lunedì 19 agosto 2019

Easy Rider

di Dennis Hopper.

con: Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson, Karen Black, Luke Askew, Robert Walker Jr., Toni Basil.

Usa 1969

















---CONTIENE SPOILER---


Il tempo non è stato clemente con "Easy Rider" e, d'altro canto, non poteva essere altrimenti. Capita a tutte quelle pellicole che riescono a catturare lo zeitgeist di quando furono prodotte: modi e mode cambiano a seconda dei decenni (o addirittura dei lustri) e un'opera coraggiosa e di rottura, quando decontestualizzata, può sembrare sterile e convenzionale. Per godere appieno dell'esordio come regista del compianto Dennis Hopper, occorre quindi inscriverla nel periodo in cui fu girata, ossia la fine degli anni '60, con lo studio system di Hollywood al tracollo e i primi natali di quella New Wave che porterà alla produzione dei più grandi capolavori che la filmografia americana tutt'oggi conosca.
New Wave che comincia all'incirca nel 1967, con un duplice evento: da un lato l'abolizione del famigerato Codice Hays in favore del MPAA, ossia l'abolizione della censura verso quelle pellicole indicate come troppo licenziose. Di punto in bianco, il sesso e la violenza non erano più dei tabù nel cinema americano; il che porta all'uscita di "Gangster Story" di Arthur Penn, vero antesignano del nuovo modo di intendere il cinema. Al di là della concezione del regista come autore e vero demiurgo dietro la riuscita di un film, l'opera di Penn porta ad un nuovo modo di intendere la rappresentazione filmica della violenza, non più filtrata ma portata in scena in modo diretto e iperrealista.
"Easy Rider" arriva nelle sale due anni dopo e la sua riuscita si deve proprio al modo secco in cui ritrae gioie e orrori del profondo degli Usa, ma anche per lo stile lisergico con cui porta tutto in scena.



La paternità dell'opera è in realtà attribuibile tanto ad Hopper quanto a Peter Fonda, accreditato come produttore e co-sceneggiatore. In realtà molto del girato è stato letteralmente improvvisato mentre la troupe si muoveva da un luogo all'altro, ma sono state le idee del duo a plasmare il tutto. Tutto ha infatti inizio con una foto che Fonda aveva scattato qualche anno prima con l'amico Bruce Dern, che li ritraeva dinanzi a due motociclette; la visone di questi due giovani capelloni messi davanti a quello che già a partire dagli anni '50 era un simbolo di ribellione pare abbia infiammato l'immaginazione di Fonda, portandolo a proporre di girare il film all'amico Dennis; pare però che ci sia stata anche un'altra influenza, meno diretta, verso il duo, ossia l'amore per il capolavoro di Dino Risi "Il Sorpasso", che infatti fu distribuito negli Usa con il titolo "Easy Life" e dal quale hanno ripreso anche la sequenza dell'autostoppista.
Decisi a girare con un budget di poco superiore a 300 mila dollari, i due autori trovano finanziamenti grazie alla Pando Company, società indipendente la quale ha però dalla sua un contratto con la Columbia Pictures sulla distribuzione delle pellicole da loro prodotte. "Easy Rider" diviene così il primo film indipendente ad essere distribuito a livello mondiale da una grossa major di Hollywood.



 L'intento del film è semplice, ossia quello di fotografare l'America reale, lasciata sovente al di fuori della sala dal cinema mainstream. E per farlo, viene usato un canovaccio che riprende in pieno il mito fondativo americano, quello della conquista del West, dove però i cowboy cavalcano delle Harley-Davidson e compiono il percorso opposto rispetto ai pionieri, ossia da ovest a est, per andare ad assistere al Mardì Gras di New Orleans. Persino i nomi dei due personaggi si rifanno al mito del West: Billy (Hopper) come Billy the Kid e Wyatt (Fonda) come Wyatt Earp, soprannominato anche "Capitan America", bardato com'è in quel giubbotto che sfoggia con orgoglio la bandiera a stelle e strisce.




