venerdì 2 agosto 2019

Midsommar- Il Villaggio dei Dannati

Midsommar

di Ari Aster.

con: Florence Pugh, Jack Reynor, Will Poulter, Vilhelm Blomgren, William Jackson Harper, Ellora Torchia, Archie Madekwe, Gunnel Fred, Isabelle Grill, Henrik Norlèn.

Horror

Usa 2019













Un anno dopo l'esordio scoppiettante di "Hereditary", Ari Aster torna alla carica declinando nuovamente una storia sul lutto e la relativa elaborazione per creare un lungo viaggio lisergico all'interno della coscienza di un personaggio. "Midsommar", perso com'è nella contemplazione di usanze e emozioni, è un più che degno secondo capitolo nella sua filmografia, dove il suo stile ricercato diviene finalmente virtuoso, per non lasciare scampo allo spettatore.



147 minuti nei quali la regia costruisce la tensione in modo sottilissimo. Si parte da un primo atto che ha già in sé stesso tutta la base della narrazione: la morte improvvisa di quella famiglia abbandonata forse con troppa facilità. Si continua con la relazione amorosa fin troppo blanda per arrivare al Midsommar del titolo, festività pagana del nord della Svezia che ogni 90 celebra la ruota della vita e del tempo, il rinnovarsi delle stagioni della natura e con esse dell'essere umano.



Aster ricrea con precisione e gusto per la spettacolarità il piccolo villaggio nel quale il rito viene celebrato. Un luogo dove non cala mai il sole, dove i colori e la luce sono così vividi da ferire gli occhi. E dove, sopratutto, c'è qualcosa di inquietante che striscia sotto la superficie gioviale. Una paura per l'ignoto che viene centellinata un pò alla volta, svelandosi al contempo in modo fragoroso: prima avvisaglia è il suicidio dei due anziani, mostrato senza filtri, con i corpi disintegrati in piena luce.



L'arco caratteriale della protagonista Dani (Florence Pough) è così discendente, incardinato ad una serie di coordinate quasi prefissate, passando dall'interiorizzazione del lutto alla sua estrinsecazione totale, sotto le forme del rito della rinascita e della fecondità per giungere al lato più estremo, a quel sacrificio umano essenziale per una rigenerazione dei luoghi esterni così come quelli interiori. Ad Aster, ovviamente, non interessano i giudizi morali sull'operato del personaggio, tanto meno i risvolti prettamente psicologici; il suo è un viaggio dello spirito e nello spirito, verso quelle emozioni a lungo trattenute e pronte a deflagrare in ogni singolo momento.



Un viaggio che ha le forme di un trip allucinato, dove il virtuosismo della macchina da presa si mette al servizio della geometricità del rituale; geometricità che viene puntualmente infranta dal momento che il punto di vista sugli stesse è esterno, dato dal gruppo di ragazzi americani. La macchina da presa si muove così sinuosa tra le vesti immacolate e i prati che respirano a causa dello stato distorto della percezione, sino a trovare nelle soggettive un compromesso estetico e funzionale al racconto.



Se i debiti di ispirazione non vengono in realtà mai celati (i mitologici "The Wicker Man" e "The Texas Chainsaw Massacre"), Aster riesce lo stesso a creare una pellicola forte e visionaria, intimamente disturbante e al contempo affascinante, un'evoluzione perfetta di ciò che aveva mostrato al suo esordio e che fa presagire un futuro roseo per la sua carriera.

giovedì 1 agosto 2019

Spider-Man: Far from Home

di Jon Watts.

con: Tom Holland, Samuel L.Jackson, Jake Gyllenhall, Marisa Tomei, Cobie Smulders, Zendaya, Jon Favreau, Jacob Batalon, Tony Revolori, Angourie Rice.

Supereroistico/Azione

Usa 2019















---CONTIENE SPOILER---

Chissà se tra 20-30 anni, quando la febbre dei comic-movie sarà scemata, qualcuno scriverà un saggio sulla filosofia e la morale nei film del MCU. Sarebbe quantomai opportuno, viste le incongruenze e, sopratutto, le sconcertanti prese di posizione a cui si assiste guardando i film di Iron Man e quelli del nuovo Spider-Man.
Da una parte c'è Tony Stark, un uomo che viene presentato come un arrivista, playboy incallito, edonista fin nel midollo, che costruisce il proprio esercito di armature non si sa per quale specificato motivo, il quale viene costantemente additato, fin dall'inizio, come role model. E', in buona sostanza, come presentare un moderno Gordon Gekko neoliberista come un personaggio positivo, alla faccia del male che, sia nella realtà, sia nel mondo di finzione, questi personaggi finiscono per fare con la loro sprezzante e compiaciuta condotta lavorativa.



