mercoledì 8 gennaio 2020

Jojo Rabbit

di Taika Waititi.

con: Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Taika Waititi, Scarlett Johansson, Sam Rockwell, Rebel Wilson, Alfie Allen, Stephen Merchant, Archie Yates.

Commedia/Grottesco

Nuova Zelanda, Usa, Repubblica Ceca 2019














In un periodo storico caratterizzato dal ritorno in auge dell'estrema destra, con le masse popolari che (per ignoranza e ingordigia più che altro) riscoprono vecchi slogan xenofobi e si atteggiano a suprematisti del sabato sera nello sterile tentativo di ottenere un vantaggio (economico o meno che sia), è importantissimo ricordarsi dei disastri passati, di come la cecità mascherata da bisogno abbia condotto all'orrore più nero intere nazioni. E Taika Waititi lo fa nel modo più radicale, riesumando il fantasma di Hitler per sbeffeggiarlo, ridurlo a caricatura folle e fuori da ogni logica per svelarne le ipocrisie, proprie e dei propri seguaci, in una commedia irriverente e riuscita.



Commedia che riprende il punto di vista più scomodo, quello di un bambino cresciuto durante il III Reich, Johannes "Jojo" (interpretato con sfavillante efficacia dal giovanissimo Roman Griffin Davis), virgulto della Gioventù Hitleriana che, a causa di un surreale incidente con una granata, è costretto a ritirarsi dal campo di addestramento e a restare a stretto contatto con la madre (Scarlett johansson); il che lo porta a scoprire un insospettabile segreto: non solo la madre è una fervente anti-hitleriana, ma ha anche nascosto in casa una giovane ragazza ebrea, Elsa (Thomasin McKenzie).



Il racconto viene spezzato in due, con una prima parte più caotica e leggera ed una seconda più stoica e drammatica. Al centro, la storia di un rapporto, quello tra Jojo e Elsa, basato sulla conoscenza dell'oggetto dell'odio. Jojo è un fervente nazista, che ha assimilato le fandonie della propaganda come solo un bambino può, ossia nel modo più radicale. E' pienamente convinto che gli Ebrei siano la razza inferiore, veri e propri mostri parassiti della società in grado di mesmerizzare e divorare il prossimo. La formazione del giovane hitleriano viene cucita in parte addosso agli sketch iniziali, folli e divertenti nella loro cinica impertinenza, in parte dal rapporto con la figura idealizzata del führer, interpretata con trasporto dallo stesso Waititi; una figura caricaturale, che nei suoi istrionismi riesce per davvero a svelare le contraddizioni, ridicole e al contempo spaventose, della dottrina nazista.



Il superamento dell'indottrinamento avviene tramite la graduale conoscenza dell' "altro", l'ebreo, il nemico, figura detestata e al contempo mai davvero conosciuta. Conoscenza che avviene nel modo più singolare, con un primo incontro durante il quale tutte le certezze del giovane nazista vengono sovvertite in un sol colpo; allo xenofobo rampante non resta così che appigliarsi con tutte le sue forze a quella oscurantistica dottrina che tante false certezze inculca, solo per poi esserne gradualmente liberato; il rapporto tra Jojo e Elsa, benché divenga una vera e propria storia d'amore, non si adagia mai su classici schematismi della medesima, essendo sempre narrata come la storia di una scoperta, quella della dignità del presunto avversario.




Nella seconda parte, Waititi carica di orrore la vita del giovane Jojo e dei comprimari, portando in scena una morte improvvisa, dolorosa e spiazzante, solo per poi far precipitare tutto nel vortice della violenza, la quale, condita da visioni grottesche e ciniche, risulta ancora più brutale.
Ma è con l'arma della commedia che Waititi riesce a fare il maggior danno; lo sberleffo, per sua stessa natura, non riconosce la dignità del suo oggetto, il quale viene così ridotto ad una serie di istrionismi privi di senso, gesti e parole (i continui "Heil Hitler!" scambiati dai personaggi) che si fanno meccanica applicazione dell'ottusità mentale, a sua volta causata da principi semplicemente idioti nella loro vis intollerante.




