sabato 25 maggio 2019

Dolor y Gloria

di Pedro Almodòvar.

con: Antonio Banderas, Penelope Cruz, Leonardo Sbaraglia, Cecilia Roth, Asier Etxendia, Raù Arèvalo, Nora Nevas, Julieta Serrano.

Drammatico

Spagna 2019
















Il ricordo del passato, la rielaborazione di ciò che è stato, è andato perduto o del tutto assimilato nel corso degli anni; il cinema di Almodòvar si è spesso nutrito della sua stessa biografia, operazione cara ad ogni autore che si rispetti, ma con "Dolor y Gloria" l'autore castellano va oltre, opta per una vera e propria confessione delle proprie idiosincrasie e dei propri limiti, con la freddezza propria della maturità.



Lo fa usando Antonio Banderas come proprio doppio, un regista ormai stanco e acciaccato che si trascina forse incontrovertibilmente privo di vera ispirazione, chiamato a confrontarsi con tre fasi della sua vita: l'infanzia, con i primi sussulti amorosi, la giovinezza, turbolenta e passionale, nonché il presente, perso tra autodistruzione e spasmodica ricerca di sé.
Almodòvar ci introduce a questa sua controparte in modo quanto mai didascalico, usando una grafica da pop-art per riassumere la sua/propria biografia, per poi lasciare alle sole immagini il racconto. La sua confessione è quanto mai sentita, priva di pudore, descrivendo la tossicodipendenza in modo antispettacolare e del tutto anapologetico.



Allo stesso modo, il ricordo dell'infanzia viene privato di ogni valenza nostalgica, spogliato di ogni idealizzazione per farsi analisi a mente fredda di quanto accaduto; ricordo che viene rielaborato in un gioco di specchi nella messa in scena, che diviene palesemente finta nell'ultima inquadratura, a disvelare l'operazione di filtraggio che il mezzo cinematografico, per forza di cose, è chiamato a fare: se il ricordo è per chi l'ha vissuto esperienza del tutto personale, esso deve essere spersonalizzato per avere forma fisica su schermo, da qui la sua necessaria falsità.



Il tono con cui Almodòvar conduce questa sua confessione è però arma a doppio taglio: laddove gli consente una forma di sincerità immediata e condivisibile, ammanta al contempo il tutto di un'aria fredda, a tratti fastidiosamente antidrammatica (sopratutto nella sequenza del suo incontro con la sua vecchia fiamma di gioventù). Il melodramma perde così la sua caratterizzazione emotiva per farsi pura riflessione; una riflessione veritiera e sincera quanto si vuole, ma al contempo inesorabilmente glaciale.

mercoledì 15 maggio 2019

5 cm al secondo

Byôsoku 5 senchimêtoru

di Makoto Shinkai

Animazione/Drammatico

Giappone 2007

















Amore e destino, una lontananza nel tempo e nello spazio (forse) impossibile da vincere, il sentimento come forza totalizzante, sia essa costruttiva che distruttiva; con un pugno di opere, Makoto Shinaki si è imposto, in poco meno 20 anni, come uno dei filmmaker dell'animazione nipponica più amati; merito del suo stile secco (chiaramente influenzato da Hideaki Anno), eppure incredibilmente poetico, che trova nel suo ultimo lavoro, "Your Name.", perfetta maturazione, ma i cui semi sono perfettamente ravvisabili anche nella sua opera seconda, "5 cm al secondo".




Con una durata di poco più di 60 minuti e diviso in tre episodi, distinti e al contempo interconnessi, "5 cm" narra la storia di Takaki e Akari, dalla preadolescenza all'età adulta; una storia di "non-amore", ove il sentimento, presente e pulsante sino ad essere un'ossessione, non trova praticamente mai coronamento, venendo costantemente vanificato dalle avversità più mondane.
La lontananza, in primis, con i due giovani intralciati da chilometri e chilometri di linee ferroviarie. Il primo episodio, "Il capitolo dei fiori di ciliegio", è un lungo viaggio di un Takaki tredicenne verso Akari, trasferitasi fuori Tokyo; quella che era la sua migliore amica diviene il suo primo amore, man mano che la distanza si assottiglia. Takaki è qui soggetto, protagonista di una storia dove combatte contro le avversità avvicinandosi ad una parte della vita a lui sconosciuta.