Abbiamo poi Peter Parker, il ragazzetto di belle speranze il quale si ritrova a confrontarsi con il modello di Stark e, sopratutto, con una schiera di supercattivi creati proprio dal suo menefreghismo. Se in "Homecoming" l'Avvoltoio era un piccolo imprenditore schiacciato dalle supercorporazioni che decide di ribellarsi usando quella stessa tecnologia che Stark usa per darsi un tono da eroe, in "Far from Home", dietro Mysterio, abbiamo un'intera schiera di ex dipendenti della Stark Industries a cui il buon Tony ha dato il ben servito dopo averne spremuto le doti. Siamo sicuri che siano davvero loro i cattivi?



Prima di parlare di "Far from Home", occorre dare una risposta, seppur parziale e quantomai fine a sé stessa, a questo interrogativo, giusto per capire ciò che Kevin Feige e il suo stuolo di sceneggiatori sta cercando di venderci. Nell'ottica in cui vengono presentati, i cattivi sono persone ferite dagli eroi, veri e propri reietti che finiscono ai margini di una società dove gli eroi sono celebrità, come nel "The Boys" di Garth Ennis. E proprio come nell'irriverente opera di Ennis, gli eroi del MCU sono come inappetenti al male che commettono: non c'è una catarsi di Stark verso costoro, né Spider-Man prova a convincerli a posare le armi e ragionare. Questa sorta di neo-proletariato armato che tenta solo di trovare spazio in una società divorata dai colossi è un pericolo di per sé stessa, i suoi membri non sono persone o personaggi, ma semplici macchiette che vanno eliminate perché turbano l'ordine sociale, a prescindere da ciò che li ha spinti a farlo. Se l'eroe americano classico era fino a qualche tempo fa proprio il reietto che, armato di buone cognizioni, riformava un ordine sociale destabilizzato, ora l'eroe è questo stesso ordine sociale in cui tutto è prestabilito e nessuno può né deve permettersi di chiedere più di quanto gli viene dato.  La cosa più sconcertante è che, a differenza di quanto accadeva in "Spider-Man 2", non c'è mai un momento in cui lo spettatore o il protagonista riflettono su questa sorte, su come sia stata la superficialità e la cattiveria dei buoni ad aver generato i mostri che ora si trovano a combattere.



Nell'ottica che così viene data agli eventi, il Peter Parker di "Far from Home" diviene  il prescelto, colui che viene chiamato a sostituire il fulcro del sistema per dare alle masse un volto con cui identificarlo. E può farlo solo perché Tony Stark, suo predecessore, ha così deciso, non tanto per il suo potenziale, né per i meriti effettivi. I quali, inutile persino sottolinearlo, consistono nell'aver sradicato quei nemici creati proprio da Stark.



"Far from Home" è in tal senso il romanzo di formazione di Peter Parker, nel quale impara che per prendere il posto di Stark non bisogna essere come Stark. Lezione che in pratica doveva aver imparato già in "Homecoming" e che qui viene riproposta perché evidentemente tutti gli autori coinvolti non avevano un'idea migliore. Tanto che l'unico tocco di originalità viene dato dalle location europee, le quale, manco a dirlo, sono semplici sfondi su cui far muovere i personaggi e non assumono mai un ruolo determinante negli eventi. Il modello di riferimento questa volta è dato dal troppo facilmente dimenticato "Un Agente Segreto al Liceo" di Fred Dekker, dal quale viene ripresa l'idea di una vacanza che si trasforma in missione sotto copertura. Ma l'umorismo non sempre funziona, anzi spesso cade a vuoto, forse a causa della volontà di far colpo unicamente su di un pubblico di infanti.



