio Leone.

con: Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Gian Maria Volontè, Mario Brega, Klaus Kinski, Luigi Pistilli, Aldo Sambrell.

Spaghetti Western

Italia, Spagna, Germania Ovest 1965
















Nessuno si aspettava il successo ottenuto da "Per un pugno di Dollari", primo fra tutti Sergio Leone, che lo ha diretto si con grande passione, ma senza aspettarsi chissà quali riconoscimenti. Ed invece quello strano, sporco e cattivo western era riuscito nell'impresa di imprimersi nell'immaginario collettivo scalzando via i luoghi comuni del western americano classico per forgiarne di nuovi e più moderni, compreso quello di una sensibilità maggiore verso una messa in scena virtuosistica, ricercata in ogni inquadratura.
Un seguito era d'obbligo, cosicchè Leone, ad appena un anno di distanza, dirige "Per qualche dollaro in più", secondo capitolo di quella che diverrà la trilogia del dollaro. Un film che il grande regista romano non ha mai apprezzato più di tanto, affermando come sia nient'altro che "robaccia per stupratori e tagliagole", ma che rappresenta la perfetta evoluzione del suo stile in ogni suo aspetto.




L'iconicità fa capolino sin dalla trama: in un west al solito arido e lurido, il cacciatore di taglie Douglas Mortimer (Lee Van Cleef), ex colonello dell'esercito, si allea con il Pistolero senza Nome (Eastwood), qui chiamato "il monco" perchè usa la destra solo per sparare, al fine di catturare El Indio (Volontè), bandido psicopatico che sembra aver già incrociato la strada di Mortimer.




Al di là della storia in sè, Leone continua il suo discorso decostruttivo e ricostruttivo del genere. I personaggi sono ancora più cattivi: El Indio è un folle dallo sguardo allucinato, pronto a tradire tutto e tutti per il proprio tornaconto personale, mentre il Monco è ad un passo dal sadismo nel modo in cui amministra il suo lavoro da bounty killer; il personaggio di Van Cleef, d'altro canto, è l'unico a serbare un pizzico di umanità, ma la sua presenza è a dir poco inquietante: sguardo di ghiaccio e spolverino nero pece (look che poi sarà ripreso per il personaggio di Sartana, perfetta icona di Van Cleef), è un'incarnazione della morte su due gambe che si muove silenzioso ed implacabile.




Ma Leone guarda a questo trio di cattivi con gli occhi di un bambino affascinato: sono loro gli eroi dell'ultimo west ed i loro gesti vengono così caricati di enfasi spettacolare, sottolineata dai dialoghi taglienti di Luciano Vincenzoni, quanto mai calzanti; su tutte, è la scena dell'incontro tra i due "buoni" a rendere tale visione: un duello sopra le righe, dove i due giocano a sparare ai relativi cappelli sotto gli occhi di un trio di bambini che, come lo spettatore al cinema, assiste ammaliato alla scena.



Inutile lodare il cast, dal laconico Eastwood ad un Gian Maria Volontè squisitamente sopra le righe, passando per un redivivo Lee Van Cleef un pò sornione. Piccolo ruolo anche per il grande Klaus Kinski, che come al solito si diverte un mondo nei panni del cattivo.



Leone trova una misura più salda nella messa in scena: le sue inquadrature sono ora più plastiche ed ancora più ricercate; continua poi a manipolare il ritmo narrativo; si parte con quello generale del film, dove il primo atto dura quasi 60 minuti, riservati ad introdurre i tre protagonisti ed il colpo alla banca di El Paso. Ma ancora più seminale è il lavoro svolto su quello delle singole scene; grazie ad un uso narrativo della musica (il suono del carillon), i duelli divengono quasi dei freeze frame, dove la dilatazione temporale ed il rimando dell'azione sono gli imperativi, costruiti grazie ad inquadrature statiche ed un montaggio calcolato sul ritmo musicale, fino a scoppiare in un lampo di piombo.



