lunedì 19 aprile 2021

Quella Notte a Miami...

One Night in Miami...

di Regina King.

con: Kingsley Ben-Adir, Eli Goree, Aldis Hodge, Leslie Odom Jr., Lance Reddick, Nicolette Robinson, Michael Imperioli.

Usa 2020
















Non è mai cosa semplice confrontarsi con il passato, sopratutto con quello recente; quest'anno, anche a causa della svolta "politica" che le premiazioni americane hanno preso, ci hanno pensato "Il Processo ai Chicago 7" e "Judas and the Black Messiah" a confrontarsi con l'eredità scomoda degli anni '60 e su come questa debba essere ancora assimilata da gran parte del tessuto sociale. In un'ottica del genere, un film come "Quella Notte a Miami..." risulta quasi ridondante e inerte, vuoi a causa della competizione, vuoi a causa delle limitazioni che il testo di base (una piéce di Kemp Powers, qui anche produttore e sceneggiatore) porta con sé.


Con uno sforzo immaginifico simile a quello fatto da Nicolas Roeg in "Insignificance", viene portato in scena un incontro ideale tra quattro figure essenziali per l'emancipazione afroamericana: Malcolm X (Kingsley Ben-Adir), Cassius Clay (Eli Goree), Jim Brown (Aldis Hodge) e Sam Cooke (Leslie Odom Jr.) si ritrovano in una stanza di motel a Miami per festeggiare la vittoria di Clay su Sonny Liston. Inevitabilmente, la questione della lotta per i diritti civili prende il sopravvento e porta al confronto tra i quattro.


Powers immagina i quattro protagonisti alla vigilia dei propri cambiamenti: Malcolm X sta per partire per La Mecca, viaggio che lo porterà ad abbandonare la guida del controverso imam Elijah Muhammad per creare un proprio nucleo di fedeli musulmani afroamericani; Cassius Clay, appena divenuto campione del mondo, sta invece per entrare in seno alla guida di Muhammad e cambiare nome in Muhammad Alì; Jim Brown, battuto il record di iarde percorse durante la sua carriera come rugbista, decide di abbandonare il mondo della NFL per divenire attore a tempo pieno, mentre Sam Cooke sta per lanciare la bellissima "A Change is gonna come", canzone decisamente diversa dal suo solito repertorio.
Tutti e quattro sono sulla soglia dell'eternità e, per Malcolm X, purtroppo, della morte. L'anno è essenziale, il 1964, con la Guerra del Vietnam alle porte e la battaglia per i diritti civili pronta a infiammarsi in tutta America. Il potenziale drammaturgico e umano è immane, ma la scrittura, sfortunatamente, resta sempre sulla superfice.


Il confronto scatta tra Malcolm X e Sam Cooke, ossia tra il leader per i diritti civili, figura più "impegnata" del gruppo, ed un cantante che, pur riallacciandosi alla cultura soul e gospel, si esibisce per lo più per un pubblico bianco, lasciando le sue note lontane dall'impegno. X è il combattente, preoccupato per le sorti della sua gente, mentre Cooke è l'artista colto ad un passo da un bivio, mentre ancora cerca solo di intrattenere, benché supporti da sempre artisti di colore. Lo scontro, malauguratamente, ristagna nelle coordinate dell'impegno totale contro una forma di impegno più materiale che ideologico, ma resta sempre ancorato su coordinate prevedibili, con un Malcolm X che fa da cattivo maestro ed un Sam Cooke "peccatore", pronto però ad una facile ricomposizione una volta che gli animi si sono calmanti. Clay e Brown sono, purtroppo, poco più che spettatori in una battaglia ancora non loro. Difetto totale che affossa ogni buon intento; e vien da ridere se si pensa che Powers ha ammesso come l'idea per il testo gli sia venuta nella sua esperienza dietro le quinte di "Star Trek Discovery" come unico sceneggiatore di colore in una write room di bianchi...


