di Fabio Resinaro.
con: Lorenzo Richelmy, Luca Barbareschi, Valentina Bellè, Claudia Gerini, Francesco Montanari, Libero De Rienzo, Iaia Forte, Luca Vecchi.
Italia 2019
Un'esplosione incontrollata. Fiamme che sprintano dallo schermo come nel "Cuore Selvaggio" di Lynch. Una voce narrante che, come da tradizione nel nostro cinema, introduce il proprio personaggio... solo per sbarazzarsene immediatamente e far turbinare il tutto in un flashback lungo un film.
Un inizio ad effetto, quello di "DolceRoma", con il quale vengono settate da subito le intenzioni, quelle di un cinema veloce, moderno, quasi sfacciato nella sua meta e autoreferenzialità, nel suo voler scardinare tutte le aspettative dello spettatore in un gioco di giustapposizioni e sovversioni coatte.
Fabio Resinaro, qui al suo esordio da solista dopo la collaborazione con Fabio Guaglione per "Mine", adatta un soggetto di Fausto Brizzi, a sua volta tratto da un romanzo di Pino Corrias, riuscendo a fare propria la materia data, con un occhio al cinema post-pulp anni '90 e tanta voglia di distruggere miti e leggende del mondo del cinema italiano.
Andrea Serrano (Lorenzo Richelmy, che sfoggia uno sguardo allucinato degno di un giovane Brad Dourif) è un giovane scrittore spiantato ma dalle grande ambizioni; con i suoi ultimi risparmi riesce a far pubblicare un suo romanzo, "Non finisce qui", ispirato a veri "malaffari" raccontatigli da un suo conoscente camorrista. Il libro stuzzica l'attenzione del produttore veterano Oscar Martello (Luca Barbareschi), che vorrebbe adattarlo in un film. Comincia così per Andrea una vera e propria scalata all'interno del folle mondo del cinema italiano.
Se quello di Serrano è il punto di vista principale, è Martello ad essere il centro del film, il perno che fa ruotare storia e storie all'interno della narrazione. Una narrazione che è scrittura del caos per il caos, pur distinta in tre atti precisi, che parte da uno scontro totale, quello tra il caos, appunto, e il determinismo: Serrano è inizialmente vittima di forze esterne che ne determinano le azioni, non ha presa sul suo destino e lascia che siano queste a portarlo dinanzi all'opportunità di una vita. Martello è in tal senso la sua nemesi totale, un marionettista che è riuscito a fare strada in un ambiente a lui ostile sino a dominarlo. Ma quanto c'è di effettivamente casuale nelle loro azioni? E' da tale quesito che la storia prende il via ed è da questo punto che i conflitti cominciano a configurarsi.
L'odissea di Serrano si fa via via più delimitata, sino a prendere le forme di un tracciato preciso, quasi aritmetico nella sua costruzione, dove ogni dettaglio è cesellato per incastrarsi perfettamente all'interno del quadro generale. Laddove il caos è fanghiglia, la determinazione è l'appiglio per uscirne. E laddove questa fanghiglia ha le forme suadenti di quel bagno di miele, l'essere umano deve fuoriuscirne come forgiato a nuova forma.
Un caos che è quello produttivo proprio del "sistema-cinema" italiano, dove si arrabattano produttori-truffatori, divette finto-ribelli e ragazzetti cresciuti a pane e cinefilia che credono di essere autori fatti e finiti; mondo che viene connotato con una nota di cinismo smaccata, ma non sgradevole.
Caos che ha anche le forme di una scrittura apparentemente schizofrenica, di una regia che usa toni solo superficialmente altalenanti ed uno stile grottesco dove tutto è esagerato: tutti i personaggi sono cartooneschi, dal Serrano vero e proprio freak burtoniano che si aggira come sperduto per tutto il film alla matrona che ha il volto e il corpo generoso della Gerini, passando per il registucolo di belle speranze interpretato da Luca Vecchi, che sembra appena scappato dal set de "La Grande Bellezza" e i camorristi stile parodia di Crozza, fino ad arrivare a Martello, che, con un sigaro perennemente in bocca, viene caratterizzato da un Barbareschi sempre sopra le righe.
Resinaro tiene sempre salde le redini della narrazione e della messa in scena, purga ogni scena da inutili citazioni facendo propri i punti di riferimento, tanto che gli si può rimproverare unicamente il fatto di non aver pigiato sul pedale del grottesco fino in fondo: uno stile ancora più virato verso il demenziale avrebbe forse giovato al nugolo di personaggi che descrivere e alla pazza storia di cui sono protagonisti.
sabato 13 aprile 2019
sabato 6 aprile 2019
Shazam!
di David F.Sandberg.
con: Zachary Levi, Asher Angel, Mark Strong, Jack Dylan Grazer, Djimon Hounsou, Michelle Borth, Adam Brody, D.J.Cotrona.
Fantastico/Supereroistico/Commedia
Usa 2019
Creato nel 1939 per la Fawcett Comics da Bill Parker e C.C.Beck, Capitan Marvel è stato l'esempio supremo di come un clone possa eclissare l'originale a cui si ispira. La Fawcett Comics ordinò infatti ai due autori di creare un personaggio che potesse rivaleggiare con il Superman di casa DC, che aveva esordito sulle pagine di Action Comics appena un anno prima, mietendo enormi consensi. Parker e Beck risposero con un personaggio che ne era la fotocopia in tutto e per tutto: invulnerabile, superforte e iperveloce, nonché in grado di balzare oltre i grattacieli più alti. La sua vera particolarità era però del tutto inedita: la sua identità segreta era quella di un ragazzino, Billy Batson, al quale un mago ancestrale aveva donato i propri poteri in punto di morte; gridando la parola magica "Shazam!", Billy si trasforma nella sua controparte supereroistica ed adulta, nonché dotata della saggezza di Re Salomone, la forza di Ercole, la resistenza di Atlante, il potere dei fulmini di Zeus, il coraggio di Achille e la velocità di Mercurio, da cui l'acronimo del grido.
Questo strano clone di rosso vestito esordisce sulle pagine di Whiz Comics pochi mesi dopo l'Azzurrone di casa DC e ottiene subito ottimi consensi; con il tempo la sua popolarità non fa che aumentare, tanto che nel corso degli anni '40, la testata a lui dedicata surclassa persino le vendite di quella di Superman, divenendo l'eroe più amato dal pubblico americano. Nasce in questo periodo, la prima incarnazione cinematografica di Capitan Marvel, un serial nel quale ad indossare la cappa bianca è l'attore Tom Tyler, anch'esso di buon successo.
Con la fine della Golden Age dei comics, Capitan Marvel cade nel dimenticatoio e la Fawcett Comics chiude i battenti. I diritti del personaggio vengono così acquistati dalla DC, che nel 1972 lo ripropone ribattezzandolo con il suo famoso grido di guerra a causa di beghe legali: nel frattempo la Marvel aveva creato il proprio Capitan Mervel e opzionato i diritti per il nome. Il Marvel della DC continuerà comunque ad utilizzare il primo nome a fasi alterne, sostituendolo del tutto con Shazam solo a partire dalla creazione dei New 52 nel 2011.
E solo negli anni '70 si ha un tentativo di rilanciare il personaggio, con un telefilm andato avanti per 3 stagioni, prodotto dalla Filmation, che purtroppo non ottiene il successo sperato.
Shazam resta così confinato alle pagine dei fumetti per altri tre decenni. Un progetto per portarlo al cinema in una nuova veste arriva solo verso la fine degli anni '00: il successo dei primi film dei Marvel Studios dimostra come anche le proprietà intellettuali meno note al grande pubblico possano portare incassi giganteschi. E per Shazam si decide di rischiare: creare un film per l'eroe ed un film apposito per introdurre il suo acerrimo villain, la nemesi Black Adam, che su schermo avrà il volto di The Rock. Ma il limbo produttivo assorbe entrambe le produzioni, fino a poco tempo fa: sbloccatasi la situazione, si mette in pausa il film su Black Adam, utilizzando il film sull'eroe per "sondare il terreno" in cerca di consensi.
Tuttavia, trasporre su schermo le avventure del "piccolo grande supereroe" della Fawcett presenta un problema di certo non marginale: come rendere il film originale quando il suo protagonista è e resta poco più di un clone di Superman?
Per ovviare, la DC/Warner decide di intraprendere un approccio meno canonico e più in linea con la sua recente svolta produttiva. Niente più trame stratificate, personaggi emotivamente distrutti e atmosfera cupa, "Shazam!" è in tutto e per tutto una commedia adolescenziale con i superpoteri.
Il riferimento è dato dal classico "Big", citato apertamente in una scena. L'enfasi viene posta tutta su Billy Batson (Asher Angel), la sua storia e la sua dualità con la sua versione adulta (interpretata da un pompatissimo Zachary Levi). Shazam è un supereroe con la mente di un ragazzino e su questa impostazione è costruito il 90% del film, con gag a base di superpoteri fuori controllo e improbabili salvataggi.
L'atmosfera è quella spensierata delle commedie per ragazzi anni '80, ma David Sandberg non si riduce mai al citazionismo spicciolo, né alla pura nostalgia; piuttosto ricrea un vero e proprio film per famiglie "come si facevano una volta", dove non mancano né il turpiloquio, tantomeno il gusto per sequenze più cupe (in verità davvero poche).
La formula è quindi semplice, volutamente piatta, tant'è che i conflitti principali della storia vengono risolti alla bene e meglio; la storyline sulla ricerca di Billy della sua vera madre ha un epilogo drammatico, ma tutto sommato irrilevante; il crescente attaccamento di Billy alla sua nuova famiglia viene praticamente dato per scontato nel corso del film; mentre lo scontro con il cattivo di turno è meccanico, anche a causa della scarsissima caratterizzazione data a quest'ultimo.