Il budget più sostanzioso si traduce in migliori valori produttivi: semplicemente spettacolari le sequenze della rapina in banca o della liberazione del compagno dell'Indio.
In generale, per i 126 minuti di durata si avverte sempre la sensazione di un film comunque piccolo ma con ambizioni da kolossal, le quali per una volta vengono ripagate in pieno.

sabato 16 giugno 2018

Ecce Bombo

di Nanni Moretti.

con: Nanni Moretti, Fabio Traversa, Lina Sastri, Piero Galletti, Susanna Javicoli, Maurizio Romoli, Cristina Manni.

Italia 1978



















"Te li meriti i film di Alberto Sordi!". E' questa una delle battute più celebri di "Ecce Bombo", cult di Moretti che ancora oggi non smette di turbare. Perchè se con "Io sono un Autarchico" dipingeva una generazione che cercava di distaccarsi dai padri, ora ritrae non solo lo smarrimento loro proprio, bensì anche la totale incomunicabilità di e tra gli stessi, in un ritratto ancora più impietoso, che prende a calci la narrazione convenzionale, tutti i canoni del cinema italiano e non, per dare forma completa  all'alienazione.



Incomunicabilità che fa capo sin dal titolo, quell' "Ecce Bombo" grido privo di senso di un rigattiere ostiense; incomunicabilità che divide Michele Apicella dalla generazione paterna, ancora più distante che in passato, il cui conflitto si risolve in uno schiaffo sordo ed inutile; nonchè dalla generazione, più giovane, della sorella diciottenne, impegnata in un'occupazione il cui momento clou è la partita di pallone.
Incomunicabilità che fa capolino anche nel rapporto di coppia: tutte le donne che Apicella incontra sono respinte da un muro invisibile che l'alter ego morettiano ha eretto intorno a sè. Basta citare una delle battute più celebri del film: "Ti volevo dire se ci possiamo vedere per innamorarci di me", storpiatura del discorso di apertura del personaggio verso l'oggetto del desiderio che perde forma nell'atto dialogico.
Incomunicabilità che diviene fortezza nell'ultima scena, dove Apicella risponde con il silenzio al grido d'aiuto di Olga, donna presunta pazza, in realtà semplicemente cosciente della pochezza dei coetanei.



Incomunicabilità che, nella narrazione, porta quindi ad un isolamento totale e totalizzante: Apicella si ritrova ben presto da solo, abbandonato dai compagni di finte lotte e dagli studenti più piccoli che prepara alla maturità, per un motivo a dir poco agghiacciante: la sua totale incapacità decisoria.
Protagonista e compagni sono stretti tra due poli antitetici; da una parte sono esponenti della medio-borghesia romana, conservatori nel sangue, abituati agli agi propri di chi la fabbrica l'ha vista solo al telegiornale. Dall'altra, le aspirazioni intellettualistiche (di stampo prettamente intellettualoide) dei rivoluzionari del sabato sera, di coloro che vorrebbero rovesciare lo status quo della DC per creare quell'utopia comunista che è puro spettro del passato. Questo perchè le parole, prima ancora che le azioni del gruppo, sono vacue, pure elucubrazioni di menti prive di veri punti di riferimento, che neanche nell'impegno politico dei Rossi contro Neri trova più un punto fermo. Da qui la battuta d'apertura: come in un film di Alberto Sordi, in una commedia populista e talvolta qualunquista, non c'è differenza tra le differenti trincee politiche.
A parole vuote possono solo conseguire azioni prive di senso o fini a sè stesse: sempre nel finale, la comune chiamata ad aiutare Olga si perde in azionucole mondane, come giocare a calcio, mangiare un cocomero o andare a donne. L'alienazione non porta cioè a nulla, se non all'appagamento di false necessità, alla perdita cioè di ogni effettiva velleità rivoluzionaria.



Su di un piano diegetico, l'alienazione diviene distruzione del registro narrativo; laddove in "Io sono un Autarchico" era ancora presente una parvenza di progressione narrativa, in "Ecce Bombo" la narrazione viene frantumata in piccolissimi pezzi, sketch talvolta composti da due battute racchiuse in un'inquadratura, alienanti al punto da restituire perfettamente lo stato mentale dei personaggi. Piccole scene per piccoli personaggi, impegnati in piccoli discorsi e piccole azioni, in una quadratura totale.



