lunedì 21 settembre 2020

The New Mutants

di Josh Boone. 

con: Blu Hunt, Maisie Williams, Anya Taylor-Joy, Charlie Heaton, Alice Braga, Adam Beach, Henry Zaga.

Thriller/Fantastico

Usa 2020

















Rimasto per tre anni sugli scaffali della Fox, che nel frattempo è divenuta l'ennesima succursale della Disney, "The New Mutants" aveva, almeno sulla carta, una premessa interessante: un film sui mutanti di casa Marvel virato al thriller/horror in salsa teen, formula decisamente lontana dai lustrini e dalla CGI divoratrice di tanti film supereroistici. Purtroppo la buona intuizione si ferma alla premessa e il piccolo film di Josh Boone non riesce ad essere il gioiello che avrebbe potuto essere.



Creati nel 1982 dal veterano degli uomini-x Chris Claremont, su disegni di Bob McLeod, i Nuovi Mutanti rappresentano una sorta di "seconda classe" degli X-Men, in cui Xavier raduna i giovani dotati che non riescono ancora a controllare i loro poteri. La testata riscuote un buon successo, ma, circa una decina d'anni dopo, viene sconvolta dalla gestione di Rob Liefeld, che la trasforma nel suo "X-Force". Poco male: grazie al tempo, la Marvel recupera la testata originale per farne l'ennesimo spin-off di "X-Men", riportando in auge il concept di Claremont con nuovi personaggi e situazioni.




L'idea alla base del film di Boone è tutto sommato interessante: chiudere un gruppetto di giovani supereroi ancora non tali in un ospedale psichiatrico, lasciandoli confrontare con le loro paure e aspirazioni.
Purtroppo lo script resta sempre sulla superficie di fatti e personaggi, i quali risultano abbastanza piatti. L'interesse verso i drammi si tramuta presto in paura per il tabù: davvero maggior approfondimento avrebbe meritato la storia di Magick e del suo sconvolgente passato, così come la forte fede di Wolfsbane contrapposta alla violenza dell'istituzione contro i suoi poteri.
A salvare la situazione non riesce neanche il cast: Anya Taylor-Joy si impegna, ma è prigioniera di uno stereotipo ambulante, mentre Maisie Williams riesce per lo meno a dare profondità ad un personaggio bidimensionale. 



Alla fin fine, tra buone idee mal sviluppate e la ricerca di un'atmosfera opprimente che non sempre riesce, questo "The New Mutants" si configura quasi come una versione depotenziata del decisamente più riuscito serial "Legion", che già in tv mischiava poteri mutanti a visioni orrorifiche. Un filmino decisamente basilare, anche se tutto sommato non disprezzabile.

sabato 19 settembre 2020

Mignonnes- Donne ai prmi passi

 Mignonnes

di Maimouna Doucouré.

con: Fathia Youssouf, Medina El Aidi, Esther Ghorou, Ilanah Cami-Goursoulas, Myriam Hamma, Maimouna Gueye.

Drammatico

Francia 2020











E' stato davvero troppo facile scandalizzarsi per "Mignonnes". E' facile fermarsi alla superficie, in questo caso al solo poster, per dare un giudizio morale su di un'opera che condanna lo sfruttamento del corpo femminile, percependola, al contrario, proprio come sfruttamento. D'altronde viviamo in tempi bui, dove si è impauriti dal corpo e dalla sessualità e per questo si tende a bollare come un tabù qualsiasi espressione dello stesso, a prescindere dal motivo che c'è dietro, mentre, al contempo, ci si diverte a scandalizzare spesso con provocazioni gratuite a sfondo sessuale che lasciano il tempo che trovano.
L'esordio di Maimouna Doucouré, invece, prende di petto il malcostume di mostrare corpi di infanti sessualizzandoli, prendendo una posizione netta e usando le immagini per creare sconforto, per far percepire in modo diretto tutta la mostruosità intrinseca in un comportamento del genere, sia da parte di chi osserva che, sopratutto, da parte di chi mostra.



"Mignonnes" è la storia di un duplice fallimento. Quello della società tradizionalista (in questo caso islamica e senegalese) e della società moderna nel concedere un posto di rispetto alle donne. Nella tradizione (incarnata nel racconto dal personaggio della zia) la donna è un orpello, un oggetto che l'uomo può collezionare a suo piacimento, senza avere però l'obbligo di rispettarla. E' dolorosa l'assenza della figura paterna nella vita della giovane protagonista Amy, così come l'assenza di entrambi i genitori per il personaggio, quasi speculare, di Angelica. La tradizione, ancora peggio, insegna che la donna, in quanto tale, è portatrice di un male intrinseco, un essere imperfetto e per questo perennemente soggiogato al suo ruolo di madre e moglie. L'alternativa, però, non è preferibile.