Laddove lo humor non funziona, la spettacolarità per fortuna ha sorte migliore: le scene d'azione sono originali e ben coreografate, garantendo quel minimo di intrattenimento che un comic movie odierno non può non avere.
Decisamente tediosa è invece l'immancabile love-story, con Peter come al solito alle prese con il suo amore per MJ; peccato che quest'ultima sia interpretata da una Zendaya conciata in modo da avere il fascino e la simpatia di un'emorroide.



Al di là delle letture sociologiche, "Far from Home" è un secondo capitolo comunque più riuscito del suo predecessore, ma che farà la gioia solo di un pubblico di infanti. Agli adulti, probabilmente, non susciterà la minima emozione.


EXTRA

Nell'immancabile triangolo amoroso che si viene a creare tra Peter e MJ, il ruolo del terzo incomodo viene ricoperto da un fascinoso compagno di classe dei due, il quale viene battezzato dagli sceneggiatori con il nome di Brad Davis.



Non è dato sapere se si tratti di una coincidenza o di un omaggio voluto allo sfortunato attore, il quale, dopo aver raggiunto la fama grazie al bel "Fuga di Mezzanotte" e aver spiazzato tutto recitando nel mitico "Querelle de Brest", ha stupito il mondo quando ha dichiarato di aver contratto il virus del HIV, decidendo successivamente di scagliarsi contro l'ipocrisia regnante nella Hollywood degli anni '80. Fatto sta che sentir pronunciare cattiverie contro il suo nome non può che far rizzare i capelli in testa.

giovedì 25 luglio 2019

Domino

di Brian De Palma.

con: Nicolaj Coster-Waldau, Carice Van Hauten, Guy Pearce, Eriq Ebouaney, Soren Malling, Nicolas Bro, Paprika Steen.

Thriller

Danimarca, Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi 2019















Avrà pure 80 anni, ma di certo Brian De Palma non accenna a distogliere il suo sguardo, profondo sino quasi al maniacale, sul mezzo filmico. Se in gioventù è stato tra gli ex dell' UCLA quello più influenzato dai lavori di Godard (si veda su tutti il folle "Hi, Mom!" per comprendere quanto fascino l'autore francese abbia esercitato su di lui), in terza età torna a riprendere il meccanismo hitchcockiano della costruzione a climax e dell'uso dei dettagli per creare tensione. E anche se "Domino" non sarà di certo ricordato come uno dei suoi più riusciti (o anche semplicemente dei suoi più belli), è altrettanto vero che la sua mano è ancora fortemente avvertibile anche alla più superficiale delle visioni.




E proprio Hitchcock pare essere il modello alla base dello script che De Palma porta in scena, tra un accenno a "Topaz" e un altro a "Intrigo Internazionale", con una storia basilare, che ruota attorno alla morte di un agente di polizia di Copenaghen, il cui partner (Coster-Waldau) e l'amante (Carice Van Hauten) decidono di vendicare. Peccato che l'assassino (Eriq Ebouaney) venga a sua volta coartato dalla CIA per stanare e uccidere un boss dell'ISIS.



Torna quindi il topos dell'uomo comune (benché qui tutore dell'ordine) rimasto incastrato in un meccanismo più grande di lui. De Palma, ovviamente, sa quanto di già visto ci sia in sceneggiatura e decide di giocare tutto sulla messa in scena e sull'enfasi.
Impossibile non citare l'incipit, dove una macchina da presa che si fa punto di vista estraneo a quello dei personaggi, prende letteralmente per mano lo spettatore e lo porta a concentrarsi su di un unico e cruciale dettaglio, come la scuola di Hitchcock insegna. E non manca neanche la riproposizione della cruda riflessione voyeuristica sulla visione.



I terroristi di "Domino", benché caratterizzati come semplici "cattivi", sono di fatto la quintessenza del voyeurismo depalminao: come l'assassino di "L'Occhio che Uccide", escogitano modi sempre nuovi di riprendere sia l'atto dell'uccisione che la reazione dell'assassino, poi montati assieme per sincronizzarli. La morte diviene così mezzo di propaganda, testimonianza diretta della loro forza, in cui il montaggio non fa perdere veridicità, aumentandone, al contrario, la forza viscerale. Se in "Redacted" De Palma rifletteva sulla forma mistificatrice del medium audiovisivo, qui ne dà una lettura diversa, una possibile declinazione che rende l'immagine multimediale "più vera del vero", benché pur sempre creata ad arte da un regista-demiurgo.