E' facile capire ciò che "Shazam!" vuole essere: un semplice film-giocattolo per un pubblico molto giovane, nulla più. Se preso per quello che è, visionato con un occhio innocente e infantile, non ci può davvero lamentare: l'umorismo è riuscito e gli attori sono tutti in parte e simpatici, i 132 minuti di durata (che forse alla fin fine sono anche troppi) scorrono via benissimo e tanto basta; se invece si apprezzavano i precedenti film della DC per l'approccio "adulto" verso la materia, si rimarrà oltremodo delusi. Ma è meglio essere chiari: forse un approccio serio ad un personaggio come Capitan Marvel difficilmente avrebbe funzionato a dovere sul Grande Schermo.
con: Zachary Levi, Asher Angel, Mark Strong, Jack Dylan Grazer, Djimon Hounsou, Michelle Borth, Adam Brody, D.J.Cotrona.
Fantastico/Supereroistico/Commedia
Usa 2019
Creato nel 1939 per la Fawcett Comics da Bill Parker e C.C.Beck, Capitan Marvel è stato l'esempio supremo di come un clone possa eclissare l'originale a cui si ispira. La Fawcett Comics ordinò infatti ai due autori di creare un personaggio che potesse rivaleggiare con il Superman di casa DC, che aveva esordito sulle pagine di Action Comics appena un anno prima, mietendo enormi consensi. Parker e Beck risposero con un personaggio che ne era la fotocopia in tutto e per tutto: invulnerabile, superforte e iperveloce, nonché in grado di balzare oltre i grattacieli più alti. La sua vera particolarità era però del tutto inedita: la sua identità segreta era quella di un ragazzino, Billy Batson, al quale un mago ancestrale aveva donato i propri poteri in punto di morte; gridando la parola magica "Shazam!", Billy si trasforma nella sua controparte supereroistica ed adulta, nonché dotata della saggezza di Re Salomone, la forza di Ercole, la resistenza di Atlante, il potere dei fulmini di Zeus, il coraggio di Achille e la velocità di Mercurio, da cui l'acronimo del grido.
Questo strano clone di rosso vestito esordisce sulle pagine di Whiz Comics pochi mesi dopo l'Azzurrone di casa DC e ottiene subito ottimi consensi; con il tempo la sua popolarità non fa che aumentare, tanto che nel corso degli anni '40, la testata a lui dedicata surclassa persino le vendite di quella di Superman, divenendo l'eroe più amato dal pubblico americano. Nasce in questo periodo, la prima incarnazione cinematografica di Capitan Marvel, un serial nel quale ad indossare la cappa bianca è l'attore Tom Tyler, anch'esso di buon successo.
Con la fine della Golden Age dei comics, Capitan Marvel cade nel dimenticatoio e la Fawcett Comics chiude i battenti. I diritti del personaggio vengono così acquistati dalla DC, che nel 1972 lo ripropone ribattezzandolo con il suo famoso grido di guerra a causa di beghe legali: nel frattempo la Marvel aveva creato il proprio Capitan Mervel e opzionato i diritti per il nome. Il Marvel della DC continuerà comunque ad utilizzare il primo nome a fasi alterne, sostituendolo del tutto con Shazam solo a partire dalla creazione dei New 52 nel 2011.
E solo negli anni '70 si ha un tentativo di rilanciare il personaggio, con un telefilm andato avanti per 3 stagioni, prodotto dalla Filmation, che purtroppo non ottiene il successo sperato.
Shazam resta così confinato alle pagine dei fumetti per altri tre decenni. Un progetto per portarlo al cinema in una nuova veste arriva solo verso la fine degli anni '00: il successo dei primi film dei Marvel Studios dimostra come anche le proprietà intellettuali meno note al grande pubblico possano portare incassi giganteschi. E per Shazam si decide di rischiare: creare un film per l'eroe ed un film apposito per introdurre il suo acerrimo villain, la nemesi Black Adam, che su schermo avrà il volto di The Rock. Ma il limbo produttivo assorbe entrambe le produzioni, fino a poco tempo fa: sbloccatasi la situazione, si mette in pausa il film su Black Adam, utilizzando il film sull'eroe per "sondare il terreno" in cerca di consensi.
Tuttavia, trasporre su schermo le avventure del "piccolo grande supereroe" della Fawcett presenta un problema di certo non marginale: come rendere il film originale quando il suo protagonista è e resta poco più di un clone di Superman?
Per ovviare, la DC/Warner decide di intraprendere un approccio meno canonico e più in linea con la sua recente svolta produttiva. Niente più trame stratificate, personaggi emotivamente distrutti e atmosfera cupa, "Shazam!" è in tutto e per tutto una commedia adolescenziale con i superpoteri.
Il riferimento è dato dal classico "Big", citato apertamente in una scena. L'enfasi viene posta tutta su Billy Batson (Asher Angel), la sua storia e la sua dualità con la sua versione adulta (interpretata da un pompatissimo Zachary Levi). Shazam è un supereroe con la mente di un ragazzino e su questa impostazione è costruito il 90% del film, con gag a base di superpoteri fuori controllo e improbabili salvataggi.
L'atmosfera è quella spensierata delle commedie per ragazzi anni '80, ma David Sandberg non si riduce mai al citazionismo spicciolo, né alla pura nostalgia; piuttosto ricrea un vero e proprio film per famiglie "come si facevano una volta", dove non mancano né il turpiloquio, tantomeno il gusto per sequenze più cupe (in verità davvero poche).
La formula è quindi semplice, volutamente piatta, tant'è che i conflitti principali della storia vengono risolti alla bene e meglio; la storyline sulla ricerca di Billy della sua vera madre ha un epilogo drammatico, ma tutto sommato irrilevante; il crescente attaccamento di Billy alla sua nuova famiglia viene praticamente dato per scontato nel corso del film; mentre lo scontro con il cattivo di turno è meccanico, anche a causa della scarsissima caratterizzazione data a quest'ultimo.
E' facile capire ciò che "Shazam!" vuole essere: un semplice film-giocattolo per un pubblico molto giovane, nulla più. Se preso per quello che è, visionato con un occhio innocente e infantile, non ci può davvero lamentare: l'umorismo è riuscito e gli attori sono tutti in parte e simpatici, i 132 minuti di durata (che forse alla fin fine sono anche troppi) scorrono via benissimo e tanto basta; se invece si apprezzavano i precedenti film della DC per l'approccio "adulto" verso la materia, si rimarrà oltremodo delusi. Ma è meglio essere chiari: forse un approccio serio ad un personaggio come Capitan Marvel difficilmente avrebbe funzionato a dovere sul Grande Schermo.
lunedì 1 aprile 2019
Dumbo
di Tim Burton.
con: Colin Farrell, Nico Parker, Finley Hobbins, Danny DeVito, Eva Green, Michael Keaton, Alan Arkin, Roshan Seth.
Fantastico
Usa 2019
Oramai alla Disney non sanno più che pesci prendere; pur essendo il più grande conglomerato di Hollywood (e forse del mondo intero), la casa di Topolino non riesce a sfornare idee originali da anni; e se tramite la Marvel Studios e la Lucasfilm si limita a produrre e distribuire seguiti e spin-off di serie di successo, il marchio principale è impegnato quasi esclusivamente nel rivendere al pubblico i vecchi film del catalogo, i "classici dell'animazione", talvolta vecchi di quasi un secolo, tirati a lucido in una versione live-action che, puntualmente, non riesce ad eguagliare i fasti dell'originale e si limita a riproporre in maniera sterile e stanca personaggi e cliché; il pubblico, dal canto suo, sembra apprezzare davvero questo "usato garantito" e accorre in massa per rivedere vecchie glorie in una nuova veste, anzicché limitarsi a recuperare direttamente i vecchi film.
Con "Dumbo" ci si ritrova dinanzi alla cosiddetta "quadratura del cerchio": era stato proprio Tim Burton ad inaugurare il filone dei rifacimenti dei classici Disney circa 10 anni fa, con l'improponibile "Alice in Wonderland"; e l'originale "Dumbo" resta tutt'oggi uno dei classici più riusciti e amati. Il suo remake, invece, si rivela come un'opera arida e frettolosa, priva di mordente e persino di anima.
Messo da parte lo script originale, è Ehren Krueger a riscrivere la storia dell'elefantino volante, eliminando il punto di vista degli animali parlanti in favore di quello di inediti personaggi umani; ovviamente tutti stereotipati: il padre reduce di guerra che cerca di riallacciare i rapporti con i due figlioletti, orfani di madre e più maturi di quanto sembra; il capitano di industria pronto a tutto pur di lucrare, il direttore del circo ciarlone ma dal cuore d'oro e la bella di turno, che ovviamente preferisce i valori familiari al denaro; tutto secondo la tradizione, nulla di nuovo. Il lavoro di rifacimento, semmai, trova una minuscola nota di originalità nella costruzione della storia: metà film è un remake vero e proprio, la seconda metà una sorta di seguito che espande la storia; dove per "espande" si intende "aggiunge dosi di già visto al già visto": tutta la parte ambientata a Dreamland è talmente prevedibile ed elementare nello svolgimento al punto di poter essere vista senza traccia audio.
La storia, di conseguenza, non incanta né commuove mai davvero: si resta freddi dinanzi alle peripezie di Dumbo e dei suoi amici umani, non ci si commuove mai davvero della loro sorte, né si gioisce del loro trionfo, perché ogni singolo risvolto della storia ed ogni singola linea di dialogo è scontata sino all'inverosimile.