"Cosmonauta", il secondo episodio, vede un Takaki diciottenne divenire oggetto dell'amore di una sua compagna di classe, Kanae. La lontananza tra i due è questa volta metaforica: Kanae si avvicina fisicamente all'amato, il quale resta però emotivamente distaccato da tutto; Takaki è adesso, al pari del razzo spaziale che i due ragazzi vedono decollare, un corpo perso nella ricerca di un qualcosa di invisibile e remoto, il desiderio inconscio di coronare l'amore con l'ormai perduta Akari.



Il terzo capitolo, che da il nome al film, è anche il più breve e secco. E' il 2008, Takaki, ormai adulto, vive a Tokyo ed è reduce da una fredda storia di passione con una collega. Una mattina crede di incrociare Akari, ma destino vuole che i due non si reincontrino; Takaki decide così di chiudere il suo cuore; l'arco narrativo è dunque completo: dalla scoperta del sentimento alla sofferenza per la sua mancata soddisfazione, sino all'alienazione, la perdita (volontaria?) di ogni sensibilità.



Sul piano narrativo, Shinkai combina due stili solo apparentemente opposti, ossia la pura immagine con il fluviale flusso di coscienza, dato dai monologhi interiori dei protagonisti. La sensazione isolamento trova perfetta forma in inquadrature che si concentrano sui dettagli, che lasciano volentieri i volti fuori dal campo, quasi a oggettivizzare i protagonisti. La voce pensiero, sempre presente, si fa così pura riflessione sulla mancanza, sull'assenza di quell'oggetto del desiderio che causa una tristezza sempre presente, eppure sempre trattenuta, per questo infinitamente straziante.
Sullo sfondo, Shinkai descrive un mondo in cui la tecnologia compie passi da gigante, passando dalla lettera scritta agli sms; una tecnologia che, tuttavia, non permette mai davvero alle persone di ritrovarsi, divenendo anch'essa motivo di alienazione, al pari della labirintica metropoli e dell'infinita campagna.



Se la riflessione sull'alienazione data dallo spazio e dal tempo è riuscita ed emozionante, meno riuscita è la scelta di chiudere l'ultimo capitolo in modo decisamente anticlimatico, lasciando che la storia scivoli via verso il nulla, castrando quello che invece sarebbe dovuto essere il centro nevralgico della riflessione. Nonostante questo, "5 cm al secondo" resta un melodramma originale, prova dell'estro di una nuova leva di quell'infinita fucina di talenti che è l'animazione nipponica.

lunedì 13 maggio 2019

Pet Sematary

di Kevin Kölsch & Dennis Widmyer.

con: Jason Clarke, John Lithgow, Amy Seimetz, Jeté Laurence, Hugo Lavoie, Lucas Lavoie, Obbsa Ahmed, Alyssa Brooke Levine.

Horror

Usa 2019















---CONTIENE SPOILER---


Negli ultimi due anni, si è assistito ad un vero e proprio ritorno in auge di Stephen King al cinema, dal quale sembrava essere stato esiliato nel corso degli anni '00; laddove giusto una trentina d'anni fa, gli adattamenti, cinematografici e televisivi, delle sue opere erano innumerevoli, per un decennio circa lo scrittore del Maine era tornato in un angolo relativamente oscuro della produzione hollywoodiana. Di certo ha giovato al suo ritorno l'enorme successo commerciale di "It", così come la rinascita produttiva del cinema horror americano post-Blumhouse.
E' però spiacevole constatare come i progetti originali di adattamento delle opere di King, oggi come oggi, siano ben pochi; così come la storia del clown Pennywise e del Club dei Perdenti era già stata portata con successo in immagini, anche "Pet Sematary", pubblicato per la prima volta nel 1983, era già arrivato su schermo nel 1989; e oggi, ossia 30 anni dopo la prima, ha una nuova trasposizione su Grande Schermo. E proprio come quello effettuato dai coniugi Muschietti, anche il lavoro svolto da Kölsch e Windmyer è un adattamento più libero rispetto al precedente.
























Questo perché l'originale "Cimitero Vivente" era stato sceneggiato da King in persona, per paura che la materia del suo romanzo venisse rimaneggiata sino a perdere di significato; con la conseguenza, paradossale e inevitabile, di divenire un adattamento talmente fedele da risultare altalenante e privo di mordente. A fronte di una storia inquietante, innumerevoli erano le derive grottesche, date dalle apparizioni fantasmatiche, che inondavano la trama con uno humor nero che si amalgamava male con una storia basata sull'elaborazione del lutto e la paura dell'ignoto; decisamente ridicola era poi l'immagine del piccolo Gage ritornato in vita come infante zombi fuori controllo, la quale su carta faceva un effetto praticamente opposto.



