lunedì 23 settembre 2019

C'Era una volta a... Hollywood

 Once Upon a Time... in Hollywood

di Quentin Tarantino.

con: Leonardo Di Caprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Al Pacino, Emile Hirsch, Damon Herriman, Margaret Qualley, Timothy Olyphant, Julian Butters, Austin Butler, Bruce Dern, Dakota Fanning, Luke Perry, Kurt Russell, Zoe Bell, Michael Madsen, James Remar, Mike Moh, Nicholas Hammond.

Usa 2019












---CONTIENE SPOILER---

C'è un'inquadratura, nel primo atto di "C'Era una volta a... Hollywood", essenziale per comprendere non solo il film in sé stesso, quanto anche questa fase del cinema di Tarantino, iniziata con "Bastardi senza Gloria" e della quale i successivi "Django Unchained" e "The Hateful Eight" rappresentano più che altro delle variazioni; un'inquadratura che si distacca dal soggetto, in questo caso il Cliff Booth di Brad Pitt, per volare su di un drive-sin, sino ad incunearsi all'interno del fascio di luce di un proiettore, illuminando lo schermo sino da divenire speculare con quella del proiettore in sala che proietta il film sullo schermo. Una sorta di "controsguardo" verso il pubblico in sala, verso la nostra realtà, sulla quale Tarantino proietta la sua visione delle cose, sino a far coincidere le immagini artefatte con quelle reali. Un mix di realtà e finzione, di Storia vera e rielaborazione fantastica dei fatti in chiave strettamente personale, volta a definire la forza narrativa del medium cinematografico. Operazione che trovava in "Bastardi senza Gloria" il primo esempio e con quest'ultima opera la sua ideale continuazione.



"C'Era una volta a... Hollywood" è in fin dei conti un film semplice, forse persino più semplice de "Le Iene": altro non è se non la  descrizione di tre personaggi che incarnano a loro volta tre dimensioni filmiche ideali. L'anno in cui è ambientato è in tal senso essenziale: è il 1969, la New Wave del cinema americano è già stata inaugurata da "Gangster Story" e troverà in quell'anno il primo picco in "Easy Rider"; Le strade illuminate al neon che ospitano i vecchi edifici anni '50 si riempiono di hippie, di giovani sbandati e piccoli grandi mostri moderni; il vecchio sistema produttivo hollywoodiano sta per collassare e il nuovo sistema, più autoriale, deve ancora trovare piena realizzazione. Il vecchio modo di intendere il cinema trova così spazio solo in televisione. Ed è in televisione che Rick Dalton (Di Caprio) trova una sorta di rifugio. Lui, che è stato una stella solo per il piccolo schermo, ora si trova a fare i conti con una carriera che non è mai decollata, ritrovandosi fuori dal mondo; non riesce a stare al passo con i tempi, ad adattarsi o a cambiare davvero: non comprende il lustro produttivo delle produzioni italiane e si ritrova affiancato da giovani attori forgiatisi con il metodo Strasberg i quali ne sanno molto più di lui sull'arte del recitare, vivendo in una alienazione costante annegata malamente nell'alcool.
Suo doppio è Cliff Booth, stuntman e controfigura, un uomo dall'indole violenta, che paga anch'egli lo scotto di non riuscire a conformarsi, a restare tra le righe e in riga dinanzi al prossimo.
E poi c'è Sharon Tate (Margot Robbie), ossia la nuova leva, diva ancora non sbocciata, donna dall'indole allegra e innocente, presenza angelica che assapora i primi frutti del suo lavoro. Una Sharon Tate che Tarantino tratteggia in modo volutamente piatto, usandola come specchio di quella realtà che deforma sino a piegare alle proprie esigenze; chiare ne sono le intenzioni nella bella scena del cinema, dove la rappresentazione della Tate guarda la vera Tate intrappolata tra i frame di una finzione, gioco di specchi gustoso e riuscito.