Wyatt e Billy non sono due hippie nel senso stretto del termine, sono solo due ribelli, due persone che non si omologano né alla società, nè alla controcultura in senso stretto. Il loro viaggio li porta così ad attraversare quest'America confusa e contraddittoria. Da una parte ci sono i veri Figli dei Fiori, che vivono nella comune come i nuovi pionieri, i quali portano avanti gli ideali di amore universale e condivisione.
Ma l'anno in cui il film viene prodotto è essenziale: è il 1969, l'Estate dell'Amore è già passata e di lì a poco la strage di Cielo Drive stenderà un'ombra sinistra verso la controcultura hippie. I due lasciano così questa nuova società per incontrare un personaggio essenziale, George Hanson (Nicholson), avvocato affetto da alcolismo.




Se Wyatt e Billy sono i reietti erranti, George è il perfetto figlio della società borghese americana, perfettamente inserito nel contesto in cui vive, eppure affetto da una mania autodistruttiva. Il quale, per un breve intervallo di tempo, è persino chiamato a divenire la coscienza del film. E' lui a sottolineare come gli intolleranti e razzisti bigotti altro non sono che uomini spaventati dal concetto stesso di libertà, che si accaniscono sui diversi perché ricordano loro la possibilità di un'esistenza diversa, scevra da quella moralità sovente solo predicata, che non tenga conto dei limiti che la società si autoimpone. Coscienza che porta ad una riflessione "scandalosa" e che per questo viene distrutta dall'ipocrisia di chi si crede superiore al prossimo.




Come recita la tagline italiana, "Libertà e Paura" convivono fino alla sovrapposizione: "Libertà è Paura", scelta priva di condizionamento che porta i "normali" a temere ciò che non comprendono o non vogliono comprendere.
Il viaggio di Wyatt e Billy assume così un andamento ancora più lisergico, sino a farsi onirico. Un onirismo che non ha una catarsi effettiva: nel trip a New Orleans (girato mentre cast e troupe erano davvero sotto l'effetto di stupefacenti) la percezione degli eventi si sfalda senza portare a nulla di concreto, se non uno stato di confusione verso l'intera realtà. Non ci sono appigli morali, solo il puro caos che scoperchia un dolore sopito.
Allo stesso modo, poco prima della fine, i due personaggi realizzano come la svolta data dal denaro guadagnato permetta loro di abbandonare lo stile di vita libero che li ha contraddistinti. Se per Wyatt questa è una buona notizia, non lo è per Billy, il quale realizza come l'abbandono dei propri valori sia in realtà una tragedia.
La vera catarsi, totale e definitiva, arriva solo nel tagico epilogo: di ritorno dalla loro meta, i due pionieri vengono massacrati dall'ottusità dei propri concittadini, uccisi senza un valido motivo, giusto perché erano diversi, hanno osato non conformasi a quanto stabilito da una società altrettanto priva di valori.




La regia di Hopper è totalmente libera da ogni preconcetto. Affiancato da Laszlo Kovacs alla fotografia, crea delle immagini ruvide, dove la luce del sole è talmente accecante da bruciare i corpi dei personaggi. Al montaggio, opta per la sovrapposizione al posto della classica dissolvenza o dello stacco, imprimendo un'impronta ancora più lisergica alla visione.
Laddove il film mostra il fianco (e l'età) è nel ritmo sin troppo lento di alcune sequenze, la cui riduzione avrebbe giovato ad una migliore riuscita (va comunque sottolineato come il primo montaggio durasse oltre tre ore).




Allo stesso modo, l'uso della motocicletta come simbolo di ribellione verso le convezioni può apparire oggi come scontato, anzi decisamente conformista verso un sistema di valori (o addirittura di non-valori) che, nel corso del tempo, si sono rivelati come puramente distruttivi. Basti pensare alla tragedia di Altamont, che si consuma proprio nel 1969 per mano degli Hell's Angels, ossia proprio quei motociclisti ribelli ritratti e adorati da Hopper e Fonda.
Il valore di "Easy Rider" è così prettamente storico; un film che, tuttavia, merita di essere riguardato e amato proprio per quei valori che predica, anche (e forse sopratutto) in un mondo dove gli stessi sono (forse) stati del tutto assimilati.


