sabato 26 ottobre 2019

Dolemite is my name

di Craig Brewer.

con: Eddie Murphy, Wesley Snipes, Kodi Smit-McPhee, Snoop Dogg, Keegan-Michael Kay, Chris Rock, Craig Robinson, Chelsea Gilson, Da'Vine Joy Randolph.

Biografico/Commedia

Usa 2019














Il nome di Rudy Ray Moore non dirà praticamente nulla a molti spettatori moderni. E di certo la sua fama non è mai stata paragonabile a quella di altri protagonisti della Blaxploitan quali Richard Roundtree, Melvin Van Peebles o Pam Grier, tanto meno a quella di coloro che si sono ispirati a lui. E sono proprio i nomi di questi ultimi a far comprendere la portata del suo lascito: Richard Pryor e Eddie Murphy.
Fu proprio Moore che, tra la fine degli anni '60 e la metà degli anni '70, impose uno stile di comicità grezzo e pregno di turpiloquio, ancora più spinto di quello del collega Redd Foxx, sbeffeggiando i luoghi comuni della comunità afroamericana dell'epoca, riscuotendo un buon successo con i suoi monologhi su lp. Un successo arrivato non subito: classe 1927, passa solo la seconda metà della sua vita restando sempre, bene o male, sotto i riflettori.
Successo indissolubilmente legato al personaggio di Dolemite, che crea e interpreta in un film da lui diretto nel 1975, il quale, a fronte di una lavorazione rocambolesca, distrugge letteralmente il botteghino alla sua uscita, garantendogli fama almeno per i 5 anni successivi, dopo i quali, complice una scia di flop, la sua stella si eclissa per far spazio ai suoi figli spirituali.


Una pellicola a dir poco sgangherata, sia in senso negativo che positivo. La poca dimestichezza di Moore con la macchina da presa è sempre avvertibile, ma per fortuna il suo carisma e la sua indomita presenza scenica suppliscono alle sue carenze di regista.
Un personaggio, quello di Dolemite, che è la quint'essenza dello stereotipo della blackploition, ossia un pappone karateca immerso nei guai, sia con la giustizia che con i suoi rivali. Protagonista di una storia di vendetta contro il sistema corrotto che lo caratterizza come un anti-eroe cool fin nel midollo, simile al più famoso Superfly.
Il successo di questa stramba commedia d'azione è enorme e trasforma sia Rudy Ray Moore che il suo alter-ego in un'icona della cultura pop.
A ben 45 anni di distanza, dopo la morte dell'autore avvenuta nel 2008, è così Eddie Murphy, il più prolifico dei suoi successori, a confrontarsi con il padre di tutta la comicità nera. E lo fa in una pellicola divertente, divertita e, sopratutto, genuinamente sincera.



Murphy e Craig Brewer adottano un approccio simile a quello usato da James Franco in "The Disaster Artist", ma senza voler dare un significato ulteriore alla vicenda. Su schermo, cast e troupe si limito a far rivivere i momenti salienti della vita di Moore e della lavorazione del suo cult: dalla creazione del personaggio, nato sulla scia dei deliri di un senzatetto, alla scoperta del Dunbar Hotel, vera e propria crackhouse nel quale vennero girati tutti gli interni, sino al successo ottenuto a seguito della vendita dei diritti alla Dimension Film.
La narrazione diviene così una descrizione della vita e, sopratutto, del carattere di Moore. Incarnato da un Eddie Murphy in stato di grazia, l'attore e regista è ritratto come un uomo dalla volontà di ferro, ostinato a tutti i costi ad ottenere la fama. Ma anche e forse sopratutto un uomo che ha una forma di talento che deve affinare. Certo, un talento che si esplica, su schermo, in una accozzaglia di scene ridicole, ma anche un talento in grado di stregare il pubblico, letteralmente ipnotizzato dalle sue rime, antesignane di quelle di praticamente tutti i rapper della storia.




L'omaggio è quindi sincero, reso ancora più prezioso dalla presenza di Snoop Dogg in rappresentanza di quella comunità di musicisti che tanto deve a Moore. Il tutto in una pellicola che riesce anche a divertire, scherzando sull'effettivo carattere del suo protagonista, il quale risulta simpatetico in ogni suo aspetto.




