venerdì 13 settembre 2019

5 è il numero perfetto

 di Igor Tuveri.

con: Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Giovanni Ludeno, Nello Mascia, Lorenzo Lancellotti, Vincenzo Nemolato.

Cinecomic/Noir

Italia, Belgio, Francia 2019















Ce ne è voluto di tempo per trasporre "5 è il numero perfetto" su pellicola; un progetto partito dal almeno due decenni, procrastinato a causa dell'impossibilità di trovare un regista ed un protagonista giusti per adattare la celebre graphic novel di Igort (al secolo Igor Tuveri) al grande schermo. Finché, alla fine, non si è deciso di affidare il tutto allo stesso fumettista, che esordisce così al cinema con una storia scritta e illustrata di suo pugno, la quale diviene ideale storyboard del film.



Una storia tutto sommato semplice, anzi "semplicemente archetipica": in una Napoli cupa, dove quello del gangster è un mestiere come un altro, il killer prezzolato Peppino Lo Cicero (Servillo) subisce la morte dell'amato figlio Nino (Lorenzo Lancellotti), anch'egli contract killer della Camorra. Con l'aiuto del vecchio amico Totò (Buccirosso) e dell'amante Rita (Valeria Golino), Peppino comincia una vera e propria guerra contro i presunti responsabili dell'omicidio.



Una storia che sembra appunto uscita da un fumetto postmodernista, che riprende i topoi della narrativa gangster e noir anni '30 per riproporli in chiave estremizzata e stilizzata sino all'iperbole.
Su schermo, il lavoro di Igort diviene così simile al "Sin City" di Miller e Rodriguez (con il quale ha in comune anche l'idea di affidare la direzione su schermo al creatore del fumetto) e, sopratutto, al "Dick Tracy" di Warren Beatty.
Ogni elemento della messa in scena viene caricato sino all'iperbole: i personaggi parlano in modo schietto e tagliente e si muovono in modo sinuoso, incastrandosi con le luci e gli elementi scenografici, sino a trasformare il tutto in un vero e proprio fumetto in movimento.



Allo stesso modo, anche i toni della storia divengono iperbolici; primo fra tutti, l'aspetto squisitamente partenopeo, con il forte accento napoletano dei personaggi che diviene parte integrante della caratterizzazione; senza contare gesti e rituali tipicamente associati alla città di Napoli, come l'ossessione per il caffè, quasi un leitmotiv presente in tutto il film; nonché, ovviamente, i nomi dei personaggi.
Così come gli elementi visivi e narrativi, anche l'elemento musicale è gonfiato e quasi cartoonesco, con la colonna sonora perennemente sintonizzata su frequenze che evocano una sensazione di pericolo e violenza latente.


Se il lavoro sull'estetica è certosino e squisito, altrettanto non si può dire sulla direzione, che sconta diversi difetti derivati per lo più dalla poca esperienza di Igort con l'immagine in movimento; troppo statiche sono le sequenze d'azione, con i personaggi sovente fermi in pose plastiche poco dinamiche, che affossano l'andamento adrenalinico che si vorrebbe trasmettere.
Allo stesso modo, anche il ritmo generale del racconto è dilatato sino al punto di trasformare la ricerca dell'atmosfera in semplice noia, tanto da far pesare un minutaggio di certo non esorbitante.
Difetti che però intaccano solo in parte la visione: se si sta al gioco, "5 è il numero perfetto" finisce per divertire; tanto che l'unico vero difetto imputabile a Igort è quello del compiacimento estremo con cui porta in scena il tutto.

lunedì 9 settembre 2019

It- Capitolo Due

It Chapter Two

di Andy Muschietti.

con: Jessica Chastain, James McAvoy, Bill Hader, Bill Skarsgard, Jay Ryan, James Ransone, Isaiah Mustafa, Andy Bean, Teach Grant, Jess Weixler, Xavier Dolan, Peter Bogdanovich, Stephen King.