Ancora peggio è però la regia di Burton, totalmente ed incredibilmente anonima. Della carica visionaria che lo rese celebre, qui non è rimasto nulla, non un guizzo, non un'intuizione estetica che sia una, nulla. Ogni elemento visivo è rigorosamente privo di identità; basti paragonare il circo che qui porta in scena con quello visto in "Big Fish" per accorgersi di come, oggi, Burton manchi di anima: i freaks restano sempre sullo sfondo, non interagiscono mai davvero con i protagonisti se non tramite singole battutine; manca la fascinazione, quell'aura magica e sinistra che ne ha da sempre contraddistinto lo stile. Tant'è che la sua mano si nota solo nella scelta del cast, con le presenze di attori di razza quali Danny DeVito, Michael Keaton e Eva Green; nulla più.
La favoletta di Dumbo scorre così senza intoppi su schermo per le quasi due ore di durata, senza mai davvero prendere vita. Persino le scene più divertenti dell'originale qui sono assenti o relegate ad una pura apparizione: la formidabile sequenza della sbronza rivive in una sterile visione del numero delle bolle di sapone, mentre dei "corvi di Harlem" non c'è traccia, in ossequio ai dettami del politicamente corretto hollywoodiano che oramai castra ogni singola produzione.
Anonimo e inerte, figlio di un Tim Burton oramai bollito e ridotto a mero shooter per le major, "Dumbo" è uno spettacolo desolante e vuoto, che forse riuscirà a far felici solo i più piccini, sempre che si accontentino di poco.
con: Colin Farrell, Nico Parker, Finley Hobbins, Danny DeVito, Eva Green, Michael Keaton, Alan Arkin, Roshan Seth.
Fantastico
Usa 2019
Oramai alla Disney non sanno più che pesci prendere; pur essendo il più grande conglomerato di Hollywood (e forse del mondo intero), la casa di Topolino non riesce a sfornare idee originali da anni; e se tramite la Marvel Studios e la Lucasfilm si limita a produrre e distribuire seguiti e spin-off di serie di successo, il marchio principale è impegnato quasi esclusivamente nel rivendere al pubblico i vecchi film del catalogo, i "classici dell'animazione", talvolta vecchi di quasi un secolo, tirati a lucido in una versione live-action che, puntualmente, non riesce ad eguagliare i fasti dell'originale e si limita a riproporre in maniera sterile e stanca personaggi e cliché; il pubblico, dal canto suo, sembra apprezzare davvero questo "usato garantito" e accorre in massa per rivedere vecchie glorie in una nuova veste, anzicché limitarsi a recuperare direttamente i vecchi film.
Con "Dumbo" ci si ritrova dinanzi alla cosiddetta "quadratura del cerchio": era stato proprio Tim Burton ad inaugurare il filone dei rifacimenti dei classici Disney circa 10 anni fa, con l'improponibile "Alice in Wonderland"; e l'originale "Dumbo" resta tutt'oggi uno dei classici più riusciti e amati. Il suo remake, invece, si rivela come un'opera arida e frettolosa, priva di mordente e persino di anima.
Messo da parte lo script originale, è Ehren Krueger a riscrivere la storia dell'elefantino volante, eliminando il punto di vista degli animali parlanti in favore di quello di inediti personaggi umani; ovviamente tutti stereotipati: il padre reduce di guerra che cerca di riallacciare i rapporti con i due figlioletti, orfani di madre e più maturi di quanto sembra; il capitano di industria pronto a tutto pur di lucrare, il direttore del circo ciarlone ma dal cuore d'oro e la bella di turno, che ovviamente preferisce i valori familiari al denaro; tutto secondo la tradizione, nulla di nuovo. Il lavoro di rifacimento, semmai, trova una minuscola nota di originalità nella costruzione della storia: metà film è un remake vero e proprio, la seconda metà una sorta di seguito che espande la storia; dove per "espande" si intende "aggiunge dosi di già visto al già visto": tutta la parte ambientata a Dreamland è talmente prevedibile ed elementare nello svolgimento al punto di poter essere vista senza traccia audio.
La storia, di conseguenza, non incanta né commuove mai davvero: si resta freddi dinanzi alle peripezie di Dumbo e dei suoi amici umani, non ci si commuove mai davvero della loro sorte, né si gioisce del loro trionfo, perché ogni singolo risvolto della storia ed ogni singola linea di dialogo è scontata sino all'inverosimile.
Ancora peggio è però la regia di Burton, totalmente ed incredibilmente anonima. Della carica visionaria che lo rese celebre, qui non è rimasto nulla, non un guizzo, non un'intuizione estetica che sia una, nulla. Ogni elemento visivo è rigorosamente privo di identità; basti paragonare il circo che qui porta in scena con quello visto in "Big Fish" per accorgersi di come, oggi, Burton manchi di anima: i freaks restano sempre sullo sfondo, non interagiscono mai davvero con i protagonisti se non tramite singole battutine; manca la fascinazione, quell'aura magica e sinistra che ne ha da sempre contraddistinto lo stile. Tant'è che la sua mano si nota solo nella scelta del cast, con le presenze di attori di razza quali Danny DeVito, Michael Keaton e Eva Green; nulla più.
La favoletta di Dumbo scorre così senza intoppi su schermo per le quasi due ore di durata, senza mai davvero prendere vita. Persino le scene più divertenti dell'originale qui sono assenti o relegate ad una pura apparizione: la formidabile sequenza della sbronza rivive in una sterile visione del numero delle bolle di sapone, mentre dei "corvi di Harlem" non c'è traccia, in ossequio ai dettami del politicamente corretto hollywoodiano che oramai castra ogni singola produzione.
Anonimo e inerte, figlio di un Tim Burton oramai bollito e ridotto a mero shooter per le major, "Dumbo" è uno spettacolo desolante e vuoto, che forse riuscirà a far felici solo i più piccini, sempre che si accontentino di poco.
mercoledì 27 marzo 2019
Triple Frontier
di J.C. Chandor.
con: Ben Affleck, Oscar Isaac, Pedro Pascal, Charlie Hunnam, Garrett Hedlund, Adria Arjona, Louis Rodriguez.
Avventura/Azione
Usa 2019
Rimasto ingolfato nel limbo produttivo per circa 10 anni, "Triple Frontier" doveva essere la seconda opera figlia della collaborazione tra Kathryn Bigelow ed il compagno-sceneggiatore Mark Boal, all'indomani dell'Oscar per "The Hurt Locker"; così non è stato e se il film ha infine visto la luce è stato solo grazie a Netflix, che ha raccolto il progetto grazie al successo della serie "Narcos". Il che è ironico quando ci si rende contro di come il film di J.C. Chandor e la serie cult del colosso dello streaming abbiano in comune solo l'ambientazione sudamericana e la presenza nel cast di Pedro Pascal.
"Triple Frontier" non è, di fatto, un action convenzionale, almeno non totalmente, prediligendo il conflitto interiore dei protagonisti a quello con un antagonista vero e proprio, discostandosi così da tanto cinema d'azione moderno per rifarsi a classici quali "Il Tesoro della Sierra Madre" e "Il Salario della Paura".
Al centro della storia, la guerra ai narcos, questa volta nella giungla brasiliana, dove il contractor Santiago "Pope" Garcia (Oscar Isaac) è sulle tracce di un potente signore della droga; dopo l'ennesima operazione fallimentare, Pope decide un approccio meno ortodosso: una vera e propria rapina ai danni del narcotrafficante, travestita da black op, che ne garantisca l'eliminazione e consenta ai partecipanti di arricchirsi illecitamente. Per farlo, riunisce il vecchio battaglione, composto dal padre di famiglia "Redfly" Davis (Ben Affleck), il pilota "Catfish" Morales (Pedro Pascal) e i fratelli Miller (Charlie Hunnam e Garrett Hedlund), tutti ex militari caduti in disgrazia.
Boal scinde la storia in due parti distinte; la prima è un caper vero e proprio, con la preparazione e l'esecuzione del colpo, in cui ritroviamo, bene o male, tutti i luoghi comuni del filone: la vita quotidiana dei reduci, più o meno disperata, che li motiva ad intraprendere il colpo, la preparazione di questo, lo studio del luogo del delitto, il momento di indecisione e l'esecuzione. E' qui che lo script e la regia di Chandor danno il meglio, riuscendo a convogliare costantemente una tensione sottile eppure sempre palpabile, che esplode, poco alla volta, durante la lunga sequenza della rapina, a conti fatti la migliore di tutto il film.
La seconda parte è la caduta, ossia la lotta tra il gruppo di anti-eroi con i propri limiti e difetti. Eliminato l'antagonista, a disgregare il gruppo è un fattore interno, dato dall'avidità, risvegliatasi alla vista di quella villa letteralmente edificata con il denaro sporco del narcotraffico. Ed è qui che la storia mostra le proprie debolezze. L'analisi delle personalità in conflitto è superficiale e si risolve spesso in un nulla di fatto, non c'è vera tensione nella contrapposizione tra i personaggi, né nella descrizione della deriva morale delle singole personalità. Di fatto, quando il colpo di scena arriva, è già troppo tardi e non spiazza quanto dovrebbe, lasciando lo spettatore freddo. Il che è un peccato: il lavoro di messa in scena di Chandor è encomiabile, sopratutto nella costruzione delle sequenze d'azione, che ricorda molto quanto fatto da Sollima in "Soldado".
"Triple Frontier" resta così un action interessante, ma malriuscito, dalla direzione solida ma afflitto da uno script traballante, che non rende giustizia alle potenzialità della storia.
con: Ben Affleck, Oscar Isaac, Pedro Pascal, Charlie Hunnam, Garrett Hedlund, Adria Arjona, Louis Rodriguez.
Avventura/Azione
Usa 2019
Rimasto ingolfato nel limbo produttivo per circa 10 anni, "Triple Frontier" doveva essere la seconda opera figlia della collaborazione tra Kathryn Bigelow ed il compagno-sceneggiatore Mark Boal, all'indomani dell'Oscar per "The Hurt Locker"; così non è stato e se il film ha infine visto la luce è stato solo grazie a Netflix, che ha raccolto il progetto grazie al successo della serie "Narcos". Il che è ironico quando ci si rende contro di come il film di J.C. Chandor e la serie cult del colosso dello streaming abbiano in comune solo l'ambientazione sudamericana e la presenza nel cast di Pedro Pascal.
