lunedì 15 ottobre 2018

The Predator

di Shane Black.

con: Boyd Holbrook, Trevante Rhoades, Olivia Munn, Thomas Jane, Jake Busey, Sterling K.Brown, Keegan-Michael Kay, Jacob Tremblay, Alfie Allen, Yvonne Strahovski, Brian Prince.

Azione/Fantastico/Horror

Usa, Canada 2018















Non c'è pace per il povero Shane Black; la sua vena decostruttiva e lo stile personalissimo non si sposano più con i gusti del pubblico; e non perchè la sua formula sia invecchiata male, tutt'altro: sono i gusti del pubblico ad essere degenerati, virati verso la vuotezza della narrazione seriale forzata (l'MCU e tutti gli universi condivisi che ha generato) orfana di elementi quali la caratterizzazione dei personaggi, l'umorismo nero e adulto e la violenza grafica estrema.
Se già "Iron Man 3" (il più riuscito della serie) era stato accolto male dal pubblico, nonostante il grosso incasso, ad andare peggio è toccato all'attesissimo quarto film sul Predator; serie, quella del cacciatore spaziale, che non ha mai avuto fortuna con il grande pubblico, nonostante l'amore che questi riversi sul personaggio: già "Predator 2" fu un mezzo flop, tanto che per vedere il terzo capitolo si è dovuto attendere sino al 2009, con quel "Predators" vero e proprio soft-remake che, nonostante gli ottimi incassi, ha convinto ben pochi. Ma se "Predators" era un film di certo non brutto, ma che bruciava molto del suo potenziale, giustificando così l'accoglienza tiepida da parte degli spettatori, del tutto ingiustificato è l'astio riversato sulla creatura concepita da Black (che lavorò persino al primo film in veste di assistente sceneggiatore e attore) e da un redivivo Fred Dekker (voluto da Black alla sceneggiatura); o forse una giustificazione c'è: è un film troppo spiazzante per lo spettatore medio, mentalmente omologato a trame e personaggi fatti con lo stampino.




Sia chiaro: la sceneggiatura imbastita da Dekker e Black è tutto fuorchè perfetta; molti sono i buchi nella costruzione della storia e le forzature ingiustificate. Ma lo spirito iconoclasta che c'è alla base è a dir poco gustoso: i due si divertono come matti a fare a pezzi quello che è un classico canovaccio da film d'assedio, inserendo elementi estranei e facendone a pezzi i luoghi comuni.
Primo fra tutti, quello dei personaggi principali: al bando marines granitici e poliziotti eroi, a dover sopravvivere agli attacchi del predator è ora un manipolo di soldati pazzi da legare; i dialoghi che questo stralunato gruppo di sopravvissuti spara in faccia allo spettatore sono quanto di più anticonvenzionale si possa immaginare, tra umorismo politicamente scorretto e parolacce assortite erano anni che ad Hollywood non si ascoltavano linee di dialogo così fresche.




L'effetto fotocopia rispetto al primo, classico, film viene così eliminato fin da subito. E dopo un pò, anche l'effetto nostalgia verso il cinema anni '80 in toto viene preso a calci. L'idea di mettere un bambino al centro di un film sul predatore alieno, nelle mani di un autore meno capace, ben avrebbe potuto trasformare il tutto in una sorta di "Stranger Things" per adulti; ma a Black non importa nulla dei bambini e del loro senso dell'avventura e trasforma il piccolo co-protagonista in una sorta di MacGuffin vivente, utile solo a spostare l'azione da una coordinata spaziale all'altra; persino le sue scene più ridondanti vengono costruite con un gusto sincero per l'anticonvenzionalità, come quella in cui distrugge accidentalmente la casa del buzzurro.




E a controbilanciare lo scalcinato gruppo di anti-eroi, i due autori inseriscono anche una novella Ripley, interpretata con grinta dalla bellissima Olivia Munn, che parte come una scienziata goffa per trasformarsi, poco a poco, in un eroina cosciente di se.
L'aspetto più riuscito di "The Predator" è però il suo essere un film incredibilmente retrò, che non ha bisogno di grosse scene d'azione per riuscire o di un ritmo indiavolato per coinvolgere; Black dirige il tutto in modo secco, talvolta non riuscendo a tenere bene la tensione, ma senza mai scadere nel piatto.