Nella società dei consumi e dei social, generalmente intesa, la donna diviene oggetto sessuale, corpo che deve muoversi in modo sinuoso e ritmato per ingenerare eccitazione, un puro strumento di piacere in fondo non tanto differente dall'oggetto domestico della tradizione. Un ruolo che, va sottolineato, non viene tanto imposto dalla figura maschile, quanto arrogato dalla stessa donna, che si vende come corpo da guardare. Da qui la sessualizzazione di quelle giovani ragazze, talvolta neanche ancora donne, le quali prendono a modello una finta forma di emancipazione. In Italia, per inciso, le chiamiamavamo "le ragazze di Non è la Rai", in America l'esempio perfetto è Millie Bobby Brown.



La storia di Amy e delle sue amiche è quella di una generazione lasciata allo sbando, priva di veri punti di riferimento che non siano asfissianti, che fa dell'apparire l'unico valore e della sessualità un gioco. D'altronde si parla pur sempre di ragazze che cercano di osservare il pene dei coetanei, ma che non sanno come si usi o a cosa serva un preservativo. Un gruppo di bambine i cui unici punti di riferimento sono adulti distrutti dalla mancanza di affetto (la madre di Amy) o in preda alla ad una bulimica mancanza di prospettive che si concretizza nella volontà di scandalizzare (il gruppo di liceali rivali). Da qui il rifiuto finale di entrambi i mondi, la ricerca, più auspicata che concretizzata visto l'uso di un registro onirico, di un modo di far convivere il proprio essere donna con una quotidianità normale, che non ne svilisca né sfrutti il ruolo o la figura.




Per questa presa di posizione netta e per il coraggio di ritrarre in modo crudo la realtà, "Mignonnes" andrebbe mostrato nelle scuole, magari per avviare un dialogo con quella generazione che sa solo collezionare i like o mostrarsi per quello che non è.

giovedì 10 settembre 2020

Sto Pensando di Finirla Qui

I'm thinking of ending things

di Charlie Kaufman.

con: Jessie Buckley, Jesse Plemons, Toni Collette, David Thewlis, Guy Boyd, Oliver Platt.

Usa 2020
















---CONTIENE SPOILER---


Charlie Kaufman è un autore sin troppo sottovalutato. Certo, la critica lo adora e ha una consistente fetta di pubblico che guarda e riguarda i suoi film con passione, ma non è mai riuscito a divenire l'artista riverito che merita di essere. Le sue opere sono tra le più scostanti e geniali che si siano viste, non solo nell'ambito del cinema americano; la sua capacità di ricreare da zero la narrazione in modi sempre freschi e vivaci, oltre alla sua forte sensibilità, rendono i suoi lavori preziosi e coinvolgenti.
Eppure, se non fosse stato per Netflix, difficilmente un film come "I'm thinking of ending things" avrebbe visto la luce: troppo originale nella forma, troppo poco convenzionale nella sostanza e per di più interpretato da attori rodati, ma senza nessuna vera star nel cast.
Per fortuna, il colosso dello streaming non va tanto per il sottile e si conferma come partner ideale per gli artisti meno ortodossi. E in questa sua ultima fatica, Kaufman non delude affatto.




Come sempre, bisogna comprendere cosa sia "I'm thinking of ending things". In superficie, può apparire come una decostruzione di una normale love story, che parte nel modo più classico possibile (lui e lei per strada, per farle conoscere i di lui genitori), salvo svoltare immediatamente su territori più complessi e articolati.
In fin dei conti, si tratta di un'opera sincera e spassionata volta a dare forma ad un unica sensazione, ossia la solitudine. La solitudine di un uomo, Jake ossia il bidello, il quale vive recluso nella sua stessa mente. Luogo che, esplicitamente, diventa mare magnum di ricordi, sensazioni e immaginazione, i quali si mischiano in un unico, lungo e pregnante flusso di coscienza.




Come citato esplicitamente, la mente dell'uomo moderna si plasma e riplasma sulla base delle influenze esterne. Nella mente di Jake e nelle immagini del film, ogni singolo elemento è prettamente metatestuale: le lezioni di fisica derivanti dagli studi amatoriali, la musica presa dalla passione per i musical, la tempesta di neve ricalcata sul clima gelido de "La Cosa". Il mondo di Jake è pertanto un non-luogo di incontro di elementi esterni eterogenei che si sommano sino a creare un'infrastruttura portante per il suo io.