Come Chaplin ne "Il Grande Dittatore", Waititi riesce perfettamente a "mettere a nudo il re" ridicolizzandone i difetti, con una commedia dolceamara irresistibile.

sabato 4 gennaio 2020

The Lighthouse

di Robert Eggers.

con: Robert Pattinson, Willem Dafoe, Valeriia Karaman.

Canada, Usa 2019




















Dopo i consensi raccolti con il bel "The Vvitch", la curiosità verso la nuova opera di Robert Eggers era davvero tanta; curiosità accresciuta una volta che le prime immagini di "The Lighthouse" sono state pubblicate: caratterizzate da un bianco e nero livido e contrastato, da un'alternanza di luci e ombre a dir poco espressionista, quei pochi frame facevano già capire come l'opera seconda dell'acclamato regista sarebbe stato tutto fuorché qualcosa di convenzionale.
Tant'è che si potrebbe scambiare questo suo secondo film come il suo esordio: ancora più intimo e stilizzato, sperimentale sin nel midollo, ha tutto ciò che un buon cinefilo potrebbe aspettarsi da un enfant prodige pronto a stupire.



Adattando il racconto (rimasto incompiuto) "Il Faro" di Edgar Allan Poe, Eggers crea un nuovo spaccato di una discesa, lenta e inesorabile, verso la follia. Nel faro dove Tom (Dafoe) e Ephraim (Pattinson) sono custodi, qualcosa di sinistro sembra celarsi dietro ogni angolo, da una creatura lovecraftiana che forse investa l'isola sino alle visioni di una sirena spiaggiata che ammalia con la sua voce, passando per i rapaci gabbiani, i quali forse sono davvero le anime dei marinai morti che non trovano pace. O forse nulla di tutto questo è reale, forse sono solo superstizioni e impressioni dovute alla solitudine e all'alcool.



Proprio come in "The Vvitch", anche in "The Lighthouse" il confine tra realtà è allucinazione è inesistente; confusione che la regia sottolinea grazie alla fotografia: il formato video in 4:3 permette di chiudere i personaggi in inquadrature asfittiche, mentre il bianco e nero, talmente livido da riportare alla mente quello di "L'Ora del Lupo" di Bergman, dona un tocco ancora più visionario alle ricercatissime immagini.



Quello di Ephraim è un viaggio allucinato verso il fondo dell'anima, dove peccati rimossi incarnati da veri e propri demoni marini si dibattono selvaggiamente, alimentati dal senso di straniamento dovuto alla solitudine e alla percezione sballata del reale a causa dei fumi dell'alcool. Nulla di quanto mostrato è reale, tutto è una proiezione immaginifica del disturbato subcosciente del personaggio. Il che avvicina il racconto al cinema di David Lynch, in particolare al folgorante "Eraserhead", dal quale però Eggers sa distaccarsi creando un proprio stile, ricercatissimo e elegante, dove ogni singola immagine ha la forza espressiva di una foto d'epoca. E se Robert Pattinson stupisce per espressività e carica drammatica, Dafoe si conferma interprete straordinario, donando al suo personaggio una furia ancestrale tangibile.




Meno complesso rispetto a "The Vvitch", più secco e viscerale, "The Lighthouse" è un'opera affascinante e elegante, la conferma del talento di un autore che, si spera, avrà una rosea carriera davanti a sé.

martedì 31 dicembre 2019

C'Era una volta in America

di Sergio Leone.

con: Robert De Niro, James Woods, ELizabeth McGovern, Joe Pesci, Burt Young, Danny Aiello, William Forsythe, James Hayden, Tuesday Weld, Darlanne Fluegel, Treat Williams, Larry Rapp.

Italia, Usa 1984

















---CONTIENE SPOILER---

Un' influente corrente critica, che trova in Italia diversi seguaci, tende ad identificare il gangster movie come l'incarnazione moderna della tragedia greca. Il perché è anche facile da capire: come nei classici ellenici, anche nei noir, polizieschi e gangster-movie veri e propri si narra di persone dotate di un potere di vita e morte sui loro prossimi, sedotti e corrotti dalle passioni più terrene, che finiscono sovente per essere annichiliti dalle forze del fato, dal caso o dai propri umani difetti. Basti portare l'esempio supremo della trilogia de "Il Padrino", magna opus che cita addirittura le fonti classiche, rielaborandole in chiave moderna. O allo "Scarface" di De Palma, ritratto impietoso di un uomo che si crede un dio e viene annientato dalla sua stessa hubris.
In tal senso, "C'Era una volta in America" riesce ad essere al contempo sia un perfetto esponente del "genere", sia la perfetta variazione sullo stesso. Anche Sergio Leone racconta un'epica che si svolge nell'arco di oltre 50 anni, non solo ricostruisce con efficacia un mondo, quello della New York di inizio secolo e degli anni '30, allora già perduto, ma riesce altresì a creare un film intimista, dove gli stati d'animo, le emozioni e le relazioni tra personaggi sono al centro di tutto, come e meglio dei kolossal di David Lean e dei classici del gangster ai quali pur si ispira.