Cliff e Sharon sono costantemente ritratti in movimento: siano le passeggiate sulla walk of fame che le scampagnate in auto verso lo Spahn Ranch, i due si muovono in un mondo in movimento, come a seguire il mutare degli eventi; e come sfondo alle immagini, la radio sostituisce la musica, per creare un'immersione ancora più marcata in questo mondo pronto a cambiare pelle. Dalton, d'altro canto, è ritratto quasi sempre seduto, fermo, incapace di seguire la corrente. E Tarantino muove con i suoi personaggi anche la macchina da presa, il punto di vista suo e dello spettatore che diviene anch'esso protagonista in una serie di virtuosismi degni del miglior Brian De Palma, rendendo questa la sua regia più dinamica, persino rispetto a quanto visto in "Kill Bill vol.I".



Lo sguardo di Tarantino disseziona così un personaggio e il mondo che lo circonda. Ricrea e rilegge figure storiche ed eventi reali. Impossibile non citare la scena in cui immagina un incontro tra Bruce Lee e il suo Cliff Booth, una rielaborazione personale della realtà che, modificata a proprio piacimento, anzicchè divenire falsa o posticcia, si fa genuinamente espressiva, una finzione più reale del reale, dove la spavalderia del vero Lee viene gonfiata fino a divenire maschera dello stesso personaggio.



La stessa attitudine viene usata per la rilettura degli eventi reali. Conoscendo bene il suo pubblico, Tarantino decide di spiazzarlo nel profondo usando lo spauracchio della figura di Manson, la cui aurea è presente in tutto il film, ma la cui presenza è effimera: ogni sua azione viene lasciata fuori campo, fino al terzo atto.
Piuttosto, Tarantino prende per mano il pubblico e lo porta all'interno delle vite dei suoi personaggi, facendolo assistere ai piccoli trionfi e alle grandi sconfitte, sino al punto di svolta, sino al terzo atto, controparte di quanto descritto nei due precedenti, chiave di lettura solo parziale di un racconto che trova proprio nella descrizione dei piccoli eventi la sua ragione d'essere.



Nel terzo atto che Tarantino decide di alterare la Storia, in modo similare a quanto fatto in "Bastardi senza Gloria". Appurata la grandezza del cinema e della sua forza di ritrarre e filtrare il reale, dopo aver lasciato avvicinare i personaggi di finzioniecon quelli reali, aver manipolato la realtà dando una propria lettura personale di questi ultimi (la caratterizzazione di Squeaky Fromm, re-immaginata come l'ape regina della Manson Family), Tarantino usa il cinema per vendicare il reale; se in "Bastardi senza Gloria" era la Storia a compiere la propria vendetta contro le ingiustizie del reale, ora è il cinema stesso ad usare il proprio potere per annichilire la realtà, umiliando per prima cosa quegli assassini divenuti vergognosamente famosi per la propria efferatezza (la frase "Io sono il diavolo e sono venuto a compiere il lavoro del diavolo" viene sbeffeggiata e piegata sino a divenire barzelletta) divengono macchiette, inetti idioti fatti letteralmente a pezzi dalla finzione. La Storia viene nuovamente riscritta, re-interpretata e re-immaginata grazie alla forza immaginifica dell'immagine che trionfa nuovamente sulle vergogne del reale.



L'occhio per i personaggi si fa volutamente più semplicistico: qui come non mai i protagonisti nel cinema di Tarantino esistono in funzione del proprio ruolo e all'importanza dell'azione d'ensamble viene preferita la concentrazione quasi esclusiva sul solo Rick Dalton, semplificando in modo forse sin troppo marcato la narrazione; poco male: almeno Di Caprio può andare fiero della sua migliore interpretazione, graffiante, dinamica e, sopratutto, estremamente empatica; performance del tutto complementare con quella di Brad Pitt, mai così fisica e, per questo, perfetta; e persino con il poco screen-time regalatole (che ha ovviamente sollevato le solite sterili polemiche sul presunto maltrattamento delle attrici), Margot Robbie riesce a bucare lo schermo, grazie alla propria innata sensibilità, qui declinata verso il candore più innocente.