Facile è, dunque, per uno spettatore disabituato ad un certo modo di concepire il cinema di genere restare alienato dinanzi a "The Predator"; facile è insultare un film che non fa nulla per rientrare nei canoni del già visto e del già detto, che non si conforma nè alla Hollywood della narrazione seriale per bambini, nè alla fascinazione spicciola per il passato; per un film che non è nè moderno, né nostalgico, ma è solo sè stesso, che vuole solo essere un onesto e divertente spettacolo per adulti.
Uno spettacolo che, pur al netto di una storia imperfetta, è forse un film troppo intelligente per il pubblico odierno, ultima testimonianza di un modo di fare spettacolo che purtroppo oramai appartiene al solo passato.

domenica 14 ottobre 2018

Zombi 2

di Lucio Fulci.

con: Tisa Farrow, Ian McCulloch, Richard Johnson, Al Cliver, Auretta Gay, Olga Karlatos.

Horror/Splatter

Italia 1979


















Se già con gli exploit del "giallo" Fulci si era confermato come un artista poliedrico e solido, con l'ingresso nel cinema horror il terrorista dei generi si sarebbe guadagnato un nuovo epiteto, quello di "Godfather of Gore"; il suo lavoro sul registro orrorifico è stato a dir poco seminale e, benchè in (minima) parte influenzato da alcune intuizioni argentiane, ha una sua identità forte e solida, che si disvela sin dal suo esordio nel "genere", "Zombi 2".



Correva l'anno 1978 e il "Zombi" del duo Romero/Argento sbancava i botteghini di mezzo mondo, imponendosi come un nuovo classico del cinema dell'orrore. Un successo che sarebbe stato ben presto cavalcato anche da altri.
Fabrizio De Angelis era infatti all'epoca un produttore ancora nuovo nel campo, ma che aveva le idee chiare: usare il cinema di genere per avere grossi introiti con budget relativamente modesti; ed il film di Romero era in tal senso un calco perfetto da ricopiare: un film prodotto con pochi capitali, in modo non dissimile da tanto cinema indie americano, ma che con un'oculata distribuzione era riuscito a sfondare. Nasce così l'idea di un sequel apocrifo, che ne riprendesse il titolo (comunque cambiato in "Zombie" per il mercato estero) in modo da poter essere venduto facilmente; e che, ovviamente, ruotasse intorno all'idea di un'epidemia di morti viventi.
Se De Angelis non avesse avuto la lungimiranza di mettere al timone dell'operazione Lucio Fulci, "Zombi 2" non sarebbe stato diverso da tante imitazioni d'accatto prodotte in Italia in quegli anni (basti pensare, su tutti, a filmacci quali  "Alien 2- Sulla Terra" ed il mitologico "Terminator 2"); la differenza, come sempre, la fa l'autore, che coadiuvato dal fido Dardano Sacchetti alla sceneggiatura, crea un piccolo saggio sul horror gore, dove la tensione culmina sempre in un effetto speciale rivoltante, per creare uno spettacolo divertente e scioccante.



Fulci riporta lo zombi ad Haiti, dove il mito ebbe origine; ed il suo morto vivente è più vivido di quello di Romero: laddove quest'ultimo si limitava a truccare le comparse con un filo di make-up azzurro, Fulci crea non morti dalle carni putrescenti, che grondano insetti dagli orifizi e che escono dalle tombe lenti ed inesorabili; e le loro vittime, prima ancora che essere eviscerate, vengono congelate dal terrore primordiale della morte.



La tensione viene ingenerata dalla visione dello zombi, prima ancora che dalla sua azione; e le sequenze di morte seguono una costruzione in climax, che culmina in un gore a tratti insostenibile. Da antologia la scena dell'uccisione di Ogla karlatos, una lenta discesa verso la morte che culmina nei gustosamente rivoltanti effetti di Giannetto De Rossi ed in cui Fulci crea quello che sarà un suo marchio di fabbrica: la distruzione oculare.



Da antologia anche un'altra scena, quello del combattimento subacqueo tra lo zombi ee lo squalo, trionfo di inventiva eseguita magnificamente, che rende "Zombi 2" un perfetto divertissement orrorifico.

martedì 9 ottobre 2018

Venom

di Ruben Fleischer.

con: Tom Hardy, Michelle Williams, Riz Ahmed, Jenny Slate, Scott Haze, Melora Walters.

