mercoledì 6 febbraio 2019

Green Book

di Peter Farrelly.

con: Viggo Mortensen, Mahershala Alì, Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, Dimiter D.Marinov, Mike Hatton.

Drammatico/Commedia

Usa 2018

















Poco prima dell'annuncio delle ultime nominations agli Academy Awards, Bret Easton Ellis affermava, nel suo personale podcast, come lo smanioso supporto operato dalla Disney per "Black Panther" fosse l'ennesima inutile e squallida trovata pubblicitaria di un establishment impaurito dal concetto di inclusivismo; per Ellis, in buona sostanza, a nessuno interessa più la qualità di un film in sé stessa, quanto la sua capacità rappresentativa della minoranza di turno, meglio se afroamericana, ed è esclusivamente in base a questo parametro che un film va giudicato, secondo i canoni della critica statunitense.
Una statuizione del genere, letta da uno spettatore italiano, può sembrare aberrante: in una società fieramente razzista, che combatte quotidianamente con le derive xenofobe perorate spesso dalle istituzioni, l'inclusivismo dovrebbe essere un imperativo condivisibile. Il che è anche corretto, ma non tiene conto delle differenze culturali esistenti tra il nostro tessuto sociale e quello americano (più simile a quello inglese): in una società dove il multiculturalismo è realtà da anni, nella quale la differenza di trattamento sulla base del colore della pelle è oramai quasi del tutto un retaggio di un passato che si vorrebbe persino eliminare e nel quale lo stesso tessuto sociale depreca apertamente le politiche razziste del governo in carica, premiare esclusivamente pellicole che hanno per protagonisti personaggi di colore e trattino tematiche razziali è una pratica inutile, finanche controproduttiva quando, come nel caso di "Black Panther", il film è privo di un qualsiasi valore artistico effettivo. L'attenzione così riservata si tramuta in un mero escamotage pubblicitario per la casa di produzione di turno, la quale potrà utilizzare la carta della propaganda liberal come biglietto da visita, nonché in un vero e proprio atto di lavaggio delle coscienze da parte di un industria che, volente o nolente, risente di un clima politico oscuro e che ha ancora oggi troppi scheletri nell'armadio, come il movimento #metoo ha dimostrato.
Fatto sta che anche quest'anno, agli Oscar, ha trionfato, almeno alle nominations, il politicamente corretto sull'artisticamente valido. E se da un ideale lato dello spettro qualitativo troviamo un film come "Black Panther" e dall'altro quel "BlacKkKlansman" che invece avrebbe meritato maggiori attenzioni, in una ideale zona grigia rientra un film come "Green Book", vera e propria Oscar-Bait che presenta una storiella trita e risaputa, per quanto basata su avvenimenti reali, premiata giusto perché rappresenta l'ennesima testimonianza sul passato intollerante americano, ma che quantomeno riesce a convincere, se non con la storia in sé, con un'esecuzione notevole.



Il "Green Book" del titolo altro non è se non un'ideale "guida turistica per neri" durante gli anni della segregazione: un itinerario, di fatto obbligatorio, per quegli afroamericani che, in viaggio negli stati più ottusi del sud, desiderano restare lontano dai guai. Viaggio che il virtuoso del piano Don Shirley (Alì) intraprende poco prima del Natale 1962 e per il quale decide di usare come scorta il rozzo Tony "Lip" Vallelonga (Mortensen), italoamericano del Bronx famoso per la sua "capacità di risolvere i problemi".



La dinamica conoscitiva tra i due attraversa tutti gli stadi immaginabili. Ha origine da un'ovvia opposizione caratteriale: Shirley, afroamericano newyorkese, figlio dell'upper class che vive in un attico del Carnagie Hall dagli interni lussureggianti, dotato di modi forbiti e abiti eleganti, nonché di una cultura, musicale e letteraria, di prima classe, quasi uno snob perso in un'ottusa contemplazione del bello. Vallelonga, figlio di quella working-class ad un passo dal malaffare, razzista ma in fondo neanche più di tanto, ignorante ma esperto di vita, pronto a rimediare ai torti allungando banconote quando non direttamente cazzotti sul grugno. Due caratteri opposti che vivono in due corpi opposti, quello longilineo di Mahershala Alì e quello ingombrante (in una performance dal Actor's Studio) di Mortensen. Due persone, in sostanza, agli antipodi su tutto, in una dinamica che ricorda (a caso?) quella del francese "Quasi Amici", solo in termini invertiti.



