giovedì 9 luglio 2020

Antrum: The Deadliest Film Ever Made

di David Amito & Micahel Laicini.

con: Nicole Tompkins, Rowan Smyth, Dan Istrate, Shu Sakimoto, Circus-Szlalewski.

Canada 2018



















Pensare che nel 2020 il mockumentary possa ancora dire qualcosa di fresco ad un pubblico oramai smaliziato e cosciente della falsità su schermo, sembrerebbe improbabile. Eppure, "Antrum" riesce a creare qualcosa se non originale, quantomeno riuscito, prendendo in prestito il registro mockumentaristico e inserendolo come cornice di un simpatico esperimento vintagexploitation.



Centro nevralgico è, appunto, "Antrum", film nel film, anzi leggenda fatta realtà. Una pellicola girata (per finta) negli anni '70 e che ha causato sciagure e drammi ogni volta che è stata proiettata. I punti di riferimento dei registi Amito e Laicini sono citati esplicitamente, ossia "Ringu" e, sopratutto, il "Cigarette Burns" di John Carpenter, anche se l'antecedente più diretto è il misconosciuto "La Rage du Démon" del 2016, vera ricerca su di un film maledetto attribuito a George Meliés. I due autori, però, non si limitano a riproporre un modello collaudato, introducendo una nota di originalità mostrato il film maledetto nella sua interezza.




Qui il gioco metafilmico si fa ancora più gustoso, con messaggi subliminali e simbolismi satanici celati all'interno delle immagini e esplicitati nel finale, dove il registro falso-documentaristico viene ripreso per spiegare parte di ciò che (non) si è visto.
Il pezzo forte resta la costruzione del film nel film, dove la patina vintage dona a tutto un tocco retrò che ben si sposa con l'atmosfera sinistra.




"Antrum" è un vero e proprio omaggio a tanto cinema di genere degli anni '70; si incontra, ovviamente, il filone demoniaco post "Rosemary's Baby", ma anche rimandi espliciti agli horror di Fulci, con il piccolo Nathan truccato a immagine e somiglianza di Giovanni Frezza.
Piuttosto che affidarsi agli spaventi o puntare unicamente sullo straniamento dato dagli inserti invisibili, i due autori decidono di creare un horror campestre tutto basato sull'atmosfera. I boschi canadesi divengono così un'incarnazione terribilmente terrena dell'Inferno e da lussureggianti macchie si fanno, piano piano, lande claustrofobiche bruciate dal sole. L'orrore resta sempre celato, persino quando le incarnazioni demoniache sono visibili. Tutto rimane ancorato ad una forma di terrore astratto, invisibile eppure tangibile, sottolineato dallo score inquietante e da un sonoro (curatissimo) in grado di far accapponare la pelle.




"Antrum" si pone quindi come un gustoso esperimento che sa essere coerente e riuscito pur prendendosi terribilmente sul serio. Un gioco divertente, per una volta non afflitto da ambiziosi troppo grandi in un filone che troppo spesso ha cercato l'intelligenza trovando solo la furbizia.

lunedì 6 luglio 2020

R.I.P. Ennio Morricone


1928 - 2020

Forse è stato davvero lui il miglior compositore della Storia del Cinema. Di sicuro, le note di Morricone sono causa imprescindibile della riuscita dei capolavori di Sergio Leone; e quando collaborava con autori che non costruivano le immagini sulla musica, i suoi temi riuscivano lo stesso a dare un tocco in più a pellicole memorabili. Memorabili proprio come le sue note.


"Per un Pugno di Dollari" (1964) di Sergio Leone


Prima collaborazione con Leone; Morricone crea il celebre tema del fischio, che diviene parte integrante dell'epica dello Spaghetti Western.


"I Pugni in Tasca" (1965) di Marco Bellocchio


Sonorità oniriche, quasi astratte, per la colonna sonora dello spiazzante esordio di Marco Bellocchio.


