domenica 8 luglio 2018

R.I.P. Carlo Vanzina







1951-2018

Si può davvero ricordare con affetto un personaggio come Carlo Vanzina? Colui che è stato il volto della morte della commedia all'italiana, pur figlio d'arte di Steno, che ha intossicato il nostro cinema con le commediacce un tanto al chilo?
No, sarebbe ipocrita cercare di trovare un che di valore in una carriera che anche nei picchi di maggior qualità ("Sotto il vestito niente", "I Fichissimi", "Febbre da Cavallo- La Mandrakata", "Il Pranzo della Domenica") ha sempre lambito la mediocrità.
Senza contare l'effetto deleterio che il suo lavoro ha causato: assieme al fratello Enrico, a Neri Parenti ed Enrico Oldoini è stato lui l'artefice della distruzione di un genere blasonato e che tanto aveva dato al cinema in generale.
E, come se già questo non fosse abbastanza, bisogna ricordare anche la sua ipocrisia nel paragonarsi a Spielberg o nel rimpiangere i tempi andati in film come "Il Cielo in una Stanza", dove rimpiangeva la spensieratezza degli anni '60 contro il cinismo degli anni '90, e "Torno indietro e cambio vita", dove invece rimpiangeva la bellezza degli anni '90 contrapposta al cinismo del 2015.
Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare e non aver paura nel dire, anche di fronte alla sua scomparsa, che Vanzina è stato una sciagura per il nostro cinema, dal quale, oramai, è impossibile che si riprenda.

sabato 7 luglio 2018

Revenge

di Coralie Fargeat.

con: Matilda Lutz, Kevin Janssenss, Vincent Colombe, Guillaume Bouchède.

Francia 2017



















A margine della presentazione al Festival di Torino di "Revenge", l'esordiente Coralie Fargeat ha dichiarato: "[...] Si trattava davvero di simbolizzare la mutazione di un certo modo di rappresentare la donna al cinema, troppo sovente vista come semplice comprimario o come oggetto sessuale da svestire o sminuire. Inizialmente il film gioca con questo tipo di rappresentazione, spingendola però all'estremo fino a sfociare nella sua controparte brutale. A quel punto la protagonista diventa la vera figura forte del film, una supereroina donna e il motore dell’azione".
Che cos'è dunque questo suo esordio se non il più classico dei rape & revenge, con una donna bella che a causa della violenza subita si trasforma in una macchina di morte?
Esempi del genere, sarebbe anche inutile dirlo, ce ne sono a bizzeffe: la Thana di "Ms. 45", la Madeline di "Thriller" o la Jennifer di "I Spit on your Grave", solo per citarne alcuni. Come rendere dunque interessante un film derivativo nei contenuti?
"Revenge" prova a buttarla sullo stile, psichedelico e sfrontato, riuscendo però solo in parte a spuntarla.



La stilizzazione massima è l'imperativo sin dalla prima inquadratura, un campo lunghissimo dai colori sgargianti che sfocia in un riflesso su di un paio di occhiali da sole ed una musica synth, come se si fosse in un film di Nicolas Winding Refn o Harmony Korine.
La protagonista Jen, interpretata dalla bellissima Matilda Lutz, appare in scena come una la caricatura di una Barbie, una bionda dagli abiti striminziti e lecca-lecca in bocca, un puro oggetto sessuale; i maschi, d'altro canto, sono ancora più bidimensionali: cacciatori arrapati e privi di empatia alcuna.
Stilizzazione che arriva all'apice con la violenza: al bando ogni forma di verosimiglianza, i personaggi eruttano ettolitri di sangue, cauterizzano ferite da perforazione con lattine di birra, infilano le proprie dita negli arti per strappare via schegge di vetro e a tratti non sembrano sentire dolore.