Il viaggio diviene così momento di conoscenza, di confronto  nel quale i due sono chiamati ad uscire dalla propria ideale "comfort zone" per mettere in discussione ciò in cui credono (o in cui pensano di credere) e per ritrovare sé stessi, come tradizione insegna. E dalla tradizione, lo script non si distacca neanche di un millimetro, centrando tutti i topoi del caso: poliziotti sadici, redneck intolleranti, borghesucci che sfruttano il talento del diverso per il proprio sollazzo senza mai riconoscergli una vera dignità, fino alla messa in scena di quella compartimentazione sociale propria della società americana che vede gli italoamericani non mischiarsi mai con i neri. E se la parata di luoghi comuni sull'intolleranza è innocua, forse perché sa di già visto, decisamente ridicola è la descrizione degli italiani, che sembrano la parodia di quanto visto ne "I Soprano" e in tanto cinema di Scorsese: tutti rigorosamente sovrappeso, dal capello impomatato, caratterizzati da modi teatrali e dall'appetito insopprimibile, perennemente seduti ad un tavolo a mangiare (Vallelonga mangia praticamente in ogni scena in cui appare).
La tematica razziale paga così lo scotto di una storia risaputa e di una descrizione che poggia su troppi luoghi comuni per essere presa sul serio. Per fortuna, a salvare la visione ci pensano i dialoghi e l'alchimia tra gli attori.



Peter Farrelly, separatosi dal fratello Bobby dopo quasi 25 anni di collaborazione e abbandonate le scorrettissime gag a base di moccioloni di seme e minzioni femminili, si mette letteralmente al servizio dello script e del duo di protagonisti, i quali risplendono in due performance che, al pari dei personaggi, si completano a vicenda: Alì adopera uno stile pacato, sottrattivo, che lo rende quasi trasparente, mentre Mortensen istrioneggia in modo quasi sornione. L'umorismo trasuda dai dialoghi brillanti, totalmente basati, anch'essi, sulla contrapposizione caratteriale dei due personaggi, che, recitati da un duo in stato di grazia, fanno amare ogni singola scena, anche quelle più scontate.
E la forza del film è tutta qui: non tanto l'impegno, quanto la capacità di riuscire a far apprezzare un'operazione vecchia anche allo spettatore più smaliziato, come solo il buon cinema sa fare.

sabato 2 febbraio 2019

Creed II

di Steven Caple Jr.

con: Michael B. Jordan, Sylvester Stallone, Dolph Lundgren, Florian Munteneu, Tessa Thompson, Phylicia Rashad, Milo Ventimiglia, Brigitte Nielsen.

Drammatico

Usa 2018















Il successo, in verità a sorpresa, del primo "Creed" ha dimostrato come il pubblico (americano e non) abbia ancora voglia di storie degne di questo nome. Benché imperfetto e derivativo, quel film tutto sommato piccolo, venuto alla luce grazie alla passione di un autore all'epoca sconosciuto, riusciva davvero a raccontare una storia con al centro due personaggi (Adonis e Rocky) vivi e verosimili, in un racconto volutamente modesto e intimo, lontano anni luce sia dalla spettacolarizzazione propria di molti degli "episodi" della saga di Rocky, sia di tanto cinema mainstream americano, dove storia e personaggi vengono schiacciati sempre più dall'abuso di effetti speciali e umorismo spicciolo. La calorosa accoglienza riservata al figlio di Apollo Creed nella sua prima avventura su grande schermo era quindi segnale di come quel cinema solitamente riservato al mero circuito indie potesse in realtà essere tranquillamente fruito anche dal pubblico generalista.
Un seguito, al solito, era d'obbligo. Ma "Creed II" non è semplicemente la continuazione di un successo, quanto una sua ideale evoluzione, che espande le tematiche del primo film toccando nuovi territori e, con essi, anche nuove corde emotive.
Differenza con le solite continuazioni made in Hollywood dovuta anche alla sua genesi produttiva: a Ryan Coogler non interessava più di tanto rimettere mano al personaggio di Adonis o a quello di Rocky; viceversa, è stato Sylvester Stallone a volerne continuare le gesta: il suo coinvolgimento nel primo film gli ha permesso di innamorarsi di questo nuovo personaggio, oltre che a riprendere fede in quello di Rocky; da qui la voglia di espanderne caratterizzazioni e storia riallacciandosi direttamente a quel "Rocky IV" che era punto nodale per la caratterizzazione di entrambi; era in quella pellicola che Apollo trovava la sua fine per mano dell'energumeno Ivan Drago, forgiando indirettamente in carattere di Adonis e il suo conflittuale rapporto con la figura paterna. Da qui l'idea di uno scontro generazionale tra i discendenti di quei due personaggi, con il figlio di Apollo faccia a faccia con quello di Drago. Idea bislacca e ridicola per fortuna solo su carta.