Elementi che non si ritrovano, difatti, in questa "nuova versione", che scinde la narrazione in due; nella prima parte, assistiamo ad un adattamento lineare della pagina scritta, che, per forza di cose, viene semplificata sino all'essenziale: la famiglia Creed si trasferisce a Ludlow nel Maine (ovviamente...), in una proprietà che confina con uno strano cimitero ove gli abitanti del luogo seppelliscono i propri animali defunti. Dopo aver fatto conoscenza con l'anziano vicino Judd (un intenso John Lithgow), il padre di famiglia e medico Louis (Jason Clarke, anch' egli perfettamente in parte) vive un trauma quando non riesce a salvare la vita del giovane Victor (Obbsa Ahmed). Nel frattempo, nella mente di sua moglie Rachel (Amy Seimetz) riaffiorano i ricordi del suo rapporto, terribile, con la sorella, morta anni addietro.



In questo primo tempo, il nuovo "Pet Sematary" è la classica storia della "casa infestata", dove a far da padrone sono le visioni di Luois e di Rachel, causate entrambi dai sensi di colpa: entrambi hanno causato involontariamente la morte di qualcuno, entrambi ne sono ossessionati sino al punto di impazzire, tra follia vera e vere apparizioni. Ma se nel romanzo di partenza, la tematica del trauma del lutto trovava sempre un'adeguata rappresentazione (grazie alla scrittura fluviale e densa di King), neanche questa volta, su schermo, la tematica riesce davvero a convincere, essendo usata più che altro per creare un'atmosfera macabra; atmosfera che riesce a comunicare la giusta dose di tensione, ma che al contempo è causa della piattezza generale. Piattezza che fa capolino sovente anche nella messa in scena, che troppo spesso si affida a inutili e ridicoli jump-scare.



Nella seconda parte, lo script tradisce la controparte letteraria e a morire sotto il diciottoruote è questa volta la figlia Ellie; da qui, il racconto si fa ancora più convenzionale, divenendo una variazione sul classico filone zombie, con un'infante assassina la quale vuole far riunire la famiglia nella sua condizione di non-morte. Anche qui i due registi riescono a creare una tensione talvolta buona (la scena del bagno), ma senza mai riuscire a toccare davvero le corde del disturbante; tanto che se la scena regge, spesso è solo grazie all'ottima performance della piccola Jeté Laurence.



Tanto che alla fine, questo nuovo adattamento non riesce ad essere né migliore, nè peggiore, restando situato in un limbo di magnifica mediocrità, pur essendo più compatto e meno sfilacciato del precedente.




EXTRA

Oggi come oggi forse in pochi lo ricordano, ma nel 1983 ci fu un'altra storia con al centro un terreno in grado di riportare in vita i morti.



Diretto da Pupi Avati e scritto assieme a Maurizio Costanzo, "Zeder" è un originale e interessante variante sul tema del non-morto, dove Avati da prova di essere un ottimo cineasta di genere. Che King si sia davvero ispirato a lui per il suo romanzo?

sabato 11 maggio 2019

Stanlio e Ollio

Stan & Ollie

di Jon S. Baird.

con: Steve Coogan, John C. Reilly, Shirley Henderson, Danny Huston, Nina Arianda, Rufus Jones, Joseph Balderrama, John Henshaw.

Biografico

Inghilterra, Usa, Canada 2018













Quando ci si cimenta nella ricostruzione della vita di un artista, i rischi sono molteplici; si potrebbe essere tentati di seguire una strada agiografica, incensandone le gesta sino all'idealizzazione o, viceversa, ci si potrebbe ridurre alla classica parata di stereotipi negativi volti unicamente a darne un ritratto iconoclasta e, in ultima analisi, sgradevole, come accadeva in parte nel "Charlot" di Richard Attenborough. Trovare il giusto equilibrio tra l'amore per i propri miti e la cronaca obiettiva e veritiera è sempre difficile, per questo molto spesso il risultato è malriuscito.
Fortunatamente, Jon S. Baird, al suo terzo lungometraggio, riesce a restituire un racconto fedele e al contempo appassionato dell'ultima fase della carriera di un duo filmico mai troppo celebrato: Laurel & Hardy, alias Stanlio e Ollio.