Azione/Fantastico

Usa 2018

















C'è un trend nell'aria per quel che riguarda i cinecomics, quello di abbandonare la narrazione seriale forzata per concentrarsi su progetti autonomi in grado di esplorare meglio i singoli personaggi; forse complice il flop di "Justice League", sia la Warner che la Sony hanno deciso di dare il via libera a film più piccoli e concentrati su di un solo personaggio, meglio se un villain amato dal pubblico; ecco dunque concretizzarsi il "Joker" di Todd Phillips, che appena entrato in produzione già raccoglie i primi consensi nei fandom, ed arrivare nelle sale il primo film di Venom, che dopo "Spider-Man 3" torna al cinema in una pellicola tutta sua.
Film che, almeno stando alle dichiarazioni iniziali, ha l'ambizione di voler essere diverso, magari cattivo, più vicino ai toni di un "Deadpool" virato all' horror, vantando nel cast un attore del calibro di Tom Hardy. Ma quando al timone del progetto c'è un soggetto del calibro di Ruben Fleischer, i risultati non possono che essere mediocri.



Perchè, per prima cosa, se la volontà era quella di creare un comic-movie diverso, "Venom" non può che essere considerato un fallimento totale; in esso non vi è nulla di nuovo, tantomeno di accattivante o di affascinante. A partire dall'impostazione di base della storia, la più classica delle origin-story che trasforma l'intera narrazione in un gigantesco primo atto dove l'unica cosa ad essere raccontata è come Eddie Brock si è fuso con il simbionte alieno. Stop, nulla più.
La voglia di creare un film diverso, con al centro un villain piuttosto che un eroe o un anti-eroe, pare si sia persa già in fase di scrittura. Il solito stuolo di sceneggiatori (ben 3, fin troppi per un filmino del genere) decide bene di cambiare totalmente la caratterizzazione di Eddie Brock, il quale non è più un reporter a-morale (quando non addirittura immorale) affamato di scoop (come invece appariva nello "Spider-Man 3" di Raimi, il quale, pur odiando il personaggio, dimostrava di conoscerlo meglio), ma un semplice giornalista dal cuore d'oro, innamoratissimo della sua eterna fidanzatina (Michelle Williams, sprecatissima come tutte le donne nei film tratti da fumetti Marvel che non siano Vedova Nera o Valkirya) e che viene licenziato perchè ha osato pestare i piedi all'Elon Musk di turno.


La conseguenza più ovvia è che il duo Brock/Venom non è più quello di un cattivo mosso da istinto distruttivo e autoconservativo, ma quello di un buono che si scontra contro una corporation del male e che alla fine decide addirittura di salvare il mondo solo perchè deve arrivare ad uno scontro finale, come se la sceneggiatura fosse ancora una bozza e non una versione definitiva pronta per essere filmata.
Cosa ne è quindi del personaggio? Una macchietta folle, che Hardy si diverte tantissimo ad interpretare come un novello Johnny Depp, andando costantemente sopra le righe, riuscendo, almeno lui, ad azzeccare i tempi comici, prova della sua duttilità. Personaggio calato all'interno di un contesto da buddy cop movie piuttosto che da horror grottesco, come invece sarebbe stato lecito attendersi; l'umorismo nero del comic originale (almeno quello degli anni '90) viene rimpiazzato dalla solita, blanda, comicità da seconda elementare che fa tanto MCU, annullando ogni ulteriore possibile originalità.



Ma anche se visto come comic-movie classico e volendo andare oltre quelle che erano le aspettative o le potenzialità sprecate, "Venom" ha davvero pochissimo da offrire allo spettatore più navigato; non una storia degna di questo nome, non un protagonista originale, nemmeno un villain credibile; non paga la scelta di aver cucito addosso il personaggio Carlton Drake ad un attore come Riz Ahmed che, dotato del carisma di un fruttivendolo, non è mai credibile come machiavellico scienziato a là Lex Luthor.
Dulcis in fundo: a Fleischer non sembrano interessare neanche le potenzialità spettacolari del personaggio e dirige tutto con il pilota automatico, con campi e controcampi televisivi per i dialoghi e scene d'azione che più convenzionali non si può, dove torna persino la shake-cam per cercare di dare un'apparenza di dinamicità a coreografie in realtà piatte.



Alla fine della fiera ci si rende conto di come questo ennesimo adattamento di un personaggio Marvel sia stata l'ennesima occasione sprecata: che sia un prodotto Marvel Studio, Sony o Fox, è triste constatare come siano in pochi a comprendere l'effettivo potenziale di determinati personaggi su schermi (viene in mente un'altra grandissima occasione sprecata, quella di "Doctor Strange"). E se proprio di film "brutto" o "ingaurdabile" non si può certo parlare, "Venom" resta un film dalla piattezza sconcertante. Il che, per certi versi, è anche un risultato peggiore della genuina bruttezza, la quale perlomeno lascia qualcosa addosso allo spettatore.