"Uccellacci e Uccellini" (1966) di Pier Paolo Pasolini


Per la favola beffarda di Pasolini, Morricone compone una colonna sonora sincopata, ritmata su sonorità moderne, quasi rock.


"Il Buono, il Brutto, il Cattivo" (1966) di Sergio Leone


Si potrebbe citare il celeberrimo tema principale o anche l'altrettanto mitica partitura del "triello", ma "L'Estasi dell'Oro" resta il punto più spettacolare di una colonna sonora incredibile.


"Faccia a Faccia" (1967) di Sergio Sollima.


Percussioni e synth per il bel tema dello spaghetti western di Sollima.


"Diabolik" (1968) di Mario Bava.


Scoppiettante partitura pop per il bel cinefumetto di Mario Bava, con sonorità alla moda e di tendenza, tipiche della fine degli anni '60.


"Il Grande Silenzio" (1968) di Sergio Corbucci


Un partitura sottilmente elegiaca per l'anti-spaghetti western di Corbucci, reso prezioso anche grazie alle note di Morricone.



"C'Era una volta il West" (1968) di Sergio Leone.


Sarebbe facile elogiare il tema principale, potente e magnifico; ma il carattere di Morricore è palese anche nella scanzonata partitura per Cheyenne, semplice e simpatica, quasi in antitesi con il resto dello score.


"Il Clan dei Siciliani" (1969) di Henri Verneuil.


Un tema dalla sonorità quasi sfrontata e palesemente ammiccante, che cala un velo di stile sul turpe polar di culto.


"Queimada" (1969) di Gillo Pontecorvo.


Partitura cupa e dalla cadenza funebre per incorniciare i corsi e ricorsi storici portati in scena da Pontecorvo in una pellicola da riscoprire.



"Indagine su di un Cittadino al di sopra di ogni sospetto" (1970) di Elio Petri.


Archi striduli e scacciapensieri siculi per enfatizzare il risvolto grottesco dello spietato racconto di Elio Petri.



"L'Uccello dalle Piume di Cristallo" (1970) di Dario Argento.


Canto onirico, sottilmente inquietante, che si sposa alla perfezione con le ipnotiche immagini del primo Argento.


"Gott mit Uns- Dio è con Noi" (1970) di Giuliano Montaldo.


Melanconica e sottilmente drammatica orchestrazione per il dramma di guerra di Montaldo.


"Città Violenta" (1970) di Sergio Sollima.


Vaghe reminiscenze western in una partitura solida e coinvolgente creata per il western metropolitano di Sollima.


"Sacco e Vanzetti" (1971) di Giuliano Montaldo.


Assieme a Joan Baez, Morricone crea una ballata commovente, ma al contempo rabbiosa.


"La Classe Operaia va in Paradiso" (1971) di Elio Petri.


Cadenze marziali per il disilluso atto d'accusa di una generazione.


"Giù la Testa" (1971) di Ennio Morricone.


La rivoluzione secondo Sergio Leone, magnificamente costruita su una partitura al contempo epica e intimista.


"Novecento" (1976) di Bernardo Bertolucci.


Per l'epica "sinistrorsa" di Bertolucci, Morricone compone una colonna sonora dai toni terreni, quasi musica da camera applicata all'incedere della Storia.


"I Giorni del Cielo" (1978)


Per il melodramma di Malick, Morricone compone uno score che sembra essere più vicino all'intimità dei personaggi che alle immagini spettacolari, creando un contrasto quasi estatico. 



"La Cosa" (1982) di John Carpenter.


Adagiandosi perfettamente sulle immagini di Carpenter e ispirandosi, probabilmente, alle sue precedenti partiture, Morricone confeziona uno score minimale e carico di tensione.


"C'Era una volta in America" (1984) di Sergio Leone.


Capolavoro nel capolavoro. Morricone esalta l'epica e il sentimento questa volta assieme, con note elegiache e strazianti.


"Mission" (1986) di Roland Joffé.


Per il gioiello dimenticato di Joffé, Morricone crea uno score lirico che si sposa alla perfezione con l'ambientazione sudamericana e con la tematica della fede.