"Dolemite is my name" riesce così a convincere e divertire: una biografia veritiera e appassionata, condita da gag simpatiche e riuscite. E non è difficile immaginare come Murphy possa avere la sua seconda nomination agli Oscar con questo exploit.

giovedì 24 ottobre 2019

Death House

di B.Harrison Smith.

con: Nicole Cinaglia, Cortney Palm, Bill Moseley, Tony Todd, Adrainne Barbeau, Barbara Crampton, Camille Keaton, Kane Hodder, Gunnar Hansen, Michael Beryman, Sid Haig, Tony Moran, Kenny Ray Powell, Debbie Rochon, Dee Wallace, Lloyd Kaufman, Vernon Wells.

Horror

Usa 2017













A leggere i nomi coinvolti, si potrebbe di primo acchito pensare a "Death House" come ad uno slasher vintageploitation sulla falsariga di "Summer of '84" o "Beyond the Gates", dove magari un gruppo di famose icone dell'horror si presta ad un divertito gioco metareferenziale. E non si potrebbe essere di più in errore.
"Death House" è nulla più di un B-Movie che sfoggia volti noti, talvolta sprecandoli, in una serie di camei che costellano la più classica trama da "assedio". Un filmetto che sarebbe presto caduto nel dimenticatoio se non fosse per un importante particolare: è l'ultima apparizione su schermo del compianto Gunnar Hansen, il quale ha anche partorito l'idea alla base di tutta l'operazione.



Un soggetto trito e poco ispirato, nonostante non sia privo di ambizione: in un futuro prossimo, la "Death House" è una gigantesca prigione sotterranea dove vengono confinati i serial killer e psicopatici più deviati, per studiarne la natura e comprendere, in ultimo, l'effettiva valenza della distinzione tra bene e male. Come da manuale, i prigionieri riescono a liberarsi e i protagonisti sono chiamati a sopravvivere all'orrore.



Tutto scorre su binari preimpostati, dalla caratterizzazione dei due blandi protagonisti sino ai colpi di scena in teoria più spazzanti, nulla riesce davvero a colpire. Di riuscito, semmai, è l'intero immaginario horror, tra il gore ed il satanico, che il regista mette in piedi. Ma anche quando la storia sembrerebbe decollare o introdurre spunti interessanti, la visione è affossata a causa dei bassi valori produttivi che, SFX gore a parte, creano una cornice di puro squallore alla vicenda.



Tanto che alla fine si capisce come praticamente tutto il budget sia stato investito per chiamare il gruppo di icone horror a comparire su schermo per pochi istanti, accreditandoli nei titoli di testa (tranne per Danny Trejo, che resta misteriosamente non accreditato).
Spiace dirlo, ma non sarà certo questo il film per cui Gunnar Hansen sarà ricordato. E se proprio si vuole preservarne la memoria, è meglio riguardare una delle numerose interviste che ha rilasciato nell'ambito dei dietro le quinte dell'immortale "Non Aprite Quella Porta". Sopratutto se si tiene conto di come, per praticamente tutto il film, sia in realtà la presenza di Kane Hodder a fagocitare l'attenzione.

martedì 22 ottobre 2019

Habemus Papam

di Nanni Moretti.

con: Michel Piccoli, Nanni Moretti, Margherita Buy, Jerzy Sthur, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli. Gianluca Gobbi, Leonardo Della Bianca.

Italia, Francia 2011


















Chissà cosa ha fatto scattare in Nanni Moretti la molla per scrivere e dirigere un film come "Habemus Papam". Forse l'esperienza collettiva della morte di Giovanni Paolo II e della successione avutasi con il più rigido Ratzinger. Forse una riflessione personale, sbocciata come un'epifania, davanti all'ennesima visione di "Studio di un ritratto di Innocenzo X" di Bacon. Non è dato saperlo. Quel che è certo è che il buon Moretti è riuscito a dare uno spaccato impietoso dell'ambiente religioso in una pellicola ricca di spunti interessanti, purtroppo non sempre sviluppati a dovere.



Duplice è la traccia narrativa. Da una parte abbiamo il neoeletto papa Melville, interpretato da un immenso Michel Piccoli, che dona una espressività incredibile al personaggio. Dalla'altre c'è ovviamente lui, Nanni Moretti, nei panni di uno psichiatra che nella più pura tradizione narcisistica è "il migliore al mondo". Nel mezzo, l'ambiente vaticano perso in una forma di follia data dall'indeterminatezza, con cardinali provenienti da tutto il mondo in preda al panico.