EXTRA

Ma era davvero tanto difficile tradurre su schermo il personaggio di Eddie Brock e renderlo protagonista di una storia tutta sua? Evidentemente no: nel 2013, il regista Joe Lynch ha creato un omaggio al personaggio sullo stile di "Il Cameraman e l'Assassino", rispettosissimo della sua caratterizzazione e dotato di uno stile proprio. Una vera vergogna per le major che non riescono a raggiungere risultati del genere pur contando su attori di grido e budget multimilionari.



Sette Note in Nero

di Lucio Fulci.

con: Jennifer O'Neill, Gabriele Ferzetti, Marc Porel, Gianni Garko, Ida Galli, Jenny Tamburi, Fabrizio Jovine.

Thriller

Italia 1977















---CONTIENE SPOILER---


Sono pochi i film di Fulci ad essere stati ben accolti durante la loro uscita nelle sale, pochissimi se si tiene conto del suo periodo "di genere". Tra questi però rientra "Sette Note in Nero", thriller a tinte sovrannaturali che il maestro diresse nel 1977; nato grazie alla collaborazione con Dardano Sacchetti, che da qui con lui inizierà un fortunato sodalizio, "Sette Note in Nero" fa della decostruzione e dell'anticlimax i suoi imperativi, ritrovando una forma di originalità in un filone all'epoca abusato e che risulta riuscito, benchè lontano dai migliori esiti dello stesso.



Ci sono echi di Poe e del finto rivale Argento nella trama che Fulci e Sacchetti imbastiscono; in particolare quelli di "Profondo Rosso", saccheggiato  per l'incipit: una veggente assiste "a distanza" ad un omicidio consumatosi anni prima, in una remota villetta di campagna, con il cadavere che viene sepolto tra le mura domestiche. Ma Fulci, da buon terrorista dei generi, si allontana chilometri dal modello di riferimento, che sembra invece sbeffeggiare; laddove Argento fa del climax il pezzo forte dei suoi gialli, Fulci decostruisce totalmente il meccanismo dell'indagine; e laddove Argento si diverte ad imbastire una tensione che sfocia nello splatter, Fulci asciuga le morti sino quasi a bandire la violenza, che torna giusta in un paio di inquadrature, tra i quali quella della morte iniziale della madre della protagonista, in realtà un'autocitazione tratta da "Non si sevizia un paperino".




La costruzione di "Sette Note in Nero" è scissa in due parti opposte. Nella prima, Fulci e Sacchetti portano in scena la classica caccia all'uomo del "whudunnit", costruita con tutti i crismi del genere, compreso il red herring di turno; nella seconda, regista e sceneggiatore svelano le carte e sovvertono quanto mostrato in precedenza: le visioni della protagonista non appartengono al passato, bensì al futuro; il meccanismo del thriller viene ribaltato: non contano più il chi ed il perchè, rivelati tramite i meri dialoghi, quanto il modo in cui la protagonista riuscirà ad uscire dalla situazione di pericolo.
La tensione viene così cucita addosso alla singola scena, non più alle apparizioni del killer o all'identità dello stesso, in vero entrambi dettagli alquanto inutili in tutto il film.




Fulci disinnesca di conseguenza ogni tensione relativa al disvelamento dell'identità del colpevole, creando quello che, più che un thriller, è un mystery anomalo. Con due conseguenze essenziali: l'anticlimaticità porta spesso alla mancanza di una vera e propria tensione, che si recupera solo nella seconda parte del film, la più riuscita a conti fatti; il procedural iniziale appare, in secondo luogo, freddo e non regala più di tante emozioni.




"Sette Note in Nero" è, di conseguenza, il film più intellettuale del periodo di genere di Fulci, dove lo svecchiamento della formula classica del "giallo" conduce alla dissertazione totale dei suoi luoghi comuni, con la conseguenza di non riuscire ad intrattenere al pari di altre sue prove; è sicuramente un'opera riuscita, ma che purtroppo non può vantare la tensione morbosa di "Una Lucertola con la Pelle di Donna", nè la vena critica di "Non si sevizia un paperino", tantomeno la ferocia di "Lo Squartatore di New York". E', semmai, un esperimento interessante e riuscito nella forma, prova di come un "genere" possa funzionare anche solamente sul piano strettamente teorico e risultare lo stesso interessante.

lunedì 8 ottobre 2018

La Ballata di Cable Hogue

The Ballad of Cable Hogue

di Sam Peckinpah.

con: Jason Robards, Stella Stevens, David Warner, Strother Martin, Slim Pickens, L.Q. Jones, R.G.Armstrong, Peter Whitney, Kathleen Freeman.