Stilizzazione che si fa così provocazione, con una violenza talmente elevata da sfociare quasi subito nel parossistico: ogni personaggio fa letteralmente il bagno nella propria emoglobina in una versione laccata del teatro del Grand Guignol.
Ma la vendetta come presa di coscienza di sè e come atto di ribellione contro l'animalesca figura maschile è uno dei temi più vecchi che il cinema ricordi. Impossibile dunque non annoiarsi: una volta capito il gioco al rialzo, non ci si riesce più a divertire nel vedere la strage Jen, lineare come da copione, trionfante come da tradizione. La Fargeat non ricerca originalità alcuna che non sia nella messa in scena, finendo così per cascare nella trappola dell'ovvio.
Mancano sia il nichilismo di Ferrara che la complessità caratteriale di "Thriller", senza contare i simbolismi freudiani di "I Spit on your Grave"; non c'è nessuna voglia di dire qualcosa di interessante, solo di mostrare un mondo di cattiveria gratuita e per questo compiaciuta della propria pochezza; la provocazione svanisce presto nel gioco e la stessa cattiveria finisce per essere annacquata dallo stile iperbolico.



"Revenge" si configura così come un film-monito; non tanto contro l'uomo che si diverte a sottomettere la donna, quanto per il filmmaker alle prime armi che decide di affidarsi al genere puro per esordire: mai lasciare che sia il solo stile a parlare, soprattutto quando non si ha voglia di rinfrescare un intreccio visto fin troppe volte; pena la noia più totale.

martedì 3 luglio 2018

Non Essere Cattivo

di Claudio Caligari.

con: Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D'Amico, Roberta Mattei, Alessandro Bernardini, Valentino Campitelli.

Italia 2015


















Il caso produttivo che purtroppo ha afflitto la lavorazione di "Non Essere Cattivo" può essere visto come un perfetto esempio di quanto ci sia di sbagliato nell'industria del cinema italiano. Un caos che parte da un episodio che definire doloroso sarebbe eufemistico: la morte di Claudio Caligari a riprese ancora non ultimate; lui, il grande escluso del cinema italiano, che con appena due lungometraggi di fiction è riuscito ad imporsi tra i filmmaker più interessanti degli ultimi 30 anni, se ne è andato fin troppo presto, come la riuscita del film dimostra.
Morte che getta la produzione in un limbo: la cabina di regia viene occupata dall'amico Valerio Mastandrea, ma il budget necessario ad ultimare riprese e post-produzione è introvabile; il che, per una produzione di appena 1 milione e 300 mila euro, è a dir poco vergognoso.
Per uscire dal pantano produttivo, Mastandrea lancia addirittura un appello a Martin Scorsese per ricevere aiuto; ma lo fa non tramite i canali tradizionali, bensì con una lettera aperta, come se il regista italoamericano fosse un mammasantissima nostrano qualsiasi. Ovvio che ad un'azione del genere non sia corrisposta alcuna reazione diversa dal silenzio.
E' stato così necessario creare una vera e propria cordata di produttori per finire il film: nessuno ha voluto farsi carico, da solo, dei pochi finanziamenti necessari, neanche si trattasse di un film maledetto o appestato da qualche rara malattia tropicale; senza pensare a come un investimento accompagnato da una buona campagna promozionale ben avrebbe potuto generare profitto. Ma si sa che l'Italia è qual paese dove "con l'arte non si mangia".
Polemiche a parte, l'opera postuma di Caligari svetta in un panorama filmico e televisivo che da qualche anno ha riscoperto il genere (grazie alle produzioni Sky), imponendosi come un perfetto spaccato sulla disperazione della periferia romana, terzo capitolo di un'ideale trilogia iniziata con "Amore Tossico" e proseguita con "L'Odore della Notte".



Il luogo è sempre quello, Ostia, questa volta nel 1995; un luogo che sembra fuori dal tempo, tanto che i due protagonisti, Cesare (Marinelli) e Vittorio (Borghi) entrano in scena come quelli di "Amore Tossico"; ma questa volta la storia è uguale e diversa: le due anime perse sono quelle di due piccoli spacciatori, pusherini da strapazzo che passano le giornate muovendosi per la periferia in cerca di un brivido, sia quello delle pasticche che quello di qualche rapina alla buona.
Finchè qualcosa cambia; Vittorio ha una catarsi durante un trip, realizza il vuoto che lo affligge e decide di cambiare vita, di lavorare onestamente, mettere su famiglia e allontanarsi dalla piccola criminalità.