Partendo da Melville, Moretti descrive un personaggio incredibilmente umano e, per questo, incredibilmente fragile. Un uomo chiamato suo malgrado a ricoprire una delle massime cariche di potere al mondo, perso nel panico da prestazione che, per la prima volta, lo porta a confrontarsi con la sua finitezza, con i suoi difetti reali e presunti.
Melville è, letteralmente, l'uomo dietro la carica, la mente singola chiamata ad essere collettiva, a rappresentare in modo definitivo l'istituzione. Una mente che si frantuma, scoprendo il limite del suo stesso ufficio: non c'è, forse, differenza tra un papa chiamato a parlare con i fedeli ed un attore chiamato a salire su di un palco per intrattenere il pubblico. Entrambi rivestono un ruolo preciso nell'economia degli eventi, entrambi usano storie per veicolare una verità, effettiva o anche solo presunta che sia.



Il personaggio di Melville diviene così uno specchio del reale preciso e profondo, nonostante non abbia, di fatto, una caratterizzazione che lo renda indipendente dal simbolismo cucitogli addosso; troppo minimale è la sola backstory sulla sua fallita carriera d'attore; piattezza caratteriale che, fortunatamente, non inificia più di tanto il suo ruolo nella narrazione, perfettamente riuscita.
Se la descrizione di questo protagonista, vera colonna portante del film, è precisa e riuscita, del tutto inefficace è la parte relativa al caos generatosi in Vaticano.



Moretti tenta in ogni scena di rilanciare gli affondi più blandi verso un conclave fatto da persone più interessate al sollazzo che ad altro. Prova persino a buttare il tutto nella pura allegoria, con una stramba partita di pallavolo tra prelati. Ma ogni sua forma di critica e di simbolismo, questa volta, cade a vuoto, non riesce a restituire la carica corrosiva che vorrebbe trasmettere, né a creare immagini davvero memorabili, complice anche l'ormai classica incapacità di Moretti nell'utilizzare il mezzo audiovisivo. In questo, il buon Nanni avrebbe forse dovuto riguardare con attenzione le opere di Ciprì e Maresco, che, letteralmente, giocano nel medesimo campo vincendo in maniera schiacciante.



"Habemus Papam" diviene così, da circa metà in poi, un'opera ai limiti del pretenzioso, che sembra rincorrere a vuoti significati su significati, senza mai riuscire a raccontare altro se non la deriva del protagonista, che, alla lunga, si fa facile e sin troppo insistita. Un'opera nella quale Moretti ben avrebbe fatto a lasciare la sceneggiatura ad altri, sempre ammesso che possa esserne capace.

venerdì 18 ottobre 2019

L'Esorcista

The Exorcist

di William Friedkin.

con: Jason Miller, Max Von Sydow, Ellen Burtsyn, Linda Blair, Lee J. Cobb, Kitty Winn, William O'Malley.

Usa 1973
















C'è questa leggenda metropolitana, suffragata persino in un celebre episodio de "I Simpson", secondo la quale "L'Esorcista" di William Friedkin sia un horror invecchiato malissimo, che faceva paura solo all'epoca della sua uscita, solo a causa dell'ingenuità del pubblico e che se rivisto oggi, si riveli come un film noioso, tedioso e poco sconvolgente.
Visione nata molto probabilmente a causa della distrazione del pubblico verso pellicole più impegnate o impegnative; o, ancora più certamente, viziata da un piccolo eppure importantissimo dettaglio: il film di Friedkin non è e non vuole essere un comune horror, imponendosi più che altro come una pellicola smaccatamente autoriale costellata di sequenze orrorifiche. Le quali, tanto per essere precisi oltre che corretti, sono tutt'oggi sconvolgenti, sopratutto qualora lo spettatore sia un credente.
La storia che Friedkin narra nei 122 minuti di durata (ci si riferisce qui alla theatrical cut del 1973) è quella dello scontro tra il sovrannaturale e l'immanente, sul come un gruppo di personaggi ancorati alla razionalità si trovino a confrontarsi con un evento che con il razionale non ha nulla in comune; e questo a prescindere dal fatto che due dei protagonisti siano due preti, tanto che le critiche verso il film, accusato di essere retrogrado e persino reazionario, non mancano tutt'oggi.