Una soggettività che viene letteralmente avvelenata dalla solitudine. La casa di Jake, popolata dai fantasmi dei suoi genitori, è un ideale casa degli orrori. La paura, un terrore primordiale e irrazionale, nonché la stessa figura della morte, sembrano scorrere sottopelle al luogo, chiusi malamente nel seminterrato e pronti ad esplodere ad ogni sussulto. La sensazione che la narrazione svolti sui territori di genere nella parte qui ambientata è forte, ma sarebbe stato sin troppo convenzionale racchiudere il flusso di coscienza in un registro che, bene o male, deve essere codificato in forme convenzionali per risultare efficace.
Kaufman, d'altro canto, predilige l'analisi caratteriale al mero simbolismo immerso nel genere e da qui crea i suoi personaggi. O, per essere precisi, il personaggio della ragazza.



Un personaggio senza nome (Lucy? Louise? Lucia?) una donna che rappresenta tutte le donne conosciute da Jake e per questo nessuna di esse. Un parto della sua immagine basata su un incontro fortuito, un personaggio ideale, dotato di una bellezza terrena ma anche di uno spiccato senso artistico, la partner perfetta per un sognatore.
Un sognatore che proietta le sue passioni su di lei: non ha importanza se i quadri sono stati dipinti da Jake o semplicemente da lui ammirati, nella sua coscienza tutto si è saldato in unico mondo che ora viene attribuito ad una compagna ideale e idealizzata, la quale pensa di poter "finire le cose", ma che non riesce mai davvero a farlo. E, di fatto, sarà lo stesso Jake a farle finire, riconoscendo questa ragazza come un puro costrutto. Da qui, l'inizio della fine.




Nel terzo atto tutto viene a galla, le carte si scoprono e la coscienza ritrova la sua controparte "reale", o quantomeno "esterna". Con l'avvicinarsi della morte, Jake scardina in parte il suo mondo e, in ultimo, crea con esso un finale perfetto. Perfetto nella sua finzione, nell'idealizzazione della sua esistenza, nella concretizzazione delle aspettative mai verificatesi. Un finale falso eppure incredibilmente vivo, un costrutto perfetto nella sua fallacia, nella sua intrinseca artificiosità, dove tutte le passioni trovano un catarsi illusoria eppure, per chi l'ha concepita, incredibilmente liberatoria.




Se la regia è sempre attenta, sono gli attori a stupire. Jesse Plemons è semplicemente perfetto nel non facile ruolo di un uomo alla deriva e la sua espressività di certo non eccezionale crea un'ottima maschera per un uomo devastato dalla solitudine, mentre la recitazione naturalistica del resto del cast è stupefacente. Ed è proprio grazie a questa summa di talenti che l'ultima opera di Kaufman si impone come la conferma, quanto mai definitiva, del suo immenso talento.

domenica 30 agosto 2020

Tenet

 
di Christopher Nolan.                                                                                                                                                      con: John David Washington, Robert Pattinson, Elizabeth Debicki, Aaron Taylor-Johnson, Michael Caine, Kenneth Branagh, Clémence Poséy.                                                                                                                                    Thriller/Azione                                                                                                                                                                Inghilterra, Usa 2020

Come sempre, ad ogni suo nuovo film, Nolan riesce a spaccare in due critica e pubblico tra ammiratori e detrattori. Era successo con "Dunkirk" qualche anno fa, succede oggi con "Tenet", accusato di essere "arido", come se un distacco tra narrazione e narrato fosse davvero un difetto.
Bisogna però ammetterlo: questa sua ultima fatica, per quanto affascinante, manca del mordente che il suo miglior cinema ha. Forse è colpa della rottura del sodalizio con il fratello Jonathan, i cui script sono davvero la colonna portante delle sue opere migliori; o forse è colpa di un meccanismo, narrativo e filmico, solo apparentemente complesso, la cui progressione può in realtà essere facilmente intuita.