"Triple Frontier" non è, di fatto, un action convenzionale, almeno non totalmente, prediligendo il conflitto interiore dei protagonisti a quello con un antagonista vero e proprio, discostandosi così da tanto cinema d'azione moderno per rifarsi a classici quali "Il Tesoro della Sierra Madre" e "Il Salario della Paura".
Al centro della storia, la guerra ai narcos, questa volta nella giungla brasiliana, dove il contractor Santiago "Pope" Garcia (Oscar Isaac) è sulle tracce di un potente signore della droga; dopo l'ennesima operazione fallimentare, Pope decide un approccio meno ortodosso: una vera e propria rapina ai danni del narcotrafficante, travestita da black op, che ne garantisca l'eliminazione e consenta ai partecipanti di arricchirsi illecitamente. Per farlo, riunisce il vecchio battaglione, composto dal padre di famiglia "Redfly" Davis (Ben Affleck), il pilota "Catfish" Morales (Pedro Pascal) e i fratelli Miller (Charlie Hunnam e Garrett Hedlund), tutti ex militari caduti in disgrazia.
Boal scinde la storia in due parti distinte; la prima è un caper vero e proprio, con la preparazione e l'esecuzione del colpo, in cui ritroviamo, bene o male, tutti i luoghi comuni del filone: la vita quotidiana dei reduci, più o meno disperata, che li motiva ad intraprendere il colpo, la preparazione di questo, lo studio del luogo del delitto, il momento di indecisione e l'esecuzione. E' qui che lo script e la regia di Chandor danno il meglio, riuscendo a convogliare costantemente una tensione sottile eppure sempre palpabile, che esplode, poco alla volta, durante la lunga sequenza della rapina, a conti fatti la migliore di tutto il film.
La seconda parte è la caduta, ossia la lotta tra il gruppo di anti-eroi con i propri limiti e difetti. Eliminato l'antagonista, a disgregare il gruppo è un fattore interno, dato dall'avidità, risvegliatasi alla vista di quella villa letteralmente edificata con il denaro sporco del narcotraffico. Ed è qui che la storia mostra le proprie debolezze. L'analisi delle personalità in conflitto è superficiale e si risolve spesso in un nulla di fatto, non c'è vera tensione nella contrapposizione tra i personaggi, né nella descrizione della deriva morale delle singole personalità. Di fatto, quando il colpo di scena arriva, è già troppo tardi e non spiazza quanto dovrebbe, lasciando lo spettatore freddo. Il che è un peccato: il lavoro di messa in scena di Chandor è encomiabile, sopratutto nella costruzione delle sequenze d'azione, che ricorda molto quanto fatto da Sollima in "Soldado".
"Triple Frontier" resta così un action interessante, ma malriuscito, dalla direzione solida ma afflitto da uno script traballante, che non rende giustizia alle potenzialità della storia.
martedì 12 marzo 2019
La Stanza del Figlio
di Nanni Moretti.
con: Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Giuseppe Sanfelice, Silvio Orlando, Renato Scarpa, Roberto Sanfelice, Stefano Accorsi.
Drammatico
Italia, Francia 2001
A rivederlo oggi, inserito nel corpus dell'opera intera di Moretti, "La Stanza del Figlio" appare quasi come un film estraneo, lontano anni luce sia dall'autocitazionismo compiaciuto del Moretti anni '90 che dalla codardia retorica e ideologica de "Il Caimano". Un film "piccolo", che fa dell'interiorità il suo setting totalizzante, nel quale nessuna riflessione politica, né strettamente personale del "Moretti-uomo" trova spazio, almeno nel senso convenzionale al quale ci ha da sempre abituati.
Eppure, al contempo, "La Stanza del Figlio" non poteva che essere il passo successivo ad "Aprile": laddove, in quest'ultimo, il tema della paternità era centrale, nonché dipinto come perfetto controaltare alla crisi di valori generalizzata. Moretti fa così un passo più avanti per concretizzare, su schermo, una paura inconscia, eppure tangibile per ogni genitore, ossia quella della perdita.
La perdita del figlio arriva infatti all'improvviso ed è devastante. L'alter ego di Moretti, Giovanni Sermonti, è un uomo che, in teoria, dovrebbe essere razionale, ossia uno psicoanalista; lo vediamo alle prese con i pazienti, campionario umano di insicurezze: da Silvio Orlando (causa, in parte, della perdita), insicuro cronico (come da copione) che poi si scoprirà affetto da tumore, ad uno Stefano Accorsi che istrioneggia nei panni di un pervertito. Giovanni è un uomo chiamato a razionalizzare dolore e insicurezze altrui, che si trova, di punto in bianco, al centro di un tornado interiore che ne distrugge ogni stabilità.
Il ritratto del dolore è diretto, quasi cinico nella sua costruzione, eppure distaccato: Moretti non cerca l'emozione facile, quanto una forma di empatia verso quell'interiorità ora esposta. Ed il percorso di Giovanni è, in senso lato, esemplare: alla notizia della morte resta distrutto, cerca da subito un modo per scrollarsi di dosso quel dolore, di provare qualcosa di diverso per sentirsi vivo (la scena del luna park, stretta tra la notizia della morte e le ultime esequie), fino ad interiorizzarlo, lasciando che lo consumi da dentro, esplodendo talvolta nella quotidianità (la rabbia per le parole del prete, i litigi pretestuosi con la moglie).
Il ritratto che viene dato del dolore del distacco è credibile, Moretti dimostra una sensibilità inedita nel ritrarre il personaggio, così come nella costruzione del suo viaggio interiore.
Se il dolore all'inizio è devastante, esso viene via via assimilato, sino a divenire ossessione; tanto che non è la perdita in sé a distruggere davvero il personaggio, quanto la destabilizzazione che ne segue, sublimata nel rimpianto per ciò che non è stato (il fantasticare su come gli eventi avrebbero potuto svolgersi). Sino ad un ideale superamento, che si ha solo nella chiusa finale: le note di Brian Eno sottolineano l'impasse del personaggio, impanatosi nella sua stessa incapacità di razionalizzare l'accaduto, solo per poi lasciare che un ultimo sguardo suggerisca una possibile risoluzione, lasciata magnificamente tra le righe, più suggerita che effettivamente raccontata.
Se il ritratto coniato da Moretti è quindi, da un punto di vista della scrittura, impeccabile, non si può non tacere come "La Stanza del Figlio" sia anche l'opera nella quale l'egocentrismo e la genuina incapacità tecnica dell'autore si fanno davvero insostenibili.
Le immagini create da Moretti sono, qui come non mai, incredibilmente sciatte, sia a causa di una fotografia piattissima, che sfigurerebbe persino in un prodotto televisivo, sia per una scelta delle inquadrature semplicemente debole, dove ogni frame è incredibilmente arbitrario, ogni movimento di macchina privo di spessore e talvolta persino di giustificazione.
Immagini genuinamente brutte a cui fa il paio con la solita voglia di protagonismo di Moretti, il quale compare praticamente in ogni scena, lascia che siano i suoi dialoghi (o comunque quelli lo coinvolgono) a portare avanti storia ed intenzioni, si mette prepotentemente sempre al centro dell'attenzione, lasciando talvolta gli altri personaggi, in teoria anch'essi importanti, fatalmente sullo sfondo (basti vedere la scena di pianto della madre, inserita quasi a forza nel montaggio). L'esito è talvolta anche controproduttivo, basti vedere, su tutte, la scena in cui il personaggio di Giovanni sbotta sottolineando come tutto in casa sia "sbeccato", che da sola avrebbe fatto gridare allo scandalo in un dramma diretto da Ozpetek o della Comencini.
E' in un certo senso illuminante tracciare un paragone, nei limiti ovviamente di quanto possibile, con un altro dramma sulla perdita: "Bullet Ballet" di Tsukamoto; in quest'ultimo, il regista e interprete si metteva sempre a favore dell'immagine, lasciando che fosse questa a trasmettere l'emozione e sopratutto senza mai costruirla a sua misura, mettendo anzi il suo corpo a disposizione della stessa; Moretti, in verso opposto, concepisce tutte le immagini a suo favore, usando spesso i soli dialoghi a fare da significante; stile molto meno cinematografico, decisamente teatrale, che, appaiato alle immagini blande, fa capire come il buon Nanni forse meglio avrebbe fatto a lasciare il cinema ad altri, dedicandosi magari alla letteratura.
Difetti di messa in scena a parte, "La Stanza del Figlio" resta lo stesso un dramma incisivo e potente, prova della sensibilità di un autore talvolta troppo frettolosamente ed ingiustamente etichettato come cerebrale.
con: Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Giuseppe Sanfelice, Silvio Orlando, Renato Scarpa, Roberto Sanfelice, Stefano Accorsi.
Drammatico
Italia, Francia 2001
A rivederlo oggi, inserito nel corpus dell'opera intera di Moretti, "La Stanza del Figlio" appare quasi come un film estraneo, lontano anni luce sia dall'autocitazionismo compiaciuto del Moretti anni '90 che dalla codardia retorica e ideologica de "Il Caimano". Un film "piccolo", che fa dell'interiorità il suo setting totalizzante, nel quale nessuna riflessione politica, né strettamente personale del "Moretti-uomo" trova spazio, almeno nel senso convenzionale al quale ci ha da sempre abituati.
Eppure, al contempo, "La Stanza del Figlio" non poteva che essere il passo successivo ad "Aprile": laddove, in quest'ultimo, il tema della paternità era centrale, nonché dipinto come perfetto controaltare alla crisi di valori generalizzata. Moretti fa così un passo più avanti per concretizzare, su schermo, una paura inconscia, eppure tangibile per ogni genitore, ossia quella della perdita.