"L'Esorcista" è, in un certo senso, lo studio di due personalità, quella di padre Karras e di Chris McNeill, la madre di Reagan. Due persone in un certo senso agli antipodi: il primo è un prete, un uomo di fede che, nel pieno di una crisi spirituale, cerca di avvicinarsi alla realtà in modo razionale (di fatto, inizialmente sconsiglia il ricorso ad un esorcismo e non crede nemmeno nella possessione) solo per poi tornare alla fede; Chris, d'altro canto, è una donna del suo tempo, emancipata e madre single, nonché attrice di chiaro orientamento liberal, la quale vede crollare, un po' alla volta, tutte le sue certezze sino a sprofondare nell'accettazione dell'esistenza di un piano ultraterreno.
Entrambi i personaggi partono dallo scetticismo per ritrovare una forma di fede; percorso che è costato a Friedkin e allo scrittore William Peter Blatty l'accusa, ancora, di antimodernismo. Critica comprensibile, ma che va tuttavia limitata: non c'è, nel film, una vera accusa verso gli scettici, solo la presa di coscienza della possibile esistenza di una realtà ulteriore oltre a quella immediatamente visibile.



Ed è proprio su questo concetto che Friedkin costruisce tutta la narrazione del prologo e dei primi due atti del film. La presenza sovrannaturale del demone (Pazuzu, così chiamato solo nel romanzo e nel seguito, "L'Esorcista II- L'Eretico", uscito nel 1977 per la regia di John Boorman) è avvertibile sin dall'inizio, un'escursione nel deserto iracheno narrata quasi del tutto facendo ricorso alle immagini e ai suoni. Una narrazione lenta e ipnotica, del tutto anti-spettacolare ma perfettamente in grado di esprimere una sensazione di disagio verso quei luoghi e verso i sinistri personaggi che padre Merrin incontra.



Narrazione e simbolismi che, nel corso di tutto il film, sono sottilissimi; Friedkin sperimenta una messa in scena letteralmente subliminale, che poi verrà ripresa persino da Kubrick nel suo capolavoro horror "Shining", fatta di immagini e parole nascoste nei singoli fotogrammi. Si parte dalle associazioni più ovvie, quelle faunistiche, con riproduzioni di animali che compaiono letteralmente in ogni scena, simboleggiando la ferocia della possessione; le immagini delle suore e dei bambini che corrono per la strada, giustapposizione tra il sacro e l'innocenza, per poi arrivare a scritte e messaggi nascosti, come il "tuaskete", "aiuto" in giapponese, nascosto in una delle inquadrature nella biblioteca, senza contare la sequenza onirica, dove le immagini del sogno vengono intercalate con lo sconvolgente primo piano del demone. L'atmosfera si carica così sin da subito di una valenza sinistra, che mette sottilmente a disagio lo spettatore in modo inconscio, mentre i personaggi cercano di dare una spiegazione del tutto razionale agli eventi.



In questa sua duplice forma di analisi caratteriale e horror anticonvenzionale, "L'Esorcista" funziona a dovere, tanto che si capisce perché sia tanto detestato dagli spettatori meno pazienti: la sottigliezza di scrittura e messa in scena è forse proprio troppo marcata per un pubblico oggi come oggi abituato a jump-scare e splatter gettato in faccia. Quello che Friedkin fa è invece giocare con i sensi e le aspettative dello spettatore, portandolo in una situazione di indeterminatezza e disagio, avvalorata ulteriormente da un uso estremo del jump-cut anche nelle scene più ordinarie, negandogli ogni forma di quiete.



Incomodità che viene ricreata anche con i dialoghi: l'uso del turpiloquio e dei riferimenti sessuali usati dal demone riesce davvero a incutere una forma di nauseante timore, alla quale non ci si riesce mai ad abituare neanche dopo ripetute visioni. Un plauso, in merito, va fatto anche al doppiaggio italiano: la voce di Laura Betti, la musa di Pier Paolo Pasolini, è semplicemente perfetta per convogliare la volgare ferocia della Reagan posseduta.



