sabato 4 luglio 2020

Sentinel

The Sentinel

di Michael Winner.

con: Cristina Raines, Chris Sarandon, Arthur Kennedy, Burgess Meredith, Deborah Raffin, Eli Wallach, Ava Gardner, José Ferrer, Jerry Orbach, Sylvia Miles, Beverly D'Angelo, John Carradine, Christopher Walken, Jeff Goldblum, Tom Berenger.

Thriller/Horror

Usa 1977












---CONTIENE SPOILER----

Quanto tempo serve davvero ad una pellicola per diventare un cult? Domanda che ha diverse risposte, che variano a seconda del film preso in esame. Se si pensa, ad esempio, a "Dawn of the Dead" e "Halloween", la passione suscitata è praticamente contemporanea all'uscita in sala. Ma uno dei significati di "cult" risiede proprio nell'attività di "riscoperta" che una parte del pubblico fa verso un'opera che magari alla sua uscita è stata ignorata, per poi divenire amatissima.
"The Sentinel" si pone idealmente a metà di questi due estremi: buon esito commerciale alla sua uscita, comincia però a divenire oggetto di culto solo nel decennio appena trascorso, con recensioni entusiastiche che ne sottolineano l'ottima atmosfera e, sopratutto, la capacità di anticipare tematiche e scelte narrative di altri horror immediatamente successivi.
Riscoperta tutto sommato meritata: l'horror para-psicologico di Michael Winner ben riesce ad amalgamare atmosfera e suggestioni gotiche con efficaci concessioni allo splatter, restando perfettamente godibile anche oggi, nonostante l'estrema classicità della messa in scena.




La trama, adattata per lo schermo dallo stesso Winner, è ripresa dal romanzo omonimo di Jeffrey Konvitz; a New York, la modella Alison Parker (Cristina Raines), decide di allentare la relazione con l'avvocato Micahel Lerman (Chris Sarandon) e di andare a vivere per conto proprio. Trova così, per puro caso, l'ideale abitazione in un vecchio palazzo di Brooklyn, abitato da strani individui, tra i quali spunta un prete (John Carradine) non-vedente eppure perennemente affacciato ad una finestra.




Winner riunisce un cast d'eccezione, che alterna grandi glorie di Hollywood a nuove leve che di lì a poco sarebbero esplose come star: Chris Sarandon aveva già ricevuto una nomination agli Oscar per la sua performance in "Quel Pomeriggio di un Giorno da Cani" di Lumet; Ava Gardner, all'epoca cinquantacinquenne, dimostra ancora di avere fascino; il grande caratterista John Carradine (padre di David, Keith e Robert) è perfetto nei panni del misterioso prelato; Arthur Kennedy, Eli Wallach e José Ferrer risplendono in piccoli ruoli, mentre spuntano i giovanissimi Jeff Goldblum (che lo stesso Winner aveva scoperto qualche anno prima ne "Il Giustiziere della Notte") e Christopher Walken (che giusto un anno dopo avrebbe vinto l'Oscar per "Il Cacciatore"); due ruoli indimenticabili per la conturbante Sylvia Miles e una giovane Beverly D'Angelo, mentre Burgess Meredith appare in un doppio ruolo che ne celebra l'insospettabile duttilità.
Al centro di tutto, come protagonista, Winner porta la bellissima modella Cristina Raines, che sempre nel '77 apparirà ne "I Duellanti" di Scott. E' lei, bella ed espressiva, il punto di vista di una vicenda dove realtà e pure impressioni si mescolano.