Adonis e Viktor Drago sono due figli chiamati a confrontarsi con un'eredità ingombrante, ossia la sconfitta dei padri. Adonis è l'orfano, reso tale per mano di Ivan, che lo ha privato di quella figura paterna che, da assente, si fa adesso ingombrante, con le sue effigi che compaiono in scena come a schiacciarlo sotto il peso del rimorso. Viktor è nato nella rabbia e nel dolore, scaturiti dalla sconfitta del padre per mano di Rocky prima, dall'abbandono della madre dopo; un ragazzo nel corpo di un mostro, il cui fisico imponente cela le ferite interne, quelle di un figlio che è puro strumento nelle mani di un padre in cerca di un riscatto velenoso. Lo scontro tra i due è quindi quello di due figure genitoriali opprimenti, in un modo o nell'altro.



Ma Adonis è anche il ragazzo che si fa uomo, chiamato a confrontarsi con la paternità, a divenire, cioè, quella figura paterna che a lui è sempre mancata. Ed è proprio questo status che gli dà, in ultimo, la forza di vincere la sfida del suo rivale: dalla rabbia pura e semplice, dallo spirito di rivalsa più bieco, Adonis viene distrutto, letteralmente fatto a pezzi, solo per poi rinascere come uomo fatto e finito una volta trovata una vera ragione per la vittoria.




Laddove l'amore verso la caratterizzazione dei personaggi è avvertibile, lo script di Stallone mostra il fianco quando si tratta di creare uno story-arc originale; il cammino di Adonis, di Rocky e di Viktor, inutile dirlo, è intuibile sin dal primo minuto, ricalcando, né più, né meno quello di "Rocky IV", nella più classica delle riproposizioni di una formula fin troppo collaudata.
Fortunatamente, ad arginare in parte il senso di deja-vù ci pensa la regia del semi-esordiente Steven Caple Jr., che adotta uno stile a dir poco peculiare, alternando atmosfere oniriche (il doppio incipit) ad una ricerca spasmodica del realismo negli incontri; per la prima volta nella saga, vediamo così il pugile dal cuore d'oro di turno sputare sangue, accasciarsi a terra in preda al dolore, piangere ed emozionarsi, in quella che è la definitiva distruzione dello stereotipo supereroistico spesso associato alla figura di Rocky Balboa e dei suoi epigoni.



E' quindi facile appassionarsi a questa seconda avventura del pupillo dello Stallone Italiano, nonostante la forte prevedibilità del tutto, in un racconto sicuramente semplice, ma anche incredibilmente umano.

giovedì 31 gennaio 2019

Glass

di M.Night Shyamalan.

con: James McAvoy, Bruce Willis, Samuel L.Jackson, Anya-Taylor Joy, Sarah Paulson, Spencer Treat Clark.

Usa 2019



















Un universo strano, quello del cinema di Shyamalan, dove coesistono due estremi, quello della spettacolarità pura e il suo opposto, ossia la perfetta de-costruzione di ogni forma di spettacolarizzazione. Un universo condiviso che fa il verso a quello della Marvel Studios, adagiandosi sui cliché più noti del cinema di supereroi, ossia scene post-credit, scontri spettacolari tra personaggi titanici, caratterizzazioni archetipiche quando non smaccatamente (ma sempre volutamente) stereotipate; dove però questi cliché vengono puntualmente e gustosamente fatti a pezzi, passati in un ideale tritacarne filmico che ne demolisce ogni portata per creare una forma narrativa nuova, quasi un nuovo genere all'interno del filone. E "Glass" non è che la perfetta quadratura di quest'idea di cinema squisitamente anti-spettacolare, dove allo scontro fisico si predilige quello identitario.
Un cinema che nasce dalle ceneri del blockbuster puro, dall'abuso sistematico di CGI e trame inutilmente involute; quel cinema che Shyamalan aveva tentato di far suo con "L'Ultimo Dominatore dell'Aria" e "After Earth", fallendo miseramente; da qui la reazione, il ritorno a quella dimensione più intima di "Unbreakable", più vicina ai personaggi piuttosto che alle loro azioni e, di conseguenza, più teorica. Una dimensione che de-mitizza il concetto stesso di supereroe, portandone alla luce, per paradosso puro, la dimensione genuinamente mitologica, per poi iscriverla in un contesto di pura verosomiglianza, al confronto della quale anche la trilogia del "Cavaliere Oscuro" nolaniana sembra fantascienza allo stato puro.




Non per nulla, "Glass" si apre con un'ideale chiusura, lo scontro tra l'eroe e il villain annunciato in "Split", solo per deviare immediatamente verso un territorio altro, un luogo chiuso (l'ospedale psichiatrico) nel quale i due, assieme al "mastermind" Mr.Glass, verranno ridotti a folli, cavie di un ideale laboratorio nel quale il superuomo non trova la sua origin-story, quanto la sua ideale morte.
Da qui anche l'idea della telecamera di sicurezza, quell'occhio "altro" rispetto alla macchina da presa, chiamato ad investigare il reale: laddove la macchina da presa è l'occhio del regista, quindi dell'autore che proietta nell'opera una sua visione che, per forza di cose, è fantasia, la camera è un puro occhio indagatore del reale, che si limita ad assistere passivamente al dipanarsi degli eventi. Ma più che giocare sulla dicotomia vero/immaginario, Shyamalan preferisce focalizzarsi sui tre personaggi, insieme opposti e complementari come l'idea di cinema che porta avanti.