Ed è nel terzo atto che Friedkin firma quella che è definitivamente la sequenza horror più agghiacciante di tutto il cinema del terrore, ossia la lunga lotta tra padre Merrin e padre Karras contro il demone. Un esorcismo che sembra non finire mai, un vero incubo ad occhi aperti nel quale la dose di dettagli raccapriccianti viene rilanciata ogni minuto e dove la sensazione di incomodità raggiunge il suo culmine, anche grazie all'uso magistrale del sonoro.




Rivista oggi, grazie soprattutto ai moderni home-theatre e all'alta definizione, l'opera di Friedkin non ha perso un grammo della sua profondità, né della sua carica orrorifica. La si può considerare anche come un semplice capolavoro del cinema horror, nonché come un classico del cinema in generale, che ha superato la prova del tempo, a prescindere da quanto i millennial ne possano dire.

giovedì 17 ottobre 2019

El Camino- Il Film di Breaking Bad

El Camino- A Breaking Bad Movie

di Vince Gilligan.

con: Aaron Paul, Jesse Plemons, Robert Forster, Matt Jones, Jonathan Banks, Charles Baker, Larry Hankin, Krysten Ritten, Bryan Cranston.

Usa 2019















Gli elogi verso una serie del calibro di "Breaking Bad" non sono davvero mai abbastanza. Pochi showrunner dell'odierno panorama televisivo hanno assimilato il concetto di "cinema in tv" come fece all'epoca Vince Gilligan, il quale, rifacendosi chiaramente alla lezione di David Chase e riprendendo inizialmente uno stile reminiscente di quello dei fratelli Coen, è riuscito a confezionare un'opera complessa eppure immediatamente fruibile da chiunque, profonda ma mai pretenziosa e, sopratutto, caratterizzata da uno stile originale, che si distacca subito dai modelli di riferimento per avere un'identità autonoma e forte. Un piccolo capolavoro di scrittura e messa in scena che ha giustamente ricevuto tutti i premi possibili e che, a distanza di anni dalla sua conclusione, è ancora ammirata  da estimatori e spettatori occasionali.
Un'eredità, quella dell'opera di Gilligan, che ha trovato nello spin-off "Better Call Saul" l'unica vera continuazione, nonché l'unico vero erede in grado di riprenderne lo stile e rielaborarlo in modo originale eppure incredibilmente simile alla serie madre.
Da questo punto di vista, l'entrata in produzione di "El Camino" ha rappresentato, sopratutto per i fan, un'occasione ghiotta non solo per vedere il dipanarsi degli eventi successi alla conclusione della serie originale, ma anche per ritrovare quello stile lento, quasi meditabondo e sottilmente grottesco che ne erano il marchio di fabbrica.
Dal canto suo, tuttavia, "El Camino" si rivela come una pellicola vuota, che non aggiunge nulla al finale originale, configurandosi non come un seguito e neanche come una continuazione, bensì come una semplice "coda".



Ritroviamo Jesse Pinkman (Aaron Paul) lì dove era rimaste nel finale della serie, in fuga dai poliziotti; ritrovata la libertà e ancora in preda al trauma della carcerazione forzata, il ragazzo cerca di fuggire dalle macerie della sua carriera criminale, reincontrando molti dei personaggi che sembravano aver chiuso con lui.



Gilligan struttura lo script come una serie di episodi semi-autoconclusivi; in ogni scena, Jesse incontra o si scontra con gli altri protagonisti, in una narrazione che alterna il presente ai flashback. Dal rapporto con il viscido Todd, vera incarnazione della "banalità del male", allo scontro con un gruppo di bifolchi assetati di soldi. l'autore si limita semplicemente a inanellare una serie di eventi del tutto inconsequenziali, che formano una narrazione coerente solo nel finale e solo per alcuni dettagli. Persino i flashback, che dovrebbero teoricamente instillare una profondità maggiore verso alcuni personaggi, finiscono per appiattirsi su di una narrazione convenzionale e prevedibile.