Se la messa in scena è talmente classica da apparire talvolta antiquata, sopratutto se messa a confronto con l'horror americano dell'epoca, la storia per se ha una forza visionaria notevole.
L'ispirazione deriva palesemente dal "Rosemary's Baby" di Polanski, ma la creazione di una mitologia satanica terrena anticipa di qualche anno le intuizioni di Argento e Fulci. L'idea di un Inferno situato appena sotto la realtà, materiale e materialistica, di una metropoli moderna appare qui per la prima volta e tutto sommato viene ben sfruttata.
Winner, dal canto suo, non è certo un visionario al pari di coloro che ne riprenderanno l'intuizione: non ci sono vere visioni oltremondane, né vere incursioni nel fantastico a tutto tondo. Tutto viene sapientemente limitato a fugaci visioni e suggestioni che, tuttavia, ben riescono ad ingenerare nello spettatore un senso di disagio, restando sempre sul limite lisergico tra realtà e paranoia. E quando il fantastico esplode, in un trionfo finale di simbolismi macabri, la messa in scena, benché ancorata alla verosomiglianza, non fa rimpiangere incursioni più marcate nel sovrannaturale; Winner adopera con cura la forza espressiva degli attori alla disturbante visione di veri e propri "freaks" adoperati per dare corpo alla dannazione; trovata criticabile quanto si vuole, ma estremamente efficace.




Non meno efficace è il senso di disagio strisciante costruito durante i primi due atti. Con pochi elementi ben enfatizzati, Winner riesce ad ingenerare una perenne sensazione scostante; largo utilizzo è dato alla scenografia, che alterna location eleganti a stanze desolate, senza fare ricorso ad ambienti asettici come invece farà Kubrick in "Shining" ed anzi lasciando che la polvere e il mobilio consunto donino un'aura gotica al tutto.
E quando si decide di calcare la mano, la regia non si tira di certo indietro: conturbante e al contempo disturbante è la scena della masturbazione di Beverly D'Angelo, anch'essa criticabile per il ricorso all'uso dell'omosessualità come devianza, dovuta alla forte indole conservatrice del regista, il quale riesce comunque a spiazzare.



Ottima anche la prova della Raines, che purtroppo non apparirà più in pellicole memorabili: la sua Alison è una donna emancipata e al contempo fragile, non una semplice donzella in pericolo, ma neanche un personaggio forte, alla quale dona un'espressività notevole.
"The Sentinel" merita, tutto sommato, la riscoperta che ha avuto. Dimostra di non essere invecchiato benissimo per alcuni aspetti, mentre per altri riesce perfettamente ad affascinare e spiazzare ancora oggi.

lunedì 29 giugno 2020

Giulietta degli Spiriti

di Federico Fellini.

con: Giulietta Masina, Sandra Milo, Mario Pisu, Valentina Cortese, Milena Vokotic, Sylva Koscina, Caterina Boratto, Frederich Ladebur, José De Villalonga.

Italia, Francia 1965

















---CONTIENE SPOILER---

Per un autore normale, sarebbe stato difficile, se non addirittura impossibile, tornare a forme narrative più "quadrate" dopo la vetta raggiunta con "8 1/2"; ma Fellini, si sa, non è un autore qualsiasi e la sua genialità può essere scorta anche nella sua capacità di tornare ad una narrazione più convenzionale. Per quanto, in realtà, un film come "Giulietta degli Spiriti" sia difficile da definire come "convenzionale", visto l'estroso lavoro visivo, ma anche di scrittura portato in scena da Fellini e dai fidi Flaiano e Pinelli, qui coadiuvati da Brunello Rondi.
"Giulietta degli Spiriti" è, in un certo senso, una sorta di "altra faccia" di "Le Notti di Cabiria": al centro della narrazione c'è sempre un personaggio femminile che ha il volto di Giulietta Masina, la quale impara a superare le difficoltà ed esce da una crisi interiore indenne, se non rafforzata.



Giulietta, moglie borghese devota, scivola in una spirale di visioni spiritiche e reminiscenze d'infanzia quando scopre il tradimento del marito.
Stretta tra passato e paranormale, quello di Giulietta è un viaggio di accettazione; non tanto verso il tradimento del marito, quanto della sua condizione di donna dal carattere forte, che non si lascia scalfire dallo sgarbo in sé, né si abbandona ad una possibile vendetta "dionisiaca".
Le forze che spingono su di lei sono duplici (anzi, addirittura triplici) e contrarie.
Da un lato, l'opprimente formazione cattolica, che rivive nella riesumazione di un episodio in cui, da bambina, è chiamata a vestire i panni, in una recita, di una santa arsa viva. Fellini si diverte, qui, a caricare di immagini tetre l'immaginario cattolico, con le suore del convento vestite come spettri senza volto e la visione della santa che sembra uscita dritta dritta dall'Inferno, piuttosto che da una rappresentazione dell'estasi del martirio.