In tutte le sequenze action, De Palma mostra ancora polso fermo e il gusto per la citazione; troppo facile rivedere nel climax l'ombra lunga di quello de "L'Uomo che sapeva troppo" ed è forse proprio questo tono esplicito che giova alla riuscita di un'opera di sicuro piccola e meno ambiziosa di altre del suo stesso autore, ma anche fortemente riuscita.

mercoledì 24 luglio 2019

R.I.P. Rutger Hauer


1944 - 2019

Caratterista di lusso, dotato di un senso dell'arte del recitare intenso, quasi passionale, Hauer è stato il rappresentante perfetto di quella categoria di attori che spesso cadono a torto nel dimenticatoio, solo per riemergere alla ribalta in modo prepotente. La sua carriera è stata sicuramente altalenante, ma il suo talento è al contempo indubbio.




Fiore di Carne (1973)

Diretto da un esordiente Paul Verhoeven, Hauer è Eric, aristucolo che prende la vita come viene e che viene traumatizzato, in tutti i sensi, da una relazione amorosa.



Soldato d'Orange (1977)

Sempre diretto da Verhoeven, questa volta nei panni di un partigiano in lotta contro l'occupazione nazista dei Paesi Bassi.




I Falchi della Notte (1981)
Nel solido thriller codiretto da Gary Sherman, Hauer affianca Sylvester Stallone, nei panni di un'affascinante terrorista.





Blade Runner (1982)

Il ruolo della vita, che lo ha fatto entrare nella leggenda. Hauer è Roy Batty, androide troppo umano in cerca di risposte e di vita.




Osterman Weekend (1983)

Nell'ultimo film del grande Sam Peckinpah, Hauer è un dirigente televisivo entrato suo malgrado negli sporchi giochi di un ambiguo agente della C.I.A.



Ladyhawke (1985)

Fantasy postmoderno e al contempo classico nell'anima. Hauer è Navarro, cavaliere colpito da una terribile maledizione, che cerca di coronare il suo sogno d'amore con la bellissima Michelle Pfeifer.



The Hitcher- La Lunga Strada della Paura (1986)

In quello che è a tutti gli effetti un cult tristemente dimenticato, Hauer è John Ryder, sadico incubo che perseguita lo sprovveduto protagonista sulle highway americane.



La Leggenda del Santo Bevitore (1988)

Diretto da Ermanno Olmi, Hauer interpreta con intensità un uomo caduto in disgrazia che trova un appiglio alla vita inaspettato grazie al caso o alla provvidenza.



Detective Stone (1992)

Primo di una lunga serie di B-Movie, interpretati più per ragioni squisitamente alimentari che altro. Hauer si specializza già da qui nel ruolo del duro, ora alle prese con un demone in un mondo post-apocalittico e cyberpunk. Sempliciotto ma divertente.

lunedì 22 luglio 2019

Il Mio Nome è Nessuno

di Tonino Valerii & Sergio Leone.

con: Henry Fonda, Terence Hill, Jean Martin, R.G.Armstrong, Leo Gordon, Mario Brega, Steve Kanaly.

Western/Commedia

Italia, Francia, Germania 1973
















Nonostante non abbia pareggiato con quanto incassato dalla Trilogia del Dollaro, il riscontro economico di "C'Era una volta il West" fu tutto fuorché davvero deludente; di certo il pubblico rimase spiazzato per la mancanza della violenza e della cattiveria che di solito contraddistinguevano i film di  Sergio Leone, eppure questo kolossal dello spaghetti western trovò un posto nel cuore di molti appassionati.
Nonostante questo, la possibilità di dirigere l'agognato "C'Era una volta in America" sfuggì anche all'indomani dell'uscita di quello che, nei suoi piani, doveva essere il suo ultimo western. Eppure, Leone non restò certo con le mani in mano e, anzi, affiancò alla carriera di regista anche quella di produttore. Suoi sono i primi film di Carlo Verdone e a lui il comico romano deve praticamente tutto. E sempre a lui si deve il feroce "Il Giocattolo" di Giuliano Montaldo.
Il suo genere più frequentato non rimase orfano neanche del Leone-produttore, il quale, tra il 1973 e il 1975, produce due gustose commedie in salsa western: "Un Genio, Due Compari e un Pollo" e sopratutto il piccolo cult "Il Mio Nome è Nessuno", dove il grande autore riesce a creare una delle coppie più strane della Storia del Cinema: Terence Hill e Henry Fonda.