L'impegno è, si, encomiabile, ma la forza drammaturgica assente, nonostante le ottime prove dei quattro attori. La regia di Regina King, al suo esordio al cinema e più famosa come attrice, è del tutto al servizio del cast, ma tiene bene il ritmo di un dramma da camera che ben avrebbe potuto rivelarsi stantio anche nella messa in scena.
Su tutto, vige un alone di occasione mancata: una riscrittura più incisiva del testo ben avrebbe consentito a questa storia "ispirata a eventi reali" di essere qualcosa di più di un semplice kammerspiel finto-impegnato. Sorge, anzi, il forte dubbio che tutto non sia altro che una manovra di "Oscar-baiting" che smuove nomi importanti e argomenti urgenti solo per fare incetta di premi.

venerdì 16 aprile 2021

Pieces of a Woman

di Kornél Mundruczò.

con: Vanessa Kirby, Elle Burstyn, Shia LaBeouf, iliza Shlesinger, Benny Safdie, Sarah Snook, Molly Parker, Steven McCarthy.

Drammatico

Ungheria, Canada, Usa 2020















Frammenti di una donna, di una vita fatta a pezzi e ricomposta, a stento, in un non breve periodo di tempo. Frammenti microscopici, quasi incapaci di riallacciarsi tra loro, ma che, in un modo o nell'altro e non per le brevi vie, alla fine ci riescono. Al suo primo film anglofono, l'ungherese Kornél Mundruczò porta in scena una sceneggiatura della compagna Kata Wèber creando un melodramma forte, intenso ma anche troppo virtuosistico.


Il dramma che dà via alla de-composizione umana della protagonista, un'incredibile Vanessa Kirby giustamente premiata con la Coppa Volpi, è quanto di più devastante si possa immaginare, ossia la perdita della figlia pochi attimi dopo la sua nascita. Segue una spirale "classica" fatta di abbandono e dolore, che trova solo nel finale la sua ideale catarsi.


Il lavoro svolto dagli attori e fenomenale, come giustamente ci si potrebbe aspettare; tolta la Kirby, Shia LaBeuf fa dimenticare le sue cadute artistiche regalando una performance solida e sentita; meglio di lui fa solo Ellen Burstyn, negli scomodi panni della ricca matriarca che assiste dapprima all'unione male assortita della figlia con un compagno non abbiente, poi al suo disfacimento umano dovuto al lutto.
La regia fa di tutto per esaltare al massimo le interpretazioni: tra lunghi piani sequenza e primi piani serrati, la macchina da presa insegue gli attori mettendosi a loro disposizione, creando una messa in scena naturalistica, ma anche virtuosistica, che talvolta finisce per fagocitare il racconto, come nell'epilogo o nella scena della riunione di famiglia, talmente estrose da divenire fredde nell'accezione peggiore del termine.


Fortunatamente, Mundruczò sa anche quando tirare le redini e le scene più importanti finiscono per colpire a segno; ed è fin troppo facile elogiare la cruda e commovente sequenza del parto, superata in realtà da quella, decisamente più struggente, del monologo finale, dove per l'unica volta la regia si cala totalmente nei panni della protagonista per darle la catarsi che a lungo ha inseguito.
Il resto del racconto viene snocciolato con distacco, ma, al contempo, con una ricerca costante dell'emotività. Non c'è il rifiuto di una caratterizzazione umana e sentimentale dei personaggi, spesso data da simbolismi ben esposti, come quello della mela o dell'alcool; la regia agisce su due fronti, portando in scena personaggi emotivi e fragili con un occhio quasi clinico; e se ciò porta talvolta a scivoloni, come la scena del bus "infestato" da bambine, più spesso riesce a convincere, soprattutto quando questa dualità è sottolineata dalla bellissima fotografia di Benjamin Loeb, che giustappone interni freddi ad esterni gelidi.


Il dramma riesce così a convincere: nonostante qualche scelta poco azzeccata, "Pieces of a Woman" coninvolge, soprattutto grazie all'ottimo cast.

lunedì 12 aprile 2021

Godzilla vs Kong

di Adam Wingard. 

con: Millie Bobby Brown, Alexander Skarsgaard, Rebecca Hall, Brian Tyree Henry, Shun Ogura, Eiza Gonzalez, Julian Dennison, Demiàn Bichir, Kyle Chandler, Kylee Hottle.