Dall'altro, il richiamo della carne, di un eros che prende le forme generose e compiaciute di Sandra Milo, vera e propria matrona di una alcova dei piaceri che il grande artista dipinge in modo barocco, strabordante, dionisiaco appunto; una visione del sesso come piacere carnale, ma non peccaminoso, immerso in un'atmosfera seducente e al contempo giocosa.




Se queste due forze opposte sono riconducibili nella dualità tra Super-io ed Es freudiani, la terza forza in gioco può essere descritta come una forma di coscienza razionale, incarnata dall'immagine dello zio, che vola alto nei cieli con un prototipo di aeroplano; una forza che illumina e sfalda le pulsioni più viscerali, che libera l'io-Giulietta sia dai sensi di colpa cattolici che dalla voracità inconscia. E al pari di Cabiria, nel finale Giulietta va avanti accettando ma non perdonando il tradimento, come una donna nuova, emancipata sia dalle catene interne che dalla subordinazione, morale e materiale, della figura maschile.




Al suo primo film a colori, Fellini sperimenta con le cromature e le sfumature, creando una visione caleidoscopica e sfavillante. A differenza di quanto ci si sarebbe potuto aspettare, non lascia che sia il solo colore a comunicare gli stati d'animo e adopera con parsimonia il chiaroscuro, contrastando le vive cromature con neri profondi.
Il suo stile si fa più ricercato, con inquadrature ancora più geometriche e pittoriche che in passato. E, letteralmente, si diverte a creare movimenti di macchina concentrati su primi piani e dettagli, come a scrutare direttamente dentro gli attori e le comparse.
Il risultato è un'atmosfera onirica e ipnotica, che avvolge la narrazione trasformandola in un sogno inconscio, risultando come una sorta di espressionismo in technicolor ammaliante, barocco ma mai davvero compiaciuto, sempre in perfetto equilibrio tra la voglia di esagerare e le esigenze di messa in scena.




Stretto tra una narrazione quasi ermetica e una fantasmagorica messa in scena, "Giulietta degli Spiriti" è la conferma dello status autoriale e artistico di un Fellini ben oltre la maturità. Dopo "8 1/2" e prima della distruzione narrativa di "Fellini Satyricon", è un film convenzionale solo in superficie e sfolgorante nell'animo.

martedì 23 giugno 2020

As the Gods Will

Kamisama no iu tôri

di Takashi Miike.

con: Sota Fukushi, Nao Omori, Ryunosuke Kamiki, Mio Yuki, Lily Franky.

Grottesco

Giappone 2014















Un folle gioco che ha in ballo la vita di un pugno di giovani, sottoposti a prove senza senso per il solo gusto di vederli fallire o, per quei pochi che ci riescono, a sopravvivere affetti da un PTSD che non ha nulla da invidiare a quello di un qualsiasi soldato sopravvissuto ad un massacro bellico. In sintesi, questa è la metafora che "As the Gods Will" porta con sé, nulla più e nulla meno di una rivisitazione del "massacro scolastico" che molte altre opere nipponiche hanno portato alla ribalta. Torna alla mente, per forza di cose, "Battle Royale", sia nella sua versione cartacea anarchica e compiaciuta ad opera di Koushun Takami, sia nella sua veste più ragionata portata su schermo dal compianto Kinji Fukasaku.
E il manga scritto da Muneyuki Kaneshiro e disegnato da Akeji Fujimura ha più di un debito di ispirazione verso l'opera di Takami, così come verso il "Gantz" di Hiroya Oku, dal quale riprende il gusto crudele per lo splatter grottesco urlato in faccia al lettore.