"C'Era una volta a... Hollywood" non può di certo vantare la forza dirompente e radicale di "Bastardi senza Gloria" (che continua a restare il vero capolavoro di Tarantino), né la profondità di Django Unchained" o "The Hateful Eight", ma resta lo stesso una prova fulgida nella carriera di un autore ancora in grado di stupire e reinventarsi, restando al contempo saldamente ancorato alla propria personale idea di cinema, che mai come ora, in un contesto di classicismo forzato nel cinema americano e occidentale in genere, risulta originale e moderna.

R.I.P. Sid Haig


1939-2019



E' stato uno dei caratteristi più riconoscibili dell'età d'oro del cinema exploitation americano. Un volto unico, prestato a centinaia di "brutti ceffi" su grande schermo. Mito personale di Rob Zombie, che ne ha fatto uno dei suoi feticci, Sid Haig se ne va lasciandoci le sue energiche performance come lascito. Oltre alla maschera di Captain Spaulding, personaggio letteralmente cucitogli addosso e che gli garantirà un ricordo imperituro.

venerdì 13 settembre 2019

5 è il numero perfetto

 di Igor Tuveri.

con: Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Giovanni Ludeno, Nello Mascia, Lorenzo Lancellotti, Vincenzo Nemolato.

Cinecomic/Noir

Italia, Belgio, Francia 2019















Ce ne è voluto di tempo per trasporre "5 è il numero perfetto" su pellicola; un progetto partito dal almeno due decenni, procrastinato a causa dell'impossibilità di trovare un regista ed un protagonista giusti per adattare la celebre graphic novel di Igort (al secolo Igor Tuveri) al grande schermo. Finché, alla fine, non si è deciso di affidare il tutto allo stesso fumettista, che esordisce così al cinema con una storia scritta e illustrata di suo pugno, la quale diviene ideale storyboard del film.



Una storia tutto sommato semplice, anzi "semplicemente archetipica": in una Napoli cupa, dove quello del gangster è un mestiere come un altro, il killer prezzolato Peppino Lo Cicero (Servillo) subisce la morte dell'amato figlio Nino (Lorenzo Lancellotti), anch'egli contract killer della Camorra. Con l'aiuto del vecchio amico Totò (Buccirosso) e dell'amante Rita (Valeria Golino), Peppino comincia una vera e propria guerra contro i presunti responsabili dell'omicidio.



Una storia che sembra appunto uscita da un fumetto postmodernista, che riprende i topoi della narrativa gangster e noir anni '30 per riproporli in chiave estremizzata e stilizzata sino all'iperbole.
Su schermo, il lavoro di Igort diviene così simile al "Sin City" di Miller e Rodriguez (con il quale ha in comune anche l'idea di affidare la direzione su schermo al creatore del fumetto) e, sopratutto, al "Dick Tracy" di Warren Beatty.
Ogni elemento della messa in scena viene caricato sino all'iperbole: i personaggi parlano in modo schietto e tagliente e si muovono in modo sinuoso, incastrandosi con le luci e gli elementi scenografici, sino a trasformare il tutto in un vero e proprio fumetto in movimento.



Allo stesso modo, anche i toni della storia divengono iperbolici; primo fra tutti, l'aspetto squisitamente partenopeo, con il forte accento napoletano dei personaggi che diviene parte integrante della caratterizzazione; senza contare gesti e rituali tipicamente associati alla città di Napoli, come l'ossessione per il caffè, quasi un leitmotiv presente in tutto il film; nonché, ovviamente, i nomi dei personaggi.
Così come gli elementi visivi e narrativi, anche l'elemento musicale è gonfiato e quasi cartoonesco, con la colonna sonora perennemente sintonizzata su frequenze che evocano una sensazione di pericolo e violenza latente.