Fantastico/Azione/Catastrofico

Usa, Australia, Canada, India 2021















E si arriva allo scontro tra pesi massimi anche nel Monsterverse della Warner. Come in "Batman v Superman" e "Captain America: Civil War", anche "Godzilla vs Kong" porta le due icone del titolo ad un confronto senza esclusione di colpi. Il quale, come i più attente già sapranno, non è il primo match tra i due bestioni, ma, al contempo, non è neanche un remake di quel primo scontro datato 1962.


"King Kong vs Godzilla" (o "Il Trionfo di Kong" come conosciuto nel Bel Paese) è a suo modo un film importante. E' il terzo film dedicato al godzillosauro di Ishiro Honda, quarto per il gorilla di Cooper e Schoesdak, il primo nel quale ciascuno dei due si confronta con un avversario famoso (ma non il primo scontro tra kaiju in assoluto, primato ascrivibile a "Godzilla Raids Again", secondo film di Godzilla) nonché il primo film del franchise di Godzilla dove il tono da serio si fa faceto, vicino alle coordinate del cinema fantastico e della commedia, piuttosto che del dramma catastrofico. Resta, ad oggi, il film di Godzilla più visto e il suo status di cult è innegabile, nonostante sia invecchiato in modo orribile. e, per la cronaca, ha dato vita ad uno dei miti cinematografici più famosi, ossia quello del doppio finale: secondo la tradizione, esistevano due finali distinti allo scontro tra titani, uno, destinato alla distribuzione occidentale, dove è Kong a trionfare, un secondo, distribuito in Asia, dove invece è Godzilla ad uscire vincitore. Mito sfatato dopo quasi 40 anni, grazie alla circolazione dei dvd nipponici in Occidente: il vincitore è sempre Kong, all'epoca mostro decisamente più famoso rispetto al lucertolone radioattivo.


Il nuovo "Godzilla vs. Kong" riprende il racconto lasciato in sospeso nel precedente "Godzilla: King of the Monsters", con la sua Terra cava e i kaiju visti come forze della natura. Al timone, troviamo Adam Wingard, per la prima volta alla regia di un blockbuster vero e proprio e intenzionato a lavare l'onta lasciata sulla sua carriera dal poco memorabile adattamento di "Death Note". Operazione riuscita?


Wingard ha le idee chiare: in un film del genere non puoi né prenderti troppo sul serio, né troppo poco e, sopratutto, devi avere un occhio di riguardo per l'estetica. Per prima cosa, trasforma i personaggi umani in meri veicoli per far procedere i kaiju verso lo scontro. La trama, di fatto, è di quanto più scontato si possa immaginare: Godzilla e Kong sono vecchi rivali, pronti a scannarsi per la supremazia di re dei mostri; un multimilionario (Demiàn Bichir) convince uno scienziato (Skarsgaard) a portare Kong all'ingresso della cavità che attraversa la Terra per poterne esplorare gli anfratti. Godzilla li insegue, i due mostri si scontrano. Stop, questo è quanto serve, ossia un campo di battaglia su cui far muovere i due mostri. Tant'è che anche gli altri personaggi (il cospirazionista, Millie Bobby Brown e il suo aspirante fidanzato Julian Dennison) sono semplici motori degli scarni eventi.
Il tono è a tratti volutamente canzonatorio, tanto che la prima e l'ultima scena vedono Kong muoversi sulle note di canzoni spensierate, mentre si alza da letto e si fa la doccia! Al contempo, quando si tratta di prendersi sul serio, la situazione non mai davvero drammatica, rimanendo ancorata sui confini della spensieratezza. E quando si tratta di ritrarre le battaglie tra mostri, Wingard non si tira indietro, dando tutto se stesso.