In buona sostanza, "Tenet" è ciò che sarebbe successo se Philip K.Dick avesse deciso di scrivere un film della saga di 007. Torna il tema della Guerra Fredda, questa volta contro un nemico invisibile, così come la caratterizzazione di un protagonista tutto d'un pezzo, un agente CIA pronto a tutto pur di portare a termine la missione e con tanto di Bond girl al seguito.
Il personaggio di John David Washington è però per prima cosa vero e proprio vezzo narrativo, uno strumento che permette allo spettatore di interfacciarsi con un mondo dove le regole del tempo vengono invertite, un feticcio la cui mente e il cui sguardo sono per prima cosa quelli di un uomo chiamato ad assistere all'impossibile al pari del pubblico. Da qui la piattezza di caratterizzazione, totalmente voluta, che si affianca a quella degli altri tre protagonisti, i quali, benché dotati di qualche sfaccettatura, sono totalmente subordinati alla narrazione, mancando di tratti caratteriali esaltanti. In particolare, è il supercattivo con il volto di un divertito Kenneth Branagh a risultare sin troppo piatto per essere credibile.




Ma a Nolan non interessa più tanto l'originalità della trama, quanto quella visiva e, sopratutto, tematica. Nel suo script, è come se le opere di Dick e Kurt Vonnegut si fondessero per creare un mondo nuovo, dove l'inversione temporale è il perno su cui far ruotare tutta la storia. Da qui una sceneggiatura dove le linee temporali si sovrappongono sino a confondersi, senza mai divenire davvero confuse. Tutto, bene o male, alla fine torna e i viaggi del Protagonista e dei suoi compagni stupiscono per la meticolosità della costruzione, anche, ed è bene continuare a sottolinearlo, se afflitti da una basilare prevedibilità.



A Nolan, in fondo, interessa questo, giocare con il tempo, tematica che unifica tutti i suoi film. "Tenet" finisce così per essere un punto d'arrivo nella sua carriera, dove narrazione e narrato divengono un tutt'uno, come in "Memento", ma più che in passato. E il gioco, bene o male, funziona: se si sta alle regole, ci si ritrova in un mondo bene o male originale, dove l'adrenalina scorre a fiumi, non c'è un attimo di tregua e l'azione, come da tradizione, è costruita in modo certosino. E sebbene l'ambizione non manchi, è palese come l'autore britannico, a questo giro, abbia semplicemente voluto confezionare un piccolo gioiello action senza preoccuparsi di dover trasmettere altro oltre la pura sensazione. E da questo punto di vista, il lavoro è perfettamente riuscito, anche se mai davvero memorabile.

venerdì 31 luglio 2020

Fellini Satyricon

di Federico Fellini.

con: Martin Potter, Max Born, Hiram Keller, Salvo Randone, Capucine, Lucia Bosè, Mario Romagnoli, Magali Noél, Alain Cuny, Fanfulla, George Eastman.

Italia, Francia 1969


















Il "Satyricon" di Petronio è sicuramente un'opera sui generis, uno dei pochissimi esempi di romanzo che ci arriva dall'età classica, in questo caso romana; il quale, purtroppo, non è sopravvissuto al passare del tempo: di tutto il racconto, ci sono giunti solo frammenti sconnessi, impossibili da organizzare, così come sono, in una narrazione fluida e completa. Il che, tuttavia, non ha limitato e, anzi, ha infiammato l'immaginazione di Fellini.
Stando al racconto canonico, il grande artista ritrova il romanzo di Petronio durante una convalescenza, riscoprendolo dopo averlo studiato a scuola, decenni prima; a colpirlo sono appunto quei vuoti che sospendono in modo traumatico le avventure di Encolpio, Ascilto e Gitone nella Roma pre-cristiana. Come macerie sulla spiaggia (l'ultima immagine del film, appunto), sopravvissute alle intemperie del tempo, gli episodi trovano una connessione solo nella mente di Fellini. E da qui nasce l'idea per un film, un'interpretazione personale dell'opera di Petronio, un "Fellini Satyricon" appunto, che descrive in modo indefesso e opulento gli eccessi del passato come metafora sgargiante del presente.


Pur tuttavia, vedere l'opera di Fellini come una semplice metafora non le rende giustizia (un lavoro del genere, semmai, è attribuibile a Pasolini, che proprio in quegli anni finiva il Ciclo del Mito e preparava la Trilogia sulla Vita). Il suo "Satyricon" è, per prima cosa, una rielaborazione della matrice letteraria talmente visionaria da rasentare la fantascienza. Ogni elemento narrativo viene pompato ed elevato sino all'iperbole, per poi essere incastonato in una messa in scena barocca, talvolta para-teatrale per meglio incapsulare personaggi e scenografie in inquadrature talmente pittoriche e ricercate da divenire essere stesse piccole opere d'arte.