Un'opera che, malauguratamente, finisce per essere il testamento del grande autore, ultimo film di una filmografia pressoché perfetta e magnifica conclusione di quella "Trilogia sull'America" iniziata con "C'Era una volta il West", proseguita con la rivoluzione messicana di "Giù la Testa" e che qui trova un epilogo nella rievocazione degli inizi del XX secolo e dell'era del Proibizionismo.
Un'opera al contempo monumentale e microscopica, che si addentra nei cuori e nelle menti dei personaggi così come nel cuore e nella mente di un'epoca, un capolavoro totale e totalizzante giustamente ricordato come l'esito suprema della poetica del suo creatore.




In quasi 4 ore di pellicola, Leone fonde il gangster movie con la nostalgia d'epoca e la storia d'amore con quella dell'amicizia virile. Comincia nei primi del '900 (parte tratta dal romanzo di Henry Gray "The Hood", base per l'intera sceneggiatura, per lo più originale), anzi, comincia con il ricordo degli inizi del secolo. In una medias-res infuocata, introduce il personaggio di Noodles e la sua ferocia, nonché quella dei suoi assalitori. Solo per compiere un balzo avanti nel tempo, oltre 30 anni dopo, per ritornare poi, con la mente del personaggio, alla sua infanzia, in una sorta di rielaborazione del modello proustiano.




Il tempo, in "C'Era una volta in America", è una grandezza incostante, pronto ad essere manipolato sin nelle sue fondamenta dal ricordo e dal sogno. Sia esso il tempo della scena che il tempo della narrazione in toto, Leone riesce a scinderlo e frammentarlo sino ad alterarne la percezione. Cominciando proprio dal prologo, quell'inseguimento tra i fumi dell'oppio e le ombre del teatro cinese che finiscono per dilatarne il ritmo, sino a contrarlo: non c'è tensione vera, solo narrazione di fatti che saranno inquadrabili solo successivamente.
Il racconto è, sin dalle battute iniziale, frammentato in una serie di schegge che, poco alla volta, costruiranno il mosaico di una vita. E lo fa attraverso due strumenti scenografici: dapprima la "porta del tempo", che si apre sulle note di "Yestarday", ossia un inno al ricordo di tempi passati che si fa elegia non del passato per sé, ma dello scorrere del tempo in toto. La seconda è la mattonella che Noodles sposta per scrutare nel suo passato, nella visione che fu del suo unico, grande e contrastato amore.



Alterazione temporale simile a quella di "C'Era una volta il West", che Leone raggiunge anche grazie alle magnifiche musiche di Ennio Morricone; il solo tema di Deborah basterebbe a rendere questo il suo miglior lavoro, con il suo mix di nostalgia e epica, ma memorabili sono anche il tema principale e quello dedicato ai momenti più leggeri.
Tramite la musica, Leone spezza il ritmo della singola scena e lo dilata sino alle estreme possibilità. Esempio supremo di tale decostruzione è la famosa scena del caffè, nella quale il vuoto, come in tanto cinema giapponese, diviene sostanza palpabile, introducendo una nota di tensione stirata in diversi minuti, senza che nulla di davvero concreto avvenga.