Con un occhio al Del Toro di "Pacific Rim" e in coerenza con i suoi precedenti lavori, Wingard immerge l'azione in luci al neon e musica synth. Se il primo incontro tra Godzilla e Kong è spettacolare, quello principale ad Hong Kong è un vero e proprio trip allucinogeno, tra titani incavolati e palazzi avvolti dai neon che crollano. Sopratutto, Wingard sa quando ritrarre l'azione dal punto di vista umano e quando allargare il campo per riprendere i mostri nella loro intera grandezza e, con coreografie vivaci e precise, lo spettacolo è a dir poco imponente.


Uno spettacolo perfetto, gustoso sul piano estetico, ben congegnato su quello stilistico. E su tutto, Wingard azzecca anche la perfetta durata, ossia meno di due ore, creando un pop-corn movie sublime.

giovedì 8 aprile 2021

Judas and the Black Messiah

di Shaka King.

con: Daniel Kaluuya, LaKeith Stanfield, Jesse Plemons, Martin Sheen, Dominique Fishback, Ashton Sanders, Lil Rel Howery, Algee Smith, Dominique Thorne.

Drammatico/Biografico

Usa 2020

















Esiste una ritrosia del cinema americano nel ritrarre i movimenti di sinistra e la loro azione politica durante gli anni della contestazione. Non tanto una ritrosia nel portarne in scena le azioni e le conseguenze (basi pensare che quest'anno, a concorrere per gli Oscar, c'è anche "Il Processo ai Chicago 7"), quanto ad inquadrarne le basi politiche di estrema sinistra e a ritrarne gli estremi più violenti, meno digeribili dalla cultura di massa, abituata com'è a vedere la contestazione in un'ottica tipicamente positiva al 100%. A farne le spese in termini di memoria è stato soprattutto il partito delle Black Panthers, unico movimento davvero eversivo, che affiancava le azioni umanitarie e i discorsi sull'eguaglianza all'incitazione alla rivolta violenta contro la classe dirigente e sognava un'unificazione di tutte le correnti della sinistra extraparlamentare per portare una rivoluzione totale su territorio americano.
Oggi, forse, i tempi sono maturi per gettare luce sulla loro azione; e se già Spike Lee le aveva ritratte in modo fedele nel bel "BlacKkKlansman", il regista Shaka King assieme a Ryan Coogler come produttore e Will Benson e i fratelli Lucas in sede di script, decide di portare su schermo la figura, importante quanto ingombrante, di Fred Hampton, "chairman" delle BP di Chicago che, alla fine degli anni '60, divenne un vero e proprio martire dei movimenti per i diritti civili.


Il ritratto di Hampton è feroce e senza compromessi; non un semplice leader per l'affermazione dei diritti degli afroamericani, era piuttosto un leader socialista a tutto tondo, che predicava la sovversione dell'ordine costituito in favore della creazione di un nuovo ordine che non lasciasse i meno abbienti ai margini della società. In primo piano vengono poste non solo le sue battaglie, ma anche la sua incredibile capacità di leader, che gli ha consentito di unire la propria sezione con la banda del Crown e, sopratutto, con i movimenti rivoluzionari guidati dai bianchi e dagli ispanoamericani, creando un gruppo trasversale in grado di smuovere l'intero corpus etnico di Chicago.


Hampton vive nella performance energetica di Daniel Kaluuya, mentre il "Giuda" William O'Neill ha il volto del camaleontico LaKeith Stanfield. E proprio a quest'ultimo spetta il ruolo di spettatore e guida a-morale della storia. O'Neill è stato per anni infiltrato nelle Black Panthers ed è stata proprio la sua azione che ha condotto al raid che ha ucciso Hampton, a soli 21 anni. Attraverso i suoi occhi, assistiamo alla predicazione e all'attività civile delle BP, ma anche ai suoi sbagli; la sparatoria che ha portato alla distruzione del loro quartier generale, innescata dalla provocazione delle Pantere stesse, così come la morte del militante Jake Winters, causata in una sparatoria iniziata da questi, vengono ritratte in modo diretto e senza giustificazioni di sorti. Le Pantere hanno sbagliato nel corso della loro attività, ma non per questo le loro battaglie devono essere sminuite o tacciate di ipocrisia, trattandosi di errori demandabili ai singoli membri.