 
"Fellini Satyricon" è la definizione stessa di barocco applicato al cinema, una colata lavica di pura arte visiva di 139 minuti di durata dove la magnificenza dell'immagine fagocita tutto, in modo a dir poco magistrale.
Inutile lamentarsi di una storia sconnessa ed episodica; Fellini non fa altro che rispettare la forma frammentaria del romanzo, ispirandosi agli episodi in esso contenuti per crearne di nuovi, visionari e splendidamente coerenti con la filosofia e la decadenza della Roma pagana.



Veri protagonisti delle singole trame sono le pulsioni del corpo, la bramosia e la lussuria in primis. Non per nulla, il peregrinare dei protagonisti comincia quando Encolpio decide di riprendersi l'imberbe Gitone dall'amico Ascilto. E vero e proprio centro nevralgico per tematica e ricercatezza visiva è l'episodio del convivio di Trimalcione, lungo banchetto nel quale gli invitati si abbuffano senza sosta e durante il quale viene persino raccontata una storiella sulla lussuria di un soldato e di una vedova, unicum in cui amore e morte si abbracciano.



Morte che in questa Roma pagana post-moderna coincide spesso con l'eclissarsi dei sensi. L'impotenza di Encolpio, che lo colpisce dopo il visionario episodio del Minotauro, uomo-bestia che minaccia di ucciderlo con un simbolo fallico, viene descritta come una veglia funebre, come la ricerca quasi mitologica dell'uomo verso la nuova vita. La quale arriva grazie ad un ricongiungimento con un feticcio femminile totale, una donna che, nella pura tradizione felliniana, è amante ma anche genitrice nel senso di generatrice di vita.




E nella rinuncia al dialogo come forza trainante del racconto, Fellini trova nelle immagini trabordanti e kitsch perfetta forma narrativa, creando sequenze spettacolari e indimenticabili, nel quale l'occhio diviene l'unico senso da appagare. In un capolavoro troppo spesso sottovalutato.

lunedì 27 luglio 2020

Favolacce

di Damiano e Fabio D'Innocenzo.

con: Elio Germano, Tommaso di Cola, Giulietta Rebeggiani, Gabriel Montesi, Lino Musella, Max Malatesta.

Italia, Svizzera 2020


















Al loro secondo lungometraggio, i fratelli D'Innocenzo, reduci dai successi di "La Terra dell'Abbastanza" e di "Dogman", tornano a parlare della periferia romana e delle sue anime perse, volgendo lo sguardo, stavolta, ai piccoli borghesi dei villini a schiera. Tra una ricercatezza formale che sconfina presto nel barocco e tanta superficialità, "Favolacce" si caratterizza sin dai primi minuti come un'opera piatta e compiaciuta.




Al centro di tutto, la famiglia, croce e delizia del cinema italiano. Questa volta troviamo un pugno di adulti che sembrano inconsciamente regrediti all'età infantile, immaturi e schiavi dei bassi istinti; affianco a loro, i figli, giovani pre-adolescenti alle prese con le scoperte della vita, del sesso e della morte.




Ed è proprio la tematica della morte a risultare indigesta, con un finale campato in aria che vorrebbe spiazzare ma riesce solo a infastidire.
Anche al di là di questo, "Favolacce" vuole essere una semplice collezione di storie nere, dove a regnare sovrana è l'ottusità dei personaggi. In tal senso, risulta perfettamente riuscito: al bando la narrazione progressiva, assistiamo ad una semplice sfilata di fatti drammatici, talvolta sconnessi, sempre e comunque compiaciuti nella loro cattiveria.




Non esiste volontà alcuna di scandagliare gli animi e le menti dei personaggi, solo quella di incuriosire con scenette morbose quasi sempre gratuite. Sul perché il professore si diverta a insegnare ai giovani allievi come costruire una bomba, su cosa abbia spinto una giovane ragazza madre al suicidio o sul destino del giovane autistico Geremia, nulla viene lasciato neanche intuire.
A fare il paio con la sceneggiatura piatta, una messa in scena talmente ricercata da divenire farraginosa, persa nella contemplazione di nature morte e geometrie sghembe, alla costante ricerca di un tono che, paradossalmente, si fa presto anch'esso compiaciuto.




In "Favolacce", in sintesi, ritroviamo tutto il peggio del cinema italiano "d'autore": tanto, troppo compiacimento infarcito di una superficialità che vorrebbe essere delicata ma che serve solo a evitare di pensare a fatti e personaggi in modo tridimensionale. Chi vuole può apprezzare, chi non apprezza forse dimostra di essere smaliziato e intelligente.

sabato 18 luglio 2020

The Day After- Il Giorno Dopo

The Day After

di Nicholas Meyer.

con: Jason Robards, JoBeth Williams, Steve Gutenberg, John Lithgow, John Cullum, Amy Madigan, Calvin Jung, William Allen Young.