EXTRA

Per lungo tempo, Dennis Hopper ha scherzato sulla possibilità di creare un sequel del film, con Wyatt e Billy in versione zombi intenti a perseguitare i propri assassini. Ovviamente non se ne fece mai nulla.
Questo finché nel 2013 non è uscito "Easy Rider: The Ride Back", sorta di fan film ad alto costo scritto, diretto e interpretato da Phil Pitzer, avvocato che, innamoratosi del film originale, ha voluto dargli una sorta di continuazione... con una pellicola semplicemente brutta.



sabato 17 agosto 2019

R.I.P. Peter Fonda


1940 - 2019

E' entrato nella leggenda grazie ad un solo film, quell' "Easy Rider" oggi fin troppo sottovalutato, il quale segnò un'epoca, gli diede notorietà e persino una nomination agli Oscar. Rampollo di una famiglia di attori, Peter Fonda se ne va in silenzio, lasciando dietro sè una carriera altalenante, ma interessante.

venerdì 16 agosto 2019

Hotel Artemis

di Drew Pearce.

con: Jodie Foster, Dave Bautista, Sofia Boutella, Sterling K.Brown, Jeff Goldblum, Brian Tyree Henry, Zachary Quinto, Charlie Day, Father John Misty, Evan Jones.

Azione/Pulp

Inghilterra, Usa 2018














Se c'è una cosa perfettamente riuscita in "Hotel Artemis", è la costruzione di una distopia prossima ventura altamente credibile, dove i cittadini di Los Angeles mettono a ferro e fuoco la città (in modo non dissimile da quanto avviene in questi giorni ad Hong Kong) per protestare contro la privatizzazione dell'acqua potabile, mentre forze di polizia privata tentano di ristabilire l'ordine mediante l'uso della violenza sommaria.
Contesto che tuttavia fa da semplice sfondo ad una vicenda non altrettanto interessante, una storia pulp e sopra le righe incentrata su di una clinica privata per facoltosi criminali gestita in modo ferreo dall'infermiera interpretata da Jodie Foster, la quale si ritrova a fare i conti con una nottata più lunga di quanto si sarebbe aspettata, anche a causa dell'entrata in scena del re del crimine della città.



Personaggio che vive adoperando un codice di condotta ferreo, atto a mantenere l'ordine all'interno di un mondo in preda alla follia, che si muove nervosamente tra le stanze dell'hotel rattoppando gli avventori in modo preciso, grazie ad una tecnologia futuribile eppure mai davvero fantascientifica. Allo stesso modo, il Re Lupo interpretato da Jeff Goldblum è un padrino severo e inflessibile, che non esita a castigare chiunque contravvenga alle regole da lui stabilite.
Se questi due poli, al contempo antitetici e identici, sono interessanti, decisamente più piatto è il resto del roaster di personaggi, composto da due fratelli rapinatori, dalla femme fatale di turno, dal mercante d'armi simil linea comica, dall'assistente forzuto e dall principe del crimine fin troppo attaccato alla figura paterna. I conflitti innescati sono tutto sommato basilari e si risolvono sempre in modo prevedibile, non lasciando spazio neanche all'immaginazione dello spettatore.




La regia di Drew Pearce (già sceneggiatore del bel "Iron Man 3") riesce tuttavia ad imprimere un buon ritmo alla narrazione ed ha un buon occhio per le scene d'azione. Sfortunatamente, laddove riesce perfettamente a creare un macrocosmo verosimile e un microcosmo pulp intrigante (a là "John Wick"), non riesce mai a suscitare una vera emozione o a condurre ad una catarsi che non sia ampiamente prevedibile. Il che è davvero un peccato.

mercoledì 7 agosto 2019

Men in Black: International

 di F.Gary Gray.

con: Chris Hemsworth, Tessa Thompson, Liam Neeson, Kumali Nanjani, Rebecca Ferguson, Emma Thompson, Rafe Spall.