Se il ritratto di Hampton è sincero e impietoso e trova un unico limite nella descrizione convenzionale della sua vita privata, quello di O'Neill appare più opaco; la sua trasformazione da semplice spia a cittadino affascinato dai discorsi del leader sua vittima appare farraginosa e forzata, quasi incompiuta, passando dal menefreghismo totale al rispetto nell'arco di poche sequenze, senza mai una vera catarsi.
Difetto che in parte rovina una pellicola altrimenti solida, il cui racconto viene saldamente tenuto da King, il quale limita le sbavature in un biopic tutto sommato potente e dal sicuro valore storico.

mercoledì 31 marzo 2021

World to Come

The World to Come

di Mona Fastvold.

con: Katherine Waterson, Vanessa Kirby, Casey Affleck, Christopher Abbott, Karina Gherasim, Ioachim Ciobanu, Daniel Blumberg.

Drammatico

Usa 2020












---CONTIENE SPOILER---

Un mondo a venire, altro, diverso rispetto a quello nel quale si è confinati. "World to Come", secondo lungometraggio di Mona Fastvold trionfalmente presentato allo scorso Festival di Venezia, è la cronaca di un amore impossibile, che ovviamente ha un prevedibile epilogo tragico, ma che si discosta da tanta cinematografia americana indie contemporanea per alcune scelte narrative e stilistiche vincenti. 


La storia, tratta da un racconto del co-sceneggiatore Jim Shepard, è quanto di più ovvio si possa immaginare: a metà del XIX secolo, nella regione boschiva dello stato di New York, Abigail (una straordinaria Katherine Waterson) è sposata con l'introverso Dyer (Casey Affleck, anche produttore). La sua vita cambia drasticamente all'arrivo di Tallie (Vanessa Kirby), la quale, pur sposata con l'oppressivo Finney (Christopher Abbott), intreccia con lei una travolgente relazione amorosa.


La critica al patriarcato come insensibile o oppressivo è sin troppo semplice, date le coordinate storico-geografiche in cui si svolge la vicenda. Per fortuna la Fastvold è più propensa a raccontare una storia d'amore impossibile in modo inusuale. Quella tra Abigail e Tallie è innanzitutto la storia di un'affinità che le due donne non sono riuscite a trovare nel talamo nuziale e che non è compensata neanche dal ruolo di madre, loro negato a causa del lutto e, forse, nel caso di Tallie della malattia.


Il rapporto tra le due protagoniste viene ancorato dell'empatia, la relazione carnale è relegata solo a sparuti flashback nel finale; quel che interessa è il ruolo di compagna che ciascuna trova nell'altra. Una compagna come confidente, come anima gemella in grado di comprendere umori e sensazioni in modo diretto, automatico, senza bisogno della comunicazione. Il che funziona grazie soprattutto all'alchimia tra le due attrici, dove soprattutto la Waterson colpisce per l'estrema e naturale espressività.


Echi bronthiani giungono dalla giustapposizione tra il calore della relazione con l'asprezza della natura, forza disgregatrice e maligna, pronta a punire la felicità altrui prima ancora della figura maschile. Ma la regia si concentra maggiormente e quasi esclusivamente sull'emotività dei personaggi, lasciando fuori dal racconto quella che poteva essere una dualità interessante. 
Fortunatamente, il racconto vive, oltre che grazie agli interpreti, per merito di una regia attenta, che non si fossilizza sui personaggi e cerca sempre di trovare spazi inediti, talvolta spettacolari, in cui farli muovere.
Il risultato, pur non essendo memorabile, è quantomeno riuscito e certamente più interessante di tanto cinema d'autore "alla mòde" che spesso invade le sale (o i servizi streaming) in cerca di facili riconoscimenti. Il che, si spera, porti fortuna alla sua autrice.

mercoledì 24 marzo 2021

Promising Young Woman

di Emerald Fennell.

con: Carey Mulligan, Alison Brie, Bo Burnham, Adam Brody, Christopher Mintz-Plasse, Clancy Brown, Connie Britton, Jennifer Coolidge, Alfred Molina.