Un eroe senza macchia e senza paura, indistruttibile, fisso in un'espressione di granitica bontà; un cattivo che è pura frantumazione, distruzione di quell'unità identitaria che diviene a sua volta forma identitaria perfetta nella continua dissociazione del sé, fino a trovare un'identità definitiva nella "bestia", ossia nel male puro; un demiurgo che è villain onnisciente, quasi creatore palesatosi nel suo stesso mondo. Lo scontro tra i tre è il punto focale, ma resta fuori scena per quasi tutto il film; e quando arriva, non è roboante e apocalittico come da tradizione, bensì piccolo, quasi innocuo.
Shyamalan preferisce focalizzarsi su di un altro scontro, quello tra i superuomini e i "normali", tra coloro che dovrebbero ispirare gli uomini e questi ultimi, i quali preferiscono sopravvivere come mediocri. Lasciando però l'ultima parola a quel trio di affetti/spettatori, i quali decidono l'ultimo atto della storia, prendono in mano le redini del raccontano e lo portano ad un finale che ri-crea quello stesso mondo in cui tutto è cominciato.




Una de-spettacolarizzazione, la sua, che però non è mai pernacchia, quanto lettera d'amore sentita e orgogliosa verso un universo cartaceo la cui forma archetipica per una volta viene riconosciuta in pieno; e che si fa così omaggio intelligente, imperfetto (troppo lungo e a tratti ridondante) ma lo stesso incredibilmente coeso e affascinante.

venerdì 25 gennaio 2019

Van Gogh- Sulla Soglia dell'Eternità

At Eternity's Gate

di Julian Schnabel.

con: Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen, Mathieu Amalric, Emanuelle Seigner, Niels Arestrup, Vincent Perez.

Svizzera, Inghilterra, Francia, Usa, Irlanda 2018

















Otto anni di silenzio, per Julian Schnabel; otto anni passati lontano dalla macchina da presa dopo che il controverso "Miral" ha suscitato reazioni contrastanti, talvolta inviperite, a Venezia. Una parentesi silenziosa rotta con quello che potrebbe essere un ritorno alle origini per lui che, ventidue anni fa, esordì con la biografia di un altro artista, "Basquiat", e che ora si confronta con una delle figure più importanti della pittura, Van Gogh. Ma definire "At Eternity's Gate" come una biografia sarebbe sbagliato; in questo Schnabel è chiaro sin dall'inizio: non c'è una vera cronistoria dell'uomo dietro il pittore, né una ricostruzione filologica della sua vita, in un racconto che, anzi, si distanzia palesemente dal vero nel finale. Quello di Schnabel è semmai un ritratto vero e proprio, la ricostruzione di una porzione della biografia del genio fiammingo che ne vuole restituire i tormentati stati d'animo, riflettendo al contempo sul concetto (o sui concetti) di arte. E lo fa adoperando uno stile volutamente contraddittorio, ma efficace.



C'è una tensione costante, che percorre tutto il film, quella del protagonista verso l'infinito. Una concezione dell'eternità come stato successivo e altro rispetto alla propria esistenza. E così come Van Gogh creava i suoi dipinti con pennellate rapide e decise, Schnabel porta in scena tale tensione con movimenti di macchina nervosi, quasi brutali, perfetta espressione del febbrile stato d'animo del personaggio. Il punto di vista diviene a tratti quello dello stesso Van Gogh, con soggettive parzialmente sfocate (come avveniva ne "Lo Scafandro e la Farfalla") a testimoniarne la visione "altra" rispetto al reale; più spesso, la regia prende per mano lo spettatore e si fa testimone invisibile dei gesti del pittore, come a spiarlo nella propria intimità. Si arriva così ad un contatto pieno e totale con il narrato, dove le sole immagini riescono perfettamente a convogliarne impressioni e sensazioni.



Alle immagini oniriche, quasi surreali, vengono contrapposte intense sessioni dialogiche nelle quali, confrontandosi dapprima con Gauguin, poi con altri personaggi minori, Van Gogh diviene lo strumento di Schnabel per intessere una fitta riflessione sul concetto di arte. A cui consegue un didascalismo dalla forte staticità che stride, volutamente, con la dinamicità della pura contemplazione, per creare un racconto volutamente sincopato, quasi cacofonico nel suo incedere. Ed è questo il vero limite di una visione che altrimenti riesce con efficacia a portare in scena sensazioni e sentimenti solitamente difficili da rappresentare.