"The Untouchebles- Gli Intoccabili" (1987) di Brian De Palma.


Perfettamente in linea con lo stile narrativo di De Palma, Morricone firma uno score eccessivo e sopra le righe, perfetta forma estetizzata della sonorità dei vecchi polizieschi americani.

sabato 4 luglio 2020

Sentinel

The Sentinel

di Michael Winner.

con: Cristina Raines, Chris Sarandon, Arthur Kennedy, Burgess Meredith, Deborah Raffin, Eli Wallach, Ava Gardner, José Ferrer, Jerry Orbach, Sylvia Miles, Beverly D'Angelo, John Carradine, Christopher Walken, Jeff Goldblum, Tom Berenger.

Thriller/Horror

Usa 1977












---CONTIENE SPOILER----

Quanto tempo serve davvero ad una pellicola per diventare un cult? Domanda che ha diverse risposte, che variano a seconda del film preso in esame. Se si pensa, ad esempio, a "Dawn of the Dead" e "Halloween", la passione suscitata è praticamente contemporanea all'uscita in sala. Ma uno dei significati di "cult" risiede proprio nell'attività di "riscoperta" che una parte del pubblico fa verso un'opera che magari alla sua uscita è stata ignorata, per poi divenire amatissima.
"The Sentinel" si pone idealmente a metà di questi due estremi: buon esito commerciale alla sua uscita, comincia però a divenire oggetto di culto solo nel decennio appena trascorso, con recensioni entusiastiche che ne sottolineano l'ottima atmosfera e, sopratutto, la capacità di anticipare tematiche e scelte narrative di altri horror immediatamente successivi.
Riscoperta tutto sommato meritata: l'horror para-psicologico di Michael Winner ben riesce ad amalgamare atmosfera e suggestioni gotiche con efficaci concessioni allo splatter, restando perfettamente godibile anche oggi, nonostante l'estrema classicità della messa in scena.




La trama, adattata per lo schermo dallo stesso Winner, è ripresa dal romanzo omonimo di Jeffrey Konvitz; a New York, la modella Alison Parker (Cristina Raines), decide di allentare la relazione con l'avvocato Micahel Lerman (Chris Sarandon) e di andare a vivere per conto proprio. Trova così, per puro caso, l'ideale abitazione in un vecchio palazzo di Brooklyn, abitato da strani individui, tra i quali spunta un prete (John Carradine) non-vedente eppure perennemente affacciato ad una finestra.




Winner riunisce un cast d'eccezione, che alterna grandi glorie di Hollywood a nuove leve che di lì a poco sarebbero esplose come star: Chris Sarandon aveva già ricevuto una nomination agli Oscar per la sua performance in "Quel Pomeriggio di un Giorno da Cani" di Lumet; Ava Gardner, all'epoca cinquantacinquenne, dimostra ancora di avere fascino; il grande caratterista John Carradine (padre di David, Keith e Robert) è perfetto nei panni del misterioso prelato; Arthur Kennedy, Eli Wallach e José Ferrer risplendono in piccoli ruoli, mentre spuntano i giovanissimi Jeff Goldblum (che lo stesso Winner aveva scoperto qualche anno prima ne "Il Giustiziere della Notte") e Christopher Walken (che giusto un anno dopo avrebbe vinto l'Oscar per "Il Cacciatore"); due ruoli indimenticabili per la conturbante Sylvia Miles e una giovane Beverly D'Angelo, mentre Burgess Meredith appare in un doppio ruolo che ne celebra l'insospettabile duttilità.
Al centro di tutto, come protagonista, Winner porta la bellissima modella Cristina Raines, che sempre nel '77 apparirà ne "I Duellanti" di Scott. E' lei, bella ed espressiva, il punto di vista di una vicenda dove realtà e pure impressioni si mescolano.