Horror

Usa 2019











---CONTIENE SPOILER---

Non è stato facile portare sul grande schermo le pagine di quello che è tutt'ora il libro più famoso e amato di Stephen King. Due anni fa, Andreas Muschietti è riuscito in un'impresa complessa e rischiosa, riuscendo a restituire abbastanza bene non solo la storia e i personaggi che King ha elaborato in oltre mille pagine, ma anche quelle atmosfere sinistre e, sopratutto, la tematica del passaggio dall'adolescenza all'età adulta che costituisce il nerbo di molta narrativa dello scrittore di Bangor. Il primo "It" è un horror fluviale nel quale personaggi e situazioni erano condotti in modo abbastanza buono, con troppi jump-scare ed un polso che talvolta tremava nella direzione, ma che vantava anche un'ottima atmosfera ed un occhio per i personaggi, in una trasposizione che sapeva anche quando e come distanziarsi dal materiale di partenza per evitare di venirne imprigionata.
Due anni dopo, Muschietti ci riprova, portando su schermo la "parte adulta" del romanzo, quella continuazione che su carta era alternata alla prima parte, fungendo da specchio degli eventi e degli umori dei singoli personaggi. Una seconda parte che, nelle pagine del libro, era caratterizzata da una narrazione semplice, ma anche estremamente astratta, dove la parte genuinamente sovrannaturale della storia si rifaceva ai miti di Chtulu di Lovecraft senza riuscire a trovare una propria dimensione credibile, scadendo spesso nel ridicolo involontario e nel delirante.
"It- Capitolo Due" riesce però a riprenderne il meglio e a trasportarlo su schermo in modo adeguato, anche se estremamente goffo.



27 anni dopo, i Perdenti sono ormai diventati uomini di successo. Bill (McAvoy) è divenuto uno scrittore horror affermato, i cui libri sono però flagellati da happy ending snobbati dal pubblico, in particolare dal regista che ne dirige gli adattamenti (Peter Bogdanovich, in un cameo delizioso); Beverly (Jessica Chastain) è divenuta una stilista di grido, che però ha finito per sposare quello che è in tutto e per tutto un doppio del suo violento padre; Richie (Bill Hader) è uno stand-up comedian adorato dal pubblico; Eddie (James Ransone) il titolare di una catena di noleggio limousine che ha anch'egli sposato un doppio dell'opprimente madre (interpretata da Molly Atkinson, che nel primo film dava appunto il volto alla genitrice); Ben (Jay Ryan) ha perso i chili di troppo e conduce una vita agiata come architetto; Stan (Andy Bean) è un uomo sposato e ben piazzato. Ma tutto cambia quando, a seguito dell'omicidio del giovane omosessuale Adrian Mellon (Xavier Dolan, anch'egli in un bel cameo) in quel di Derry, Mike (Isaiah Mustafa) assiste al ritorno di Pennywise e decide di richiamare i vecchi amici per prestare fede al giuramento fatto anni prima.



Contrariamente a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi, la narrazione non è lineare, ma alternata con i flashback dell'adolescenza, che gettano nuova luce sul rapporto amicale del gruppo. Le dinamiche tra personaggi trovano nuova linfa vitale, sopratutto quella tra Eddie e Richie, la quale, nel finale, si scopre essere, in modo sottile ma evidente, come un'attrazione amorosa. I personaggi, scissi su due piani temporali, sono così chiamati a confrontarsi sui cambiamenti che hanno subito e sulle paure che hanno (o, meglio, non hanno) assimilato.
Per i Perdenti arriva così il momento della catarsi, ossia della scoperta di sé stessi mediante il confronto con un passato rimosso, come in una sorta di "Il Grande Freddo" virato all'horror. E ognuno di loro scopre nuovi tasselli sulla propria personalità, siano essi l'affetto verso quella figura paterna terribile eppure allo stesso tempo affettuosa, il rimorso per non aver saputo proteggere i propri familiari o per la morte dei propri amici. Lo script, questa volta curato dal solo Gary Dauberman, si rivela efficace nella costruzione di ogni singolo arco caratteriale, rendendo una storia forse fin troppo lunga, allo stesso tempo avvincente, pur scontando qualche incongruenza (quando dovrebbe essere ambientato il flashback di Ben a scuola?).
Il tocco finale viene dato dal cast, con tutti gli attori in forma e in parte; e su tutti, svettano Ransone e Hader, che divorano ogni scena in cui appaiono.



Anche il modo in cui viene rielaborato il lungo confronto finale risulta credibile; il rito di Chud, che chiudeva il cerchio nel romanzo, così come descritto da King non avrebbe potuto mai funzionare in immagini; Muschietti ha così deciso di trasformarlo in un rituale tribale piuttosto che in un combattimento lisergico e, al contempo, ha saputo gestire meglio la mitologia lovecraftiana alla base del racconto, che ora non appare più né scialba, nè fuori luogo.
Peccato però che ad un'attenta opera di adattamento in sede di script non corrisponda una regia altrettanto ispirata.