Debiti di ispirazione che pur tuttavia non gli impediscono di essere efficace: c'è qualcosa di perfettamente bilanciato e veritiero nella parafrasi del sistema scolastico come quello di un gioco infantile piegato verso il gore dove ogni studente è in lotta con gli altri e con i propri limiti, per sopravvivere al quale sono necessarie abilità fisiche, intellettive e, alla fin fine, anche un po' di sana fortuna. Da qui, l'odissea di Shun Takahata, della e inossidabile Ichika e del crudele Amaya diviene perfetta rilettura di una realtà priva di rimorsi, nella quale l'unica ricompensa per i sopravvissuti è quella di divenire punto di riferimento per masse isteriche in cerca di una guida, di quel favore degli dei che identificano, in prima istanza, con la classe dirigente.




Ed una storia del genere, con il suo mix di atrocità talvolta gratuite e sincero sentimentalismo, calzava alla perfezione per Takashi Miike, scelta d'obbligo per la sua traspoizione su Grande Schermo, non per altro vista la sua capacità di creare in poco tempo un adattamento fedele alla fonte d'origine anche se talvolta non memorabile (si vedano in proposito "Blade of the Immortal" e, sopratutto, la deludente trasposizione di "Le Bizzarre Avventure di JoJo"). "As the Gods Will", per fortuna, risulta più riuscito di molte altre trasposizioni curate da Miike e, nonostante qualche difetto di scrittura, si impone anche su pellicola come una metafora riuscita e dirompente.




Shun Takahata (Sota Fukoshi) è uno studente nella media, afflitto però da una noia compulsiva riguardo alla routine che la vita da studente impone, il quale prega Dio affinché qualcosa di eccitante avvenga nella sua vita. E se, come dice il detto, bisogna stare attenti a ciò che si desidera, il suo desiderio si avvera nel peggiore dei modi possibili: una mattina, la testa del suo professore esplode durante una lezione e al suo posto compare una strana bambola daruma senziente che comincia a "giocare" con la classe. In una versione perversa del classico "un, due, tre- stella!", la bambola fa esplodere la testa di chiunque si muove quando posa il suo sguardo sulla classe. E questo non è che l'incipit di una serie di giochi al massacro che includono un gatto maneki-neko antropofago, delle bamboline koeshi che giocano a mosca cieca facendo a pezzi chi sbaglia ed un orso polare che fiuta le bugie e schiaccia chi è in fallo.




La morale è semplice: nella società nipponica, allo studente viene chiesto di emergere a discapito del prossimo. Ciò può avvenire in modo empatico, come fa Shun, che si prodiga verso i compagni; oppure in modo sociopatico, come fa Amaya, che invece disprezza i compagni e gioisce nel vederli morire, credendosi moralmente ed intellettivamente superiore a loro. In un modo o nell'altro, è il nichilismo a trionfare: solo i migliori arrivano alla vetta e non c'è salvezza per chi resta indietro.
La sceneggiatura riesce tutto sommato bene nel condensare in meno di due ore i cinque tankobon della prima serie del manga. Particolarmente riuscito è l'arco narrativo di Shun, che da annoiato altruista divine, nell'epilogo, un disilluso nichilista. Molto più blanda è, purtroppo, la caratterizzazione dei comprimari, ascrivibili a ruoli predeterminati e stereotipati. Allo stesso modo, alcune sottotrame (quella del clochard e quella dell'otaku) non trovano adeguata risoluzione. Ma la narrazione funziona e la metafora anche, rendendo questo adattamento riuscito.




La regia di Miike alterna trovate ispirate a passaggi più distratti. Particolare cura, ovviamente, viene riservata alle sequenze dei giochi; ma la tensione talvolta viene allentata troppo, come in quella del gatto, troppo altalenante nella costruzione. Tutto sommato, la sua mano resta comunque ferma e riesce a spiazzare a dovere quando serve.