Western/Commedia

Usa 1970














Un passato ricco di valori e di fascino viene distrutto da una modernità meccanica e fredda. Un assunto che si potrebbe definire abusato nel cinema di Sam Peckinpah, sopratutto dopo aver visto il capolavoro "Il Mucchio Selvaggio", primo apice della sua poetica. Ma la grandezza di un autore si misura anche nel modo in cui riesce a declinare le proprie tematiche in modo differente nel corso degli anni. E con "Cable Hogue" Peckinpah firma, appena un anno dopo il massacro di Pike Bishop e compagni, un ideale "visione alternativa" della fine del Selvaggio West, strutturandola questa volta come una commedia dai toni leggeri e brillanti e firmando l'ennesima prova riuscita nella sua straordinaria filmografia.



Nel deserto sconfinato, un uomo, Cable Hogue (uno straordinario Jason Robards) viene derubato ed abbandonato dai due compagni di avventura; dopo aver vagato per giorni, si imbatte per caso in una sorgente sotterranea, che scorre proprio in mezzo a due città; fiutata la possibilità di guadagno, Cable decide di aprire nel sito una stazione di servizio per viandanti; nella sua attività produttivo sarà aiutato dalla bellissima prostituta Hildy (Stella Stevens) e dallo stralunato predicatore arrapato Joshua (David Warner).



Cable è il più classico antieroe di Peckinpah, un emarginato che decide volontariamente di allontanarsi dalla società per ritagliarsi una fetta di vita nel deserto; un ex pistolero che ormai appende il revolver al chiodo per dedicarsi ad altro, a trovare un senso nella sua vita che non sia dato dalla violenza.
Violenza che per praticamente tutto il film viene bandita; al suo posto, un'ironia pungente, da commedia brillante, con i personaggi che si rincorrono e fuggono come cartoni animati e si scambiano battute pungenti.




Ma sotto la coltre delle risate, Peckinpah cela sempre uno sguardo malinconico verso quel mondo tanto amato, facendo confluire anche qui tutti i temi a lui più cari. Torna l'amicizia virile, quella tra Cable e l'improbabile pastore Joshua, la cui passione per le forme femminili lo porta sovente a cacciarsi nei guai; mentre per la prima volta, il grande autore riflette sul rapporto uomo-donna, ritraendo il sesso come puro momento di intimità, ideale luogo di incontro in cui i due compagni riescono a creare una comunione fisica così come spirituale.
Al contempo, Peckinpah decostruisce il western classico facendo compiere al suo personaggio un percorso di redenzione che lo allontana dai propositi violenti; la vendetta, giurata ad inizio film, viene messa da parte quando arriva il momento di riscuoterla; al suo posto c'è lo spazio per il perdono, la riappacificazione cristiana con quei peccatori il cui male è paradossalmente viatico per la realizzazione personale.




Non manca la critica alla grettitudine moderna, alla mostruoisità della legge del profitto; sebbene Cable viva il sogno americano, Peckinaph è anche qui cosciente degli orrori che si celano sotto il meccanismo del guadagno; basti vedere la scena in cui il nostro protagonista entra in banca per avere un prestito e, in assenza di garanzie economiche, chiede al banchiere "Allora quanto valgo io?". Tant'è che a distruggere questo scanzonato e gioviale uomo del vecchio west è l'automobile, il simbolo della modernità e dello stesso capitalismo che ha riplasmato tutta l'America.




Peckinpah, in sostanza, continua a declinare la sua poetica, ma lo fa in modo diverso, ristrutturando la struttura del western classico ed allontanandosi da quello crepuscolare per trovare un registro altro, più intimista e gioioso, ma espressivo tanto quanto quello dei suoi migliori lavori.

sabato 6 ottobre 2018

BlacKkKlansman

di Spike Lee.

con: John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier, Alec Baldwin, Jasper Paakkonnen, Ryan Eggold, Topher Grace, Robert John Burke, Micahel Buscemi, Ashlie Atkinson, Isaiah Whitilock Jr., Harry Belafonte, Nicholas Turturro, Corey Hawkins.