Usa, Inghilterra 2020
















La carriera come produttrice di Margot Robbie ha avuto alti e bassi, ma anche una costante interessante: tutti i suoi film pongono al centro la figura di una donna forte in cerca di affermazione. Sia essa la pura e semplice vendetta di "Terminal", piuttosto che l'emancipazione dalla figura maschile di "Birds of Prey", il cinema creato dalla Robbie si inserisce, giocoforza, nel filone post #metoo per la volontà di portare alla ribalta i personaggi femminili; e l'aspetto più convincente del suo lavoro sta nel fatto di non scadere mai nella misandria pura e semplice, cercando sempre di restare ancorata a coordinate credibili senza nulla togliere alla critica sociale.
"Promising Young Woman", esordio al cinema dell'autrice televisiva Emerald Fennell, tenta di fare altrettanto, innestando un discorso sulla disparità tra genere nella società occidentale strutturando il discorso come una storia di vendetta stilizzata e antimanichea, che riesce, bene o male, a mantenere quasi tutte le sue promesse.


Cassie (Carey Mulligan) è una trentenne segnata dal trauma dello stupro e del conseguente suicidio della sua migliore amica Nina; per vendicarsi sul genere maschile, si diverte a "punire" i predatori sessuali fingendosi ubriaca nei bar per poi umiliare chi la rimorchi con l'intento di approfittare di lei. La sua condizione di vita già precaria subisce uno scossone quando reincontra il suo ex compagno di studi Ryan (Bo Burnham), il quale le svela come il gruppo di amici che aveva stuprato Nina è di nuovo in città.


Cassie, vendicatrice del sesso oppresso, viene introdotta come una Thana "softcore", una donna ferita (anche se indirettamente) che sfoga la sua rabbia su tutto il genere maschile, indiscriminatamente. Ma, al contempo, la sua vita è misera, fatta di rapporti familiari freddi e caratterizzata dall'assenza totale di una vita sociale. Cassie è vittima tanto della violenza quanto di se stessa, persa nell'ossessione di una vendetta senza volto, né corpo, per questo destinata a durare per tutta la sua vita. Una vendetta che le ha tolto tutto, trasformandola da "giovane promettente" ad adulta mai realizzata.


Il tema dello stupro o, più precisamente, del sesso non consenziente viene posto alla base del dramma, ma il modo in cui viene trattato è controverso. Il supporto è per la vittima e ci mancherebbe altro, tuttavia una riflessione è d'obbligo: il tasso di stupri nel college americani è altissimo; non ci sono scuse, ovviamente, per i predatori che approfittano di una persona incapace, pur tuttavia bisogna tenere conto della contestuale esplosione di alcolismo giovanile, con il fenomeno del binge-drinking a fare da padrone, che porta spesso i giovani a distruggere volontariamente le proprie difese fisiche e psichiche e li rende, di conseguenza, vittime ideali. Il dito non va puntato contro le vittime, è sempre bene specificarlo, ma contro la cultura dell'auto-assoluzione, che tende a giustificare i comportanti più lascivi anche quando sfociano in tragedia. E l'alcol, inutile dirlo, è il balsamo che aiuta i predatori a perdere i freni inibitori e le vittime a non potersi difendere, quindi forse è arrivata l'ora di riflettere per davvero sulle abitudini dei ventenni in cerca di sballo, che si pongono volontariamente da un lato con le spalle al muro, dall'altro si sentono giutificati per ogni conseguente cattiva azione, anche quando sfocia nel reato.
Il film della Fennell, a tratti, sembra voler puntare il dito contro la cultura dell'eccesso, ma ripiega subito nei territori più confortevoli del cinismo. E da questo punto di vista, l'onestà di fondo è quasi encomiabile: nel mondo di "Promising Young Woman" non esistono buoni o cattivi, solo vittime e carnefici con differenti gradi di colpevolezza. Lo script non si fa remore a tratteggiare la propria protagonista come una psicopatica ossessionata dalla lesa maestà, quella di aver perso il primato relazionale con la migliore amica prima ancora di quella concernente la tragedia che l'ha spinta a vendicarsi. Così come non c'è vergogna nell'ammettere come una forma di redenzione sia possibile, come nel caso dell'avvocato interpretato, in un cameo, da Alfred Molina. Non siamo dalle parti del veterofemminismo gretto e compiaciuto di "Black Christmas", quanto più sulle coordinate di "Tre Manifesti a Ebbing, Missouri".


