sabato 11 maggio 2019

Stanlio e Ollio

Stan & Ollie

di Jon S. Baird.

con: Steve Coogan, John C. Reilly, Shirley Henderson, Danny Huston, Nina Arianda, Rufus Jones, Joseph Balderrama, John Henshaw.

Biografico

Inghilterra, Usa, Canada 2018













Quando ci si cimenta nella ricostruzione della vita di un artista, i rischi sono molteplici; si potrebbe essere tentati di seguire una strada agiografica, incensandone le gesta sino all'idealizzazione o, viceversa, ci si potrebbe ridurre alla classica parata di stereotipi negativi volti unicamente a darne un ritratto iconoclasta e, in ultima analisi, sgradevole, come accadeva in parte nel "Charlot" di Richard Attenborough. Trovare il giusto equilibrio tra l'amore per i propri miti e la cronaca obiettiva e veritiera è sempre difficile, per questo molto spesso il risultato è malriuscito.
Fortunatamente, Jon S. Baird, al suo terzo lungometraggio, riesce a restituire un racconto fedele e al contempo appassionato dell'ultima fase della carriera di un duo filmico mai troppo celebrato: Laurel & Hardy, alias Stanlio e Ollio.



Due opposti complementari: uno grasso e brontolone, l'altro secco e naif; una situazione comica data dalla costante incompatibilità dei caratteri e dalla sbadataggine reciproca. Lo humor di Stanlio e Ollio è universale e sempiterno, è quello dei clown, della prima rivista, ingenuo, quasi infantile, per questo sempre riuscito, anche grazie alla perfetta fisicità di un duo nel quale non esistevano spalle, ma un'alchimia perfetta e reciproca.
La storia di "Stan e Ollie" ripercorre l'ultima fase della loro carriera; superati i litigi off-screen, Laurel (Coogan) e Hardy (Reilly) si riuniscono per una turnè nel Regno Unito, accettata per motivi squisitamente alimentari, durante la quale verranno a patti con il passato, il presente ed il loro stesso rapporto.


Baird ricrea alla perfezione le gag più celebri del duo: quella della stazione, con i due buontemponi che riescono a non incrociarsi mai pur restando sul medesimo palco, o quella dell'ospedale, dove un Ollio ingessato riceve una visita distruttiva dal sempre distratto Stanlio; non solo l'esecuzione è certosina, ma lo straordinario lavoro degli attori crea la perfetta illusione di stare guardando il materiale originale; tra l'uso sapiente del make-up e le performance camaleontiche di Coogan e Reilly, si ha davvero la sensazione di avere davanti ai veri Laurel e Hardy e non ad una ricostruzione degli eventi.


Al di là della pura messa in scena, Baird caratterizza il duo come due attori che restano "in parte" anche fuori dal palco; la goffaggine ilare caratterizza anche i veri Stanlio e Ollio, che ricreano per sbaglio alcuni dei loro sketch anche nella vita reale; eppure, non sia mai una sensazione di artificiosità in questa licenza poetica, si ha davvero la sensazione che quei comportamenti possano essere appartenuti agli uomini dietro le maschere, proprio come succedeva in un altro bel biopic, "Elvis, il Re del Rock" di John Carpenter, ove la linea di demarcazione tra uomo e mito si assottiglia sino a scomparire, ma senza mai cadere nello stereotipo meccanico, senza mai risultare esagerata o fuori luogo.


E sempre come Carpenter, anche Baird non cela i lati oscuri della biografia dei personaggi, ma al contempo non insiste sui loro difetti: l'inimicizia avutasi a seguito della partecipazione di Hardy a "Zenobia", l'alcolismo e i problemi di salute di entrambi i protagonisti trovano adeguata rappresentazione, ma non ci si riduce mai alla semplice ed ossessiva enfatizzazione delle loro imperfezioni. Proprio per questo, quando è il dramma ad entrare in scena, lo si avverte come genuino, mai insistito o ricattatorio.
Il ritratto che ne consegue è pressoché perfetto: sincero ed equilibrato, ricercato ma mai didascalico, obbiettivo eppure straordinariamente amoroso.

lunedì 6 maggio 2019

Dragged Across Concrete

di S. Craig Zahler.

con: Mel Gibson, Vince Vaughn, Michael Jai White, Tory Kittles, Tomas Kretschmann, Laurie Holden, Jennifer Carpenter, Don Johnson, Udo Kier, Justine Warrington.