Se il lavoro sull'estetica è certosino e squisito, altrettanto non si può dire sulla direzione, che sconta diversi difetti derivati per lo più dalla poca esperienza di Igort con l'immagine in movimento; troppo statiche sono le sequenze d'azione, con i personaggi sovente fermi in pose plastiche poco dinamiche, che affossano l'andamento adrenalinico che si vorrebbe trasmettere.
Allo stesso modo, anche il ritmo generale del racconto è dilatato sino al punto di trasformare la ricerca dell'atmosfera in semplice noia, tanto da far pesare un minutaggio di certo non esorbitante.
Difetti che però intaccano solo in parte la visione: se si sta al gioco, "5 è il numero perfetto" finisce per divertire; tanto che l'unico vero difetto imputabile a Igort è quello del compiacimento estremo con cui porta in scena il tutto.

lunedì 9 settembre 2019

It- Capitolo Due

It Chapter Two

di Andy Muschietti.

con: Jessica Chastain, James McAvoy, Bill Hader, Bill Skarsgard, Jay Ryan, James Ransone, Isaiah Mustafa, Andy Bean, Teach Grant, Jess Weixler, Xavier Dolan, Peter Bogdanovich, Stephen King.

Horror

Usa 2019











---CONTIENE SPOILER---

Non è stato facile portare sul grande schermo le pagine di quello che è tutt'ora il libro più famoso e amato di Stephen King. Due anni fa, Andreas Muschietti è riuscito in un'impresa complessa e rischiosa, riuscendo a restituire abbastanza bene non solo la storia e i personaggi che King ha elaborato in oltre mille pagine, ma anche quelle atmosfere sinistre e, sopratutto, la tematica del passaggio dall'adolescenza all'età adulta che costituisce il nerbo di molta narrativa dello scrittore di Bangor. Il primo "It" è un horror fluviale nel quale personaggi e situazioni erano condotti in modo abbastanza buono, con troppi jump-scare ed un polso che talvolta tremava nella direzione, ma che vantava anche un'ottima atmosfera ed un occhio per i personaggi, in una trasposizione che sapeva anche quando e come distanziarsi dal materiale di partenza per evitare di venirne imprigionata.
Due anni dopo, Muschietti ci riprova, portando su schermo la "parte adulta" del romanzo, quella continuazione che su carta era alternata alla prima parte, fungendo da specchio degli eventi e degli umori dei singoli personaggi. Una seconda parte che, nelle pagine del libro, era caratterizzata da una narrazione semplice, ma anche estremamente astratta, dove la parte genuinamente sovrannaturale della storia si rifaceva ai miti di Chtulu di Lovecraft senza riuscire a trovare una propria dimensione credibile, scadendo spesso nel ridicolo involontario e nel delirante.
"It- Capitolo Due" riesce però a riprenderne il meglio e a trasportarlo su schermo in modo adeguato, anche se estremamente goffo.



27 anni dopo, i Perdenti sono ormai diventati uomini di successo. Bill (McAvoy) è divenuto uno scrittore horror affermato, i cui libri sono però flagellati da happy ending snobbati dal pubblico, in particolare dal regista che ne dirige gli adattamenti (Peter Bogdanovich, in un cameo delizioso); Beverly (Jessica Chastain) è divenuta una stilista di grido, che però ha finito per sposare quello che è in tutto e per tutto un doppio del suo violento padre; Richie (Bill Hader) è uno stand-up comedian adorato dal pubblico; Eddie (James Ransone) il titolare di una catena di noleggio limousine che ha anch'egli sposato un doppio dell'opprimente madre (interpretata da Molly Atkinson, che nel primo film dava appunto il volto alla genitrice); Ben (Jay Ryan) ha perso i chili di troppo e conduce una vita agiata come architetto; Stan (Andy Bean) è un uomo sposato e ben piazzato. Ma tutto cambia quando, a seguito dell'omicidio del giovane omosessuale Adrian Mellon (Xavier Dolan, anch'egli in un bel cameo) in quel di Derry, Mike (Isaiah Mustafa) assiste al ritorno di Pennywise e decide di richiamare i vecchi amici per prestare fede al giuramento fatto anni prima.