Forse per rifarsi al modello di Sam Raimi nella trilogia di "Evil Dead", Muschietti decide di introdurre elementi comici nei passaggi di tensione, non riuscendo però mai a controllare il tutto. Passaggi in teoria spaventosi si coprono così di ridicolo involontario anche quando vogliono essere umoristici; in particolare, le scene con Eddie sono afflitte da un cambio di tono sin troppo repentino, tanto da rasentare l'idiozia: non si sa davvero come sentirsi nel suo confronto con l'ex bullo Henry La regia non controlla mai il tono finendo per rompere il giocattolo con cui si diverte, regalando allo spettatore emozioni contrastanti sino all'ironia più spicciola.



Tanto che alla fine, più che all'adattamento di un'opera di King, sembra di assistere ad uno strambo episodio di "The Real Ghostbusters", con il Club dei Perdenti al posto degli Acchiappafantasmi tanto è l'umorismo sopra le righe.
Il che è un vero peccato: l'idea alla base del racconto è comunque forte e condotta in modo deciso e riuscito; con un'attenzione maggiore alla coerenza stilistica, questo "Capitolo Due" ben avrebbe potuto rappresentare una rielaborazione fedele e riuscita e, prima ancora, un'opera affascinante.

lunedì 2 settembre 2019

Caos Calmo

 di Antonello Grimaldi.

con: Nanni Moretti, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Roman Polanski, Alessandro Gassman, Blu Yoshimi, Silvio Orlando, Hippolyute Girardot, Kasia Smitniak.

Drammatico

Italia, Inghilterra 2008
















Una perdita che colpisce all'improvviso, una vita, interiore quanto esteriore, che crolla su sè stessa, alla costante ricerca di un nuovo centro di equilibrio. In queste poche parole è riassumibile "Caos Calmo", la cui costruzione ed incipit riportano alla mente un'altra opera di Moretti, ossia "La Stanza del Figlio"; e se lì l'assenza era data dalla progenie, qui è invece data dal coniuge, personaggio fantasma che non vediamo mai davvero in scena ma la cui perdita sconvolge tutto.
Moretti, ritagliatosi il ruolo di protagonista e co-sceneggiatore, lascia l'onere della regia ad Antonello Grimaldi, ma il risultato è purtroppo castrato da uno sviluppo narrativo troppo chiuso in sé stesso.




Il caos del titolo è, ovviamente, quello emozionale, riprodotto non attraverso la violenta furia interiore, ma tramite l'assenza totale di empatia verso la propria e l'altrui esistenza. Pietro Paladini si distacca da tutti gli aspetti non essenziali della sua vita, dal lavoro, dal rapporto di colleganza, dagli affetti non necessari, che divengono così corpi morti che gli ruotano attorno, senza riuscire mai ad intaccarne lo stoicismo. Unica eccezione è l'affetto della figlia, che diviene l'unico appiglio in un mondo oramai privo di significato.




Se il soggetto è intrigante, lo sviluppo è del tutto piatto. Non c'è una vera catarsi nella vicenda, la risoluzione è sterile e non colpisce davvero. Allo stesso modo, i drammi e gli orrori che circondano il protagonista, sulla carta ai limiti del grottesco, finiscono per essere inconsistenti: dalla moglie del collega con la sindrome di Tourette a Valeria Golino rimasta incinta dell'amante, passando per il solito Silvio Orlando ritratto come sempre nei panni dell'insicuro, ora alle prese con una grossa fusione aziendale e con il contorno di una Kasia Smutniak che fa la bella a spasso, i piccoli-grandi drammi di questi piccoli-grandi personaggi non hanno la minima consistenza, non intaccano l'emozione dello spettatore al pari di come non intaccano quella del protagonista.




Il dramma diviene così una parata di sketch talvolta priva di continuità, dove l'unica enfasi è riservata alla scena di sesso tra Moretti e Isabella Ferrari, in teoria liberatoria e provocante, nella pratica solo semplice pornografia d'autore.
Fortunatamente, Antonello Grimaldi ha un occhio più attento per la costruzione delle scene e usa volentieri crane e dolly per enfatizzare il momento. La piattezza stilistica tipica del cinema di Moretti viene così in parte arginata.