Il ritratto è quello del vuoto pneumatico, di una vita votata al nulla. Ed il mondo in cui Vittorio e Cesare si muovono è in tal senso esemplare: una periferia da sempre afflitta dallo squallore, frequentata da personaggi inutili, donne sboccate in cerca solo di una botta di vita, piccoli gangster che si affaccendano tra piccoli furti e piccolo spaccio; persino il lavoro, la via d'uscita da quel mondo, è quello dei cantieri perenni, della speculazione dove tutti sono pagati a nero, con l'illegalità che diviene perfetto paradigma dello squallore morale e materiale che affligge Ostia e l'Italia intera.



Il riscatto, la risalita sociale e morale, è ardua: non sappiamo se alla fine Vittorio è davvero riuscito a cambiare vita; la sola speranza è per il futuro, per quei figli che, orfani o meno, meritano una vita migliore di quella fatta di stenti e violenza spicciola e dalla quale non è detto che riescano ad affrancarsi.
Vita che Cesare, a differenza dell'amico, abbraccia con tutto sè stesso: non c'è voglia di riscatto per lui, nè alternativa alla microciminalità. Pur toccato dalla tragedia, la perdita della sorella per prima, della nipote dopo, a causa del HIV, Cesare preferisce rispondere alla vita con la cattiveria da quattro soldi che la vita della borgata gli ha insegnato. Quel "non essere cattivo" resta un monito inascoltato, sino alle conseguenze estreme, con la tragedia che si ripete, inutile ma inevitabile.
La sua è un'indole autodistruttiva, che si compiace degli stenti in cui sguazza; un "matto", un uomo che foraggia avidamente i propri difetti per vivere alla giornata, persino nei rapporti con la propria amata. Una tragedia, la sua, che si consuma ben prima del finale, sin dalle prime battute, concretizzandosi nella ripetizione perenne ed ostinata di gesti autodistruttivi (la droga) o lesivi (le truffe, le rapine), generando una sarabanda di violenza spicciola che finisce per affogarlo.



E se il racconto è quello di uno spaccato di vita, Caligari usa un registro più vicino al noir che al dramma; non c'è stilizzazione, tuttavia, ma solo crudezza, una vicinanza al reale più simile a quella di "Amore Tossico" piuttosto che a "L'Odore della Notte". I movimenti di macchina fluidi e la bella fotografia restituiscono al narrato un respiro che da sempre manca al nostro cinema; mentre il ritmo, pur dilatato verso la fine, è sempre calzante.
La realtà, filtrata attraverso il registro di genere, diviene così iperbolica, eppure incredibilmente vera, in un'armonia di dissonanze che crea uno stile unico, personale, degno di un vero autore.

domenica 24 giugno 2018

Jurassic World- Il Regno Distrutto

Jurassic World: Fallen Kingdom

di J.A. Bayona.

con: Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Jeff Goldblum, Justice Smith, Geraldine Chaplin, B.D. Wong, Rafe Spall, Daniella Pineda, James Cromwell, Toby Jones.

Avventura/Fantastico

Usa 2018















Quel coacervo di idiozia gratuita di "Jurassic World" incassò, appena tre anni fa, oltre un miliardo di dollari al botteghino mondiale; inevitabile è dunque un sequel, che arriva puntuale nel medesimo slot estivo del predecessore, con un cambio di regia quasi all'ultimo momento e, paradossalmente, ambizioni ribassate: più piccolo ma anche meno ridicolo; il che, fino ad un certo punto, è un bene.




Perchè se in "Jurassic World" c'era un intero, gigantesco, parco a tema pieno di sauri, ne "Il Regno Distrutto" la maggior parte dei lucertoloni viene eliminata circa a metà film e, di conseguenza, il setting cambia dall'isola centroamericana ad  una magione con annesso laboratorio biogenetico.
Ambientazione piccola, che impedisce di utilizzare gli espedienti classici del cinema di intrattenimento per creare spettacolo: niente più esplosioni o corse a rotta di collo, presenti solo nella prima metà del film. Tutto viene confinato in spazi stretti, quasi claustrofobici, per cercare una forma di originalità; il che a tratti funziona, come nella scena del t-rex ingabbiato.