Se la storia e i personaggi divengono subito piatti, decisamente impressionante è la performance di Aaron Paul: di nuovo nei panni del personaggio che lo ha reso celebre, non si tira indietro quando si tratta di caricarlo di emozioni per farlo risaltare su schermo, né quando si tratta di dover adoperare un registro più trattenuto. Una interpretazione da manuale, unico spiraglio di luce in un film sicuramente non brutto, ma altrettanto sicuramente inutile.

mercoledì 16 ottobre 2019

Weathering with You

Tenki no Ko

di Makoto Shinkai.

Animazione/Romantico/Fantastico

Giappone 2019


















Ottenuto il riconoscimento che da sempre meritava con "Your Name", Makoto Shinkai si è finalmente imposto come uno degli autori più riconoscibili nel campo dell'animazione nipponica e, più in generale, come un autore in grado di sorprendere e ammaliare con ogni sua nuova opera.
"Weathering with You", di conseguenza, si fa carico di tutte le aspettative possibili, riuscendo a confermare il talento del suo autore, pur senza offrire nulla di originale.



Protagonista è questa volta il sedicenne Hodaka, il quale, scappato dalla sua vita di provincia, si ritrova in una Tokyo afflitta da un record di piogge. Salvato, in tutti i sensi, da Keisuke Suga, inizia a lavorare presso lo stesso come reporter a caccia di leggende metropolitane. Indagando sul caso di una fantomatica "signora del tempo", Hodaka conosce e si invaghisce della bella Hina, la quale sembra avere davvero un potere in grado di modificare gli agenti atmosferici.




Una storia d'amore, quella di "Weatthering with You" simile a quella narrata in "Your Name": anche qui il sentimento viene incorniciato nel fantastico e inscritto in un contesto apocalittico. La pioggia costante, che nella tradizione nipponica simboleggia solitamente la cattiva sorte, diviene il collante che unisce Hodaka e Hina, due personaggi che hanno molto in comune.




Entrambi orfani, entrambi chiamati a maturare prima del tempo, lui fuggendo nella megalopoli prima dei fatidici 18 anni, lei ritrovatasi a doversi prendere cura del precoce fratellino, entrambi sono adolescenti chiamati a fare le veci degli adulti. E come da tradizione nel cinema di Shinkai, il loro sentimento resta celato, pulsante ma inespresso, chiuso all'interno di piccoli gesti, sguardi di intesa e momenti di pura poesia, come quando i poteri di Hina cominciano a manifestarsi.




Se lo stile narrativo e gli stilemi di storia e personaggi sono del tutto uguali rispetto a quanto l'autore ha fatto in precedenza, una forma di originalità può essere colta nella scelta di Shinkai di rifarsi totalmente al filone del sekaikei, declinandolo a modo proprio. Laddove in "Your Name" la love-story era semplicemente interconnessa ad un fatto apocalittico, qui il sacrificio d'amore serve a scongiurare l'avverarsi dell'apocalisse stessa. Nel momento in cui i personaggi decidono di ricongiungersi, la catastrofe si avvera, ma non ha gli effetti devastanti visti in altre storie simili, portando ad un happy-ending solare.
Una nota di vera originalità si rinviene semmai nella sottotrama dedicata a Keisuke e al suo rapporto con la figlia, uno sguardo semplice eppure profondo sull'età adulta tutto sommato inedito nel lavoro dell'autore.




Pur non rappresentando una novità per Shinkai, "Weathering with You" è lo stesso un'opera intrigante e spettacolare, che farà la gioia di chi ha amato i suoi precedenti lavori.

giovedì 10 ottobre 2019

3 from Hell

di Rob Zombie.

con: Sheri Moon Zombie, Bill Moseley, Sid Haig, Richard Brake, Danny Trejo, Jeff Daniel Phillips, Pancho Moler, Dee Wallace, Clint Howard, Kevin Jackson, Tracey Leigh, Sylvia Jeffries, Emilio Riviera, Austin Stocker.

Usa 2019
















Avevamo lasciato i Devil's Rejects 14 anni fa, su una stradina di campagna, fiondati a mille kilometri all'ora verso il mito, in un'elegia del cinema horror reminiscenza de "Il Mucchio Selvaggio". Una morte che li elevava a icone di un cinema oramai e per la prima volta crepuscolare, ultimi eroi di un "genere" già allora morente. E nel frattempo molte cose sono cambiate: il successo della Blumhouse e della sua filosofia di horror a basso budget è riuscito a ridare linfa vitale al cinema d'orrore americano, almeno su di un piano squisitamente produttivo. Rob Zombie, dal canto suo, ha avuto una carriera di tutto rispetto, imponendosi come l'ultimo vero autore del cinema di tale genere. Ma la nostalgia verso quel branco di cannibali sboccati era forse troppa per resistere. Bruciata l'opportunità di trasportali nel simil torture porn "31", Zombie riesuma i suoi eroi per un ultima cavalcata, divertente ma, purtroppo, non all'altezza delle aspettative.