Usa 1983
















Con lo scoppio dell'emergenza per il COVID-19, a fine febbraio, l'opinione pubblica ha presto obliato quello che sembrava dovesse essere l'incubo principale di questo 2020, ossia il riaffacciarsi della possibilità di un conflitto nucleare, una III Guerra Mondiale in grado di annichilire l'intera civiltà.
Inutile dire che uno scenario del genere non è nuovo e che nel corso dei quasi 50 anni della Guerra Fredda, il cinema ci ha abituato a visioni catastrofiche causate dall'umana idiozia.
Eppure esiste un filone, nato in tv e presto diffusosi anche nelle sale, che oggi sembra essere stato dimenticato o, quanto meno, sostituito nell'immaginario collettivo da quello più strettamente fantastico; un filone che immagina in modo verosimile e vivido le possibilità di un conflitto nucleare, sviluppatosi a partire dai primi anni '80 in Usa e Inghilterra.



Il contesto in cui il filone "catastrofico-verista" è nato è essenziale; nel 1979 l'Unione Sovietica invade l'Afghanistan e gli Stati Uniti appoggiano direttamente la resistenza locale contro le truppe nemiche. Se per un decennio sembrava che la Distensione avesse fatto buoni frutti, ora l'ipotesi di uno scontro diretto tra le due superpotenze sembra sempre più probabile.
In televisione si moltiplicano le produzioni volte a dare una visione credibile al conflitto. L'esito più famoso e rappresentativo resterà "The Day After" di Nicholas Meyer, ma ancora oggi sono apprezzabilissimi altri esponenti come l'inglese "Threads- Ipotesi di Sopravvivenza" (1984), "Testament" (1983) e il canadese "Countdown to Looking Glass" (1984).
Proprio "The Day After", si diceva, rappresenta un primo esempio di fantascienza immaginifica applicata ad uno scenario reale in chiave verosimile; esempio talmente fulgido e riuscito da mettere i brividi ancora oggi.




Trasmesso per la prima volta il 30 Novembre 1983, prima di essere distribuito nei cinema di tutto il mondo, questo tv-movie è in realtà uno dei primi esempi di "cinema televisivo" statunitense. Alla regia troviamo il veterano Nicholas Meyer, che i fan di "Star Trek" ricordano come l'autore di alcune tra le migliori trasposizioni filmiche della serie classica.
L'approccio di Meyer al racconto è quanto mai azzeccato: il punto di vista è quello di persone semplici, il medico Russell Oakes (interpretato con trasporto dal grande Jason Robards), la famiglia Dahlberg, il giovane specializzando in medicina Steven (Steve Guttenberg, al suo primo ruolo importante) il professor Huxley (John Lithgow); persino il soldato McCoy (William Allen Young), a disastro iniziato, perde la sua caratterizzazione di militare per farsi persona comune. L'orrore che testimoniano viene così perfettamente filtrato verso il punto di vista dello spettatore, che si fa vicinissimo agli eventi.



Ancora più azzeccate sono le trovate di lasciare che il conflitto sorga un po' alla volta, restando dapprima sullo sfondo della vita quotidiana per poi farsi prepotentemente protagonista e di velare di ambiguità l'iniziatore del conflitto, che ben potrebbe essere stato l'esercito statunitense. Benchè prodotto negli anni '80, "The Day After" si impone così come perfetto esponente del cinismo e del pacifismo proprio del cinema americano anni '70, riprendendone in pieno l'ideologia.




L'intera narrazione viene spezzata in due parti, il prima e il dopo-bomba. Nella prima parte la tensione monta un po' alla volta, in un climax che si rivelerà annichilente. Nella seconda è l'orrore a dominare: l'orrore della distruzione definitiva e del disfacimento fisico che attende i sopravvissuti, nessuno dei quali arriverà alla fine salvo.




E' proprio la descrizione verosimile dell'inquinamento da radiazioni e della distruzione della civiltà a rendere "The Day After" sconvolgente ancora oggi. Se le immagini del bombardamento non sono invecchiate benissimo anche a causa del budget non esorbitante, quelle del "giorno dopo" non hanno perso un grammo della loro capacità espressiva, rendendo il film di Meyer ancora oggi attuale e sconvolgente.