Due opposti complementari: uno grasso e brontolone, l'altro secco e naif; una situazione comica data dalla costante incompatibilità dei caratteri e dalla sbadataggine reciproca. Lo humor di Stanlio e Ollio è universale e sempiterno, è quello dei clown, della prima rivista, ingenuo, quasi infantile, per questo sempre riuscito, anche grazie alla perfetta fisicità di un duo nel quale non esistevano spalle, ma un'alchimia perfetta e reciproca.
La storia di "Stan e Ollie" ripercorre l'ultima fase della loro carriera; superati i litigi off-screen, Laurel (Coogan) e Hardy (Reilly) si riuniscono per una turnè nel Regno Unito, accettata per motivi squisitamente alimentari, durante la quale verranno a patti con il passato, il presente ed il loro stesso rapporto.


Baird ricrea alla perfezione le gag più celebri del duo: quella della stazione, con i due buontemponi che riescono a non incrociarsi mai pur restando sul medesimo palco, o quella dell'ospedale, dove un Ollio ingessato riceve una visita distruttiva dal sempre distratto Stanlio; non solo l'esecuzione è certosina, ma lo straordinario lavoro degli attori crea la perfetta illusione di stare guardando il materiale originale; tra l'uso sapiente del make-up e le performance camaleontiche di Coogan e Reilly, si ha davvero la sensazione di avere davanti ai veri Laurel e Hardy e non ad una ricostruzione degli eventi.


Al di là della pura messa in scena, Baird caratterizza il duo come due attori che restano "in parte" anche fuori dal palco; la goffaggine ilare caratterizza anche i veri Stanlio e Ollio, che ricreano per sbaglio alcuni dei loro sketch anche nella vita reale; eppure, non sia mai una sensazione di artificiosità in questa licenza poetica, si ha davvero la sensazione che quei comportamenti possano essere appartenuti agli uomini dietro le maschere, proprio come succedeva in un altro bel biopic, "Elvis, il Re del Rock" di John Carpenter, ove la linea di demarcazione tra uomo e mito si assottiglia sino a scomparire, ma senza mai cadere nello stereotipo meccanico, senza mai risultare esagerata o fuori luogo.


E sempre come Carpenter, anche Baird non cela i lati oscuri della biografia dei personaggi, ma al contempo non insiste sui loro difetti: l'inimicizia avutasi a seguito della partecipazione di Hardy a "Zenobia", l'alcolismo e i problemi di salute di entrambi i protagonisti trovano adeguata rappresentazione, ma non ci si riduce mai alla semplice ed ossessiva enfatizzazione delle loro imperfezioni. Proprio per questo, quando è il dramma ad entrare in scena, lo si avverte come genuino, mai insistito o ricattatorio.
Il ritratto che ne consegue è pressoché perfetto: sincero ed equilibrato, ricercato ma mai didascalico, obbiettivo eppure straordinariamente amoroso.

lunedì 6 maggio 2019

Dragged Across Concrete

di S. Craig Zahler.

con: Mel Gibson, Vince Vaughn, Michael Jai White, Tory Kittles, Tomas Kretschmann, Laurie Holden, Jennifer Carpenter, Don Johnson, Udo Kier, Justine Warrington.

Noir

Usa, Canada 2018














Quando, nel 2015, "Bone Tomahawk" uscì direttamente in home-video, in molti rimasero piacevolmente sorpresi dinanzi ad un esordio tanto controllato e riuscito. S.Craig Zahler veniva dalla letteratura, in un certo senso il medium più antitetico al cinema che si possa immaginare, dove il senso del tempo scorre per forza di cose in modo differente ; è, di conseguenza, necessario padroneggiare diverse tempistiche quando ci si approccia, viceversa, al cinema, come lui aveva fatto, dimostrando uno stile e una visione solidi, anche se ancora acerbi.
Eppure, oggi, dinanzi al terzo film, "Dragged Across Concrete", Zahler dimostra non solo di saper padroneggiare le tempistiche filmiche, ma addirittura di saperle mischiare con quelle proprie della letteratura, per creare uno stile non proprio ibrido, eppure diverso da entrambi; una vera e propria forma decostruttiva della narrazione filmica, volta tuttavia a cercare un nuovo tipo di ritmo piuttosto che a sovvertire semplicemente le convezioni.