Fantastico/Azione/Commedia

Usa 2019















Chissà per quale motivo, il primo "Men in Black" non è mai davvero diventato un film di culto. Eppure le carte in regola c'erano davvero tutte: un mix frizzante tra action e commedia con una spruzzata di sana fantascienza a fare da sfondo, la quale rielaborava con brio l'estetica e le tematiche dei b-movies anni '50, un cast affiatato guidato da un duo di attori perfettamente in parte ed un buon gusto per il ritmo veloce, ma mai frettoloso. Non che la Sony non ci abbia provato a promuovere questa sua stramba creatura (patrocinata tra l'altro da Spielberg) in un fenomeno, producendo due sequel e una bella serie animata. Dulcis in fundo: il franchise è persino basato su di piccolo e breve fumetto indipendente, come quello delle Ninja Turtles. Insomma, i numeri per divenire il nuovo "Ghostbusters" c'erano davvero tutti, eppure "Men in Black" è sempre rimasto timidamente ancorato al ruolo di puro blockbuster estivo disimpegnato e simpatico, senza mai riuscire a fare il salto di qualità che avrebbe in fin dei conti meritato.
E di certo non sarà una pellicola come "Men in Black: International" a farglielo fare, martoriata così com'è dalla febbre del guadagno facile: prodotta visibilmente di fretta, priva di una storia davvero interessante o di spunti simpatici.



Messo da parte il duo Will Smith/Tommy Lee Jones, con solo il personaggio dell'agente O (Emma Thompson) a fare da tramite con il precedente "Men in Black 3", "International" si concentra sulla divisione inglese degli Uomini in Nero, con l'agente in prova M (Tessa Thompson) chiamata ad affiancare il veterano H (Hemsworth) in una missione di protezione vip che ben presto si rivelerà decisamente più complessa del previsto.



Come nel primo film, l'umorismo viene cucito addosso alla differenza di carattere dei due protagonisti: H è lo sbruffone, pronto a divertirsi e a piegare le regole del protocollo a proprio piacimento quando serve. M, la prima della classe, è invece più posata e riflessiva. Se l'alchimia tra i due funziona è anche merito della coppia Hemsworth/Thompson, già rodata nel simpatico "Thor: Ragnarok". Peccato che lo script non li assecondi più di tanto.



La sceneggiatura tenta di sviluppare una trama di suo trita e lo fa nel peggiore dei modi, snocciolando una storia talmente prevedibile da portare alla noia già nei primi minuti. Impossibile non prevedere tutti i colpi di scena, telefonati come sono dall'ovvio uso di red herring e dal typecasting degli attori.
A salvare la visione dovrebbe quindi pensarci l'azione, sulla carta anche interessante; peccato che la regia confusionaria di F.Gary Gray non ne valorizzi mai la componente spettacolare, adagiata com'è sui cliché di tanto action hollywoodiano anni '00 al là Michael Bay, dove il montaggio confusionario spesso affossa adrenalina e spettacolo.



La visione si fa così piatta sin dai primissimi minuti, non ci si appassiona davvero mai ad un prodotto pensato e costruito con il pilota automatico, senza mai un guizzo di originalità o anche solo di personalità. Un vero e proprio "filmetto" senza né arte, né parte che fallisce su tutti i fronti, primo fra tutto quello di rinverdire il marchio degli Uomini in Nero.

venerdì 2 agosto 2019

Midsommar- Il Villaggio dei Dannati

Midsommar

di Ari Aster.

con: Florence Pugh, Jack Reynor, Will Poulter, Vilhelm Blomgren, William Jackson Harper, Ellora Torchia, Archie Madekwe, Gunnel Fred, Isabelle Grill, Henrik Norlèn.

Horror

Usa 2019













Un anno dopo l'esordio scoppiettante di "Hereditary", Ari Aster torna alla carica declinando nuovamente una storia sul lutto e la relativa elaborazione per creare un lungo viaggio lisergico all'interno della coscienza di un personaggio. "Midsommar", perso com'è nella contemplazione di usanze e emozioni, è un più che degno secondo capitolo nella sua filmografia, dove il suo stile ricercato diviene finalmente virtuoso, per non lasciare scampo allo spettatore.