Stile a parte, "Caos Calmo" è l'inconsistenza fatta narrazione, un dramma che vuole essere umano e crudo ma finisce solo per essere insipido e vuoto.

sabato 31 agosto 2019

Il Signor Diavolo

di Pupi Avati.

con: Gabriel Lo Giudice, Filippo Franchini, Cesare Cremonini, Massimo Bonetti, Gianni Cavina Lino Capolicchio, Alessandro Haber, Chiara Caselli, Eva Antonia Grimaldi, Andrea Roncato.

Horror/Thriller

Italia 2019















E' un vero peccato il fatto che Pupi Avati ripudi, a sua detta, il genere horror, al quale torna sovente solo per ragioni squisitamente alimentari. Lo è per il fatto che, alla fin fine, della sua lunga filmografia, ciò che resta è caratterizzato sopratutto dagli exploit di genere, tra i film più riusciti e interessanti che lui abbia diretto. Persino in un'opera come "Il Signor Diavolo", di certo non tra le migliori, è avvertibile la voglia di fare propria la narrativa orrorifica mediante il registro della scrittura e della messa in scena, anche se con risultati blandi.



Avati, come sempre, parte dallo script, in questo caso un thrilling che vede un omicidio nelle campagne venete, a detta degli abitanti perpetrato ai danni di un giovane ragazzo posseduto dal demonio, sul quale viene inviato a investigare un ispettore del Ministero della Giustizia, in un'epoca, il 1952, in cui i voti della DC si contavano grazie e sopratutto al perno della religiosità e, forse sopratutto, grazie alla pura superstizione del volgo.




Storia che viene letteralmente smontata in una narrazione in flashback, ricostruiti sopratutto sulla base dei verbali degli interrogatori. Il punto di vista diviene così indeterminato, poco oggettivo, ancorato alla visione dei singoli personaggi piuttosto che su quello, chiarificatore, del protagonista.
Avati riesce ad intessere in modo efficace un racconto che resta interessante per quasi tutta la sua durata, con una struttura che mischia verità a dicerie, fatti a pure suggestioni.
Malauguratamente, il tutto si inceppa nel finale, dove l'immancabile colpo di scena finisce sopratutto per confondere, piuttosto che fare chiarezza sull'accaduto.




Allo stesso modo, Avati non controlla bene la messa in scena. Se la costruzione di un'atmosfera gotica e sinistra è perfettamente riuscita, come nei suoi lavori migliori, altrettanto non si può dire per la costruzione della tensione, che spesso latita e che quando viene ricercata, viene sprecata in jump-scare da quarta elementare. Senza contare il modo in cui fa ricorso ai ralenty, talvolta davvero fuori luogo.





"Il Signor Diavolo" si configura così come un'opera tutto sommato ambiziosa, ma mal riuscita, dove le scelte estetico-stilistiche e narrative affossano quanto di buono fatto da uno script che, se portato in scena in modo differente, avrebbe con molta probabilità dato vita ad un piccolo gioiello.

lunedì 26 agosto 2019

Charlie Says

di Mary Harron.

con: Matt Smith, Hannah Murray, Sosie Bacon, Suki Waterhouse, Grace Van Dien, Kayli Carter, Marianne Rendòn, Chace Crawford.

Drammatico

Usa 2018
















Il 9 Agosto del 1969, la villa al 10050 di Cielo Drive, Los Angeles, viene presa d'assalto da alcuni esponenti della "Manson Family", comune di stanza sulle colline; durante quello che verrà presto definito come "eccidio", persero la vita cinque persone, tra cui Sharon Tate, attrice e moglie di Roman Polanski, all'epoca all'ottavo mese di gravidanza. L'episodio causò un'onda mediatica incredibile, divenendo presto famoso come uno dei peggiori massacri della storia degli Stati Uniti, ispirando fin da subito una florida sequela di pellicole che ne ricostruivano, in modo talvolta anche alquanto efficace, i tragici avvenimenti.
Atrocità effettiva a parte, il Massacro di Cielo Drive verrà ricordato come il primo episodio che portò all'infrangersi del sogno di pace universale dell'epoca, proprio a causa dello status sociale degli assassini, guidati da Charles Manson, il quale diverrà famoso come uno dei peggiori serial killer della storia pur non avendo, di fatto, mai ucciso nessuno.
Inutile sottolinearne la figura: vero e proprio santone autoproclamatosi come il nuovo Gesù Cristo, Manson riuscì a convertire alla sua scalcinata dottrina un consistente gruppo di persone, vivendo nello Spahn Ranch, famoso per essere stato la location di infinite produzioni hollywoodiane.
E in occasione dei 50 anni dall'accaduto, non potevano mancare delle pellicole dedicategli; se già negli scorsi anni lo scarno "10050 Cielo Drive" e lo sconcertante "The Haunting of Sharon Tate" avevano cercato di riportare l'attenzione sul caso, è il solo "Charlie Says" a portare una ricostruzione degli eventi davvero riuscita e interessante.