Contrariamente a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi, la narrazione non è lineare, ma alternata con i flashback dell'adolescenza, che gettano nuova luce sul rapporto amicale del gruppo. Le dinamiche tra personaggi trovano nuova linfa vitale, sopratutto quella tra Eddie e Richie, la quale, nel finale, si scopre essere, in modo sottile ma evidente, come un'attrazione amorosa. I personaggi, scissi su due piani temporali, sono così chiamati a confrontarsi sui cambiamenti che hanno subito e sulle paure che hanno (o, meglio, non hanno) assimilato.
Per i Perdenti arriva così il momento della catarsi, ossia della scoperta di sé stessi mediante il confronto con un passato rimosso, come in una sorta di "Il Grande Freddo" virato all'horror. E ognuno di loro scopre nuovi tasselli sulla propria personalità, siano essi l'affetto verso quella figura paterna terribile eppure allo stesso tempo affettuosa, il rimorso per non aver saputo proteggere i propri familiari o per la morte dei propri amici. Lo script, questa volta curato dal solo Gary Dauberman, si rivela efficace nella costruzione di ogni singolo arco caratteriale, rendendo una storia forse fin troppo lunga, allo stesso tempo avvincente, pur scontando qualche incongruenza (quando dovrebbe essere ambientato il flashback di Ben a scuola?).
Il tocco finale viene dato dal cast, con tutti gli attori in forma e in parte; e su tutti, svettano Ransone e Hader, che divorano ogni scena in cui appaiono.



Anche il modo in cui viene rielaborato il lungo confronto finale risulta credibile; il rito di Chud, che chiudeva il cerchio nel romanzo, così come descritto da King non avrebbe potuto mai funzionare in immagini; Muschietti ha così deciso di trasformarlo in un rituale tribale piuttosto che in un combattimento lisergico e, al contempo, ha saputo gestire meglio la mitologia lovecraftiana alla base del racconto, che ora non appare più né scialba, nè fuori luogo.
Peccato però che ad un'attenta opera di adattamento in sede di script non corrisponda una regia altrettanto ispirata.



Forse per rifarsi al modello di Sam Raimi nella trilogia di "Evil Dead", Muschietti decide di introdurre elementi comici nei passaggi di tensione, non riuscendo però mai a controllare il tutto. Passaggi in teoria spaventosi si coprono così di ridicolo involontario anche quando vogliono essere umoristici; in particolare, le scene con Eddie sono afflitte da un cambio di tono sin troppo repentino, tanto da rasentare l'idiozia: non si sa davvero come sentirsi nel suo confronto con l'ex bullo Henry La regia non controlla mai il tono finendo per rompere il giocattolo con cui si diverte, regalando allo spettatore emozioni contrastanti sino all'ironia più spicciola.



Tanto che alla fine, più che all'adattamento di un'opera di King, sembra di assistere ad uno strambo episodio di "The Real Ghostbusters", con il Club dei Perdenti al posto degli Acchiappafantasmi tanto è l'umorismo sopra le righe.
Il che è un vero peccato: l'idea alla base del racconto è comunque forte e condotta in modo deciso e riuscito; con un'attenzione maggiore alla coerenza stilistica, questo "Capitolo Due" ben avrebbe potuto rappresentare una rielaborazione fedele e riuscita e, prima ancora, un'opera affascinante.

lunedì 2 settembre 2019

Caos Calmo

 di Antonello Grimaldi.

con: Nanni Moretti, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Roman Polanski, Alessandro Gassman, Blu Yoshimi, Silvio Orlando, Hippolyute Girardot, Kasia Smitniak.