Se con "C'Era una volta il West" Leone cantava la fine del western e dei suoi eroi, con "Il Mio Nome è Nessuno" volge lo sguardo all'indietro, verso coloro che cantano degli eroi prima che ancora sul loro declino. Arriva così il pensiero a Sam Peckinpah e al suo "Il Mucchio Selvaggio", ma anche il rimando esplicito all'imprescindibile Akira Kurosawa, che rivive nei ralenty delle sparatorie. E prima ancora, la storia del west, la mitologia dei pistoleri solitari in cerca di vendetta e pronti a tutto per raddrizzare i torti.




Da questo punto vista, è il personaggio di Jack Beuregard ad incarnare la sostanza stessa del west, il vecchio eroe sulla strada della pensione che ha il volto di quel Henry Fonda che ha trovato proprio nella direzione di Leone quella che lui stesso ha definito come la migliore collaborazione della sua carriera. Se Jack è l'eroe tipico dello spaghetti-western, laconico e sottilmente menefreghista, il Nessuno di Terence Hill è il suo ideale contraltare, ossia un giovane pistolero cresciuto ascoltando i racconti del West; Nessuno è al contempo la nuova generazione, pronta a sostituire la vecchia guardia in quelli che saranno gli ultimi giorni del west (dopotutto è il 1899), ma al contempo è anche il demiurgo che crea il mito del west. Al pari di Peckinpah e dello stesso Leone, Nessuno intesse una trama per il gran finale della carriera di Beuregard, uno scontro con i 150 membri del Mucchio Selvaggio, che lo farà entrare definitivamente nella leggenda.




Leone si muove così su due piani: da una parte l'elegia, questa volta giocosa e ilare, del genere, dall'altra la costruzione di un perfetto esponente del genere stesso, qui declinato sotto forma di commedia.
Registro solare cucito addosso a Terence Hill, che ripete gesti e boccacce già visti nei due film di Trinità e ora messi al servizio della regia di un Tonino Valerii che, da buon mestierante, ha un occhio esperto per le sequenze squisitamente "leoniane", dove riprende lo stile del maestro per creare scene da antologia, come la gara con il whiskey; quando non dedicate totalmente alla commedia, dove non mancano neanche i ceffoni tanto cari a Hill, rese ancora più memorabili grazie alla colonna sonora di Ennio Morricone, mai così scanzonata e per questo perfettamente adatta alle immagini.




"Il Mio Nome è Nessuno" è un esperimento fatto con il cuore e per questo perfettamente riuscito, una commedia che omaggia con rispetto i propri numi tutelari concretizzandosi al contempo come ottimo esponente del genere. Un film talvolta sottovalutato e poco citato, per questo da rivalutare.

venerdì 12 luglio 2019

Pat Garrett e Billy Kid

Pat Garrett & Billy the Kid

di Sam Peckinpah.

con: James Coburn, Kris Kristofferson, Bob Dylan, Richard Jaeckel, Slim Picken, Katy Jurado, Jason Robards, R.G.Armstrong, Chill Willis, John Beck, Barry Sullivan, L.Q. Jones, Harry Dean Stanton, Emilio Fernandez.

Western/ Crepuscolare

Usa 1973












---CONTIENE SPOILER---


Nel 1973, quello di Sam Peckinpah era un nome ben noto a Hollywood, sia per il suo stile che, sopratutto, per le cattive abitudini. L'alcolismo di cui soffriva arrivò al culmine proprio quell'anno, in contemporanea con uno degli scontri più duri con un produttore che abbia mai avuto. Quest'ultimo era James T, Aubrey, capo della MGM, il quale gli offrì un progetto inizialmente piccolo, ma che gli permise di creare quello che sarebbe stato il suo western definitivo: "Pat Garrett e Billy the Kid".
Alla base di tutto c'era uno script di Rudy Wurlitzer, già autore di "Strada a Doppia Corsia", che già era stato proposto allo stesso Monte Hellman, il quale rifiutò di dirigerlo. E come protagonisti, due attori visibilmente troppo vecchi, ossia il 45enne James Coburn nei panni del 31nne Pat Garrett e il 36enne Kris Kristofferson in quelli del 29enne William "Billy the Kid" Bonney Jr. Ai quale si aggiunge il contributo alla colonna sonora di un divo dell'epoca, che Peckinpah però arriva a conoscere solo durante la lavorazione del film, ossia Bob Dylan, che comporrà un intero campionario di canzoni per il film.
Se la lavorazione è stata dura e si è dovuto aspettare interi decenni per avere una director's cut del film che gli rendesse giustizia, l'opera in sé potrebbe concorrere per la palma di miglior film western mai realizzato.