Alla regia troviamo Mary Harron, già autrice del cult "American Psycho", la quale però decide di abbandonare ogni forma di vouyeurisimo e spettacolarità, adottando un piglio simile a quanto fatto nel suo "Ho Sparato a Andy Wharol", restando il più possibile ancorata ai fatti. Il punto di vista adottato è quello di Leslie Van Hauten (Hannah Murray), che insieme a Patricia Kernwinkel, Susan Atkins e Tex Watson perpetrò materialmente gli omicidi. Punto di vista che viene a sua volta filtrato attraverso quello della professoressa Karlene Faith, che per anni ha seguito il trio di ragazze per reinserirle nella società. Assistiamo così all'ingresso nella comune, ai suoi rituali e allo stile di vita perpetrato. La Harron non abbellisce nulla, raccontando nei minimi particolari l'accattonaggio, le cene a base di ortaggi raccattati nell'immondizia, la promiscuità sessuale e i deliri religiosi della Famiglia. Il ranch viene così ritratto come un'alcova di pezzenti fuggiti di casa, che ripudiano il passato e che non hanno un vero futuro, tutti ipnotizzati dal fascino di Manson, il quale viene a sua volta spogliato di ogni effettivo carisma per essere ritratto come l'egocentrico che, nei fatti, fu.



Manson è un ciarlatano manipolatore, dai modi autoreferenziali e autocelebrativi, che propaganda una filosofia antimaterialista che sfocia nell'apocalittico, arrivando a profetizzare una rivolta degli afroamericani che porterà alla fine della società civile. Il suo è un percorso discendente, dove la volontà di annullare le menti dei propri seguaci per creare una strampalata utopia terrena lascia presto spazio alla rabbia per una carriera musicale mai decollata (Manson decise di colpire l'indirizzo di Cielo Drive poiché in precedenza occupato da Terry Melcher, produttore che rifiutò di produrre il suo album d'esordio), ossia la contraddizione totale con la sua stessa sconclusionata filosofia. Un plauso va fatto a Matt "Undicesimo Dottore" Smith, che incarna il personaggio riuscendo a dargli un'aura tangibile di carisma, senza mai scadere nel gigionesco o nell'overacting spicciolo.



Se Manson è l'oggetto descritto, il soggetto della narrazione è la stessa Leslie Van Hauten, la quale compie un doppio percorso evolutivo: da timida ragazza piccolo-borghese a seguace ipnotizzata dalle parole del guru, per poi tornare ad una forma di coscienza effettiva grazie agli insegnamenti della Faith. La sua parabola diviene quella del prototipo femminile dell'epoca, quello di una donna che si allontana da una società che tenta di relegarla in secondo piano, per abbracciare uno stile di vita libertino solo in apparenza, che cela, infatti, una sottomissione ancora più pressante, solo per poi trovare un equilibrio nella filosofia femminista effettiva, la cui conoscenza porta alla liberazione e alla catarsi verso il male compiuto, che coincidono con l'abbandono del plagio da parte di Manson, di quel costante "Charlie says" del titolo, mantra ripetuto per giustificare tutte le deprecabili azioni compiute o subite.



La narrazione della Harron è secca, quasi cronachistica, non cerca lo scandalo ed evita il sensazionalismo. Nella descrizione del massacro, il suo stile si fa parco, tralasciando la messa in scena diretta per concentrarsi maggiormente sulle sue conseguenze. Più spazio viene così concesso all'omicidio dei coniugi LaBianca, seconde vittime della furia della Famiglia, la cui morte viene invece portata in scena in modo diretto.