Se la messa in scena è talmente classica da apparire talvolta antiquata, sopratutto se messa a confronto con l'horror americano dell'epoca, la storia per se ha una forza visionaria notevole.
L'ispirazione deriva palesemente dal "Rosemary's Baby" di Polanski, ma la creazione di una mitologia satanica terrena anticipa di qualche anno le intuizioni di Argento e Fulci. L'idea di un Inferno situato appena sotto la realtà, materiale e materialistica, di una metropoli moderna appare qui per la prima volta e tutto sommato viene ben sfruttata.
Winner, dal canto suo, non è certo un visionario al pari di coloro che ne riprenderanno l'intuizione: non ci sono vere visioni oltremondane, né vere incursioni nel fantastico a tutto tondo. Tutto viene sapientemente limitato a fugaci visioni e suggestioni che, tuttavia, ben riescono ad ingenerare nello spettatore un senso di disagio, restando sempre sul limite lisergico tra realtà e paranoia. E quando il fantastico esplode, in un trionfo finale di simbolismi macabri, la messa in scena, benché ancorata alla verosomiglianza, non fa rimpiangere incursioni più marcate nel sovrannaturale; Winner adopera con cura la forza espressiva degli attori alla disturbante visione di veri e propri "freaks" adoperati per dare corpo alla dannazione; trovata criticabile quanto si vuole, ma estremamente efficace.




Non meno efficace è il senso di disagio strisciante costruito durante i primi due atti. Con pochi elementi ben enfatizzati, Winner riesce ad ingenerare una perenne sensazione scostante; largo utilizzo è dato alla scenografia, che alterna location eleganti a stanze desolate, senza fare ricorso ad ambienti asettici come invece farà Kubrick in "Shining" ed anzi lasciando che la polvere e il mobilio consunto donino un'aura gotica al tutto.
E quando si decide di calcare la mano, la regia non si tira di certo indietro: conturbante e al contempo disturbante è la scena della masturbazione di Beverly D'Angelo, anch'essa criticabile per il ricorso all'uso dell'omosessualità come devianza, dovuta alla forte indole conservatrice del regista, il quale riesce comunque a spiazzare.



Ottima anche la prova della Raines, che purtroppo non apparirà più in pellicole memorabili: la sua Alison è una donna emancipata e al contempo fragile, non una semplice donzella in pericolo, ma neanche un personaggio forte, alla quale dona un'espressività notevole.
"The Sentinel" merita, tutto sommato, la riscoperta che ha avuto. Dimostra di non essere invecchiato benissimo per alcuni aspetti, mentre per altri riesce perfettamente ad affascinare e spiazzare ancora oggi.

lunedì 29 giugno 2020

Giulietta degli Spiriti

di Federico Fellini.

con: Giulietta Masina, Sandra Milo, Mario Pisu, Valentina Cortese, Milena Vokotic, Sylva Koscina, Caterina Boratto, Frederich Ladebur, José De Villalonga.

Italia, Francia 1965

















---CONTIENE SPOILER---

Per un autore normale, sarebbe stato difficile, se non addirittura impossibile, tornare a forme narrative più "quadrate" dopo la vetta raggiunta con "8 1/2"; ma Fellini, si sa, non è un autore qualsiasi e la sua genialità può essere scorta anche nella sua capacità di tornare ad una narrazione più convenzionale. Per quanto, in realtà, un film come "Giulietta degli Spiriti" sia difficile da definire come "convenzionale", visto l'estroso lavoro visivo, ma anche di scrittura portato in scena da Fellini e dai fidi Flaiano e Pinelli, qui coadiuvati da Brunello Rondi.
"Giulietta degli Spiriti" è, in un certo senso, una sorta di "altra faccia" di "Le Notti di Cabiria": al centro della narrazione c'è sempre un personaggio femminile che ha il volto di Giulietta Masina, la quale impara a superare le difficoltà ed esce da una crisi interiore indenne, se non rafforzata.