Visione dalla quale emerge un Van Gogh sensibile e stanco, lontano in parte dalla classica rappresentazione di burbero esteta che solitamente viene propinata. Un pittore schiavo della sua stessa forza d'animo, la quale, tesa com'è verso la costante ricerca dell'infinito, genera una debolezza di carattere per lui insostenibile. Debolezza che Willem Dafoe riesce perfettamente a cogliere tramite sguardi trasognati e sorrisi dolorosi, immergendosi al solito totalmente nel personaggio, con una mimesi come sempre straordinaria, limitata unicamente dalla differenza anagrafica con la sua controparte.



Stretto tra riflessione e contemplazione, pura immagine e fluente dialogo, "At Eternity's Gate" è un'opera densa e scostante, profonda ma a tratti leggermente pretenziosa, che vive di contraddizioni e contrapposizioni, riuscendo però ad essere sempre riuscita.

sabato 19 gennaio 2019

Vice- L'Uomo nell'Ombra

Vice

di Adam McKay.

con: Christian Bale, Amy Adams, Sam Rockwell, Steve Carell, Eddie Marsan, Allison Pill, Tyler Perry, LisaGay Hamilton, Jesse Plemons.

Biografico

Usa 2018














C'è un interrogativo sotteso a tutto "Vice", inespresso e senza risposta, per questo doppiamente inquietante: perché Dick Chaney insegue così ostinatamente il potere assoluto? Perché questo politicante, che definire "controverso" sarebbe a dir poco eufemistico, vuole diventare, nelle parole dello stesso McKay, un "divoratore di mondi"?
E' proprio questo uno degli aspetti più sorprendenti di "Vice", ossia il voler descrivere la carriera cinquantennale del perfetto burattinaio della politica americana, senza voler mai davvero dare un giudizio netto verso di lui.
McKay, dal canto suo, usa uno stile al sempre acido e irriverente, quello di una vera e propria pernacchia verso il potere. Adopera come punto di vista quello di un uomo qualunque, chiamato senza apparente motivo (almeno inizialmente) a raccontare una storia dalla quale dista centinaia di miglia, saldamente arroccata com'è nei palazzi del potere americano, la quale, per forza di cosa, appare incredibile, lontana anni luce da ogni possibile logica.



Il Dick Chaney al centro del racconto è ritratto con impietosa rigidità: un fallito, un alcolizzato proveniente da uno degli stati più remoti del Nordamerica (il Wyoming), il cui unico ruolo apparente è quello di essere il biglietto di ingresso nella società degli uomini per l'ambiziosa moglie Lynne (Amy Adams), la cui forte ambizione la eleva al di sopra del classico ruolo di "Lady MacBeth" a vera e propria figura formativa per Chaney. Il quale si ritrova, forse senza neanche sapere il perché, come lacchè di quel Donald Rumsfeld (Steve Carell) che a sua volta diverrà suo sottoposto.
Un uomo qualunque, anzi uno "stronzo" (sempre parole di McKay) che si ritrova nei corridoi del potere di Nixon, solo per poi divenire uomo di punta dell'amministrazione Reagan in primis, di Bush padre in secondo luogo.
E come scherzosamente suggerito, il film potrebbe finire qui, potrebbe chiudersi con un Chaney che si ritira a vita privata, come CEO della compagnia petrolifera Halliburton e buon padre di famiglia, se non fosse stato per l'ingerenza di un George W.Bush (un Sam Rockwell la cui mimesi fa a gara con quella di Bale) che, per distanziarsi dal padre, decide di gareggiare per la Casa Bianca con Chaney come vice, aprendogli la possibilità di divenire davvero l'uomo più potente del mondo.



Un Dick Chaney che Christian Bale ritrae per il tramite di una metamorfosi fisica al solito sconvolgente, ma senza mai eccedere nell'overacting, restando sempre clamorosamente tra le righe, anche quando il contesto narrativo oltrepassa i limiti del grottesco.
Un grottesco che rappresenta null'altro che la realizzazione dell'anarchia del potere: non c'è un'idea guida alla base delle azioni dei personaggi, tant'è che quando un giovane Chaney chiede al mentore Rumsfeld in cosa loro credano davvero, riceve come unica risposta una fragorosa risata. Persino i valori fondamentali solitamente accostati alla destra americana di "Dio, patria e famiglia" vengono gettati fuori dal finestrino: benché Chaney sia un pio padre di famiglia al punto di accettare tranquillamente l'omosessualità della figlia maggiore, non arriva mai ad adoperare il valore familiare come portabandiera della sua stessa politica.
McKay si diverte a polverizzare costantemente la quarta parete, a chiamare in causa continuamente lo spettatore, quasi ad interrogarlo su quanto assiste; come nella scena post-credit, dove immagina la reazione di un gruppo d'ascolto che vede una possibile sovrapposizione tra il passato recente americano ed il presente di Trump, con tanto di disinteresse della "massa", distratta dalle quisquilie di turno. Bisogna quindi chiedersi sempre il perché delle azioni del protagonista, anche quando sembrano chiare e cristalline.