Il limite del film è intrinseco all'approccio adottato: non va oltre i fatti, oltre la ricostruzione attenta di quanto accaduto. Limite che non è tuttavia un difetto vero e proprio: "Charlie Says" resta lo stesso un'interessante prova di cinema d'inchiesta, che getta uno sguardo lucido verso un passato mostruoso, ancora oggi difficile da dimenticare.

mercoledì 21 agosto 2019

The Nest (Il Nido)

di Roberto De Feo.

con: Francesca Cavallin, Justin Korovkin, Ginevra Francesconi, Maurizio Lombardi, Elisabetta De Vito, Valentina Bartolo.

Horror/Gotico

Italia 2019















---CONTIENE SPOILER---


E' buffo constatare come, talvolta, la medesima storia possa assumere significati antitetici a seconda del contesto in cui viene prodotta. E' il caso di "The Nest", primo vero lungometraggio di Roberto De Feo, il quale, oltre a presentarsi come un prodotto straordinariamente ben confezionato, porta anche a riflettere su diverse tematiche ancora urgenti.
La comprensione della particolarità del film passa necessariamente attraverso la sua visione integrale, tanto che a prima vista potrebbe sfuggire; una volta svelati tutti retroscena, la storia somiglia, forse volontariamente, a quella del "The Village" di Shyamalan, con una comunità di individui che si rinchiude all'interno di una vera e propria bolla fuori dal tempo, per sfuggire all'orrore. Ma se nella pellicola del regista indo-americano questo "mondo nel mondo" resta caratterizzato fino alla fine come una vera e propria oasi di salvezza, in cui il male entra per puro caso, nel film di De Feo il rifugio è caratterizzato sin dal primo istante come un luogo macabro, dove l'asserragliamento porta sicuramente alla salvezza fisica, ma non a quella emotiva o mentale.



E anche andando al di là di ogni possibile lettura ideologica (la quale risulta invero attuale nell'Italia d'oggi giorno), "The Nest" è prima di tutto un perfetto horror gotico, il quale, più che rifarsi alla tradizione italiana del genere, torna indietro sino a quella britannica, riprendendone intuizioni visive e narrative per riformularle in chiave moderna ed efficace.
Piuttosto che affidarsi ai semplici jump-scare, De Feo preferisce costruire un'atmosfera di sottile inquietitudine; sin dalla prima scena, si comprende appieno come vi sia qualcosa di incredibilmente sbagliato e disturbante nei gesti dei personaggi, nel modo in cui parlano o anche semplicemente nelle loro espressioni contratte. E quando il jump-scare fa capolino, in un'unica scena, è efficacissimo, grazie all'uso magistrale del sonoro.
La sensazione di straniamento viene comunicata anche dalla bellissima fotografia, che abbandona le cascate di colore della tradizione nostrana in favore di una palette livida nelle sequenze diurne e altamente contrastata in quelle notturne.



Allontanandosi invece dalla tradizione, De Feo preferisce smontare l'effetto sorpresa attraverso un vero e proprio stillicidio di informazioni: i retroscena della storia e del mondo in cui il tutto viene ambientata arrivano un pò alla volta, lasciando comprendere e somatizzare allo spettatore ogni dettaglio. Tanto che l'unico vero colpo di scena è quello finale, in un certo senso il più debole e scontato tra tutti.
Lo stile visivo di De Feo è ricercatissimo, fortemente caratterizzato da una profondità delle inquadrature che aggiunge un ulteriore tocco di atmosfera. Le immagini, quasi tutte in interni, deformano ambienti e personaggi grazie all'uso sapiente del grandangolo e della trasfocatura e sono talvolta perfette nella ricercatezza delle forme, cosa inusuale per un esordiente e, bisogna ammetterlo, ancora più inusuale per una produzione nostrana.



La riuscita definitiva si deve anche agli sforzi del cast, composto da attori misconosciuti ma dal talento innegabile. Su tutti, sono però i due giovani protagonisti Justin Korovkin e Ginevra Francesconi (quasi una doppleganger di una giovane Jennifer Connelly) a sorprendere per espressività e posatezza.
"The Nest" è in definitiva una piacevole sorpresa: un horror efficace, interessante e bello, che merita di essere scoperto da un pubblico oggi come oggi non più abituato a vedere produzioni italiane di genere in grado di competere (e surclassare) simili prodotti esteri.

lunedì 19 agosto 2019

Easy Rider

di Dennis Hopper.

con: Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson, Karen Black, Luke Askew, Robert Walker Jr., Toni Basil.