La Fennell riesce perfettamente a caratterizzare un personaggio complesso immerso in un contesto complesso; non si sbilancia troppo neanche nel finale, il quale non cancella gli aspetti più problematici, anche se risulta si troppo elegiaco e anche in parte fuori posto, visto quanto raccontanto nei due atti precedenti; per tutta la durata del film, la sua Cassie è una mina vagante, un essere perso tra auto e etero-distruzione che si aggrappa agli ultimi stralci della sua umanità riuscendo, a tratti, a tornare ad essere "normale", ad eclissare la sua ossessione vendicativa. E nel dare corpo a questo personaggio insofferente e inquieto, Carey Mulligan si rivela perfetta, donando un'interpretazione viva e sfaccettata che forse merita davvero l'Oscar.


Più forzate invece paiono le nomination per regia e scrittura, come spesso accade. La messa in scena si fregia di una fotografia sgargiante e canzoni pop vivaci, ma la costruzione delle scene è basilare, flagellata anche dall'abuso di dialoghi, prova della formazione televisiva dell'autrice, che si nota anche nella costruzione un po' frammentaria del racconto.
Per il resto, questo esordio lascia ben sperare una pregiata carriera per la Fennell e riesce a distinguersi all'interno di un filone, quello del rape & revenge, fin troppo abusato, soprattutto negli ultimi anni.

lunedì 22 marzo 2021

Zack Snyder's Justice League

di Zack Snyder.

con: Ben Affleck, Gal Gadot, Ray Fisher, Henry Cavill, Jason Momoa, Ezra Miller, Amy Adams, Connie Nielsen, Robin Wright, Diane Lane, Jared Leto, Harry Lennix, Amber Heard.

Fantastico/Avventura/Azione

Usa 2021











E' arrivato il momento di riflettere seriamente sulla forza che viene data ai fandom. Questo perché oramai viviamo in un mondo dove un film come "L'Ascesa di Skywalker" esiste quasi esclusivamente per salvare una saga agli occhi dei propri appassionati delusi, dove i fanboys riesco a far cambiare il design di Sonic minacciando di far fallire il film e dove qualcosa come "Zack Snyder's Justice League" ha visto la luce sulla sola base di una petizione degli aficionados.


Perché la famosa "Snyder's Cut" di "Justice League" era qualcosa di diverso, una semplice versione monca del film diretto da Whedon che avrebbe persino dovuto avere una sua distribuzione, ma che Snyder ha ostracizzato, giustamente, poiché si trattava per l'appunto di un film non finito, non di un semplice montaggio alternativo. E la storia dietro le quinte del film parla, di fatto, da sé: la Warner era scontenta dell'underperforming di "Batman v. Superman" e ha cercato di ottenere un controllo diretto sul sequel, usando Geoff Johns come "agente dietro le quinte" per guidare la mano del regista verso scelte stilistiche e narrative che avrebbero accontentato il grande pubblico e i fanboys. Questa situazione poco rosea deflagra, drammaticamente, alla morte della figlia di Snyder, che lo porta ad abbandonare definitivamente il progetto in mano a Joss Whedon, il quale fa praticamente ripartire da capo le riprese e stravolge lo script. Il risultato, che lo si detesti o meno, è quello uscito al cinema, una sorta di riarrangiamento di quanto da lui fatto con il primo "The Avengers".


Tutto questo non ha ovviamente fermato i fandom mondiali e, dietro di loro, la HBO, che ha praticamente deciso di finanziare un progetto "for fantics only", lasciando mano libero a Snyder, il quale ha praticamente girato un altro film e lo ha assemblato con quel poco fatto in precedenza, per un totale di quattro ore di durata, praticamente l'equivalemtne di quanto fatto dai Russo in due film.
Alla fin fine, ne è valsa la pena?