Al suo cuore, "C'Era una volta in America" è la storia di un'amicizia e di un amore. L'amicizia tra Noodles (De Niro) e Max (James Woods), l'amore tra Noodles e Deborah (Elizabeth McGovern). Un'amicizia che nasce come complicità nelle strade del ghetto di New York, all'interno della pur rigida comunità ebraica, la quale calza stretta ai due ragazzi, tanto da divenire una baby-gang vera e propria. Un'amicizia che dura una vita e che arriva al punto di non-ritorno quando Noodles è costretto a tradire il suo fratello di sangue per salvargli la vita.
Una storia d'amore, quella con Deborah, contrastata, dilaniata dall'incompatibilità caratteriale tra i due, con la donna che anzicché essere una dark-lady è quasi una figura salvifica, un amore impossibile per il quale Noodles sarebbe disposto a rinunciare a tutto. O forse no, al punto che la stessa finisce in violenza, sottomissione forzata eppure al contempo tragica del sentimento che, sotto sotto, resta forse ancora puro.



Una duplice storia che riverbera nel tempo. Gli errori e le occasioni mancate divengono rimpianti, riscoperti con la terza età. Una vecchiaia ideale, nella quale l'amore di una vita non è stato logorato dal trascorre del tempo e l'amico fraterno si riscopre vivo e vegeto, sfuggito al suo fato mortale per pura casualità. Un esito positivo che, tuttavia, forse non esiste, forse è solo un'allucinazione dovuti ai fumi dell'oppio e al rimpianto; tanto che nell'ultima, struggente sequenza, Leone rincorre il suo protagonista all'interno dello scorrere del tempo, sino a farlo adagiare sotto un baldacchino che è esso stesso reminiscenza del cinema leoniano, inquadratura rubata a "C'Era una volta il West" ma che qui serve ad incorniciare un sorriso, la realizzazione della realtà o, forse, l'accettazione di quanto si è immaginato. E Robert De Niro, con la sua performance minimale e pacata di un personaggio in realtà quasi animalesco, ci regala quella che è forse la sua migliore interpretazione.



La regia di Leone si fa qui ancora più elegante, riuscendo a muovere scene di massa e restando contemporaneamente ancorata a movimenti di macchina fluidi e controllatissimi. La macchina da presa si muove libera per gli ambienti riuscendo a regalare in ogni scena immagini ricercate e mai barocche. Un equilibrio incredibile, prova dell'immensa grandezza del suo autore.




Epico e intimista, spaccato perfetto d'epoca e film sui sentimenti, "C'Era una volta in America" vive sempre in bilico su due e più fronti in contemporanea, caratterizzandosi con un'opera monumentale e, in senso lato, altamente romantica. Un capolavoro totale che purtroppo chiude in anticipa la filmografia di uno dei più grandi geni del cinema.

R.I.P. Syd Mead


1933-2019

Ci lascia un gigante del cinema, le cui visioni hanno plasmato alcuni dei cult più importanti del secolo scorso. Un uomo in grado di passare dal barocco di "Blade Runner" alle linee essenziali di "Tron" in un baleno, regalandoci spettacoli tutt'oggi ineguagliati.




Star Trek- Il Film (1979)






Tron (1982)



Turn-A Gundam (1999)



Elysium (2013)





martedì 24 dicembre 2019

Pinocchio

di Matteo Garrone.

con: Federico Ielapi, Roberto Benigni, Alida Baldari Calabria, Marine Vacht, Gigi Proietti, Rocco Papaleo, Massimo Ceccherini, Davide Marotta, Alessio Di Domenicantonio.

Fantastico/Fiabesco

Italia, Francia, Inghilterra 2019
















E' stato relativamente spiazzante scoprire come il film della vita di Matteo Garrone fosse l'adattamento del classico di Collodi; non che l'esperienza con il pur ruvido "Il Racconto dei Racconti" non avesse fatto presagire una sua predilezione per un cinema fantastico, in opposizione alla pura mondanità delle storie che solitamente porta in scena. Sorpresa che, alla luce del prodotto finito, si trasforma nella scoperta di un nuovo modo di intendere il racconto fantastico per un autore il quale sembrava avesse già detto tutto con i suoi lavori più famosi. Perché questa riduzione, che il grande artista romano riesce a creare con l'aiuto del mitico Jeremy Thomas, presenta una vis scenica a dir poco inusuale, che sembrava esulare persino dallo stile del suo autore.