La tragica storia dei due pistoleri Pat Garrett e Billy the Kid è famosa tra chiunque si sia appassionato anche solo marginalmente al genere, sia esso sul piano filmico che letterario. Da giovanissimi, i due erano compagni in una banda di banditi che depredava un west ancora selvaggio; ma nel giro di pochi anni, i grossi imprenditori avrebbero domato quei panorami infiniti recintando i confini delle loro proprietà, stringendo un cappio a quella visione di west libera e romantica quanto si vuole, ma che aveva comunque segnato un'epoca. Pat Garrett decide così di passare dall'altro lato della barricata, divenendo uomo di legge; Billy, dal canto suo, diventa dapprima un cowboy per il signorotto Chisum, solo per poi tornare a indossare la maschera da bandito nel momento in cui quest'ultimo lo accusa ingiustamente di aver rubato del bestiame. Garrett viene così incaricato di distruggere Billy e la sua banda, portando alla contrapposizione di quelli che un tempo furono inseparabili amici.




Peckinpah ripercorre così gli ultimi anni del West, il crepuscolo definitivo di un'era come già aveva fatto ne "Il Mucchio Selvaggio"; ma se lì gli eroi svanivano in una fiammata deflagrante, qui svaniscono lentamente; il ritmo delle singole scene e dell'intera narrazione è lento e meditabondo, quasi funereo e a tratti squisitamente dilatato come in "C'Era una volta il West"; i personaggi si muovono lentamente sotto il sole del New Mexico, percorrendo un destino già tracciato, un destino segnato dall'infamia, quella dell'uccisione di un proprio amico. Non per nulla, il film si apre con uno scambio di battute emblematico e folgorante, in cui Billy è a conoscenza del fatto che Garrett deve ucciderlo, ma non vuole reagire, perché si tratta pur sempre di un suo amico.
L'amicizia virile, ossia il valore per antonomasia nel West, viene infranta da quel male che ha come suo marchio il dollaro; i veri antagonisti hanno così la forma del generale e governatore Lee Wallace (che nella realtà fu anche autore di "Ben-Hur") e di Chisum, senza contare i loro leccapiedi, ritratti come sadici aguzzini.




Il tramonto dell'era dell'onore ha così le forme filmiche delle tre uccisioni simbolo dell'intero film; prima quella dello sceriffo Baker, colpito a morte durante una sparatoria, che si accascia presso un fiume sotto un tramonto scandito dalle note di "Knockin' on Heaven's Door" e gli occhi piangenti della moglie e di Pat, il quale deve assistere alla dipartita di un amico; la seconda è quella del vice sceriffo, anch'egli ex compagno di Billy, ucciso da quest'ultimo in duello, il quale viene così anch'egli chiamato ad uccidere chi riteneva un compagno. La terza e più importante è la morte di Billy, la più struggente e iconica.




Peckinpah cita qui sé stesso e costruisce l'esecuzione del Kid allo stesso modo in cui costruiva quella del Mucchio Selvaggio: Pat si aggira silenzioso nella notte, il suo assistente  e uomo di Wallace Poe si intrufola nella stanza di uno dei compagni di Billy, Billy esce nella veranda e ode i suoi assalitori confabulare, solo per rientrare in una stanza dove ad attenderlo c'è Pat, il quale non viene accolto con stupore o orrore, bensì con un sorriso, al quale risponde con un colpo di pistola, un unico colpo sparato che uccide immediatamente il suo ex compagno; inorridito, Pat punta così la pistola verso lo specchio e uccide il proprio riflesso: l'uccisione di quell'unico valore fondate è suicidio, morte esteriore di un personaggio già morto dentro perché reso schiavo di un sistema che non conosce affetti, solo profitto e sopraffazione.