Giulietta, moglie borghese devota, scivola in una spirale di visioni spiritiche e reminiscenze d'infanzia quando scopre il tradimento del marito.
Stretta tra passato e paranormale, quello di Giulietta è un viaggio di accettazione; non tanto verso il tradimento del marito, quanto della sua condizione di donna dal carattere forte, che non si lascia scalfire dallo sgarbo in sé, né si abbandona ad una possibile vendetta "dionisiaca".
Le forze che spingono su di lei sono duplici (anzi, addirittura triplici) e contrarie.
Da un lato, l'opprimente formazione cattolica, che rivive nella riesumazione di un episodio in cui, da bambina, è chiamata a vestire i panni, in una recita, di una santa arsa viva. Fellini si diverte, qui, a caricare di immagini tetre l'immaginario cattolico, con le suore del convento vestite come spettri senza volto e la visione della santa che sembra uscita dritta dritta dall'Inferno, piuttosto che da una rappresentazione dell'estasi del martirio.




Dall'altro, il richiamo della carne, di un eros che prende le forme generose e compiaciute di Sandra Milo, vera e propria matrona di una alcova dei piaceri che il grande artista dipinge in modo barocco, strabordante, dionisiaco appunto; una visione del sesso come piacere carnale, ma non peccaminoso, immerso in un'atmosfera seducente e al contempo giocosa.




Se queste due forze opposte sono riconducibili nella dualità tra Super-io ed Es freudiani, la terza forza in gioco può essere descritta come una forma di coscienza razionale, incarnata dall'immagine dello zio, che vola alto nei cieli con un prototipo di aeroplano; una forza che illumina e sfalda le pulsioni più viscerali, che libera l'io-Giulietta sia dai sensi di colpa cattolici che dalla voracità inconscia. E al pari di Cabiria, nel finale Giulietta va avanti accettando ma non perdonando il tradimento, come una donna nuova, emancipata sia dalle catene interne che dalla subordinazione, morale e materiale, della figura maschile.




Al suo primo film a colori, Fellini sperimenta con le cromature e le sfumature, creando una visione caleidoscopica e sfavillante. A differenza di quanto ci si sarebbe potuto aspettare, non lascia che sia il solo colore a comunicare gli stati d'animo e adopera con parsimonia il chiaroscuro, contrastando le vive cromature con neri profondi.
Il suo stile si fa più ricercato, con inquadrature ancora più geometriche e pittoriche che in passato. E, letteralmente, si diverte a creare movimenti di macchina concentrati su primi piani e dettagli, come a scrutare direttamente dentro gli attori e le comparse.
Il risultato è un'atmosfera onirica e ipnotica, che avvolge la narrazione trasformandola in un sogno inconscio, risultando come una sorta di espressionismo in technicolor ammaliante, barocco ma mai davvero compiaciuto, sempre in perfetto equilibrio tra la voglia di esagerare e le esigenze di messa in scena.




Stretto tra una narrazione quasi ermetica e una fantasmagorica messa in scena, "Giulietta degli Spiriti" è la conferma dello status autoriale e artistico di un Fellini ben oltre la maturità. Dopo "8 1/2" e prima della distruzione narrativa di "Fellini Satyricon", è un film convenzionale solo in superficie e sfolgorante nell'animo.

martedì 23 giugno 2020

As the Gods Will

Kamisama no iu tôri

di Takashi Miike.

con: Sota Fukushi, Nao Omori, Ryunosuke Kamiki, Mio Yuki, Lily Franky.

Grottesco

Giappone 2014















Un folle gioco che ha in ballo la vita di un pugno di giovani, sottoposti a prove senza senso per il solo gusto di vederli fallire o, per quei pochi che ci riescono, a sopravvivere affetti da un PTSD che non ha nulla da invidiare a quello di un qualsiasi soldato sopravvissuto ad un massacro bellico. In sintesi, questa è la metafora che "As the Gods Will" porta con sé, nulla più e nulla meno di una rivisitazione del "massacro scolastico" che molte altre opere nipponiche hanno portato alla ribalta. Torna alla mente, per forza di cose, "Battle Royale", sia nella sua versione cartacea anarchica e compiaciuta ad opera di Koushun Takami, sia nella sua veste più ragionata portata su schermo dal compianto Kinji Fukasaku.
E il manga scritto da Muneyuki Kaneshiro e disegnato da Akeji Fujimura ha più di un debito di ispirazione verso l'opera di Takami, così come verso il "Gantz" di Hiroya Oku, dal quale riprende il gusto crudele per lo splatter grottesco urlato in faccia al lettore.