Vis che si sostanzia in una forma di "realismo magico" con il quale Garrone ammanta il romanzo di formazione di Collodi. Le scenografie fantastiche che solitamente fanno da sfondo agli adattamenti della famosa storia cedono qui il posto a location rurali immerse in un crepuscolo perenne, in un'atmosfera che parte dal realismo puro per divenire presto onirica, lontana dalla verosomiglianza che di primo acchito potrebbe evocare. La storia di Pinocchio e i suoi buffi personaggi sono così calati in ambienti fatiscenti, macerie di un mondo che vive solo grazie a chi lo popola, divenendo sogno di un racconto verosimile, re-immaginazione del reale che ha appunto nel reale le sue fondamenta e null'altro, vivendo in quella zona di confine tra sogno e veglia.




Gli ottimi valori produttivo permettono poi a Garrone di portare in scena personaggi ibridi tra umano e animale di incredibile verosomiglianza. La predilezione per il make-up tradizionale piuttosto che per l'animazione in CGI concede al tutto quel tocco di fisicità che manca in molte produzioni hollywoodiane. Tutti i personaggi fantastici, a partire dal protagonista, bucano lo schermo con la loro presenza, resa ancora più memorabile dal cast, che riesce a calarsi perfettamente nei non facili panni di giudici scimmie e medici uccelli.
E Garrone si riconferma ottimo direttore di attori: non solo i giovani protagonisti Federico Ielapi, Alida Baldari Calabria e Alessio Di Domenicantonio sono semplicemente perfetti come Pinocchio, la Fata Madrina e Lucignolo, ma anche i veterani Benigni, Ceccherini (accreditato anche come co-sceneggiatore) e Papaleo riescono a bucare lo schermo restando sempre tra le righe, senza mai scadere nell'overacting gratuito.




A differenza di quanto accadeva ne "Il Racconto dei Racconti", la regia non si fa mai barocca, né compiaciuta; Garrone resta costantemente ancorato alle necessità del racconto senza lasciare che lo stile lo fagociti; e il suo occhio per le inquadrature regala fotogrammi pittorici al solito da antologia.
Se c'è però un difetto nella sua riduzione, sia da un punto di vista della scrittura che nella messa in scena, è nel restare forse sin troppo ancorato alla narrazione, senza lasciare che nessuno degli episodi narrati divenga davvero una scena-madre; una mancanza d'enfasi che, purtroppo, finisce per rendere "Pinocchio" un adattamento bello e riuscito, ma mai davvero memorabile.



Difetto tutto sommato veniale: "Pinocchio" resta la conferma del talento di un filmmaker mai troppo lodato.

giovedì 19 dicembre 2019

Star Wars- L'Ascesa di Skywalker

Star Wars- The Rise of Skywalker

di J.J.Abrams.

con: Daisy Ridley, Adam Driver, Carrie Fisher, Mark Hamill, Oscar Isaac, John Boyega, Richard E.Grant, Keri Russell, Billie Lourd, Ian McDiarmind, Lupita Nyong'O, Domhnall Gleeson, Kelly Marie Tran, Anthony Daniels, Billy Dee Williams, Naomi Ackie, Joonas Suotamo.

Fantastico/Avventura

Usa 2019











---CONTIENE SPOILER---

Un effetto distruttivo, quello creato da Rian Johnson e il suo "Gli Ultimi Jedi"; una bomba nucleare che ha scosso il megalitico fandom dell'opera di Lucas sin nelle fondamenta, portando ad una divisione manichea e inconciliabile tra chi lo ha adorato e chi lo detesta. Ed è facile capire il punto di vista di questi ultimi: è impensabile per loro apprezzare un film che mischia le carte in tavola e che fa a pezzi ogni aspettativa per divenire simbolo di originalità in una saga ultraquarantennale che aveva visto già ne "Il Risveglio della Forza" la riproposizione di tutti i suoi cliché primigenei.
Era impossibile, in realtà, continuare a usare il canone lucasiano all'infinito; sarebbe stato facile limitarsi a riproporre pezzi di storia e personaggi presi da "L'Impero Colpisce Ancora" e "Il Ritorno dello Jedi" e aggiornarli ai tempi che corrono, ma a Johnson questo non interessava (per fortuna) e ha deciso di gridarlo a squarciagola. E il fatto che i cosiddetti "fans oltranzisti" non siano riusciti ad apprezzare quanto di buono fatto, è al solito indice della loro miopia, dell'ottusità mentale con cui si approcciano ad ogni nuova opera, cercando il conforto di personaggi e situazioni vecchie sino allo stereotipo.
Il che, per la Disney, è comunque un problema; e di fatto, nonostante abbia superato il miliardo di dollari al botteghino, il film di Johnson ha comunque incassato meno di quello di J.J.Abrams. Urgeva, dunque, correre ai ripari: spariti dalla circolazione Colin Treverrow e (per fortuna) Josh Trank, Topolino ha deciso di richiamare proprio quel J.J. che aveva resuscitato con successo la saga, per il suo gran finale.