Drammatico

Italia, Inghilterra 2008
















Una perdita che colpisce all'improvviso, una vita, interiore quanto esteriore, che crolla su sè stessa, alla costante ricerca di un nuovo centro di equilibrio. In queste poche parole è riassumibile "Caos Calmo", la cui costruzione ed incipit riportano alla mente un'altra opera di Moretti, ossia "La Stanza del Figlio"; e se lì l'assenza era data dalla progenie, qui è invece data dal coniuge, personaggio fantasma che non vediamo mai davvero in scena ma la cui perdita sconvolge tutto.
Moretti, ritagliatosi il ruolo di protagonista e co-sceneggiatore, lascia l'onere della regia ad Antonello Grimaldi, ma il risultato è purtroppo castrato da uno sviluppo narrativo troppo chiuso in sé stesso.




Il caos del titolo è, ovviamente, quello emozionale, riprodotto non attraverso la violenta furia interiore, ma tramite l'assenza totale di empatia verso la propria e l'altrui esistenza. Pietro Paladini si distacca da tutti gli aspetti non essenziali della sua vita, dal lavoro, dal rapporto di colleganza, dagli affetti non necessari, che divengono così corpi morti che gli ruotano attorno, senza riuscire mai ad intaccarne lo stoicismo. Unica eccezione è l'affetto della figlia, che diviene l'unico appiglio in un mondo oramai privo di significato.




Se il soggetto è intrigante, lo sviluppo è del tutto piatto. Non c'è una vera catarsi nella vicenda, la risoluzione è sterile e non colpisce davvero. Allo stesso modo, i drammi e gli orrori che circondano il protagonista, sulla carta ai limiti del grottesco, finiscono per essere inconsistenti: dalla moglie del collega con la sindrome di Tourette a Valeria Golino rimasta incinta dell'amante, passando per il solito Silvio Orlando ritratto come sempre nei panni dell'insicuro, ora alle prese con una grossa fusione aziendale e con il contorno di una Kasia Smutniak che fa la bella a spasso, i piccoli-grandi drammi di questi piccoli-grandi personaggi non hanno la minima consistenza, non intaccano l'emozione dello spettatore al pari di come non intaccano quella del protagonista.




Il dramma diviene così una parata di sketch talvolta priva di continuità, dove l'unica enfasi è riservata alla scena di sesso tra Moretti e Isabella Ferrari, in teoria liberatoria e provocante, nella pratica solo semplice pornografia d'autore.
Fortunatamente, Antonello Grimaldi ha un occhio più attento per la costruzione delle scene e usa volentieri crane e dolly per enfatizzare il momento. La piattezza stilistica tipica del cinema di Moretti viene così in parte arginata.



Stile a parte, "Caos Calmo" è l'inconsistenza fatta narrazione, un dramma che vuole essere umano e crudo ma finisce solo per essere insipido e vuoto.

sabato 31 agosto 2019

Il Signor Diavolo

di Pupi Avati.

con: Gabriel Lo Giudice, Filippo Franchini, Cesare Cremonini, Massimo Bonetti, Gianni Cavina Lino Capolicchio, Alessandro Haber, Chiara Caselli, Eva Antonia Grimaldi, Andrea Roncato.

Horror/Thriller

Italia 2019















E' un vero peccato il fatto che Pupi Avati ripudi, a sua detta, il genere horror, al quale torna sovente solo per ragioni squisitamente alimentari. Lo è per il fatto che, alla fin fine, della sua lunga filmografia, ciò che resta è caratterizzato sopratutto dagli exploit di genere, tra i film più riusciti e interessanti che lui abbia diretto. Persino in un'opera come "Il Signor Diavolo", di certo non tra le migliori, è avvertibile la voglia di fare propria la narrativa orrorifica mediante il registro della scrittura e della messa in scena, anche se con risultati blandi.