La perdita del figlio arriva infatti all'improvviso ed è devastante. L'alter ego di Moretti, Giovanni Sermonti, è un uomo che, in teoria, dovrebbe essere razionale, ossia uno psicoanalista; lo vediamo alle prese con i pazienti, campionario umano di insicurezze: da Silvio Orlando (causa, in parte, della perdita), insicuro cronico (come da copione) che poi si scoprirà affetto da tumore, ad uno Stefano Accorsi che istrioneggia nei panni di un pervertito. Giovanni è un uomo chiamato a razionalizzare dolore e insicurezze altrui, che si trova, di punto in bianco, al centro di un tornado interiore che ne distrugge ogni stabilità.
Il ritratto del dolore è diretto, quasi cinico nella sua costruzione, eppure distaccato: Moretti non cerca l'emozione facile, quanto una forma di empatia verso quell'interiorità ora esposta. Ed il percorso di Giovanni è, in senso lato, esemplare: alla notizia della morte resta distrutto, cerca da subito un modo per scrollarsi di dosso quel dolore, di provare qualcosa di diverso per sentirsi vivo (la scena del luna park, stretta tra la notizia della morte e le ultime esequie), fino ad interiorizzarlo, lasciando che lo consumi da dentro, esplodendo talvolta nella quotidianità (la rabbia per le parole del prete, i litigi pretestuosi con la moglie).
Il ritratto che viene dato del dolore del distacco è credibile, Moretti dimostra una sensibilità inedita nel ritrarre il personaggio, così come nella costruzione del suo viaggio interiore.
Se il dolore all'inizio è devastante, esso viene via via assimilato, sino a divenire ossessione; tanto che non è la perdita in sé a distruggere davvero il personaggio, quanto la destabilizzazione che ne segue, sublimata nel rimpianto per ciò che non è stato (il fantasticare su come gli eventi avrebbero potuto svolgersi). Sino ad un ideale superamento, che si ha solo nella chiusa finale: le note di Brian Eno sottolineano l'impasse del personaggio, impanatosi nella sua stessa incapacità di razionalizzare l'accaduto, solo per poi lasciare che un ultimo sguardo suggerisca una possibile risoluzione, lasciata magnificamente tra le righe, più suggerita che effettivamente raccontata.
Se il ritratto coniato da Moretti è quindi, da un punto di vista della scrittura, impeccabile, non si può non tacere come "La Stanza del Figlio" sia anche l'opera nella quale l'egocentrismo e la genuina incapacità tecnica dell'autore si fanno davvero insostenibili.
Le immagini create da Moretti sono, qui come non mai, incredibilmente sciatte, sia a causa di una fotografia piattissima, che sfigurerebbe persino in un prodotto televisivo, sia per una scelta delle inquadrature semplicemente debole, dove ogni frame è incredibilmente arbitrario, ogni movimento di macchina privo di spessore e talvolta persino di giustificazione.
Immagini genuinamente brutte a cui fa il paio con la solita voglia di protagonismo di Moretti, il quale compare praticamente in ogni scena, lascia che siano i suoi dialoghi (o comunque quelli lo coinvolgono) a portare avanti storia ed intenzioni, si mette prepotentemente sempre al centro dell'attenzione, lasciando talvolta gli altri personaggi, in teoria anch'essi importanti, fatalmente sullo sfondo (basti vedere la scena di pianto della madre, inserita quasi a forza nel montaggio). L'esito è talvolta anche controproduttivo, basti vedere, su tutte, la scena in cui il personaggio di Giovanni sbotta sottolineando come tutto in casa sia "sbeccato", che da sola avrebbe fatto gridare allo scandalo in un dramma diretto da Ozpetek o della Comencini.
E' in un certo senso illuminante tracciare un paragone, nei limiti ovviamente di quanto possibile, con un altro dramma sulla perdita: "Bullet Ballet" di Tsukamoto; in quest'ultimo, il regista e interprete si metteva sempre a favore dell'immagine, lasciando che fosse questa a trasmettere l'emozione e sopratutto senza mai costruirla a sua misura, mettendo anzi il suo corpo a disposizione della stessa; Moretti, in verso opposto, concepisce tutte le immagini a suo favore, usando spesso i soli dialoghi a fare da significante; stile molto meno cinematografico, decisamente teatrale, che, appaiato alle immagini blande, fa capire come il buon Nanni forse meglio avrebbe fatto a lasciare il cinema ad altri, dedicandosi magari alla letteratura.
Difetti di messa in scena a parte, "La Stanza del Figlio" resta lo stesso un dramma incisivo e potente, prova della sensibilità di un autore talvolta troppo frettolosamente ed ingiustamente etichettato come cerebrale.
giovedì 7 marzo 2019
Captain Marvel
di Anna Boden & Ryan Fleck.
con: Brie Larson, Samuel L.Jackson, Jude Law, Lashana Lynch, Ben Mendelsohn, Clark Gregg, Djimon Hounsou, Annette Benning, Lee Pace.
Supereroistico/Fantastico
Usa 2019
La controversia che ha coinvolto Brie Larson, la Disney e i "troll" nei giorni scorsi è la prova tangibile di quanto ci sia di sbagliato nel mondo dell'entarteinement odierno; una controversia in cui, è bene essere chiari, tutte le parti in causa hanno torto, in un modo o nell'altro.
Per principio, ha sbagliato la Disney ha voler vendere "Captain Marvel" come "il film femminista per antonomasia", affidandosi per la campagna promozionale totalmente alla Larson, contando sulla sua notorietà in quanto Social Justice Warrior e paladina dei diritti delle minoranze, senza immaginare come i suoi metodi avrebbero potuto nuocere alla promozione del film e, prima ancora, senza voler davvero fare un film che sia davvero femminista, ma solo vendendo come tale un comune film di supereroi.
Ha sbagliato la Larson nel momento in cui ha deciso di creare una discrasia tra "coloro ai quali il film è destinato" e "tutti gli altri", introducendo una discriminazione basata sul sesso del pubblico che, per ovvi motivi, a molti non è andata giù; nonché, prima ancora, ha sbagliato ad utilizzare toni vichinghi nella sua perenne battaglia contro "il maschio bianco", il quale non dovrebbe rientrare nel target demografico per il quale alcuni film sono stati pensati: si può essere d'accordo sul fatto che "A Wrinkle in Time" non sia un film destinato al "maschio bianco quarantenne", ma ad un pubblico di bambine di colore, ma non si può certo biasimare una persona per avere un'opinione sul film solo perché adulta e caucasica, né affermare come la loro opinione conti di meno degli altri, pena, appunto, una discriminazione basata sul sesso e l'etnia, ossia un controsenso per una persona che si ritiene inclusivista.
Ma, ancora prima, ha sbagliato a voler politicizzare la sua partecipazione al film, a voler sbandierare come il suo ingresso presso la scuderia di Kevin Feige sia stata una mossa per poter meglio promuovere la sua agenda politica, sopratutto laddove, è bene continuare a tenerlo presente, il film alla fine non ha il messaggio femminista che gli autori vorrebbero far credere.
Hanno sbagliato, infine, i fan della Marvel e, in generale, tutti i detrattori del film e della Larson quando hanno invaso Rotten Tomatoes con dichiarazioni di odio verso il film, dimostrando di essere tanto stupidi quanto le persone che criticano, riproponendo quello squallido teatrino dell'odio che aveva già ingiustamente colpito Kelly Marie Tan e "Gli Ultimi Jedi".
Ed è proprio questa coincidenza nei modi in cui la questione è stata affrontata, da una parte e dall'altra, a destare maggiore perplessità: se la Larson crede davvero che sia giusto creare una società più inclusiva, senza discriminare nessuno e, anzi, valorizzando chi di solito viene messo ai margini (come ha puntualizzato nell'intervista, patrocinata dalla stessa Disney, rilasciata a seguito della pessime reazioni generate dalle sue prime affermazioni), allora perché demonizzare parte del pubblico, ossia quelle persone che, nel bene o nel male, non fanno parte di nessuna "minoranza"?
E se davvero questi ultimi si sono sentiti offesi, dal tono prima ancora che dalle parole dell'attrice, perché non si sono semplicemente limitati ad ignorare il film, come successo giusto tre anni fa con "Ghostbusters"?
Ogni risposta possibile a tali interrogativi risulta a dir poco sinistra, indice di come, spesso, anche le migliori intenzioni possano generare ingiustizie e di come molte persone, siano esse attrici di grido premiate con l'Oscar che comuni utenti di Internet, ben farebbero a pensare prima di aprire bocca, sopratutto quando credono di essere discriminati o decidono di farsi portavoce di una causa, più o meno importante che sia.
Una cosa è certa: tutto questo caos ha garantito una visibilità maggiore ad un prodotto che, alla fin fine, interessava davvero solo a pochi, sia a causa della poca notorietà del personaggio, sia a causa della natura stessa del film, semplice "risposta made in Marvel" al successo di "Wonder Woman".
Questo perché Capitan Marvel, in entrambe le sue incarnazioni, ha sempre fatto parte di quella categoria secondaria di personaggi Marvel, talvolta ignorata dagli stessi aficionados della Casa delle Idee. Un personaggio che non ha praticamente mai fatto breccia nel cuore dei lettori, né è stato protagonista di storie o eventi interessanti, se non negli ultimissimi anni.
Il primo Capitan Marvel, di sesso maschile, noto anche come Mar-Vell viene creato dal compianto Stan Lee e da Gene Colan nel 1967. E va subito fatto un distinguo: nulla centra questo personaggio con il Capitan Marvel della DC Comics, noto clone di Superman creato da C.C. Beck e Bill Parker nel 1940, poi ribattezzato "Shazam" per motivi di copyright.