147 minuti nei quali la regia costruisce la tensione in modo sottilissimo. Si parte da un primo atto che ha già in sé stesso tutta la base della narrazione: la morte improvvisa di quella famiglia abbandonata forse con troppa facilità. Si continua con la relazione amorosa fin troppo blanda per arrivare al Midsommar del titolo, festività pagana del nord della Svezia che ogni 90 celebra la ruota della vita e del tempo, il rinnovarsi delle stagioni della natura e con esse dell'essere umano.



Aster ricrea con precisione e gusto per la spettacolarità il piccolo villaggio nel quale il rito viene celebrato. Un luogo dove non cala mai il sole, dove i colori e la luce sono così vividi da ferire gli occhi. E dove, sopratutto, c'è qualcosa di inquietante che striscia sotto la superficie gioviale. Una paura per l'ignoto che viene centellinata un pò alla volta, svelandosi al contempo in modo fragoroso: prima avvisaglia è il suicidio dei due anziani, mostrato senza filtri, con i corpi disintegrati in piena luce.



L'arco caratteriale della protagonista Dani (Florence Pough) è così discendente, incardinato ad una serie di coordinate quasi prefissate, passando dall'interiorizzazione del lutto alla sua estrinsecazione totale, sotto le forme del rito della rinascita e della fecondità per giungere al lato più estremo, a quel sacrificio umano essenziale per una rigenerazione dei luoghi esterni così come quelli interiori. Ad Aster, ovviamente, non interessano i giudizi morali sull'operato del personaggio, tanto meno i risvolti prettamente psicologici; il suo è un viaggio dello spirito e nello spirito, verso quelle emozioni a lungo trattenute e pronte a deflagrare in ogni singolo momento.



Un viaggio che ha le forme di un trip allucinato, dove il virtuosismo della macchina da presa si mette al servizio della geometricità del rituale; geometricità che viene puntualmente infranta dal momento che il punto di vista sugli stesse è esterno, dato dal gruppo di ragazzi americani. La macchina da presa si muove così sinuosa tra le vesti immacolate e i prati che respirano a causa dello stato distorto della percezione, sino a trovare nelle soggettive un compromesso estetico e funzionale al racconto.



Se i debiti di ispirazione non vengono in realtà mai celati (i mitologici "The Wicker Man" e "The Texas Chainsaw Massacre"), Aster riesce lo stesso a creare una pellicola forte e visionaria, intimamente disturbante e al contempo affascinante, un'evoluzione perfetta di ciò che aveva mostrato al suo esordio e che fa presagire un futuro roseo per la sua carriera.

giovedì 1 agosto 2019

Spider-Man: Far from Home

di Jon Watts.

con: Tom Holland, Samuel L.Jackson, Jake Gyllenhall, Marisa Tomei, Cobie Smulders, Zendaya, Jon Favreau, Jacob Batalon, Tony Revolori, Angourie Rice.

Supereroistico/Azione

Usa 2019















---CONTIENE SPOILER---

Chissà se tra 20-30 anni, quando la febbre dei comic-movie sarà scemata, qualcuno scriverà un saggio sulla filosofia e la morale nei film del MCU. Sarebbe quantomai opportuno, viste le incongruenze e, sopratutto, le sconcertanti prese di posizione a cui si assiste guardando i film di Iron Man e quelli del nuovo Spider-Man.
Da una parte c'è Tony Stark, un uomo che viene presentato come un arrivista, playboy incallito, edonista fin nel midollo, che costruisce il proprio esercito di armature non si sa per quale specificato motivo, il quale viene costantemente additato, fin dall'inizio, come role model. E', in buona sostanza, come presentare un moderno Gordon Gekko neoliberista come un personaggio positivo, alla faccia del male che, sia nella realtà, sia nel mondo di finzione, questi personaggi finiscono per fare con la loro sprezzante e compiaciuta condotta lavorativa.