Poiché sarebbe facile liquidare la cattiva politica di questo supremo manipolatore come una sorta di "lunga mano" della lobby petrolifera (la quale, come il film ci ricorda alla fine, vede un incremento del 500% del valore delle proprie azioni grazie alla campagna militare in Iraq) o, ancora, come una semplice forma di colonialismo spinto dal clima di terrore post-11 Settembre. Politica che ha portato alla morte di migliaia di soldati americani, altrettanti civili e all'ascesa dell'Isis e del suo leader Al-Zarquawi, praticamente creato ad hoc dai vertici del potere americano. Ma McKay decide saggiamente di andare oltre la semplice speculazione, ritraendo la follia del potere in modo vivido e selvaggio, per questo incredibilmente grottesco, quasi ridicolo nelle proprie azioni sconsiderate (benché il tono nella seconda parte si faccia decisamente più serio). Una realtà talmente folle da poter essere descritta con efficacia solo tramite un registro altrettanto grottesco, il quale finisce inevitabilmente per raggiungere il suo scopo: gelare il sangue di chiunque sia assennato.



Si assiste così impietriti alle azioni del burattinaio dell'era Bush, si è sconvolti dalla sua sconsideratezza, dalla sua scaltra capacità di riuscire a convincere chiunque a compiere le azioni più folli e prive di senso, tutte rigorosamente documentate. Tanto che, alla fine, sembra quasi di essere dinanzi ad un vero e proprio docu-drama in cui gli attori sono mere controfigure dei personaggi reali.
McKay crea così una perfetta commedia sul potere, dove però non si ride mai, anzi si vorrebbe quasi gridare dalla paura. Un film che fa a pezzi ogni possibile struttura narrativa canonica nella scrittura, gioca costantemente con i ruoli dei personaggi e i conseguenti registri narrativi, per creare un affresco spaventoso, ma sempre, rigorosamente, verosimile.

lunedì 14 gennaio 2019

Aquaman

di James Wan.

con: Jason Momoa, Amber Heard, Patrick Wilson, Nicole Kidman, Willem Dafoe, Dolph Lundgren, Yahya Abdul-Mateen II, Temuera Morrison, Graham McTavish.

Azione, Fantastico, Supereroistico

Usa, Australia 2018















E' opinione consolidata quella secondo cui Aquaman sia il supereroe più "sfigato" mai esistito. A cosa sia davvero dovuta tale nomea, non è dato saperlo. Forse a causa della sua descrizione nel vecchio cartoon sui "Super Amici", dove il simpatico uomo marino veniva dipinto come un gagliardo supertipo i cui poteri erano limitati al parlare con i pesci e a cavalcare qualche ippocampo. Più probabile si tratti di una sorta di archetipo nato dalla gag di Seth McFarlane secondo cui, fuori dall'acqua, il principe di Atlantide sarebbe sprovvisto di poteri, in un mondo dove vivono alieni antropomorfi dallo status divino, principesse amazzoni e velocisti scarlatti.
Si tratta, a ben vedere, di una pura gag, che induce al sorriso e talvolta alla risata di gusto (non si può certo negare la riuscita dello sketch di "Family Guy" in cui il biondo paladino dei mari non riesce a salvare una donna da uno stupro che avviene a giusto qualche metro dall'acqua), ma che non ha davvero corrispettivi all'interno della mitologia di un personaggio che, benché poco conosciuto dal grande pubblico, può vantare una carriera editoriale di tutto rispetto.



Nato durante la Golden Age dei comics USA, Aquaman esordisce nel 1941 su "More Fun Comics" e durante la sua carriera la sua origine verrà riconcepita più volte, come accaduto anche a Wonder Woman. Ben quattro sono infatti le varianti sulla sua nascita e la sua natura; nella primissima, Arthur Curry è il figlio di uno scienziato che ha scoperto le rovine di Atlantide e che gli ha insegnato a respirare sott'acqua e a comunicare con la fauna ittica. Una prima incarnazione che accompagna il personaggio per tutta la golden age, in avventure al solito solari e disimpegnate.
Ma con la Silver Age le cose cambiano; Arthur diviene il figlio di un guardiano di un faro e di una donna di origini atlantidee, dalla quale eredita i suoi superpoteri, tra i quali una forza fuori dal comune e la capacità di volare. Le sue avventure, benché sempre disimpegnate e rocambolesche, si fanno a tratti cupe e drammatiche: non è certo cosa di tutti i giorni vedere un supereroe piangere la morte del figlioletto per mano di un supervillain, né affrontare la conseguente crisi esistenziale. Questa seconda incarnazione del Protettore dei Mari anticipa in gran parte quelle che saranno le tematiche della Bronze Age dei comics, con storie dal taglio più esistenzialista e serio, benché sempre alternate ad avventure decisamente più digeribili dal pubblico di bambini per il quale sono destinate.