Usa 1969

















---CONTIENE SPOILER---


Il tempo non è stato clemente con "Easy Rider" e, d'altro canto, non poteva essere altrimenti. Capita a tutte quelle pellicole che riescono a catturare lo zeitgeist di quando furono prodotte: modi e mode cambiano a seconda dei decenni (o addirittura dei lustri) e un'opera coraggiosa e di rottura, quando decontestualizzata, può sembrare sterile e convenzionale. Per godere appieno dell'esordio come regista del compianto Dennis Hopper, occorre quindi inscriverla nel periodo in cui fu girata, ossia la fine degli anni '60, con lo studio system di Hollywood al tracollo e i primi natali di quella New Wave che porterà alla produzione dei più grandi capolavori che la filmografia americana tutt'oggi conosca.
New Wave che comincia all'incirca nel 1967, con un duplice evento: da un lato l'abolizione del famigerato Codice Hays in favore del MPAA, ossia l'abolizione della censura verso quelle pellicole indicate come troppo licenziose. Di punto in bianco, il sesso e la violenza non erano più dei tabù nel cinema americano; il che porta all'uscita di "Gangster Story" di Arthur Penn, vero antesignano del nuovo modo di intendere il cinema. Al di là della concezione del regista come autore e vero demiurgo dietro la riuscita di un film, l'opera di Penn porta ad un nuovo modo di intendere la rappresentazione filmica della violenza, non più filtrata ma portata in scena in modo diretto e iperrealista.
"Easy Rider" arriva nelle sale due anni dopo e la sua riuscita si deve proprio al modo secco in cui ritrae gioie e orrori del profondo degli Usa, ma anche per lo stile lisergico con cui porta tutto in scena.



La paternità dell'opera è in realtà attribuibile tanto ad Hopper quanto a Peter Fonda, accreditato come produttore e co-sceneggiatore. In realtà molto del girato è stato letteralmente improvvisato mentre la troupe si muoveva da un luogo all'altro, ma sono state le idee del duo a plasmare il tutto. Tutto ha infatti inizio con una foto che Fonda aveva scattato qualche anno prima con l'amico Bruce Dern, che li ritraeva dinanzi a due motociclette; la visone di questi due giovani capelloni messi davanti a quello che già a partire dagli anni '50 era un simbolo di ribellione pare abbia infiammato l'immaginazione di Fonda, portandolo a proporre di girare il film all'amico Dennis; pare però che ci sia stata anche un'altra influenza, meno diretta, verso il duo, ossia l'amore per il capolavoro di Dino Risi "Il Sorpasso", che infatti fu distribuito negli Usa con il titolo "Easy Life" e dal quale hanno ripreso anche la sequenza dell'autostoppista.
Decisi a girare con un budget di poco superiore a 300 mila dollari, i due autori trovano finanziamenti grazie alla Pando Company, società indipendente la quale ha però dalla sua un contratto con la Columbia Pictures sulla distribuzione delle pellicole da loro prodotte. "Easy Rider" diviene così il primo film indipendente ad essere distribuito a livello mondiale da una grossa major di Hollywood.



 L'intento del film è semplice, ossia quello di fotografare l'America reale, lasciata sovente al di fuori della sala dal cinema mainstream. E per farlo, viene usato un canovaccio che riprende in pieno il mito fondativo americano, quello della conquista del West, dove però i cowboy cavalcano delle Harley-Davidson e compiono il percorso opposto rispetto ai pionieri, ossia da ovest a est, per andare ad assistere al Mardì Gras di New Orleans. Persino i nomi dei due personaggi si rifanno al mito del West: Billy (Hopper) come Billy the Kid e Wyatt (Fonda) come Wyatt Earp, soprannominato anche "Capitan America", bardato com'è in quel giubbotto che sfoggia con orgoglio la bandiera a stelle e strisce.




Wyatt e Billy non sono due hippie nel senso stretto del termine, sono solo due ribelli, due persone che non si omologano né alla società, nè alla controcultura in senso stretto. Il loro viaggio li porta così ad attraversare quest'America confusa e contraddittoria. Da una parte ci sono i veri Figli dei Fiori, che vivono nella comune come i nuovi pionieri, i quali portano avanti gli ideali di amore universale e condivisione.
Ma l'anno in cui il film viene prodotto è essenziale: è il 1969, l'Estate dell'Amore è già passata e di lì a poco la strage di Cielo Drive stenderà un'ombra sinistra verso la controcultura hippie. I due lasciano così questa nuova società per incontrare un personaggio essenziale, George Hanson (Nicholson), avvocato affetto da alcolismo.