Noir

Usa, Canada 2018














Quando, nel 2015, "Bone Tomahawk" uscì direttamente in home-video, in molti rimasero piacevolmente sorpresi dinanzi ad un esordio tanto controllato e riuscito. S.Craig Zahler veniva dalla letteratura, in un certo senso il medium più antitetico al cinema che si possa immaginare, dove il senso del tempo scorre per forza di cose in modo differente ; è, di conseguenza, necessario padroneggiare diverse tempistiche quando ci si approccia, viceversa, al cinema, come lui aveva fatto, dimostrando uno stile e una visione solidi, anche se ancora acerbi.
Eppure, oggi, dinanzi al terzo film, "Dragged Across Concrete", Zahler dimostra non solo di saper padroneggiare le tempistiche filmiche, ma addirittura di saperle mischiare con quelle proprie della letteratura, per creare uno stile non proprio ibrido, eppure diverso da entrambi; una vera e propria forma decostruttiva della narrazione filmica, volta tuttavia a cercare un nuovo tipo di ritmo piuttosto che a sovvertire semplicemente le convezioni.




Poiché in "Dragged Across Concrete", il cinema poliziesco "classico" (e in un certo senso "classicista") sopravvive sottopelle, a partire dalla trama, che unisce due dei più classici luoghi comuni del genere: Brett Ridgeman (Gibson) e il suo compagno Tony Lurasetti (Vaughn), vengono sospesi dalla polizia per uso eccessivo di violenza durante un arresto, sul quale aleggia lo spettro della discriminazione razziale. Contemporaneamente, il giovane Henry Johns (Kittles) esce di galera e cerca un modo per portare la sua famiglia fuori dal ghetto, che sembra avere le forme di un piano in cui viene invischiato dall'amico Biscuit (Michael Jai White). Due storie che si incroceranno nel peggiore dei modi.



Le somiglianze con il poliziesco classico americano finiscono qui, alle sole premesse della storia. In 159 minuti, Zahler decostruisce totalmente il concetto di narrazione visiva, adottando un ritmo lento, fino a dilatare completamente le tempistiche nel climax. Ogni linea dialogica viene digerita dai personaggi, ogni primo piano resta impresso a lungo su schermo. L'azione viene costantemente rimandata e quando arriva, viene eseguita rallentando ogni singolo movimento.
La comune storia di una tripla rapina finita nel sangue viene così smontata di ogni catarsi possibile: le lunghe azioni non portano a nulla che non sia già prestabilito o prevedibile. Non c'è arco caratteriale per i personaggi, i quali si muovono eseguendo le loro azioni sapendo fin dall'inizio cosa rischiano e a cosa vanno incontro. Si resta così spiazzati costantemente, in ogni singola scena, per il modo magistrale in cui nulla spiazza davvero, in cui ogni pezzo del puzzle si incastra alla perfezione, persino quando sembra contraddire il quadro generale, come nel caso della sequenza con protagonista Jennifer Carpenter, che sembra preludere ad un'ulteriore sottotrama, solo per concludersi di punto in bianco.
Il tutto viene condotto con la massima serietà; non c'è compiacimento nell'operazione di riscrittura del "genere", né la volontà di mischiare questa nuova sensibilità con derive farsesche (come invece avveniva nel cinema Pulp degli anni '90); l'umorismo portato in scena è anzi talmente secco da ricordare quello dei fratelli Coen, dove la situazione comica è ravvisabile unicamente dallo spettatore, mai dai personaggi in scena.



La mancanza di catarsi e archi caratteriali ha consentito, malauguratamente, alle polemiche più dure di colpire il film: il personaggio di Mel Gibson è apertamente anti politically correct e non aiuta il fatto che ad interpretarlo ci sia proprio un attore noto per gli scandali a sfondo razziale. "Dragged Across Concrete" è, di conseguenza, un film razzista?
La risposta è no. Non c'è una forma di sberleffo o di odio nella descrizione dei personaggi di colore, che, anzi, dimostrano di avere dei valori positivi, alla fine dei giochi, a differenza dei bianchi. La sinistra woke americana ha, per l'ennesima volta, preso un granchio, parlando a sproposito con reazioni innescate dalla semplice mancanza di conformismo al pensiero dominante da parte dell'autore e del cast.