Poiché in "Dragged Across Concrete", il cinema poliziesco "classico" (e in un certo senso "classicista") sopravvive sottopelle, a partire dalla trama, che unisce due dei più classici luoghi comuni del genere: Brett Ridgeman (Gibson) e il suo compagno Tony Lurasetti (Vaughn), vengono sospesi dalla polizia per uso eccessivo di violenza durante un arresto, sul quale aleggia lo spettro della discriminazione razziale. Contemporaneamente, il giovane Henry Johns (Kittles) esce di galera e cerca un modo per portare la sua famiglia fuori dal ghetto, che sembra avere le forme di un piano in cui viene invischiato dall'amico Biscuit (Michael Jai White). Due storie che si incroceranno nel peggiore dei modi.



Le somiglianze con il poliziesco classico americano finiscono qui, alle sole premesse della storia. In 159 minuti, Zahler decostruisce totalmente il concetto di narrazione visiva, adottando un ritmo lento, fino a dilatare completamente le tempistiche nel climax. Ogni linea dialogica viene digerita dai personaggi, ogni primo piano resta impresso a lungo su schermo. L'azione viene costantemente rimandata e quando arriva, viene eseguita rallentando ogni singolo movimento.
La comune storia di una tripla rapina finita nel sangue viene così smontata di ogni catarsi possibile: le lunghe azioni non portano a nulla che non sia già prestabilito o prevedibile. Non c'è arco caratteriale per i personaggi, i quali si muovono eseguendo le loro azioni sapendo fin dall'inizio cosa rischiano e a cosa vanno incontro. Si resta così spiazzati costantemente, in ogni singola scena, per il modo magistrale in cui nulla spiazza davvero, in cui ogni pezzo del puzzle si incastra alla perfezione, persino quando sembra contraddire il quadro generale, come nel caso della sequenza con protagonista Jennifer Carpenter, che sembra preludere ad un'ulteriore sottotrama, solo per concludersi di punto in bianco.
Il tutto viene condotto con la massima serietà; non c'è compiacimento nell'operazione di riscrittura del "genere", né la volontà di mischiare questa nuova sensibilità con derive farsesche (come invece avveniva nel cinema Pulp degli anni '90); l'umorismo portato in scena è anzi talmente secco da ricordare quello dei fratelli Coen, dove la situazione comica è ravvisabile unicamente dallo spettatore, mai dai personaggi in scena.



La mancanza di catarsi e archi caratteriali ha consentito, malauguratamente, alle polemiche più dure di colpire il film: il personaggio di Mel Gibson è apertamente anti politically correct e non aiuta il fatto che ad interpretarlo ci sia proprio un attore noto per gli scandali a sfondo razziale. "Dragged Across Concrete" è, di conseguenza, un film razzista?
La risposta è no. Non c'è una forma di sberleffo o di odio nella descrizione dei personaggi di colore, che, anzi, dimostrano di avere dei valori positivi, alla fine dei giochi, a differenza dei bianchi. La sinistra woke americana ha, per l'ennesima volta, preso un granchio, parlando a sproposito con reazioni innescate dalla semplice mancanza di conformismo al pensiero dominante da parte dell'autore e del cast.




Quello di Zahler si conferma così come un cinema anomalo, eterodosso e sorprendente nella sua solo apparente contraddittorietà, che lo avvicina, per certi versi, più alla sensibilità europea verso il cinema di genere che a quella, di stampo neo-classicista, tipicamente americana.

martedì 30 aprile 2019

R.I.P. John Singleton


1968-2019

Non ha mai raggiunto i livelli artistici del collega Spike Lee, ma anche John Singleton merita di essere ricordato come uno dei fautori della rinascita cinema afroamericano dei primi anni '90. Con il suo esordio, l'ancora scottante "Boyz in the Hood" del 1991, riuscì nell'impresa di divenire il primo regista afroamericano candidato all'Oscar, nonché il più giovane. Nonostante non sia mai riuscito ad eguagliare i fasti di quel suo primo film, tanto basta per capirne l'importanza.

giovedì 25 aprile 2019

Avengers: Endgame

di Joe & Anthony Russo.

con: Robert Downey Jr., Chris Evans, Jeremy Renner, Scarlett Johansson, Mark Ruffalo, Chris Hemsworth, Don Cheadle, Brie Larson, Karen Gillan, Danai Gurira, Bradley Cooper, Josh Brolin.