Il West finisce così con l'autodistruzione dei suoi eroi, circondato da un filo spinato che ne cinge i confini come a chiuderlo in una galera perenne. Agli autori e fautori di questo mondo non resta che cantarne la morte in modo intenso e commosso; e le lacrime si trattengono a stento quando le canzoni di Bob Dylan si fanno largo tra le immagini, sopratutto in quel finale amarissimo, perfetta conclusione di una pellicola disperata e per questo infinitamente bella.

lunedì 8 luglio 2019

L'Angelo del Male- Brightburn

Brightburn

di David Yarovesky.

con: Elizabeth Banks, Jackson A.Dunn, David Denman, Abraham Clinkscales, Jennifer Holland, Emmie Hunter.

Horror/Supereroistico

Usa 2019













---CONTIENE SPOILER---


"Cosa sarebbe successo se..." è una domanda che rimbomba da sempre nella mente dei fan dei supereroi; cosa sarebbe successo se Matt Murdock fosse stato reclutato dallo S.H.I.E.L.D. in giovane età o se l'Uomo Ragno si fosse unito ai Fantastici Quattro? Domande che generano domanda, soddisfatta in casa Marvel dalla serie antologica "What if...", in casa DC dagli "Elseworld", altri mondi in cui in cui Batman è invecchiato e si è ritirato dallo scene, solo per effettuare un trionfale ritorno quando la società è sull'orlo del collasso; o, ancora meglio, in cui l'Ultimo Figlio di Krypton è atterrato in Unione Sovietica piuttosto che in Kansas.
E forse è stato proprio pensando agli Elseworld di Mark Millar o Grant Morrison che James Gunn, con il fratello Brian e il cugino Mark, ha concepito "Brighburn", vero e proprio Elseworld su Superman travestito da horror.



James Gunn, si sa, è uno che non lo da a dire a nessuno e sforna questo exploit nello spazio di incertezza (per fortuna durato poco) tra il suo ignobile licenziamento per i tweet volgari e il ritorno in pompa magna alla Marvel Studios e l'ingresso alla DC Warner; "Brightburn", nonostante sia stato diretto dall'amico e collaboratore David Yarovesky, è in tutto e per tutto un'opera di Gunn, che si inserisce nel solco tracciato dallo sfacciato e irresistibile "Super" (che appare anche di sfuggita nel finale, preannunciando un probabile multiverso fatto di supereroi psicopatici), che re-immagina il superuomo come un'entità malvagia; e lo fa con un registro horror tout court, fuso in maniera impeccabile con la trama di base delle origini di Superman.




Tutti i luoghi comuni di questa sono presenti: la cittadina del Kansas a fare da sfondo alla vicenda e a dare il titolo al film; i genitori amorevoli e preoccupati; la scoperta dei poteri come scoperta di sé che coincide con l'accesso alla pubertà; persino la love-interest simil Lana Lang. Tutti elementi declinati verso il macabro: Brandon Brayer è infatti inequivocabilmente malvagio, mandato sulla Terra da un altro mondo non per scampare alla catastrofe, ma per conquistarla. I suoi poteri divengono così abilità da villain, uno più spaventoso dell'altro; e su tutti, come ne "L'Uomo d'Acciaio", è lo sguardo calorifero ad essere il potere più spaventoso.




La struttura dello script è quello di uno slasher vero e proprio, con le vittime che si susseguono in modo seriale; e la regia non si tira indietro quando c'è bisogno di esagerare: lo splatter gronda in ogni sequenza di morte, virando spesso verso un body-horror talvolta incredibilmente disturbante, anche per la totale assenza di humor, sia nelle sequenze di morte che nel resto della narrazione.
Come horror, "Brightburn" funziona a dovere; come parodia riesce a sovvertire i canoni del padre dei supereroi, perdendosi però nella caratterizzazione del suo protagonista, che resta schiacciata sulla pura malvagità; Brandon nasce cattivo e riscopre meccanicamente la sua natura, non c'è conflitto tra questa e l'istruzione che gli è stata data nei dieci anni di vita sulla Terra, caratterizzandosi come un semplice "mostro", piuttosto che come un supereroe tormentato e collocandosi anni luce sia dal Superman di Christopher Reeve che da quello, più stratificato, di Henry Cavill.




Limite che lascia "Brightburn" prettamente confinato nei limiti del genere orrorifico; del quale è però degno esponente.