Quello di Zahler si conferma così come un cinema anomalo, eterodosso e sorprendente nella sua solo apparente contraddittorietà, che lo avvicina, per certi versi, più alla sensibilità europea verso il cinema di genere che a quella, di stampo neo-classicista, tipicamente americana.

martedì 30 aprile 2019

R.I.P. John Singleton


1968-2019

Non ha mai raggiunto i livelli artistici del collega Spike Lee, ma anche John Singleton merita di essere ricordato come uno dei fautori della rinascita cinema afroamericano dei primi anni '90. Con il suo esordio, l'ancora scottante "Boyz in the Hood" del 1991, riuscì nell'impresa di divenire il primo regista afroamericano candidato all'Oscar, nonché il più giovane. Nonostante non sia mai riuscito ad eguagliare i fasti di quel suo primo film, tanto basta per capirne l'importanza.

giovedì 25 aprile 2019

Avengers: Endgame

di Joe & Anthony Russo.

con: Robert Downey Jr., Chris Evans, Jeremy Renner, Scarlett Johansson, Mark Ruffalo, Chris Hemsworth, Don Cheadle, Brie Larson, Karen Gillan, Danai Gurira, Bradley Cooper, Josh Brolin.

Fantastico/Avventura

Usa 2019















---CONTIENE SPOILER---


Si potrebbe parlare della fine di un'era, della conclusione di un ciclo vitale per i Marvel Studios. "Avengers: Endgame" è in fondo questo: un duplice epilogo ad una storia iniziata circa 11 anni fa con "Iron Man" e che ha trovato il suo midpoint circa un anno fa con "Avengers: Infinity War". E come ogni conclusione che si rispetti, anche "Endgame" permette di fare qualche bilancio, di dare un giudizio pieno non solo alla gigantesca maxistoria che Kevin Feige ha forgiato in oltre 20 film, ma anche e sopratutto al fenomeno che questi hanno generato.



Preso a sé, "Endgame" è un duplice film; o meglio, sono due storie riunite in un'unica narrazione; nella prima parte c'è l'epilogo vero e proprio al precedente "Infinity War": Thanos ha vinto, metà degli esseri viventi dell'Universo è stata spazzata via. Agli eroi superstiti non resta che rintracciare il titano folle e vendicarsi, nulla più; la sconfitta del villain non porta alla vittoria perché ciò che è stato fatto non può essere rimediato: le Gemme dell'Infinito sono state distrutte, la vittoria dell'antagonista è totale.
Con un flashforward di cinque anni, ritroviamo i superstiti alle prese con un mondo che non è più il loro, ma che ha lo stesso bisogno di loro. Eppure, come fare per ritrovare la speranza perduta? Nel più improbabile dei modi: è Scott Lang (Paul Rudd) ad introdurre la possibilità di un viaggio nel tempo per poter riavere le Gemme e resuscitare i caduti.
Da qui, "Endgame" diventa un vero e proprio "Ritorno al Futuro- Parte II" con i supereroi, dove i protagonisti viaggiano a ritroso nel MCU incontrando versioni alternative di sé stessi e modificando in parte gli eventi del passato (non sfuggirà ai più attenti il diverso destino di Loki).



Se la trama in sé stessa è duplice, il tono del film è addirittura triplice: si comincia con la desolazione più totale data da una sconfitta annichilente, si torna alle classiche atmosfere spensierate che tanta fortuna hanno portato al brand Marvel Studios per arrivare ad un terzo atto dai toni epici, in cui lo scontro con un ritrovato Thanos diventa una battaglia totale. In parole povere, ogni tipo di spettatore troverà qualcosa da apprezzare, sia esso l'umorismo leggero o la serietà più drammatica o, ancora, più semplicemente lo spettacolo visivo.
Proprio come il primo film d'ensable, quindi, anche "Endgame" è il perfetto pop-corn movie, al quale la lunga durata consente però di approfondire anche meglio i caratteri dei personaggi, molti dei quali sono finalmente tridimensionali: dall'Occhio di Falco distrutto dalla perdita della famiglia ad un Tony Stark che invece trova nel legame famigliare la forza di andare avanti, passando per un Thor divenuto divertente epigono di Drugo Lebowski a causa dell'onta della sconfitta e Nebula che combatte letteralmente contro sè stessa; l'introspezione paga davvero e ci riesce ad affezionare alle peripezie dei personaggi, anche quando si calca troppo la mano sulla drammaticità (come nella scena del sacrificio di Vedova Nera). Tanto che l'unico vero difetto attribuibile a questa epica chiusura risiede nell'appiattimento della figura del villain, che da machiavellico antagonista diviene semplice "boss finale" da sconfiggere.