Debiti di ispirazione che pur tuttavia non gli impediscono di essere efficace: c'è qualcosa di perfettamente bilanciato e veritiero nella parafrasi del sistema scolastico come quello di un gioco infantile piegato verso il gore dove ogni studente è in lotta con gli altri e con i propri limiti, per sopravvivere al quale sono necessarie abilità fisiche, intellettive e, alla fin fine, anche un po' di sana fortuna. Da qui, l'odissea di Shun Takahata, della e inossidabile Ichika e del crudele Amaya diviene perfetta rilettura di una realtà priva di rimorsi, nella quale l'unica ricompensa per i sopravvissuti è quella di divenire punto di riferimento per masse isteriche in cerca di una guida, di quel favore degli dei che identificano, in prima istanza, con la classe dirigente.




Ed una storia del genere, con il suo mix di atrocità talvolta gratuite e sincero sentimentalismo, calzava alla perfezione per Takashi Miike, scelta d'obbligo per la sua traspoizione su Grande Schermo, non per altro vista la sua capacità di creare in poco tempo un adattamento fedele alla fonte d'origine anche se talvolta non memorabile (si vedano in proposito "Blade of the Immortal" e, sopratutto, la deludente trasposizione di "Le Bizzarre Avventure di JoJo"). "As the Gods Will", per fortuna, risulta più riuscito di molte altre trasposizioni curate da Miike e, nonostante qualche difetto di scrittura, si impone anche su pellicola come una metafora riuscita e dirompente.




Shun Takahata (Sota Fukoshi) è uno studente nella media, afflitto però da una noia compulsiva riguardo alla routine che la vita da studente impone, il quale prega Dio affinché qualcosa di eccitante avvenga nella sua vita. E se, come dice il detto, bisogna stare attenti a ciò che si desidera, il suo desiderio si avvera nel peggiore dei modi possibili: una mattina, la testa del suo professore esplode durante una lezione e al suo posto compare una strana bambola daruma senziente che comincia a "giocare" con la classe. In una versione perversa del classico "un, due, tre- stella!", la bambola fa esplodere la testa di chiunque si muove quando posa il suo sguardo sulla classe. E questo non è che l'incipit di una serie di giochi al massacro che includono un gatto maneki-neko antropofago, delle bamboline koeshi che giocano a mosca cieca facendo a pezzi chi sbaglia ed un orso polare che fiuta le bugie e schiaccia chi è in fallo.




La morale è semplice: nella società nipponica, allo studente viene chiesto di emergere a discapito del prossimo. Ciò può avvenire in modo empatico, come fa Shun, che si prodiga verso i compagni; oppure in modo sociopatico, come fa Amaya, che invece disprezza i compagni e gioisce nel vederli morire, credendosi moralmente ed intellettivamente superiore a loro. In un modo o nell'altro, è il nichilismo a trionfare: solo i migliori arrivano alla vetta e non c'è salvezza per chi resta indietro.
La sceneggiatura riesce tutto sommato bene nel condensare in meno di due ore i cinque tankobon della prima serie del manga. Particolarmente riuscito è l'arco narrativo di Shun, che da annoiato altruista divine, nell'epilogo, un disilluso nichilista. Molto più blanda è, purtroppo, la caratterizzazione dei comprimari, ascrivibili a ruoli predeterminati e stereotipati. Allo stesso modo, alcune sottotrame (quella del clochard e quella dell'otaku) non trovano adeguata risoluzione. Ma la narrazione funziona e la metafora anche, rendendo questo adattamento riuscito.