Se Wyatt e Billy sono i reietti erranti, George è il perfetto figlio della società borghese americana, perfettamente inserito nel contesto in cui vive, eppure affetto da una mania autodistruttiva. Il quale, per un breve intervallo di tempo, è persino chiamato a divenire la coscienza del film. E' lui a sottolineare come gli intolleranti e razzisti bigotti altro non sono che uomini spaventati dal concetto stesso di libertà, che si accaniscono sui diversi perché ricordano loro la possibilità di un'esistenza diversa, scevra da quella moralità sovente solo predicata, che non tenga conto dei limiti che la società si autoimpone. Coscienza che porta ad una riflessione "scandalosa" e che per questo viene distrutta dall'ipocrisia di chi si crede superiore al prossimo.




Come recita la tagline italiana, "Libertà e Paura" convivono fino alla sovrapposizione: "Libertà è Paura", scelta priva di condizionamento che porta i "normali" a temere ciò che non comprendono o non vogliono comprendere.
Il viaggio di Wyatt e Billy assume così un andamento ancora più lisergico, sino a farsi onirico. Un onirismo che non ha una catarsi effettiva: nel trip a New Orleans (girato mentre cast e troupe erano davvero sotto l'effetto di stupefacenti) la percezione degli eventi si sfalda senza portare a nulla di concreto, se non uno stato di confusione verso l'intera realtà. Non ci sono appigli morali, solo il puro caos che scoperchia un dolore sopito.
Allo stesso modo, poco prima della fine, i due personaggi realizzano come la svolta data dal denaro guadagnato permetta loro di abbandonare lo stile di vita libero che li ha contraddistinti. Se per Wyatt questa è una buona notizia, non lo è per Billy, il quale realizza come l'abbandono dei propri valori sia in realtà una tragedia.
La vera catarsi, totale e definitiva, arriva solo nel tagico epilogo: di ritorno dalla loro meta, i due pionieri vengono massacrati dall'ottusità dei propri concittadini, uccisi senza un valido motivo, giusto perché erano diversi, hanno osato non conformasi a quanto stabilito da una società altrettanto priva di valori.




La regia di Hopper è totalmente libera da ogni preconcetto. Affiancato da Laszlo Kovacs alla fotografia, crea delle immagini ruvide, dove la luce del sole è talmente accecante da bruciare i corpi dei personaggi. Al montaggio, opta per la sovrapposizione al posto della classica dissolvenza o dello stacco, imprimendo un'impronta ancora più lisergica alla visione.
Laddove il film mostra il fianco (e l'età) è nel ritmo sin troppo lento di alcune sequenze, la cui riduzione avrebbe giovato ad una migliore riuscita (va comunque sottolineato come il primo montaggio durasse oltre tre ore).




Allo stesso modo, l'uso della motocicletta come simbolo di ribellione verso le convezioni può apparire oggi come scontato, anzi decisamente conformista verso un sistema di valori (o addirittura di non-valori) che, nel corso del tempo, si sono rivelati come puramente distruttivi. Basti pensare alla tragedia di Altamont, che si consuma proprio nel 1969 per mano degli Hell's Angels, ossia proprio quei motociclisti ribelli ritratti e adorati da Hopper e Fonda.
Il valore di "Easy Rider" è così prettamente storico; un film che, tuttavia, merita di essere riguardato e amato proprio per quei valori che predica, anche (e forse sopratutto) in un mondo dove gli stessi sono (forse) stati del tutto assimilati.


EXTRA

Per lungo tempo, Dennis Hopper ha scherzato sulla possibilità di creare un sequel del film, con Wyatt e Billy in versione zombi intenti a perseguitare i propri assassini. Ovviamente non se ne fece mai nulla.
Questo finché nel 2013 non è uscito "Easy Rider: The Ride Back", sorta di fan film ad alto costo scritto, diretto e interpretato da Phil Pitzer, avvocato che, innamoratosi del film originale, ha voluto dargli una sorta di continuazione... con una pellicola semplicemente brutta.