Se quindi "Endgame" è un film riuscito e divertente, il fenomeno del MCU e il relativo trionfo non possono che suscitare seri dubbi; che il futuro del cinema di intrattenimento sia davvero relegato alla forzata serialità? Nonostante i successi dei film DC in stand alone, sono le creature di Kevin Feige a polverizzare i record di incassi, con la loro ferrea continuità. E tra un abortito Dark Universe da parte della Universal e le altre major pronte a scannarsi per accaparrarsi i diritti di qualsiasi universo letterario o fumettistico, sembra proprio che, almeno per i prossimi dieci anni, tutti i blockbuster continueranno ad essere l'adattamento di qualcos'altro o la riproposizione di personaggi già collaudati sul Grande Schermo (basti vedere i remake live-action targati Disney).
L'impatto del MCU sul cinema è forse paragonabile solo a quello del primo "Guerre Stellari": una pellicola che ha ridefinito tutti gli standard della narrazione per immagini e cambiato la stessa percezione di questa da parte del pubblico. Una ridefinizione, tuttavia, che ha portato con sé un appiattimento sia della narrazione che del narrato. Una rivoluzione, sicuramente, ma non per forza una buona rivoluzione.

sabato 20 aprile 2019

Hellboy

di Neil Marshall.

con: David Harbour, Milla Jovovich, Ian McShane, Daniel Dae Kim, Sasha Lane, Thomas Haden Church.

Fantastico/Azione/Horror

Usa, Inghilterra, Bulgaria 2019















Neil Marshall è un regista che non merita la scarsa attenzione che gli viene solitamente riservata. Artigiano di un cinema orgogliosamente di genere, che non ha paura di ambire unicamente all'intrattenimento dello spettatore, senza voler inserire metafore o sottotesti di sorta nei suoi lavori; un cinema "di pura pancia" che tuttavia non manca mai di coinvolgere e stupire. Basti pensare alla rilettura in chiave barbarica dell' "Anabasi" di Senofonte che ha portato in scena con "Centurion" o al sottovalutato "Doomsday", vero e proprio ottovolante exploitation con cui omaggia i miti di John Carpenter e George Miller.
Eppure, ancora oggi, quello di Marshall non è riuscito ad imporsi come paradigma di un cinema popolare fatto con la testa e con il cuore; e il massacro di "Hellboy" ne è purtroppo il sintomo: disintegrato dalla critica e ignorato dal pubblico, l'ultimo figlio bastardo del regista di Newcastle è stato vittima di un'ordalia iniziata già durante la produzione, con scontri più o meno diretti tra l'autore e praticamente ogni altra figura di riferimento sul set: tra litigi con i produttori e attori che riscrivevano i dialoghi arbitrariamente, è forse un vero e proprio miracolo il fatto che il film abbia visto alla fine il buio della sala. Scontri e difficoltà che appaiono vistosamente sulla pelle del prodotto finito, dalla qualità a dir poco altalenante. Ma questa nuova incarnazione per il Grande Schermo del demone-detective di Mike Mignola merita davvero tutto l'astio riservatole?



Narrativamente sganciato da i due exploit firmati da Del Toro, l' "Hellboy" del 2019 è una rilettura più fedele all'originale cartaceo; ritroviamo su schermo alcuni dei comprimari più amati del demone, come Lobster Johnson, Ben Daimio e la villain Nimue, ma non il simpatico Abe Sapiens. Le differenze con la precedente incarnazione non si limitano però alla sola aderenza al modello originale; laddove Del Toro infondeva nella sua visione rimandi a Lovecraft e alla mitologia nordica, Marshall gioca invece di sottrazione, lasciando che siano le sole creature di Mignola e i relativi rimandi a popolare il suo mondo; il conflitto, di conseguenza, è dato tutto dai personaggi principali piuttosto che dai loro comprimari; ed il conflitto principale, come avveniva nel primo film di Del Toro, deriva proprio dalla natura ambigua del suo protagonista, demone cresciuto come uomo, chiamato a combattere la sua stessa natura per salvare ciò a cui tiene. Ma non ci sono dialoghi ridondanti, scene strappalacrime o improbabili triangoli amorosi, tutto viene cucito addosso all'azione, evitando ogni pretenziosità.