Va riconosciuto a Snyder l'epiteto di autore, non solo per il fatto di aver mantenuto anche qui uno stile coerente (che piaccia o meno), ma soprattutto di aver perseguito la sua visione con caparbietà. Fin troppa caparbietà.
La prima cosa che salta all'occhio durante la visione, soprattutto nei primi minuti, è l'estrema dilatazione del ritmo, sia interno alle scene che del film in generale. Ogni sequenza sembra durare troppo, avere sin troppi dettagli, tanto che sembra di assistere non ad un film finito, ma ad una semplice copia-lavoro per il montaggio, anche escludento i famosi slow motion snyderiani. Il che è sicuramente dovuto alla volontà di Snyder di inserire praticamente tutto il girato originale nel film, senza lasciare nulla e modificando il meno possibile rispetto alla sceneggiatura.
Salta all'occhio, ovviamente, anche la scelta di distribuire il film interamente in formato video 4:3, con la visione che così viene concentrata sul centro dell'inquadratura; e non si sa bene per quale motivo, tanto che, come scelta, sembra dettata unicamente dalla volontà di dare un tocco "artsy" ad un kolossal che vuole anche essere pura visione autoriale. E forse, in fondo, la Snyder's Cut è proprio questo, ossia l'affermazione totale della visione di un autore su tutto e tutti, con tutte le conseguenze possibili, sia nel bene che nel male.


La storia, bene o male, è sempre quella vista nella versione di Joss Whedon, ma bisogna dire che questa versione, benché sin troppo lunga, è molto più coerente e completa.
Ora Steppenwolf è un villain con una caratterizzazione vera e propria; non più semplice mostro in cerca di vendetta per lavare l'onta della sconfitta subita in passato, l'arcidemonio è l'araldo di Darkseid, inviato a conquistare pianeti in sua vece per ripristinare il suo rango all'interno della corte di Apokolips. E lo stesso Darkseid appare spesso, assieme al braccio destro DeSaad, come minaccia cosmica alla Thanos. solo virato al male supremo. E sarebbe davvero stato interessante vedere gli sviluppi apocalittici della trama originariamente imbastita, del quale qui rimangono alcuni spettacolari frammenti.
Cyborg diventa personaggio centrale e completo, con un arco narrativo che lo porta a ritrovare l'affetto verso quella figura paterna che odiava; Flash, sempre fisso nel suo ruolo di linea comica, ha anche lui una pacchianissima introduzione, in cui Snyder si diverte ad esagerare il concetto di ralenty, inserendo al contempo trovate comiche ai limiti del ridicolo. Ma, fortunatamente, molte delle vecchie gag vengono tagliate, al punto che il suo status di "bambino speciale" perde, fortunatamente, di significato. Persino il cameo del commissario Gordon di J.K. Simmons ha una sua funzione narrativa precisa. Meno spazio viene invece dedicato ad Aquaman, ma la scena della sua introduzione, diametralmente opposta per tono a quella vista al cinema, è a suo modo simpatica per il modo in cui lo caratterizza come divinità scesa in Terra.


Più cura è anche riposto nell'aspetto spettacolare. Senza una data di uscita vera e propria, gli effetti speciali in CGI fanno dimenticare la mediocrità imbarazzante della versione precedente; soprattutto, Snyder riesce davvero a creare uno spettacolo visivo partendo sempre dalla storia, con sequenze spettacolari ma importanti sul piano narrativo, come la nuova versione dello scontro con il redivivo Superman e, ancora di più, il climax con un Flash che si muove nello spazio-tempo.


Per il resto il film soffre a causa di uno stile sin troppo barocco, con ralenty su ralenty che enfatizzano ogni singolo movimento scadendo talvolta nel ridicolo. Ma, in generale, Snyder riesce a rendere la formazione della JL davvero epica e la sua visione, benché imperfetta, è indubbiamente spettacolare, figlia di un cinema dove lo spettacolo non dimentica i personaggi e, soprattutto, ha sempre rispetto per l'intelligenza del suo pubblico. Cosa che, al giorno d'oggi, è rara, soprattutto nel filone supereroistico.