La regia di Miike alterna trovate ispirate a passaggi più distratti. Particolare cura, ovviamente, viene riservata alle sequenze dei giochi; ma la tensione talvolta viene allentata troppo, come in quella del gatto, troppo altalenante nella costruzione. Tutto sommato, la sua mano resta comunque ferma e riesce a spiazzare a dovere quando serve.




"As the Gods Will" riesce lì dove "Il Canone del Male" aveva fallito, configurandosi come un'opera imperfetta ma altrettanto riuscita, una metafora, già forte sulla carta, che su schermo diviene genuinamente disturbante e incredibilmente azzeccata. 

lunedì 22 giugno 2020

R.I.P. Joel Schumacher


1939-2020

Per sua sfortuna, Joel Schumacher sarà per sempre ai due terribili film su Batman degli anni '90, eppure film come "Ragazzi Perduti", "Un Giorno di Ordinaria Follia" e persino l'adattamento de "Il Fantasma dell'Opera", dimostrano come avesse più talento di quanto sembrasse.



giovedì 18 giugno 2020

Da 5 Bloods- Come Fratelli

Da 5 Blood

di Spike Lee.

con: Delroy Lindo, Jonathan Majors, Clark Peters, Norm Lewis, Isaiah Witlock Jr., Mélanie Thierry, Chadwick Boseman, Johnny Nguyen, Paul Walter Hauser, Jean Reno, Jasper Paakkonen.

Drammatico

Usa 2020













Recuperata la credibilità come autore grazie a "BlacKkKlansman", Spike Lee si è buttato a capofitto in un progetto alquanto rischioso; "Da 5 Bloods" parte infatti come lo scialbo "Miracolo a Sant'Anna", ossia con l'intenzione di sottolineare l'apporto essenziale delle truppe di colore in una guerra, questa volta quella del Vietnam. Fortunatamente, questa volta Lee riesce ad evitare le trappole più ovvie e, sebbene pecchi di ridondanza, riesce nell'intento di creare un apologo forte sul dramma degli afroamericani e degli orrori del conflitto bellico.



Un'America che non riconosce, quella di Spike Lee, dove gli Afroamericani votano convinti per Trump e i valori di amicizia e fratellanza vengono calpestati in nome dell'arricchimento personale.
Con un occhio ad "Apocalypse Now" e l'altro a "Il Tesoro della Sierra Madre", immerge i protagonisti in un viaggio di distruzione dal quale nessun tornerà come prima. Loro, i quattro reduci Eddie, Melvin, Otis, Paul e il di lui figlio David. Quattro ex membri del Big Red One che già 50 anni prima erano vecchi, già segnati da quei traumi che li avrebbero presto o tardi annichiliti e ora schiacciati tra il ricordo idealizzato del capo-squadra Norm e l'avidità verso il tesoro sepolto anni prima.



Non c'è vera evoluzione nel loro cammino, solo l'acuirsi di quei difetti che hanno in partenza. Se Paul è quello che finirà peggio (magistrale la performance istrionica di Delroy Lindo, che buca lo schermo in ogni scena), non meglio andrà ai suoi compagni, che si ritroveranno divisi e pronti a tutto pur di sopravvivere.




Laddove lo scontro tra ideale e avidità è netto e manicheo, a Lee non interessa essere originale e, come spesso accade nel suo cinema, le sue tesi sono urlate a squarciagola, recitate direttamente verso il pubblico nel modo più didascalico possibile. Se la semplicità narrativa riesce comunque nell'intento di convincere e coinvolgere, più indigesta è la costruzione di una storia resa artificiosa ad arte, con forzature, ripetizioni e svolte talvolta improbabili.



Ma a Lee pare non interessare la creazione di un intreccio saldo o credibile, quanto veicolare un messaggio di disperazione per portare ad una riflessione (personale e universale) sullo stato delle cose. E da questo punto di vista, "Da 5 Bloods" riesce perfettamente ad imporsi come una metafora cristallina e riuscita sulla perdita dei valori e la disgregazione sociale propria dell'era Trump. Un pamphlet didascalico quanto si vuole, eppure impossibile da ostracizzare.