Il Mar-Vell di Lee e Conlan è una spia degli alieni Kree che, giunto sulla Terra, decide di ribellarsi ai suoi superiori per divenirne il custode, sopratutto contro la minaccia degli alieni mutaforma Skrull; un soldato spaziale che si fa giustiziere dotato di superpoteri fin troppo simile al Lanterna Verde rilanciato da John Broome qualche anno prima (anche se l'imitazione made in Marvel di Lanterna Verde "ufficiale" resta Nova). Scarsa originalità che fa il paio con storie di puro disimpegno, semplicistiche e spesso prive di quello charme che persino i primi fumetti Marvel possono vantare.
Tant'è che non sarebbe sbagliato dire che la cosa migliore che Mar-Vell ha fatto in 15 anni di vita editoriale è stato ammalarsi di cancro e morire. Cinico ma indubbio: "La Morte di Capitan Marvel", scritto da Jim Starlin e pubblicato nel 1982, rappresenta una delle migliori storie targate Marvel di sempre. In essa, un Mar-Vell al capezzale viene assistito da tutti gli eroi del relativo pantheon, ma anche dai vecchi nemici, toccati nel profondo dalla prossima dipartita di un antagonista del quale rispettano il codice d'onore. E proprio toccante è il termine più adatto per definire una storia profonda sulla fragilità della vita, dove un personaggio invincibile viene distrutto dal più terreno dei mali.
A prenderne il posto nell'Universo Marvel è così l'ex fidanzata e pilota Carol Danvers che, irradiata dall'esplosione di un macchinario fantascientifico, scopre di aver ereditato le abilità del suo ex, sviluppando superforza, invincibilità e l'abilità di volare, divenendo l'eroina nota come Miss Marvel e, dal 2012, riprendendo anche il nome di Capitan Marvel.
Sfortunatamente, Carol Danvers è rimasto, sino ai tempi recenti, un personaggio tutto sommato piatto, nonché perennemente ancorato sullo sfondo dei maxi-eventi più importanti; scarse sono le storie che l'hanno vista protagonista, tutte rigorosamente blande; mentre, come membro degli Avengers, è stata tristemente al centro di alcune tra le scelte editoriali e narrative più discutibili della Marvel.
In "Avengers n°200", Carol si scopre misteriosamente incinta di una forza occulta, la cui gestazione è istantanea; se il mistero è intrigante, la risoluzione è sconcertante: il figlio di Miss Marvel è un'entità cosmica originaria di una dimensione alternativa e venuta dal futuro... per ingravidare la propria genitrice e poter rinascere!!!! Tutto questo in un numero celebrativo della testata... certo che celebrare quello che è a tutti gli effetti un albo per bambini e pre-adolescenti con una storia a base di incesto e stupro è stata davvero una bella trovata.
Per la povera Carol le cose non vanno meglio più avanti: forse per darle un tratto caratteriale più marcato, si decide di trasformarla in un'alcolizzata a là Tony Stark, senza però farle mai prendere di petto il problema dell'alcolismo, se non parecchi anni dopo.
Non paghi di una tale scelta, gli editor danno la stoccata finale al personaggio mandandola in coma: la mutante Rogue, inizialmente malvagia, usa la sua forza "rubapoteri" su Carol, assorbendone la forza vitale assieme alle abilità combattive, lasciandola in stato di incoscienza pressocché perenne.
Solo in anni recenti si è cercato di rilanciare davvero il personaggio, dopo averla trasformata prima in un essere cosmico, poi in un'agguerrita militante di supporto agli Avengers nota con il nome di Warbird. Alla Marvel, oramai sotto l'egida della Disney, la parola d'ordine è diventa la diversificazione e ogni personaggio deve rappresentare in un modo o nell'altro una diversa etnia o un diverso sesso. Trovata che appare criticabile solo in apparenza: dopotutto, si tratta pur sempre di vendere un prodotto, voler allargare il bacino d'utenza è normale strategia di marketing. Carol Danvers viene così resuscitata, svecchiata e diviene protagonista di prima fila di molte storie. Persino la sua origin-story viene ripensata per essere più alla moda: non più erede di Mar-Vell, Carol scopre di essere in parte Kree, di aver sempre avuto, in latenza, i suoi poteri, semplicemente "risvegliati" dall'azione dell'esplosione.
L'idea è chiara: Capitan Marvel deve essere l'equivalente di Wonder Woman anche su carta, una supereroina nella quale le ragazze e bambine di tutto il mondo possano rivedersi e, sopratutto, che possa divenire un vero e proprio simbolo del femminismo. Ma la qualità delle storie che la vedono protagonista varia dal mediocre al pessimo (basti leggere, su tutte, l'incredibilmente stupido "Civil War II") e, nonostante i continui rilanci, con un ridicolo proliferare di nuovi "numeri 1", la sua testata non conquista davvero nessuno, né i vecchi fan, né i nuovi lettori; fallisce persino nel convincere il fandom femminile, più intrigato da personaggi quali She-Hulk o Vedova Nera. Finanche la nuova Miss Marvel, l'adolescente di origini pakistane Kamala Khan, risulta più amata e seguita, nonostante sia stata concepita e creata con l'esclusivo fine di far colpo su una demografia del tutto determinata.

Accoglienza tiepida della testata che non ha di certo fermato Kevin Feige: la Marvel Studios doveva avere il suo "Wonder Woman", doveva divenire l'alfiere del veterofemminismo d'accatto che tanto furore genera su Internet, doveva conquistare quel pubblico femminile che, in un modo o nell'altro, non ha interesse nei comic-movie. Fare un film sulla Vedova Nera della Johansson sarebbe stato troppo riduttivo, non avrebbe consentito di usare un soggetto da vero blockbuster. Da qui la scelta di un personaggio che ha poteri divini, capace di tenere testa all'Amazzone di casa DC, a prescindere dal fatto che un film su di un personaggio di second'ordine e privo di spessore potesse davvero essere riuscito.
La carte in tavola, inutile persino esplicitarlo, erano tutte pessime: un personaggio poco conosciuto e poco amato, protagonista di un film nato per lucrare facendo colpo su di una determinata fetta di pubblico, utile solo ad aumentare il numero di spettatori del MCU, venduto già inizialmente come un film femminista e che, di conseguenza, sarebbe potuto non piacere solo a convinti misogini, per di più pubblicizzato in modo squallido, facendo leva sui più bassi istinti sia dei supporter che degli hater. E se l'utilizzo di polemiche e insulti come marketing è una pratica che resta inescusabile (e che forse alla fine neanche pagherà), la scarsa notorietà di Carol Danvers non era per forza indice di una possibile scarsa qualità di una sua trasposizione su Grande Schermo: basti pensare in proposito alle trasposizioni di quei "Guardiani della Galassia" praticamente sconosciuti anche ai lettori Marvel più accaniti prima del loro esordio al cinema.
Tutti questi dubbi e queste critiche, dettate da pregiudizi più o meno stupidi e dall'azione deleteria di una campagna promozionale idiota e bigotta, si sciolgono come neve al sole quando si assiste al film. Il quale si rivela essere un "semplice" comic-movie, dove il messaggio femminista resta sempre timido, quasi abbozzato in una storia che non fa dell'emancipazione della protagonista un vero tratto caratteriale.
La Carol Denvers del film, infatti, è un semplice soldato Kree che scoprirà la sua vera natura di terrestre a seguito dei burrascosi eventi di cui è protagonista. La presa di coscienza di sé non porta direttamente a distaccarsi da quel sistema di valori del quale ha sempre fatto parte: ciò avviene solo quando realizza come il nemico (gli Skrull) altri non è se non una vittima di una guerra ingiusta che si barcamena per sopravvivere. La scoperta di una forza interiore, poi, nulla ha a che vedere con il femminino, né con un percorso emancipativo vero e proprio: la capacità di (letteralmente) rialzarsi a discapito di ogni avversità è tratto caratteriale comune a tutti gli esseri umani a prescindere dal sesso. Né si ha, nella storia, una forma di realizzazione di sé stessi che porti ad un miglioramento effettivo del personaggio: la metafora del superpotere "bloccato", ideale sinonimo di una coscienza anche identitaria incompleta che castra la forza della protagonista, non è mai tale, non è una metafora vera e propria, ma mero escamotage narrativo usato per creare tensione; tant'è che Carol utilizza al pieno i suoi poteri quando si disfa del microchip che le è stato impiantato dai suoi nemici, non quando riscopre sé stessa.
Persino la polemica secondo cui il maschio bianco sia il cattivo del film cade a vuoto quando si realizza che il vero cattivo, la Suprema Intelligenza Kree, appare a Carol sotto spoglie femminili.
Il messaggio femminista viene così relegato a sparute linee di dialogo, praticamente tre in tutto il film: Maria e Carol che vogliono "insegnare ai ragazzi a volare", Maria si lamenta di come, negli anni '80, alle donne pilota fosse consentito solo fare le collaudatrici e la one-line con cui Carol atterra Yon-Rogg alla fine del confronto finale.
Molto più riuscita è la metafora sull'immigrazione, forse il vero cuore pulsante del film. Gli Skrull, da sempre ritratti nei fumetti Marvel come invasori malvagi, divengono le vittime perseguitate che si infiltrano in società aliene per sfuggire allo sterminio e, per di più, in cerca di una casa in cui prosperare.
Metafore e metareferenzialità a parte, "Captain Marvel" è un pop-corn tutto sommato divertente, anche se a tratti blando. Nonostante l'ambientazione d'epoca, il duo di registi non sfrutta a dovere l'effetto nostalgia, se non tramite l'inserimento di un paio di canzoni durante i momenti topici (semplicemente trash l'uso di "Just a Girl" in uno dei combattimenti), non riuscendo mai a davvero a dare un'anima d'antan al tutto, come invece riusciva a James Gunn nel dittico sui Guardiani della Galassia o a Taika Waiti in "Thor: Ragnarok".