Abbiamo poi Peter Parker, il ragazzetto di belle speranze il quale si ritrova a confrontarsi con il modello di Stark e, sopratutto, con una schiera di supercattivi creati proprio dal suo menefreghismo. Se in "Homecoming" l'Avvoltoio era un piccolo imprenditore schiacciato dalle supercorporazioni che decide di ribellarsi usando quella stessa tecnologia che Stark usa per darsi un tono da eroe, in "Far from Home", dietro Mysterio, abbiamo un'intera schiera di ex dipendenti della Stark Industries a cui il buon Tony ha dato il ben servito dopo averne spremuto le doti. Siamo sicuri che siano davvero loro i cattivi?



Prima di parlare di "Far from Home", occorre dare una risposta, seppur parziale e quantomai fine a sé stessa, a questo interrogativo, giusto per capire ciò che Kevin Feige e il suo stuolo di sceneggiatori sta cercando di venderci. Nell'ottica in cui vengono presentati, i cattivi sono persone ferite dagli eroi, veri e propri reietti che finiscono ai margini di una società dove gli eroi sono celebrità, come nel "The Boys" di Garth Ennis. E proprio come nell'irriverente opera di Ennis, gli eroi del MCU sono come inappetenti al male che commettono: non c'è una catarsi di Stark verso costoro, né Spider-Man prova a convincerli a posare le armi e ragionare. Questa sorta di neo-proletariato armato che tenta solo di trovare spazio in una società divorata dai colossi è un pericolo di per sé stessa, i suoi membri non sono persone o personaggi, ma semplici macchiette che vanno eliminate perché turbano l'ordine sociale, a prescindere da ciò che li ha spinti a farlo. Se l'eroe americano classico era fino a qualche tempo fa proprio il reietto che, armato di buone cognizioni, riformava un ordine sociale destabilizzato, ora l'eroe è questo stesso ordine sociale in cui tutto è prestabilito e nessuno può né deve permettersi di chiedere più di quanto gli viene dato.  La cosa più sconcertante è che, a differenza di quanto accadeva in "Spider-Man 2", non c'è mai un momento in cui lo spettatore o il protagonista riflettono su questa sorte, su come sia stata la superficialità e la cattiveria dei buoni ad aver generato i mostri che ora si trovano a combattere.



Nell'ottica che così viene data agli eventi, il Peter Parker di "Far from Home" diviene  il prescelto, colui che viene chiamato a sostituire il fulcro del sistema per dare alle masse un volto con cui identificarlo. E può farlo solo perché Tony Stark, suo predecessore, ha così deciso, non tanto per il suo potenziale, né per i meriti effettivi. I quali, inutile persino sottolinearlo, consistono nell'aver sradicato quei nemici creati proprio da Stark.



"Far from Home" è in tal senso il romanzo di formazione di Peter Parker, nel quale impara che per prendere il posto di Stark non bisogna essere come Stark. Lezione che in pratica doveva aver imparato già in "Homecoming" e che qui viene riproposta perché evidentemente tutti gli autori coinvolti non avevano un'idea migliore. Tanto che l'unico tocco di originalità viene dato dalle location europee, le quale, manco a dirlo, sono semplici sfondi su cui far muovere i personaggi e non assumono mai un ruolo determinante negli eventi. Il modello di riferimento questa volta è dato dal troppo facilmente dimenticato "Un Agente Segreto al Liceo" di Fred Dekker, dal quale viene ripresa l'idea di una vacanza che si trasforma in missione sotto copertura. Ma l'umorismo non sempre funziona, anzi spesso cade a vuoto, forse a causa della volontà di far colpo unicamente su di un pubblico di infanti.



Laddove lo humor non funziona, la spettacolarità per fortuna ha sorte migliore: le scene d'azione sono originali e ben coreografate, garantendo quel minimo di intrattenimento che un comic movie odierno non può non avere.
Decisamente tediosa è invece l'immancabile love-story, con Peter come al solito alle prese con il suo amore per MJ; peccato che quest'ultima sia interpretata da una Zendaya conciata in modo da avere il fascino e la simpatia di un'emorroide.



Al di là delle letture sociologiche, "Far from Home" è un secondo capitolo comunque più riuscito del suo predecessore, ma che farà la gioia solo di un pubblico di infanti. Agli adulti, probabilmente, non susciterà la minima emozione.