A partire dagli anni '90, Aquaman viene ricreato da Peter David e diviene l'erede al trono di Atlantide; oltre a sfoggiare un nuovo look, decisamente meno ortodosso rispetto al passato: capello selvaggio, barba da biker e un uncino al posto della mano sinistra, persa durante uno scontro contro Ocean Master, suo principale antagonista nonché fratellastro.
Ed è proprio questa incarnazione, più ruvida e selvaggia, a dare nuovo lustro al personaggio; sarà questo Aquaman a trovare la strada del grande schermo, prima in un cameo in "Batman v. Superman: Dawn of Justice" e poi in "Justice League"; ed il perché è presto detto: è stato decisamente semplice vendere al pubblico un Aquaman statuario ed affascinante, un "cattivo ragazzo" che ha il volto del Khal Drogo di "Game of Thrones" per la gioia di tutte le spettatrici. E d'altro canto, si può anche intuire il perché: era necessario restituire un'immagine credibile ad un personaggio divenuto una barzelletta nel sentire comune; la scelta di Momoa e della visione di Peter David appaiono quindi logiche, quasi scontate laddove si tenga conto anche del ruolo di "rude macho" che il personaggio ha ricoperto nell'ensamble del film sulla Justice League.




E nonostante il flop della sua prima comparsa su schermo, la Warner ha deciso lo stesso di dedicare  un film in solitaria al muscoloso uomo-pesce di Momoa, affidando la regia a James Wan, scelta al solito curiosa se tiene conto del suo background di artigiano del horror. Una vera e propria scommessa, quella di creare un blockbuster con al centro un personaggio poco conosciuto e sopratutto poco amato; che, nella migliore delle tradizioni, si è rivelata vincente, sbancando al botteghino di mezzo mondo. Peccato però che il film in sé sia poco più di una baracconata kitsch.




Più che una storia d'origini, quella di "Aquaman" è un'avventura a 360 gradi con protagonista il fascinoso Momoa, affiancato da una Amber Heard forse mai così bella, nonostante il look da cosplayer. Lo scheletro è quello del classico "cammino dell'eroe", ricalcato esplicitamente sul Mito Arturiano: Arthur prende il suo nome da Re Artù e deve estrarre un tridente da una roccia per poter governare sui popoli sottomarini. Trama basilare, condita da tutti i luoghi comuni possibili ed immaginabili.
C'è la love-story forzata di turno, un cattivo dalla statura che si vorrebbe machiavellica, ossia Ocean Master, fratellastro di Arthur, che decide di muovere guerra alla superficie perché stanco dell'inquinamento dei mari; c'è la ricerca del McGuffin, che porta Arthur e Mera in un giro del mondo che ricorda tanto le avventure di Indiana Jones e simili; ci sono i flashback sulla gioventù del protagonista e il suo addestramento da eroe, che sembrano ricalcati su "Highlander"; c'è un secondo villain, Black Mantha, che ha giurato vendetta; ci sono i duelli all'arma bianca in un novello thunderdome subacqueo, l'azione fracassona e l'umorismo stupidello, con tanto di gag su gabinetti e minzioni; c'è persino un inserto horror, che ci ricorda le origini di Wan. Insomma, in due ore e mezza, di carne al fuoco c'è ne è davvero per tutti i gusti.



Di tutte queste intuizioni e situazioni, nulla eccelle per davvero. La storia è fin troppo trita per essere davvero coinvolgente, anzi i risvolti più interessanti (la morale ecologista, il senso di colpa di Arthur per aver ucciso il padre di Black Mantha) vengono costantemente lasciati fuori scena, come se si avesse paura di dare al pubblico qualcosa che sia di più del puro intrattenimento gratuito. Si assiste così al dipanarsi di una trama che finisce inevitabilmente per ricordare quella di "Black Panther", solo a termini invertiti.
Per rendere il tutto interessante, si è così deciso di calcare la mano sull'umorismo e la componente spettacolare. Il primo, inutile sottolinearlo, è di grana grossissima, basato su battutacce che ironizzano sulle situazioni, ma che aiutano davvero a non prendere troppo sul serio quella che è, in fin dei conti, una parata di luoghi comuni ammantata da un'estetica che sulla carta dovrebbe essere ridicola, con personaggi bardati in armature d'oro stile "Cavalieri dello Zodiaco" che cavalcano ippocampi giganti mentre combattono contro uomini-granchio. La coscienza di trovarsi di fronte ad uno spettacolo volutamente sopra le righe e privo di vera consistenza, per una volta riesce a rendere il tutto digeribile e non irritante, cosa che invece spesso non accade in operazioni simili (basti vedere altri kolossal pomposi ed inconsistenti, come "Pan" o "Jupiter Ascending"). Mentre la grandiosità visiva, l'uso di colori e forme impossibili, appaga davvero i sensi, in un tripudio di estetica pop a metà strada tra "Avatar" e "Tron".