Più riuscita è invece la ripresa del modello del "buddy cop movie", con Samuel L.Jackson a fare da spalla comica all'indomita Larson, rubando spesso e volentieri la scena, anche a fronte di un umorismo che purtroppo spesso casca a vuoto (l'unica gag davvero riuscita è quella in cui Fury perde l'occhio, vera e propria pernacchia a tutti quei fan che prendono fin troppo sul serio certi prodotti). E se l'azione è blanda e poco ispirata come da tradizione, il ritmo bene o male sempre alto rende il tutto divertente, mai noioso.
"Captain Marvel" si rivela così essere un semplice film di intrattenimento con vaghissime pretese sociali. Se per la Larson e Kevin Feige questa simpatica ma innocua storia di supereroi spaziali è una metafora sociale, spiace dirlo, ma hanno davvero ancora molto da imparare.
con: Brie Larson, Samuel L.Jackson, Jude Law, Lashana Lynch, Ben Mendelsohn, Clark Gregg, Djimon Hounsou, Annette Benning, Lee Pace.
Supereroistico/Fantastico
Usa 2019
---CONTIENE SPOILER---
La controversia che ha coinvolto Brie Larson, la Disney e i "troll" nei giorni scorsi è la prova tangibile di quanto ci sia di sbagliato nel mondo dell'entarteinement odierno; una controversia in cui, è bene essere chiari, tutte le parti in causa hanno torto, in un modo o nell'altro.
Per principio, ha sbagliato la Disney ha voler vendere "Captain Marvel" come "il film femminista per antonomasia", affidandosi per la campagna promozionale totalmente alla Larson, contando sulla sua notorietà in quanto Social Justice Warrior e paladina dei diritti delle minoranze, senza immaginare come i suoi metodi avrebbero potuto nuocere alla promozione del film e, prima ancora, senza voler davvero fare un film che sia davvero femminista, ma solo vendendo come tale un comune film di supereroi.
Ha sbagliato la Larson nel momento in cui ha deciso di creare una discrasia tra "coloro ai quali il film è destinato" e "tutti gli altri", introducendo una discriminazione basata sul sesso del pubblico che, per ovvi motivi, a molti non è andata giù; nonché, prima ancora, ha sbagliato ad utilizzare toni vichinghi nella sua perenne battaglia contro "il maschio bianco", il quale non dovrebbe rientrare nel target demografico per il quale alcuni film sono stati pensati: si può essere d'accordo sul fatto che "A Wrinkle in Time" non sia un film destinato al "maschio bianco quarantenne", ma ad un pubblico di bambine di colore, ma non si può certo biasimare una persona per avere un'opinione sul film solo perché adulta e caucasica, né affermare come la loro opinione conti di meno degli altri, pena, appunto, una discriminazione basata sul sesso e l'etnia, ossia un controsenso per una persona che si ritiene inclusivista.
Ma, ancora prima, ha sbagliato a voler politicizzare la sua partecipazione al film, a voler sbandierare come il suo ingresso presso la scuderia di Kevin Feige sia stata una mossa per poter meglio promuovere la sua agenda politica, sopratutto laddove, è bene continuare a tenerlo presente, il film alla fine non ha il messaggio femminista che gli autori vorrebbero far credere.
Hanno sbagliato, infine, i fan della Marvel e, in generale, tutti i detrattori del film e della Larson quando hanno invaso Rotten Tomatoes con dichiarazioni di odio verso il film, dimostrando di essere tanto stupidi quanto le persone che criticano, riproponendo quello squallido teatrino dell'odio che aveva già ingiustamente colpito Kelly Marie Tan e "Gli Ultimi Jedi".
Ed è proprio questa coincidenza nei modi in cui la questione è stata affrontata, da una parte e dall'altra, a destare maggiore perplessità: se la Larson crede davvero che sia giusto creare una società più inclusiva, senza discriminare nessuno e, anzi, valorizzando chi di solito viene messo ai margini (come ha puntualizzato nell'intervista, patrocinata dalla stessa Disney, rilasciata a seguito della pessime reazioni generate dalle sue prime affermazioni), allora perché demonizzare parte del pubblico, ossia quelle persone che, nel bene o nel male, non fanno parte di nessuna "minoranza"?
E se davvero questi ultimi si sono sentiti offesi, dal tono prima ancora che dalle parole dell'attrice, perché non si sono semplicemente limitati ad ignorare il film, come successo giusto tre anni fa con "Ghostbusters"?
Ogni risposta possibile a tali interrogativi risulta a dir poco sinistra, indice di come, spesso, anche le migliori intenzioni possano generare ingiustizie e di come molte persone, siano esse attrici di grido premiate con l'Oscar che comuni utenti di Internet, ben farebbero a pensare prima di aprire bocca, sopratutto quando credono di essere discriminati o decidono di farsi portavoce di una causa, più o meno importante che sia.
Una cosa è certa: tutto questo caos ha garantito una visibilità maggiore ad un prodotto che, alla fin fine, interessava davvero solo a pochi, sia a causa della poca notorietà del personaggio, sia a causa della natura stessa del film, semplice "risposta made in Marvel" al successo di "Wonder Woman".
Questo perché Capitan Marvel, in entrambe le sue incarnazioni, ha sempre fatto parte di quella categoria secondaria di personaggi Marvel, talvolta ignorata dagli stessi aficionados della Casa delle Idee. Un personaggio che non ha praticamente mai fatto breccia nel cuore dei lettori, né è stato protagonista di storie o eventi interessanti, se non negli ultimissimi anni.
Il primo Capitan Marvel, di sesso maschile, noto anche come Mar-Vell viene creato dal compianto Stan Lee e da Gene Colan nel 1967. E va subito fatto un distinguo: nulla centra questo personaggio con il Capitan Marvel della DC Comics, noto clone di Superman creato da C.C. Beck e Bill Parker nel 1940, poi ribattezzato "Shazam" per motivi di copyright.
Il Mar-Vell di Lee e Conlan è una spia degli alieni Kree che, giunto sulla Terra, decide di ribellarsi ai suoi superiori per divenirne il custode, sopratutto contro la minaccia degli alieni mutaforma Skrull; un soldato spaziale che si fa giustiziere dotato di superpoteri fin troppo simile al Lanterna Verde rilanciato da John Broome qualche anno prima (anche se l'imitazione made in Marvel di Lanterna Verde "ufficiale" resta Nova). Scarsa originalità che fa il paio con storie di puro disimpegno, semplicistiche e spesso prive di quello charme che persino i primi fumetti Marvel possono vantare.
Tant'è che non sarebbe sbagliato dire che la cosa migliore che Mar-Vell ha fatto in 15 anni di vita editoriale è stato ammalarsi di cancro e morire. Cinico ma indubbio: "La Morte di Capitan Marvel", scritto da Jim Starlin e pubblicato nel 1982, rappresenta una delle migliori storie targate Marvel di sempre. In essa, un Mar-Vell al capezzale viene assistito da tutti gli eroi del relativo pantheon, ma anche dai vecchi nemici, toccati nel profondo dalla prossima dipartita di un antagonista del quale rispettano il codice d'onore. E proprio toccante è il termine più adatto per definire una storia profonda sulla fragilità della vita, dove un personaggio invincibile viene distrutto dal più terreno dei mali.
A prenderne il posto nell'Universo Marvel è così l'ex fidanzata e pilota Carol Danvers che, irradiata dall'esplosione di un macchinario fantascientifico, scopre di aver ereditato le abilità del suo ex, sviluppando superforza, invincibilità e l'abilità di volare, divenendo l'eroina nota come Miss Marvel e, dal 2012, riprendendo anche il nome di Capitan Marvel.
Sfortunatamente, Carol Danvers è rimasto, sino ai tempi recenti, un personaggio tutto sommato piatto, nonché perennemente ancorato sullo sfondo dei maxi-eventi più importanti; scarse sono le storie che l'hanno vista protagonista, tutte rigorosamente blande; mentre, come membro degli Avengers, è stata tristemente al centro di alcune tra le scelte editoriali e narrative più discutibili della Marvel.
In "Avengers n°200", Carol si scopre misteriosamente incinta di una forza occulta, la cui gestazione è istantanea; se il mistero è intrigante, la risoluzione è sconcertante: il figlio di Miss Marvel è un'entità cosmica originaria di una dimensione alternativa e venuta dal futuro... per ingravidare la propria genitrice e poter rinascere!!!! Tutto questo in un numero celebrativo della testata... certo che celebrare quello che è a tutti gli effetti un albo per bambini e pre-adolescenti con una storia a base di incesto e stupro è stata davvero una bella trovata.
Per la povera Carol le cose non vanno meglio più avanti: forse per darle un tratto caratteriale più marcato, si decide di trasformarla in un'alcolizzata a là Tony Stark, senza però farle mai prendere di petto il problema dell'alcolismo, se non parecchi anni dopo.
Non paghi di una tale scelta, gli editor danno la stoccata finale al personaggio mandandola in coma: la mutante Rogue, inizialmente malvagia, usa la sua forza "rubapoteri" su Carol, assorbendone la forza vitale assieme alle abilità combattive, lasciandola in stato di incoscienza pressocché perenne.