Un Abrams che decide di non prendere rischi di sorta; per prima cosa, abbandona il suo classico stile narrativo fatto di "misteri dentro misteri", che in realtà tanti danno aveva causato alla saga in Episodio VII, per aprirsi ad un racconto su di un finale mai così completo e catartico.
Mancanza di rischi che, tuttavia, si sostanzia anche in vari retcon ad aspetti della storia de "Gli Ultimi Jedi" che i fan non hanno mai digerito. Il personaggio di Rose viene relegato sullo sfondo degli eventi e la sua infatuazione verso Finn sembra essere evaporata su Crait. Finn, dal canto suo, sembra essere di nuovo attratto da Rey, come in origine. E la vera svolta la subisce proprio il personaggio di Rey, che diviene anch'ella una "figlia della Forza", erede di uno dei personaggi più importanti della saga proprio come i fan avevano sempre desiderato. Concessione che per lo meno non scade nello stereotipo: Abrams e Chris Terrio hanno avuto la decenza di evitare la solita storia sul prescelto di turno che Hollywood si diverte a propinare in ogni saga possibile e immaginabile.




Mancanza di rischi che si traduce anche in un racconto puramente lineare, con giusto un colpo di scena, anche facilmente intuibile. Il racconto si adagia sul binario della quest al mcguffin, almeno nella prima metà del film, che talvolta avanza con forzature evidenti (ma quel pugnale Sith a cosa diavolo serviva in origine?), ma che, bene o male, riesce a tenere sempre alta l'attenzione e la tensione.




Abrams tiene sempre strette le redini della narrazione, ma non riesce mai a concepire o portare su schermo momenti davvero evocativi, come invece riusciva bene a Johnson nel capitolo precedente. Anche i momenti più importanti, benché ben enfatizzati, non divengono mai davvero memorabili a causa dello scarso senso per lo stile della regia. Per lo meno, il divertimento non manca mai: in oltre due ore di durata non esiste un tempo morto che non sia voluto per poi rincarare con l'azione e il dramma, condito con dialoghi briosi e riusciti.
Il risultato è un film "semplice" ma che riesce perfettamente a concludere tutti gli story-arc aperti cinque anni fa e proseguiti con "Gli Ultimi Jedi", riuscendo anche ad essere coerente con tutti i film dell'intera saga. Laddove Abramas decide di introdurre novità è esclusivamente nella mitologia degli Jedi, che viene avvicinata ancora di più al canone del "Dune" di Frank Herbert, il quale viene sovente citato in modo invero gustoso; novità introdotte per ammantare di un'aura di misticismo ancora più marcata una trilogia che, volente o nolente, ha dimostrato di aver capito quali erano le fondamenta del proprio mito e le ha sapute spingere verso nuovi livelli.
Tutto il resto è puro spettacolo: i valori produttivi sono al solito incredibili, le battaglie spaziali e gli scontri con le spade laser sono sempre avvincenti e coinvolgenti.




"L'Ascesa di Skywalker" si rivela così come un blockbuster riuscito, ma purtroppo poco ambizioso, che finisce per dare al pubblico solo ciò che cerca senza mai sorprendere. I fan e gli spettatori occasionali apprezzeranno sicuramente gli sforzi di Abrams, ma chi ha amato il coraggio e la forza espressiva de "Gli Ultimi Jedi" rimarrà sicuramente deluso.

domenica 15 dicembre 2019

R.I.P. Anna Karina


1940 - 2019


Musa di Jean-Luc Godard e attrice simbolo della Nouvelle Vague, Anna Karina è stata un volto indimenticabile della stagione migliore del cinema mondiale.
Se ne va in silenzio, dopo anni di lontananza dai riflettori, lasciando un'eredità artistica immensa.