Drammatico

Usa 2018















Definire "discontinuo" un autore come Spike Lee sarebbe ingiusto nei riguardi di una filmografia che, tra alti e bassi, presenta opere sempre e comunque interessanti, anche quando del tutto non riuscite. Basti pensare ai suoi ultimi exploit, lontani anni luce dai fasti di opere quali "La 25ma Ora" o "Fà la cosa giusta"; "Oldboy" era un remake dal fiato cortissimo di un piccolo capolavoro amato ad ogni latitudine, ma che perlomeno era rispettoso del materiale di partenza, il quale non veniva nè snaturato, tantomeno edulcorato; "Da Sweet Blood of Jesus" era un altro remake, diel piccolo cult della blaxploitation "Ganja & Hess", nel quale Lee adoperava in modo a dir poco maldestro il registro orrorifico, ma che aveva il pregio di portare all'attenzione del pubblico moderno un piccolo gioiello ingiustamente sottovalutato.
Grande era l'attesa, dunque,  per "BlacKkKlasnman", opera più vicina al cinema degli esordi di Lee, che portava in scena una storia talmente improbabile da poter solo essere vera, quella di un poliziotto di colore che si infiltra ne Ku Klux Klan e ne scala la gerarchia. E che si rivela come un ritorno in piena forma per Lee.



Impossibile non giocare sull'assurdità di un assunto del genere; e Lee si diverte ad usare un registro talvolta altamente sarcastico, ad immergere il suo Ron Stallworth in situazioni ai limiti della commedia demenziale, lasciando tuttavia sempre un asciuttezza di fondo che ci ricorda di come queste situazioni, per quanto paradossali, sono lo stesso vere.
Stallworth è un personaggio stretto tra due poli, quello bianco e quello nero; da una parte il KKK, gli zotici di provincia, ritratti come veri e propri "ritardati" che si esprimono solo a parolacce e frasi razziste; dall'altro le Pantere Nere, la loro ossessione per l'affermazione di una dignità del popolo nero che non conosce confini e con le quali in parte simpatizza. Al contempo, Satllworth di trasforma, si tramuta da nero calmo e cosciente della situazione razziale al suo opposto, quel bianco ottuso che per forza di cose deve essere incarnato dal vivo da Flip Zinnerman che ne diviene un'emanazione (d'obbligo la visione in lingua originale, dove la diversa parlata dei neri è tratto essenziale della caratterizzazione dei due personaggi).



Stallworth è al altresì un avatar di Spike Lee, che tramite la sua storia ed il contesto storico in cui avviene (l'America dei primi anni '70) parte da una critica feroce del Ku Klux Klan per compiere un discorso completo sull'assurdità ed universalità della forza distruttrice dell'odio.
Ad aprire il film è infatti la scena della propaganda, con Alec Baldwin a dare corpo e voce alla dottrina dell'odio divulgata in modo scolastico, antesignana dei discorsi che verranno intavolati dal gran maestro David Duke nel corso del secondo e terzo atto. Ed in modo analogo, Lee da voce all'odio cinto dall'altra parte della barricata, quello delle Pantere Nere che nel reclamizzare la dignità del nero propagandano parimenti lo scontro armato con i bianchi. E' nelle affinità elettive tra i due opposti che sta in punto di vista di Lee, quello di un nero che sta certamente dalla parte dei neri, ma che condanna non tanto la xenofobia in sè, quanto l'odio inteso come sentimento universale vero portatore di drammi.
Un odio che per il Klan ha le forme cinematografiche di "Nascita di una Nazione", il cui contenuto razzista ispiratore viene flagellato pubblicamente. E che per i neri ha la forma del vittimismo incontrollato, quello della storia del linciaggio da parte di Harry Belafonte, il divo del cinema "nero" degli anni '50 e '60 che esorta le folle nere all'odio al pari di Duke; da cui l'indifferenza verso quegli slogan "White Power/Black Power" fin troppo simili tra loro.



Un odio che nasce sicuramente prima del 1917 e del successo del film di Griffith, ma che di sicuro non ha smesso di fare presa sulla gente; sono le ultime immagini, quelle vere, le più scioccanti, con le manifestazioni dei suprematisti bianchi contrapposte a quelle dei neri ed il ricordo delle vittime dell'odio (anche bianche) che gettano un ponte ideale con il passato. Un passato che ha la voce del presente, con gli slogan "America first", "Make America great again" e "America love it or leave it" che ci ricordano di come l'era di Trump sia figlia del bigottismo, di come al di là della barricata di politically correct eretta ipocritamente da Hollywood, la ghettizzazione autoproclamata sia ancora una piaga sociale (come sottolineava Jordan Peele in "Get Out", che qui troviamo nelle vesti di produttore).