Marshall controlla sempre bene la narrazione, a cui imprime un ritmo a dir poco indiavolato: non c'è un solo momento di stanca nei 120 minuti di durata, che scorrono sempre rutilanti su schermo. Il gusto per l'action traspare a prescindere dalle difficoltà di esecuzione sul set: davvero spettacolare il combattimento con i giganti, eseguito con una serie di finti piani-sequenza che si interconnettono; ma il mestiere di Marshall è avvertibile anche nelle sequenze dialogiche, come nell'incontro con la megera Baba Yaga, dove l'uso del grandangolo per i primi piani restituisce tutta la sensazione di disgusto e smarrimento del protagonista.




L'umorismo, d'altro canto, risulta talvolta forzato, relegato com'è al solo uso del turpiloquio e di freddure sparate durante l'azione; il divertimento deriva così per lo più dall'azione stessa e dal gusto per l'esagerazione, con lo splatter che diventa gore talmente urlato da sfociare volontariamente nel parossistico.
Tanto che, alla fine della visione, a Marshall non si può rimproverare praticamente nulla. Gli unici veri difetti di questo suo B-Movie ad alto budget sono dati da una CGI a tratti vistosamente finta e da un climax tutto sommato prevedibile, con una risoluzione degli eventi che non lascia spazio a veri colpi di scena.

giovedì 18 aprile 2019

Tepepa

di Giulio Petroni.

con: Tomas Milian, Orson Welles, John Steiner, Josè Torres, Luciano Casamonica, Annamaria Lanciaprima, Rafael Hernàndez.

Spaghetti Western

Italia, Spagna 1969
















Se il sottofilone dello Spaghetti-Western "impegnato" trova in "Quién Sabe?" l'apripista e nel capolavoro leoniano "Giù la Testa" l'apice, un film decisamente meno ambizioso quale "Tepepa" merita lo stesso di essere apprezzato per il modo in cui tenta di variare la formula classica dello stesso. Oltre che per l'accostamento di due figure attoriali celebri e in un certo senso agli antipodi: il popolare Tomas Milian e l'imponente Orson Welles.





Finita la Rivoluzione Messicana, l'idealista Jesus Maria Moran, detto "Tepepa" (Milian) diventa capo di una banda di bandidos che non accettano il nuovo ordine costituito; contro di loro, c'è il colonnello Cascorro (Welles), mentre uno strano medico di origini britanniche (Steiner) si mette sulle tracce del bandito per motivi personali.




Le rivolte post-sessantottine rivivono nelle gesta dei rivoltosi messicani, con un'acume profetico: alla fine della rivoluzione, tutto cambia senza che nulla cambi davvero; per questo gli ex rivoluzionari continuano la battaglia contro il nuovo Stato, corrotto e ingiusto quanto quello precedente, in cerca della tanto agognata "tierra y libertad".
Tuttavia, il personaggio di Tepepa non ha l'aura del combattente romantico e determinato, quanto quella dell'anti-eroe scorretto e manipolatore: la vendetta del personaggio del Dottor Price è giusta, basata su crimini da lui perpetrati in modo gratuito, che con la lotta per la libertà nulla hanno a che vedere.




Laddove la lotta contro il potere costituito ha quindi una valenza scevra da ogni idealismo, quest'ultimo viene altresì descritto come un cancro, una riproposizione dei meccanismi di sfruttamento che portano alla prima rivolta, incarnata dal personaggio di Orson Welles, mastodontico e inarrestabile, un sadico che gode nella distruzione gratuita dell'avversario che il mitico artista interpreta con gusto e senza mai scadere nell'overacting gratuito, in una perfetta giustapposizione con lo stile più strabordante di Milian.




Laddove il cast è affiatato, sceneggiatura e regia risultano purtroppo più riluttanti; i risvolti più interessanti della trama non vengono mai approfonditi (primo fra tutti il conflitto tra il desiderio di vendetta individuale e il riscatto collettivo), mentre la regia dello specialista Petroni, pur essendo precisa, non riesce mai a cogliere lo spirito spettacolare della vicenda, rendendo "Tepepa" una pellicola interessante e divertente, ma non memorabile.

sabato 13 aprile 2019

DolceRoma

di Fabio Resinaro.

con: Lorenzo Richelmy, Luca Barbareschi, Valentina Bellè, Claudia Gerini, Francesco Montanari, Libero De Rienzo, Iaia Forte, Luca Vecchi.