Fantastico/Avventura

Usa 2019















---CONTIENE SPOILER---


Si potrebbe parlare della fine di un'era, della conclusione di un ciclo vitale per i Marvel Studios. "Avengers: Endgame" è in fondo questo: un duplice epilogo ad una storia iniziata circa 11 anni fa con "Iron Man" e che ha trovato il suo midpoint circa un anno fa con "Avengers: Infinity War". E come ogni conclusione che si rispetti, anche "Endgame" permette di fare qualche bilancio, di dare un giudizio pieno non solo alla gigantesca maxistoria che Kevin Feige ha forgiato in oltre 20 film, ma anche e sopratutto al fenomeno che questi hanno generato.



Preso a sé, "Endgame" è un duplice film; o meglio, sono due storie riunite in un'unica narrazione; nella prima parte c'è l'epilogo vero e proprio al precedente "Infinity War": Thanos ha vinto, metà degli esseri viventi dell'Universo è stata spazzata via. Agli eroi superstiti non resta che rintracciare il titano folle e vendicarsi, nulla più; la sconfitta del villain non porta alla vittoria perché ciò che è stato fatto non può essere rimediato: le Gemme dell'Infinito sono state distrutte, la vittoria dell'antagonista è totale.
Con un flashforward di cinque anni, ritroviamo i superstiti alle prese con un mondo che non è più il loro, ma che ha lo stesso bisogno di loro. Eppure, come fare per ritrovare la speranza perduta? Nel più improbabile dei modi: è Scott Lang (Paul Rudd) ad introdurre la possibilità di un viaggio nel tempo per poter riavere le Gemme e resuscitare i caduti.
Da qui, "Endgame" diventa un vero e proprio "Ritorno al Futuro- Parte II" con i supereroi, dove i protagonisti viaggiano a ritroso nel MCU incontrando versioni alternative di sé stessi e modificando in parte gli eventi del passato (non sfuggirà ai più attenti il diverso destino di Loki).



Se la trama in sé stessa è duplice, il tono del film è addirittura triplice: si comincia con la desolazione più totale data da una sconfitta annichilente, si torna alle classiche atmosfere spensierate che tanta fortuna hanno portato al brand Marvel Studios per arrivare ad un terzo atto dai toni epici, in cui lo scontro con un ritrovato Thanos diventa una battaglia totale. In parole povere, ogni tipo di spettatore troverà qualcosa da apprezzare, sia esso l'umorismo leggero o la serietà più drammatica o, ancora, più semplicemente lo spettacolo visivo.
Proprio come il primo film d'ensable, quindi, anche "Endgame" è il perfetto pop-corn movie, al quale la lunga durata consente però di approfondire anche meglio i caratteri dei personaggi, molti dei quali sono finalmente tridimensionali: dall'Occhio di Falco distrutto dalla perdita della famiglia ad un Tony Stark che invece trova nel legame famigliare la forza di andare avanti, passando per un Thor divenuto divertente epigono di Drugo Lebowski a causa dell'onta della sconfitta e Nebula che combatte letteralmente contro sè stessa; l'introspezione paga davvero e ci riesce ad affezionare alle peripezie dei personaggi, anche quando si calca troppo la mano sulla drammaticità (come nella scena del sacrificio di Vedova Nera). Tanto che l'unico vero difetto attribuibile a questa epica chiusura risiede nell'appiattimento della figura del villain, che da machiavellico antagonista diviene semplice "boss finale" da sconfiggere.



Se quindi "Endgame" è un film riuscito e divertente, il fenomeno del MCU e il relativo trionfo non possono che suscitare seri dubbi; che il futuro del cinema di intrattenimento sia davvero relegato alla forzata serialità? Nonostante i successi dei film DC in stand alone, sono le creature di Kevin Feige a polverizzare i record di incassi, con la loro ferrea continuità. E tra un abortito Dark Universe da parte della Universal e le altre major pronte a scannarsi per accaparrarsi i diritti di qualsiasi universo letterario o fumettistico, sembra proprio che, almeno per i prossimi dieci anni, tutti i blockbuster continueranno ad essere l'adattamento di qualcos'altro o la riproposizione di personaggi già collaudati sul Grande Schermo (basti vedere i remake live-action targati Disney).
L'impatto del MCU sul cinema è forse paragonabile solo a quello del primo "Guerre Stellari": una pellicola che ha ridefinito tutti gli standard della narrazione per immagini e cambiato la stessa percezione di questa da parte del pubblico. Una ridefinizione, tuttavia, che ha portato con sé un appiattimento sia della narrazione che del narrato. Una rivoluzione, sicuramente, ma non per forza una buona rivoluzione.