Moretti firma così un perfetto manifesto generazionale, scostante e venato di una tristezza viva, lontano persino dalle derive più narcisiste del suo cinema, per questo magnificamente riuscito.

venerdì 8 giugno 2018

L'Odore della Notte


di Claudio Caligari.

con: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Emanuel Bevilacqua, Giorgio Tirabassi, Federico Pacifici, Alessia Fugardi, Little Tony.

Noir

Italia 1998

















Arriva a quindici anni di distanza da "Amore Tossico", "L'Odore della Notte", seconda opera nel percorso di fiction di Caligari; e, inutile dirlo, nel frattempo tutto è cambiato: l'industria del cinema è crollata e nel panorama italiano desolato e desolante di fine anni '90, il noir di Caligari è opera a sè, che rifugge da tutte le derive falso intimiste e finto impegnate che incrostano il cadavere del cinema italiano per rifarsi a quello di un maestro d'Oltreoceano, quel Martin Scorsese che apprezzerà gli omaggi espliciti. E con esso, il grande autore romano riesce a fondere con efficacia inusitata gangster movie e impegno sociale, scavalcando le convenzioni narrative e sperimentando soluzioni visive ancora oggi frizzanti.



Ispirato in parte ad un libro di Dido Sacchettoni che ricostruisce i fatti della "banda dell'Arancia Meccanica" che terrorizzò i quartieri bene di Roma tra gli anni '70 e i primi '80, Caligari costruisce il film sulla figura di Remo Guerra, interpretato da un esordiente Valerio Mastandrea.
Remo è un poliziotto della squadra mobile di stanza a Torino che, in licenza nella nativa Roma, si abbandona a violente rapine ai danni dei ricchi. Lui, ex ragazzo di vita delle borgate, trova nella violenza un'ispirazione di vita: l'atto del furto è affermazione individuale del quale adora la scarica di adrenalina, al punto di vivere per quei momenti; non ci sono alternative alla vita violenta: quella da membro delle forze dell'ordine è una vita che gli va stretta, l'onestà non è nemmeno contemplata; non può esistere un'alternativa che gli permetta di vivere al massimo e senza dover rendere conto a nessuno. Remo è un drogato di emozioni, come i personaggi di Kathryn Biegelow e, sofrtunatamente, Mastandrea non riesce a comunicare a pieno la carica di vita del personaggio, in una perferomance piatta e monocorde.



Laddove il personaggio di Remo trova nelle rapine una ragione di vita a causa delle forti emozioni, Caligari carica di un significato ulteriore le sue azioni, una sorta di vendetta sociale dei sottoproletari contro la classe dirigente. Dopotutto il periodo storico è indicativo già per sè stesso della situazione sociale: il boom economico si è concluso da almeno un decennio, la scala sociale si è chiusa, i poveri restano poveri, i ricchi schifosamente agiati. Nell'atto della rapina, lo spiantato delle borgate romane spoglia letteralmente il ricco dei suoi averi e se ne appropria come in una forma deviata di esproprio proletario.
Ma non c'è idealizzazione nelle azioni di Remo e soci: Caligari li descrive sempre e comunque come personaggi negativi, persi nel proprio vizio, al pari dei tossicodipendente di "Amore Tossico".



I rimandi a Scorsese sono espliciti e diretti: la scena della tv scalciata e quello dello specchio come in "Taxi Driver" sono vere e proprie dichiarazioni di intenti. Ma la vera ispirazione sta in "Quei Bravi Ragazzi", nel modo in cui il regista italoamericano rilegge la forma filmica; il montaggio spezza le azioni, talvolta interrompendole con fotogrammi neri o rossi; la cinepresa si muove talvolta libera per gli ambienti, divenendo personaggio ulteriore; e tra voice off e sfondamento della quarta parete diretto, si assiste a tutto per il tramite del punto di vista del protagonista.
Il risultato è semplicemente magnifico: Caligari trova una sua forma, pur manierista, nel quale far confluire le intuizioni noir ed estetiche; forma che permette al narrato di avere una marcia in più, di imprimersi con maggior forza nei sensi dello spettatore, pur non raggiungendo i livelli delle fonti di ispirazione.



Duro ed irredento e bello nello stile, "L'Odore della Notte" è un noir riuscito ed interessante, una vera perla di puro cinema di genere come in Italia non se ne facevano da tempo.