Italia 2019


















Un'esplosione incontrollata. Fiamme che sprintano dallo schermo come nel "Cuore Selvaggio" di Lynch. Una voce narrante che, come da tradizione nel nostro cinema, introduce il proprio personaggio... solo per sbarazzarsene immediatamente e far turbinare il tutto in un flashback lungo un film.
Un inizio ad effetto, quello di "DolceRoma", con il quale vengono settate da subito le intenzioni, quelle di un cinema veloce, moderno, quasi sfacciato nella sua meta e autoreferenzialità, nel suo voler scardinare tutte le aspettative dello spettatore in un gioco di giustapposizioni e sovversioni coatte.
Fabio Resinaro, qui al suo esordio da solista dopo la collaborazione con Fabio Guaglione per "Mine", adatta un soggetto di Fausto Brizzi, a sua volta tratto da un romanzo di Pino Corrias, riuscendo a fare propria la materia data, con un occhio al cinema post-pulp anni '90 e tanta voglia di distruggere miti e leggende del mondo del cinema italiano.



Andrea Serrano (Lorenzo Richelmy, che sfoggia uno sguardo allucinato degno di un giovane Brad Dourif) è un giovane scrittore spiantato ma dalle grande ambizioni; con i suoi ultimi risparmi riesce a far pubblicare un suo romanzo, "Non finisce qui", ispirato a veri "malaffari" raccontatigli da un suo conoscente camorrista. Il libro stuzzica l'attenzione del produttore veterano Oscar Martello (Luca Barbareschi), che vorrebbe adattarlo in un film. Comincia così per Andrea una vera e propria scalata all'interno del folle mondo del cinema italiano.



Se quello di Serrano è il punto di vista principale, è Martello ad essere il centro del film, il perno che fa ruotare storia e storie all'interno della narrazione. Una narrazione che è scrittura del caos per il caos, pur distinta in tre atti precisi, che parte da uno scontro totale, quello tra il caos, appunto, e il determinismo: Serrano è inizialmente vittima di forze esterne che ne determinano le azioni, non ha presa sul suo destino e lascia che siano queste a portarlo dinanzi all'opportunità di una vita. Martello è in tal senso la sua nemesi totale, un marionettista che è riuscito a fare strada in un ambiente a lui ostile sino a dominarlo. Ma quanto c'è di effettivamente casuale nelle loro azioni? E' da tale quesito che la storia prende il via ed è da questo punto che i conflitti cominciano a configurarsi.



L'odissea di Serrano si fa via via più delimitata, sino a prendere le forme di un tracciato preciso, quasi aritmetico nella sua costruzione, dove ogni dettaglio è cesellato per incastrarsi perfettamente all'interno del quadro generale. Laddove il caos è fanghiglia, la determinazione è l'appiglio per uscirne. E laddove questa fanghiglia ha le forme suadenti di quel bagno di miele, l'essere umano deve fuoriuscirne come forgiato a nuova forma.
Un caos che è quello produttivo proprio del "sistema-cinema" italiano, dove si arrabattano produttori-truffatori, divette finto-ribelli e ragazzetti cresciuti a pane e cinefilia che credono di essere autori fatti e finiti; mondo che viene connotato con una nota di cinismo smaccata, ma non sgradevole.


Caos che ha anche le forme di una scrittura apparentemente schizofrenica, di una regia che usa toni solo superficialmente altalenanti ed uno stile grottesco dove tutto è esagerato: tutti i personaggi sono cartooneschi, dal Serrano vero e proprio freak burtoniano che si aggira come sperduto per tutto il film alla matrona che ha il volto e il corpo generoso della Gerini, passando per il registucolo di belle speranze interpretato da Luca Vecchi, che sembra appena scappato dal set de "La Grande Bellezza" e i camorristi stile parodia di Crozza, fino ad arrivare a Martello, che, con un sigaro perennemente in bocca, viene caratterizzato da un Barbareschi sempre sopra le righe.



Resinaro tiene sempre salde le redini della narrazione e della messa in scena, purga ogni scena da inutili citazioni facendo propri i punti di riferimento, tanto che gli si può rimproverare unicamente il fatto di non aver pigiato sul pedale del grottesco fino in fondo: uno stile ancora più virato verso il demenziale avrebbe forse giovato al nugolo di personaggi che descrivere e alla pazza storia di cui sono protagonisti.