Avati, come sempre, parte dallo script, in questo caso un thrilling che vede un omicidio nelle campagne venete, a detta degli abitanti perpetrato ai danni di un giovane ragazzo posseduto dal demonio, sul quale viene inviato a investigare un ispettore del Ministero della Giustizia, in un'epoca, il 1952, in cui i voti della DC si contavano grazie e sopratutto al perno della religiosità e, forse sopratutto, grazie alla pura superstizione del volgo.




Storia che viene letteralmente smontata in una narrazione in flashback, ricostruiti sopratutto sulla base dei verbali degli interrogatori. Il punto di vista diviene così indeterminato, poco oggettivo, ancorato alla visione dei singoli personaggi piuttosto che su quello, chiarificatore, del protagonista.
Avati riesce ad intessere in modo efficace un racconto che resta interessante per quasi tutta la sua durata, con una struttura che mischia verità a dicerie, fatti a pure suggestioni.
Malauguratamente, il tutto si inceppa nel finale, dove l'immancabile colpo di scena finisce sopratutto per confondere, piuttosto che fare chiarezza sull'accaduto.




Allo stesso modo, Avati non controlla bene la messa in scena. Se la costruzione di un'atmosfera gotica e sinistra è perfettamente riuscita, come nei suoi lavori migliori, altrettanto non si può dire per la costruzione della tensione, che spesso latita e che quando viene ricercata, viene sprecata in jump-scare da quarta elementare. Senza contare il modo in cui fa ricorso ai ralenty, talvolta davvero fuori luogo.





"Il Signor Diavolo" si configura così come un'opera tutto sommato ambiziosa, ma mal riuscita, dove le scelte estetico-stilistiche e narrative affossano quanto di buono fatto da uno script che, se portato in scena in modo differente, avrebbe con molta probabilità dato vita ad un piccolo gioiello.

lunedì 26 agosto 2019

Charlie Says

di Mary Harron.

con: Matt Smith, Hannah Murray, Sosie Bacon, Suki Waterhouse, Grace Van Dien, Kayli Carter, Marianne Rendòn, Chace Crawford.

Drammatico

Usa 2018
















Il 9 Agosto del 1969, la villa al 10050 di Cielo Drive, Los Angeles, viene presa d'assalto da alcuni esponenti della "Manson Family", comune di stanza sulle colline; durante quello che verrà presto definito come "eccidio", persero la vita cinque persone, tra cui Sharon Tate, attrice e moglie di Roman Polanski, all'epoca all'ottavo mese di gravidanza. L'episodio causò un'onda mediatica incredibile, divenendo presto famoso come uno dei peggiori massacri della storia degli Stati Uniti, ispirando fin da subito una florida sequela di pellicole che ne ricostruivano, in modo talvolta anche alquanto efficace, i tragici avvenimenti.
Atrocità effettiva a parte, il Massacro di Cielo Drive verrà ricordato come il primo episodio che portò all'infrangersi del sogno di pace universale dell'epoca, proprio a causa dello status sociale degli assassini, guidati da Charles Manson, il quale diverrà famoso come uno dei peggiori serial killer della storia pur non avendo, di fatto, mai ucciso nessuno.
Inutile sottolinearne la figura: vero e proprio santone autoproclamatosi come il nuovo Gesù Cristo, Manson riuscì a convertire alla sua scalcinata dottrina un consistente gruppo di persone, vivendo nello Spahn Ranch, famoso per essere stato la location di infinite produzioni hollywoodiane.
E in occasione dei 50 anni dall'accaduto, non potevano mancare delle pellicole dedicategli; se già negli scorsi anni lo scarno "10050 Cielo Drive" e lo sconcertante "The Haunting of Sharon Tate" avevano cercato di riportare l'attenzione sul caso, è il solo "Charlie Says" a portare una ricostruzione degli eventi davvero riuscita e interessante.