Bayona, chiamato a sostituire Colin Treverrow, si affida più alla tensione che alla distruzione, riuscendo a creare un che di originale: ben eseguite sono le sequenze di terrore, come la caccia finale, reminiscente di quella del primo "Jurassic Park"; la tensione, di conseguenza, non manca, anche se la risoluzione delle singole scene è sempre, ovviamente, prevedibile.
Nella sua piccolezza, "Il Regno Distrutto" trova così una dimensione che gli permette di sperimentare qualcosa di nuovo nella serie; peccato che, come al solito, trama e personaggi siano inesistenti.




I personaggi di Pratt e della Howard sono messi in mezzo ad una storiella pretestuosa al solo fine di avere un punto di vista conosciuto; le new entries sono tutte rigorosamente stereotipate, compreso il cattivo di turno, al solito interessato solo al profitto e privo di qualsivoglia valore. Sparita è ogni traccia di presunta morale, con il quesito sull'effettiva sacralità della vita dei redivivi dinosauri usato meramente come pretesto narrativo. E non aggiunge nulla l'inclusione della tematica della clonazione umana, messa lì giusto giusto per cercare di dare un pizzico di sapore in più al tutto.



"Il Regno Distrutto" è così un blockbuster mediocre, ma non disprezzabile: intrattiene bene o male a dovere per tutta la sua durata, nonostante qualche inutile lungaggine. Non ha pretese spettacolari che non vanno oltre il puro thrilling, nè falsi moralismi per cercare di darsi un tono. E' pura aurea mediocritas applicata al cinema di intrattenimento: piccolo, privo di mordente ed ambizioni vere, ma per una volta non scemo; il che lo rende automaticamente migliore del primo "Jurassic World".

sabato 23 giugno 2018

Obbligo o Verità

Truth or Dare

di Jeff  Wadlow.

con: Lucy Hale, Violett Beane, Tyler Posey, London Liboiron, Nolan Gerard Funk, Sam Lerner.

Horror

Usa 2018















La Blumhouse è riuscita ad imporsi in una decina d'anni come la principale casa di produzione horror americana, il cui catalogo ora può vantare persino il nuovo capitolo della serie di "Halloween". Ed il trend che oggi va per la maggiore è quello del "gimmick horror", dove l'orrore scaturisce non da una leggenda, da un assassino o da un mostro, bensì da un rituale che gli incauti protagonisti ripetono nel corso del film. Basti pensare al sesso di "It Follows", motore di tutti gli eventi distruttivi, o alla tavola di "Ouja".
"Obbligo o Verità" rientra in pieno in tale categoria, proponendo una variante mortale del celebre giochino; ma una gimmick, da sola, non basta a fare un buon film.



L'idea alla base aveva certo del potenziale, basti vedere le capacità catartiche che un gioco simile aveva nel capolavoro di Fassbinder "Roulette Cinese"; nel film Blumhouse, invece, i segreti che i protagonisti celano sono di quanto più convenzionale possibile, classiche storie di gelosie e tradimenti trite e ritrite. Non c'è vera cattiveria nello svelarli, nè, in generale, in una storiella pretestuosa priva di mordente, che riesce ad essere banale persino in un finale teoricamente apocalittico.



In cabina di regia troviamo il Jeff Wadlow di "Kick Ass 2", che torna al genere anni dopo "Cry Wolf" e non prende nessun rischio: tutto il film è piatto, gli spaventi cuciti addosso ai jump-scare, veri e finti che siano, e solo pochi movimenti di macchina dimostrano il carattere del regista; per il resto calma piatta e tensione latitante.




Tant'è che 100 minuti di durata sono anche troppi per un horroretto poco riuscito, le cui pretese si esauriscono nella sola premessa.

venerdì 22 giugno 2018

Sfida nell'Alta Sierra

Ride the High Country

di Sam Peckinpah.

con: Randolph Scott, John McCrea, Mariette Hartley, Ron Star, R.G. Armstrong, L.Q. Jones, Warren Oates.

Western/Crepuscolare

Usa 1962















---CONTIENE SPOILER---

L'esordio con "The Deadly Companions" servì a Peckinpah. alla fin fine, unicamente a dimostrare la sua capacità di dirigere un lungometraggio. Appena un anno dopo, tuttavia, eccolo tornare sugli schermi con "Sfida nell'Alta Sierra", un piccolo western dove riesce a condensare, in neanche 90 minuti, tutta la sua poetica: prima ancora che nei capolavori "Il Mucchio Selvaggio" e "Pat Garrett & Billy the Kid" è qui che il grande autore comincia a riflettere sulla fine del mito del west, sulla mancanza di valori e su di un'amicizia votata alla tragedia.