Se quindi da un lato c'è la volontà di creare di più di una semplice trasposizione di un supereroe a fumetti, evitando la solita scarnificazione propria dei comic-movie con una storia più varia e movimentata, dall'altra c'è un pieno abbraccio di tutti i luoghi comuni del cinema d'avventura e di intrattenimento, ammantato solo da un umorismo ai limiti del metareferenziale, che chiede costantemente a chi osserva di ridere con i personaggi, forse perché cosciente dell'assurdità del tutto. Con il risultato di creare quella che è, a conti fatti, nulla più di una simpatica cretinata. Se la si accetta come tale, ci si potrebbe perfino divertire.

sabato 12 gennaio 2019

Old Man & the Gun

The Old Man and the Gun

di David Lowery.

con: Robert Redford, Sissy Spacek, Casey Affleck, Danny Glover, Tom Waits, Tika Sumpter, Ari Elizabeth Johnson, John David Washington., Gene Jones, Keith Carradine, Elizabeth Moss.

Usa 2018
















Quando arriva davvero il tempo della pensione per un grande attore? Si potrebbe anche dire mai; ma non per Robert Redford, che, a 82 anni, ha deciso di non calcare più le scene, ritirarsi a vita privata dopo circa 80 apparizioni tra cinema e televisione. Di sicuro un peccato, se si tiene conto di come, a scapito dell'età anagrafica, il buon Robert non ha di certo perso un grammo della sua presenza scenica.
E' curioso, poi, che a chiudere le danze per la sua esperienza da protagonista sia un film tutto sommato piccolo come "The Old Man & the Gun", un'opera riuscita e ai limiti del celebrativo, ma che di certo non ha più di tante ambizioni dalla sua, se non quella di raccontare una storia (parzialmente) vera decisamente curiosa e di omaggiare la sua star con un ruolo che gli calza a pennello.



Forse solo Redford poteva incarnare il criminale gentiluomo Forrest Tucker, con il suo sorriso sornione, il suo sguardo magnetico e i suoi modi galanti. Tucker è, in un modo o nell'altro, figlio di quella tradizione americana di simpatici antieroi che si danno al crimine per ragioni del tutto personali, quasi condivisibili e che Redford ha già incarnato in passato, come nel mitico "La Stangata".
David Lowery ne ricalca la figura sulla gestualità e la presenza di Redford e lo caratterizza come un attempato ladro gentiluomo, una sorta di moderno Lupin che rapina banche senza mai sfoderare l'arma del titolo e senza mai mettere in soggezione le sue vittime. Un criminale per il quale la rapina non è strumento per vivere ma, parole sue, la vita stessa: un uomo che vive per il brivido dell'illecito, che trova nella sfida all'autorità la sua ragione di vita, quasi una versione attempata di quel "Nick Mano Fredda" che Redford ha sempre voluto interpretare.



Nel raccontarne le rocambolesche ed incredibili gesta, Lowery mischia registri e generi con efficacia. Se da un lato c'è la fascinazione per questo strambo personaggio "bigger than life", dall'altra c'è, sottopelle, una riflessione pacata e mai urgente sulla terza età, su quella fase della vita dove tutti siamo chiamati a confrontarci con le nostre scelte ed aspettative; e senza scadere nella retorica più scontata, il pietismo e la nostalgia vengono sapientemente evitati; al loro posto, c'è una forma di romanticismo guascone verso la "vita spericolata" di Tucker e soci, che pur giunti all'autunno dell'esistenza, hanno pur sempre bisogno di sentirsi vivi.



Al contempo Lowery omaggia il suo stesso totem Redford, ripercorrendone in parte la carriera. Basterebbe da solo quel primo piano estrapolato dal capolavoro di Arthur Penn "La Caccia" per capire il suo approccio al passato: non c'è volontà citazionista compiaciuta, né la pura riproposizione di stilemi e tematiche proprie della New Hollywood, quanto una forma di incorporazione di quei miti e quei registri. Il suo è un lavoro di assimilazione totale che lo porta a non cadere mai nella semplice nostalgia, né nella cinefilia spicciola, quanto a ripercorrere strade già battute in modo del tutto personale, sempre al servizio della narrazione, mai dell'estetica pura e semplice.



Manca, certamente, la volontà di stupire, di creare sequenze davvero adrenaliniche o tese, così come manca davvero la volontà di trasmettere una sensazione di incanto data dai dialoghi, in teoria brillanti. Lowery, da questo punto di vista, si appoggia troppo agli attori e al loro solido lavoro (oltre al monumentale Redford, sono da citare almeno una Sissy Spacek radiosa ed un Tom Waits divertito, oltre che un Casey Affleck letteralmente perso nel suo personaggio), ma riesce lo stesso a creare una pellicola riuscita.