Lee, in sostanza, torna a condannare l'odio così come faceva con "Malcolm X" e "Fà la cosa giusta", senza distinzioni di razza o sesso (anche le donne hanno un ruolo centrale nelle due organizzazioni), riproponendo quell'obiettività e profondità di sguardo che ne ha fatto grande il cinema e che ancora oggi risulta attuale. Al punto che, nell'Italia che idolatra Salvini e la xenofobia leghista, un film come "BlacKkKlansman" andrebbe proiettato nelle scuole.

Non si sevizia un Paperino

di Lucio Fulci.

con: Tomas Milian, Barbara Bouchet, Florinda Bolkan, Antonello Campodifiori, Virginio Gazzollo, Ugo D'Alessi, Irene Papas, Marc Porel, George Wilson.

Thriller

Italia 1972

















---CONTIENE SPOILER---

Nei "giallos" di Fulci tutto è basato sulla contrapposizione, violenta e virulenta, degli opposti. Basti pensare a come nel vero capostipite del suo filone, "Una Lucertola con la Pelle di Donna", si contrapponevano un registro oggettivo con uno visionario, così come, sul piano tematico, la repulsione per l'abbandono dei sensi proprio della borghesia conservatrice con l'irresistibile attrazione carnale verso il proibito. Il conflitto, in sostanza, nasce dall'avvicinamento degli opposti, che finiscono per scontrarsi generando violenza ed erotismo spinto.
Formula ancora più marcata in quello che è, con molta probabilità, il miglior thriller fulciano, nonchè uno dei suoi migliori film in toto, "Non si sevizia un Paperino", thriller nuovamente anomalo che giunge nelle sale, tra pernacchie e querele, nel 1972.




Anomalia che consiste anzitutto negli intenti: laddove Argento e Bava con il giallo volevano solo comunicare stati emotivi, Fulci usa il registro di genere per parlare d'altro, per tracciare uno spaccato della società italiana dell'epoca, valida, purtroppo, ancora oggi.
Anomalia, poi, che si palesa sin dall'ambientazione, quella rurale di Accendura, immaginario paese della Lucania ricostruito in parte a Matera, che sostituisce la metropoli onirica solita del thriller all'italiana. Ed è proprio il setting a costituire il centro tematico di tutta la vicenda. E' proprio nel remoto paesello che l'arretratezza, mentale prima ancora che materiale, del proletariato contadino si scontra con una modernità borghese aliena, vista sempre e comunque con occhio torvo dai locali; una modernità che, come l'autostrada della prima scena, fa a pezzi l'humus di quella terra per rivelarne l'idiozia, figlia di un'ignoranza atavica, che sfocia nella violenza. Siamo lontani anni luce dal contado idealizzato di "Cristo si è fermato a Eboli": la campagna lucana, remota e arcana, è pericolosa quanto se non più della metropoli più moderna.



Violenza che si esplicita, cieca e barbara oltre che vigliacca, nella scena, magistrale, del linciaggio della Maciara (la Bolkan), le cui carni vengono dilaniate nel silenzio quasi ieratico degli assalitori, mentre le immagini di sevizie disumane vengono accompagnate dalle note di Ornella Vanoni, contrapposizione tra gaiezza e ferocia che troverà nel corso degli anni innumerevoli imitatori.
Ma se i figli del contado sono per Fulci bestie ipocrite, non migliori sono i figli del boom economico, che, chiusi al sicuro nelle loro utilitarie, sfrecciano di fianco alla donna morente facendo finta di ignorarla, presi come sono da un'allegria neo-borghese che non vuole mischiarsi con quel male che risiede a pochi centimetri al di sotto della superficie delle cose.



Contrapposizione tra mondo antico e moderno (tra nord e sud si potrebbe dire) che prende le forme di un cast tirato a lucido per l'occasione; tutti i protagonisti, persino alcuni dei carabinieri chiamati ad indagare, sembrano usciti da un fotoromanzo tanto è fulgida la loro bellezza; tutti i soggetti esterni al borgo, portatori di quelle istanze moderne tanto temute, hanno lineamenti irresistibili e vestono all'ultima moda, con un'estetica che viene contrapposta a quella degli abitanti del paesello, praticamente "brutti, sporchi e cattivi"; basti vedere il giornalista interpretato da Tomas Milian, sgargiante nei suoi abiti '70's attillatissimi; bellezza che è comune solo a due degli abitanti: la Maciara, che ha le fattezze di una Florinda Bolkan sporca ma dalla carnalità irrefrenabile, e Don Alberto, che ha il volto da divo di Marc Porel.