"As the Gods Will" riesce lì dove "Il Canone del Male" aveva fallito, configurandosi come un'opera imperfetta ma altrettanto riuscita, una metafora, già forte sulla carta, che su schermo diviene genuinamente disturbante e incredibilmente azzeccata. 

lunedì 22 giugno 2020

R.I.P. Joel Schumacher


1939-2020

Per sua sfortuna, Joel Schumacher sarà per sempre ai due terribili film su Batman degli anni '90, eppure film come "Ragazzi Perduti", "Un Giorno di Ordinaria Follia" e persino l'adattamento de "Il Fantasma dell'Opera", dimostrano come avesse più talento di quanto sembrasse.



giovedì 18 giugno 2020

Da 5 Bloods- Come Fratelli

Da 5 Blood

di Spike Lee.

con: Delroy Lindo, Jonathan Majors, Clark Peters, Norm Lewis, Isaiah Witlock Jr., Mélanie Thierry, Chadwick Boseman, Johnny Nguyen, Paul Walter Hauser, Jean Reno, Jasper Paakkonen.

Drammatico

Usa 2020













Recuperata la credibilità come autore grazie a "BlacKkKlansman", Spike Lee si è buttato a capofitto in un progetto alquanto rischioso; "Da 5 Bloods" parte infatti come lo scialbo "Miracolo a Sant'Anna", ossia con l'intenzione di sottolineare l'apporto essenziale delle truppe di colore in una guerra, questa volta quella del Vietnam. Fortunatamente, questa volta Lee riesce ad evitare le trappole più ovvie e, sebbene pecchi di ridondanza, riesce nell'intento di creare un apologo forte sul dramma degli afroamericani e degli orrori del conflitto bellico.



Un'America che non riconosce, quella di Spike Lee, dove gli Afroamericani votano convinti per Trump e i valori di amicizia e fratellanza vengono calpestati in nome dell'arricchimento personale.
Con un occhio ad "Apocalypse Now" e l'altro a "Il Tesoro della Sierra Madre", immerge i protagonisti in un viaggio di distruzione dal quale nessun tornerà come prima. Loro, i quattro reduci Eddie, Melvin, Otis, Paul e il di lui figlio David. Quattro ex membri del Big Red One che già 50 anni prima erano vecchi, già segnati da quei traumi che li avrebbero presto o tardi annichiliti e ora schiacciati tra il ricordo idealizzato del capo-squadra Norm e l'avidità verso il tesoro sepolto anni prima.



Non c'è vera evoluzione nel loro cammino, solo l'acuirsi di quei difetti che hanno in partenza. Se Paul è quello che finirà peggio (magistrale la performance istrionica di Delroy Lindo, che buca lo schermo in ogni scena), non meglio andrà ai suoi compagni, che si ritroveranno divisi e pronti a tutto pur di sopravvivere.




Laddove lo scontro tra ideale e avidità è netto e manicheo, a Lee non interessa essere originale e, come spesso accade nel suo cinema, le sue tesi sono urlate a squarciagola, recitate direttamente verso il pubblico nel modo più didascalico possibile. Se la semplicità narrativa riesce comunque nell'intento di convincere e coinvolgere, più indigesta è la costruzione di una storia resa artificiosa ad arte, con forzature, ripetizioni e svolte talvolta improbabili.



Ma a Lee pare non interessare la creazione di un intreccio saldo o credibile, quanto veicolare un messaggio di disperazione per portare ad una riflessione (personale e universale) sullo stato delle cose. E da questo punto di vista, "Da 5 Bloods" riesce perfettamente ad imporsi come una metafora cristallina e riuscita sulla perdita dei valori e la disgregazione sociale propria dell'era Trump. Un pamphlet didascalico quanto si vuole, eppure impossibile da ostracizzare.

lunedì 15 giugno 2020

Santa Sangre- Sangue Santo

Santa Sangre

di Alejandro Jodorowsky.

con: Axel Jodorowsky, Blanca Guerra, Guy Stockwell, Jesus Juaréz, Thelma Tixou, Sabrina Dennison, Adan Jodorowsky, Faviola Elenka Tapia.