Crivellati da decine di colpi a testa, Baby (Sheri Moon Zombie), Otis (Bill Moseley) e il capofamiglia Capitan Spaulding (Sid Haig, nella sua ultima apparizione) riescono miracolosamente a sopravvivere alla loro cattura da parte delle forze dell'ordine. Otis e Spaulding vengono condannati a morte, sentenza eseguita però solo verso quest'ultimo; Baby è invece dichiarata folle e rinchiusa a vita in un manicomio criminale.
Dopo dieci anni dietro le sbarre, Otis riesce a fuggire grazie all'intervento del fratellastro Wilson "Wolfman" Coltrane (Richard Brake). I due riescono poi a liberare la sorella e fuggono in Messico, dove un altro confronto li attende...



Se con il capitolo precedente Zombie glorificava i suoi personaggi, ora si scontra con il lascito di quel mito. Scoperti i loro crimini, saliti alla ribalta durante il processo, i Firefly divengono celebrità, come successo con Charles Manson e Ted Bundy. Sapulding, in particolare, diviene perfetta maschera del circo mediatico che trasforma gli assassini in superstar, recitando un monologo che riporta alla mente quelli dei coniugi Knox di "Natural Born Killers", ma anche quelli di Amanda Knox.
Ma la critica, sottile e mai furibonda, verso una popolazione ammaliata dalla figura del male viene relegata al solo primo atto, in un film diviso in tre capitoli quasi a sé stanti.
Il secondo concerne solo la vendetta dei "3 dall'Inferno" verso i loro carcerieri, ed è qui che Zombie mostra il suo lato più anticonvenzionale. Le scene del massacro presso l'abitazione del direttore del carcere e della fuga dall'ospedale psichiatrico, così come quella del pestaggio fallito, vengono letteralmente smontate e rimontate in fase di montaggio, spezzettate in vere e proprie "schegge di follia omicida" che esplodono improvvisamente su schermo, per poi essere contestualizzate solo in un secondo momento. L'effetto è straniante e riesce a rendere la cattiveria dei personaggi ancora più feroce.
Peccato che, nel terzo atto, storia e messa in scena scadano nel convenzionale.



Come i pistoleri di Peckinpah, anche i cannibali di Zombie si spostano verso sud, oltre quel confine con il Messico che promette salvezza e libertà, solo per rivelarsi anch'esso ispido di violenza. Ma il confronto con una nemesi simile allo sceriffo Wydell del film precedente appare puramente pretestuosa, balzando fuori all'improvviso in una chiara carenza di idee. E l'esecuzione del massacro finale è meccanica e priva dell'ispirazione, nonché priva della brutalità che ha sempre contraddistinto i personaggi. Persino l'epilogo è fuori luogo, con quella camminata sgraziata in teoria trionfante, in realtà frettolosa conclusione degli eventi.



Anche a causa del budget ristretto, lo stile di Zombie si fa più secco; al bando lunghi e sinuosi movimenti di macchina, ora la messa in scena si compone esclusivamente di inquadrature sghembe, primi piani strettissimi e campi medi che incorniciano solo i corpi dei personaggi, tutti ottenuti con camera multipla; la plasticità cede il posto definitivamente al montaggio spezzato, il quale si rivela scelta felice quando si tratta di ritrarre l'efferatezza degli omicidi, ma decisamente anticlimatica durante la scena d'azione finale, la quale risulta si brutale, ma anche priva di vera tensione, divenendo subito fredda.



Manca, in definitiva, la vera ispirazione, come se Zombie avesse perso il feeling verso le sue amate creature, richiamate solo per un'ultima (ma si spera non ultima in definitiva) avventura, decisamente non altezza dei capitoli precedenti, né dei migliori esiti di un autore ancora oggi sin troppo sottovalutato.