Ma su tutti, ovviamente, svetta lei, la bellissima Barbara Bouchet, il cui corpo caldo e lo sguardo vispo incarnano una vera e propria diavolessa tentatrice, una figlia dei fiori ingabbiata in un luogo fuori dal tempo incapace di sfogare le proprie pulsioni, che vengono così riversate su uno dei piccoli protagonisti, in una scena che all'epoca costò una denuncia al povero Fulci (in realtà girata tenendo l'attore bambino e la Bouchet separati sul set ed usando un nano come controfigura nell'unica inquadratura in cui appaiano assieme su schermo).



La tentazione della carne, del corpo della Bouchet così come della licenziosità delle due sfatte prostitute che appaiano ad inizio film, diviene effetto scatenante della violenza. Essenziale è, in proposito, l'identità del killer: un prete che, lontano dallo stereotipo della pedofilia, uccide tutti quei ragazzini toccati dal "male" della libertà sessuale, da quella maturazione essenziale tappa formativa vista come unzione malefica di, ancora, una modernità temuta come un male assoluto che corrompe l'innocenza.
Tralasciando l'ovvio paragone con gli adulti del luogo, violenti e libidinosi, l'azione di Don Alberto è quella, paradosso metaforico puro, di quella Democrazia Cristiana che all'epoca ancora censurava film e riviste ritenuti troppo audaci, come a voler preservare uno stato di albedine imposto virulentemente come unica via di salvezza; lo spirito reazionario, volto a "salvare" le anime dalla corruzione dell'attualità, si fa così violenza atavica venata di un'ignoranza mistica, contrapposta alla "buona ciarlataneria" dei riti pagani della Maciara e del suo compagno. E la bellezza di Marc Porel si fa così puro ossimoro di una cultura che in teoria dovrebbe generare solo un'estetica lombrosiana, ma che ha le fattezze di un angelo; un angelo sterminatore, ma pur sempre un angelo.



Contrapposizione che sul piano stilistico viene incarnata da una fotografia dagli esterni luminosi, quasi bruciati dal sole, giustapposti a degli interni dove spesso i chairoscuri si impadroniscono dell'inquadratura, tagliando i volti degli attori incorniciati in inquadrature oblique, con l'effetto di comunicare in modo vivo e tangibile un senso di nervosismo comune a tutti i personaggi.



Ma l'originalità di "Non si sevizia un Paperino" non si limita al centro tematico, nè alla contrapposizione feroce tra luce e ombra, estendendosi anche alla costruzione della storia.
Se nel giallo argentiano, così come nel thriller all'italiana in genere, l'indagine è solitamente portata avanti da un detective improvvisato, qui invece per 2/3 della pellicola il procedural è affidato ai carabinieri e al pubblico ministero di turno, che anzicchè brancolare nel buio battono le strade investigative anche più improbabili per far cessare la scia di delitti. E persino quando questi escono di scena, la trama viene portata avanti dal giornalista Martelli (Milian), ossia da un personaggio che per mestiere è avezzo a seguire le tracce. Il punto di vista, di conseguenza, si fa plurimo (persino la Maciara è protagonista di un paio di scene), trasformando quello che è un semplice thriller in una sorta di dramma giudiziario a tinte forti.
Non tutto torna nella storia: non si capisce perchè padre Alberto chiami Martelli per avere notizie sulla madre, quando la cerca per ucciderla, mettendo al corrente proprio chi sa ha dei sospetti sulla sua famiglia. Ma con il cinema di Fulci, come sempre, non è la storia a contare per davvero.



E ad oltre 40 anni di distanza, "Non si sevizia un Paperino" resta un gioiello dalla caratura insuperata, sia per l'originalità della costruzione che per la tematica; quest'ultima, anzi, appare oggi ancora più scottante, immersi come siamo in una società ancora gretta e assuefatta da decenni di sesso gratuito nella tv spazzatura. Fulci, alla fine, ci aveva visto lungo ed il suo assassino, se agisse adesso, sarebbe quasi giustificato nelle sue azioni.