Lo sfondo è quello di una California più simile a quella degli spaghetti western che ai classici americani, un paesaggio aspro e brullo, dove il vecchio Steve Judd (McCrea) ritrova l'amico Gil Westrum (Scott), proponendogli un lavoro: 10 dollari al giorno per scortare un carico d'oro; ai due si unisce il giovane scavezzacollo Heck Longtree (Starr), il quale, lungo la strada per il sito minerario, si innamora della bella Elsa (Mariette Hartley).




Una storia lineare, quella intessuta, una semplice andata e ritorno dal picco della sierra, dove però nulla andrà come preventivato. E dove nulla è quello che sembra.
Prima fra tutti, la caratterizzazione dei personaggi. Judd e Westrum sono due pistoleri oramai sul viale del tramonto: gli anni d'oro sono oramai alle spalle e le imprese eroiche rivivono solo nei lunghi dialoghi sul tempo perduto che i due snocciolano durante il tragitto.
Judd è un uomo tutto d'un pezzo, ancora ancorato al codice d'onore cavalleresco del vecchio west; per lui la missione ha la priorità, non vuole grane, nè ha altri desideri al di là della buona paga. Westrum d'altro canto è un'immagine ad egli speculare: lo incontriamo ad una fiera dove vende le leggende del west per pochi soldi, in una parodia di ciò che era in passato; laddove Judd ha un carattere granitico, che resta saldo per tutta la durata dell'avventura, Westrum parte come un buono per poi rivelarsi un traditore, pronto a derubare il compagno di mille avventure di punto in bianco.




In mezzo ai due grandi vecchi, ci sono i giovani. Heck è una versione non svezzata dei due anziani pistoleri, ancora vigoroso e pronto a cacciarsi nei guai. Un giovane che non conosce alcun codice d'onore, ma che finisce per impararlo a suon di sganassoni da parte dei compagni; laddove Westrum ha un arco decostruttivo, che lo porta a perdere il valore dell'onestà, Heck ne ha uno costruttivo, grazie al quale diviene idealista al pari di Judd.
Elsa è invece la donna da proteggere, nata e cresciuta dentro un sistema di valori di stampo puritano, del tutto lontana dalle brutture del selvaggio west, che scopre a sue spese; una ragazza volitiva, in cerca di libertà, ma al contempo troppo naif per poter sopravvivere da sola in un ambiente dove la sopraffazione del più debole è un imperativo.




Un "male" che viene incarnato dai luridi fratelli Hammond (tra cui spiccano L.Q. Jones ed un giovane Warren Oates), veri e propri selvaggi che non conoscono alcuna forma di rispetto, nemmeno quello della sacralità del talamo nuziale. Il conflitto viene così innescato dallo scontro tra un trio di uomini che ha ancora dei valori ed un pugno di desperados la cui vita fatta di avidità e sporcizia ha ridotto ad animali parasenzienti.
Scontro che prende le forme di un'esecuzione, uguale a quella che chiuderà "Il Mucchio Selvaggio" anche se in scala ridotta; non c'è più posto per gli eroi in un mondo oramai popolato da belve affamate d'oro: il pistolero tutto d'un pezzo Judd deve così morire, lasciare spazio ad una coppia di giovani che forse hanno imparato a rispettare i valori d'un tempo e ad un amico che, grazie al suo sacrificio, li ha riscoperti.




Se le tematiche che ne faranno grande il cinema sono già tutte presenti, lo stile di Peckinpah è ancora un pò acerbo, ancorato al classicismo del western americano, dove solo gli splendidi movimenti di crane restituiscono una forma di modernità. "Sfida nell'Alta Sierra" è così un film a metà tra il classico ed il crepuscolare, una perla struggente e ancora oggi interessante sulla fine di un mondo e dei suoi eroi.

lunedì 18 giugno 2018

Per qualche dollaro in più



di Sergio Leone.

con: Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Gian Maria Volontè, Mario Brega, Klaus Kinski, Luigi Pistilli, Aldo Sambrell.