EXTRA

Nell'immancabile triangolo amoroso che si viene a creare tra Peter e MJ, il ruolo del terzo incomodo viene ricoperto da un fascinoso compagno di classe dei due, il quale viene battezzato dagli sceneggiatori con il nome di Brad Davis.



Non è dato sapere se si tratti di una coincidenza o di un omaggio voluto allo sfortunato attore, il quale, dopo aver raggiunto la fama grazie al bel "Fuga di Mezzanotte" e aver spiazzato tutto recitando nel mitico "Querelle de Brest", ha stupito il mondo quando ha dichiarato di aver contratto il virus del HIV, decidendo successivamente di scagliarsi contro l'ipocrisia regnante nella Hollywood degli anni '80. Fatto sta che sentir pronunciare cattiverie contro il suo nome non può che far rizzare i capelli in testa.

giovedì 25 luglio 2019

Domino

di Brian De Palma.

con: Nicolaj Coster-Waldau, Carice Van Hauten, Guy Pearce, Eriq Ebouaney, Soren Malling, Nicolas Bro, Paprika Steen.

Thriller

Danimarca, Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi 2019















Avrà pure 80 anni, ma di certo Brian De Palma non accenna a distogliere il suo sguardo, profondo sino quasi al maniacale, sul mezzo filmico. Se in gioventù è stato tra gli ex dell' UCLA quello più influenzato dai lavori di Godard (si veda su tutti il folle "Hi, Mom!" per comprendere quanto fascino l'autore francese abbia esercitato su di lui), in terza età torna a riprendere il meccanismo hitchcockiano della costruzione a climax e dell'uso dei dettagli per creare tensione. E anche se "Domino" non sarà di certo ricordato come uno dei suoi più riusciti (o anche semplicemente dei suoi più belli), è altrettanto vero che la sua mano è ancora fortemente avvertibile anche alla più superficiale delle visioni.




E proprio Hitchcock pare essere il modello alla base dello script che De Palma porta in scena, tra un accenno a "Topaz" e un altro a "Intrigo Internazionale", con una storia basilare, che ruota attorno alla morte di un agente di polizia di Copenaghen, il cui partner (Coster-Waldau) e l'amante (Carice Van Hauten) decidono di vendicare. Peccato che l'assassino (Eriq Ebouaney) venga a sua volta coartato dalla CIA per stanare e uccidere un boss dell'ISIS.



Torna quindi il topos dell'uomo comune (benché qui tutore dell'ordine) rimasto incastrato in un meccanismo più grande di lui. De Palma, ovviamente, sa quanto di già visto ci sia in sceneggiatura e decide di giocare tutto sulla messa in scena e sull'enfasi.
Impossibile non citare l'incipit, dove una macchina da presa che si fa punto di vista estraneo a quello dei personaggi, prende letteralmente per mano lo spettatore e lo porta a concentrarsi su di un unico e cruciale dettaglio, come la scuola di Hitchcock insegna. E non manca neanche la riproposizione della cruda riflessione voyeuristica sulla visione.



I terroristi di "Domino", benché caratterizzati come semplici "cattivi", sono di fatto la quintessenza del voyeurismo depalminao: come l'assassino di "L'Occhio che Uccide", escogitano modi sempre nuovi di riprendere sia l'atto dell'uccisione che la reazione dell'assassino, poi montati assieme per sincronizzarli. La morte diviene così mezzo di propaganda, testimonianza diretta della loro forza, in cui il montaggio non fa perdere veridicità, aumentandone, al contrario, la forza viscerale. Se in "Redacted" De Palma rifletteva sulla forma mistificatrice del medium audiovisivo, qui ne dà una lettura diversa, una possibile declinazione che rende l'immagine multimediale "più vera del vero", benché pur sempre creata ad arte da un regista-demiurgo.



In tutte le sequenze action, De Palma mostra ancora polso fermo e il gusto per la citazione; troppo facile rivedere nel climax l'ombra lunga di quello de "L'Uomo che sapeva troppo" ed è forse proprio questo tono esplicito che giova alla riuscita di un'opera di sicuro piccola e meno ambiziosa di altre del suo stesso autore, ma anche fortemente riuscita.