Messico 1989















Nel 1989, Alejandro Jodorowsky è un autore affermato, che si è fatto un nome anche come scrittore saggista e fumettista; un artista completo e poliedrico, dotato di un proprio stile e tematiche subito riconoscibili. L'opportunità di creare un nuovo lungometraggio arriva così grazie all'incontro con il produttore Claudio Argento, fratello di Dario, che da anni vuole collaborare con lui. L'esito è "Santa Sangre", la pellicola più "particolare" di Jodo, una rievocazione dell'infanzia tra Freud e Fellini, con un gusto per il macabro marcato e la capacità di sorprendere e spiazzare ad ogni scena.




"Santa Sangre" è opera dai mille volti e molteplici significati, come molteplici sono le (apparenti) fonti di ispirazione. Ben si potrebbe definirlo come una versione surreale e quasi lisergica di "Psycho", dal quale riprende l'idea del fantasma di una madre come super-io che castiga le tendenze erotiche del protagonista; così come lo si potrebbe vedere come la descrizione di una caduta in disgrazia e della perdita dell'innocenza. Tutte definizioni e etichette che ben calzano, ma che non rendono giustizia ad un'opera che ha comunque una sua identità forte ed è caratterizzata da simbolismi a loro modo originali.
Di certo è da notare come l'autore riesca a disinnescare lo schematismo tipico del thriller, lasciando che lo spettatore capisca sin da subito la soluzione all'enigma dell'assassino e la verità sull'identità della madre rediviva.



L'epiteto più completo e calzante potrebbe quindi essere quello di "romanzo di de-formazione", visto come scandaglia quanto i traumi dell'infanzia possono effettivamente incidere sulla psiche di un infante. Perno della narrazione è Fenix, ossia l'uccello che dalla morte ritrova nuova vita. Fenix è un mago, ossia un essere in grado di mutare la realtà; la metafora ornitologica trova duplice declinazione: da un lato il volto del protagonista e l'innocenza data dal cigno, dall'altra i piccioni e le galline, simboli negativi di una rapacità che divora imbelle il corpo.
Fenix è un bambino che assiste suo malgrado alla morte della madre per mano del padre. La madre, Concha, è la sacerdotessa di un culto, quello di una santa alla quale hanno strappato le braccia; un culto che non viene riconosciuto dalla Chiesa; qui, però, Jodorowsky non sembra voler condannare i falsi culti o la corruzione dell'autorità, quanto presentare un sistema di valori che vengono seguiti ciecamente a prescindere dalla loro validità.
Concha muore come la sua santa, trasfigurata in quella forma che adora sino a prenderne il posto. La morte dell'innocenza prende invece la forma del funerale dell'elefantino, un bambino morto anzitempo le cui carni vengono razziate subito dopo la morte. Fenix diviene così vuoto, perso nella contemplazione passiva del mondo e dei suoi accadimenti.



Il risveglio arriva quasi per caso, con una liberazione estemporanea e il ritrovamento di quella figura materna che da martire si fa carnefice, pronta a punire ogni manifestazione di sessualità. Il trauma, in fondo, era esplicito: un castigo inferto contro chi ha provato a bloccare il coito del marito traditore, ossia violenza che veicola una sessualità repressa.
L'atto sessuale viene così sublimato nell'omicidio, con il sangue che scorre come se fosse liquido libidinoso, a coronare un orgasmo internalizzato. Una metafora semplice, un connubio di eros e thanatos di certo non originale, ma che Jodorowosky conduce con mano fermissima.