Alla regia troviamo Mary Harron, già autrice del cult "American Psycho", la quale però decide di abbandonare ogni forma di vouyeurisimo e spettacolarità, adottando un piglio simile a quanto fatto nel suo "Ho Sparato a Andy Wharol", restando il più possibile ancorata ai fatti. Il punto di vista adottato è quello di Leslie Van Hauten (Hannah Murray), che insieme a Patricia Kernwinkel, Susan Atkins e Tex Watson perpetrò materialmente gli omicidi. Punto di vista che viene a sua volta filtrato attraverso quello della professoressa Karlene Faith, che per anni ha seguito il trio di ragazze per reinserirle nella società. Assistiamo così all'ingresso nella comune, ai suoi rituali e allo stile di vita perpetrato. La Harron non abbellisce nulla, raccontando nei minimi particolari l'accattonaggio, le cene a base di ortaggi raccattati nell'immondizia, la promiscuità sessuale e i deliri religiosi della Famiglia. Il ranch viene così ritratto come un'alcova di pezzenti fuggiti di casa, che ripudiano il passato e che non hanno un vero futuro, tutti ipnotizzati dal fascino di Manson, il quale viene a sua volta spogliato di ogni effettivo carisma per essere ritratto come l'egocentrico che, nei fatti, fu.



Manson è un ciarlatano manipolatore, dai modi autoreferenziali e autocelebrativi, che propaganda una filosofia antimaterialista che sfocia nell'apocalittico, arrivando a profetizzare una rivolta degli afroamericani che porterà alla fine della società civile. Il suo è un percorso discendente, dove la volontà di annullare le menti dei propri seguaci per creare una strampalata utopia terrena lascia presto spazio alla rabbia per una carriera musicale mai decollata (Manson decise di colpire l'indirizzo di Cielo Drive poiché in precedenza occupato da Terry Melcher, produttore che rifiutò di produrre il suo album d'esordio), ossia la contraddizione totale con la sua stessa sconclusionata filosofia. Un plauso va fatto a Matt "Undicesimo Dottore" Smith, che incarna il personaggio riuscendo a dargli un'aura tangibile di carisma, senza mai scadere nel gigionesco o nell'overacting spicciolo.



Se Manson è l'oggetto descritto, il soggetto della narrazione è la stessa Leslie Van Hauten, la quale compie un doppio percorso evolutivo: da timida ragazza piccolo-borghese a seguace ipnotizzata dalle parole del guru, per poi tornare ad una forma di coscienza effettiva grazie agli insegnamenti della Faith. La sua parabola diviene quella del prototipo femminile dell'epoca, quello di una donna che si allontana da una società che tenta di relegarla in secondo piano, per abbracciare uno stile di vita libertino solo in apparenza, che cela, infatti, una sottomissione ancora più pressante, solo per poi trovare un equilibrio nella filosofia femminista effettiva, la cui conoscenza porta alla liberazione e alla catarsi verso il male compiuto, che coincidono con l'abbandono del plagio da parte di Manson, di quel costante "Charlie says" del titolo, mantra ripetuto per giustificare tutte le deprecabili azioni compiute o subite.



La narrazione della Harron è secca, quasi cronachistica, non cerca lo scandalo ed evita il sensazionalismo. Nella descrizione del massacro, il suo stile si fa parco, tralasciando la messa in scena diretta per concentrarsi maggiormente sulle sue conseguenze. Più spazio viene così concesso all'omicidio dei coniugi LaBianca, seconde vittime della furia della Famiglia, la cui morte viene invece portata in scena in modo diretto.



Il limite del film è intrinseco all'approccio adottato: non va oltre i fatti, oltre la ricostruzione attenta di quanto accaduto. Limite che non è tuttavia un difetto vero e proprio: "Charlie Says" resta lo stesso un'interessante prova di cinema d'inchiesta, che getta uno sguardo lucido verso un passato mostruoso, ancora oggi difficile da dimenticare.