Solo in anni recenti si è cercato di rilanciare davvero il personaggio, dopo averla trasformata prima in un essere cosmico, poi in un'agguerrita militante di supporto agli Avengers nota con il nome di Warbird. Alla Marvel, oramai sotto l'egida della Disney, la parola d'ordine è diventa la diversificazione e ogni personaggio deve rappresentare in un modo o nell'altro una diversa etnia o un diverso sesso. Trovata che appare criticabile solo in apparenza: dopotutto, si tratta pur sempre di vendere un prodotto, voler allargare il bacino d'utenza è normale strategia di marketing. Carol Danvers viene così resuscitata, svecchiata e diviene protagonista di prima fila di molte storie. Persino la sua origin-story viene ripensata per essere più alla moda: non più erede di Mar-Vell, Carol scopre di essere in parte Kree, di aver sempre avuto, in latenza, i suoi poteri, semplicemente "risvegliati" dall'azione dell'esplosione.
L'idea è chiara: Capitan Marvel deve essere l'equivalente di Wonder Woman anche su carta, una supereroina nella quale le ragazze e bambine di tutto il mondo possano rivedersi e, sopratutto, che possa divenire un vero e proprio simbolo del femminismo. Ma la qualità delle storie che la vedono protagonista varia dal mediocre al pessimo (basti leggere, su tutte, l'incredibilmente stupido "Civil War II") e, nonostante i continui rilanci, con un ridicolo proliferare di nuovi "numeri 1", la sua testata non conquista davvero nessuno, né i vecchi fan, né i nuovi lettori; fallisce persino nel convincere il fandom femminile, più intrigato da personaggi quali She-Hulk o Vedova Nera. Finanche la nuova Miss Marvel, l'adolescente di origini pakistane Kamala Khan, risulta più amata e seguita, nonostante sia stata concepita e creata con l'esclusivo fine di far colpo su una demografia del tutto determinata.

Accoglienza tiepida della testata che non ha di certo fermato Kevin Feige: la Marvel Studios doveva avere il suo "Wonder Woman", doveva divenire l'alfiere del veterofemminismo d'accatto che tanto furore genera su Internet, doveva conquistare quel pubblico femminile che, in un modo o nell'altro, non ha interesse nei comic-movie. Fare un film sulla Vedova Nera della Johansson sarebbe stato troppo riduttivo, non avrebbe consentito di usare un soggetto da vero blockbuster. Da qui la scelta di un personaggio che ha poteri divini, capace di tenere testa all'Amazzone di casa DC, a prescindere dal fatto che un film su di un personaggio di second'ordine e privo di spessore potesse davvero essere riuscito.
La carte in tavola, inutile persino esplicitarlo, erano tutte pessime: un personaggio poco conosciuto e poco amato, protagonista di un film nato per lucrare facendo colpo su di una determinata fetta di pubblico, utile solo ad aumentare il numero di spettatori del MCU, venduto già inizialmente come un film femminista e che, di conseguenza, sarebbe potuto non piacere solo a convinti misogini, per di più pubblicizzato in modo squallido, facendo leva sui più bassi istinti sia dei supporter che degli hater. E se l'utilizzo di polemiche e insulti come marketing è una pratica che resta inescusabile (e che forse alla fine neanche pagherà), la scarsa notorietà di Carol Danvers non era per forza indice di una possibile scarsa qualità di una sua trasposizione su Grande Schermo: basti pensare in proposito alle trasposizioni di quei "Guardiani della Galassia" praticamente sconosciuti anche ai lettori Marvel più accaniti prima del loro esordio al cinema.
Tutti questi dubbi e queste critiche, dettate da pregiudizi più o meno stupidi e dall'azione deleteria di una campagna promozionale idiota e bigotta, si sciolgono come neve al sole quando si assiste al film. Il quale si rivela essere un "semplice" comic-movie, dove il messaggio femminista resta sempre timido, quasi abbozzato in una storia che non fa dell'emancipazione della protagonista un vero tratto caratteriale.
La Carol Denvers del film, infatti, è un semplice soldato Kree che scoprirà la sua vera natura di terrestre a seguito dei burrascosi eventi di cui è protagonista. La presa di coscienza di sé non porta direttamente a distaccarsi da quel sistema di valori del quale ha sempre fatto parte: ciò avviene solo quando realizza come il nemico (gli Skrull) altri non è se non una vittima di una guerra ingiusta che si barcamena per sopravvivere. La scoperta di una forza interiore, poi, nulla ha a che vedere con il femminino, né con un percorso emancipativo vero e proprio: la capacità di (letteralmente) rialzarsi a discapito di ogni avversità è tratto caratteriale comune a tutti gli esseri umani a prescindere dal sesso. Né si ha, nella storia, una forma di realizzazione di sé stessi che porti ad un miglioramento effettivo del personaggio: la metafora del superpotere "bloccato", ideale sinonimo di una coscienza anche identitaria incompleta che castra la forza della protagonista, non è mai tale, non è una metafora vera e propria, ma mero escamotage narrativo usato per creare tensione; tant'è che Carol utilizza al pieno i suoi poteri quando si disfa del microchip che le è stato impiantato dai suoi nemici, non quando riscopre sé stessa.
Persino la polemica secondo cui il maschio bianco sia il cattivo del film cade a vuoto quando si realizza che il vero cattivo, la Suprema Intelligenza Kree, appare a Carol sotto spoglie femminili.
Il messaggio femminista viene così relegato a sparute linee di dialogo, praticamente tre in tutto il film: Maria e Carol che vogliono "insegnare ai ragazzi a volare", Maria si lamenta di come, negli anni '80, alle donne pilota fosse consentito solo fare le collaudatrici e la one-line con cui Carol atterra Yon-Rogg alla fine del confronto finale.
Molto più riuscita è la metafora sull'immigrazione, forse il vero cuore pulsante del film. Gli Skrull, da sempre ritratti nei fumetti Marvel come invasori malvagi, divengono le vittime perseguitate che si infiltrano in società aliene per sfuggire allo sterminio e, per di più, in cerca di una casa in cui prosperare.
Metafore e metareferenzialità a parte, "Captain Marvel" è un pop-corn tutto sommato divertente, anche se a tratti blando. Nonostante l'ambientazione d'epoca, il duo di registi non sfrutta a dovere l'effetto nostalgia, se non tramite l'inserimento di un paio di canzoni durante i momenti topici (semplicemente trash l'uso di "Just a Girl" in uno dei combattimenti), non riuscendo mai a davvero a dare un'anima d'antan al tutto, come invece riusciva a James Gunn nel dittico sui Guardiani della Galassia o a Taika Waiti in "Thor: Ragnarok".
Più riuscita è invece la ripresa del modello del "buddy cop movie", con Samuel L.Jackson a fare da spalla comica all'indomita Larson, rubando spesso e volentieri la scena, anche a fronte di un umorismo che purtroppo spesso casca a vuoto (l'unica gag davvero riuscita è quella in cui Fury perde l'occhio, vera e propria pernacchia a tutti quei fan che prendono fin troppo sul serio certi prodotti). E se l'azione è blanda e poco ispirata come da tradizione, il ritmo bene o male sempre alto rende il tutto divertente, mai noioso.
"Captain Marvel" si rivela così essere un semplice film di intrattenimento con vaghissime pretese sociali. Se per la Larson e Kevin Feige questa simpatica ma innocua storia di supereroi spaziali è una metafora sociale, spiace dirlo, ma hanno davvero ancora molto da imparare.
lunedì 4 marzo 2019
L'Ultimo Buscadero
di Sam Peckinpah.
con: Steve McQueen, Robert Preston, Ida Lupino, Joe Don Baker, Ben Johnson, Barbara Leigh, Mary Murphy, Bill McKinney.
Usa 1972
La violenza catartica e deflagrante di "Cane di Paglia" generò, come prevedibile, un'ondata di polemiche verso il cinema di Sam Peckinpah, reo di aver dato spazio e graficità ad una componente negativa dello spettro emotivo umano solitamente celato in quel cinema americano che, proprio in quegli anni, stava già cambiando rotta.
Eppure, giusto un anno dopo, l'indomito Peckinpah riesce nuovamente a spiazzare i suoi detrattori, utilizzato però un registro del tutto antitetico: "L'Ultimo Buscadero" è infatti un film leggero, nostalgico, quieto nella rappresentazione del conflitto tra tradizione e modernità proprio del suo cinema.
Junior Bonner, che ha il volto di uno Steve McQueen mai così mesto eppure incredibilmente carismatico, è l'eroe peckinpaiano per antonomasia, ossia un perdente ancorato a vecchie tradizioni (il rodeo e la famiglia), che si ritrova ad attraversare da solo un'America moderna oramai cannibalizzata dal consumismo. Un uomo senza ideali rivoluzionari, che sembra aver accettato la perenne sconfitta che lo attende e che continua ad inseguire la gloria solo per motivi strettamente personali.
Il conflitto, per forza di cose, si fa così meno urlato e viene incarnato nelle dinamiche tra Junior, suo padre Ace (Robert Preston) ed il fratello Curly (John Don Baker).
Ace, vecchio Cowboy, altro non è se una versione anziana dello stesso Junior, a cui gli anni non hanno però tolto la carica di vita e che insegue ancora un sogno di rivalsa, ossia il cercar fortuna in Australia. Curly, d'altro canto, è la nemesi, un ex cowboy che ha trovato l'affermazione economica distruggendo il proprio passato: la speculazione edilizia lo porta, in una delle prime scene, a distruggere la casa di famiglia e, come preconizzato nei dialoghi, a privare di casa e averi persino la madre (interpretata dalla grande Ida Lupino).
Il tono si fa così melanconico, privo della carica distruttiva de "Il Mucchio Selvaggio" (che tornerà solo in "Pat Garrett e Billy the Kid" un anno dopo), lo sguardo dell'autore più intimista, focalizzandosi sull'interiorità di Junior ed il suo rapporto con i consanguinei. E se lo stile è sempre scattante, con il montaggio spezzato che continua ad essere il mezzo espressivo principale, l'inflessione più classica data al racconto lo rende sicuramente meno memorabile rispetto ai migliori esiti del cinema di Peckinpah, ma al contempo estremamente riuscito.
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