Meno riuscito è il parallelo che viene tracciato con l'Uomo Invisibile, con Fenix che tenta di far sparire la propria immagine, che non sopporta; una metafora sin troppo blanda, che non aggiunge nulla alla caratterizzazione del protagonista.
Con un buon budget a disposizione, le immagini sono plastiche, pittoriche e spettacolari, dei piccoli quadri in movimento che l'autore crea con un gusto certamente più modesto rispetto a "La Montagna Sacra", ma altrettanto efficace.
"Santa Sangre" finisce così per essere il più particolare tra i film dell'autore, una sorta di anti-thriller che riprende i gusto del genere per la caratterizzazione psicologica e si fa quadro deformato di una psiche alla deriva. Non ha la forza espressiva di "El Topo", ma riesce lo stesso ad imporsi come opera ben riuscita e interessante.

venerdì 5 giugno 2020

Seberg- Nel Mirino

Seberg

di Benedict Andrews.

con: Kristen Stewart, Jack O'Connell, Anthony Mackie, Margaret Qualley, Vince Vaughn, Colm Meaney, Gabriel Sky, Stephen Root, Yvan Attal, Zazie Beetz.

Biografico/Drammatico

Usa, Inghilterra 2019














Con il caos generatosi a causa della codarda uccisione di George Floyd, che ha squarciato il velo di ipocrisia della società americana fatto di perbenismo solo formale e inclusivismo un tanto al chilo, sembra quasi profetico il fatto che, appena sei mesi prima, l'uscita del biopic su Jean Seberg sia passata praticamente inosservata. Forse la critica e il pubblico non erano ancora pronti per assimilare una storia fatta di soprusi, pregiudizi e volgare razzismo che ha letteralmente risucchiato quella che un tempo è stata una delle più grandi promesse di Hollywood, la bellissima protagonista di "A' Boute de Souffle", la quale è stata ostracizzata a causa del suo anticonformismo e della sua indole liberal pur in un periodo in cui lo status quo veniva fortemente messo in discussione.
E "Seberg", tra alte intuizioni e miopi cadute di stile, alla fin fine riesce perfettamente nel rievocare il dramma di una donna prigioniera di un mondo ipocrita.




Una storia scomoda, quella della Seberg, a cui la Stewart dona il suo sguardo fosco e sensuale in una performance tutto sommato riuscita. La storia di una giovane americana che trova il successo in Europa e, tornata in patria, si avvicina ai movimenti di protesta, in particolare alle Black Panther di Hakim Abdullah Jamal (Anthony Mackie), finendo nel mirino del F.B.I., che ne distruggerà vita e carriera.



Il ritratto è quanto mai convenzionale, la classica caduta in disgrazia in una spirale discendente di drammi e soprusi. Lo script non cerca l'originalità, ma per lo meno non copre il tutto di sensazionalismo. L'avvicinamento della Seberg verso la controcultura non viene celata, l'odio dell'establishment verso i movimento di protesta trova perfetta rappresentazione e non manca il "cattivo" che tenta di redimersi, in una dinamica che sembra uscita dritta dritta da "Le Vite degli Altri".




Se il registro drammatico è quantomai convenzionale, il film fallisce fatalmente nella rappresentazione della passione politica della sua protagonista, che viene costantemente data per scontata e persino subordinata all'attrazione fisica che questa prova per Jamal. Se si tratti di una scelta voluta o di una mera disattenzione, non è dato saperlo, resta il fatto che la Seberg qui rappresentata, per quanto "sessantottina", non prende davvero mai posizioni sui temi caldi dell'epoca.




Si potrebbe così tranquillamente bollare questo biopic appassionato ma superficiale come un'opera malriuscita e inutile; se non fosse, per l'appunto, per la passione che viene dimostrata nel rievocare la vita della protagonista; c'è davvero la voglia di non far obliare la memoria della sfortunata attrice dell'Iowa, di darle spazio in un mondo che sembra averla rimossa, riportandone con fedeltà la storia e gli umori.
"Seberg", per quanto scialbo, trova così una forma di interesse proprio nella sua natura di biopic; un'opera che non susciterà vero scandalo, ma che rappresenta quasi una tappa d''obbligo per non dimenticare chi, già 50 anni fa, rimase schiacciato da un sistema ipocrita e infame.