Spaghetti Western

Italia, Spagna, Germania Ovest 1965
















Nessuno si aspettava il successo ottenuto da "Per un pugno di Dollari", primo fra tutti Sergio Leone, che lo ha diretto si con grande passione, ma senza aspettarsi chissà quali riconoscimenti. Ed invece quello strano, sporco e cattivo western era riuscito nell'impresa di imprimersi nell'immaginario collettivo scalzando via i luoghi comuni del western americano classico per forgiarne di nuovi e più moderni, compreso quello di una sensibilità maggiore verso una messa in scena virtuosistica, ricercata in ogni inquadratura.
Un seguito era d'obbligo, cosicchè Leone, ad appena un anno di distanza, dirige "Per qualche dollaro in più", secondo capitolo di quella che diverrà la trilogia del dollaro. Un film che il grande regista romano non ha mai apprezzato più di tanto, affermando come sia nient'altro che "robaccia per stupratori e tagliagole", ma che rappresenta la perfetta evoluzione del suo stile in ogni suo aspetto.




L'iconicità fa capolino sin dalla trama: in un west al solito arido e lurido, il cacciatore di taglie Douglas Mortimer (Lee Van Cleef), ex colonello dell'esercito, si allea con il Pistolero senza Nome (Eastwood), qui chiamato "il monco" perchè usa la destra solo per sparare, al fine di catturare El Indio (Volontè), bandido psicopatico che sembra aver già incrociato la strada di Mortimer.




Al di là della storia in sè, Leone continua il suo discorso decostruttivo e ricostruttivo del genere. I personaggi sono ancora più cattivi: El Indio è un folle dallo sguardo allucinato, pronto a tradire tutto e tutti per il proprio tornaconto personale, mentre il Monco è ad un passo dal sadismo nel modo in cui amministra il suo lavoro da bounty killer; il personaggio di Van Cleef, d'altro canto, è l'unico a serbare un pizzico di umanità, ma la sua presenza è a dir poco inquietante: sguardo di ghiaccio e spolverino nero pece (look che poi sarà ripreso per il personaggio di Sartana, perfetta icona di Van Cleef), è un'incarnazione della morte su due gambe che si muove silenzioso ed implacabile.




Ma Leone guarda a questo trio di cattivi con gli occhi di un bambino affascinato: sono loro gli eroi dell'ultimo west ed i loro gesti vengono così caricati di enfasi spettacolare, sottolineata dai dialoghi taglienti di Luciano Vincenzoni, quanto mai calzanti; su tutte, è la scena dell'incontro tra i due "buoni" a rendere tale visione: un duello sopra le righe, dove i due giocano a sparare ai relativi cappelli sotto gli occhi di un trio di bambini che, come lo spettatore al cinema, assiste ammaliato alla scena.



Inutile lodare il cast, dal laconico Eastwood ad un Gian Maria Volontè squisitamente sopra le righe, passando per un redivivo Lee Van Cleef un pò sornione. Piccolo ruolo anche per il grande Klaus Kinski, che come al solito si diverte un mondo nei panni del cattivo.



Leone trova una misura più salda nella messa in scena: le sue inquadrature sono ora più plastiche ed ancora più ricercate; continua poi a manipolare il ritmo narrativo; si parte con quello generale del film, dove il primo atto dura quasi 60 minuti, riservati ad introdurre i tre protagonisti ed il colpo alla banca di El Paso. Ma ancora più seminale è il lavoro svolto su quello delle singole scene; grazie ad un uso narrativo della musica (il suono del carillon), i duelli divengono quasi dei freeze frame, dove la dilatazione temporale ed il rimando dell'azione sono gli imperativi, costruiti grazie ad inquadrature statiche ed un montaggio calcolato sul ritmo musicale, fino a scoppiare in un lampo di piombo.



Il budget più sostanzioso si traduce in migliori valori produttivi: semplicemente spettacolari le sequenze della rapina in banca o della liberazione del compagno dell'Indio.
In generale, per i 126 minuti di durata si avverte sempre la sensazione di un film comunque piccolo ma con ambizioni da kolossal, le quali per una volta vengono ripagate in pieno.